.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
20 luglio 2019
LA PERCEZIONE DELLA BELLEZZA
Molti pensano che la bellezza sia qualcosa di oggettivo. Pensano che una cima di montagna innevata sullo sfondo di un cielo aggressivamente blu o un tramonto fiammeggiante e drammatico sono cose che saranno trovate belle da chiunque. Perché effettivamente lo sono. Ed è un errore. Come un cieco non può apprezzare un quadro,  nello stesso modo non può apprezzarlo chi non è stato educato a capire l’arte. Il primo è un cieco fisiologico, il secondo un cieco funzionale, in materia di pittura. Nello stesso modo, se per alcuni un concerto per violino e archi di Bach è un godimento supremo, per altri è soltanto rumore. Fastidioso per giunta. Sicché diviene inutile chiedere se quelle cose siano oggettivamente belle o no. La bellezza non esiste in natura, come non esiste l’umorismo. La bellezza esiste quando si incontrano qualcosa che i competenti giudicano “bello” e una persona capace di apprezzarla. Di oggettivo non c’è molto.
A questo punto sarebbe facile concludere che ci sono i fortunati che percepiscono la bellezza, e gli sfortunati (o ignoranti che sia) che non la percepiscono. In realtà neanche questo è vero. Perché l’educazione alla bellezza (o all’intelligenza, che è per così dire la bellezza del pensiero) si trasforma in una sorta di pantografo, o di lente d’ingrandimento, per cui si gode di più se c’è da godere, ma si soffre di più se c’è da soffrire. Chi è sordo alla musica non godrà e non soffrirà né se è costretto ad ascoltare Mozart o gli Heavy Metal, mentre l’innamorato di musica classica, condannato ad ascoltare gli Heavy Metal, potrebbe arrivare alla depressione.
I veri fortunati sono coloro che hanno la sensibilità per la bellezza, e che hanno sia l’occasione di godere di questa bellezza, sia il modo di sfuggire alla corrispondente bruttezza. E la condizione non è sempre facile da realizzare. Chi privatamente fosse un grande competente di musica di Mozart, ma lavorasse come cassiere in un supermercato, potrebbe essere costretto ad ascoltare musica pop da mane a sera, avendo come unica tregua gli avvisi commerciali o i messaggi per i commessi.
E tuttavia si può trarre da tutto quanto precede una deduzione significativa. Se non si ha l’occasione di apprezzare la bellezza, passi. Ma se si ha l’occasione di imparare ad apprezzarla, e si ha una ragionevole possibilità di evitare la corrispondente bruttezza, è un immenso spreco non approfittare di quel godimento.
Prendiamo la musica, che è un buon esempio perché la si può ascoltare a casa propria e non è difficile evitare la non-musica. Ciò posto, tutti coloro che non capiscono la musica classica, che sono fermi al tam tam della giungla, cioè alle canzoni contemporanee, e ai “concerti” che attirano decine di migliaia di sordi musicali, non hanno nemmeno idea di che cosa perdono. Si beano di un acquario con i pesci rossi e ignorano che esiste l’oceano.
Nella scala di chi comprende la grande musica classica strumentale, la cosiddetta musica che piace ai giovani si pone più o meno come lo scarabocchio di un bambino su un muro rispetto a un quadro di Vermeer. Ma non c’è modo di spiegare a chi non ne ha neppure l’idea che, al di là dello strepito metallico di pessime chitarre elettriche c’è un mondo di armonie, di contrappunti, di ritmi, una varietà infinita di espressioni. Più o meno quante ne permette il linguaggio umano. E molti è come se non andassero oltre “La vispa Teresa”. 
Anche nel campo della bellezza del pensiero ci sono grandi spazi di cui molti non hanno nemmeno idea. Anche se è vero che, in materia, se non si è avuta la fortuna di avere seguito in gioventù solidi studi classici, si parte oggettivamente – e forse invincibilmente – svantaggiati. Per fornire un esempio, tutti ci occupiamo di morale, dalla mattina alla sera, quando condanniamo o approviamo i comportamenti del prossimo, o i nostri stessi comportamenti. E lo facciamo sulla base di principi che, in generale, condividiamo con gli altri. Sono i costumi del nostro tempo, i nostri mores, parola da cui deriva morale. Ma è lo studio della storia e della filosofia che insegnano quanto quei mores siano discutibili, come siamo annegati nel nostro condizionamento e come possiamo liberarcene.  
Quando ho letto Nietzsche è stato come se qualcosa mi fosse esploso in mente. Non che approvassi tutte le sue idee, lungi da ciò, ma la sua capacità di analisi e di contestazione dell’ovvio mi fecero capire che, per anni, ero stato immerso nel “sonno dogmatico” di cui parlava Kant. In un paio di righe isolate, Nietzsche spara questo interrogativo: “Fin dove osi pensare?” Ed io mi sono accorto che, fino ad allora, non avevo osato abbastanza. In questo aprirsi dei cieli della libertà e dell’intelligenza, non c’è una suprema bellezza intellettuale? E non è da compiangere, chi non ha mai avuto queste emozioni?
Certo, a questo punto l’inevitabile contatto con la stupidità ci farà soffrire anche di più, ma forse possiamo imparare la tolleranza e la comprensione del prossimo, pensando che noi stessi siamo stati addormentati per parecchio tempo. E soprattutto che il primo valore, nell’esistenza, non è né la bellezza né l’intelligenza, ma l’amore. E l’amore ce lo può dare anche uno stupido. O un cane. E anche al cane bisogna dire grazie.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 luglio 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/7/2019 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 luglio 2019
CAMILLERI
De mortuis nil nisi bonum, dei morti non si dovrebbe dire nulla, a parte i loro meriti. Ma grazie al cielo il latino non è più di moda e dunque di Andrea Camilleri posso parlare in tutta franchezza. Anche perché i suoi meriti sono numerosi (e oggettivamente preponderanti) mentre le mie critiche sono forse soltanto personali, frutto di idiosincrasie che gli altri possono benissimo non condividere.
Il primo merito di Camilleri è il successo. L’Italia ha un esercito di scrittori che sono tali solo per sé stessi e per i loro intimi. Uomini e donne che, sperando in un miracolo, hanno pubblicato, a loro spese e presso un editore sconosciuto, tremila copie di un libro che nessuno ha comprato. La qualifica di scrittore suscita ormai, in primo luogo, un moto d’ironia. E, proprio per questo, dinanzi a qualcuno che ha venduto milioni di copie, abbiamo non il diritto, ma il dovere di gridare: “Signori, finalmente un vero scrittore!” 
E non si tratta soltanto di un exploit statistico o finanziario. Se si ottiene un tale successo, è segno che si è risposto ad un’esigenza del grande pubblico Si è indovinata la temperie del tempo. Si è prodotto ciò che la gente aspettava. Dunque, tanto di cappello a Camilleri. La prima qualità di uno scrittore è avere dei lettori.
Detto questo, debbo però dire che, quando c’è una puntata del Commissario Montalbano, lascio la stanza. Grazie al cielo abbiamo più di un televisore, e una caterva di libri che non ho ancora letto. Il mondo di Camilleri mi irrita al di là del sopportabile.
Innanzi tutto non ne sopporto la lingua. Camilleri che, nel recente monologo televisivo su Tiresia, si è mostrato uomo di grande cultura e di grande sensibilità artistica, per Montalbano ha inventato un gergo che non è né italiano né siciliano, né siciliano arcaico né siciliano moderno. Una lingua ammiccante e inverosimile, in cui persone che riescono a parlare di problemi psicologici o legali, poi chiamano “picciotta” una giovane donna che nella Sicilia di oggi tutti chiamerebbero ragazza o, volendo proprio parlare in dialetto, “carusa”. Per me l’effetto “colore locale” va completamente perso, proprio perché quella lingua non è parlata né in Italia né in Sicilia. 
Altro difetto del mondo di Montalbano è lo sfondo. Da un lato il regista sceglie scorci monumentali da lasciare abbagliati per la loro bellezza, dall’altro li mostra costantemente deserti, come se fossero fondali e non posti in cui vive una brulicante umanità. Confesso che, da siciliano, pur conoscendo Modica, Noto ed altri bei posti, ignoravo che nel sud-est della Sicilia ci fosse tanta bellezza. Da rimanere a bocca aperta. Purtroppo questa bellezza diviene patinata, da dépliant turistico, talmente è priva di umanità. Anche se sarei contento se, nell’ora di punta, potessi andare in auto come si procede a Vigata, a tutte le ore. E invece a Palermo, mi dicono, si ha la più bassa velocità media urbana delle grandi città italiane. Ma forse Palermo non è in Sicilia.
Altro difetto insopportabile: le macchiette. Con quale coraggio Camilleri ha potuto creare un personaggio come Tatarella? Assurdo, ridicolo persino nel suo simil-falsetto, imbecille, e inoltre ripetitivo nelle gag (la porta che sbatte) e negli stilemi,“(di persona personalmente”)? Da abile conoscitore del pubblico meno raffinato, Camilleri sa che esso è felice quando può prevedere la scena seguente, e dunque è disposto a sorridere per l’ennesima volta. Ma una persona che ha un minimo di gusto non può non sentirsi provocata. Questo è basso populismo artistico. La casalinga di Vigevano, o – se è per questo – di Vigata, sarà contenta di sapere in anticipo che il medico legale (buonanima, purtroppo) accoglierà Montalbano trattandolo da seccatore e parlandogli dei suoi “cabasisi”, ma lo spettatore normale ha quasi voglia di dire al regista: “Sì, ma ora basta”.
Avendo esattamente compreso il livello del pubblico televisivo, o dei suoi lettori, Camilleri non rifugge dagli stereotipi. Così ripete l’eterno topos dei superiori emeriti imbecilli. Certo, così si accarezza secondo il verso del pelo l’esercito degli inferiori frustrati, ma si offende la verità. Fra i superiori ci sono dei cretini, ma che cosa prova che la loro percentuale sia superiore a quella degli inferiori?
 Perfino qualche strizzata d’occhio allo spettatore, quando si vuol mostrare un Montalbano pressoché ecologico, diviene una stonatura. Gli si attribuisce una casa così vicina al mare da poterla usare come cabina balneare. Quella terrazza non è poetica, è ciò che meglio corrisponde all’idea platonica di abusivismo edilizio. 
E questo non è il peggio. Il peggio sono le donne. Camilleri le vede come le vedeva un giovanotto siciliano negli Anni Trenta del secolo scorso. Esse sono soltanto di due categorie: o giovani procaci, che fanno pensare soltanto al sesso, o anziane e grasse massaie intente a cucinare. Le uniche due attività per le quali, a parere di Camilleri, perfino un cervello femminile è sufficiente. E questo stereotipo è talmente possente che persino quando deve creare per Montalbano una fidanzata, Camilleri – da quel provinciale che forse è rimasto – ne fa una ragazza del nord. Ma neanche lei sfugge alla regola: infatti è una perfetta oca. Camilleri le donne le ha soltanto sognate. Ma forse i suoi erano incubi. 
La Sicilia che si rappresenta è vagamente ottocentesca, e nondimeno tutte le donne sono sottoposte al fascino irresistibile di Montalbano. Anche se poi lui non si comporta come James Bond (andiamo, siamo pur sempre a Vigata!). Si vede chiaramente che Camilleri, proiettivamente, vorrebbe avere il fascino di ambedue questi investigatori, l’elegantissimo Sean Connery e il tarchiato ma virilissimo Zingaretti.
In conclusione, Camilleri è stato un grande scrittore popolare, molto abile e per questo da stimare. Basti pensare a quanti farebbero carte false per avere la metà del suo successo. Ma rimpiangerlo come un grande artista, chiamarlo maestro, parlarne quasi come di una perdita irreparabile della nostra letteratura, questo no. Non bisogna renderlo ridicolo con lodi sproporzionate. Non è rispettoso.
È vero, io non l’ho avuto in simpatia. Ma quando ho saputo che aveva perso la vista, ne sono stato addolorato. E il suo monologo su Tiresia, quell’altro grande cieco, mi ha toccato profondamente. Perché Camilleri, se non fu un grande artista, certo fu un uomo sensibile, aperto ai sentimenti e ai colori del mondo. E questi ultimi infine gli furono negati.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 luglio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/7/2019 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 luglio 2019
OMICIDIO D'AMORE
Tema ricorrente: “L’amavo, non mi amava, l’ho uccisa”. Inutile citare casi particolari. È un episodio tanto frequente che anche chi non leggesse i giornali non potrebbe evitare di sentirselo raccontare da quel grande cortile che sono le televisioni.
Benché annegato nel kitsch della cronaca nera, il dolore dell’abbandono da parte della persona amata, soprattutto se improvviso, soprattutto se in favore di una terza persona, è fra le cose più dure da sopportare. Non è un caso se un genio come Shakespeare ha messo questo infortunio fra i cinque o sei che, nel famoso soliloquio, “Essere, o non essere”, fanno mettere in dubbio che valga la pena di continuare a vivere. 
Così è un topos della letteratura criminale quello dell’innamorato abbandonato che non si dà pace, sente la sua vita distrutta e distrugge quella della “colpevole”. La folla potrebbe addirittura farne una speciale fattispecie di omicidio, come ha scioccamente preteso per quello “stradale”. In realtà è forse soltanto un caso psichiatrico. Intendiamoci, non si sta dicendo che l’omicida abbia diritto all’infermità mentale, cioè che  bisognerebbe dichiararlo non colpevole per incapacità di intendere e di volere. Questi assassini – come ormai è di rito dire - “devono marcire in galera”. Ma potrebbe essere interessante capire i loro meccanismi mentali. Anche per parlare in primo luogo a nome dei milioni di esseri umani che hanno fatto questa triste esperienza e non per questo hanno torto un capello a chicchessia. Infatti “The pangs of despriz’d love”, per riprendere il monologo di Amleto, gli spasimi dell’amore non apprezzato possono indurre a gesti estremi ma nelle persone normali non lo fanno. E ciò perché le persone normali capiscono alcune cose elementari, anche se piuttosto dure da ammettere. 
In primo luogo, posso dire: “Io sono mio”, ma lo sono nella misura in cui riesco a dominarmi. Quanto agli altri, non sono miei in nessun caso. Né se lo dico io, né se sono stati tanto pazzi da dirlo loro stessi.  Il fatto che qualcuno, abbandonandoci magari con noncuranza,  ci abbia inferto una coltellata la cui ferita non accenna a rimarginarsi, non ci dà nessun diritto. Nemmeno quello alla protesta. Ognuno è padrone di vivere la propria vita come vuole e del resto, che senso avrebbe piangere, inveire, rivendicare diritti, se è ovvio che l’amore non si può imporre? Si può portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non si può costringerlo a bere.
Per molti, il momento in cui sono abbandonati dalla persona di cui credevano di non poter fare a meno è il momento in cui nascono alla vita adulta. Il momento in cui gli diviene finalmente chiaro che sono degli individui  isolati e non parte di un tutto. Non esiste nessun cordone ombelicale. Mamma gatta morirebbe per i suoi cuccioli, ma appena crescono li manda via a sberle, a procurarsi da sé il loro topo. Grande saggezza della natura.
L’evidenza della frontiera fra noi e gli altri; fra ciò che noi sentiamo e ciò che sentono gli altri; fra ciò che è nostro diritto e ciò che è loro diritto, e soprattutto dell’equivalenza di questi diritti, è una conquista dell’età adulta. Il bambino può pensare che, se dà un calcio al papà, questi lo rimprovererà ma certo non gli darà a sua volta un calcio da adulto. Crescendo invece deve imparare che, se provoca un elefante, questo risponderà con una forza da elefante. In tutta legalità. In natura non è prevista nessuna franchigia per l’aggressore.
Purtroppo, chi è stato troppo amato dai suoi genitori, chi è stato viziato, chi ha avuto un’infanzia e un’adolescenza troppo facili, si crea l’idea che la realtà dovrà sempre avere per lui un occhi di riguardo. È capace di dire con infantile, solipsistico egoismo: “Tu sei mio perché a me piace averti”. E non si accorge che questa è una tale colossale stupidaggine che può condurre anche al delitto. Per poi a passare decenni dietro le sbarre, in un posto in cui – finalmente – nessuno avrà per lui speciali riguardi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/7/2019 alle 7:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 luglio 2019
SALVINI MINACCIA CONCRETAMENTE LA CRISI
I film d’azione, spesso divertenti scacciapensieri, sono quelli in cui il protagonista, da solo, o al massimo con un paio d’amici, fa un’autentica strage di nemici. Ogni colpo un morto (non un ferito) e presto dei morti si perde il conto. L’esagerazione stessa delle prodezze, l’inverosimiglianza delle dimensioni dell’impresa, fanno sì che il film risulti leggero. I morti del resto sono tutti fatti secchi senza soffrire. Anzi, non sono neppure morti. È chiaro che sono comparse capaci di spettacolari salti all’indietro, dei poveracci amici dei buoni e dei cattivi tutti pagati dallo stesso produttore per mettere su uno spettacolo di marionette. Ci si danno botte da orbi strizzando nel contempo l’occhio allo spettatore, connivente e sorridente.
Nella vita le cose vanno diversamente. Qui a volte si ammazza qualcuno con un pugno, senza neppure volerlo. Per non dire che un solo colpo di pistola provoca un enorme allarme, altro che epiche battaglie con decine e decine di morti.
E c’è di più: perfino le parole pesano più di quanto si pensi.  Per un’espressione impropria, percepita come razzista, un ministro può essere costretto alle dimissioni, la carriera di un politico può essere distrutta, una vita intera può essere distrutta. 
Detto tutto ciò, si può porre la domanda: il governo attuale fa pensare alla dialettica democratica di un Paese civile o a un mediocre film d’azione, in cui tutto sa di cartapesta? Ci si minaccia, ci si insulta, si arriva alla rissa, ci si spara, con più detonazioni che durante la Seconda Guerra Mondiale e alla fine si conclude: “Eravamo su Scherzi a Parte”. Precisando che il governo durerà ancora a lungo, magari fino alla fine della legislatura, perché abbiamo un programma, abbiamo un “contratto”, abbiamo dei doveri verso gli elettori. Doveri che, immaginiamo, non li fanno dormire la notte.
Questo governo non arriva nemmeno al livello dei film d’azione. Questi infatti, almeno, non annoiano. Mentre le baruffe fra Lega e Movimento 5 Stelle hanno stufato tutti. Le minacce non spaventano nessuno, e nessuno più prende sul serio questi mediocri attori.
Ecco perché non val la pena di commentare gli ultimi avvenimenti, le ultime peggio che drammatiche dichiarazioni, le ultime cannonate. Perché se non sono a salve lo sapremo quando produrranno gli effetti delle cannonate, e non soltanto un molesto rumore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 luglio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 18/7/2019 alle 15:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 luglio 2019
SALVINI MINACCIA CONCRETAMENTE LA CRISI
I film d’azione, spesso divertenti scacciapensieri, sono quelli in cui il protagonista, da solo, o al massimo con un paio d’amici, fa un’autentica strage di nemici. Ogni colpo un morto (non un ferito) e presto dei morti si perde il conto. L’esagerazione stessa delle prodezze, l’inverosimiglianza delle dimensioni dell’impresa, fanno sì che il film risulti leggero. I morti del resto sono tutti fatti secchi senza soffrire. Anzi, non sono neppure morti. È chiaro che sono comparse capaci di spettacolari salti all’indietro, dei poveracci amici dei buoni e dei cattivi tutti pagati dallo stesso produttore per mettere su uno spettacolo di marionette. Ci si danno botte da orbi strizzando nel contempo l’occhio allo spettatore, connivente e sorridente.
Nella vita le cose vanno diversamente. Qui a volte si ammazza qualcuno con un pugno, senza neppure volerlo. Per non dire che un solo colpo di pistola provoca un enorme allarme, altro che epiche battaglie con decine e decine di morti.
E c’è di più: perfino le parole pesano più di quanto si pensi.  Per un’espressione impropria, percepita come razzista, un ministro può essere costretto alle dimissioni, la carriera di un politico può essere distrutta, una vita intera può essere distrutta. 
Detto tutto ciò, si può porre la domanda: il governo attuale fa pensare alla dialettica democratica di un Paese civile o a un mediocre film d’azione, in cui tutto sa di cartapesta? Ci si minaccia, ci si insulta, si arriva alla rissa, ci si spara, con più detonazioni che durante la Seconda Guerra Mondiale e alla fine si conclude: “Eravamo su Scherzi a Parte”. Precisando che il governo durerà ancora a lungo, magari fino alla fine della legislatura, perché abbiamo un programma, abbiamo un “contratto”, abbiamo dei doveri verso gli elettori. Doveri che, immaginiamo, non li fanno dormire la notte.
Questo governo non arriva nemmeno al livello dei film d’azione. Questi infatti, almeno, non annoiano. Mentre le baruffe fra Lega e Movimento 5 Stelle hanno stufato tutti. Le minacce non spaventano nessuno, e nessuno più prende sul serio questi mediocri attori.
Ecco perché non val la pena di commentare gli ultimi avvenimenti, le ultime peggio che drammatiche dichiarazioni, le ultime cannonate. Perché se non sono a salve lo sapremo quando produrranno gli effetti delle cannonate, e non soltanto un molesto rumore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 luglio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 18/7/2019 alle 15:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 luglio 2019
IL MISTERO CONTE
Sarò duro di comprendonio, ma Giuseppe Conte per me è un mistero. Recentemente minaccia, fa la voce grossa, rivendica i suoi poteri, mette in riga i suoi vice (soprattutto Salvini, ovviamente, dal momento che Di Maio è il suo dante causa). In una parola – lo registrano tutti i giornali – si comporta come fosse il Presidente del Consiglio. E non ci sarebbe niente di male, se lo fosse. E io non smetto di chiedermi: “Ma come fa a dimenticare che non lo è?”
