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CULTURA
27 settembre 2008
ALITALIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO

ALITALIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO

Quando finisce uno scontro non sempre è chiaro chi ha vinto. Alla fine della Prima Guerra Mondiale moltissimi tedeschi non capirono perché il Reich avesse chiesto la pace - sostanzialmente arrendendosi - mentre ancora non c’era nemmeno un soldato straniero sul suolo germanico. Questo portò a quella voglia di rivincita che fu una delle cause della Seconda Guerra Mondiale. Anche questo conflitto tuttavia lasciò uno strascico di perplessità: mentre negli Anni Cinquanta l’Italia era pressoché interamente ricostruita e si avviava alla prosperità, l’Inghilterra aveva ancora il razionamento alimentare e passeggiando per Londra si potevano vedere rovine provocate dai bombardamenti. Veramente aveva vinto la guerra? Senza dire che il Leone Britannico, avendo perso il suo impero, si era ridotto solo alla testa.

La vittoria ha mille padri, la sconfitta è orfana. Dopo la sbarco in Normandia chiesero ad Eisenhower se il successo dell’operazione fosse merito suo e la risposta brillante fu: “Non lo so. Quello che so è che, se non fosse riuscita, sarebbe stata colpa mia”.

Nel caso dell’Alitalia, tutti cominceranno a battersi il petto come trionfatori di wrestling. I sindacati si vanteranno dei vantaggi (del tutto insignificanti) da loro ottenuti e lasceranno intendere che essi siano tanto importanti che, senza, essi sarebbero stati disposti a lasciar fallire la compagnia. I dipendenti si vanteranno della loro ragionevolezza e del loro spirito di sacrificio. Fra coloro che si vanteranno di più ci saranno gli uomini del centro-sinistra che, invece di confessare di avere fatto di tutto per sabotare l’iniziativa (solo per dare un dispiacere a Berlusconi) diranno che l’accordo è stato siglato quando essi hanno insistito per la sua conclusione. Che è come vantarsi della partenza dell’autobus solo per aver tolto il cuneo dinanzi alle sue ruote. Berlusconi infine dirà: ve l’avevo detto che avrei salvato l’Alitalia e l’ho fatto. Io sono uno che mantiene le promesse. In realtà, è probabile che non sia il caso di credere a nessuno di loro. Chi ha vinto è la minaccia del fallimento.

L’Alitalia è in dissesto da molti anni. Se non ha formalizzato questa morte economica è perché lo Stato, a spese dei contribuenti, ha ripianato i deficit. Purtroppo per i poeti (interessati) dell’economia, recentemente le leggi comunitarie hanno vietato questa costante e costosa fleboclisi e il risultato è stato che si è giunti al dilemma: o l’Alitalia sarebbe stata risanata o sarebbe fallita. I sindacati, non meno dementi oggi che in passato, avrebbero volentieri chiesto che pagasse ancora e sempre lo Stato, ma stavolta sapevano che avrebbero sbattuto contro il muro comunitario. Per loro, come per i dipendenti, il dilemma è dunque stato: o ridimensionamento o fallimento. E la credibile prospettiva di quest’ultimo ha spinto tutti, dopo mille proteste, mille minacce, mille pose gladiatorie, a mangiare una minestra la cui alternativa era una finestra spalancata sul baratro.

Il vincitore è il fallimento.

Rimane da parlare del Capo del Governo. Indubbiamente, se l’accordo non fosse stato siglato, la sinistra si sarebbe riempita la bocca del fallimento di Berlusconi, della sconfitta di Berlusconi, dell’umiliazione di Berlusconi. E altrettanto indubbiamente, proprio per converso, Berlusconi ha oggi il diritto ad alzare le braccia al cielo in segno di vittoria. In realtà ha solo pareggiato.

Se, nel momento della trattativa con Air France, fosse stato zitto, e la trattativa fosse fallita, nessuno avrebbe potuto dargliene la colpa. Se, in seguito, avesse lo stesso messo su la cordata della Cai, sarebbe stato un salvatore della patria. Invece allora ha parlato troppo, tanto da creare l’illusione di aver fatto fallire lui quel contratto – come se potesse fare ciò chi è all’opposizione! – ed in seguito, riuscendo dopo mille traversie a tenere in vita l’Alitalia, ha solo evitato a se stesso la brutta figura di non aver realizzato ciò che prometteva. Nulla di più.

Il fallimento non è un vincitore insignificante. Il suo ingresso nell’ambito delle grandi imprese è una vittoria dell’economia e del buon senso. È sperabile che anche in futuro, perfino in assenza di leggi anti-incoscienti come quelle dell’Unione Europea, ci si ricordi che un’azienda insolvente va dichiarata fallita e va chiusa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

25 settembre 2008




permalink | inviato da giannipardo il 27/9/2008 alle 16:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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