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giannipardo@libero.it
POLITICA
22 febbraio 2017
LETTA PIANGE PERCHÉ HA VISTO GIUSTO
Forse Enrico Letta, pur essendo lontano dall’Italia, ha percepito meglio di altri l’errore commesso con la scissione del Partito Democratico. Egli infatti esprime così la sua angoscia e la sua incredulità per le dimensioni del danno provocato: “Ricostruire da tutte queste macerie, per chi ci si metterà, sarà lavoro ai limiti dell’impossibile”. 
 Forse l’abbiamo dimenticato, ma per molti decenni gli elettori italiani sono stati in maggioranza visceralmente contrari ai comunisti. Hanno votato piuttosto contro di loro, che a favore di qualche altro partito. Questa fu la grande rendita di posizione della Dc ed anche la ragione per la quale, caduto il Muro di Berlino,  Achille Occhetto impose il passaggio dal Pci al Pds: bisognava ad ogni costo togliere quella “c”. E tuttavia ciò non bastò per sbarrare il passo ad un Berlusconi che inalberava semplicemente la bandiera dell’anticomunismo. Era morta la Dc, non era morto il suo elettorato.
Poi quel marchio indelebile fu fatto scolorire da Walter Veltroni il quale riuscì a realizzare l’improbabile fusione dei comunisti mai pentiti e dei democristiani di sinistra. La fusione fu definita “a freddo” e molti dubitarono della sua vitalità, ma offrì considerevoli vantaggi ad ambedue i gruppi: il partito riuscì infatti a farsi sentire come  post-comunista, quasi “altro” dai comunisti, e ciò lo rese presentabile al punto da aprirgli le porte di Palazzo Chigi.
Ecco perché Letta si dispiace tanto. Con la scissione, il partito ritorna alle sue vecchie anime. Quando tanti comunisti lasciano il Pd, rimproverandogli di avere rinunciato ai valori tradizionali del partito, quando personaggi come Epifani lo accusano dettagliatamente di tradimento,  la scissione significa che il Pd non è più qualcosa di nuovo. I postcomunisti, ridivenuti comunisti, vanno con Bersani, mentre il Pd è soltanto un partito di centro, vagamente democristiano, tenuto insieme dall’interesse per il potere. 
La sinistra del Pd,  con la scissione, si allontana da Palazzo Chigi e rischia di divenire irrilevante, ma il partito non rischia tanto di perdere i deputati e i senatori che seguiranno Epifani e Speranza, quanto la bandiera che tanti seguivano e che Bersani ha portato via con sé. Da un lato i comunisti di nuovo nel ghetto, dall’altro dei democristiani impoveriti dalla fuga di tanti elettori. Ecco perché “Si sta aprendo un’autostrada a Grillo, a Salvini e al ritorno di Berlusconi”. E chi è colpevole di tutto ciò? Secondo Letta, “La responsabilità maggiore per la rottura ce l’ha il segretario”. I motivi credo siano trasparenti: il comportamento stupidamente provocatorio del Segretario nei confronti dei dissidenti e il fatto di non aver capito, nel momento della crisi, che pur di salvare il partito avrebbe dovuto togliersi di mezzo. Tanto, probabilmente poi avrebbe avuto il modo di ritornare in auge con l’aureola del superiore disinteresse. Un po’ di buone maniere in più, e avremmo avuto uno statista.
Letta è scandalizzato: “Non è possibile distruggere tutto così, sfidare la minoranza e magari essere pure contento se vanno via”. Renzi ha visto gli oppositori come un impedimento alla sua azione di governo, ed è sembrato credere che, andando via, gli lasciassero libero e intatto il potere per il momento in cui lo riconquisterà. Un calcolo molto miope. È vero che la perdita di alcuni deputati e di alcuni senatori, nella morente legislatura, è cosa trascurabile. È vero che, se il governo Gentiloni dovesse cadere, Renzi ne sarebbe contento, perché avrebbe subito quelle elezioni che tanto desidera. Ma l’errore sta altrove. Liberandosi degli oppositori non è che per caso si sia liberato anche dei loro elettori? Si è sbarazzato dei contestatori o delle truppe con cui avrebbe dovuto riconquistare Palazzo Chigi? È sicuro che l’accusa di essere un democristiano affondatore di governi di sinistra non lo marchi a fuoco?
Dinanzi all’entità dei danni, può nascere qualche dubbio riguardo all’equilibrio di Matteo Renzi. Chi è arrogante, chi è insultante, chi è duro nella lotta e nel comando, può anche essere un grande capo: ma soltanto se continua a vincere. Se invece la sua hybris gli fa porre le premesse della sconfitta, c’è il rischio che si tratti di mania di grandezza. Quell’eccesso che ha rovinato tanti grandi, in passato, quando hanno perso la nozione della loro propria umanità e dei loro limiti. Quella sconfinata, quasi patologica stima di sé e delle proprie capacità, che si rifiuta di prendere in considerazione i dati della realtà. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 febbraio 2017




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POLITICA
21 febbraio 2017
UN PROBLEMA INSOLUBILE, RISOLTO DA SEMPRE
Un articolo comparso su “la Repubblica”(1) ci insegna che la guerra tradizionale è morta. L’ultima è stata la conquista dell’Iraq, nel 2003. Ma proprio quella guerra ci ha mostrato che i problemi, invece di finire con la vittoria, con essa  cominciano. Perché alla guerra segue la guerriglia, le battaglie tradizionali, in campagna, sono sostituite dagli attentati nelle città e lo scontro ha luogo dovunque – come attualmente a Mosul – casa per casa. Il nemico si fa scudo della popolazione civile, dissemina il percorso di trappole e mine, e rende costosa e penosa qualunque avanzata. Il ragionamento sembra ineccepibile, perché fondato sull’evidenza dell’attualità ma, per quanto riguarda la conquista delle città, è del tutto sbagliato.
Chi muove guerra lo fa per costringere l’avversario a fare o subire qualcosa. Scopo che si ottiene uccidendolo o comunque infliggendogli tali sofferenze da indurlo a preferire la resa. In queste condizioni, il problema posto da Beevor non ha senso. Se, all’interno di una città, i nemici sono in piccolissimo numero, l’operazione di rastrellamento sarà di competenza di alcuni reparti a ciò addestrati. Se invece il numero dei nemici è tale da impedire o quasi la conquista della città con procedure normali, e comunque a prezzo di gravi perdite e di operazioni che durano molto tempo, il sistema giusto ridiviene quello antico: si circonda la città, si tagliano le forniture di viveri, di acqua, e di elettricità, e si aspetta. Nessuna popolazione è sopravvissuta per più di qualche giorno, senz’acqua. Anzi, nei castelli c’erano di solito grandi riserve d’acqua per una piccola popolazione, nelle città attuali la popolazione è immensa e le riserve d’acqua sono insignificanti.
Naturalmente qualcuno – che non ha saputo nulla degli assedi – dirà che in questo modo si rischia di far morire tutta la popolazione. Senza capire che appunto, trattandosi di nemici, l’obiezione non vale nulla.  La morte del nemico, s’è già detto, è il primo modo di ottenere la vittoria. Quando Cesare assediò Alesia, la sua intenzione fu proprio quella di obbligare i Galli ad arrendersi, a costo di far morire l’intera città di fame. Né cambiò tattica quando gli assediati inviarono fuori dalle loro fortificazioni donne e bambini, nella speranza che i romani li nutrissero, e in modo che per i guerrieri rimasti a difendere Alesia ci fossero maggiori risorse. Il loro calcolo spietato si rivelò vano. Cesare non soccorse la popolazione civile (che morì di stenti) e Alesia dovette lo stesso cadere. Se poi Beevor pensasse che Cesare non sapeva come si fa la guerra, gli direi che siamo di parere diverso.
A Beevor bisogna tuttavia riconoscere che il problema può essere reso molto più complicato dal fatto che il nemico occupi una nostra città, e la popolazione che minacceremmo di morte sia composta di nostri connazionali. Ovviamente la nostra libertà di manovra ne sarebbe di molto diminuita. Ma si potrebbero comunque tagliare totalmente le forniture di carburante e di elettricità. La popolazione sopravvive (male) anche senza energia, mentre un esercito moderno, senza di essa, è alla disperazione. È incredibile la quantità di cose che ne dipende: le armi pesanti, le comunicazioni, la visibilità notturna, tutto. Senza energia, un esercito dispone solo dei fucili e di notte è cieco. Non si potrebbero neppure ricaricare i telefonini. In meno di una settimana si ricade all’età della pietra, mentre l’esercito attaccante dispone di tutti i vantaggi della modernità. La tecnica dell’assedio è eternamente valida.
Come si vede, contro un nemico più debole la difficoltà non è mai quella di vincere la guerra, ma quella – se è possibile - di impedire il massacro dei civili. Gli americani, apprestandosi ad invadere il Giappone, si trovarono di fronte esattamente questo problema. Temendo di rifare l’esperienza di Okinawa (e dunque di dover pagare la vittoria con la morte di molte decine di migliaia di fanti) preferirono far capire a Tokyo che rischiava la sua intera popolazione senza per questo riuscire ad opporre una valida resistenza. Il messaggio richiese la morte in due soli colpi di circa duecentomila persone, ma il prezzo fu modico, a paragone del numero di americani e soprattutto di giapponesi che sarebbero morti in una guerra per conquistare metro per metro l’arcipelago.
La guerra, avrebbe detto Lenin, “non è un pranzo di gala”. Ma dopo settant’anni di pace, in Europa si è dimenticato che cos’è. In guerra si uccide. E chi uccide di più vince. George Patton, col suo linguaggio spiccio, insegnava ai suoi soldati: “Voi non siete qui per morire per la vostra patria, voi siete qui per far sì che quel figlio di puttana del vostro nemico muoia per la sua”. 
Si può sperare che la nozione della guerra rimanga confinata nei libri di storia, ma si deve anche sperare che gli ignoranti non siano costretti a riapprenderla per esperienza e a loro spese.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 febbraio 2017
1 Antony Beevor, la Repubblica, articolo riportato da http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58aad8cde8d36