Il Presidente del Consiglio dei Ministri è il cittadino incaricato dal Presidente della Repubblica di formare il nuovo governo. Ma questa formula astratta somiglia a quest’altra: “Giuridicamente nulla impedisce a un povero di comprare una Rolls Royce”. Nulla, certo. Nello stesso modo, se il Presidente della Repubblica incarica di formare il nuovo governo uno che non ha nessun particolare potere, l’incaricato avrà la carica formalmente, ma non l’avrà sostanzialmente. La vera carica di Presidente del Consiglio dei Ministri nasce dalla forza, dall’avere in pugno il partito più votato e in parte la coalizione di partiti che, costretti dalle circostanze, lo hanno mandato dal Presidente della Repubblica. 
Nel caso dell’attuale governo non è stato possibile avere un vero Presidente del Consiglio. Perché Di Maio ha posto il veto su Salvini e Salvini l’ha posto su Di Maio. E poiché di quella figura apicale, a termini di Costituzione, non si poteva fare a meno, si è messo un cappello sulla sedia. Ma quella sedia non mai stata occupata. A questo punto Conte può fare la faccia feroce quanto vuole, la realtà è quella che è. L’organigramma istituzionale è il seguente.
Al sommo c’è il Presidente Mattarella che passa il suo tempo a sperare che i ragazzi non facciano troppi danni. E personalmente fa quel che può.
Poi c’è Salvini, il quale è a capo del partito più votato alle recenti europee. Qualcosa che non dimentica mai. E infatti tutti sanno che potrebbe far cadere il governo sol che schioccasse le dita. Naturalmente le schioccherà quando penserà che la cosa gli convenga, ma in che situazione si troverà il giorno dopo è qualcosa cui preferiamo non pensare. Mai amati i film Horror. Ma una cosa è certa: Salvini dispone di un potere reale. Forse non fa cadere il governo per coinvolgere il Movimento nella prossima legge di stabilità, evitando che tutta l’impopolarità ricada sulla sola Lega.
Poi c’è Di Maio, che mi fa pensare a un famoso aneddoto. In un teatro lirico di provincia, il loggione fischiava ripetutamente il baritono, finché questi perse la pazienza e sbottò: “Fischiate me? Sentirete il tenore”. Il caso è chiaro: giovane è stato scelto in mancanza di meglio. Forse perché si presentava in modo decente dal punto di vista fisico e vestimentario. Ma non ha fondato il partito e non lo domina. Se domani Grillo e Casaleggio lo sconfessassero non gli rimarrebbe che fare le valigie. Se cadesse il governo, per lui sarebbe finita E non solo per lui. Non si vede quale altro Presidente del Consiglio nominerebbe ministro Toninelli.
E il resto del Parlamento? Marmaglia. Un momento: dimenticavo proprio Giuseppe Conte. 
Il caso di quest’uomo mi ricorda quello dei tanti che sono stati troppo coinvolti dalla parte recitata, fino ad agire in conformità ad essa e non in conformità al loro vero io. Nella pièce di Musset, Lorenzaccio dei Medici, che si è squalificato agli occhi di tutti apparendo complice del tiranno (mentre vuole soltanto avvicinarlo per ucciderlo) alla fine si rende conto che non potrà più riavere il suo onore. E uccide il tiranno, perché ormai è l’unica cosa pulita rimasta nella sua vita. Altro esempio, quello del falso Generale Della Rovere, che alla fine prende tanto sul serio il ruolo, da comportarsi e morire eroicamente, come avrebbe fatto il vero Generale. Forse per questo qualcuno ha detto: “Sorridete, anche artificialmente, stirando la bocca, e vi accorgerete che in parte state veramente sorridendo”.
Se teniamo conto di ciò, Conte diviene comprensibile. La parte gli ha preso la mano e lui dimentica che Salvini potrebbe rimandarlo alla sua università con un cenno del capo. E non per suo demerito, soltanto perché non è un vero Presidente del Consiglio. Ché anzi, proprio per questo una persona prudente non avrebbe accettato l’incarico. E se malgrado tutto l’avesse fatto, si sarebbe poi attenuto all’imperativo categorico - quasi una religione - di mantenere un profilo basso. Avrebbe schivato i giornalisti, avrebbe parlato poco, magari non avrebbe parlato per niente, come un vero cappello. 
E questo fa venire in mente un altro aneddoto. Un pulcino in Siberia stava per morire di freddo. Una vacca compassionevole lo raccattò e lo depositò in una grande, morbida e calda torta di merda che aveva appena scodellato. Il pulcino cominciò a riprendersi e per la gioia cominciò a fare: “Pio pio!” Un lupo affamato lo senti e ne fece un solo boccone. Morale: quando sei nella merda, tieni il becco chiuso.
Se Di Maio, andando a nuove elezioni,  ha qualche speranza di essere rieletto parlamentare, Conte, nel Movimento, incontrerà sempre l’ostilità di Di Maio. Perché questo ragazzo aspirava a divenire il Presidente del Consiglio dei Ministri (sic), e certo non spianerà la strada al suo possibile concorrente.
Il panorama politico è deprimente. Non rimane che la giustizia della storia e, prima di essa, l’ordalia di Dicembre.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 dicembre 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/7/2019 alle 7:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 luglio 2019
LA COSMOGONIA CI PRENDE IN GIRO
Perché tutto gira? Girano le galassie intorno a un centro, girano le stelle, gira il sole, girano i pianeti, girano anche i satelliti. Chi gli ha dato l’avvio perché tutti girino?
Io comincio osservando la mia tazza di tè. Sono un gran  bevitore di tè e so che il tè macchia. Perfino la porcellana. Per questo, visto che sul fondo rimane sempre qualche traccia di polvere di tè, ho preso la buona abitudine, una volta bevuta una delle mie innumerevoli tazzone, di metterci un po’ d’acqua, per diluire quel fondo, e dare un avvio di rotazione per pulire un po’ anche le pareti basse della tazza. E qui è nato il problema della cosmogonia.
Infatti, facendo roteare quel po’ d’acqua con i residui di polvere di tè, avviene che, a mano a mano che la rotazione si smorza, il residuo di polvere di tè si deposita al centro del fondo della tazza, A volte, nel momento in cui va concentrandosi, creando quei bracci che, in astronomia, caratterizzano le galassie cosiddette “a spirale”. Dunque, mi sono detto, è così che si sono formate le galassie. E perché – mi sono chiesto – quel residuo va a depositarsi al centro?
La mia risposta è stata: in periferia si ha la massima velocità e ciò trascina con sé i residui di tè, che sono un po’ più pesanti dell’acqua.  A mano a mano che la velocità rallenta, rallenta sempre di più al centro, rimanendo sempre più veloce in periferia. Sicché tutto ciò che è vicino al centro, non più sostenuto dalla velocità, va a fondo, mentre tutto ciò che ancora riesce a ruotare non va a fondo. Ovviamente alla fine cadrà qualcosa anche in periferia, ma l’impressione generale – provare per credere – è che tutta la sporcizia si sia fermata al centro del fondo della tazza. 
Come è ovvio, su scala planetaria il procedimento è estremamente lento, ed è questa la ragione per la quale Newton non ha detto sciocchezze, con la sua gravitazione universale. La materia, finché riesce a roteare, crea un vortice (anche se lentissimo) ma a mano a mano rallenta, cade verso il centro, e crea una stella. Infatti sono l’enorme pressione e l’enorme calore che si generano al centro di quella materia, quelli che innescano, a loro volta, la fusione nucleare e lo splendore del Sole..
Su scala umana, la Terra ruota costantemente alla stessa distanza dal Sole, ad una velocità sufficiente per non sfuggire all’attrazione di quell’astro e nel frattempo non tanto bassa da andare a cadere su di esso. Ma su scala cosmica, la Terra finirà col cadere sul Sole, esattamente come il Sole finirà con l’esplodere. 
La mia tazza di tè mi ha spiegato la gravitazione universale e la forma delle galassie, ma non ha risposto alla mia prima domanda: perché tutto ruota?
E si badi, questa rotazione non è uno scherzo. Se l’equatore è lungo all’incirca quarantamila chilometri, chi sta fermo su un punto dell’equatore, nell’arco delle ventiquattro ore, percorre quarantamila chilometri. Il che corrisponde a dire che quel signore, da fermo, è andato costantemente a 1.666 kmh, superiore di circa 300 kmh alla velocità di un jet supersonico.
Del resto, se non fosse così, e la Terra fosse lentissima, e ci mettesse un mese a fare un giro su sé stessa, la temperatura scenderebbe durante la lunga notte ad un livello tale, che cesserebbe di esistere qualunque forma di vita.
Ma che cosa ha fatto girare così la Terra? Ad ammettere che si sia formata accumulando, con la sua attrazione, materia sparsa nell’universo (del resto ancora oggi cadono asteroidi), e ammesso che essa cadendo, abbia dato una spinta per la rotazione, come mai sarebbe caduta sempre dal lato che accelerava la rotazione, e non dal lato che l’avrebbe rallentata?
E ammesso che comunque, per una causa che non conosco, il materiale sia caduto sempre dal lato che accelerava la rotazione, come mai ci sono due pianeti, Venere e Urano, che girano in senso inverso rispetto a tutti gli altri, nel nostro sistema solare? 
Ne ho, di dubbi. Ma la statistica vuole che fra i miei amici ce ne siano più colti di me. E per questo aspetto lumi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
16 luglio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/7/2019 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 luglio 2019
IL COMODO BUON SENSO DEL SUD
I terroni non hanno molte fortune, ma una certamente sì: sono autorizzati a dire male dei terroni. Anzi, peggio: a dire la verità. 
I test “Invalsi” sui risultati scolastici dimostrano che, in generale, la scuola italiana è cattiva, ma nel Sud è addirittura pessima. Si parla di “analfabetismo” in matematica, si dice che i ragazzini calabresi non capiscono un testo scritto in italiano, e via dicendo. E può essere interessante dare una spiegazione di questo divario. 
Certamente non si tratta di differenze fra razze. Già non esiste una razza italiana, figurarsi una razza italiana del Nord che si possa contrapporre a una razza italiana del Sud. Insomma i meridionali non sono più stupidi dei settentrionali. Se differenze ci sono – e ci sono – hanno altre cause.
Una storiella racconta che in un villaggio decisero di offrire del vino a quelli che non potevano permetterselo. Misero dunque una botte al centro della piazza e invitarono tutti quelli che possedevano vigne, o erano abbienti, a versarvi del vino, durante la notte. La mattina seguente si ebbero due notizie, una buona e una cattiva. La buona notizia fu che la botte era piena, la cattiva che era piena d’acqua. Perché ognuno aveva pensato che “gli altri” avrebbero messo dell’acqua, e nessuno aveva voluto essere l’unico ingenuo che aveva sprecato il suo vino.
Il civismo non nasce soltanto dal sentimento del dovere del singolo, ,a anche dalla convinzione che anche gli altri sentono quel dovere. E per questo ognuno si vergogna, all’idea di violare una legge che tutti rispettano. Se viceversa il singolo è convinto che tutti gli altri si comportano senza tenere il minimo conto del bene comune (e ciò senza correre il minimo rischio) si comporterà male anche lui, e lo farà con la serene coscienza di chi cerca di “non essere più fesso degli altri”. 
Il civismo è il risultato del condizionamento di una società che ha subito una lunga e positiva azione statale, fino ad avere un buon livello morale. Ecco perché il Nord, di fronte ad una Chiesa venale e ipocrita,  ha sentito il bisogno della Riforma. Ecco perché la Svezia o la Finlandia hanno un livello morale medio superiore a quello italiano. E non parliamo del Sud.
Il nostro Meridione è stato pressoché sempre una colonia e, quando non lè stato una colonia è stato comunque “sgovernato”. Fino a creare una frattura insanabile fra il singolo e la comunità. Gli amici sono “Cosa Nostra”, lo Stato è “Cosa Loro”. Dunque una caratteristica fondamentale del meridionale è una serena amoralità. Cosa che si riflette nel mondo della scuola.
Nell’ultimo mezzo secolo la retorica ufficiale (alias “stupidità corrente”) ha infinite volte affermato che i bambini vanno trattati come statuette di fragile baccarat. Che non vanno né rimproverati né, men che meno, bocciati. Ne potrebbero riportare dei traumi psichici. E comunque gli rovineremmo le vacanze estive. Si è detto compuntamente che l’intera classe deve viaggiare, come i convogli in mare, alla velocità del più lento. Insomma si sono dette tante di quelle sciocchezze, che alla fine i docenti per la maggior parte si sono rassegnati ad una nuova realtà, diversa da quella degli Anni Cinquanta, cioè l’era pre-Sessantotto. Il tempo barbaro in cui per essere promossi bisognava studiare. Dopo la coraggiosa liberazione dall’oppressione nozionistica, dopo l’esperienza del diciotto politico e degli esami di gruppo all’università, anche la Scuola Secondaria è arrivata a promuovere i “maturandi” al 97%. Prima, quando si studiava, la percentuale era molto più bassa, poi, quando l’esame divenne una benedizione urbi et orbi, tutti bravi. Salvo uno su trentadue.
E come reagirono i docenti, a tutto ciò? I migliori, quelli nutriti di un inossidabile e incongruo senso civico, resistettero fin dove poterono, per esempio al Nord, rischiando l’impopolarità, le proteste dei genitori, i ricorsi al Tar e tutti i fastidi che può avere una persona malvagia. Ché tale – si è detto – è un professore che boccia, anche se il ragazzo lo merita.
Al Sud le cose andarono diversamente. “¿I genitori, la società, i giornali, il Ministero, lo Stato vogliono che promuoviamo, fino a vietarlo nelle scuole elementari. Ebbene, perché mai dovremmo resistere? Forse che lo stipendio è commisurato a quanto imparano i ragazzi? E soprattutto, a me. chi me lo fa fare?” I siciliani, in questo campo, somigliano agli inglesi: solo che estendono il pragmatismo all’intero comportamento umano, senza limiti morali, religiosi, politici o di qualsivoglia genere. 
Dunque, dal punto di vista pragmatico, hanno ragione, se promuovono anche gli asini. Addirittura se agli asini danno i volti alti che al Nord non osano dare. L’Italia merita l’ignoranza del Sud. Chi gioca a fare il buonista non deve lamentarsi delle conseguenze di ciò che ha invocato. Chi chiama “bimbi” i ragazzi di dieci anni non deve meravigliarsi se si comportano da irresponsabili. Chi si preoccupa del “trauma psichico” di un ragazzo svogliato che il docente umilia per spronarlo, deve tenersi il ragazzo senza trauma psichico ma anche senza nozioni. Infine, chi dice che – come sosteneva Don Milani – non bisogna bocciare nessuno, perché si bocciano i figli dei poveri e degli ignoranti, mentre i figli dei signori sono sempre promossi, non può meravigliarsi se un mondo di “tutti promossi senza meritarlo” è poi composto di cittadini che il titolo di “asino” lo meritano. E si nega ai figli dei poveri il beneficio di una scuola seria.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/7/2019 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 luglio 2019
QUESTIONE DI VOLONTA' POLITICA
Premetto che, Matteo Salvini non mi è simpatico. E, se è per questo, non mi è simpatico neppure Donald Trump. Ma i politici sono come i giocatori di calcio: se segnano, sono bravi; se sono belli ed intelligenti, ma non segnano, sono brocchi. Un politico deve soltanto evitare di rendersi insopportabile, per esempio a forza di arroganza, come Matteo Renzi, ma all’antipatia si sopravvive. E infatti, dopo avere detto che Matteo Salvini mi è antipatico , aggiungo che personalmente ne sostengo l’azione. Il leader leghista seriamente ha scelto un unico argomento, l’immigrazione clandestina, e su quello campa alla grande.
Lasciamo stare il Papa che almeno  ha un suo speciale dante causa, se esiste. Ma tutti gli altri, gli uomini del Partito Democratico, molti giornali e molti intellettuali, come non capiscono che gli italiani l’immigrazione indiscriminata non la gradiscono? Come non capiscono che più si alleano con gli idealisti scervellati , più si allineano con i preti e i magistrati disposti a violare le leggi pur di andare contro Salvini, e più Salvini ha il sostegno dei cittadini? A volte si direbbe che non abbiano la minima nozione di democrazia. Il popolo effettivamente sbaglia, a volte, ma chi sono i governanti per disobbedirgli? Non è forse per obbedire al popolo che da un anno ci teniamo un governo di dilettanti e d’incompetenti? Non si può dimenticare questo sacrosanto principio soltanto perché un Ministro dell’Interno parla come un bullo di borgata.
E tuttavia sono talmente tanti quelli che riescono a boicottare l’azione di Salvini che alcuni dicono: “Se neanche lui riesce a porre un argine all’immigrazione irregolare, è segno che l’impresa è impossibile. Dunque è stato stupido tentarla”.
Obiezione, Vostro Onore. Ci sono mali senza rimedio, per esempio il cancro al pancreas, ma ad altri si può mettere rimedio, solo che si abbia il coraggio di affrontare un’operazione chirurgica. Nello stesso modo, ciò che frena Salvini non è un’impossibilità, ma l’insufficiente volontà politica della sua maggioranza. Basterebbero due semplici provvedimenti:
 I: Qualunque natante entri nelle acque territoriali italiane malgrado un preciso divieto delle autorità nazionali, viene sequestrato e venduto all’asta a profitto dello Stato. Oppure distrutto, come si fa con le imbarcazioni e i veicoli serviti al contrabbando. 
II: Chiunque venga salvato in mare potrà sbarcare a Lampedusa. Da quel momento risiederà in un centro di raccolta fino al rimpatrio nel Paese da cui proveniva il suo natante o a quello corrispondente alla sua nazionalità. Se no rimarrà a Lampedusa, con l’obbligo di accettare l’offerta di lavoro che lo Stato dovesse fargli per rifarsi delle spese del suo vitto e alloggio. 
A quel punto nessun natante oserebbe avvicinarsi alle nostre acque territoriali. Chi arrivasse a Lampedusa – salvo chi ottenesse asilo politico - rischierebbe di rimanerci invischiato. La spesa sarebbe notevole soltanto per breve tempo. Conosciuta la sorte di chi cerca di entrare in Italia illegalmente, nessuno ci proverebbe. Per far ciò, o qualcosa di simile, è soltanto necessaria la volontà politica. Del resto, basterebbe ricordare che la famosa “legge del mare”, della quale tutti si riempiono la bocca, impone di salvare dalla morte i naufraghi, non di accoglierli nel proprio Paese. Il riaccompagnamento a casa loro sarebbe un gentile regalo dell’Italia.
Le autorità italiane mi ricordano quei genitori disperati che non sanno come dominare i figli, dimenticando che, nei loro confronti, dispongono di tutte le briscole, dal due all’asso. Non è necessaria nessuna violenza e nessuna crudeltà: basta un po’ di coerenza e di fermezza. L’unica arma dei figli, nei confronti dei genitori,  è che costoro sono deboli, cedevoli e contraddittori. Nessuno si ostina a sbattere contro un muro, perché un muro, quando dice no, è no. Se i figli incontrassero dei “no” che non cambiano mai, capirebbero che significa quella parola. Nella realtà, come dicono gli anglosassoni, non considerano “no” una risposta. E allora prego, signori migranti,  si accomodino. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
8 luglio 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/7/2019 alle 5:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
9 luglio 2019
TUTTI CONTRO LA RAGGI
Un mesto articolo del “Corriere della Sera”(1) ci dice che Virginia Raggi, la sindaca di Roma, non è in rotta di collisione col Movimento 5 Stelle soltanto perché la collisione si è già avuta. Il giorno in cui è caduta l’ultima goccia - quella che fa traboccare il vaso - è stato l’otto maggio, quando la Raggi si è dimostrata d’accordo con l’assegnazione di una casa popolare ad una famiglia rom. Lei pensava di difendere degli emarginati, semplicemente perché avevano titolo giuridico, mentre Di Maio e compagni quel giorno avevano deciso di cavalcare la tigre. 
Comunque il casus belli è secondario. Il fatto è che la giovane sindaca e il Movimento non si parlano più. A quanto pare i pentastellati – con l’unica eccezione di Alessandro Di Battista - non aspettano e non desiderano che di vederla cadere. Perché è diventata “indifendibile”. Ed è vero: effettivamente la capitale è in condizioni pietose, soprattutto per quanto riguarda l’immondizia e i trasporti. 
Chi non fa parte del Movimento, e non lo ha nemmeno votato, non ha molta voce in capitolo per distribuire torti e ragioni. Ma forse in questa vicenda ci sono delle evidenze che sfidano la faziosità. Infatti il Movimento non ha nessun diritto, nemmeno teorico, di condannare Virginia Raggi. 
Durante la campagna acquisti del calcio tutti i dirigenti fanno il possibile per accaparrarsi i migliori attaccanti e i migliori difensori. Ma immaginiamo che i dirigenti di una società usino un criterio diverso: non vogliono i migliori giocatori, ma i giocatori più belli. E infatti mettono su una squadra di marcantoni. Purtroppo, sin dalla prima partita, gli Adoni cominciano ad incassare tanti goal, da provocare l’ilarità di tutto il mondo del pallone. Ma sono colpevoli i giocatori? Se si è scelto il criterio della bellezza, rimproverare ai ragazzi di non avere altri meriti è assurdo. 
Nel caso della Raggi, basterà osservare che i criteri del Movimento sono stati due. Motivo di esclusione, l’aver fatto parte di “quelli là”, cioè l’aver già fatto politica, col rischio di esserne divenuti dei professionisti. Cioè dei competenti. Motivo di scelta, solo uno: l’onestà. Fra l’altro i due criteri sono stati elevati al livello teorico, sostenendo che uno vale uno, e cioè che quello che ha fatto e fa il migliore politico può farlo, e meglio, il primo che passa, purché sia onesto. Ora la Raggi non era una professionista della politica e, per quanto ne sappiamo, si è sempre comportata da persona perbene. In cosa è venuta meno al suo giuramento?
