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CULTURA
29 settembre 2008
ESEGESI DI WALTER VELTRONI
 

ESEGESI DI WALTER VELTRONI

 Le famose “primarie” del Partito Democratico si sono tenute all’insegna del rinnovamento. Si cambiava leader, ripescando un personaggio noto per la sua sorridente mitezza, e si realizzava un distacco anche visivo da quella sinistra rabbiosa e massimalista che stava conducendo al disastro. Veltroni, mentre ancora era in carica il governo Prodi, stabilì solennemente che il nuovo partito sarebbe andato alle elezioni senza alleanze con la sinistra estrema. Sapeva infatti che, alleandosi con essa, avrebbe perso pesantemente e sapeva che la stramaledetta ma utilissima legge elettorale avrebbe favorito il Pd in maniera determinante. L’estrema sinistra cercò di parare il colpo, federandosi nell’Arcobaleno, ma andò male per tutti: il Pd perdette pesantemente le elezioni e l’estrema sinistra non entrò neppure in Parlamento.

A questo punto si sarebbe dovuto seguire il programma originario: presentarsi come una sinistra matura che faceva opposizione quando necessario, che collaborava col governo quando opportuno, che abbandonava una volta per tutte l’ottuso antiberlusconismo e i toni da crociata. Purtroppo, questo il Pd non lo ha fatto.

1) Nel partecipare alle elezioni, ha rifiutato persino l’alleanza con i socialisti ma ha inspiegabilmente accolto nella coalizione Di Pietro e il suo partito giustizialista. Dal giorno dopo questo partito ha mancato alla parola data (costituzione di un gruppo unico),  si è messo in competizione col Pd, lo ha attaccato da sinistra, ha agitato quella bandiera della sinistra estrema che il Pd non avrebbe più voluto vedere e in totale ha fatto apparire sbiadita l’azione del massimo partito d’opposizione.

2) Pur essendosi reso conto dell’immane errore commesso, il Partito Democratico non ha avuto il coraggio di scaricare Di Pietro ed i suoi. Nel complesso ha dato un’impressione di inconsistenza e pusillanimità: pusillanime perché non attaccava il governo come faceva l’ex-pm, oppure pusillanime perché non aveva il coraggio di dirgli il fatto suo. Questo a poco a poco ha soprattutto eroso l’immagine di Veltroni fino a far mettere in discussione la sua leadership.

3) Improvvisamente, in questi giorni, forse sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, il Pd ha deciso di riprendere la situazione in mano, dimostrando che è capace di parole risolute e azioni incisive. Il segretario ha dunque ridato fiato al vecchio antiberlusconismo, ha parlato di rischi per la democrazia, di disastro della nazione, ecc. Insomma ha tirato di nuovo fuori tutto il vecchio armamentario che in passato ha condotto a ripetuti disastri. Inoltre ha rispolverato un vecchio arnese del comunismo - la menzogna sfacciata - per esempio cercando d’intestarsi il successo del salvataggio dell’Alitalia. Il risultato è che il Pd si è messo a somigliare a Rifondazione Comunista e Berlusconi ha dichiarato Veltroni a volta a volta inesistente, inaffidabile, inadatto al dialogo, perfino immeritevole di commenti. Gli italiani, ha detto, lo giudicheranno da sé. Neanche nella sua fazione ci si è sentiti di approvarlo all’unanimità. L’antiberlusconismo viscerale, il giustizialismo e il tono tonitruante e apocalittico non hanno portato bene alla sinistra. E una sconfitta alle amministrative potrebbe segnare la fine politica del Segretario.

Resta da spiegare il perché del comportamento personale dell’ex-sindaco e ovviamente l’interpretazione che segue è solo una fra le tante.

Un uomo politico, se non ha genio e “vision” (cioè una vasta concezione dei bisogni della nazione), può fare una buona carriera con l’intelligenza e il carattere. Alcuni però hanno solo l’intelligenza (Giuliano Amato), altri solo il carattere (Oliviero Diliberto) e c’è infine chi, come Veltroni, manca di ambedue le qualità ed solo uno specialista nell’annusare il vento.

Questo figlio dell’establishment è stato, sin dall’adolescenza, un ambizioso senza principi. Ha fatto parte del Pci sin da quando aveva i calzoni corti perché era quella, allora, la via del successo. Quando poi il Pci è andato fuori moda, ha dichiarato di non essere mai stato comunista. Sorridendo a destra e a manca, cercando di non farsi nemici e accreditandosi come uomo di pace, è arrivato ad essere sindaco di Roma e infine – oltrepassando l’ultima, pericolosa soglia, quella che l’umorista Peter ha dichiarato “il livello di competenza” – ha accettato di essere segretario del Pd. E da questo momento ha dimostrato i suoi limiti. Ha continuato ad annusare il vento – perché è tutto quello che sa fare - ma stavolta non è bastato ed ha perso credibilità. Se avesse mantenuto, contro venti e maree, la linea annunciata ai tempi della fondazione del Pd, oggi sarebbe il vero leader di quel partito e del centro-sinistra. Invece ha seguito la corrente fino a giungere, in questi giorni, a scimmiottare il linguaggio dell’estrema sinistra e perfino quello di Di Pietro. Di cui tutto si può dire, salvo che sia un maestro di linguaggio.

Veltroni non è odioso. Perfino quando ringhia si ha voglia di dirgli sorridendo di darsi una calmata. Ma, per il bene del centro-sinistra, sarebbe bene che a capo del Pd ci fosse un uomo politico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

29 settembre 2008

 




permalink | inviato da giannipardo il 29/9/2008 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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