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CULTURA
17 dicembre 2008
NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD

La “questione morale” che sta investendo il Pd è spesso trattata come un fenomeno di origine sconosciuta. Mentre un tempo i politici di sinistra erano onesti e incorruttibili improvvisamente si sarebbero messi tutti a rubare. Per conseguenza, prima la magistratura non li toccava perché erano modelli di virtù, ora è costretta a stangarli come meritano.  Quadro realistico? Per niente.

Natura non facit saltus, diceva Linneo. Non è possibile che un grande gruppo di persone sia tutto onesto o tutto disonesto, e neppure che cambi con un saltus. È verosimile che, a destra come a sinistra, ci siano politici onesti e politici disonesti, e non può esistere dunque una specifica e nuova questione morale che riguardi solo il Pd.

Questo dice la ragionevolezza. Purtroppo, non è quello che hanno detto il Pci, il Pds, l’Ulivo, l’Unione, il Pd e tutti i partiti di sinistra. Per decenni essi hanno insistito sul punto che gli altri erano cattivi e loro buoni, gli altri immorali e loro morali. L’idea che si possa sottoporre  a condanna giuridico-morale un intero gruppo politico ha il marchio inconfondibile della sinistra. Essa ha a lungo creduto di poterne approfittare. E se oggi questa tesi certamente assurda le si ritorce contro, non può protestare: è la sua idea.

Rimane solo da spiegare come mai mentre prima i magistrati, dopo avere eliminato la Dc e il Psi, colpivano solo a destra, improvvisamente si siano accorti che esistono dei “mariuoli” anche a sinistra. Maria Paola Merloni, ministro ombra del Pd, sostiene: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”. Vero, non vero? Non è quello che importa. Interessante è il riconoscimento che i giudici hanno avuto un partito di riferimento, cosa che a sinistra ci si era affannati a negare per decenni.

Che i giudici danneggino il maggiore partito di centro-sinistra, non potrebbe, in linea teorica, che fare piacere a chi non vota per quella coalizione. Ma poiché è orribile che si cerchi di vincere gettando in galera l’avversario, se pure per interposta toga, la conclusione da trarre è di genere diverso.

Non è ammissibile che la politica sia determinata dalla magistratura. Questo ordine non è espressione del popolo e il suo potere non deriva da esso. Ogni suo intervento in politica non solo non è democratico, è addirittura eversivo. È contrario alla divisione dei poteri e ai principi fondamentali dello Stato. L’immunità parlamentare, che si è fatto l’errore di abolire, nasceva dall’esigenza di impedire certi straripamenti. L’imperdonabile errore commesso dalla sinistra per tanti anni, nel non capire la ratio di quella norma, è stato il frutto di un egoismo gretto e miope. Chi a suo tempo lanciò la diversità morale non sapeva di innescare una bomba a tempo. Il “partito degli onesti”, giacobini ingenui ma pericolosi come i dipietristi, deve naturalmente fare parte del folklore. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai moralisti.

Oggi sarebbe il momento ideale perché tutti i partiti capiscano che bisogna rimettere i magistrati requirenti al loro posto, adottando serissimi provvedimenti disciplinari a carico di chi, prima, avrebbe dovuto indagare sui disonesti (anche di sinistra) e non l’ha fatto, e su chi oggi sta indagando e magari gettando in galera politici su cui non grava nessun serio sospetto. Solo perché la moda è diventata quella di dare addosso al Pd.

Coloro che hanno così a lungo invocato l’intervento dei magistrati per combattere il malaffare della fazione avversa dovrebbero capire che il malaffare in quanto tale non è caratteristico di nessuno e che l’intervento dei magistrati non è neutrale. Se il popolo delega la politica ai giudici, rinuncia al suo proprio potere, cioè alla democrazia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 dicembre 2008


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