Inoltre, per difenderla sarebbe facile notare che per raddrizzare le sorti della capitale sarebbe stato necessario non un professionista, ma addirittura un genio della politica, dell’amministrazione e della finanza. E non è detto che sarebbe bastato. Come si può rimproverare ad una giovane donna di non esserci riuscita? Qualcuno potrebbe dire che lei stessa non avrebbe dovuto accettare la carica, non essendone all’altezza, ma questa è un’idea liberale. Il Movimento invece ha detto che uno vale uno, purché sia onesto.
È a Beppe Grillo, a Casaleggio padre, e a tutti coloro che si sono atteggiati a profeti di questa nuova politica, che bisogna rimproverare di avere ingannato la Raggi. E di avere detto scemenze colossali. Scegliendo i dirigenti dalla strada, come agli albori del neorealismo cinematografico, non era ovvio che si sarebbero affidati compiti importanti a degli incompetenti e perfino degli ignoranti? I tedeschi con la spazzatura creano energia elettrica, e si fanno pagare per accettare i nostri scarti, mentre a Roma la spazzatura è stata affidata a ratti, gabbiani e cinghiali, per fortuna incensurati.
La Raggi non va assolta per non aver commesso il fatto, ma perché il fatto non costituisce reato. Lei ha messo nell’adempimento dei suoi compiti tutta la sua onestà e tutta la sua buona volontà: e tanto dovrebbe bastare. Il sistema del Movimento legittima i congiuntivi sbagliati di Di Maio e le dichiarazioni di Toninelli, che fanno tremare le colonne del tempio. Perché essere severi soltanto con la Raggi? Lo stile del Movimento prescinde da tutto, salvo che dalle sue utopie morali. Lo si è visto quando, dopo la caduta del Ponte Morandi, il nostro Primo Ministro Giuseppe Conti, professore universitario di diritto, ha detto che, per l’attribuzione dell responsabilità della Società Autostrade, non era necessario attendere le sentenze della magistratura. Dunque non soltanto il Movimento non impone la conoscenza del diritto, ma impone, a chi per caso lo conoscesse, di dimenticarlo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 luglio 2019
(1)https://www.corriere.it/cronache/19_luglio_07/sconfessata-suoiattaccata-avversarila-solitudine-raggi-41990576-a0e6-11e9-b20c-12356eab285e.shtml



permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/7/2019 alle 8:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 luglio 2019
QUANTO DURERA' QUESTO GOVERNO?
La durata dell’attuale governo è una costante degli argomenti politici. E per questo ci si aspetterebbe un più o meno unanime consenso, al riguardo. Invece la maggior parte è assolutamente sicura che questo esecutivo non durerà a lungo – la primavera prossima sembra un orizzonte invalicabile – mentre una parte minore, ma non meno risoluta, pensa che esso durerà a lungo, probabilmente l’intera legislatura, tanto forte è l’interesse della maggioranza a farlo durare. A questo punto la prudenza consiglia di non prendere posizione. Inutile scegliere una soluzione per poi avere una possibilità su due di proclamare: “ Ve l’avevo detto”. Per questo, basta gettare in aria una monetina.
Il meglio che si possa fare è esaminare quali ragioni militano in favore dell’uno o dell’altro esito, premettendo però che già in questo programma è insito un errore: quello di esaminare la situazione sulla base dei dati attuali, mentre nulla ci dice quali saranno i dati obiettivi fra sei mesi, un anno o due anni. Dati che potrebbero essere tanto diversi da quelli attuali, da giustificare una soluzione che oggi si giudicherebbe assurda. 
Il primo dato a favore della durata del governo è l’inverosimile successo elettorale del Movimento 5 Stelle alle elezioni del marzo 2018. La Democrazia Cristiana poteva permettersi di cambiare governo e Presidente del Consiglio una volta l’anno o quasi perché il successivo governo, se non era zuppa, era pan bagnato. Le stesse elezioni politiche producevano spostamenti impercettibili, tanto che le grandi sorprese mancavano regolarmente. In quarant’anni si ricordano le elezioni del 1948 e del 1953 (che più che una sorpresa costituirono un sospiro di sollievo) e le elezioni del 1976, perché fecero temere una futura vittoria del Pci. Ora invece il Movimento 5 Stelle tiene stretto in mano il suo 32,7% del 2018 perché sa benissimo – come si è visto in tutte le successive elezioni – che quella percentuale non la rivedrà mai più. Già allora il Movimento non la meritava, ma dopo la prova concreta del governo, essa è divenuta lunare. Se cade il governo, il prossimo non includerà il M5S; e se si interrompe la legislatura, almeno la metà dei parlamentari “grillini” non tornerà alla Camera o al Senato. Anche a non essere vero, è comunque ciò che, prudentemente, pensano nel Movimento. E per conseguenza ogni mattina rinnovano la colla sugli scranni, prima di rimetterci sopra le terga.
Naturalmente c’è un limite, a questa resistenza. Innanzi tutto, ciò che essi non farebbero mai potrebbe farlo qualcun altro. Un altro che si chiama Matteo Salvini. Quando questi si convincesse che gli conviene far cadere il governo o interrompere la legislatura, non esiterebbe un instante. E purtroppo non sappiamo quale sarebbe il momento o la causa che gli consiglierebbero questa azione. In questo campo i commentatori si limitano a ragionarci su, senza giungere a nessuna seria conclusione.
In secondo luogo Salvini potrebbe tirare la corda fino a porre il Movimento dinanzi all’alternativa di piegarsi e snaturarsi, accettando di votare un provvedimento che è la negazione stessa dei suoi ideali, o far cadere il governo.   Se l’idea di abbandonare il potere non è allettante per Di Maio e compagni, è anche vero che, tradendo le fondamenta stesse del Movimento, si precluderebbero  ogni futuro politico. E lo precluderebbero anche al loro partito. Come sapere in anticipo se preferirebbero la padella o la brace? Soprattutto pensando che Salvini potrebbe usare questo stratagemma o per strappare un provvedimento che conviene soltanto alla Lega, o per far cadere il governo addossandone poi la colpa agli alleati.
E questi sono soltanto i fattori interni. Poi c’è sempre il macigno dell’economia. Tutti sono stati contenti del fatto che l’Italia sia riuscita ad evitare, per la seconda volta in sette mesi, la procedura d’infrazione, ma dimenticano che queste due vicende hanno dimostrato che abbiamo un governo di Pulcinella. Ambedue le volte, dopo mille rodomontate e mille minacce granguignolesche, i nostri eroi si sono rimangiati i programmi confermati fino al giorno prima e si sono allineati con la coda fra le gambe a ciò che imponeva Bruxelles. Niente di disonorevole, se prima fossero stati zitti, ma sparare vanterie e programmi titanici per poi rifiutarsi di salire sul ring al momento della sfida, e  mentre tutto il pubblico guarda, non è che sia un bello spettacolo.
La seconda cosa che si dimentica, è che probabilmente l’Europa non ha creduto una parola delle nostre rassicurazioni. Ma aveva interesse a far finta di crederci. E ciò perché da un lato non è che fosse chissà che grande sforzo, concedere qualche mese in più, soprattutto pensando che la severità avrebbe potuto avere conseguenze negative nei mercati per tutta l’Europa. E poi attualmente si parlava di soli sette miliardi. La resa dei conti – ineludibile, quella, “incontournable”, dicono i francesi - è in programma per l’autunno. Allora non ci saranno santi o barili di cui raschiare il fondo. Allora si tratterà non di sette e mezzo, ma del banco, un banco di decine di miliardi – tra quaranta e cinquanta – e non c’è modo di ottenerli con un gioco di prestigio. Ecco quando potrebbe cadere il governo. Perché – a quanto sembra oggi – o non sarà in grado di affrontare il problema (chi lo sarebbe?) o lo affronterà e ne ricaverà un’impopolarità tanto immeritata (perché il problema nasce da decenni di imprudenze) quanto devastante. Speriamo che la gente si limiti ai forconi.
E con questo non abbiamo preso in considerazione i fattori ’imprevisti. Fattori che mi fanno sorridere di coloro che dichiarano chiusa la finestra della elezioni anticipate. Tiresia era cieco, ma ci azzeccava.Molti invece ci vedono, ma evidentemente non guardano al passato. Nessun governo ha mai programmato di cadere, e tuttavia moltissimi sono caduti, anche quando meno se l’aspettavano. 
Il caso e le sorprese sono spesso ignorati dai libri di storia per le scuole, quasi che il Buon Dio avesse messo le nostre vicende su un binario obbligato. In realtà, tra follie, casualità, combinazioni e imprudenze, la storia va avanti come un cieco ubriaco.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 luglio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/7/2019 alle 10:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 luglio 2019
LA SINISTRA NON COMPRENDE IL POPOLO
Un articolo del Wall Street Journal
Una persona ha perso l'elezione contro Donald Trump. Hillary Clinton ha scritto un libro riguardo a questa dolorosa esperienza. "Ciò che è avvenuto". Una nota dedicata a quei candidati democratici alla Presidenza che lavorano per evitare di ripetere la disfatta della signora Clinton: rileggete il suo capitolo intitolato "Strade di Campagna".
Perfino i commentatori liberal esprimono qualche allarme riguardo al hara-kiri di massa che il campo democratico ha commesso sul palco del dibattito della settimana scorsa, almeno per gli argomenti riguardanti la sanità e l'immigrazione. Essi ammoniscono sommessamente che 150 milioni di americani hanno l'assicurazione della sanità privata e non accetteranno senza protestare la sua eliminazione. Fanno notare che è possibile che una significativa maggioranza di americani sia simultaneamente a favore di un processo di cittadinanza legale, opponendosi nel contempo alle frontiere aperte.
Tuttavia, ciò che manca in tutte queste parole è la minima menzione dell'altra categoria dell'estremismo ideologico della settimana scorsa, il cambiamento climatico. Del tutto l'opposto. L'élite intellettuale si sta molto lamentando del fatto che i candidati non abbiano avuto più tempo per promettere ai loro spettatori piani radicali per far fronte a questa minaccia "esistenziale". Questa potrebbe rivelarsi la scommessa più autolesionista dei democratici nel 2020.
Chiedete all'ultima perdente. Molte delle scuse della signora Clinton per la sua sconfirtta sono difficili da prendere sul serio, ma il suo libro dedica un capitolo al commento del suo massimo rimpianto. Nel marzo del 2016, nel municipio dell'Ohio, la signora Clinton si vantò sul palco che la sua amministrazione aveva l'intenzione di "mandare fuori mercato un mucchio di minatori di carbone e imprese del carbone. I repubblicani usarono questo argomento alla grande, e la signora Clinton riconosce che ciò le provocò un immenso danno presso i votanti della classe operaia. 
Il candidato Barack Obama disse praticamente la stessa cosa nel 2008, quando promese di "far fallire" l'industria del carbone. Se la cavò perché la politica del cambiamento climatico fu bloccata a Washington, e pochi riconobbero questa minaccia. Al momento in cui arrivò la sig.ra Clinton l'industria e i lavoraori avevano sofferto anni di regolamenti climatici estremamente oppressivi. Trump ha promesso che li avrebbe liberati, ed ha mantenuto la promessa.
Questo rende l'argomento ancora più letale per i democratici, stavolta. Parecchie fasce del Paese ora comprendono la sofferenza economica di un regime di clima, che essi hanno visto applicato da Obama attraverso i suoi decreti regolamentari. Ogni democratico ha promesso che ne avrebbe fatto una priorità, ed essi hanno questo modello di Obama. Trump renderà chiaro che l'elezione di un democratico garantisca un immediato ritorno ad economie rurali in lotta per sopravvivere.
Il Presidente avrà un consenso ancora maggiore quando spiegherà le ineludibili realtà delle proposte in questo campo, la maggior parte delle quali fanno apparire inconcludenti le ambizioni di Obama e di Clinton riguardo al clima. Obama era ostile al carbone, alle pipeline ed a qualche perforazione in alto mare. Ma nello stesso tempo egli ha furbescamemte (se non in silenzio) permesso la rivoluzione dell'estrazione via fracking per favorire ed aiutare a mantenere a galla un'economia in rallentamento. Questi democratici non hanno una simile tolleranza; i loro piani sono assassini spietati dei posti di lavoro.
Elizabeth Warren, per esempio, promette di imporre una moratoria su tutte le nuove perforazioni in mare o in terra sin dal suo primo giorno in carica .- mettendo fuori gioco una notevole percentuale della produzione statunitense di petrolio e gas. Decine di migliaia di posti di lavoro e miliardi di royalty per i governi degli Stati e per quello federale svanirebbero. Bernie Sanders metterebbe al bando tutte le perforazioni offshore, e bandirebbe anche l'energia nucleare. Altri candidati si nascondono dietro appelli alle emissioni "zero assoluto" per certe date, ma l'effetto è lo stesso. Realizzare quegli obiettivi cancellerebbe interi settori: perforazioni, raffinazione, terminali di gas liquido, installazione di pipeline, manifattura e tutto l'indotto che sostiene queste aree
I leader democratici inizialmente ci assicurarono che il New Deal Verde era un (inverosimile) progetto. Ma i piani reali dei candidati rendono chiaro l'impressionamente controllo governativo necessario per far funzionare l'agenda del clima. Perfino Joe Biden la scorsa settimana ha promesso di eliminare tutti i camioncini diesel dei suoi sindacalisti, spiegando che desiderava mezzo milione di stazioncine di ricarica e un "futuro di auto esclusivamente elettriche" nel 2030. Vedete l'effetto che può avere ciò nel Michigan e nella Pennsylvania rurali.
I democratici sono coscienti che tutto ciò è veleno per i votanti della classe operaia che essi hanno bisogno di riconquistare. Ecco perché la maggior parte aggiunge la promessa di investire miliardi per "riqualificare" intere comunità. Ma i proprietari terrieri, i lavoratori delle fattorie e gli allevatori non desiderano essere le cavie dell'esperimento della sinistra verde, e non si fidano dei politici portatori di vaghe promesse per creare lavori "rinnovabili" per loro, un giorno.
Sembra che i democratici allegramente non si rendano conto del risultato politico di questo approccio massimalista, localmente e globalmente. I votanti dello Stato continuano a rigettare le iniziative elettorali per le carbon taxes (tasse sulle emissioni NdT). I "Quiet Australians" (gli Australiani silenziosi) recentemente hanno strigliato gli allarmisti del clima rieleggendo il Primo Ministro conservatore Scott Morrison. La Francia ha speso mesi lottando contro i "gilet gialli", che protestano per i costi del carburante e le tasse.
I votanti si interessano di immigranti e sanità. Ma l'agenda climatica del 2020 è un diretto assalto alle cose cui tengono di più: il lavoro, la prosperità, l'elettricità e i prezzi della benzina, le scelte individuali. I democratici mettono le mani in queste cose a loro rischio e pericolo politico.
Write to kim@wsj.com. 
Traduzione di Gianni Pardo. Non dispongo di altri dati sull'articolo, che riporto in calce..

Originale 
One person has lost an election to Donald Trump.Hillary Clinton wrote a book about that painful experience, “What Happened.” Note to all those Democratic presidential contenders working to avoid repeating Mrs. Clinton’s failure: Review her chapter called “Country Roads.”
Even liberal commentators are expressing some alarm over the mass hara-kiri the Democratic field committed on stage in last week’s debate, at least on the issues of health care and immigration. They are gently warning that 150 million Americans have private health insurance and won’t take kindly to its elimination. They note that it is possible for a significant majority of Americans to be simultaneously in favor of a path to legal citizenship and opposed to open borders.
Yet missing in all these words to the wise is any mention of last week’s other category of ideological extremism: climate change. Quite the opposite. The intellectual elite is griping that the candidates didn’t have more time to wow viewers with their radical plans for tackling this “existential” threat. This may prove the most self-defeating Democratic bet of 2020.
Ask the last loser. Many of Mrs. Clinton’s excuses for her loss are hard to credit, but her book devotes a chapter to the comment she most regrets. At a March 2016 town hall in Ohio, Mrs. Clinton bragged on stage that her administration was “going to put a lot of coal miners and coal companies out of business.” Republicans used this to great effect, and Mrs. Clinton acknowledges it did her huge damage among working-class voters.
Candidate Barack Obama said much the same in 2008, when he vowed to “bankrupt” the coal industry. He got away with it because climate-change policy was gridlocked in Washington, and few recognized his threat. By the time Mrs. Clinton came along, the industry and workers had suffered years of crushing climate regulations. Mr. Trump promised to liberate them, and he has followed through.
Which is what makes the issue even more perilous for Democrats this time. Swaths of the country now understand the economic pain of a climate regime, which they watched Mr. Obama implement through regulatory fiat. Every Democrat has vowed to make it a priority, and they have that Obama blueprint. They don’t need Congress. Mr. Trump will make clear that the election of a Democrat guarantees an immediate return to struggling rural economies.
The president will get even more traction explaining the inescapable realities of this field’s proposals—most of which make Obama-Clinton climate ambitions look meager. Mr. Obama was hostile to coal, pipelines and some offshore drilling. But at the same timely he shrewdly (if quietly) allowed the fracking revolution to thrive and help keep the laggard economy afloat. These Democrats have no such tolerance; their plans are extreme job slayers.
Elizabeth Warren, for instance, promises to impose a moratorium on all new offshore and onshore drilling leases her first day—taking a significant percentage of U.S. oil and gas production offline. Tens of thousands of jobs and billions in royalties for federal and state governments: gone. Bernie Sanders would ban all offshore drilling, and also ban nuclear energy. Other candidates hide behind calls for “net zero” emissions by certain dates, but the effect is the same. Hitting those targets would erase entire sectors—drilling, refining, liquid-natural-gas terminals, pipeline installation, manufacturing and all the industries that support those areas.
Democratic leaders initially assured us the Green New Deal was a (far-fetched) blueprint. But the real candidate plans make clear the awesome government control necessary to make a climate agenda work. Even Joe Biden vowed last week to take away all his union members’ gas- or diesel-powered pickup trucks, explaining he wanted 500,000 charging stations and a “full electric-vehicle future” by 2030. See how that plays in rural Michigan or Pennsylvania.
Democrats are aware this is toxic for the working-class voters they need to win back. That’s why most lead with patronizing promises to invest tens of billions to “retrain” entire communities. But ranchers, farmers, factory workers and wildcatters don’t want to be the guinea pigs of the left’s green experiment, nor do they trust politicians who come bearing vague promises to create “renewable” jobs for them one day.
Democrats seem blithely unaware of the political record of this full-on approach—locally and globally. State voters continue to reject ballot initiatives for carbon taxes. “Quiet Australians” recently rebuked climate alarmists by re-electing conservative Prime Minister Scott Morrison. France has spent months wrestling with the “yellow vests,” who protest fuel costs and taxes.
Voters care about immigration and health care. But the 2020 climate agenda is a direct assault on the things they prize most—jobs, prosperity, electricity and gasoline prices, individual choice. Democrats go there at their political peril.
Write to kim@wsj.com.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/7/2019 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 luglio 2019
IL BRADISISMO VERSO L'ABISSO
Il commentatore – se non l’editorialista – è qualcuno che, di fronte agli eventi, sente in sé una reazione intellettuale che reputa degna di comunicare al prossimo. In questo campo la migliore definizione l’ha forse data, parlando di sé, Victor Hugo, quando si è definito “l’écho sonore du siècle”, l’eco sonora del secolo. Grande poeta, Hugo, ma per fortuna l’Ottocento francese ha avuto storici migliori di lui. 
Il grande commento richiede comunque una grande azione. Tucidide non sarebbe stato il genio che è stato se si fosse occupato di gossip a Hollywood. Perché neanche un genio può far brillare l’argilla come un diamante. È di fronte agli avvenimenti che richiedono grandi interpretazioni che rifulge l’arte dello storico. O addirittura del filosofo della storia. 
Purtroppo, accanto ai momenti napoleonici, esistono i decenni – a volte i secoli – di storia minore, al sapore di “business as usual”. Quei lunghi anni che costituiscono l’incubo degli studenti, perché, se obbligati a studiarli, saprebbero di dover imparare avvenimenti insignificanti, con attori insignificanti, soltanto per superare l’esame. E poi buttare il libro.
Spesso, il fatto che ci si stia occupando del presente ci fa esagerare il valore di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Se fosse annunciato per domani l’aumento del 40% del prezzo della benzina, tutti faremmo un salto sulla sedia. Ma – onestamente – quanto interesserebbe un simile avvenimento allo storico del 2050?
Ecco perché, se non si ha un’acuta sensibilità per il presente o se, ponendolo sul piano del lungo termine, lo si dichiara insignificante, in questi momenti si sarebbe lieti di poter “marcare visita”, darsi malati, non esserci per nessuno. Se lo spettacolo è troppo scadente, benché a colori e su grande schermo, è comprensibile che si rimpianga la propria poltrona, magari per rileggere una tragedia di Sofocle.
È il dramma dell’Italia e perfino dell’Europa attuale. Si potrebbe pensare che stiamo correndo verso il disastro, ma non è così. Ché anzi, se fosse così, forse sarebbe meglio. Forse qualcuno si sveglierebbe e cercherebbe di metterci rimedio. La realtà è che non stiamo affatto correndo. Il nostro è un bradisismo verso l’abisso. Il nostro continente, e l’Italia in primis, sembrano accettabilmente prosperi, accettabilmente potenti, accettabilmente democratici. Ma sempre meno. Dicono che una rana, in una pentola d’acqua fredda, si lasci bollire se si fa salire la temperatura a poco a poco. Sono sicuro che è una fandonia: non appena la rana avrà caldo, salterà via. Ma è vero il principio: se un fenomeno è troppo lento, di fatto diviene impercettibile. Chi direbbe, guardando la lancetta delle ore, che essa è in continuo movimento?