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POLITICA
20 febbraio 2017
LO SCONFORTO DEL PRESENTE
Che sconforto. Nelle epoche eroiche ci si chiede come e quando finirà la saga, visto che prima o poi tutto si inabissa nella storia. Nelle epoche della prosa, invece, il problema è quello di fare arrivare le salmerie e con esse il rancio. Ci si sente immiseriti, ad occuparsi di questo ma – si sa – in una vita monotona, e persino senza senso, anche l’ora del pranzo può divenire un avvenimento. 
E tuttavia nelle epoche di decadenza può andare anche peggio: non soltanto non si vive più nessuna avventura eroica, ma si rischia di perdere quel po’ di pace filistea che si ha. Si rischia il rancio. E potrebbe essere questa una delle conseguenze della crisi del Pd. Ovviamente, per chi ha assistito al dibattito dell’Assemblea del Partito, in primo piano ci sono stati gli interessi e le idee politiche dei protagonisti, ma la sorte peggiore rischiano di averla coloro che non partecipano alla contesa. Infatti un Pd spaccato e in perdita di credibilità può rappresentare un pericolo per l’intera collettività. 
I fuorusciti ovviamente costituiranno una formazione troppo piccola per avere peso. Essi andranno probabilmente ad associarsi alle altre formazioni di cuore comunista che resteranno fuori dall’area del potere, oppure vi entreranno soltanto per fare danni, come si è visto col secondo governo Prodi. Lo stesso partito di Renzi, che già appariva in seria perdita di consensi dopo la fenomenale batosta del quattro dicembre, da questa scissione non ricaverà nessuna utilità. Agli occhi degli anziani, di quelli col cuore veramente a sinistra, essa sarà la conferma che Renzi non è un post-comunista, e forse nemmeno un post-socialista: è soltanto un democristiano. Senza dire che molti continueranno a sospettarlo di cesarismo. 
Il giovanotto ha un bell’essere capace di audacie interpretative da lasciare senza fiato, come quando azzarda che il referendum “straperso” (parole sue) sia ancora la riprova che il suo partito dispone del 40%. Quel 40% che ha votato “sì”. Nella realtà sarebbe un grande successo se in quella cifra fosse contenuto il 30% del suo stesso partito, cosa di cui è più che lecito dubitare. Moltissimi elettori che prima hanno votato per il centrodestra o per i “grillini”, hanno votato “sì” esclusivamente nella speranza di promuovere una riforma epocale, di far qualcosa per fare cambiare rotta al Paese e magari salvarlo. L’unica ipotesi valida è che Renzi menta, una volta di più. Meglio immaginarlo bugiardo che sciocco.
In realtà ha di che preoccuparsi. Il tempo logora. Berlusconi, quando apparve,  ebbe l’aria dell’imprenditore pragmatico e ultraliberista. Chi lo vede così, oggi? È un semplice politico e per giunta anche lui in perdita di velocità. Renzi apparve come l’uomo della rottura e del cambiamento: chi mai lo vede ancora così? Fra l’altro lui stesso si è dato la zappa sui piedi promettendo tutti i giorni l’impossibile, o dando falsamente per realizzato ciò che non lo era, e forse non poteva nemmeno esserlo. Ciò che è rimasto, del suo impeto iconoclastico, è il fatto che non indossa la cravatta. 
Sciaguratamente, gli italiani potrebbero votare per un partito più vacuo e scombinato del suo. Per quel M5S che capitalizza la protesta inane e incontaminata, tanto da riuscire a sopravvivere ai disastri dell’amministrazione capitolina. Non si sa nemmeno che cosa sperare. Abbiamo moltiplicato i dilemmi, padella e brace, incudine e martello, Scilla e Cariddi. Comunque sia, ci andrà male. Non soltanto non abbiamo nessuno seriamente capace di guidare una nazione in gravi difficoltà, ma queste difficoltà aumentano a vista d’occhio. Presto la Banca Centrale Europea ridurrà od eliminerà il Quantitative Easing, in quanto l’inflazione tedesca ha praticamente raggiunto il traguardo prefissato. E quando ciò avverrà, la bolletta degli interessi sul debito schizzerà di nuovo in alto. Con un costo aggiuntivo di decine di miliardi. Nel frattempo, dopo che siamo riusciti a tirare la corda al di là del verosimile, con la flessibilità, senza realizzare nessun miglioramento nella nostra economia, dobbiamo fronteggiare l’esasperazione europea. Cosa che a giorni si potrebbe tradurre nell’obbligo di gravissimi sacrifici e tagli, come se non ne avessimo già subiti abbastanza. Per non parlare dei gravissimi impegni che in autunno saremo costretti a prendere con la legge di stabilità: ragione per la quale Renzi amerebbe che si votasse prima, non dopo che il governo targato Pd sia costretto a vararla. Insomma rischiamo una stretta economica devastante e la perdita della sovranità, se non ci riusciremo.
Altro che epoca eroica, qui rischiamo la pagnotta. E mentre i nostri politici si battono per il potere, il semplice cittadino può essere contento del fatto che nessuno gli verrà a proporre la Presidenza del Consiglio. Meglio morire ignorati, che avere la fama di Romolo Augustolo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 febbraio 2017




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20 febbraio 2017
DUBBI SULL'ASSEMBLEA DEL PD

ho cercato di pubblicare questo articolo ieri pomeriggio, 19 febbraio, ma il "Cannocchiale" è stato inaccessibile. Qualche dato potrebbe già essere stato superato dai successivi avvenimenti.

G.P. 

In un dibattito politico in televisione l’impegno di tutti èquello di dimostrarsi convinti, intransigenti, aggressivi al punto dainterrompere l’altro, da cercare di metterlo in ridicolo, arrivando infine a gridaretutti, rendendo incomprensibile ciò che vien detto. L’interlocutore è infatti unavversario contro il quale è lecito sparare i colpi più letali di cui sidispone. Quando invece si appartiene alla stessa religione, la discussioneacquista necessariamente un altro tono. Innanzi tutto non si può dimenticare –e lo si ricorda continuamente a sé stessi e agli altri -  che si crede negli stessi dogmi. Poi sisottolinea che non si considerano gli interlocutori dei nemici, ma persone cuisi è uniti dalla stessa fede. Tanto che le loro differenze d’opinione nonpossono essere determinate che da un errore in buona fede. Infinel’atteggiamento generale è quello di proporre soluzioni che sono nell’interessedi tutti, anche di quelli che propongono programmi diversi.

In questo senso l’Assemblea del Partito Democratico si èsvolta nella chiave di uno scisma. Amiamo tutti il Pd, ma capita che lo amiamoin maniere diverse. E tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare dai modi. Sitratta soltanto di atteggiamenti. Come la rissa verbale dinanzi alle telecamerenon impedisce ai protagonisti di andare poi a prendere un caffè insieme, magariparlando di calcio, nello stesso modo, nei dibattiti fra cardinali omaggiorenti dello stesso partito, malgrado il buonismo programmatico, lasostanza dello scontro può essere aspra, addirittura all’ultimo sangue.

Nell’Assemblea di ieri la parola più stramaledetta è stata“scissione”, ma se fosse veramente tanto negativa, che necessità ci sarebbe di esorcizzarla?Nessuno ha parlato di armi o di violenza, perché nessuno ha pensato alle armi oalla violenza. Alla scissione invece molti pensano, sia nella maggioranza, sianell’opposizione.  Dunque qualcuno ladesidera. Ma a quale scopo?

Uno dei motivi del contendere – forse il più umano – èderivato dallo “stile” di Matteo Renzi, il quale si è fatto molti nemicimancando di rispetto per i dissenzienti, cosa che gli è stata rimproveratasenza giri di parole da Gianni Cuperlo, per citarne uno. Ma gli interventihanno mostrato che bisogna prendere in considerazione un secondo e forse piùvalido motivo: l’impressione che la politica del giovane Primo Ministro andassecontro i sacri principi del comunismo, cui molti ancora tengono. Sono statiinvocati gli investimenti pubblici, come se lo Stato avesse denaro dainvestire, o come se in passato essi avessero prodotto lavoro e prosperità; sonostate rimpiante le norme più retrive in materia di lavoro – incluso l’“articolodiciotto” – e si è invocato perfino il nome di Keynes, come se tutta l’Europanon se ne stesse tenendo accuratamente lontana.

Forse veramente una buona parte della base e dei maggiorentidel Pd reputa che Matteo Renzi non sia sufficientemente “comunista”. Ed ancheche questa sia la causa della fuga dal tesseramento e dalle sezioni. Se ciòfosse vero, chi da sempre è anticomunista, dovrebbe augurare da un lato ognisuccesso a Renzi, dall’altro che la minoranza lasci il partito e vada asbattere insieme con la sinistra estrema. Ma è proprio così?

E i dubbi non finiscono qui. Gli errori di stile di Renzisono stati innegabili.  Non ha espulsopersonaggi come Fassina o Civati, ma li ha trattati in modo tale, che se non sene fossero andati avrebbero perso la faccia. La fronda acre e intransigente cheora si trova a fronteggiare non nasce dal nulla. Ma è l’acrimonia che ha spintoalcuni ad aggrapparsi alle rivendicazioni politiche vetero-comuniste, oppure sonole rivendicazioni politiche vetero-comuniste che approfittano dello stilepeggio che criticabile del giovane leader? In che misura, poi, pesa lo sdegno peril contrasto fra le spudorate vanterie di Renzi, e la grigia, drammatica realtàdel Paese?

Probabilmente Renzi uscirà indenne dalla contestazione,perché essa – sinceramente o strumentalmente – si è coniugata con un’offertapolitica improponibile. Il vento della storia non gonfia certo le vele diJeremy Corbyn.

E se così stanno le cose, che interesse ha avuto ilSegretario dimissionario a far credere che avrebbe voluto far cadere il governoper andare subito alle elezioni? Non teme l’accusa di assassino seriale deigoverni del suo partito? “Gentiloni, stai sereno”?

Del resto, non pare che la stella del giovane toscano siatalmente splendente da potere contare su un sicuro successo nelle urne. A menoche lui non tema che in un futuro più lontano andrebbe anche peggio. Chissà.

La triste conclusione è che forse ci si deve augurare lafuoruscita degli estremisti di sinistra, affinché il partito possa continuare afare una politica non irragionevole. Anche se il suo blasone “di sinistra” dovessesoffrirne. E sempre sperando che non ci mettiamo nei guai con l’Europa.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

19 febbraio 2017 




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POLITICA
19 febbraio 2017
I NUMERI FANNO PAURA
Che i numeri possano fare paura è facile dimostrarlo. Un uomo di cinquant’anni – come tutti – sa che un giorno morrà, ma comunque questo triste fatto lo prende in considerazione come qualcosa di lontano e di cui ancora non val la pena di occuparsi. Spera comunque di arrivare ad ottant’anni, e di far parte dei fortunati. 
Ora immaginiamo che invece di pensare che ha una vaga prospettiva di ulteriori trent’anni di vita, sapesse che morirà esattamente ad ottant’anni, il giorno del suo compleanno. Cioè fra 131.400 giorni. Oltre centotrentamila giorni sono una bella quantità, ma è anche vero che il giorno dopo saranno 131.399. E poi 398,397, 396… Chi dice che la vita sarebbe la stessa di prima? I numeri sono implacabili. Con la loro inflessibilità dànno il senso del finito e riducono la stessa abbondanza a stillicidio di esaurimento.
In questo campo il mondo della politica è meno angoscioso perché, giustamente, ci riguarda meno da vicino. Ma qualche dato rimane impressionante. Per esempio abbiamo appreso che attualmente le intenzioni di voto sono di circa il trenta per cento per tutti e tre i principali raggruppamenti politici. A questo punto uno pensa che l’elettorato si è diviso in tre tronconi, e invece i numeri dicono altro: infatti il primo partito non è nessuno dei tre, è il quarto, il partito degli astensionisti e degli indecisi, attualmente al trentaquattro per cento. Ciascuno, di quella tripletta al 30%, deve spartirsi non il 100%, ma il residuo 66%: dunque soltanto il 22% circa ciascuno. 
Ma c’è di peggio. Infatti mettendo insieme il 34% dei disgustati col 22% del M5S abbiamo che più della metà degli italiani esprime un convinto rifiuto, un totale disprezzo, un insormontabile disinteresse per la politica. Non tanto perché non si rende conto del fatto che la situazione è pessima, quanto perché assolutamente non crede che la politica possa metterci rimedio. E men che meno che il suo voto possa migliorare le cose.
In questi casi è di rito un po’ indignarsi, e un po’ invitare la gente a ravvedersi. Reazioni inutili. Gli astensionisti e i “grillini” hanno probabilmente ragione. I politici non possono salvarci, come del resto non saprebbero farlo loro stessi se si riunissero in partito: perché la soluzione non esiste. La soluzione, come per gli incidenti stradali, è mettere l’orologio indietro di ventiquattr’ore e ricominciare quel giorno disgraziato.
La spiegazione più probabile del nostro malessere è che da un lato il nostro modello socio-economico abbia fatto il suo tempo, dall’altro che il mondo sia cambiato e il nostro Paese non è stato capace di adattarsi a questi cambiamenti.
La nostra società è figlia di un’ideologia di sinistra che ha come dogma fondante l’eterno sviluppo della produttività senza sforzo e la conseguente prosperità per tutti. E invece il meccanismo si è fermato. Pensavamo di essere ontologicamente superiori al resto dei cittadini del mondo e abbiamo scoperto che siamo meno colti di molti di loro, meno capaci di lavorare, meno capaci di produzione concorrenziale. Indimenticabile: quando una volta scrissi che, per resistere sui mercati mondiali, avremmo dovuto abbassare il costo del lavoro, un lettore mi scrisse indignato: “Vorrebbe che fossimo pagati come i cinesi?” Al che mi caddero le braccia. Potevo anche avere torto, ma mi colpì l’implicito razzismo: “Quale superiorità innata ed indiscutibile crede d’avere, costui, sui cinesi? Quale Padreterno gliel’ha data, in quale Giardino dell’Eden?” Ma sono sicuro che gli altri lettori hanno dato più ragione a lui che a me.
Altro dogma funesto è stato quello che fare debiti fosse cosa virtuosa e desiderabile. Tanto, una volta o l’altra, qualcuno o qualcosa se ne sarebbe occupato. Poi abbiamo improvvisamente scoperto che quel qualcuno siamo noi e non sappiamo come occuparcene. Infine abbiamo creduto saggio e coraggioso associarci a Paesi luteranamente attaccati al buon governo (quello – stupido - che bada alle entrate e alle uscite), per poi scoprire che vi siamo talmente inadatti, da averne ricavato soltanto i limiti e i difetti. Insomma da decenni viviamo in ritardo sui tempi, sordi ai messaggi dell’esperienza e attaccati ai nostri morenti privilegi come i nobili francesi prima del 1789.
Il partito dell’antipolitica, che già dispone di più di un “voto” virtuale su due, in Italia, ha ragione nella diagnosi. Purtroppo neanch’esso ha un’idea della terapia. L’unica soluzione che si prospetta è quella dell’azzeramento economico della nostra civiltà come l’abbiamo conosciuta, ripartendo da zero, come avviene dopo avere perso una guerra. Nel nostro caso, la più grande guerra dall’inizio della Rivoluzione Industriale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 febbraio 2017




