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CULTURA
19 novembre 2008
LA GUERRA IN IRAQ: UN BILANCIO

C’era una volta un uomo che, oltre a conoscere l’italiano in maniera tale da poter dare lezioni ai professori, oltre a ricordare molto del latino e del greco studiato al liceo, parlava e scriveva correntemente inglese, francese, tedesco e spagnolo. Gli amici ne avevano una grandissima stima, con un limite: stavano in agguato, sperando vivamente che inciampasse, che una delle sue affermazioni non si rivelasse esatta, che per una volta non ricordasse qualcosa o sbagliasse almeno l’ortografia di una parola tedesca: il potere – perfino il potere culturale – fa ombra.

Tutto questo viene in mente a proposito degli Stati Uniti: da un lato sono ritenuti capaci di risolvere da soli tutti i problemi del mondo, dall’altro sono responsabili della loro eventuale persistenza. Non fanno notizia se vincono e sono dichiarati ignominiosamente battuti se pareggiano: gli Stati Uniti sono il paradigma stesso del potere che fa ombra.

Un eccellente esempio, in questo campo, è la guerra del Vietnam. Il terreno in cui è stata combattuta non permetteva una vittoria campale come quella ottenuta dagli anglo-americani nell’Africa Settentrionale ma si dimentica che lo scopo non era quello di conquistare il Vietnam del Nord: era quello di difendere l’indipendenza del Vietnam del Sud. E se alla fine gli americani si ritirarono, fu perché la guerra si prolungò troppo senza che se ne intravedesse la fine e il fronte interno crollò. Ma in quel momento Saigon era libera e indipendente così come l’avevano voluta. Purtroppo non fu capace di resistere da sola all’aggressività del Nord e un paio d’anni dopo – un paio d’anni dopo, non la settimana seguente – fu invasa dalle truppe di Hanoi. In conclusione, gli Stati Uniti hanno perso la guerra del Vietnam? Inutile chiederlo, per tutti la risposta è sì. Semplicemente perché, alla lunga, non hanno raggiunto lo scopo e perché viene posta a carico degli U.S.A. – assenti, in quel momento - la sconfitta del Vietnam del Sud.

Un secondo esempio l’abbiamo sotto gli occhi: la guerra in Iraq. Che sia stato o no un errore intraprenderla, ecco i fatti salienti: vittoria militare in poche ore; pacificazione apparsa impossibile per alcuni anni, a causa di un’infinita serie di sanguinosi attacchi e di qualche errore di amministrazione; cambio di strategia col generale Petraeus, conseguendo la fine degli attentati e il funzionamento di una democrazia accettabile; infine ritiro previsto a data certa delle truppe statunitensi. Se poi si chiede in giro com’è andata, questa guerra, la risposta è unanime: è stata un errore e un disastro. Ma è proprio così?

Dopo la caduta di Saddam Hussein, molti si aspettavano un popolo felice della libertà ritrovata e contento di abbracciare la democrazia nella concordia. Non è andata così. Per ottenere lo scopo  è stato necessario molto, molto più tempo del previsto. Se l’Iraq fosse stato nel 2004 ciò che è stato nel 2008, tutti avrebbero parlato di immenso successo. Viceversa, l’infinita catena di massacri, con uno stillicidio quotidiano che nei notiziari ha dato la sensazione dell’eternità, ha fatto sì che l’impresa sia stata creduta senza speranza. E invece – abbiamo i fatti sotto gli occhi – ciò che pareva impossibile si è realizzato. Veramente, la spedizione sarà stata un disastro? Sarà questo, ciò che diranno gli storici?

Si faccia l’ipotesi che la pace in quel Paese continui; che la democrazia funzioni; che alle prossime elezioni ci sia lo stesso entusiasmo della prima volta, quando la gente ha votato malgrado le minacce di morte. Questo porrebbe nel mezzo dello scacchiere mediorientale un Paese amico dell’Occidente dove regna la libertà di parola, la libertà di stampa e una ragionevole prosperità. Esso costituirebbe, dopo la Turchia, il secondo esempio di democrazia in un paese islamico in un contesto dove prevalgono le teocrazie, le autocrazie e le tirannidi. Questo fatto già oggi costituisce un elemento di stabilità nella regione e a lungo termine potrebbe avere notevolissime conseguenze. Il prezzo è stato alto, forse è stato più alto del previsto, soprattutto politicamente, e questo non corrisponde a dire che non si sia acquistato nulla.

La guerra in Iraq non è stata un disastro. Se si rivelerà un successo, sarà la storia a dirlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

17 novembre 2008

 




permalink | inviato da giannipardo il 19/11/2008 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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