Così il bradisismo della nostra decadenza ci fa dormire sonni tranquilli. Soprattutto durante una tormenta di ipocrisia come quella che ci affligge. Gli uomini, immorali come sempre, fanno a gara a chi si mostra più idealista, più intransigente, più morale. La logica non vale niente. Si parla di aiutare tutti i bisognosi dell’Africa, dimenticando quanti sono loro e quanti siamo noi. E quanti disoccupati abbiamo, soprattutto fra i giovani. Siamo tutti lì a roteare la scimitarra contro la corruzione ma corriamo tutti a raccomandare i nostri figli per non farli bocciare (Dio non voglia che rinuncino a una parte della loro ignoranza!), e vorremmo che tutti i conflitti e tutti i problemi fossero risolti dai magistrati. Come se la legge potesse tutto e come se  coloro che l’amministrano fossero infallibili. Tutto un mondo di deliri incrociati in cui il buon senso ammutolisce, sapendo di non avere interlocutori.
L’Europa prima minaccia all’Italia la procedura d’infrazione per debito eccessivo, poi ci ripensa. Forse il nostro debito non è eccessivo, forse avevano visto male. Nel frattempo i nostri eroi modello Matteo Salvini, fino al giorno prima dichiarano “Noi tireremo diritto”, e poi non parlano più dei loro faraonici progetti, modello tassa piatta, e miracolosamente trovano sette miliardi e mezzo per pareggiare i conti. E l’Europa fa finta di crederci. Ma ci rinvia a ottobre. Chissà come sarà il nostro debito, a ottobre. Chissà come sarà la nostra Iva, a dicembre. 
Comunque il bradisismo avrà l’ultima parola. Visto che c’è gente che racconta la storia della rana nella pentola, racconto io un apologo siciliano. Un tizio aveva avuto dalla sua asina un puledrino che era un amore. E per gioco, ogni mattina lo prendeva in braccio e lo sollevava da terra. Ma il  puledro cresceva e diveniva sempre più pesante. Finché sollevarlo divenne una fatica improba e una certa mattina, per lo sforzo, invece di sollevare l’asino, l’uomo cadde a terra, stroncato da un infarto. Così l’Italia e l’Europa che hanno esaurito le possibilità che offriva il loro modello di società, vivono per inerzia, sull’abbrivio di una civiltà morente. 
È questo che condanna i grandi imperi. Nel V secolo dopo Cristo, Roma era ancora sfavillante di marmi. Era l’immagine stessa della civiltà e della potenza. Ma soltanto l’immagine. Perché i marmi non sanno combattere, e ormai non sapevano farlo neppure i romani. Dunque erano destinati ad inchinarsi ai barbari. E fu quello che avvenne quando il bradisismo ebbe una accelerazione e si chiamò terremoto.
Gianni Pardo



permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/7/2019 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 luglio 2019
COME PERDERE SUL ROSSO E SUL NERO IN ECONOMIA
Discutere le leggi dell’economia è vano quanto discutere la legge di gravità. Ma questa frase non si adatta ad ogni genere di economia. Si adatta a quella della massaia che spende bene i suoi soldi al mercato, cercando di avere il meglio col denaro che ha. Senza mai rischiare la fame e senza mai rischiare il fallimento.
Non si adatta affatto invece alla macroeconomia, l’economia in cui mette le mani lo Stato. Questa ha tutta un’altra logica, che ha ben poco a che vedere con la mentalità della massaia. Lo Stato ha il potere di battere moneta, di rubare, di prevaricare, di delinquere ed anche di fallire. Infatti non maneggia soldi suoi ed è guidato da gente che ha come sola preoccupazione quella di indovinare se riuscirà a galleggiare bene dopo le prossime elezioni. Il popolo, il futuro della nazione, la sorte dei cittadini cui si sono fatte tante promesse, tutte balle. Persino quando un uomo di Stato, non un piccolo politico da quattro soldi, pensa di fare qualcosa di grandioso per il Paese, non lo fa per il Paese, ma per la propria gloria. Per la propria vanità. Tanto che, quando si riesce ad identificare qualcuno la cui personalità non rientra nel quadro tremendo che si è delineato, come Charles De Gaulle, si sa di essere di fronte ad un indimenticabile gigante della storia.
Ma torniamo all’economia. Questa, dal punto di vista dello Stato (qualunque Stato)  non deve rispondere ai principi più ovvi – per esempio che non si può spendere più denaro di quanto si abbia – perché, per quanto riguarda il denaro, lo Stato ha il potere di crearne quanto ne vuole. E lo fa sottraendo ricchezza, con l’inflazione, a chi se l’è guadagnata, per darla a chi non se l’è guadagnata. Se si accorge che i singoli agiscono per il loro interesse (esattamente come i politici) cerca di demonizzarli, di educarli, di punirli. Lo Stato prima della ricchezza del popolo pensa al suo riscatto morale. Così tenta in tutti i modi di falsare il mercato per motivi etici. Il risultato è che mentre un euro nelle mani di una massaia rende il massimo del suo valore, un euro nelle mani dello Stato spesso è sprecato, a spese della comunità. Ma, anche se glielo si fa notare, lo Stato non batte ciglio: il valore morale delle sue intenzioni vale più delle conseguenze per i poveracci che questi lussi morali non possono permetterseli.
Purtroppo, quando la società si accorge di tutto ciò, non pensa affatto a cambiare strada. Pensa che lo Stato debba intervenire ancora di più nell’economia. Pensa che bisogna punire ancor più severamente chi fa i propri interessi, anche se in quel modo crea più ricchezza per il Paese. Perché “in generale” siamo tutti idealisti, e “in concreto” siamo tutti egoisti. Ma siamo fregati dalla suggestione del punto di vista “generale” e non osiamo dichiararlo sbagliato. Anche se poi, se qualcuno lo fa, come Salvini, lo sommergiamo sotto una valanga di voti.
Ecco un esempio. La società italiana produce un numero insufficiente di laureati e una parte di questi laureati, magari i migliori, vanno poi a lavorare all’estero. E ci rimangono. Bisogna ricordare che, per portarli alla laurea, lo Stato ha speso molti soldi, infinitamente di più di ciò che gli studenti pagano come tasse universitarie. Se così non fosse, non esisterebbe il numero chiuso in medicina: basterebbe assumere più professori, costruire nuovi immobili, creare nuove aule universitarie, aprire nuovi laboratori, moltiplicare le cliniche universitarie e via dicendo. Fra l’altro sarebbe una manna per i posti di lavoro. Invece lo Stato, parlando degli studenti, dice: “Non me ne posso permettere più di tanto, e così scelgo i migliori”. Solo che poi questi migliori, una volta divenuti dottori, vanno all’estero. E i nosocomi italiani – è su tutti i giornali – hanno carenza di personale. Ipotizzano di richiamare in servizio i medici in pensione, di chiedere aiuto ai medici militari o agli specializzandi. Sicché oggi è come se noi preparassimo con grande cura e spese dei prodotti alimentari di lusso che poi mandiamo all’estero perché gozzoviglino, gratis, i cittadini di altri Paesi. Mi chiedo quante migliaia di medici italiani operino in Gran  Bretagna.
Nel frattempo – anche questo è su tutti i giornali – siamo sommersi da un’alluvione di immigrati clandestini, per la maggioranza analfabeti o comunque senza un mestiere. Qual è il significato economico di tutto ciò?
La società italiana paga male i laureati. Forse pensando alla famosa uguaglianza di Beppe Grillo, secondo la quale uno vale uno. Ho così saputo che Albert Einstein non vale più di me, e la cosa mi ha molto consolato. In compenso quella stessa società cerca di pagare i poveri più di quanto offrano i datori di lavoro, per esempio stabilendo salari minimi, punendo il lavoro nero, e via dicendo. 
Ma qual è il risultato finale di questi due fenomeni? Per i laureati non c’è modo di fermarli. Non soltanto l’Italia è un Paese libero da cui ci si può allontanare se soltanto lo si vuole. Ma anche a rendere difficili gli espatri, come faceva l’Unione Sovietica, non è che poi il risultato sia stato la prosperità. Dunque i professionisti vanno dove li si tratta meglio e li si paga meglio, secondo l’economia della massaia. Nel frattempo i migranti arrivano a decine di migliaia perché con la metà del salario minimo europeo nutrono sé stessi e le famiglie lasciate a casa molto meglio che se fossero rimasti in Africa o nell’Europa orientale. Ma non basta. Dal momento che, per quelle che sono le condizioni obiettive dell’economia italiana, i poveri sono ancora troppo ben pagati, gli immigranti vanno ad occupare il vero posto di lavoro che offre la società italiana: cioè, a parte la delinquenza,  il lavoro in nero, per una paga inferiore al giusto. Inferiore al giusto persino per i nostri standard. E questo senza nessuna garanzia riguardo agli infortuni, alle malattie, all’invalidità e alla vecchiaia. L’economia, ed anche la giustizia, vorrebbero che i poveri “regolari” fossero pagati un po’ di meno, e i lavoratori “irregolari” fossero pagati un po’ di più, perché i due tipi di lavoro dovrebbero convergere. Quando Di Maio parla di salario minimo di nove euro l’ora (che non si permettono nemmeno Paesi più ricchi di noi) non sa che sta predicando la creazione di una casta di privilegiati, quelli che avranno un posto nelle nuove condizioni, mentre molte imprese dovrebbero chiudere, non potendosi permettere una mano d’opera così cara (considerando anche lo schiacciante cuneo fiscale). 
L’intervento dello Stato per motivi asseritamente morali ma in sostanza demagogici, distorce la realtà economica, fino ad ottenere il contrario del risultato sperato. L’Italia, moralmente impettita e pronta a dare lezioni a tutti, proclama che i poveri dovrebbero essere pagati bene e poi tollera che migliaia e migliaia di poveracci senza arte né parte vivano ai margini della società, e della legalità, sperando di lavorare per chi, correndo qualche rischio legale, è disposto a sfruttarli. Ma si fa pagare anche il rischio. E la nostra società buonista riesce a non vedere chi coltiva i nostri campi e raccoglie la nostra frutta, per un salario da negrieri. 

Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/7/2019 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 giugno 2019
ISTANBUL PUO' ANCORA RISORGERE?
Le civiltà, ha scritto il poeta Paul Valéry, sono mortali. E infatti molte sono morte. Ma alcune di loro sono nate sul sito dove precedentemente si erano sviluppate altre civiltà, quasi fosse un terreno fertile per quel miracolo. Per esempio, il Rinascimento sullo stessa penisola di Roma. E altre, addirittura, sono risorte decine di secoli dopo essere morte: basti pensare che oggi c’è un Paese la cui lingua ufficiale è l’ebraico. 
Se consideriamo il punto di vista politico, la civiltà romana è definitivamente morta. Ma, diversamente dalla civiltà faraonica, pure durata migliaia di anni, la civiltà romana ha lasciato tanti figli e tante tradizioni, da chiedersi se non si sia trattato di una morte apparente. Roma non è più caput mundi, ma il latino – per non parlare del suo alfabeto - è la base di alcune delle più importanti lingue; il diritto romano ha influenzato il mondo intero;  la civiltà romana è stata tanto apprezzata e tanto rimpianta, da prolungarsi in  simulacri viventi, come il Sacro Romano Impero. E comunque Roma è viva nell’apprezzamento della minima traccia che essa ha lasciato nei territori più lontani, da Volubilis, in Marocco, al Vallo di Adriano, all’Anatolia. Gli inglesi, che pure tanto gelosi sono della loro indipendenza, venerano i resti delle loro poche strade romane. Per non parlare delle terme di Bath.
Una morte apparente può anche darsi sia quella della civiltà greca. Troppa parte della nostra cultura è legata a quel piccolo territorio, se è vero che, come ha scritto il Fisher nella sua famosa “Storia d’Europa”, “L’Europa è figlia dell’Ellade”.
Siamo tutti abituati a considera l’Egeo un mare essenzialmente greco, ed in effetti esso lo fu, tuttavia con una precisazione. Mentre il territorio che stava ad occidente di esso era l’Europa, il territorio che stava ad oriente era l’Asia. Oggi questa parola ci fa pensare a territori sconfinati, fino al mar del Giappone, ma allora l’Attica era in Europa e l’isola di fronte, Lesbo, era in Asia. Ma un’Asia che parlava greco. E così, dopo essere andato ripetutamente in pellegrinaggio nella Grecia europea, sono andato in pellegrinaggio nella Grecia Asiatica. Un’Asia in cui trovare Bisanzio, Troia, Efeso.
Sapevo che, ciò facendo, sarei andato in Turchia, ma accettavo la cosa come una inevitabile condizione: Ankara è la guardiana di quei resti che comunque rispetta e conserva forse con maggiore cura di quanto facciamo noi, malati di un eccesso di ricchezza. Dalla Turchia moderna non mi aspettavo certo molto. Troppo recente era la storia ottomana. La consideravo un Paese molto meno occidentale di altri. Infatti, un’eternità prima, ero stato in Tunisia, e l’avevo trovata impregnata fino agli occhi di civiltà francese. Ero stato in Marocco, un Paese musulmano, ma con una sua dignità di vecchia monarchia tollerante. Del resto “Maghreb” significa occidente, e quella parola è anche l’etimologia di “Marocco”. E invece la Turchia fu capace di sorprendermi. 
Sto parlando del 1996 o forse del 1997. Istanbul era piena di moschee e la sua reggia, Topkapi, parlava di sultani, di eunuchi, di tirannia e perfino di crudeltà, ma per il resto nella città si respirava la libertà. Istanbul era Europa. Le ragazze giravano in minigonna, Istiqlal, la famosa strada, era inquinata dal rumore del heavy metal che usciva dai negoziacci di musica pop, e tutto spingeva a sentirsi a casa. Quel Paese aveva veramente girato pagina, dopo la sconfitta del 1918. Avevo davanti agli occhi il risultato di una rivoluzione operata dall’alto, da un coraggioso genio della politica come Mustafà Kemal, Atatürk. Un eroe animato dall’indomabile volontà di riscattare la sua patria e rilanciarla nella storia. La nazione era talmente impregnata del suo messaggio, che tutti gli orologi pubblici erano inesorabilmente fermi alle 9,05, l’ora della sua morte. Ancora quasi sessant’anni dopo.
Mi sono subito sentito pieno d’ammirazione per questo Paese che, simile in ciò al Giappone, aveva improvvisamente compreso di avere sbagliato strada ed aveva avuto il coraggio di imboccare quella giusta. Ma sotto la mezzaluna rossa le resistenze furono più forti che a Kyoto. L’Impero, dopo l’irruzione del Commodoro Perry nella baia di Tokyo, fu spinto dal suo Imperatore – praticamente un dio – ad abbracciare la modernità. Mentre Atatürk non dimenticò mai le radici tradizionali e musulmane del suo Paese. Infatti, non fidandosene, incaricò i militari di intervenire nella politica, ogni volta che la rivoluzione kemalista fosse stata messa in pericolo. E così andò per molti decenni. 
Naturalmente non mancarono le critiche delle anime belle occidentali.  I nostri maestri della purezza democratica non potevano ammettere che la democrazia fosse rimessa sui suoi binari da persone in divisa, anche se poi queste, ad operazione completata, rientravano nelle loro caserme. A Parigi o a Londra la cosa era inammissibile, e dunque doveva essere inammissibile anche ad Ankara. La solita lungimiranza degli intellettuali.
Così a poco a poco i militari persero potere e coraggio, ci fu una volta in cui non ebbero la forza di reagire, e alla lunga ebbero ragione i retrogradi. Con Recep Tayyip Erdogan la rivoluzione kemalista fu a poco a poco cancellata. Chiunque non fosse d’accordo col nuovo sultano, o rischiasse di non esserlo, finiva in galera. I giornali non erano più liberi, anche i giornalisti erano facilmente sbattuti in pensione, o andavano prudentemente in esilio. La religione ridiveniva un’importante componente dell’anima nazionale. Si votava ancora, certo, ma si sarebbe detto che il popolo, invece di essere allarmato da questo ritorno al passato, ne fosse contento. Quasi avesse ritrovato la sua vera anima campagnola, bigotta, antidemocratica. E poiché il nuovo sultano veleggiava col favore di una sorta di boom economico, era difficile opporsi al governo. 
La modernità sembrava una causa persa. La nuova Turchia non aveva più l’ideale della libertà laica e repubblicana. Sognava al contrario di essere la potenza egemone di tutti gli Stati sunniti, di cui sposava perfino i pregiudizi e la retorica più insulsa. Per esempio rinnegando la lunga e proficua alleanza con Israele. 
Naturalmente, durante tutti questi anni sono stato a chiedermi se il kemalismo fosse stato un sogno. E come fosse possibile che un intero popolo che non aveva neppure conosciuto la Turchia di prima di Mustafà Kemal potesse riabbracciarne usi e costumi. Incluso il peggio di essi. Le civiltà sono mortali, mi dicevo, ma non possono essere morti tutti i turchi che ho conosciuto io, nel mio primo viaggio. Allora la nostra guida, un giovanotto cristiano nella Turchia musulmana al 97%, mi ricordò che nel suo Paese non sarebbe stato permesso avere un partito chiamato “Democrazia Cristiana”. E appunto, mi dicevo, che ne è stato, di quel giovane? Come hanno vissuto i laici turchi questo ritorno a un Medio Evo che anche loro avevano soltanto studiato sui libri?
Sono tornato altre due volte in Turchia, un Paese che non riuscivo a non amare, finché mi sono rassegnato: la Turchia che avevo amato io era morta. E infatti non ci sono più tornato. E tuttavia non riuscivo a rassegnarmi,  il rovello non cessava. Se non era morta l’anima turca retriva, malgrado un’ottantina d’anni di kemalismo, come poteva essere morta l’anima kemalista, solo per una ventina d’anni o poco più di Erdogan? Bastava la galera per gli intellettuali, per i giornalisti, per i militari e perfino per i magistrati, per far dimenticare tutto un mondo laico e democratico?
Così mi son rimesso, quasi per gioco, a ripercorrere la vicenda gloriosa di questa parte del mondo. Prima ci fu Bisanzio, un po’ sotto l’egemonia greca, un po’ sotto l’egemonia del “Grande Re”, cioè della Persia. Poi questa città essenzialmente greca divenne greco-romana. Nel senso che, se il greco rimase la sua lingua ufficiale, il latino fu certo molto noto, quando dal IV Secondo  Bisanzio divenne Costantinopoli, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente. E tale rimase per oltre mille anni, fino al 1453. Da allora quel bastione della cultura occidentale dimenticò le sue radici e la sua storia e Costantinopoli divenne Istanbul. Non parlò più greco, non ebbe più aneliti democratici, non ebbe più la cultura giuridica romana, divenne orientale e tirannica a tutti gli effetti, come se il Grande Re avesse vinto secoli dopo la propria morte. E tuttavia quella civiltà aveva abbastanza forza, in sé, per sopravvivere alla propria morte e alla più totale disfatta del Sultano che l’aveva ereditata. Con Atatürk sembrava partita per un altro giro della storia. Tanto che io stesso non capivo che cosa aspettasse l’Europa a riaccoglierla nel suo seno. La Turchia si era volta di nuovo ad Occidente, pensavo, e se quell’esperimento era già durato tanto a lungo, si poteva anche pensare che sarebbe durato ancora per secoli, senza neppure avere bisogno della tutela dei militari. Mi sbagliavo. Erdogan è riuscito a ritrovare le radici orientali, medievali ed oscurantiste di quel grande Paese, fino a fargli fare un salto indietro di secoli. Ma se a lui è riuscita questa impressionante piroetta verso il peggio, chi dice che i turchi non si pentano di questa avventura, chissà che non si accorgano di quanto sia bella la libertà, condizione che si apprezza soprattutto quando la si perde?
Le recenti elezioni comunali di Istanbul potrebbero essere un presagio fausto, in questo senso. Quella che fu Bisanzio, e a lungo una Costantinopoli che parlava greco, anche se era stata la prima a lanciare la carriera di Erdogan, votandolo suo sindaco, è stato la prima a stancarsene. Oggi questo politico autoritario, che sembrava imbattibile, ha subito la sua prima sconfitta. Infatti è stato abbastanza sciocco da dar retta si suoi consiglieri, quelli che forse hanno sperato che la prima sconfitta, dovuta a poche migliaia di voti, fosse stata un errore. Hanno richiesto una seconda votazione e stavolta la sconfitta si è trasformata in disfatta.  Erdogan l’imbattibile è stato battuto, e dal momento che la Turchia è in piena crisi economica e finanziaria, k0avvenire è divenuto incerto. 
Se in futuro la Turchia ritroverà la sua democrazia e il suo kemalismo, vorrà dire che quel militare visionario, missionario dell’impossibile, aveva visto giusto: persino un Paese arrivato all’ultimo livello della decadenza, meritava un uomo come lui ed era disposto a seguirlo. Tanto che oggi, finalmente senza la tutela dei militari, potrebbe riprendersi la democrazia. Se invece permettrrà a Erdogan di completare la repressione del dissenso, fino agli eccessi dei sultani di un tempo, sarà segno che la Turchia non era degna di Kemal, e che l’Europa dovrà tenerla lontana ancora per qualche secolo. 
Il Turco non sarà più il pericolo che fu per tanto tempo, ma certo rimarrà un estraneo pericoloso. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      27 giugno 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/6/2019 alle 15:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 giugno 2019
ENRICO IV, AMLETO E SALVINI
Il protagonista politico dell’Italia attuale è senza dubbio Matteo Salvini. Dunque sarebbe importante conoscere le sue intenzioni, i suoi programmi, i suoi progetti. E noi cittadini li conosciamo? Proprio no. Il marziano appena arrivato dal suo pianeta potrebbe pensare che ciò avvenga perché il detto Salvini è un tipo talmente riservato da tenere sempre nascoste le sue carte. E invece noi saremmo costretti a dirgli che quell’uomo manifesta il suo pensiero anche più volte al giorno, in contesti diversi. Purtroppo ottiene il ben noto effetto di saturazione. Data la quantità di informazioni che ci fornisce, e dato che queste informazioni sono sempre nuove e magari in contraddizione con le informazioni precedenti (per non parlare della contraddizione con i dati di fatto), in fin dei conti nessuno sa che cosa pensa di fare, che cosa dice sul serio e che cosa dice per vedere l’effetto che fa. Quando mente e quando è sincero. Quando fa finta di non sapere le cose più ovvie, e quando realmente non le sa, dimostrando una preoccupante mancanza di competenza. Matteo Salvini è una mina vagante, senza segni di nazionalità. Non si sa nemmeno contro chi esploderà, se esploderà, e addirittura potrebbe esplodere facendo saltare in aria chi l’ha deposta in mare. 
