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POLITICA
25 febbraio 2011
LA DEMOCRAZIA NEL MAGHREB?
A leggere i giornali e ad ascoltare la televisione si capisce che tutti aspettano la resa di Muammar Gheddafi: seguirà il trionfo della libertà e della democrazia in Libia. Dicono.
Tutti siamo stati educati a ridere di Marie Antoinette che (secondo la leggenda) disse: “Se non hanno pane mangino brioche”. E poi ci comportiamo come lei. Per noi, se il popolo si ribella, è perché non c’è abbastanza democrazia e una volta che la rivoluzione vince, il sogno si realizza: i deputati vanno in Parlamento, discutono le leggi, si comportano come normali  cittadini investiti della responsabilità di governare i propri connazionali e alla fine, se non rieletti, tornano alla professione di prima. Purtroppo, non tutti i popoli hanno, in questo campo, i secoli di esperienza che ha l’Inghilterra.
La democrazia è caratterizzata dalla libera stampa, dalle elezioni e dal ricambio dei governanti in seguito a tali elezioni e tuttavia, non appena si guarda più da vicino, si vede che sotto ognuna di quelle condizioni si possono trovare realtà molto diverse.
Durante il Ventennio parecchi giovani intellettuali fascisti (poi diventati guru di sinistra) scrivevano a volte, proprio su pubblicazioni ufficiali, critiche al regime. Si può dire che ci fosse la libertà di stampa? Se invece di critiche velate e beneducate avessero scritto che Mussolini era un dittatore, un bieco demagogo e un puttaniere, avrebbero avuto il permesso di continuare a pubblicare i loro articoli? Viceversa, al tempo di De Gaulle, c’era un giornale, il Canard Enchaîné che un numero sì e l’altro pure faceva del sarcasmo sul Generale, su sua moglie e sull’intero governo. E il giornale non fu mai soppresso o molestato.  Ecco la differenza fra una libertà di stampa “sorvegliata” e una libertà di stampa senza limiti. Solo in una vera democrazia possono esistere giornali - come ”la Repubblica” e “il Fatto Quotidiano” la cui vocazione è quella di sparare a zero, tutti i giorni, sul governo e soprattutto sul suo Capo: non solo non c’è limite agli insulti, ma nemmeno alla diffamazione. Del resto è invalsa la prassi che il Presidente del Consiglio non quereli nessuno: Andreotti è rimasto famoso, per questo. È veramente ragionevole credere che, se Gheddafi cadrà, chi prenderà il potere in Libia permetterà questo genere di libertà di stampa? Intanto è sicuro che non era possibile né con Mubarak in Egitto né con Ben Alì in Tunisia o in Algeria con Bouteflika. In Marocco, dove il capo è il re, si arriverebbe semplicemente alla lesa maestà.
Le elezioni da sole non provano che ci sia democrazia. In Iran si vota, ma i candidati devono essere prima approvati dagli Ayatollah. Sarebbe come se, in Italia, si dicesse al Pd: “Potete candidare chi volete purché sia favorevole a Berlusconi. E comunque diteci i nomi prima, perché noi possiamo approvarli o rifiutarli”. In queste condizioni, quand’anche le elezioni fossero regolari e segrete, chi direbbe che esse sono “libere”?
Quanto all’alternarsi dei governanti, negli anni ci saranno indubbiamente stati dei cambiamenti, nel governo egiziano. Anche perché si è votato regolarmente. Ma non è stupefacente che, malgrado tutte le votazioni e tutti i cambiamenti, come per un caso al vertice di tutto ci sia stato sempre Mubarak? Come mai i governanti di Paesi come la Francia o l’Inghilterra hanno dei Primi Ministri che la gente manda a casa dopo pochi anni, mentre i Paesi musulmani hanno la fortuna che Dio gli mandi statisti così geniali che nessuno sogna di sostituirli, neppure dopo un trentennio?
Non è facile credere che, nel caso Gheddafi cada, in Libia ci sarà la democrazia come l’intendiamo noi. Né - pensiamo - ci sarà in Tunisia. Hanno mandato via Ben Alì ma non è che prima ci fosse la democrazia: prima c’era Bourguiba. E dopo ci sarà qualche Ahmed o qualche Ibrahim. In Iran sembra che dopo tanti anni si sia riusciti soltanto ad anagrammare il nome di chi comanda veramente: si è passati da Khomeini a Khamenei.
Che Gheddafi se ne vada o che domi la rivoluzione, importa poco. Ci limitiamo a sperare di non cadere dalla padella dell’autocrazia nella brace dell’integralismo islamico. Ci contenteremmo di un autocrate laico che non ci crei problemi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 febbraio 2011


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