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POLITICA
18 febbraio 2017
SCISSIONI NEI PARTITI
Un matrimonio assolutamente felice è quello in cui due persone stanno bene insieme senza sforzo, senza doversi perdonare nulla, senza il minimo sacrificio. Ma questo tipo di unione non esiste. Nella realtà, il matrimonio felice è quello in cui i due coniugi sono lieti di stare insieme, tanto da considerare come una disgrazia l’idea di essere separati; e proprio per questo sono disposti a una serie infinita di concessioni, di tolleranze, di sforzi di sopportazione. 
Se questa è la definizione del matrimonio felice, figurarsi che cosa viene fuori quando il matrimonio si rompe e gli interessati si sentono liberi di riversare sull’altro le recriminazioni, le accuse, i rancori accumulati in silenzio. Una volta che il primo dà la stura al festival dell’acrimonia, anche l’altro proclama tutti i suoi motivi di risentimento e il risultato – che gli avvocati divorzisti ben conoscono – è che i due si sbranerebbero volentieri. E spesso scendono a livelli di bassezza che prima non avrebbero immaginato neanche contro estranei. 
Anche nelle scissioni dei partiti si ha la spinta all’inversione dei comportamenti. Prima si tendeva a nascondere i dissensi e a sottolineare la concordia, poi si ha tendenza a sottolineare i motivi del dissenso, sia per giustificare la rottura, sia per differenziarsi dalla casa di provenienza.
Rispetto ai matrimoni, nei partiti ci sono due motivi in più per rompere l’unità. Il più banale è quello della carriera. Il leader degli scissionisti dall’oggi al domani non è più il numero otto, sette, sei, e diviene il numero uno. Quello che i giornalisti andranno ad intervistare. Poi c’è il motivo che nasce dalla natura stessa dei partiti, e cui devono la loro stessa pluralità: sono molti perché molte sono le opinioni. Contrariamente a quanto spesso si immagina, nelle varie formazioni non convivono persone che la pensano esattamente allo stesso modo; ma persone che mettono la sordina ai loro punti di dissenso (quelli che poi vengono gridati nei congressi) pur di stare insieme. Così, quando riguardo a ciò che costituisce il nocciolo del partito, il contrasto fra la propria interpretazione e quella che ne dànno gli altri diviene insanabile, si ha la scissione. E in questi casi tanto quelli che vanno via quanto quelli che restano sono convinti di essere anche i fedeli interpreti della dottrina e per questo si dànno vicendevolmente del “traditore”.
Nei divorzi e nelle scissioni la concordia genera la discordia, la stima si tramuta in disprezzo e addirittura – in qualche caso – l’amore degenera in odio. 
Non tutte le scissioni sono uguali, però. Quando Rifondazione Comunista si staccò dalla casa madre aveva ottimi motivi: infatti, dopo tanti decenni, si rinunciava al dogma fondante, il comunismo. Viceversa, la scissione attualmente ipotizzata nel Pd, e di cui si parla su tutti i giornali, è più sconfortante. Infatti alla base di tutto non c’è – se non in secondo piano - un contrasto dottrinario, ma uno scontro di persone.
Che il modo di comportarsi di Matteo Renzi sia stato difficile da sopportare, per chiunque, a me è sembrato evidente per mesi ed anni. Non è passato giorno che non abbia denunciato la “hybris” di questo giovane. Ma che essa potesse poi provocare nei suoi colleghi un tale astio da essere disposti a spaccare il partito, pur di eliminarlo, e magari ad avviarsi alla propria personale insignificanza, non l’avrei immaginato. Prima, solo e anonimo, ho avuto la sensazione di esagerare in severità, denunciando la straordinaria arroganza e la provocatoria iattanza di questo leader; oggi mi sento annichilito dall’ampiezza della reazione altrui. 
Renzi è l’Uomo Nero, l’origine di ogni disastro, il cancro da estirpare dal Partito Democratico, se si vuole che il partito sopravviva. Una guerra di religione. Gli fosse andato bene il referendum, nessuno avrebbe osato contestarlo. Si sa che chi semina vento raccoglie tempesta, ma che si potesse anche raccogliere un tornado non l’avevamo visto. O forse sì: l’Italia, dopo essere stata coralmente fascista, è divenuta così antifascista da uccidere Mussolini migliaia di volte l’anno, dopo il 1944. Oggi addirittura abbiamo l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani, in cui non ci sono partigiani, ma si lotta ancora contro il fascismo.
Il mio desiderio – dal momento che i fuorusciti di solito rimangono soli al freddo – è che il Pd non si spacchi. Che si tolleri ancora Renzi. Chissà che col tempo non si ravveda. Oppure chissà che, col tempo, non si riesca ad eliminarlo senza spargimento di sangue.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 febbraio 2017




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POLITICA
17 febbraio 2017
LA GUERRA E LA MORTE
La prudenza è una grande virtù. Ma chi vuole evitare ad ogni costo i pericoli rischia anche di più, perché non sempre la fuga è la migliore difesa. Se il mito fondante dell’età eroica può essere stato Achille, guerriero vincente quasi privo di sensibilità e profondità, la nostra epoca si è invece creato un ideale di mitezza, di perdono e perfino di debolezza. L’aggredito è più stimabile dell’aggressore, e quest’ultimo a sua volta va compreso e perdonato piuttosto che punito. E se la vittima per difendersi uccide, è guardata con severità: perché ha colpevolmente rinunciato alla palma del martirio.
Il coraggio non ha buona stampa. Quando Aldo Moro fu rapito, non soltanto l’interessato, dimentico del suo ruolo istituzionale, implorò ogni possibile soluzione, anche disonorevole, che lo salvasse, ma il “partito della trattativa” perse per un pelo. Ma quegli imbecilli dei brigatisti assassinarono Moro, e spaventarono tutti i politici italiani che, a quel punto, fecero veramente tutto il possibile contro di loro, a cominciare dalla “legislazione premiale”, e li mandarono tutti in galera. Ma il coraggio non glielo dettò la dignità, glielo dettò la paura. 
La guerra va evitata, ma non a qualunque costo. Non a quello della sconfitta dinanzi alla semplice minaccia. Giustificata fu la microscopia Cecoslovacchia contro l’Unione Sovietica, nel 1968, ma oggi vediamo giornali che, mentre non si priverebbero di criticare o insultare la nostra religione, non oserebbero mai farlo con l’Islamismo, per paura dei terroristi. E questo è un errore imperdonabile. O si rispettano tutte le religioni, e si impone il rispetto della nostra anche agli stranieri (cosa che da noi non avviene) oppure si ha lo stesso atteggiamento irriverente nei confronti di tutte le fedi. Checché ne dicano i ferventi. 
Il problema della prudenza si pone anche nella politica internazionale. Quando un Paese proclama la sua intenzione di uccidere tutti i cittadini di un altro Paese, come per anni ha fatto l’Iran a proposito degli israeliani, qual è il comportamento giusto, per i futuri aggrediti? Poiché il progetto può essere realizzato soltanto con bombe nucleari, l’unica soluzione per l’aggredito, se può, è quella d’impedire all’aggressore di avere le bombe. Se necessario uccidendolo prima. Ma il preteso sterminatore parla sul serio? Il dubbio è lancinante.
Se una bomba, sfuggita ai sistemi antimissile, dovesse uccidere un milione di israeliani, questi potrebbero reagire uccidendo una quindicina di milioni di iraniani, sganciando una sola bomba su Teheran. Dunque, probabilmente, gli ayatollah, da persone ragionevoli, sanno che bisogna limitarsi alle parole. E se invece a Teheran comandasse un al Baghdadi? Già Donald Trump dice che gli accordi firmati con l’Iran sono “i peggiori che io abbia mai visto”, e tutti sappiamo che essi sono fatti per essere aggirati e violati. 
Il problema è generale: chi garantisce che dei fanatici saranno ragionevoli in futuro? Era ragionevole, Caligola, quando rimpiangeva che il popolo romano non avesse una sola testa, “Perché taglierei quella testa”? Era ragionevole, Hitler, quando, apprestandosi al suicidio, desiderava che della Germania non rimanesse pietra su pietra, per punirla di non aver vinto la guerra?
Questi sono esempi storici, ma sotto gli occhi ne abbiamo di contemporanei. La Corea del Nord minaccia costantemente di distruzione i vicini – in particolare la Corea del Sud e il Giappone – ed anche i lontani, gli Stati Uniti. E mentre in passato, con la minaccia di “farsi la bomba” ha ottenuto aiuti in modo da salvare dalla fame la sua popolazione, recentemente ha preferito effettuare veramente esperimenti atomici e sparare razzi balistici. Come dovrebbero comportarsi i Paesi minacciati? 
Una guerra per eliminare i guerrafondai è concepibile, e la Corea del Nord, essendo un Paese alla fame, non sarebbe un avversario temibile. Ma tutto ciò se Pyong Yang non avesse già l’atomica e non fosse dominata da pazzi capaci di usarla. Questo provocherebbe la distruzione del Paese, ma infliggerebbe forse milioni di morti all’innocente Corea del Sud. Seul è ad appena quaranta chilometri dalla frontiera. E allora, invadere subito il Nord, mentre la bomba non è ancora operativa? La prospettiva è tremenda, ma se si continua ad aspettare l’implosione di quella piccola nazione sotto il peso della sua stessa miseria, e nel frattempo si arrivasse all’irreparabile atomico, quali sarebbero i sentimenti delle vittime, pensando che non s’è reagito quando si era in tempo?
Oggi c’è il rischio che la prudenza ci renda imprudenti. Se un’organizzazione criminale come lo Stato Islamico proclama l’intenzione di provocare stragi di innocenti in Stati lontani e pacifici, ed applaude la loro effettuazione, come mai gli aggrediti non reagiscono con massicci bombardamenti sulla sua popolazione civile? Chi desidera la guerra è bene che l’assaggi. Quei civili sono innocenti, è vero: ma non più delle vittime occidentali. O dei civili di Amburgo e Berlino, nel 1944. La guerra è questa, non il jihad. E molti dovrebbero imparare a non tirare la coda del leone. 
Chiudere gli occhi sui problemi orribili non li risolve. Il fumatore accanito che non pensa al cancro non per questo lo evita, e il cancro peggiore in questo momento è la Corea del Nord. Reagire è tremendo, ma potremmo doverci amaramente pentire di non avere reagito.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 febbraio 2017