Tutto ciò non risulta da un ricercato esercizio di scetticismo a 360 gradi. Si ricava dalla lettura quotidiana degli editoriali. Chi non legge i giornali potrebbe magari pensare che, se non ha chiare le intenzioni del nostro Ministro dell’Interno, è perché non si è informato. E al contrario chi i giornali li legge, o almeno legge gli editoriali, è cosciente di saperne anche meno di lui. Infatti persino i massimi competenti sono costretti ad astrologare, a consultare il volo degli uccelli e le viscere delle vittime sacrificali. O, volendo essere meno cruenti, i fondi di caffè. Gli editorialisti si chiedono dottamente se quell’uomo voglia far cadere il governo o no; se voglia divenire primo ministro o preferisca averne i poteri senza averne le responsabilità, come avviene attualmente. E poi, vuole o no far cadere il governo? Già non si sa se gli converrebbe o no. Perché sul dopo impera la caligine più spessa che si possa immaginare. L’attuale procedura d’infrazione è uno scherzo in confronto a ciò che ci aspetta a fine anno. Salvini si sentirebbe disposto a firmare la prossima legge di stabilità, impresa che spaventerebbe una cooperativa di Ercoli?
La situazione è spaventosa e uno ragionevolmente si aspetterebbe l’atteggiamento prudente di chi si chiede come limitare i danni, secondo le varie ipotesi. E invece Salvini promette che spenderà trenta miliardi per introdurre la flat tax, poi che ne spenderà dieci, oppure quindici, sempre per lo stesso scopo e comunque in deficit. Come se fosse certo che basterà chiederli (ai mercati) per ottenerli, mentre il nostro rating è a un passo dal livello spazzatura. Come se quindici miliardi per la tassa piatta (prendiamo la somma media), più altri ventitré per sventare l’aumento dell’Iva, più un’altra decina non ricordo per quale impegno, non ammontassero a 48 miliardi.  Quarantotto miliardi diviso sessanta milioni, quanti siamo noi italiani, fanno ottocento euro a testa. Tremiladuecento per una famiglia di quattro persone. Domanda: siamo sicuri che, se ci presentassimo in banca a chiedere un prestito, otterremmo tutti un prestito di tremila euro, per la nostra famiglia? E chi pensa mai che i mercati reputino l’Italia più solvibile di quanto siamo solvibili tutti noi, in media?
Ma ecco, come nel gioco dell’oca, torniamo alla casella di partenza. Salvini parla sul serio o prende per i fondelli noi italiani e tutte le autorità comunitarie? È pazzo o si finge pazzo? A sentirlo sembra più demente dell’Enrico IV pirandelliano, e infinitamente più folle dell’arguto, acuto e occasionalmente tremendo  Amleto.
Altro elemento di sbalordimento: di solito chi imbroglia, chi racconta fandonie, fa il possibile per evitare la verifica. Così, chi predice la fine del mondo non l’annuncia per una o due settimane dopo, ma per un giorno di tre o quattro anni dopo. Giusto il tempo di riscuotere i benefici di quella profezia. Chi invece pronostica la sventura a brevissima scadenza si procura facilmente lo scherno del prossimo. Dunque Salvini che parla imperterrito di grandi spese in deficit quando nel giro di una settimana o due Bruxelles ci potrebbe notificare il precetto (il decreto ingiuntivo ce l’ha già notificato), che cosa crede, di cavarsela dicendo che scherzava?
“Questo articolo non mi dice nulla di nuovo”, potrebbe dirmi un amico. Ed avrebbe ragione. Ma ad una cosa serve: a rassicurarlo. Se non ha capito niente dell’attuale situazione politica non è perché sia un imbecille. O – se è un imbecille – lo è con milioni di colleghi, inclusi fra loro il sottoscritto e i migliori commentatori politici dei giornaloni. Non è consolazione da poco. Io per primo ne avevo bisogno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
23 giugno 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/6/2019 alle 7:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 giugno 2019
NOVE PER NOVE NOVANTANOVE
Immaginate un’Accademia di Matematica di rinomanza nazionale, tale che essere membri di essa sia un grande onore, e immaginate pure che, fra le condizioni per esservi ammessi, vi sia un esame in cui il candidato deve dimostrare di essere in grado di rispondere prontamente a qualunque incrocio della Tavola Pitagorica. Sarebbe surreale, naturalmente. Ma cesserebbe di esserlo se si dimostrasse che, a volte, i massimi competenti sono incapaci di tenere conto del fatto che otto per sette fa cinquantasei e non cinquantotto. E così , a cascata, poi sbagliano problemi matematici ben più complessi e importanti.
La complessità non esime dal dovere di tenere conto delle evidenze elementari. Infatti, in caso di contrasto, cadono le teorie, non le evidenze elementari. Gli esempi a sostegno di questa piana osservazione sono moltissimi. Prendiamo l’economia marxista. Ammettiamo per ipotesi che, leggendo il Kapital e gli altri scritti di Marx, si sia pieni di ammirazione per questo pensatore. Ciò non toglie che in tutti i Paesi in cui si  è tentato di applicare la sua teoria si sia provocata un’immensa miseria. Dunque in concreto, quella teoria è sbagliata. E colui che si rifiutasse di studiare Marx non sarebbe come il Cardinale Bellarmino che si rifiuta di avvicinare l’occhio all’oculare del telescopio di Galileo, ma uno che ha ben guardato in quel telescopio e non ha visto traccia delle affermazioni di un ciarlatano. 
In geometria la retta può permettersi il lusso di essere infinita, perché è un ente fondamentale della geometria euclidea e nessuno ha mai preteso che esista realmente. Viceversa, un’economia che impoverisce non ha giustificazioni, perché la sua funzione essenziale è quella di creare ricchezza in concreto. Diversamente bisognerebbe essere disposti ad accettare l’affermazione che il cianuro sia un medicinale salvavita benché chi l’assume muoia.
Questo realismo intellettuale è ciò che può indurre a fermarsi alle prime pagine di un libro che esponga le teorie di Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Il nome è impressionante ed impressionante è pure la sua teoria fondata sullo spirito. Purtroppo, se l’ingenuo chiede: “E che cos’è, questo spirito? E Hegel come dimostra che esiste?” non riceve una risposta soddisfacente. E allora ha tutto il diritto di fermarsi alla pagina cui è arrivato. Un po’ come se, all’Accademia di Matematica di cui si diceva, chiedesse di essere ammesso un matematico la cui teoria è fondata sul fatto che nove per nove faccia novantanove. 
La caratteristica delle teorie suggestive ma infondate è quella di essere basate su spiegazioni complesse, intese a scoraggiare i troppo curiosi. Se non basta si accenna a qualcosa di incomprensibile, dii superiore al nostro intelletto e in fin dei conti ci si chiede di accettare ciò che ci era stato detto da principio, e su cui avevamo sollevato dei dubbi. 
Se qualcuno dice (per la verità l’ha detto un Papa, nel 1950) che, dopo la morte, Maria è stata assunta in cielo insieme col suo corpo, sarà pur lecito chiedere dove si trova attualmente quel corpo. Cioè in quale parte del cielo che abbiamo sulle nostre teste. Né si può rispondere che è stata assunta “in modo spirituale”, perché ciò è contraddittorio con l’affermazione che è stato il suo corpo, ad essere “assunto”, e non soltanto la sua anima. E il corpo è essenzialmente materiale, mentre è spirituale proprio “ciò che non è materiale”. Eppure queste contraddizioni non turbano i credenti. Essi vogliono credere e tanto basta. Ma loro dovrebbero farci il sacrosanto favore di non contestare la nostra razionalità. Noi lasciamo loro la loro Fede, loro devono lasciarci la nostra razionalità, e non pretendere che la loro Fede sia razionale. In questo caso non lo è nemmeno secondo la distinzione teologica tra materiale e spirituale.
Un ultimo esempio che riguarda l’attualità. L’intera Italia è convinta – e lo è da oltre mezzo secolo – che l’economia si rilancia con gli investimenti pubblici. E infatti ci ha provato per oltre mezzo secolo, fino a metterci sul groppone un debito pubblico mostruoso. Ebbene, è sì o no lecito dubitare di una teoria che, con la spesa pubblica, ha prodotto un simile problema? Ma come contrastare una convinzione universale di cui nessuno si sente in dovere di dimostrare la fondatezza? Essa è tanto “evidente” che neppure l’esperienza negativa riesce a scalfirla.
Forse quegli ateniesi che hanno condannato a morte Socrate non avevano tutti i torti. Chi pensa con la sua testa, chi crede più all’evidenza che alle teorie, è empio. Mette in discussione gli dei e corrompe la gioventù.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/6/2019 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 giugno 2019
IL PROFESSORE CERCA LAVORO
Il giovane si presentò nell’ufficietto che gli era stato indicato di malavoglia da un operaio. Entrato si trovò di fronte il padrone del cantiere, attorniato da scartoffie, computer, telefoni, classificatori, tanto che pareva non ci fosse posto per altro. Per fortuna c’era una sedia per i visitatori e il candidato la guardò con desiderio. Ma era troppo beneducato per sedersi senza essere invitato. Rimase dunque in piedi, finché l’uomo dietro il tavolo non gli lanciò un semplice: “Allora?”
- Io Antoine Mba. Lavorò, disse il nuovo venuto. E l’imprenditore lo guardò con occhio critico. Era nero come la pece e la vecchia tuta blu che costituiva tutto il suo vestiario non riusciva a nascondere quanto quel giovane fosse vigoroso e ben fatto. Comunque sembrava pieno di dignità. Gli fece segno con la mano di sedersi.
- Travail, ripeté il giovane, temendo di non essere stato capito e azzardando un tentativo col suo francese. Gli andò meglio del previsto. Il padrone non soltanto conosceva e parlava benissimo il francese, ma fu immediatamente lieto di avere l’occasione di usare quella lingua che in anni lontani gli era stata molto familiare. Così la conversazione fluì senza intoppi.
Il giovane era solo, in Italia, e non aveva un lavoro. Non desiderava né mendicare, se pure con la scusa di lavare parabrezza ai semafori, né adattarsi ad attività al limite della legalità. Infine non voleva sopravvivere a stento su una panchina pubblica, mangiando a spese delle Caritas. Cercava lavoro ed era disposto a qualunque attività. “Sono in buona salute, robusto, e non pretendo la luna”.
Il cavalier Perini, anche se produceva laterizi, aveva fatto studi regolari, addirittura arrivando alla maturità classica, e questo lo rendeva particolarmente sensibile al modo di esprimersi. Quel negraccio parlava bene. Le sue frase erano ben costruite e, se pure involontariamente, gli era capitato all’occasione di usare espressioni che un uomo che avesse fatto soltanto le elementari non avrebbe certo usato. Così, dopo avergli detto che malauguratamente in quel momento il suo personale era al completo (cosa perfettamente vera) proseguì dicendo:
- Posso permettermi di chiederle che studi ha fatto?
- Niente di tecnico, rispose il giovane, pensando che forse Perini un posto l’avrebbe avuto, per qualcuno che fosse stato – per dire - perito elettrotecnico.
- Niente di tecnico, e dunque?
- Laurea in lettere, disse l’uomo, quasi a malincuore. Al mio Paese, naturalmente. Perché me lo chiede?
- Ma perché si vede, ragazzo mio. Qui lei è un errore.
- Una persona non può essere un errore, replicò fermo il nero.
Perini, senza neanche chiedergli il suo parere, aprì il piccolo frigorifero da ufficio alla sua sinistra, gli porse un bicchiere di plastica e una lattina d’aranciata. Poi servì sé stesso e proseguì:
- Il suo posto è al suo Paese, dove lei è un professore e soprattutto un essere umano, non un nero. Del suo francese qui non importa niente a nessuno, quello che tutti vedono per prima cosa è che lei è veramente nero. Senegalese?
- Senegalese, sì.
- Qui, senza sua colpa e, badi, senza colpa degli italiani, lei è un diverso. Prevedibilmente un inferiore. Dunque la vittima predestinata di ingiustizie, anche da parte di persone che culturalmente valgono meno di lei. Chi gliel’ha fatto fare, a venire? Questo non è il paradiso. È un posto in cui si riesce a vivere, ma a volte anch’io vorrei emigrare, mettermi in pensione, andare a coltivare banane e papaya in qualche isola del Pacifico. Senza dire che una persona di buon senso nemmeno dovrebbe darle un lavoro.
Ci fu una pausa, durante la quale il giovane lo studiò con attenzione. Quell’uomo evidentemente non era malevolo, e allora perché aveva detto quell’ultima frase? Non bastava che gli dicesse, come aveva già fatto, che non aveva un lavoro per lui? Ma proprio questo l’autorizzava a non fargli sconti.
- Perché dice una cosa del genere? Una persona di buon senso dovrebbe essere razzista?
- Ma no, che dice! sorrise Perini. Ascolti. Se io assumessi un senegalese analfabeta avrei da fare con uno che già al suo Paese è stato trattato più o meno come un asino o un cavallo. Se invece faccio sudare come un cavallo un professore di lettere, questo professore di lettere alla lunga non potrà non odiarmi. Perché lui non è al suo posto, e questo errore – vede che ci ritorniamo? - alla fine si tramuta in rancore. Rancore contro di me, contro l’Italia, contro tutti. E se io la faccio capo operaio, gli stupidi ex colleghi si sentiranno vittime di un’ingiustizia: “E noi dobbiamo essere comandati da quel negraccio?” Se io in un momento di collera do del cretino a un mio operaio, quello penserà che sono un maleducato e approfitto del fatto che lui di questo lavoro ha bisogno. Ma se do del cretino a lei, siamo sicuri che anche a lei non verrà il mente che forse con un bianco non me lo sarei permesso?
- Ma in questo modo non usciremo mai dai pregiudizi!
- E chi mai le ha promesso che ne saremmo usciti? Le dirò anzi che io cerco di non assumere donne, handicappati, omosessuali e chiunque sia un pelo diverso dalla media più banale. Non voglio fastidi. Non sono nato per migliorare l’umanità. Me la cavo appena, per quanto riguarda me stesso.
- Dunque lei è contro l’immigrazione dall’Africa.
- Nel modo più risoluto.
- E contro l’immigrazione dei musulmani.
- Assolutamente sì. Soprattutto loro.
- Io sono musulmano. Le sembro un terrorista?
- Non dica sciocchezze. E comunque quello non è l’unico “difetto” dei musulmani.
- Insomma, disse il negro, chiaramente irritato: di una persona come me non le va bene niente. Il meglio che potrei fare sarebbe sparire da questa stanza e andarmene via dall’Italia col primo aereo. Se potessi permettermelo.
Perini scosse la testa, quasi trattenendosi dal ridere.
- Ma non si faccia cattivo sangue! Gli scappò in italiano. Il fatto era che non ricordava una frase francese equivalente. Finché non gli tornò in mente: “Ne vous faites pas de mousse!”
- Non soltanto non ho niente contro di lei personalmente, ma la trovo una persona simpatica e beneducata. Tanto che esitavo se darle venti euro per aiutarla almeno per oggi, o se invitarla con me in trattoria, dal momento che è quasi ora di pranzo. Anzi, sa che le dico? Che farò ambedue le cose.
Del negro, se fosse stato di un altro colore, si sarebbe detto che era arrossito. Si vedeva chiaramente che non sapeva che cosa dire. Perini venne in suo soccorso:
- Vede, io non ho assolutamente niente contro l’individuo. Ma come posso assumere una giovane donna se poi, quando partorisce, lo Stato vuole che una buona parte delle spese me le assuma io, che non l’ho ingravidata, pagandola mentre se ne sta a casa sua? E allora niente donne. Io me la cavo dicendo che questo è una lavoro gravoso, per uomini, ma la realtà è che non assumerei donne neanche se avessi un salone da parrucchiere. E mi creda, le donne mi piacciono. Ma mi piacciono a titolo individuale, non professionale. 
- La ringrazio dell’invito a pranzo, ammise il giovane francamente. Mangerò con piacere, un vero pasto, seduto a un tavolo come una persona civile. Ma devo aggiungere che lei è il più fottuto individualista che abbia mai incontrato. Per lei la società è zero, la solidarietà è zero, il resto dell’umanità è zero, a meno che una persona non le sia simpatica a titolo individuale.
- Esattamente, sorrise Perini, per nulla turbato dalla filippica.  Sembrava anzi uno che si fosse sentito lodare. Per me che lei sia bianco, nero o verde, non importa. E non m’importa neppure la sua religione. Mi importa che lei sia una persona con cui posso comunicare. Magari un giorno discuteremo di Rousseau che per me è stato uno peste, mentre per lei…
- Non si preoccupi. Anche per me.
- Vede? Sono convinto che avremo più cose da dirci di quante ne abbiamo con i nostri connazionali. Ma andiamo via, è proprio l’ora di pranzo. Continueremo la conversazione a tavola. 
E così dicendo si calcò in testa il cappellaccio di paglia che pendeva da un chiodo, e un attimo dopo stava chiudendo a chiave l’ufficio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/6/2019 alle 12:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 giugno 2019
QUOD PLERUMQUE ACCIDIT
Nel diritto penale, il dolo è l’intenzione di fare qualcosa che la legge vieta. La colpa è invece la rimproverabilità di un’azione che, pure non mirando a violare una legge, quella legge ha violato. Chi spara per uccidere, agisce con dolo. Chi si distrae mentre guida e  ammazza qualcuno, voleva solo guidare ma ha ucciso. E il reato ascrittogli è “omicidio colposo”.
Fin qui è tutto chiaro. La legge richiede che ogni cittadino agisca con prudenza, con perizia, osservando leggi e regolamenti. Ma a che livello?
Prendiamo un medico che cura un malato secondo le sue nozioni di abilitato alla professione medica. Se il malato muore e si può affermare che invece un luminare della medicina avrebbe saputo fargli superare quella crisi, possiamo dire che il medico è stato imperito e dunque è colpevole di omicidio colposo?
Tutto dipende dalla sensibilità sociale. Una società realista sa che da un medico generico ci si può (e ci si deve) aspettare la competenza di un medico generico. Se invece si parte – come oggi tutti fanno – dal principio che “quella morte si poteva evitare”, quasi nessun medico potrebbe sfuggire alla condanna per omicidio colposo. E questo è profondamente ingiusto. Ogni conducente di autobus sa guidare, ma non per questo potrebbe sostituire vantaggiosamente Hamilton o Vettel. 
Oggi  il povero medico non ha scampo. I consulenti tecnici d’ufficio hanno tutto Il giudice, rinviando la responsabilità ai c.t.u. (consulenti tecnici d’ufficio) che hanno avuto tutto il tempo e l’agio di esaminare il caso. Infatti per la loro perizia richiedono tre mesi. Poi arrivano alla conclusione che la dottrina medica per quel caso prevedeva una diversa terapia,  e il giudice, appiattendosi sul parere dei tecnici, crocifigge il povero sanitario. Dimenticandoche, se bisognasse condannare chiunque non si è comportato nella maniera teoricamente più esatta, dovrebbero essere condannati tutti i giudici la cui sentenza è poi riformata in Appello o in Cassazione.
Dire, come tutti fanno, “Quella morte poteva essere evitata”, è una stupidaggine. Ammettiamo che ci sia un incendio in un cinema e uno spettatore muoia nella ressa. Si poteva evitare quella morte? Certamente. Sarebbe bastato chiudere sei mesi prima tutti i cinema del Paese. Sembra eccessivo? Ma si può essere sicuri che non scoppierà mai un incendio, in un cinema?
In Italia dei giudici hanno condannato dei sismologi (grazie al cielo soltanto in primo grado) soltanto per aver detto che, di solito, la scossa di terremoto più forte è la prima. Perché, hanno argomentato i primi giudici, se non l’avessero detto (benché il dato sia pacifico, in sismologia) la gente non sarebbe rientrata nelle case e non sarebbe morta a causa della seconda scossa di terremoto. Quella volta il mondo intero ha riso di noi.
La società è regredita a livelli tribali. Se è morto qualcuno, bisogna ammazzare qualcuno: lo stregone che non ha saputo guarirlo, o non ha fatto i sortilegi giusti; il primo che passa e soprattutto chiunque astrattamente avrebbe potuto impedire l’evento. E infatti, quando l’imputato è assolto, la gente dice sarcastica: “Insomma, non è morto nessuno”. Oppure: “E così mio figlio l’hanno ammazzato una seconda volta”. Qui non si giudica il dolore della famiglia, ma un’intera società propensa a considerare ogni assoluzione un’ingiustizia.
Se il Paese non fosse impazzito, se i magistrati fossero un po’ meno proni all’opinione pubblica, bisognerebbe richiedere dall’imputato la normale prudenza del bonus pater familias. E nulla di più. Il comportamento normale, quod plerumque accidit, quello che accade nella maggior parte dei casi, dicevano i romani. Dunque non una prudenza estrema, non una perizia estrema, non un’osservanza maniacale delle regole, ma la prudenza, la perizia e l’osservanza delle regole delle persone normali. 
Bisognerebbe evitare l’attuale caccia alle streghe. Bisognerebbe finirla con l’idea che ogni volta che succede una disgrazia ci deve assolutamente essere un colpevole . Perché non sempre è così, e perché non c’è nessun dio affamato di sangue che richiede il sacrificio di qualcuno per essere placato.
Vivere è rischioso, ecco tutto. E il primo dovere di ciascuno di noi è quello di guardare dove mette i piedi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/6/2019 alle 16:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 giugno 2019
FARE DEBITI NON È UN AFFARE
L’Italia è molto indebitata e il governo vorrebbe essere autorizzato a contrarre ulteriori debiti con le Borse. Bisogna tuttavia chiedersi come faremo a pagare gli interessi, considerando che già nel 2018 ci sono costati 65 miliardi di euro (più di quanto spendiamo per la Pubblica Istruzione). Insomma rimane l’impressione che, mentre i singoli, se pensano ai loro propri debiti, si rendono conto di ciò di cui parlano, una volta che si passa a un problema nazionale, è come se il concetto divenisse fumoso e inafferrabile.
