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POLITICA
21 settembre 2008
ALISTATO
 

ALISTATO

In occasione della crisi dell’Alitalia si sente il bisogno di una chiave di lettura. In essa entrano in gioco il governo, miliardi di euro, diciannovemila lavoratori, l’onore dell’Italia e la mobilità degli italiani. Questa chiave potrebbe essere lo statalismo.

La salute economica di un’impresa è valutabile in base a un bilancio. Se si è raffreddati, non è un divertimento ma rimane cosa senza importanza. Se si ha un cancro in fase avanzata, non si hanno speranze. Per l’impresa come per l’uomo, da un lato si può sopravvivere con qualche acciacco, dall’altro i problemi possono risolversi con la morte.

A questa regola naturale c’è tuttavia un’immensa eccezione: lo Stato. Esso assicura un certo numero di servizi a fronte di un prelievo forzoso chiamato “imposizione fiscale” e offre il vantaggio che l’amministrazione pubblica non intende fare profitti. Se li facesse, del resto, andrebbero al popolo. Lo svantaggio è che l’amministrazione i profitti non li fa mai e se opera in perdita non per questo “morirà” come muore un’impresa privata.

Questo schema conduce pressoché fatalmente a degenerazioni. Se nell’impresa privata le perdite costanti sono dell’1%, ci si avvia al fallimento. Nell’impresa di Stato invece si sa che si opera in deficit: dunque se si è in deficit per il 65%, che importa se si passa al 66%? O al 76%? O all’86%? Qual è il limite del deficit? L’impossibilità di fallire fa sì che si scada facilmente nell’illusione che le leggi economiche non abbiano più valore.

Ecco perché l’impresa di Stato gode di tanto favore. L’operaio che chiede un aumento all’imprenditore se che se fa fallire l’impresa non avrà un aumento ma la fine del salario. L’operaio pubblico sa che la sua impresa non può fallire sicché il successo della sua richiesta dipenderà esclusivamente dalla sua capacità di pressione.

Molti – comunisti in testa – non capiscono che questa libertà dalle necessità economiche non può che essere settoriale. Se i netturbini, mettendo in ginocchio la città con la spazzatura, ottengono un aumento di salario economicamente ingiustificato, quel denaro in più che riceveranno sarà un denaro che, ingiustificatamente, avranno in meno i contribuenti. “Ogni volta che qualcuno riceve una ricchezza che non ha prodotto, c’è qualcuno che non riceve una ricchezza che ha prodotto”. E se tutti i lavoratori sono lavoratori pubblici, il risultato sarà la miseria generalizzata (Unione Sovietica e simili).

I dipendenti Alitalia, considerandola immortale, hanno portato l’impresa ad operare strutturalmente in deficit ed è questa la ragione per cui, quando è caduta l’offerta della CAI, a Fiumicino si è festeggiato. Quello che il grande pubblico e i grandi giornali non hanno capito è che i dipendenti Alitalia non credono alla possibilità del fallimento. Non è Alitalia, è AliStato: e lo Stato non può fallire.

In Italia tutto è possibile, ma oggi la verità è che: 1) l’Alitalia non è statale; 2) lo Stato non ha né il denaro né la voglia per nazionalizzarla; 3) l’Ue vieta che l’impresa continui ad operare in deficit, con finanziamenti di vario genere; 4) senza una drastica ristrutturazione l’impresa non è vitale e 5) nelle condizioni attuali, essendo economicamente fallita, nessuno la comprerebbe. L’offerta della CAI è esistita perché il governo ha molto insistito, perché ha offerto una mostruosa cassa integrazione (l’80% per molti anni!) e perché – operata una profonda ristrutturazione – l’impresa poteva essere resa di nuovo vitale. Rifiutandola, i dipendenti Alitalia sono volontariamente rientrati sul mercato. Prosit.

Una nota finale riguarda l’atteggiamento della CAI. Essa ha ritirato l’offerta e tuttavia, ancora oggi, in molti supplicano la Cgil, i piloti e alcuni sindacati di firmare il contratto. Ma chi dice che la CAI mantenga un’offerta che è stata ritirata con voto unanime? Potrebbe sempre rispondere: dolenti, noi abbiamo indicato una scadenza, giovedì 18/9/2008 alle ore 16, e l’accordo non s’è concluso. Amen. Il resto non ci riguarda. Probabilmente non lo dice già oggi perché si sta giocando col cerino acceso. Il commissario potrebbe a giorni non avere il denaro per il kerosene degli aerei, Riggio potrebbe ritirare la licenza alla compagnia e l’impresa potrebbe chiudere entro una settimana. Perché uccidere una malata che sta morendo da sé? Se infatti la CAI dicesse: non vi strapazzate, ché tanto siamo noi, ora, a dire di no, tutti le darebbero la colpa della morte dell’Alitalia. Se invece tace, può invece darsi che la follia dei piloti, della Cgil e degli altri sindacati la salvi dal biasimo (immeritato) di avere fatto chiudere la compagnia di bandiera.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

21 settembre 2008




permalink | inviato da giannipardo il 21/9/2008 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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