permalink | inviato da giannipardo il 17/2/2017 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 febbraio 2017
IL VERO NODO DEL PD
Qual è stato il massimo errore di Napoleone? Non avere cercato un accordo di pace con le potenze europee quando era al massimo della potenza. Continuando a combattere, si è condannato alla scomparsa non appena avesse smesso di vincere. 
Qual è stato il massimo errore di Hitler? Avere sfidato sempre tutti, procurandosi anche dei nemici senza ragione: come quando attaccò la Russia. 
E ci sono casi meno epici: la maggior parte dei dittatori dell’Est europeo, pur essendo stati soltanto dei Gauleiter di Mosca, sono morti nel proprio letto, ma non Nicolae Ceausescu. Questi si rese talmente odioso che, appena poterono, dopo un processo farsa, i rumeni lo uccisero a freddo. E per far buon peso uccisero anche la moglie.
Anche quando si ha molto potere, non bisogna oltrepassare i limiti. Se è vero che è inevitabile avere nemici, se si è in alto, è anche vero che bisogna averne il meno possibile. Quando si apprestava a divenire il padrone di Roma, magari riducendo a zero le libertà repubblicane, Cesare si comportò da uomo magnanimo e le sue vittorie non comportarono né liste di proscrizione né altri orrori. Se Bruto, Cassio e gli altri lo assassinarono, fu anche perché non videro altro mezzo per sbarrargli la via.
Nel loro piccolo, anche le vicende del Partito Democratico, malgrado Direzioni del Partito, Assemblee, Primarie, Congressi e Dio sa che altro, possono essere viste mettendo al centro del problema non la politica, ma gli esseri umani e lo scontro dei loro temperamenti. 
La lezione di Machiavelli, in questo campo, non è aggirabile. Si comanda da carogne, ma bisogna apparire degli agnelli. Si deve imporre la propria volontà, ma bisogna mascherarla da servizio per la collettività. Augusto sarebbe vissuto tanto a lungo, avrebbe governato così tranquillamente, se subito avesse detto ai senatori: “Ora ci sono io e da domani non conterete più nulla”?
Tanti studenti hanno imparato sui banchi la lezione del Segretario Fiorentino, ma essa non è riuscita ad andare da Firenze a Rignano sull’Arno. Matteo Renzi non l’ha imparata nemmeno quando si è installato a Palazzo Vecchio. E purtroppo per lui, quella lezione non è di ordine etico. Non appartiene cioè al “dover essere”, ma all’ “essere”: alla realtà com’è. E la realtà – se a volte perdona – la maggior parte delle volte si vendica.
Quell’uomo è certamente molto dotato, come politico e come capitano di ventura, ma è paradigmaticamente il Signor Eccesso. E ne paga lo scotto. Ha talmente esagerato con le vanterie, le promesse, il presenzialismo e le rodomontate, che alla fine gli italiani, il quattro dicembre scorso, l’hanno mandato al diavolo con un calcio nel sedere. Egli ha perfino avuto l’impudenza e l’ardire di sfidarli: se non mi dite di “sì” vi abbandono, e come farete? Se non mi sostenete me ne vado, e non lascio la mia carica, vado a casa, abbandono la politica. Ma pare che gli italiani alla sua minaccia abbiano risposto con un renziano: “Uh, che paura!” E poi non lo hanno nemmeno perduto, perché è ancora in politica.
Al giovane leader l’episodio non ha insegnato niente. E infatti ha continuato ad agire come prima con i suoi colleghi di partito. Secondo Marco Travaglio si comporta così non per scelta, ma perché non può essere diverso da sé. E ciò potrebbe accorciare la sua parabola.
Egli è apparso sulla scena politica come un lampo, circonfuso di luce e di vittoria e con empito napoleonico ha conquistato la testa del suo partito. Poi, col fascino della novità e la freschezza della gioventù, il suo successo, favorito dal gradevole aspetto e dalle doti di grande comunicatore, si è dilatato all’intero Paese, suscitando simpatie e speranze. Ma presto è cominciata l’usura del personaggio. Il giovane si è rivelato iattante, sarcastico, sbruffone, vendicativo, bugiardo e dittatoriale. Cattivo e pericoloso, in una parola. Il risultato è stato che così, all’interno del partito, si è creato un numero spropositato di nemici. 
Oggi la minoranza del Pd non gli oppone un programma alternativo, vuole soltanto distruggerlo, con ogni mezzo, per riconquistare la democrazia interna. E quando Renzi si è lamentato che lui offriva qualcosa e gli oppositori subito chiedevano altro, invece di irridere l’incoerenza dell’atteggiamento, avrebbe dovuto percepire la coerenza dell’odio che lo motivava. Brutte premesse, per la longevità politica.
Oggi egli domina ancora la maggioranza del suo partito, ma ne ha distrutto l’unità. Ha suscitato un’opposizione che, anche per recuperare la propria dignità, cercherà in ogni modo di piantargli un coltello nella schiena. O un paletto di legno nel cuore. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 febbraio 2017




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POLITICA
15 febbraio 2017
LA CRISI DELL'ITALIA E DELL'EURO

Un articolo molto interessante che però non mi va di tradurre (gratis). Anche perché ne ho già tradotto uno ieri (in parte) e questo è di circa 1.850 parole, oltre a non essere sempre facile. Lo propongo tuttavia a chi ha tempo e legge facilmente l’inglese. L’invito vale soprattutto per chi mi accusa di essere pessimista, quando scrivo sugli stessi argomenti. 
G.P.                                                                                                                                            
Stratfor, 14 febbraio 2017-02-15
Analysis
As European policymakers look at the turbulence ahead in 2017, they are watching the eurozone's bond market with growing concern. A sell-off in government bonds, matching the same trend worldwide, is adding stress to the bloc's already vulnerable economies, especially in Southern Europe. Officials' fears have only been worsened by the sell-off's uneven pace, as some members' bonds have been sold more rapidly than others'. The differences in yield between French and German bonds, for example, has reached levels not seen since 2012, when a sovereign debt crisis nearly brought the currency union crashing down.
That debt crisis exposed the "doom loop" created by European banks' tendencies to hold their home government's debt. In theory, the vicious cycle could start when markets lose faith in a government's ability to pay back its debt, precipitating a sell-off of its bonds. The resulting drop in bond prices would then hit the balance sheets of the banks that still hold those bonds, making them more likely to need a bailout from their governments. This, in turn, could further erode investor confidence, leading to additional sell-offs that damage the banks even more. Despite the danger that banks' practices pose, eurozone regulators have yet to find a way to sever the loop. 
Since mid-2016, rising expectations of a return to inflation have driven investors to sell off their bonds, especially in the wake of the U.S. presidential election. (Higher inflation reduces the attractiveness of bonds to investors, and bond markets have seen sharp sell-offs across the board over the past few months.) Those expectations have already played out in the eurozone, where the annual inflation rate rose from 0.2 percent in July to 1.8 percent in January. This has encouraged the European Central Bank (ECB) to scale back its bond purchase program, which it uses to stimulate inflation, from 80 billion euros ($85 billion) to 60 billion euros per month. With the ECB providing less support for bond prices, yields (which move in the opposite direction of prices) have risen.
On its own, this would have caused problems for the currency union by putting more pressure on indebted countries such as Italy, which would in turn face higher debt payments. But mounting political risk in countries such as France, Italy and Germany has magnified the sell-off's effects as the gap in bond yields between Europe's peripheral countries and Germany, whose debt acts as a baseline because of its perceived safety, has widened. This indicates that the market's fears of a eurozone breakup are growing. If the currency union implodes, investors would much rather be left holding German debt, for example, than bonds issued by Greece or Italy.
A Weighty Set of Political Worries
National elections are scheduled this year in the Netherlands, France and Germany. But concerns about electoral outcomes are running especially high with regard to France's two-round presidential election in April and May, where there is still a chance that nationalist candidate Marine Le Pen, who has promised to pull France out of the eurozone as quickly as possible, could win. Though France's electoral system is designed in part to keep an extremist party like Le Pen's National Front out of office, all other candidates running for the presidency have weaknesses that could prove fatal to their campaigns. Her defeat, therefore, is not a foregone conclusion.
In Italy, meanwhile, a fragile government and deepening divides among the ruling Democratic Party have increased the likelihood that elections will be called there sometime this year. The result could easily usher in a new government that is heavily influenced by the Five Star Movement or the Northern League, parties that both want Italy to leave the eurozone.
If Euroskeptic forces are able to access power in either country, they wouldn't necessarily have to win a referendum on leaving the eurozone to damage it. Even the act of scheduling a vote in France or Italy could precipitate a crisis that would shake the currency union to its foundations.
Greece is another cause for worry among eurozone leaders, who do not want Athens' debt bailout program to linger as an issue in the Continent's elections. With sizable debt repayments due in July, Greece faces pressure to accept a bailout review, which it must do before it can get the funds it needs to make the payments. To keep Greece's situation from influencing election results, this would ideally happen at the Feb. 20 meeting of the eurozone's finance ministers. Greece has enough money to last until July, but if the issue is not resolved by then, it would have to negotiate a brand new bailout program. This would trigger another Greek crisis much like the one that preoccupied the eurozone in 2015 and carry the danger of a Greek exit from the eurozone.
Breaking the Doom Loop
At the same time, economic risks continue to swirl, particularly around Italy. The eurozone's third-largest economy has its second-largest ratio of debt to gross domestic product (132.4 percent), while its banking sector — saddled with 276 billion euros in bad loans — is teetering on the edge of crisis. Adding to its troubles, Italy is the eurozone member most vulnerable to a doom loop: Italian institutions are the bloc's biggest holders of their own government's debt, which accounts for just under 12 percent of its banking sector's total assets. 
In the years since a doom loop triggered by the Greek crisis nearly led to the eurozone's collapse, authorities have tried (but failed) to break the bond connection between banks and their governments. A German proposal to limit the amount of their own government's debt that banks can hold has been hotly contested by Italy and Spain, since implementing it would cause massive disruptions to their economies.
Another German-led measure involved the creation of "bail-in" rules, which were adopted at the start of 2016. They required that a troubled bank's private debtholders absorb its losses first, essentially losing their investment, before government money could be used to bail it out. The first major test of these rules came in December, when the long-ailing Banca Monte Dei Paschi di Siena — Italy's third-largest bank — ran into serious trouble and needed a bailout. But many of the bank's debtholders were unsuspecting private citizens who had been sold the debt as a safe savings vehicle. Forcing them to take a loss with a bail-in would have spurred a major political backlash, strengthening the hand of Euroskeptic parties such as the Five Star Movement.
The Italian government's solution to shield itself from the political fallout involved two sleights of hand. First, it used a nearly out-of-date stress test from mid-2016 to justify a more favorable type of recapitalization. Then, armed with the excuse that debtholders had been misled about the nature of their investment, it reimbursed them. Rome's tactics saved the bank, at least for the time being, and prevented a substantial public outcry. The European Commission, no doubt also worried about the ramifications of strengthening Euroskeptic parties, signed off on the plan. Nevertheless, the situation is not entirely resolved: European authorities must still approve a business plan for the bank before the bailout can proceed. The bail-in rules, moreover, seem to have fallen at their first hurdle, while the potential doom loop between banks and their governments remains intact.
Europe Explores New Solutions
The existing fix for the doom loop appears to be failing, but European authorities have not stopped searching for ways to correct it. In January, the European Banking Authority suggested the creation of a Europe-wide "bad bank" that could buy nonperforming loans from EU banks to get them off the banks' balance sheets, thereby improving the sector's financial health. The bad bank would then sell those loans to investors. If it took a loss on any of its transactions, it could theoretically seek reimbursement from the originating bank so that the plan's original backers would not lose money.
Another idea first floated in October 2011 has also been gaining traction lately: the creation of European safe bonds, or ESBies. Under this plan, an entity (private or public) would buy the bonds of all eurozone countries and create two pools: one for riskier economies and another for safer ones. It would then issue bonds representing the risky debt pool (preliminarily named European junior bonds, or EJBies, containing debt from countries such as Greece and Portugal) and others for the safer pool (with debt from countries such as Germany and the Netherlands). This pooling could make it harder for investors to pick one country to desert in a crisis while also creating a larger pool of truly safe assets that investors could rely on. In September, the European Systemic Risk Board, headed by ECB President Mario Draghi, created a task force to explore the idea, and the European Commission is expected to publish a white paper on it in March.
Unfortunately for the plans' architects, Germany — the eurozone's most influential voice — has raised objections to both ideas. The German public is strongly opposed to any proposal that might involve subsidizing the indebted south with its tax money. Over the past few years, Germany has taken steps to insulate itself from the eurozone's potential dissolution. When the ECB launched its bond-buying program in January 2015, for example, Germany finally relented to a policy it had disagreed with on the condition that the bonds continued to be divided among members' central banks rather than pooled centrally, making the arrangement clearer in the event of a future divorce. More subtly, data from the Bank for International Settlements has shown that German banks have stopped lending to companies based elsewhere in the eurozone in recent years, preferring instead to keep their money inside Germany — another step away from integration and liability mutualization within the bloc. So, any idea that appears to involve risk pooling will probably receive short shrift in Germany, especially during an election year.
Will the Eurozone Survive the Year?
The eurozone has entered a difficult year, and some investors are showing more and more doubt in its ability to survive. If Europe successfully leaps the political hurdles that lie ahead, uncertainty in the market should rapidly fade, returning money to its bond markets. But even if that does happen, economic risks (made worse by political factors on the Continent) will continue to feed fears for the currency union's future.
European bond yields are rising, buoyed by global expectations of inflation and by the ECB's gradually tightening monetary policy, which means that debt repayments will also rise. If they continue to do so gradually, bond yields are unlikely to reach uncomfortable levels during 2017. But because the doom loop between banks and their governments is still intact, and because the Italian banking sector is still extremely fragile, Italy will be highly prone to crisis. And upticks in debt repayments, no matter how gradual, will only increase its vulnerability.