Debito, in origine è il participio passato del verbo dovere. Poi la parola è divenuta anche aggettivo, come nell’espressione “a tempo debito”. L’essenza della cosa non è tanto il trasferimento di una somma di denaro da un soggetto all’altro – infatti potrebbe anche trattarsi di un regalo – quanto il fatto che, col debito, chi ha ricevuto il denaro è tenuto a restituirlo. E per questa parte, fra privati, società per azioni, persone giuridiche o Stati non ci sono differenze. La regola è sempre la stessa: chiunque contrae un debito è tenuto a restituirlo. 
Ciò ovviamente non significa che il debito sia sempre onorato. Ed è questa la ragione per cui non tutti possono fare debiti perché, per farli, bisogna che il futuro creditore sia fiducioso nella restituzione. Dunque esprimersi come se si fosse sempre sicuri di trovare chi ci farà credito, come si fa pubblicamente in Italia, è una sciocchezza.
Fra l’altro è anche possibile che il debito non sia onorato, nemmeno da chi realmente intendeva restituirlo, ma quando ciò avviene sono sempre problemi per tutti. Del resto il debito non si estingue nemmeno con la morte del debitore, nel senso che gli eredi, se accettano l’eredità, accettano anche di pagare i debiti del de cuius. Naturalmente c’è il caso di colui che, avendo contratto troppi debiti, sparisce dalla circolazione e fa di tutto per non farsi trovare. Ma da un lato ciò non estingue il suo debito, dall’altro il creditore farà sempre tutto il possibile per soddisfarsi, in primo luogo mettendo all’incanto tutti i beni del debitore su cui riesce a mettere le mani. La sintesi è semplice. Un debito richiede un rimborso e il creditore, a meno che non si tratti di una somma irrisoria, farà sempre tutto quanto in suo potere per ottenerlo.
Per quanto a prima vista sembri che chi soffre di più, in caso di mancato adempimento dell’obbligazione sia il creditore (che perde il suo denaro) in realtà chi finisce col soffrirne di più è il debitore. Infatti il creditore perde una somma che poteva permettersi di perdere, mentre il debitore è inseguito dal creditore, dalla legge, e – nel caso della bancarotta fraudolenta – deve prendere in seria considerazione anche il carcere. Proprio per questo, soprattutto quando il debito è grandissimo, il debitore in difficoltà comincia a lambiccarsi il cervello:  “Come posso evitare i guai dell’insolvenza senza pagare il mio debito?” In realtà potrebbe subito smettere di strapazzare la sua immaginazione: non c’è nessun modo. Qualche dilazione, qualche concordato sì, ma non molto di più. Contrarre grandi debiti corrisponde pressoché certamente a prepararsi un avvenire molto difficile.
Ma questo lo sanno tutti. E tuttavia, quando si si tratta di un’intera comunità nazionale ubriaca di demagogia e di promesse impossibili, si prendono sul serio i rimedi più fantasiosi. In realtà ha tante possibilità di trovare chi le risolva i problemi quante ne avrebbe qualcuno che fermasse la gente per la strada chiedendo: “Ha diecimila euro da regalarmi? Mi creda, ne ho bisogno”.
 L’Italia sogna da decenni di vivere di debiti, lasciando ad altri la patata bollente del rimborso. Quando cominciarono a spendere come pazzi, i nostri governanti dicevano: “con il boom demografico, ci saranno molti più contribuenti che potranno rimborsare i debiti”. Poi invece c’è stato lo “sboom” demografico. “Col tempo l’Italia sarà sempre più ricca, e il debito, proporzionalmente, sarà sempre più piccolo”. Ma l’Italia è ferma – se non sta andando indietro – da dieci anni. “Del nostro debito si faranno carico i nostri figli e i nostri nipoti”, non pensando che, a parte ogni considerazione morale, potremmo perfino fallire prima. “Del nostro debito finirà col farsi carico l’Europa”, ma l’Europa ha sempre detto e continua a dire di no. “Creiamo una moneta parallela”, ma i trattati ce lo vietano, per non parlare della reazione dei mercati.  “Emettiamo Minibot”, idem. “Usciamo dall’euro”, ma la lista delle controindicazioni è tale che anche i più esagitati non ne parlano più. 
Tutte le soluzioni sono sbagliate, salvo il pagamento del debito. Dire: “Noi non paghiamo e poi che fanno, ci sculacciano?” è stupido. Se ce la potessimo cavare con una sculacciata, voterei anch’io per questa soluzione. In realtà, o noi rimborsiamo il debito a poco a poco, facendo tutti i sacrifici che sarà necessario fare, o accettiamo tutti i guai che comporta il fallimento. E poiché l’accettazione di questa piana verità implica la rinuncia ai sogni, e gli italiani non vogliono rinunciarvi, non ci rimane che accettare la prospettiva dei guai che comporta il fallimento.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/6/2019 alle 9:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 giugno 2019
SEMPER MACULOR
Credo che fino a metà luglio, e forse oltre, sarà inutile leggere i giornali. Infatti tutto ciò che viene detto, da parte di tutti, potrebbe essere una bugia. Dunque sembra del tutto inutile esaminare e commentare quanto dicono i politici e gli economisti, a tutti i livelli. È come se vi chiedessero: “Quanto fa esattamente il numero che ho in mente io moltiplicato per il numero che ha in mente quel bugiardo di mio fratello?”
Anzi, al riguardo vi propongo un giochino che, diversamente dal quesito precedente, ha una soluzione. Su un’isola vivono bianchi e neri. I bianchi dicono sempre la verità, i negri mentono sempre. Nella nebbia passa una piroga con tre isolani e un tizio, da riva, chiede: “Siete neri o siete bianchi?” Il primo risponde: “Sono bianco”. La risposta del secondo si perde nel rumore delle onde e l’uomo da riva chiede: “Come hai detto?”.  Il terzo dice: “Ha detto che il primo è nero, lui è bianco e anch’io sono bianco”. Che cosa sappiamo del colore dei tre? Ve lo dico alla fine.
Torniamo alle cose serie. Le dichiarazioni di Matteo Salvini sono demenziali. Parla come se l’Italia non soltanto fosse priva di debiti ma come se avesse soltanto il problema di decidere in che modo spendere i suoi soldi per rilanciare l’economia. E poiché quell’uomo è tutt’altro che un demente, bisogna pensare che menta sapendo di mentire. Forse vuol provocare la crisi di governo. Forse vuol far scoppiare l’euro. Forse vuol provocare una crisi di Borsa. Quali sono le sue vere intenzioni? Io non lo so. E per questo non ne parlo.
Le dichiarazioni del governo italiano – e stavolta bisogna metterci dentro Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Giovanni Tria, per non parlare di tutti gli altri che hanno voce in capitolo – sono demenziali. Non si può dire: “Spenderemo un’iradiddio di miliardi, ma rimarremmo all’interno delle regole”, perché questo è contraddittorio. O l’una cosa, o l’altra. O ci state prendendo in giro quando parlate di tassa piatta (per gli italiani che non conoscessero l’italiano: flat tax), di salario minimo, di quota cento e di reddito di cittadinanza, per non parlare dell’assunzione di migliaia di consulenti del lavoro (navigatori, per gli italiani che non conoscessero l’italiano navigator) ed altre spese più o meno inutili, oppure ci state prendendo in giro quando dite che non volete fare altri debiti. 
E la farsa si prolunga anche con i Minibot, che non servono a risolvere il problema del debito dello Stato: infatti, se i beneficiari li usano per pagare le tasse, allo Stato viene a mancare il corrispondente gettito fiscale. Tanto valeva pagare le imprese in contanti. Perché i Minibot sono moneta a fronte di niente, come i bigliettini del Monopoli. Ed è comico sentirsi rispondere che vanno emessi perché  “sono nel Contratto di governo”. Sicché, se in quel contratto avessero scritto che il trenta giugno ci sarà un nubifragio su Roma, il tempo si farebbe un dovere di obbedire? 
E il Ministro Tria, che di quella compagnia di giro sembra l’unico che abbia ancora una certa stima della Tavola Pitagorica, si arrampica sugli specchi per frenare la deriva demenziale. Ma i risultati sono ancora una volta comici. Le sue smentite sono deboli e per giunta sono a loro volta smentite dagli altri vertici del governo. ¿E una persona che ha ancor il ben dell’intelletto dovrebbe mettersi a dedurre qualcosa da questo guazzabuglio?
Come non bastasse, non ci si può fidare neanche delle autorità europee. Ci sono assolutamente tutti gli elementi per dare il via alla più severa procedura d’infrazione, e dunque – soprattutto dopo le dichiarazioni di Salvini & Cie – al riguardo non ci dovrebbe né potrebbe esserci il minimo dubbio. Ma quella procedura potrebbe produrre un terremoto in Europa, e dunque anche gli altri governi potrebbero rimangiarsi la parola. Non che sia probabile, ma è possibile: e quando si ha da fare con dei politici, la prudenza non è mai troppa. Allora a che scopo commentare uno scenario che forse non si verificherà, dando così ragione agli imbroglioni e agli sbruffoni? Come ha scritto Lutero: “Quotiens cum stercore certo, aut vinco, aut vincor, semper ego maculor”, ogni volta che combatto contro la merda, o vinco, o sono vinto, sempre mi macchio.
E allora, cercando di dimenticare i guai del presente, torno alla mia storiella. Il primo che ha risposto dalla piroga, se fosse stato un bianco, avrebbe detto: “Sono bianco”. Ma se fosse stato un negro, mentendo, avrebbe detto la stessa cosa. Dunque di lui non sappiamo nulla. Ma il terzo, dal momento che il secondo non può che aver detto: “Sono bianco”, quando ha detto: “Ha detto che è bianco” ha detto la verità, dunque lui personalmente, il terzo, è bianco. E quando ha aggiunto “anch’io” ha dichiarato – lui che dice la verità – che il secondo è bianco. Dunque i tre sono: nero, bianco, bianco. Come si vede, gli indovinelli sono molto più semplici da risolvere della politica italiana. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 giugno 2019.  



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/6/2019 alle 13:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 giugno 2019
LA SOSTENIBILITA'
Quasi tutti sono in grado di stare su un solo piede. Dunque la cosa è possibile. Ma chi si fidasse troppo di questa affermazione sarebbe presto deluso: infatti dopo qualche secondo o poggia per terra l’altro piede o cade. 
L’osservazione è pedestre (quant’altre mai) ma ovvia: non sempre ciò che è possibile è sostenibile. E tuttavia l’esatta valutazione del tempo, in materia di sostenibilità,  non è da tutti. Mentre  il bambino vive annegato nel presente e raramente si pone il problema del dopo, l’adulto e il vecchio si proiettano nel futuro, tanto da essere sempre preoccupati per ciò che avverrà. Quando le malattie sono un’esperienza ben nota, e la stessa morte una prospettiva non inverosimile, i vecchi si allontanano dai piaceri momentaneamente positivi, come le ubriacature, e si volgono ai piacere che si possono avere a lungo e che, soprattutto, non fanno male: dormire, ascoltare musica, sorseggiare tè, conversare con gli amici, leggere.
Col tempo si impara che la bellezza – come la giovinezza – non è sostenibile nel tempo e che l’amore non è al prezzo della bellezza: è al prezzo dell’amabilità. Anche la felicità è al prezzo del buon senso, del buon carattere stabile, e perfino di qualità cui non si bada a sufficienza, come il humour e, ovviamente, l’intelligenza. Perché si può essere amabili a quindici come a settantacinque anni, mentre giovani si è per un ventennio. Lo stesso successo è un infìdo compagno di strada. Chi non ama tanto il successo, quanto la conquista di un sempre  nuovo successo, non avrà mai pace. E dal momento che la serie dei successi fatalmente si fermerà ad un dato livello, ciò costituirà per l’interessato  una frustrazione: “Perché si è inceppato, il meccanismo? Perché non sono andato oltre?” Chi esagera difficilmente sarà felice perché, per sé stessa, l’esagerazione è insostenibile. 
Questo genere di considerazioni bussa con insistenza, nella nostra mente, a proposito dei due onnipresenti, ineffabili protagonisti della politica attuale, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Costoro  esagerano continuamente, in tutte le direzioni. Si vedono troppo, fino ad essere importuni prima ancora che aprano bocca. Passano continuamente il segno in materia di promesse, di bugie e di cattivo gusto. Peccano nel linguaggio e nella demagogia. Hanno un totale disprezzo della verosimiglianza,  dell’intelligenza degli italiani e perfino di quell’implacabile realtà che li attende al capolinea.
 Ovviamente a queste critiche potrebbero rispondere sbandierando gli applausi e i voti ricevuti. Per non parlare – nel caso della Lega – dei mirabolanti risultati delle elezioni europee. I Dioscuri (come qualcuno li chiama, offendendo la mitologia greca) trattano le loro cariche politiche come enormi giocattoli con cui fare baccano. Sfrecciano sopra le teste dei concittadini facendo ciao ciao con la manina e amano immaginare i cittadini come bambini poveri e vagamente invidiosi che li guardano col naso in su, mentre loro se la godono sulla giostra. 
Lo spettacolo è deprimente. E c’è da compiangerli, pensando alla situazione in cui si troverà uno come Di Maio, una volta sbolliti i fumi dell’alcool. Probabilmente passerà dei mesi a chiedersi come è successo che, mentre un momento prima sedeva su un trono, ora sta sulla paglia insieme con Matteo Renzi. Il quale per giunta, in confronto a lui, è un gigante.
Il successo stabile dipende da ben altri comportamenti. Dovrebbero tutti andare a scuola da personaggi come Angela Merkel. Per non parlare, andando indietro nel tempo, di Konrad Adenauer, o di quell’autentico, straordinario genio che fu Talleyrand. 
Viviamo un’epoca sguaiata, smodata, e perfino maleducata. L’ignoranza non è più una vergogna, ma un diploma di autenticità e di vicinanza al popolo. La demagogia più sfacciata, quella che nega la più ovvia realtà, è presentata come coraggiosa promessa. Siamo alla catena di S.Antonio dei rilanci. E dal momento che la razionalità non ha più corso legale, al Salvini di turno non si può opporre nulla. Mentre ruotano entusiasticamente come dervisci impazziti, non rimane che aspettare: le loro stesse vertigini li abbatteranno. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
16 giugno 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/6/2019 alle 12:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 giugno 2019
CONVERSAZIONE CON GLI AMICI
Gli amici se ne saranno accorti. I miei articoli non sono più quotidiani e spesso non trattano di politica. In verità, io continuo a scrivere articoli, anche di politica, e poi li butto nel cestino. O nella memoria del computer, che molto gli somiglia. La ragione è che mi sembrano inutili, banali, ripetitivi, in una parola noiosi. Più o meno come mi sembrano noiosi gli articoli dei grandi editorialisti. Questi a volte mettono a fuoco, con sapienza, un minuto particolare della nostra attualità nazionale, ma inevitabilmente lasciano da parte il problema centrale: dove stiamo andando, di questo passo? Che ne sarà di noi? Ci avviamo al happy ending o alla catastrofe? Domande per le quali nessuno ha la risposta. Anche perché raramente un governo fu più cangiante, proteiforme, incostante, inconsistente, mutevole, umorale e disorientato di quello attuale.
Per giunta coloro che sono al potere danno la sensazione di non accorgersi della serietà del momento. Al più alto livello continuano a litigare come se la macchina dovesse guidarsi da sola, e loro potessero occuparsi degli affari loro. Il treno corre a duecento all’ora, non si sa se la linea ferroviaria sia sgombra, e i responsabili continuano a discutere sulle pizze da ordinare o sulle liti dei figli. Un momento si abbracciano e parlano dei regali che si faranno a Natale, un momento – quando sono in vena di essere beneducati – si mandano al diavolo. Ma anche questo è stato detto e scritto cento volte. E poiché non sembra ci sia modo di svegliare la comunità nazionale da questa ipnosi, non rimane che attendere il botto finale, il momento in cui l’esplosione sarà abbastanza forte da proiettarci morti o vivi in qualche prato distante decine di metri. Chissà, forse allora si percepirà per intero la follia di non aver provato ad occuparsi del problema quando ancora si era in tempo.
Oggi Cassandra deve tacere. La sua voce vale quanto il suo silenzio, e forse meno. Un solo esempio e – badate – si parla di numeri, non di opinioni. Per disinnescare l’aumento dell’Iva, a fine anno, sono necessari ventitré miliardi. Dove sono questi soldi? Li abbiamo? Ecco una domanda che sembra non interessare minimamente a Matteo Salvini. Questi  ha solo il problema di spendere altri trenta miliardi per la tassa piatta. Forse il suo ragionamento è più semplice del mio: “Ho bisogno di ventitré miliardi per l’Iva e non li ho. Allora, nello stesso modo come spenderò ventitré miliardi che non ho, potrò anche spenderne cinquantatré, ché tanto il finanziamento è uguale per ambedue le partite: zero per ventitré fa zero esattamente come zero per cinquantatré”, E dovremmo occuparci di deliri contabili di questo genere?
Poi uno si mette a fare ipotesi fantascientifiche: vuoi vedere che l’intenzione di Salvini è quella di far saltare in aria l’intera Italia? Questo , dopo tutto, è meno delirante del programma di spendere cinquantatré miliardi che non si hanno. Ma se così fosse, perché non ci avverte? Non crede che avremmo il diritto di dire la nostra, al riguardo? O reputa che non abbiamo il diritto di mettere il naso negli affari nostri?
Come avrebbe detti Giacomino Leopardi: “Ove per poco il cor non si spaura”. Ed io  perché mai dovrei tediarvi con i miei incubi? Soprattutto considerando che personalmente non ho molto tempo da vivere, e dunque nemmeno da soffrire. Comunque vada, a me è andata meglio dei giovani attuali. Io ho profittato di un’Italia spendacciona, felice e incosciente mentre, insieme ai miei coetanei vi lascerò in eredità un’Italia disastrata e il conto da pagare. 
Non vedo perché per giunta dovrei fare l’uccello del malaugurio. Dunque, buon divertimento e siate felici. Il sole continua a splendere
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 giugno 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/6/2019 alle 4:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 giugno 2019
LA DECOSTRUZIONE
Un giovane semianalfabeta (intendo col Diploma di Scuola Media Inferiore) vedendomi disponibile al dialogo, mi ha chiesto: “Io vorrei conoscere meglio me stesso. Che libro mi consiglia?” Non sapendo che cosa dire, ho dato la risposta più sincera: “Proprio non saprei”. Ma mi è rimasta sullo stomaco la domanda. Che deve essere proprio difficile. Infatti, secoli prima di Cristo qualcuno ha scritto sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi, gnothi sautòn, conosci te stesso.
Ripensandoci, il problema è doppio. Infatti alla domanda: “ Chi sono?” da un lato sarebbe corretto rispondere: “Sono un essere umano”, dall’altro questa potrebbe essere considerata una risposta evasiva. La domanda infatti sostanzialmente era: “Chi sono io in particolare?” 
Come se non bastasse, le eventuali risposte aprono la porta a un’altra serie di domande. Da un lato: “E quali sono le caratteristiche dell’essere umano?”, dall’altro: “Ciò che ho affermato riguardo a me stesso corrisponde a verità?” In fondo, se il dio Apollo comandava gnothi sautòn, era perché pensava che non ci conoscessimo.
Se siamo vecchi e sereni, abbiamo convissuto per tanti anni con noi stessi da essere diventati buoni amici. E l’argomento ha perso interesse. È più utile tentare di rispondere alla domanda: “Chi sono, in quanto essere umano?” Anche perché rispondere non è impresa da poco.
Tutti concordiamo nell’idea che siamo mammiferi superiori, più o meno della classe dei primati, discendenti da ominidi più o meno vicini agli essere umani attuali. Ma personalmente comincio a divergere dall’opinione corrente non appena, completata quella descrizione, aggiungo: “e nient’altro”, mentre la maggior parte dei miei simili parte da quel dato per parlare di tutto ciò che di serio ed importante riguarda l’uomo. Tanto da rendere inadeguata la definizione di mammifero. 
Ecco il punto. Per me l’uomo è il più intellettualmente evoluto  degli animali, ma nulla di più. Per comprenderlo veramente, la difficoltà non è tanto sapere ciò che bisogna aggiungere alla definizione tassonomica, quanto ciò che bisogna togliere dalle illusioni correnti, considerando le infinite sovrastrutture che la società ha accumulato sul nostro conto. 
E qui siamo costretti a svoltare nella metafisica. Non si può discutere con colui che è seriamente religioso e crede in un Dio provvidenziale che si occupa della sorte di ognuno di noi. Non per disprezzo o pregiudizio, ma perché lui ha una Fede, e fede significa fiducia, non razionalità. Per lui l’uomo è figlio di Dio, ha un’anima, e se si è comportato bene andrà in Paradiso, dopo la morte. Per lui Dio sa tutto, vede tutto, si occupa di tutto, e può intervenire su tutto, solo che lo voglia. Insomma ha una sua concezione della realtà che sarebbe vano voler rimettere in discussione. Ecco perché premetto che sto per parlare a coloro che sono lontani da questa mentalità.
Nel mondo dell’homo sapiens come lo vedo io, non c’è nessun dio. L’homo sapiens non ha un’anima e dopo morto è una carogna come lo è la carogna di un cane o di uno gnu. Noi non siamo destinati né alla giustizia né all’ingiustizia. Nella vita può andar bene ai buoni e male ai cattivi o bene ai cattivi e male ai buoni. Possiamo avere molto più o molto meno di ciò che meritiamo, in tutte le direzioni. Se ci comportiamo con intelligenza e correttezza, le cose ci andranno meglio che agli altri, ma non sempre. Insomma siamo immersi in una società in cui non vige nessuna regola e impera da un lato la causalità, dall'altro la casualità. In un miscuglio inestricabile.