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POLITICA
15 febbraio 2017
UNA TEMPESTA SI STA ADDENSANDO SULL'EUROPA
Di Adriano Bosoni (Geopolitical Weekly, Stratfor 0214). Ultima parte dell’articolo, riportato in calce. 
 
Questi difetti sono divenuti evidenti durante l’ultimo decennio. La crisi economica dell’Europa e le misure di austerità che l’hanno seguita, hanno fatto emergere nell’intero continente forze politiche nazionaliste, populiste e anti-establishment. Alcune sono critiche rispetto all’Unione Europea, mentre altre vogliono liberarsi dell’eurozona. Il declino economico di Francia ed Italia ha lasciato la Germania  senza partner affidabili per riformare l’Ue o l’euro.
Ogni anno dell’ultimo decennio è stato un test della resistenza dell’eurozona, ma il 2017 potrebbe essere l’anno in cui si troverà in pericolo addirittura la sopravvivenza del blocco. La Francia andrà alle elezioni presidenziali in due turni, in aprile e maggio. I sondaggi d’opinione dicono che il Front National, che ha promesso di tenere un referendum sulla permanenza della Francia nell’eurozona, dovrebbe vincere il primo turno ed essere sconfitto nel secondo. Tuttavia, il referendum sulla Brexit e le elezioni presidenziali americane hanno mostrato che i sondaggi a volte sbagliano, quando si tratta di scoprire le tendenze sociali profonde che alimentano i movimenti populisti.
Per di più, un recente scandalo che ha coinvolto il principale candidate presidenziale conservatore della Francia, François Fillon, ha danneggiato la sua immagine. Se il centro-destra non dovesse riuscire ad approdare al secondo turno delle elezioni, milioni di voti conservatori sarebbero di chi riesce a prenderseli. Alcuni probabilmente migrerebbero verso i partiti centristi, attratti dalla loro promesse di riforme economiche; ma molti altri andrebbero all’estrema destra, sedotti dalle proposte di maggior sicurezza, di regole più severe sull’immigrazione e dalla restaurazione della sovranità nazionale della Francia. Una vittoria del candidato dell’estrema destra – una minaccia diretta alla sopravvivenza dell’eurozona – non può essere esclusa.
In Italia le cose sono ancor più complicate, dal momento che due dei tre partiti politici più popolari  vogliono lasciare l’eurozona. I membri del Parlamento italiani stanno usando la necessità di riformare la legge elettorale del Paese come un pretesto per ritardare le elezioni. Ma anche se il Parlamento terminasse il suo mandato all’inizio del 2018, la minaccia dell’Italia all’eurozona sarebbe soltanto ritardata piuttosto che eliminata. Diversamente dalla Francia, dove i due turni del sistema elettorale hanno avuto lo scopo di prevenire l’arrivo al potere dei partiti estremisti, il sistema proporzionale fa sì che le forze euroscettiche abbiano una reale possibilità di entrare nel governo. Inoltre – non importa quale sia il risultato delle elezioni – l’enorme debito pubblico dell’Italia (che, al livello di circa il 130% del pil, e più alto dell’eurozona, dietro la Grecia soltanto) rimarrà come una bomba ad orologeria che ticchetta per l’area della moneta comune.
Il semplice annuncio di un referendum sulla permanenza nell’eurozona in Italia o in Francia potrebbe essere sufficiente per precipitare il collasso dell’area monetaria. Una corse alle banche del Sud Europa potrebbe aversi perfino prima che il referendum si tenga, se le persone temessero che i loro risparmi potrebbero essere convertiti in monete nazionali. La gente, in Paesi come l’Italia, la Spagna o il Portogallo, potrebbero trasferire i suoi risparmi verso i porti siduci del Nord Europa, sperando che siano restituiti loro marchi tedeschi invece di lire italiane, pesete spagnole o scudi portoghesi.
Per rendere le cose ancor più complicate, la saga greca non è ancora finita. I creditori della Grecia discutono se i termini del programma di prestito siano realistici e se bisogni concedere ad Atene un sollievo dal debito. Dieci anni dopo l’inizio della crisi greca e tre anni dopo i programmi internazionali di salvataggio, Atene rimane un pericolo per l’eurozona. La massima preoccupazione non è il debito greco in sé, perché la maggior parte del debito di Atene è nelle mani di creditori istituzionali come il Fmi, la Bce e i fondi di finanziamento dell’Unione Europea, il che significa che un fallimento della Grecia può essere contenuto. Il problema è che l’uscita della Grecia dall’eurozona potrebbe condurre ad un effetto-contagio che potrebbe far male all’Italia, alla Spagna, al Portogallo e a quelli che gli somigliano. Alcuni hanno sostenuto che l’eurozona di fatto sarebbe più forte senza la Grecia al suo interno, ma il prezzo di accertarsi se questo sia vero potrebbe essere troppo alto.
Se la Francia o l’Italia dovessero essere preda delle forze euroscettiche, o se la Grecia facesse scoppiare improvvisamente un’altra crisi nell’eurozona, la reazione istintiva della Germania sarebbe di cercare un accordo con i suoi partner, nell’area della moneta comune, per proteggere lo status quo. Ma – secondo la grandezza della crisi – i governanti a Berlino potrebbero essere obbligati a prepararsi ad un mondo post-eurozona. Questo potrebbe comportare il ritorno alla Deutsche Mark o, come hanno proposto alcuni economisti tedeschi, o la creazione di una qualche “eurozona nordica” con i vicini più simili come l’Austria e i Paesi Bassi. Ma una strategia che ha senso dal punto di vista finanziario potrebbe essere rischiosa dalla prospettiva geopolitica, dal momento che qualunque movimento che distanzi la Germania dalla Francia nasconde il germe di un futuro conflitto fra le due nazioni. Qualunque cosa faccia Berlino, deve assicurare che i legami politici con Parigi rimangano il più possibile forti. La Germania tiene le sue elezioni generali in settembre, e gli avvenimenti nei sei mesi precedenti potrebbero avere un effetto diretto nelle strategie elettorali dei principali partiti politici.
Le minacce nell’eurozona sarebbero più facili da tollerare, per la Germania, se le cose fossero tranquille negli Stati Uniti. Ma la retorica protezionista di Trump sta incoraggiando le forze nazionaliste in Europa. La leader del Front National, Marine Le Pen, si è perfino vantata che il Presidente americano di fatto ha copiato le proposte che lei aveva fatto cinque anni fa.
La tempesta che si annuncia nell’eurozona non dovrà necessariamente distruggerla. Il governo americano potrebbe decidere di evitare una guerra commerciale con i suoi alleati europei. Le forze moderate potrebbero vincere le elezioni generali in Francia e in Italia, e la Grecia e i suoi creditori potrebbero ancora una volta trovare un accordo dell’ultimo minuto. Ma il fatto che l’eurozona abbia raggiunto un punto in cui l’intero sistema potrebbe crollare a causa di un’elezione, un negoziato di prestito o le misure prese da un governo straniero, descrive bene le dimensioni della sua fragilità. 
Anche se il giorno del giudizio è evitato nel 2017, il sollievo potrebbe durare soltanto fino alla prossima elezione. In Europa, come negli Stti Uniti, ci sono milioni di votanti che sentono che i pretesi benefici della globalizzazione non li hanno raggiunti, e credono che i loro problemi economici potrebbero essere risolti ponendo un termine al libero movimento delle persone, delle merci e dei servizi, gli autentici principi sui quali fu costruita l’integrazione europea.
La retorica che viene dal governo statunitense e il sorgere delle forze nazionaliste in Europa pongono una minaccia fondamentale ad un economia, come quella tedesca, dipendente dall’esportazione. Essi minacciano anche la continuità non soltanto dell’eurozona ma, in dipendenza di come si svolgeranno gli eventi, anche molte delle strutture politiche ed economiche che l’Europa ha costruito dopo la guerra. L’eurozona soprannazionale è una casa semi-costruita in un quartiere dove la sovranità nazionale è stata erosa ma non completamente cancellata. L’irreconciliabilità di questo dilemma potrebbe portare il blocco monetario dalla sua attuale frammentazione alla completa dissoluzione.
(Traduzione di Gianni Pardo)
15 Febbraio 2017


A Storm Is Brewing Over Europe
Storm clouds are once again gathering above the eurozone. In coming months, its continuity will be threatened by events in Europe and the United States. Germany, the largest political and economic player in Europe, will try to keep the bloc together. But the crisis could be too big for Berlin to handle, especially since some of the actors involved see Germany as a part of the problem rather than the solution.
U.S. President Donald Trump recently described the European Union as "a vehicle for Germany." He and members of his administration argue that Germany's industry has benefited significantly since the introduction of the euro in the early 2000s. The boon to Germany, the argument goes, is that the common European currency is weaker than the deutsche mark would be; the result is more competitive German exports. Trump was not the first U.S. president to criticize Germany's trade surplus, the biggest in the world. But he was the first to suggest the United States could take countermeasures against German exports.
Some of Germany's own eurozone partners have also accused the country of exporting too much and importing too little, a situation that leads to low unemployment in Germany and to high unemployment elsewhere in the currency area. Their charges, however, do not focus on the value of the euro (which is set by the European Central Bank) but on Berlin's tight fiscal policies, which restrict domestic consumption and limit Germans' appetite for imports. The European Commission and the International Monetary Fund have asked Germany to increase investment in public infrastructure and raise the wages of German workers.
 
Addressing the German Question
Indeed, the European Union is a vehicle for Germany, but for reasons that go well beyond trade. Many of Europe's current political and economic structures were designed to resolve the question of Germany's role in Europe. Situated at the center of the North European Plain, the largest mountain-free territory in Europe, Germany has no clear borders. This means that its neighbors in the east and the west can easily invade, a fact that has traditionally given German leaders a sense of constant insecurity. In addition, before the country's unification in the 1870s, the Germans had little in common other than language. Their location at the heart of trade routes in Central Europe and their access to many navigable rivers allowed the Germans to develop multiple economic centers. The Holy Roman Empire, which ruled over German lands, lasted for 10 centuries precisely because the emperor had limited influence on the affairs of the hundreds of political entities that made up the empire. Seeing a strong, united Germany in the 21st century makes it easier to forget that the country has traditionally had strong regional identities and powerful centrifugal tendencies that worked against national unity.
Germany's Geographic Challenge
Stratfor examines Germany's need to maintain territorial unity inside the country and preserve a balance of power across Europe.
Germany's Geographic ChallengeFREE
Between the mid-19th and the mid-20th centuries, German leaders sought to solve the country's geopolitical challenges through war, with disastrous consequences for Germany and for the rest of Europe. After World War II, Germany built a federal system where wealth is distributed between states, under the supervision of the federal government. This was coupled with a corporatist economic model that incorporates the economic elites into the leadership structure and strong social safety nets that prevent social upheaval. This entire social-political structure relies on an economic model that is heavily dependent on exports.
To a large extent, the European institutions were imposed on Germany. A weak and occupied West Germany saw membership in the European Economic Community (the European Union's predecessor) as a way to peacefully return to the international community after two world wars. The political and economic integration of Western Europe was actually a French idea encouraged by a great deal of U.S. pressure. After Germany's reunification in 1990, the creation of the eurozone followed a similar pattern. Paris saw the introduction of a common currency as a way to bind France and Germany so close together that another war between them would be impossible. At the time, the idea of another Franco-German war did not seem as far-fetched as it does now, and to a large extent losing the deutsche mark was the price that Germany had to pay for reunification.
Solving Problems and Creating New Ones
Europe's economic and political integration enabled Germany to achieve some of its main geopolitical goals. It reduced the likelihood of another war on the North European Plain by creating a co-leadership of the Continent with France. Even after the French economy started to show signs of decay, Berlin made sure to keep Paris involved in continental decision-making. European integration also opened markets from Portugal to Romania, and from Finland to Cyprus, for German exports. All of this was possible while Germany's membership in NATO kept Berlin's defense expenditures modest.
But the euro's arrival deprived some of Germany's main trade partners of the ability to devalue their currencies to compete against their neighbor in the north. At the time the bargain seemed fair, since countries in Mediterranean Europe were suddenly able to issue debt at Northern European interest rates, which they did enthusiastically. Access to cheap debt made many countries in the eurozone delay the introduction of structural reforms in their increasingly less competitive economies.
The euro may not have been a German idea, but Berlin made sure that it did not threaten its interests. The European Central Bank was modeled after the Bundesbank, with its mission of low inflation (a German obsession after the hyperinflationary 1930s) and with no explicit mandate to foster economic growth. The eurozone was created as a monetary union without a fiscal union. No mechanisms to transfer resources from Europe's wealthy north to its relatively poorer south, or to share risk among their financial sectors, were introduced. To accept greater risk sharing, countries in the north require their southern partners to completely surrender their fiscal policies to technocrats in Brussels. This is something that countries like Greece could be pressured to accept but that is unacceptable for countries such as France or Italy.
A Perfect Storm in the Making
These shortcomings became apparent during the past decade. Europe's economic crisis, and the austerity measures that followed it, led to the emergence of nationalist, populist and anti-establishment political forces across the Continent. Some are critical of the European Union, while others want to get rid of the eurozone. The economic decline of France and Italy left Germany without reliable partners to redesign either one of them.
Every year of the past decade has been a test of the eurozone's resilience, but 2017 could be the year when the bloc's very survival in endangered. France will hold presidential elections in two rounds in April and May. Opinion polls say the National Front party, which has promised to hold a referendum on France's membership in the eurozone, should win the first round but be defeated in the second. The Brexit referendum and the U.S. presidential election, however, have shown that polls sometimes fail to detect the deep social tendencies driving populist movements.
Moreover, a recent scandal involving France's main conservative presidential candidate, Francois Fillon, has damaged his image. Should the center-right fail to reach the second round of the elections, millions of conservative votes will be up for grabs. Some would probably migrate to centrist parties, attracted by their promise of economic reform. But many would go to the far right, seduced by proposals to increase security, impose tougher rules on immigration and restore France's national sovereignty. A win by the far-right candidate — a direct threat to the eurozone's survival — cannot be ruled out.
In Italy, things are even more complex, as two of the three most popular political parties want to leave the eurozone. Italian lawmakers are using the need to reform the country's electoral law as a pretext to delay elections. But even if Parliament ends its mandate in early 2018, Italy's threat to the eurozone will be delayed rather than averted. Unlike France, where the two-round electoral system was designed to prevent extremist parties from reaching power, Italy's proportional system means that Euroskeptic forces stand a real chance of entering the government. And no matter the outcome of the election, Italy's massive public debt (which, at roughly 130 percent of GDP, is the second-highest ratio in the eurozone after Greece) will remain a ticking bomb for the currency area.
The mere announcement of a referendum on eurozone membership in France or Italy could be enough to precipitate the collapse of the currency area. A run on Southern European banks could happen before the referendum even took place if people feared that their savings could be converted into national currencies. People in countries such as Italy, Spain or Portugal could transfer their savings to havens in Northern Europe, hoping to be given German marks instead of Italian lira, Spanish pesetas or Portuguese escudos.
To make things more complicated, the Greek saga is not over. Greece's creditors are debating whether the terms of the bailout program are realistic and whether Athens should be granted debt relief. Ten years into the Greek crisis and three international rescue programs later, Athens remains a danger for the eurozone. The main concern is not Greece's debt per se, because most of Athens' debt is in the hands of institutional creditors such as the IMF, the ECB and the European Union's bailout funds, which means that a Greek default can be contained. The problem is that a Greek exit from the eurozone could lead to a contagion effect that could hurt the likes of Italy, Spain or Portugal. Some have argued that the eurozone would actually be stronger without Greece in it, but the price of finding out whether that's true could be too high.
Should France or Italy be taken over by Euroskeptic forces, or should Greece precipitate yet another crisis in the eurozone, Germany's instinctive reaction would be to seek accommodation with its partners in the currency area to protect the status quo. But depending on the magnitude of the crisis, officials in Berlin could be forced to make preparations for a post-eurozone world. This could involve returning to the deutsche mark or, as some German economists have proposed, creating some kind of "northern eurozone" with the likes of Austria and the Netherlands. But a strategy that makes sense from a financial point of view could be risky from a geopolitical perspective, since any moves to distance Germany from France hide the germ of a future conflict between the two. No matter what Berlin does, it has to ensure that political ties with Paris remain as strong as possible. Germany holds general elections in September, and events in the previous six months would have a direct impact on the electoral strategies of the main political parties.
A Fragile Eurozone
The threats to the eurozone would be easier for Germany to tolerate if things were quiet in the United States. But Trump's protectionist rhetoric is encouraging nationalist forces in Europe. France's National Front leader, Marine Le Pen, has even bragged that the U.S. president is actually copying proposals she made five years ago.
The coming storm in the eurozone does not necessarily have to destroy it. The U.S. government could decide to avoid a trade war with its allies in Europe. Moderate forces could win the general elections in France and Italy, and Greece and its creditors could find yet another last-minute agreement. But the fact that the eurozone has reached a point where the entire system can collapse because of an election, a bailout negotiation or measures taken by a foreign government speaks volumes of its fragility.
Even if the doomsday scenario is averted in 2017, the relief may last only until the next election. In Europe, as in the United States, there are millions of voters who feel that the alleged benefits of globalization have not reached them, and who believe that their economic problems could be solved by putting an end to the free movement of people, goods and services — the very principles upon which European integration was built.
The rhetoric from the U.S. government and the rise of nationalist forces in Europe pose a fundamental threat for an export-dependent economy like Germany's. They also threaten the continuity not only of the eurozone but, depending on how events unfold, also of many of the political and economic strictures that Europe built after the war. The supranational eurozone is a half-built house in a neighborhood where national sovereignty has been eroded but not completely erased. The irreconcilability of this dilemma could take the currency bloc from its current fragmentation to outright dissolution.




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POLITICA
14 febbraio 2017
LE POLITICHE KEYNESIANE SONO STORICAMENTE FALLITE

Per il metodo galileiano, se l’esperimento non funziona costantemente, la teoria è sbagliata. Oppure è intervenuto un fattore estraneo alla teoria stessa. Se, lasciata a sé stessa, la piuma non cade per terra, è intervenuto il vento.
A tutto questo si pensa a proposito delle teorie di John Maynard Keynes. Ogni volta che se ne parla, si citano i suoi successi dopo la crisi del ’29, ma si dimentica che tutti gli altri “esperimenti”, da allora in poi, si sono rivelati dei disastri. Dunque quel successo è stato dovuto ad altri fattori. 
Ma dal momento che questi disastri non sono stati sufficienti ad inficiare il dogma keynesiano, bisogna spiegare come mai esso non sia stato abbandonato.
La tesi del grande economista deve essere riassunta non nella sua versione scientifica, ma nella versione semplificata e brutale che è nella testa dei politici, dei sindacalisti, e dei cittadini. Perché è quella che influisce nella politica dei governi. 
Si dice che se l’economia ristagna è perché il denaro non circola: nel senso che o manca o chi lo ha non lo investe e lo mantiene improduttivo. Ora ammettiamo che lo Stato investa IN DEFICIT (chiedo scusa per le maiuscole) un’enorme somma per un’opera pubblica quale per esempio il trasferimento di tutti i Ministeri fuori Roma, in modo da decongestionare la città. In questo modo darebbe lavoro a progettisti, tecnici, impiegati e una folla di operai. Costoro, ricevendo una lauta paga, a loro volta potrebbero spendere denaro in beni di consumo, facendo guadagnare e lavorare altri, fino a creare, a cascata, un rilancio dell’economia. Addirittura, si dovrebbe anche avere un aumento del gettito fiscale che potrebbe rimborsare quella prima spesa IN DEFICIT. 
E c’è di più. Se lo Stato, invece di progettare un’immensa opera pubblica, si limitasse a distribuire denaro ai poveri, non otterrebbe d’avere Roma con meno traffico, ma otterrebbe lo stesso il rilancio dell’economia: perché i poveri il denaro non potendo tesaurizzarlo, lo spendono.
Se questa è la teoria, si comprende benissimo come politici, sindacalisti e ingenui la adorino incondizionatamente. La teoria infatti ribalta un principio ultramillenario: mentre da sempre si è detto che chi contrae debiti si mette nei guai, ora si è potuto credere che chi contrae debiti salva l’economia e rende più felici tutti. Ancora in questi giorni, nella Direzione del Pd, ho sentito con le mie orecchie invocare investimenti pubblici, come se lo Stato avesse denaro da spendere e come se questa spesa poi rilanciasse l’economia. E lo stesso discorso fa, ad ogni occasione, Susanna Camusso, leader della Cgil. Non c’è speranza. Se l’economia non funziona, secondo tutti, e Renzi in primis, lo Stato dovrebbe spendere di più. E se, con l’austerity ciò è vietato e l’economia non riparte, è colpa è dell’austerity.
Ma la mentalità scientifica ci induce a guardare i fatti. Per mezzo secolo, seguendo Keynes, in Italia si è perso il controllo della spesa pubblica e si è cercato costantemente di rilanciare l’economia con spese IN DEFICIT. Il risultato è stato che il debito pubblico è andato sempre crescendo – fino ad essere stratosferico e fino a farci temere il fallimento - e l’economia è andata sempre peggio. Ora siamo impantanati in una crisi economica gravissima che dura da quasi dieci anni e di cui non vediamo la fine. E certo non l’abbiamo risolta con la distribuzione di denaro a pioggia, IN DEFICIT, come ha fatto Matteo Renzi con gli ottanta euro ai lavoratori.
In realtà il problema non è quello di dare a qualcuno i soldi per comprare un paio di scarpe, il problema è quello di permettere al fabbricante di scarpe di produrre scarpe e guadagnarci. È il denaro guadagnato dal fabbricante di scarpe, e con cui compra l’automobile, che rilancia l’industria dell’automobile, non il denaro stampato dallo Stato, IN DEFICIT. Non è la moneta che crea l’economia, è l’economia che crea la moneta. La moneta non è sostanza, è un facilitatore degli scambi: sicché in definitiva si scambiano cose, non pezzi di carta.
Le teorie di Keynes, per come sono state capite ed applicate, ci hanno portati ad un’interminabile, gravissima crisi economica, e dunque le teorie di Keynes, per come sono state capite ed applicate, sono erronee e andrebbero abbandonate. Al più presto.
Ma scommetto che non lo saranno. Piacciono a troppi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 febbraio 2017





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POLITICA
13 febbraio 2017
IL PROFETA ANCORA UNA VOLTA HA SBAGLIATO
E certo non è gradevole dirlo, se il profeta sono io