Ecco perché la grande fatica dell’orientamento nella realtà non è tanto quella di “imparare” tutto ciò che si crede a torto sia la realtà, ma quella di disimparare, di dimenticare, di “decostruire” l’immenso edificio delle nostre illusioni. Tutto ciò che si insegna ai bambini tende a disorientarli. Gli si insegna che chi è mite, chi obbedisce, chi è “buono” avrà ogni fortuna, mentre chi è “cattivo” avrà ogni sfortuna. E il bambino, l’adolescente, il giovane ci mette una vita a capire che non è vero. Al bambino bisognerebbe dire: “Comportati bene se no ti punisco in modo da fartene pentire. Poi, quando sarai tu il più forte, deciderai tu che cosa è bene e che cosa è male”. Lezione dura ma non ipocrita. 
Sicuramente non bisogna insegnare a porgere l’altra guancia perché, se questa fosse la regola, nella savana non si salverebbe nessuno. Bisogna insegnare non tanto a porgere l’altra guancia, quanto a non dare il primo schiaffo. “Noi siamo animali sociali, e se tratterai male il prossimo, il prossimo tratterà male te: la cosa non ti conviene”. Ecco una lezione etologica che è, nello stesso tempo, morale e fondata.
Ma per arrivare a tutto questo non bisogna avere idola. Bisogna essere capaci di vedere nella realtà ciò che realmente c’è, e non ciò che ci potrebbe o ci dovrebbe essere. In questo modo da un lato si sarebbe corazzati contro le disillusioni, dall’altro si potrebbe essere dei modelli di virtù, soltanto per avere scoperto che, comportandosi da galantuomini, in fin dei conti si vive meglio che cercando continuamente di barare. 
Questa decostruzione dei miti, degli idola, delle illusioni, dei pregiudizi, è l’impresa di una vita. Io l’ho cominciata da ragazzo e non ho mai avuto a pentirmi dei risultati. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
12 giugno 2019
 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/6/2019 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 giugno 2019
I FIGLI DI SALVINI E QUELLI DEGLI ALTRI
“Se le regole europee mi dicono di non dare da mangiare a mio figlio che ha fame io che faccio? Secondo me viene prima mio figlio e i miei figli sono 60 milioni di italiani”. Ecco che cosa ha risposto Matteo Salvini quando gli hanno parlato della procedura d’infrazione che l’Europa sta aprendo contro l’Italia, e degli eventuali vincoli che essa ci imporrebbe. 
Quando ho letto questa frase, da prima non ho potuto commentarla, perché le lacrime di commozione erano tali che vedevo lo schermo tutto appannato. Quando finalmente mi sono ripreso – ma non è stato facile - ho ritrovato la forza di rispondere a questa epica tesi.
Immaginiamo che Salvini abbia dei figli affamati, e non abbia il denaro necessario per comprare loro del cibo. Si trova in strada, circondato da circa ventisei, tra ristoranti e pizzerie, ma da un lato, come detto, non ha soldi, dall’altro i ristoratori, temendo che l’italiano passi a vie di fatto, stanno sulle loro soglie pronti a difendere i loro esercizi. Se necessario aiutandosi l’un l’altro. In che modo Salvini può costringere gli altri Paesi dell’eurozona a nutrire i suoi sessanta milioni di figli?
Scendiamo sul concreto. Se l’Italia spende in deficit, aumenta il proprio debito pubblico e questo potrebbe portarla al fallimento (anche se di solito lo si chiama più elegantemente default). Ora Salvini potrebbe dire: “Ma se falliamo sono fatti nostri, no?” Il fatto è che, appunto, non lo sono. Perché, partecipando all’area euro, si tratta di fatti comuni. Se l’Italia vuole fallire a suo piacimento , esca prima dall’euro e, per far buon peso, anche dall’Unione Europea. Ma finché non lo fa un suo eventuale fallimento provocherebbe una gravissima crisi, ed ecco perché l’Unione Europea, esercitando un legittimo diritto di autodifesa,  ci vuole imporre di non contrarre ulteriori debiti.
Ma non è l’unico motivo. Ce n’è un altro, precisamente economico,  che rende insulso il discorso di Salvini. Immaginiamo che l’Europa – totalmente impazzita - dica all’Italia: “Fai tutti i debiti che vuoi. Fra l’altro ho parlato con le Borse, e il globo terracqueo si è impegnato a non farti fallire”. Sembra un sogno e tuttavia avverrebbe che, immettendo sempre più denaro nel sistema, l’euro si inflazionerebbe. Di poco o di molto, non importa. Quello che importa è che, quando uno Stato immette in circolo denaro inflazionistico, i primi prenditori di quel denaro acquistano le merci al prezzo di prima – cioè prima che i prezzi abbiano il tempo di aumentare – mentre i percettori di reddito fisso, avendo lo stesso denaro di prima,  quando il prezzo aumenta comprano più caro le merci, e dunque ne acquistano meno. In altri termini, il vantaggio che ricevono i primi prenditori è pagato dagli ultimi prenditori. Ecco perché l’inflazione conduce i poveri alla disperazione, come vediamo in Venezuela.
Tornando al caso dell’euro, se l’Italia spendendo e spandendo in deficit, immette denaro a fronte di niente nell’area euro, di questo denaro falso profittano i sessanta milioni di figli di Salvini, ma lo scotto lo pagano le altre decine di milioni di figli che appartengono agli altri ventisei Paesi dell’area euro. Domanda per Salvini: lui che parla tanto di legittima difesa riconosce che quei ventisei padri hanno più diritto di difendere il cibo dei loro figli di quanto abbia lui il diritto di sottrarglielo con la forza?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      10 giugno 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/6/2019 alle 6:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
9 giugno 2019
MINIBOT PER MINIECONOMISTI
Il denaro è un facilitatore degli scambi. Il barbiere che ha passato ore a tagliare capelli, alla fine, avendo incassato del denaro, va a comprarsi da mangiare e a fare benzina. Il denaro che lui versa ai commercianti corrisponde, sostanzialmente, al valore del lavoro fatto. Un baratto mediato dalle banconote. Il denaro misura impersonalmente il valore di una prestazione, e la incorpora nel biglietto di banca, che costituisce dunque un credito nei confronti  della collettività. 
È proprio questo che distingue il denaro stampato dallo Stato da quello del falsario. Il denaro del privato onesto corrisponde ad una quantità di ricchezza che egli ha prodotto col suo lavoro, mentre il falsario non offre nulla in cambio di ciò che compra con la moneta falsa. Per questo è un ladro. Attenzione, come questo ladro si comporta anche lo Stato quando stampa moneta in eccesso rispetto a quella che ottiene col fisco. Perché la moneta che gli danno i cittadini è frutto del loro lavoro (ed è un credito reale) mentre quella che lo Stato stampa in eccesso è moneta a fronte di niente. Moneta che provoca inflazione, cioè diminuzione del valore della moneta circolante, e dunque costituisce anch’essa un furto perpetrato contro la collettività. 
I titoli di Stato non sono moneta, sono titoli di credito. Bot significa Buono Ordinario del Tesoro e si tratta cioè di una cartella che il risparmiatore compra, versando soldi allo Stato, il quale dal suo lato si impegna a restituire quella somma, più gli interessi, dopo il tempo stabilito. Per questo si parla di Bot a sei mesi, a un anno, a dieci anni. In sostanza, il privato concede un prestito a interesse allo Stato e lo Stato si indebita, vendendogli quella cartella.
Ora ammettiamo che lo Stato stampi Bot di piccolo taglio, diciamo da mille euro,  e poi dica agli imprenditori cui deve del denaro: “Ti sono debitore di 75.000€. Ti va se ti do 75 Minibot, scadenza cinque anni, interesse del 2%? Se li accetti, abbiamo regolato il nostro conto. Se non li accetti dovrai aspettare che abbia la disponibilità finanziaria per pagarti”. Come si configura tutto ciò, dal punto di vista economico? 
Che non si tratti di un pagamento, è evidente. Infatti quei Bot non sono moneta dello Stato, e la prova ne è che il detentore può darli in pagamento soltanto se qualcuno è disposto ad accettarli, oppure può disfarsene vendendoli in Borsa al prezzo di mercato (non al valore facciale). Essi sono essenzialmente una promessa di pagamento, con una dilazione compensata da un interesse.  Ma se così è, lo Stato indebitato era e indebitato resta. Si è soltanto ulteriormente indebitato dell’importo dell’interesse per comprare tempo, e alla fine comunque dovrà pagare in euro. Né i furbi possono pensare che Bruxelles o le Borse non contino quelle somme come parte del debito. Perché parte del debito sono e restano.
Ma ora ammettiamo che lo Stato dica: io ti pago in Minibot, e tu potrai usarli per pagare chiunque: le tasse allo Stato, le merci ai tuoi fornitori, e tutti i tuoi acquisti: nessuno avrà il diritto di rifiutarli. In questo caso lo Stato avrebbe emesso una moneta parallela. Infatti la moneta dello  Stato è caratterizzata dal “corso forzoso”, cioè dall’obbligo per tutti di accettarla come mezzo di pagamento. Ecco perché Mario Draghi ha lapidariamente scomunicato i Minibot dicendo che o si tratta di ulteriore debito o si tratta di una moneta parallela, dunque illegale. È ovvio: se lo Stato si mette a pagare le sue iniziative, i suoi dipendenti e chiunque voglia con i Minibot, aumenta il suo debito. E il nostro è già astronomico.
Ma – si dirà – i destinatari possono rifiutare quei Minibot, pretendendo di essere pagati in euro, unica moneta a corso forzoso dell’Italia. Giusto. Ma la legge può essere cambiata. E se lo Stato la cambiasse, per imporre i Minibot, avrebbe emesso una moneta parallela. Illegale.
Da qualunque lato si affronti il problema, si torna alla dicotomia di Draghi. Per giunta la moneta parallela – formalmente uguale all’euro (Bot da mille euro uguale dieci biglietti da cento euro) - varrebbe meno dei biglietti da cento euro, e dunque tutti tenderebbero a disfarsene al più presto, sicché in giro si vedrebbero soltanto Minibot (legge di Gresham, la moneta cattiva fa sparire la buona dal mercato).
Nell’attuale confusione (molti commenti e pochi dati) ho anche sentito un’affermazione la cui enormità mi fa dubitare della sua fondatezza. Qualcuno diceva che questi Minibot sarebbero titoli senza scadenza. E allora sarebbero evidentemente moneta. Infatti un biglietto da cento euro non ha scadenza e addirittura, se è danneggiato o troppo vecchio, la Banca d’Italia è tenuta a cambiarlo con uno nuovo, gratuitamente. Ma, se così stessero le cose, non si tratterebbe evidentemente di un altro tipo di biglietto di banca, per gli italiani? E questi biglietti di banca non aumenterebbero il debito italiano, oltre a violare le regole comunitarie? E perché i mercati non dovrebbero tenerne conto, quando si tratta di valutare la solvibilità dell’Italia?
Meraviglia che idee così balorde possano essere sostenute da persone che parevano serie e che nessuno abbia abbastanza carità cristiana per chiamare il 118.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 giugno 2019 
P.S. I nostri governanti, nel loro aprioristico sostegno ai Minibot, si fanno forti del fatto che essi siano “inclusi nel Contratto”. E dovrebbero convincere me, che non credo nemmeno a ciò che è scritto nel Vangelo, nel Corano e in “Das Kapital”?




permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/6/2019 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 giugno 2019
CAMBIARE L'EUROPA. GIUSTO. MA COME?
Una cosa che si sente dire ogni giorno è che l’Europa sarà pure necessaria, e sarebbe un errore lasciarla, ma non va bene com’è. Va cambiata. Va riformata. Va adeguata e rinnovata. E se lo dicono tutti dovrebbe essere vero. Purtroppo, dire che si è stanchi di qualcosa e si desidera di meglio, non è nemmeno la metà del discorso. È da quando siamo usciti dal Paradiso Terrestre che siamo insoddisfatti della nostra situazione. Se essa dipende da noi, ci lamentiamo della sfortuna di non essere in grado di porvi rimedio; se dipende dagli altri, non troviamo scuse per la loro infingardaggine, la loro stupidità, e magari il loro interesse a nostro danno. 
Lamentarsi è contemporaneamente umano e inutile. Dirci che l’Europa “andrebbe cambiata” è un abuso del nostro udito. Cominceremo a drizzare le orecchie soltanto quando qualcuno ci dirà in che direzione, con quali sistemi, a quali costi e con quali controindicazioni. E ci indichi anche il modo di ottenere il consenso dei cittadini, dal momento che, quando si cambia qualcosa, alcuni sarebbero più felici di prima, mentre altri si sentirebbero danneggiati e dunque non sarebbero d’accordo. 
Un po’ tutti i politici fanno immaginare che l’Europa abbia più potere di loro e sia la vera responsabile del nostro scontento. Certo, qualunque organizzazione fa cose buone e cose cattive, ma l’Europa agisce sempre col consenso degli Stati interessati (anche il nostro) e comunque non può essere responsabile né della nostra disoccupazione né degli enormi interessi che paghiamo sul nostro debito pubblico (65 miliardi, nel 2018). Ce l’ha ordinato Bruxelles di contrarre tutti quei debiti?
L’Europa ha il grande merito di avere realizzato una vasta zona di libero scambio, il cui effetto positivo non dipende da una particolare politica economica ma dal principio dell’utilità dello scambio. Con i dazi o, peggio, con l’autarchia, pagheremmo più caro molte merci. E infatti nessuno, salvo i meno informati, è contro questa libertà di commercio. Quando si parla di cambiare l’Europa, ci si riferisce ad altro senza dire che cosa. Semplice chiacchiericcio. 
Se  l’Europa deve essere cambiata, bisogna innanzi tutto che i politologi indichino la direzione da prendere; poi i tecnici devono dire se è possibile ottenere quei risultati, e con quali mezzi. Si tratta infatti di mettere le mani in un organismo enorme in cui soltanto dei professionisti di altissimo livello sono capaci di orientarsi, prevedendo accettabilmente (e non perfettamente, questo è impossibile) a quali controindicazioni si va incontro. In questo mondo non c’è spazio per gli economisti da bar.
In ogni modo, bisognerebbe sciogliere il nodo fondamentale dell’Unione, e cioè la sua natura ibrida. Se essa vuole essere pressoché esclusivamente una Zollverein, cioè una zona di libero scambio, non si vede perché dovrebbe avere una moneta unica, cosa che crea inestricabili problemi di governance delle diverse economie e  fa pensare a molti, se pure a torto, che è questo impegno comune che toglie loro la libertà di mettere rimedio ai loro problemi economici. 
Se viceversa si pensa – molto giustamente – che l’Europa conterebbe molto più nel mondo se avesse un’amministrazione unica dell’economia (non della sola moneta), delle forze militari assolutamente unificate, e una politica internazionale centralizzata, allora la direzione dovrebbe essere opposta. Bisognerebbe rinunciare alla maggior parte della propria sovranità. Gli stati rimarrebbero, certo, come sono rimasti i cantoni della Svizzera e come sono rimasti i cinquanta Stati degli Stati Uniti, ma da un lato saremmo molto più forti e molto più sicuri, dall’altro i problemi economici più gravi – per esempio quelli dell’Italia – sarebbero di colpo risolti. Perché di essi si occuperebbe l’Europa, sempre che essa ci accetti nell’Unione rafforzata. 
Qualcuno potrebbe chiedere perché l’Europa non cominci proprio da questo, dal salvare l’Italia. Si dimentica che, se l’Europa fosse unita, da un lato garantirebbe il nostro debito pubblico, dall’altro ci imporrebbe politiche tali che il nostro debito comincerebbe a poco a poco a scendere, fino a non costituire più un pericolo. Se oggi è una bomba che ticchetta, è perché esso è enorme e noi non facciamo nulla di serio per farlo diminuire. 
Forse, a tutti coloro che parlano di cambiare l’Europa, basterebbe chiedere a bruciapelo: “Volete abolire l’euro, mantenendo il mercato comune, o volete che l’Europa diventi un grande Stato federale?”
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 giugno 2019
IL PROBLEMA DEI COMMENTI SI QUESTO BLOG
Da parecchio tempo mi viene segnalata la difficoltà/impossibilità di inserire dei commenti su questo blog- Poiché il “giro” di coloro che sono interessati ai commenti è limitato, propongo quanto segue.
1 Tutti i commenti sono inviati a giannipardo1@gmail.com.
2 Tutti coloro che sono interessati ai commenti, sia per inserirli, sia soltanto per leggerli, mi inviino il loro indirizzo email, che io inserirò in una speciale mailing list “Commenti”.
3 Ricevuto un commento, lo inoltrerò a tutti coloro che sono inclusi nella mailing list. 
4 Ovviamente i commenti saranno indirizzati a tutti col sistema “ccn”, con conoscenza nascosta,  in modo che il loro indirizzo non possa essere visto o usato da terzi e neppure, autonomamente, da coloro che inseriscono commenti. A meno che il proprio indirizzo non sia usato come firma, nel quale caso sarà inviato insieme col testo.
5 Se il sistema del blog riprenderà a funzionare – cosa che vi prego di segnalarmi, eventualmente – la nostra rete privata sarà eliminata.
Gianni Pardo



permalink | inviato da Gianni Pardo il 8/6/2019 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 giugno 2019
NON VORREMMO ESSERE NEI NOSTRI PANNI
Il nostro governo ha ricevuto la risposta al documento richiesto qualche giorno fa, e questa risposta è la peggiore che potevano darci: la Commissione Europea ritiene la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia “giustificata”. È la prima volta che l’Europa si appresta ad applicare questa procedura.
Nell’autunno dello scorso anno ci è stata minacciata la procedura “per infrazione” delle regole comunitarie – non per debito eccessivo - e il nostro governo, dopo decine di proclami aggressivi e gladiatori, mandò Tria a negoziare la resa. Il deficit previsto fu ridotto dal 2,4% al 2% (col gioco delle tre carte scrissero 2,04%, per conservare il “4”, quattro  decimillesimi in più). Purtroppo l’andamento dell’economia è stato peggiore del previsto, e non siamo stati in grado di mantenere nemmeno quel 2%. E questo contribuisce a rendere giustificata la procedura d’infrazione. 
Ma c’è di peggio. Come si diceva, stavolta la Commissione ci preannuncia una procedura “per debito eccessivo”. E qui, a naso, le cose divengono anche più difficili. Chi infrange le regole può promettere di comportarsi bene e non infrangerle più. Chi ha un debito eccessivo, invece, ha soltanto la possibilità di ridurlo (usando miliardi sonanti a questo scopo) o, malissimo che vada, a non aumentarlo. Ma già questo significa scordarsi tutti i provvedimenti di cui sogna l’attuale governo.  Non basta: tutto questo entro il nove luglio. Noi che non siamo capaci di raddrizzare la rotta in un anno, stavolta dovremmo riuscirci in un mese. Chi ci crede alzi la mano. E tuttavia, o l’Italia obbedisce all’Europa o sono guai. O forse sono comunque guai. Probabilmente è per questo che sia Salvini sia Di Maio riconfermano i loro impegni: perché sono già nella melassa fino al collo, e possono anche affondare cantando l’inno nazionale.
Ma cerchiamo di essere analitici. Se l’Italia obbedisce, può scordarsi a tempo indeterminato la parola “deficit”. Non ci sarà un euro per tutti i progetti faraonici di cui si è parlato, e bisognerà rimangiarsi i provvedimenti stupidi e dannosi varati fino ad ora, ma di cui gli scervellati menano vanto. Né ci sarà un euro per finanziare la tassa piatta. Se denaro non ne abbiamo e l’Unione ci vieta di chiederlo in prestito, come potremmo – anche volendo - aumentare il debito pubblico? Con quale denaro si potrebbe fare il minimo sforamento, intendendo con questo la minima spesa in deficit? Non è nemmeno necessario che Bruxelles ci imponga in concreto qualcosa, basta che dichiari che il nostro debito non è affidabile, che essa in ogni caso non ci sosterrà, e i mercati non avranno più fiducia in noi.
E non basta. A fine anno, se soltanto vogliamo disinnescare la clausola di salvaguardia che ci impone di aumentare l’Iva (presto al 25%), abbiamo bisogno di una trentina di miliardi. E se non possiamo spenderli in deficit, se cioè non possiamo ottenerli in prestito, e dobbiamo tirarli fuori dalle nostre tasche, con prelievi forzosi da parte dello Stato, come sopporteremo questo sforzo? Soltanto per l’Iva si tratta di cinquecento euro a testa, dunque di duemila euro per una famiglia monoreddito di quattro persone. Ma, come si dice nel Sud, non si può cavare sugo da una pietra.
E allora facciamo che lasciamo aumentare l’Iva. Ma questo aumento corrisponde ad un aumento di prezzo del 3 o 4% di tutto ciò che è gravato di Iva. E si sa che l’Iva si paga anche sui servizi funebri. Insomma non ne scampiamo neanche morendo. Allegria.