Il profeta che ha avuto ragione ha la tentazione di “claironner”: suonare la tromba, per sottolineare la propria gloria. E tuttavia in linea di principio avrebbe torto, perché il futuro è così imprevedibile, che “azzeccarci” significa anche avere avuto fortuna. Sbagliare è invece normale. Le previsioni all’inizio di ogni anno sono soltanto un gioco di società e un modo di riempire i giornali.
Più grave è quando le previsioni sono fatte in un campo come l’economia e con la sicurezza del cattedratico: “Andrà sicuramente così, perché ve lo dico io”. E tuttavia, se bisognasse togliere la cattedra a tutti quelli che sono stati smentiti dalla realtà, metteremmo in crisi parecchie università che vantano Premi Nobel.
A volte però l’errore è indotto da altri. Immaginiamo che il malato di un cancro curabile rifiuti la terapia e che il profeta dica: “Quell’uomo morirà entro due anni”. Poi invece l’interessato cambia opinione, si fa curare e guarisce: il profeta ha sbagliato la profezia? 
È ciò che è capitato a me quando è stato creato l’euro. Per l’ammissione erano inderogabili i “parametri di Maastricht”, e fra questi troneggiava il limite del debito pubblico  al 60% sul prodotto interno lordo. E poiché il nostro era intorno a cento o più, io proclamai alto e forte che questa nuova moneta non ci riguardava. Non ci saremmo mai entrati. Quel limite infatti non era cervellotico: era la condizione della solvibilità dei partecipanti, della loro credibilità sui mercati, della stabilità della nuova divisa. “Sarebbero pazzi, se ci accettassero”, dicevo. 
Povero scemo, mi illudevo d’avere a che fare con persone serie. Invece i governanti europei - per ingenuo europeismo, o più semplicemente per evitare che rimanesse fuori uno scomodo concorrente, famoso per le sue svalutazioni competitive – mancarono alla loro parola e si accontentarono di promesse. L’Italia avrebbe riportato il debito pubblico al 60% del pil entro qualche anno. E da quel momento Romano Prodi si vantò instancabilmente di “avere portato l’Italia in Europa”, facendole attraversare a piedi asciutti il Mediterraneo.
Quegli spudorati mi avevano fatto fare cattiva figura ma mi veniva lo stesso da ridere. Ero certo che in futuro la cattiva figura l’avrebbero fatta loro, perché mai e poi mai l’Italia sarebbe riuscita a scendere ad un debito di quel livello. E stavolta non rischiavo di sbagliare: la prima volta mi ero fidato della parola dei massimi politici, stavolta mi fidavo di qualcosa di più solido, l’inconcussa incapacità italiana di governare l’economia. Infatti siamo al 133% del pil, perché il debito è sempre aumentato, anche negli anni in cui Renzi camminava sull’acqua. 
Noi siamo da anni strutturalmente incapaci di far fronte ai nostri debiti  e dunque siamo tecnicamente falliti. Come del resto molti altri Paesi del mondo. Ma il nostro debito è più grande di quello degli altri. Se i mercati si allarmassero (come potrebbero allarmarsi non appena cominciasse la diminuzione del Quantitative Easing, e non parliamo della sua eliminazione) saremo i primi ad essere colpiti.  Basterebbe che i mercati non comprassero i titoli di nuova emissione, e quel fallimento dovremmo dichiararlo pubblicamente, cessando i pagamenti. Naturalmente – effetto domino – non saremmo i soli, a fallire. E l’euro scoppierebbe come un petardo. 
Giustamente, Lucrezia Reichlin(1) dice che bisogna mettere rimedio a questa situazione e non vede altra via che l’assunzione di una responsabilità collettiva del nostro debito. Ma basterà dire che ciò significa un trasferimento di ricchezza dagli altri Paesi all’Italia, per comprendere che il progetto è inverosimile. Soprattutto nel momento in cui molti Paesi tendono ad abbandonare l’Unione Europea, piuttosto che a regalarle centinaia di miliardi. 
La situazione è senza uscita. Con una crisi di Borsa, se l’Italia rimane nell’euro, rischia di saltare tutta la baracca. Se l’Italia uscisse dall’euro, provocherebbe un allarme che farebbe saltare tutta la baracca. Se i governi dei Paesi floridi volessero sostenerci, nel caso di una crisi di Borsa come quella che si è appena annunciata nel 2011, non ne avrebbero i mezzi: e salterebbe tutta la baracca. Whatever it takes? It takes che i mercati credano ai rimedi offerti. e se nel 2011 lo hanno fatto (con mia sorpresa) crederanno alla Bce la prossima volta, dopo che già da anni spara tutte le sue cartucce, stampando denaro finto per comprare titoli che sono carta straccia? 
L’Italia non sarebbe mai dovuta entrare nell’euro perché è strutturalmente incapace di governare i suoi bilanci. La si è voluta dentro il club ed essa ci è entrata entusiasticamente perché convinta che il “vincolo esterno” l’avrebbe obbligata ad essere virtuosa e libera, il Paese sognato da Einaudi. Invece abbiamo continuato ad esagerare con i debiti e col fisco, che ha strangolato l’economia. Insomma non soltanto non abbiamo risanato i nostri conti, ma abbiamo creato le premesse per far saltare quelli altrui. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 febbraio 2017
(1)http://www.corriere.it/opinioni/17_febbraio_12/cambiare-l-euro-salvarlo-370eb3c0-f090-11e6-811e-b69571ccd9d9.shtml 



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POLITICA
12 febbraio 2017
ALLA FIERA DELLE INGENUITA'
Un articolo di Carlo Bertini, sulla “Stampa”(1), stupisce per la sua ingenuità. Che forse – se non è finta - non è tanto sua, quanto di Matteo Renzi. Questi infatti, leggiamo. avrebbe in mente un percorso complicatissimo, pieno di svolte e incroci, per giungere ai fini che si è prefissato. Purché – naturalmente - tutto vada come previsto e desiderato. In realtà però il protagonista non è affatto l’unico a percorrere quelle strade e decidere le precedenze agli incroci. Dunque il discorso ricorda quei piani di battaglia meravigliosi, e destinati al massimo successo, sempre che il nemico abbia la cortesia di recitare esattamente la parte che gli si è assegnata.
Ecco il riassunto. Rincuorato dai sondaggi che riferiscono la perdita del 2,7% delle intenzioni di voto a favore del M5S, Renzi vorrebbe votare a giugno. Possibilmente l’11, per determinare un “election day” (non dite “giorno delle votazioni”, perché nessuno vi capirebbe) e per evitare “la sconfitta in molte città in bilico, da Genova a Palermo, con il traino delle elezioni nazionali”. Sempre che, al contrario, le città in bilico non effettuino il traino negativo sulle elezioni nazionali, accentuando il disastro. Ma questo nel piano non è previsto. 
Prosegue Bertini: “Voto in estate, al massimo in settembre dopo aver fatto trascorrere le prossime settimane dimostrando al Paese e alle più alte istituzioni che in Parlamento non riescono a fare una nuova legge elettorale”. Estremamente probabile, certo. Ma sicuro? E se il diavolo volesse che le opposizioni si mettessero d’accordo, per fare una legge svantaggiosa per il Pd? Ricordiamoci che si tratta di legge ordinaria, per la quale non sono previsti speciali quorum.
E ancora, se la discussione sulla legge elettorale andasse per le lunghe, in che modo il nostro Matteo l’interromperebbe, per andare a chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere? Con un colpo di Stato?
Secondo Bertini, Renzi dovrebbe mettere le carte sul tavolo lunedì 13 febbraio. Dovrebbe dire: “Vogliamo fare la legge elettorale e andare a votare, oppure si fa subito il congresso?” E ciò anche per evitare che si vada a votare intorno a dicembre o poco dopo, cioè quando la fine del Quantitative Easing potrebbe causare turbolenze di Borsa e di economia in generale. Ottimo, ma chi glielo dice che il QE non sarà ulteriormente prorogato? Non che la proroga sia ragionevole ma, se è per questo, il QE non è stato ragionevole sin da principio, in quanto ha falsato l’andamento delle Borse e l’apparenza della solvibilità dei Paesi debitori. Ma proprio la necessità di questa apparenza potrebbe prolungarne la vita.
Inoltre, con quale coraggio votare una nuova legge elettorale a colpi di fiducia, dopo l’esperienza precedente, che certo nessuno ha dimenticato? Questo Renzi rischia di rivelarsi un pericolo per le istituzioni repubblicane.
Il congresso – scrive Bertini - avrebbe questo timing (non dite scadenze, per la solita ragione): voto sui candidati alla segreteria, primarie per la leadership (per gli anglofoni, candidatura a Primo Ministro) e rinvio all’autunno per le votazioni sugli organismi dirigenti locali. Ma per far ciò, bisognerebbe avere la grande fortuna che tutto fili come prestabilito, alla faccia del famoso generale Helmut von Moltke, il quale avvertiva che nessuna battaglia mai si svolge come preventivato. Poi bisognerebbe “convocare il congresso subito, per chiudere all’angolo Bersani e compagni costringendoli a cimentarsi in battaglia”. E naturalmente Bersani e compagni dovrebbero avere la cortesia di perderla, quella battaglia.
Infine bisognerebbe “far venire meno le ragioni di vita del governo, portando Gentiloni a dimissioni lampo il giorno dopo le primarie”. Lampo, nientemeno. Va bene che, secondo Giovannino Guareschi, il Pci pretendeva “obbedienza cieca, pronta, assoluta”, ma al lampo non c’era ancora arrivato. E comunque a noi risulta che la mansuetudine, quando si è condotti al macello, deriva soltanto dall’ignoranza. Inoltre Gentiloni, in barba a quanto pensa Renzi, è con tutta probabilità una persona estremamente temibile, visto che tiene tanto ad apparire mansueto.
A questo punto bisogna fare l’ipotesi che Renzi, pur di andare a  elezioni anticipate, sia disposto a far cadere il governo togliendogli la fiducia. Però poi dovrà trovare il modo di raccontare agli italiani, sempre che sia possibile, come sia stato giusto e lodevole far cadere ben due governi guidati dal suo stesso partito (quello Letta e quello Gentiloni) per prendere il posto dei loro leader. Il duca Valentino, al confronto, rischia di passare per fra Galdino.  
Dicono che l’ex Premier abbia già fatto la voce grossa, intimando al governo di non aumentare le accise, neanche se lo impongono le autorità di Bruxelles. Ma a parte il fatto che la richiesta non proviene nemmeno da tutti i renziani del suo partito (pare siano stati soltanto 35), Gentiloni gli può sempre rispondere con una domanda: “Te la prendi tu, la responsabilità del no?” E potrebbe anche aggiungere: “Dal momento che comunque la responsabilità ricadrà su di me, la decisione la prenderò io, per il bene dell’Italia. Se farete cadere il mio governo, sarete responsabili delle conseguenze, nazionali ed europee. Auguri”. Renzi, voltandosi indietro, potrebbe avere la brutta sorpresa di scoprire che il suo esercito non lo segue.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 febbraio 2017
http://www.lastampa.it/2017/02/11/italia/politica/renzi-verso-le-dimissioni-da-segretario-o-si-vota-a-giugno-o-si-fa-il-congresso-NqNCXeAqo9TRQOMu2DSsuM/pagina.html




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POLITICA
11 febbraio 2017
LA QUADRATURA DEL REGIME
Perché si condanna sempre la politica