Attualmente siamo alle raccomandazioni, efficacemente riassunte da Corinna de Cesare sul Corriere(1), e basta leggerle per rendersi conto che se, per alcune di esse, l’Italia non è disposta a seguirle, per la maggior parte si tratta di autentiche impossibilità pratiche. Insomma, se l’Europa parla seriamente, in luglio si avrà sicuramente la procedura d’infrazione per debito eccessivo. E bisogna dunque chiedersi quali saranno le ulteriori conseguenze. Purtroppo, pur cercando notizie sui giornali, regna la nebbia. Qualcuno – che spero ne capisca più di me – ipotizzava le seguenti soluzioni: o una maxi multa di tre miliardi e mezzo di euro, o l’arrivo della Troika (commissariamento economico dell’Italia da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale) o l’espulsione dall’area euro. Ammettiamo che abbia ragione. La multa mi sembra inverosimile. Sarebbe come obbligare chi è in crisi iperglicemica a mangiare mezzo chilo di cassata siciliana. L’espulsione dall’euro non mi pare sia prevista nei testi da me intravisti, ma potrebbe verificarsi per ragioni obiettive. Se i mercati attaccano l’Italia, e questo attacco coinvolgesse l’Europa, questa per salvarsi potrebbe mollarci. Rimane la Troika, per cinque anni o più. E in quel caso ci potremmo porre un problema che probabilmente si pongono molti cinesi: è meglio avere un governo dittatoriale che non provoca disastri economici o un governo che ci assicura sia politicamente che economicamente la libertà di avviarci al default?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 giugno 2019

(1)Corinna de Cesare
Le raccomandazioni
I nodi sono arrivati al pettine. E leggendo le raccomandazioni di Bruxelles all’Italia, i nodi sono sempre gli stessi. «Il debito italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia» ha sottolineato l’Ue e le recenti «misure, con il trend demografico avverso, capovolgono in parte gli effetti positivi delle riforme pensionistiche del passato e indeboliscono la sostenibilità a lungo termine» delle finanze. Finanze danneggiate, com’è noto, anche dall’ «aumento dei tassi d’interesse dei titoli di Stato osservato nel 2018 e 2019». Ossia lo spread, tornato oggi ad aumentare.
Abbassare il debito
La regola del debito insomma «non è stata rispettata» nel 2018, nel 2019 e non lo sarà nel 2020, e quindi «è giustificata», secondo l’Ue, l’avvio di una procedura per debito eccessivo. L’Italia deve avviare necessariamente un cambio di rotta su questo ed altri punti, secondo la Commissione europea. «Le recenti politiche dell’Italia hanno inflitto danni — ha spiegato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis —. L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante e la crescita si è quasi interrotta». 
Bruxelles si aspetta che il debito italiano salga sia nel 2019 sia nel 2020 oltre il 135%, anche a causa di «un avanzo primario in discesa, e privatizzazioni non raggiunte». E dunque, «sebbene restino limitati i rischi di rifinanziamento nel breve termine, il debito pubblico resta una fonte di vulnerabilità». 
Combattere l’evasione
Come abbattere il debito secondo Bruxelles? Usando le entrate inattese, spostando la tassazione dal lavoro ma soprattutto combattendo l’evasione. È questo un punto su cui l’Ue insiste in particolar modo sottolineando l’importanza di rafforzare l’uso di pagamenti elettronici e abbassare la soglia per i pagamenti in cash. Solo così, secondo la Commissione, si va nella direzione della lotta all’evasione, purtroppo ancora molto diffusa in Italia. 
Secondo le statistiche del ministero dell’Economia, solo 38.291 persone dichiarano redditi superiori a 300.000 euro. A fronte di un total tax rate, l’insieme di tasse e contributi pagato da un’azienda in Italia superiore al 60%. E la pressione fiscale con l’ultima legge di bilancio è cresciuta dal 41,9 al 42,3%. 
Ridurre la tassazione sul lavoro
Una delle raccomandazioni dell’Ue è quella di abbassare la tassazione sul lavoro. L’Ocse ha di recente diffuso il rapporto Taxing wages 2019 dedicato al cuneo fiscale, da cui emergono i differenziali esistenti tra i 36 Paesi che fanno parte dell’Organizzazione. Il cuneo fiscale misura di fatto la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e la corrispondente retribuzione netta del lavoratore. Ebbene, l’Italia si colloca nelle prime posizioni: nel nostro Paese un lavoratore standard single e senza figli a carico è sottoposto a un cuneo fiscale del 47,9%. La percentuale è composta per il 16,7% di imposte personali sul reddito e per 31,2% di contributi previdenziali che ricadono in parte sul lavoratore (7,2%) e in parte sul datore di lavoro (24,0%). Il terzo posto dell’Italia è un gradino sotto il secondo posto della Germania (49,5%) e uno sopra il quarto della Francia (47,6%). 
Attuare le riforme pensionistiche
Per Bruxelles il rallentamento economico «spiega solo in parte l’ampio gap» nel rispetto della regola del debito invece la «retromarcia» su alcune riforme pro-crescita del passato, come quella delle pensioni, ha avuto un ruolo importante. Il riferimento è a «Quota 100», l’operazione fortemente voluta dal governo 5 stelle-Lega e su cui Luigi Di Maio ci ha tenuto subito a sottolineare su Facebook: «Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!». 
 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/6/2019 alle 6:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 giugno 2019
L'AUTO-SOSPENSIONE
Luca Palamara si è auto-sospeso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Ieri cinque membri del Consiglio Superiore della Magistratura si sono auto-sospesi. Questi titoli del Corriere della Sera, al di là delle note vicende, inducono a porsi ancora una volta l’interrogativo: ma che cos’è, questa auto-sospensione? La prima risposta è molto semplice: è un istituto giuridico che  non esiste. Ma poiché se ne parla tanto, può essere utile definirlo, e per farlo partiamo dalla sospensione. 
La sospensione è l’atto col quale un’autorità amministrativa ingiunge ad un dipendente di astenersi dalla sua attività istituzionale, cioè dal fare il suo normale lavoro. Per esempio se un ospedale vuole punire un suo medico in seguito ad un grave sospetto, ad una seria infrazione della legge o a una intollerabile mancanza disciplinare, lo sospende. Da quel momento quel professionista non potrà più curare i malati, e ciò fino alla eventuale revoca della sospensione o ad un provvedimento più grave, per esempio il licenziamento. 
Ciò dimostra che la sospensione può avere parecchie facce. Nel caso del medico ospedaliero, se il sospetto è quello di gravi mancanze professionali o deontologiche, se cioè c’è il grave sospetto che egli sia un cattivo medico, la sospensione ha evidentemente lo scopo di impedirgli di fare ulteriori danni. Se viceversa egli è passato a vie di fatto col Direttore dell’ospedale, la sospensione avrà il significato di una punizione e di una minaccia di ancor più gravi provvedimenti. Insomma la sospensione va esaminata nel caso concreto, perché secondo le circostanze può avere significati diversi.
L’auto-sospensione consiste invece nell’annuncio, dato dall’interessato, che in conseguenza degli eventi in cui è implicato, si comporterà come se la sua Amministrazione lo avesse sospeso. E questo atteggiamento – benché di moda, prova ne sia che è nata una parola per designarlo – in fondo è sorprendente. Se l’amministrazione da cui il funzionario o il professionista dipende non ha ritenuto opportuno sospenderlo dal servizio, perché mai dovrebbe ritenerlo opportuno il funzionario o il professionista?
L’annuncio può avere diverse finalità. La prima è la volontà di dimostrarsi così sensibili ai doveri morali da dire: “Voi mi sospettate ma non mi sospendete. Io sono così severo che, se qualcuno fosse sospettato della stessa cosa, lo sospenderei. E per cominciare, dunque, sospendo me stesso”. Ma questo atteggiamento è criticabile per parecchi versi. Se la mossa è destinata ad accreditare l’auto-sospeso come persona di particolare sensibilità etica, ciò è in contrasto con i fatti di cui è accusato. È quasi un volersi presentare non soltanto come innocente, ma come persona che, del tutto all’opposto, è ancor più della media alieno dall’irregolarità di cui è accusato. Ma questo è un paralogismo. Se un capoufficio è accusato di atti di libidine violenti (basta che abbia toccato il sedere di una impiegata) non sarà certo una scusante, per lui, se afferma che da mesi non fa nemmeno l’amore con sua moglie. Perché la reazione del pubblico accusatore potrebbe essere sarcastica: “Ma allora vada a toccare il sedere di sua moglie, invece di quello delle impiegate”. 
Una seconda critica nasce da uno squilibrio giuridico. Se l’autorità non sospende qualcuno, l’interessato dovrebbe esserne contento e, se si trattasse di un altro, dovrebbe battersi perché non sia sospeso, dal momento che la sospensione, come la carcerazione preventiva, si risolve in una punizione anticipata, prima che sia accertata la colpa.
Da qualunque lato la si esamini, l’auto-sospensione è qualcosa che non funziona. Chi si reputa innocente non dovrebbe auto-sospendersi ma, se possibile, dovrebbe fare appello contro questa decisione. Fra l’altro, chi si auto-sospende sottrae indebitamente le proprie prestazioni all’ente da cui dipende e questo è contrario alla deontologia. Anche nel caso in cui si sia disposti a rinunciare allo stipendio. Infatti (per il principio economico dell’utilità dello scambio) se il datore di lavoro gli ha dato quel posto, è perché pensa di ricavarne un’utilità superiore a quella che gli dà in termini di paga.
E infine, al di sopra di tutti gli altri, c’è un problema di buon gusto. Se mi accusano di rapina – reato odioso – non è che, per difendermi, devo proclamarmi un novello Francesco Saverio o una novella Madre Teresa di Calcutta. Basta che dimostri, se mi riesce, di non aver commesso quel delitto. Invece auto-sospendersi tende a darsi un’esagerata aureola di virtù, dimenticando che la società non va in cerca di santi o di eroi, ma di galantuomini che non violano il codice penale. 
In uno stato liberale ed evoluto, bisognerebbe tenere separata la morale e l’amministrazione della giustizia. Riguardo al singolo, in tanto si può affermare che abbia violato il codice penale, in quanto sia intervenuta sentenza definitiva. Punto. E chi crede alla propria innocenza, è a quell’innocenza che deve aggrapparsi, sperando che la magistratura la riconosca.
Insomma, sarebbe bello se questa commedia dell’auto-sospensione avesse onesta e definitiva sepoltura.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
       4 giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/6/2019 alle 6:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 giugno 2019
CONTE RUGGISCE, MA FORSE PER FINTA
“Servono chiarimenti o rimetterò il mandato”. Queste sono le parole che il Corriere della Sera mette in bocca a Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di oggi pomeriggio. Premetto che non ho ascoltato il discorso perché, senza offesa, il personaggio mi risulta indigeribile. Aggiungo pure chenon mi fido delle virgolette dei giornali. Ma stavolta, a leggere il resoconto di Paolo Decrestina (che riporto sotto) devo riconoscere che quel titolo risponde alla sostanza di ciò che Conte ha detto, anzi la edulcora. E tuttavia rimango del mio parere: meglio avrebbe fatto a star zitto. Se ho notoriamente una pistola scarica e me ne sto buono in un angolo, nessuno mi noterà. Ma se provo a minacciare gli altri,  mi espongo inutilmente al ridicolo.
Giuseppe Conte deve rassegnarsi al fatto che la sua carica è fittizia. Dal momento che è arrivato a quel posto “per grazia ricevuta”, e non per forza propria, è lui che deve obbedienza ai suoi danti causa, e non il contrario. Non sono loro che devono rendere conto a lui, è lui che deve rendere conto a loro. E, proprio a causa di questi presupposti, alle sue parole si possono dare soltanto tre interpretazioni.
In primo luogo, potrebbe aver ricevuto il mandato di fare un grande favore a coloro che l’hanno nominato. Lui fa finta di esigere impegni e chiarimenti; i due Vice glieli danno; lui fa finta di esserne insoddisfatto, si dimette e cade il governo. Il senso della cosa sarebbe che tutti e due i Vice (o magari il solo Salvini) gli hanno detto che vogliono interrompere la legislatura e sarebbero lieti di farlo cadere  senza tentare di addossare all’altro partner la responsabilità della cosa. Per non avvelenare l’aria più di quanto sia già avvelenata, e forse per non danneggiarsi tutti e due. Conte invece questo risultato può ottenerlo senza correre nessun rischio ed anzi facendo per una volta la figura di uomo forte.
In secondo luogo, Conte potrebbe essersi montato la testa e dirsi che, se pure è vero che non ha nessun autonomo potere, ha almeno quello di dimettersi. E questa è una potente arma di ricatto. Ma per quanto potente essa possa essere, non lo è abbastanza per modificare seriamente il comportamento di uno o di tutti e due i massimi azionisti del governo. Se essi non vogliono farlo cadere potrebbero fornire al Presidente del Consiglio una serie di volenterose bugie e a lui non rimarrebbe che far finta di crederci. Se viceversa avessero in mente la prima ipotesi, potrebbero approfittare dell’occasione per mandarlo al diavolo, obbligarlo a dimettersi, e togliersi il problema del casus belli per andare a nuove elezioni. 
Rimane infine l’ipotesi - vagamente psicopatologica - che Conte non si sia affatto consultato con loro e abbia deciso di fargli questo maxi-dispetto. Cioè di mandarli a casa, lui che non era (e non è) nessuno. Ma questa ipotesi è la meno verosimile. In primo luogo, sarebbe un atto di slealtà - o addirittura di tradimento - considerando l’onore che gli è stato fatto, pressoché gratuitamente. La stizza per essere stato considerato una sorta di burattino (come detto ad alta voce nell’assemblea di Bruxelles) non è una scusante, perché quando ha accettato l’incarico sapeva benissimo in quale condizione si metteva. D’altro canto, chi gli dice che il suo maxi-dispetto, per quanto imprevisto, non sia accolto dagli interessati come un’ottima occasione per risolvere una situazione imbrogliata?
La verità è che ci sono situazioni in cui non bisognerebbe mai cacciarsi perché non c’è modo di uscirne bene. Se la legislatura continuerà, si penserà che il suo è stato il ruggito del topo. Se si fermerà, si dirà che lui ha fatto finta di chiedere chiarimenti, mentre in realtà ha obbedito all’ordine di far cadere il governo. Se infine ci si convincesse che il suo è stato un fallo di reazione del tutto ingiustificato, l’Italia lo giudicherebbe malissimo, come uno che ha fatto fallire l’impresa per cui lavora soltanto perché al mattino gli hanno fatto trovare il posacenere sporco.
Lo dicevo io che la cosa migliore che Conte avrebbe potuto fare, oggi, come in tutti gli altri giorni, era tenere la bocca chiusa. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
Comunque, in calce, ciò che riferisce il Corriere della Sera.
https://www.corriere.it/politica/19_giugno_03/governo-conte-non-vivacchio-o-si-avanti-o-rimetto-mandato-salvini-maio-dicano-se-continuare-0813f6b4-8618-11e9-a409-fe3481384c64.shtml#
Governo, Conte: «Non vivacchio, o si va avanti o rimetto il mandato. Salvini e Di Maio dicano se continuare»
Il premier parla nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Chiedo alle forze politiche una risposta chiara, inequivoca e rapida. Il Paese non può attendere». La replica del vice premier leghista: «Vogliamo andare avanti»
Paolo Decrestina  
Ultimatum. Senza dubbio un ultimatum. Senza perifrasi, senza termini masticati tra il politico e il giuridico: «Non vivacchio, o si va avanti o rimetto il mandato». E questo aut aut è diretto alle forze politiche che sostengono il suo governo, o ancora meglio ai suoi leader: «Chiedo una risposta chiara, inequivoca e rapida. Il Paese non può attendere».
La conferenza 
Il premier Giuseppe Conte parla da Palazzo Chigi, nel corso dell’attesa conferenza stampa organizzata nel tardo pomeriggio, a mercati chiusi. Conte rivendica l’azione del suo governo, un governo che sarà «del cambiamento fino all’ultima ora» della sua sopravvivenza, anche se non «posso sapere quanto durerà, visto che non dipende solo da me». Ricorda il giorno del suo giuramento davanti al Capo dello Stato, rivendica i provvedimenti intrapresi, da attuare e sorvegliare, ma ammette anche di aver «sottovalutato» gli effetti sull’esecutivo di questa perenne e lacerante campagna elettorale. «Personalmente resto disponibile a lavorare nella massima determinazione di un percorso di cambiamento. Ma non posso compiere questa scelta da solo. Le due forze politiche devono essere consapevoli del loro compito. Se ciò non dovesse esserci non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi. Molto semplicemente rimetterò il mio mandato».Salvini: «La lega c’è’»
E mentre il premier è ancora davanti ai giornalisti, il suo vice Matteo Salvini già commenta su Facebook le sue parole. «Noi non abbiamo mai smesso di lavorare, evitando di rispondere a polemiche e anche insulti, e gli Italiani ce lo hanno riconosciuto con 9 milioni di voti domenica». Non solo: «Noi siamo pronti, vogliamo andare avanti e non abbiamo tempo da perdere, la Lega c’è».
La leale collaborazione
Secondo Conte i provvedimenti che il governo deve mettere in campo «richiedono visione, coraggio, tempo, impongono di uscire dalla dimensione della campagna elettorale e entrare in una visione strategica e lungimirante, diversa dal collezionare like nella moderna agorà digitale». Il presidente del consiglio parla più volte di «leale collaborazione», e cioè che «ciascun ministro si concentri sulla propria materia senza prevaricare su scelte che non gli competono suscettibili di compromettere in prospettiva la credibilità dell’intero esecutivo». Leale collaborazione significa che «se ci sono questioni politiche lo si dice rispettando la grammatica istituzionale, parlando in modo chiaro e non lanciare messaggi ambigui sui giornali». Leale collaborazione vuol dire che «se il ministro dell’Economia e il presidente del consiglio dialogano con l’Ue per evitare una procedura d’infrazione che ci farebbe molto male, le forze politiche non intervengono ad alterare quel dialogo riducendo quella trattativa a terreno di provocazione». 
Ancora clima acceso
Da palazzo Chigi si è perfettamente consapevoli che il clima elettorale non si è ancora spento, ed è un clima «che non giova all’azione di governo». «La Lega ha riscosso un successo significativo e i 5 stelle ne sono usciti penalizzati» dalle europee, spiega Conte. «Trattandosi di una consultazione europea non ha ricadute dirette nella distribuzione delle forze rappresentate nel nostro parlamento, ma le forze politiche sono comunità di donne e uomini e quindi i risultati provocano esaltazione nei vincitori e delusione negli sconfitti».
Un ciclo serrato
L’esperienza di governo ha dovuto convivere con «un ciclo serrato di tornate elettorali e ne ha risentito il clima di coesione delle forze di governo», ricorda Conte che poi ammette: «Io stesso avevo sottovalutato questo aspetto. In particolare il voto delle europee, molto complesso, ha accreditato l’immagine di uno stallo nell’attività di governo: questa è una falsità, il governo ha continuato a lavorare perché è iniziata la fase due, dopo la fase 1. Abbiamo svolto un lavoro di squadra incredibile con i vicepremier, con i ministri e sottosegretari e i parlamentari di maggioranza che anche in contesti delicati hanno operato con grande abnegazione. Anzi, auspico un loro maggiore coinvolgimento in futuro avendo apprezzato la competenza professionale ed esperienza civile».
Le fasi del governo
Dalla fase 1 alla fase 2, e cioè una stagione di riforme: contratti pubblici, codice civile, sostegno alle disabilità con l’ambizione di realizzare una azione semplificatrice del quadro legislativo. «Vogliamo una giustizia sempre più rapida, più vicina ai cittadini», insiste Conte. «Stiamo lavorando per ammodernare il sistema infrastrutturale con ricadute per l’intero indotto e con effetti positivi su tutto il settore», aggiunge. «Il nostro cantiere riformatore è aperto e stiamo lavorando per attuare l’autonomia differenziata e io stesso intendo dare massimo impulso al lavoro in corso, per trasferire competenze alle regioni avendo cura di evitare che il legittimo processo riformatore aggravi il divario tra nord e Sud».
Dalla Ue alla Tav
I temi all’ordine del giorno sono diversi. Prima di tutto la Ue: «La prossima manovra dovrà mantenere un “equilibrio dei conti” perché le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle». Poi la flat tax: «Ragiono di una più complessiva e organica riforma del fisco perché la rimodulazione delle aliquote deve inserirsi in un percorso più complessivo, perseguendo una giustizia tributaria più efficiente, su cui lavoro con il ministro Bonafede. Lavoreremo senz’altro alla flat tax ma c’è una riforma organica del fisco di cui il Paese ha bisogno, che attende da anni», risponde Conte. E infine la Tav: «C’è un contratto di governo. Poi c’è un metodo di lavoro: non ci si sveglia dall’oggi a domani e si dice si fa così. Non è che per mesi si attende l’analisi costi-benefici senza discutere e poi si dice `bisogna farla punto´. Non funziona così», sottolinea molto chiaramente il premier. «Siccome c’è un accordo e delle leggi del Parlamento molto responsabilmente ho parlato con Macron e poi mandato il mio ministro dal ministro francese. Un altro passaggio ci sarà a breve con la Commissione Ue. All’esito di queste conclusioni trarremo le fila. O trovo un’intesa con la Francia e la Commissione europea o il percorso è bello e segnato». 
Le opposizioni
Dure le critiche delle opposizioni: «Governo alle prese con il `Gioco del cerino´ tra Conte, Lega e M5S per vedere a chi affibbiare la responsabilità di far cadere il Governo prima di dover affrontare la legge di Bilancio. Lo avevamo purtroppo previsto, quando già nel 2018 denunciavamo che il Governo non sarebbe stato in grado di affrontare la nuova legge di Bilancio per le spese insensate sostenute e per la mancanza di una strategia di crescita economica», commenta il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. «Da Giuseppe Conte ci aspettavamo parole di verità che non ci sono state», sottolinea Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia. «Ci aspettavamo una assunzione di responsabilità per una economia paralizzata e non c'è stata. Ci aspettavamo che assumesse un approccio da Presidente del Consiglio, quale dovrebbe essere secondo Costituzione, invece continua a sentirsi il mero esecutore di un finto contratto. Conte - conclude - ha rievocato Don Abbondio, i due bravi sappiamo chi sono». Per il segretario del Pd Nicola Zingaretti, invece, è «molto grave» che il presidente Conte abbia detto cose di questa gravità in diretta Facebook e non in parlamento o davanti al presidente della Repubblica. Conte si rechi subito in parlamento a riferire le cose che ha detto», ha aggiunto Zingaretti, «perché gli italiani stanno pagando caro questa situazione con lo spread che oscilla tra 289 e 290 punti. Stiamo bruciando milioni di euro ogni giorno». 
Paolo Decrestina 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/6/2019 alle 19:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
giugno       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1866965 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, rinvenibile su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.