Inutile negarlo, la realtà è deludente. Non solo siamo tutti destinati a morire, ma ci sono le malattie, le infermità invalidanti, la miseria, le mille ragioni che ben conosciamo per non essere felici. Ciò non ci impedisce di continuare a cercare, se non la felicità, almeno la serenità. E di sapere che, se non ci riusciamo, la cosa è affar nostro.
Viceversa si pensa comunemente che lo Stato dovrebbe fornire un’organizzazione generale capace di raddrizzare i torti più macroscopici, evitare le più stridenti ingiustizie e realizzare una società ben ordinata. Insomma una buona politica, ricordando che la parola politica deriva  appunto da polis, città. 
Tra i problemi individuali e quelli collettivi c’è dunque una differenza fondamentale: mentre ognuno comprende che è responsabile della propria vita personale, tutti pensano che i problemi collettivi vadano risolti dagli “altri”, individuando questi altri nei politici. E ciò provoca immancabilmente un fenomeno umano ineliminabile. Quando dobbiamo giudicare noi stessi, e il modo in cui adempiamo i nostri doveri, siamo generosi, comprensivi, e tendenti al perdono; quando dobbiamo giudicare il modo in cui gli altri adempiono i loro doveri, siamo assolutamente inflessibili, severi e, come Napoleone, non perdoniamo nemmeno la sfortuna. Tanto che la disistima dei politici diviene un luogo comune e una sentenza che non abbisogna più di motivazione. Se per distrazione scivoliamo nel bagno, ne consegue un’imprecazione; se per distrazione inciampiamo in una buca, per strada, ne consegue la stramaledizione del Comune.
Naturalmente non si può fare di tutta l’erba un fascio. Esistono Paesi governati malissimo, si pensi allo Zimbabwe: da pronunciare con due “b”, come “bobina”. Insomma quel Paese che una volta, quando si chiamava Rhodesia, era “la Svizzera dell’Africa” e oggi ne è la fogna affamata. Ed esistono Paesi governati decentemente, come la Danimarca. Ma non c’è nessun Paese in cui i cittadini si dicano soddisfatti di come sono governati. Se non fosse così, di che parlerebbero, i giornali danesi? E quando mai si cambierebbe governo, a Copenhagen?
Dunque ci si può chiedere: una buona politica è possibile o impossibile? L’insoddisfazione è contingente o strutturale? 
La risposta è ovvia: è strutturale, perché la politica è chiamata a fornire prestazioni impossibili e a conciliare esigenze inconciliabili. La gente vuole che la cosa pubblica sia generosa ma chiede che non imponga una tassazione pesante. Che la polizia sia efficientissima, ma se possibile disarmata. Prima ci si scandalizza se un docente dà del somaro ad un alunno (e si amerebbe vederlo licenziato) poi ci si scandalizza se quel somaro arriva all’università ed è incapace di parlare e scrivere in italiano. Il buon senso latita. Chi ha chiesto che la scuola sia di manica larga, non dovrebbe lamentarsi, poi, se i diplomati e i laureati sono degli ignoranti. 
Le cose non vanno diversamente per l’eterna questione morale. Gli italiani sono accettabilmente onesti, almeno quel tanto che è necessario per non finire in galera. Ma dai politici vorrebbero la più cristallina onestà, dimenticando che gli stessi politici non sono più onesti di loro e sono spesso sottoposti a tentazioni ben più forti. “Loro sono al servizio della collettività, e dovrebbero essere dei modelli”. Dimenticando che essi stessi sono tutt’altro che dei modelli, come genitori.
I cittadini si lamentano della debolezza di uno Stato incapace di regolare la vita pubblica, ma poi – giustamente – si lamentano di un dittatore che è fin troppo capace di regolarla. La stessa alternanza di partiti al potere, nel two party system inglese, dimostra che la gente è sempre scontenta, e stima costantemente più quello che non ha (l’ideale) che quello che ha.
Lo scontento, nei riguardi della politica, è un’ineliminabile costante della società. Perché il singolo conosce i propri limiti e li perdona, mentre ignora volutamente i limiti degli altri – in particolare dei politici – e non li perdona.
Data questa situazione, si comprende perché bisogna preferire la democrazia. Non perché essa soddisferà tutti, ché anzi è sicuro che ciò non avverrà mai: ma perché la gente, quando è scontenta, può almeno cambiare i governanti, cosa impossibile nelle dittature. E quando sbaglia – come spesso avviene – almeno paga per i propri, non per gli altrui errori.
Il regime perfetto è come la quadratura del cerchio. Con l’unica differenza che della quadratura del regime non si smette mai di parlare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 febbraio 2017

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Il blog principale è pardonuovo.myblog.it. In giannip.myblog.it non si possono inserire commenti e dal 15 febbraio quel blog non sarà più aggiornato.
G.P.




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POLITICA
10 febbraio 2017
LA RAPPRESENTATIVITA'
Nella sentenza riguardante l’“Italicum”, la Corte Costituzionale ha scritto: “ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che essere primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”. Stavolta si deve essere assolutamente d’accordo.
La rappresentatività è quella qualità del Parlamento che lo rende, proporzionalmente, la fotografia degli intenti dei cittadini. Se soltanto un elettore su cento ha una certa opinione, e se cento  sono i deputati, uno di loro deve essere il rappresentante di quell’opinione. Naturalmente, se la nazione è molto frammentata nelle sue proposte e nei suoi propositi, sarà poi frammentato anche il Parlamento, fino all’inazione, fino alla fragilità dei governi, fino all’impossibilità di porre ad effetto un progetto di lungo respiro.
Questo difetto fa invocare il secondo requisito, quello della governabilità. La governabilità fa sì che il potere sia in grado di esercitare il suo comando al riparo dagli agguati e dagli attacchi di un’opposizione insieme potente e aleatoria nelle sue reazioni. Essa è inoltre essenziale per i grandi progetti e le grandi riforme. Se l’attuazione di un progetto richiede cinque anni, con la governabilità lo si può mettere subito in cantiere e portarlo a termine prima delle elezioni successive.  Cosa impossibile con un Parlamento frammentato in cui i governi si succedono vorticosamente, e ognuno cerca soltanto di lasciare le patate bollenti al successore.
Purtroppo, il massimo della governabilità si ha nella dittatura. E già questo è allarmante. Già sarebbe discutibile la desiderabilità di un partito che avesse il sessanta per cento dei voti e dei seggi: ma almeno i suoi errori sarebbero pagati da molti di quei cittadini che lo hanno votato. Col dittatore, invece, pagano tutti salvo lui. 
La stabilità e la governabilità si possono tuttavia ottenere anche con marchingegni che volontariamente falsano la rappresentatività. L’Italicum ne era un eccellente esempio. Esso stabiliva che il primo partito votato sarebbe andato al ballottaggio col secondo, quali che fossero le percentuali ottenute dai due nelle urne. Per esempio, il 18% il primo e il 16% il secondo. Col ballottaggio, il vincitore avrebbe ottenuto (salvo errori) il 54% dei seggi alla Camera: e da 18 a 54 c’è un bel salto. Ma non basta. Perché non va alle urne il 100% dei cittadini. Facciamo che l’affluenza sia del 67% (e sarebbe grasso che cola): in questo caso il 54% dei seggi sarebbe stato ottenuto con due terzi del 18% dei cittadini, cioè col 12%. E potendo poi governare incontrastati per cinque anni, come avrebbe desiderato Matteo Renzi. 
C’è da stupirsi se la Consulta ha dichiarato questa legge incostituzionale? La sentenza è incontestabile, come incontestabile è la saggezza del “no” del 4 dicembre. Né suonava convincente il vantaggio della facilità di creare nuove leggi, abolendo il Senato. L’Italia di leggi ne ha già troppe. Da un lato farebbe bene ad applicare quelle che già ha, dall’altro è bene che si contrasti la tendenza a crearne altre per compiacere la piazza, come nel caso dell’inutile “omicidio stradale” (già previsto come aggravante dell’art.575 C.p.) o la legge sul reato di crudeltà (prevista come aggravante nell’art.61n.4 del C.p.).
La legge elettorale che assicura la perfetta rappresentatività e la perfetta governabilità è impossibile. Le due cose occupano lo stesso territorio, e l’una può aumentare le proprie dimensioni, esclusivamente a spese dell’altra. Con la sua sentenza la Corte ha sciolto un nodo teorico, se non in dottrina, almeno nella giurisprudenza. Ed ha scelto il male minore. La governabilità permette di fare incontrastati grandi danni, la proporzionalità è meno rischiosa. È vero che essa non assicura la governabilità, ma non l’assicura nessun sistema, salvo la dittatura. Inoltre, se non l’assicura, non la vieta: in Parlamento si può ben costituire una grande coalizione che governi a lungo e pacificamente. E del resto si può avere l’instabilità anche con un partito che, col premio di maggioranza, abbia il 54% dei seggi. Infatti nulla vieta che nel suo seno si abbiano contrasti, divisioni ed anche scissioni.
La proporzionale, come legge elettorale, è la scelta dei pessimisti, e ciò malgrado è tutt’altro che una garanzia. Il disastro economico attuale è figlio dei lunghi anni in cui, con la proporzionale, la Democrazia Cristiana ha governato in combutta coi comunisti ed essendo più colpevole di loro: almeno il Pci aveva l’alibi di voler distruggere l’Italia per poi consegnarla all’Unione Sovietica. 
Forse, in fondo, di l’Italia rischia di avere comunque il governo che merita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 febbraio 2017 




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POLITICA
7 febbraio 2017
IL VINO DI DRAGHI
Ho simpatia per Mario Draghi, uomo garbato, competente, autorevole. Ma ciò non significa che si debba sempre giudicare convincente ciò che dice. 
Nell’intervista di ieri(1) comincia col dire che “L’euro è irrevocabile”. Io avrei detto insostituibile, ineliminabile, perfino irreversibile, ma diciamo pure irrevocabile, purché ci si intenda. È impossibile  saltare dal quarto piano, perché si morrebbe. Ma non è impossibile fisicamente. E infatti c’è gente che si suicida così. Diversa è l’impossibilità del carcerato, con le sbarre alla finestra. Revocare l’euro non è impossibile, è soltanto talmente costoso che appare giusto astenersene. Ma è soltanto questione di prezzo. E soprattutto la stessa dichiarazione non l’hanno certo fatta le Borse. Se si allarmassero seriamente, l’euro salterebbe nel giro di qualche giorno, quali che possano esserne i costi. E infatti la cosa giusta sarebbe smettere di gargarizzarsi con l’aggettivo “irrevocabile” e pianificare la fine dell’euro, per evitare che abbia luogo brutalmente e improvvisamente, per cause esterne. 
Secondo Draghi, Donald Trump “non perde occasione per attaccare l’euro”, ma ammette che: “Lo scenario è in movimento e gli equilibri sono estremamente precari”. Domanda: se non lo fossero, ci cureremmo degli attacchi di Trump?.Il guaio è la precarietà della nostra situazione economica o il fatto che qualcuno la denunci?
Draghi sottolinea ancora la necessità che la Bce sostenga l’eurozona e promette che il Quantitative Easing proseguirà “sino a fine 2017 o oltre se necessario”. E qui forse esagera. Oltre? All’infinito? Non si sono mai viste catene di S.Antonio che finiscono bene. L’Italia, come debitore, non è più credibile, perché ha stampato troppo contante. Oggi pare credibile perché la sostiene la Bce. Ma a sua volta questa sarà indefinitamente credibile, se continua a stampare cartamoneta come l’Italia?
L’Europa vive nel terrore che le Borse non assorbano più i pezzi di carta emessi dalle Banche Centrali di Francia, Italia, Spagna e tanti altri, e crede di scongiurare il pericolo con i programmi di Münchhausen. L’ostinato e irrealistico ottimismo di Draghi nasce dalla volontà di rassicurare i mercati.  “Se le previsioni di inflazione diventeranno meno favorevoli”, il consiglio dei governatori della Bce “è pronto ad aumentare il Qe come dimensioni e durata”. Già. Ma sempre che i mercati continuino a permetterlo, comprando i titoli di nuova emissione, e non cerchino di disfarsi a valanga dei titoli che hanno già. Draghi si esprime come se si potesse stampare indefinitamente denaro falso, a fronte di niente, e frenare così l’immane, strabiliante bolla finanziaria europea e mondiale. Una bolla che una volta o l’altra scoppierà, euro o non euro. 
L’azione della Bce «non è mirata allo spread, ma alla stabilità”, dice Draghi Giochi di parole. La Bce mira a contenere lo spread per far credere alla stabilità finanziaria dei vari Paesi. Dunque in fin dei conti tende soltanto ad ingannare le Borse. Finché queste faranno finta di essere ingannate.
Nell’intervista il governatore parla poi in favore dell’inflazione e dice virtuosamente: “Resta necessario il sostegno da parte della nostra politica monetaria se vogliamo che l’inflazione vada a convergere verso l’obiettivo desiderato con sufficiente credibilità e in maniera sostenibile”. Lasciate perdere le parole tecniche e i concetti fumosi: Draghi e gli altri sono convinti che l’inflazione sia un bene in sé, e non è vero. Per decenni essa è stata vista giustamente come una catastrofe e la più odiosa tassa sui poveri. Del resto, è ancora l’opinione dei tedeschi. Dunque sarebbe bello se la smettessero, con questa manfrina.
In secondo luogo, è vero che un’economia in grande crescita può avere un’inflazione, ma il collegamento fra le due cose non è necessario. Nell’Italia del miracolo economico si ebbe un indimenticato momento di prosperità accoppiato con una bassa inflazione, ed anzi con qualche punta di deflazione. In verità non bisognerebbe lottare contro la deflazione, ma contro l’assenza di opportunità di lavoro e di profitto. Se ci fossero, l’Italia ripartirebbe a razzo. Basterebbe sgravare l’attività economica dai troppi pesi e lacciuoli, smettendo una buona volta di credere che il governo sia capace di ben guidare l’economia. In particolare il denaro male amministrato – vedasi il debito pubblico italiano – può soltanto assassinare l’economia. E non si può che definire provocatorio l’atteggiamento di Draghi quando dice: “Non siamo manipolatori della moneta”. Perché è esattamente ciò che sono tutti i governi e soprattutto la Bce. Per caso il Qe non è un modo per manipolare la moneta e la sua considerazione, nei mercati finanziari? 
Non si può che confermare la stima a Draghi ma, come insegna il detto, “Non chiedere all’oste se il suo vino è genuino”. Lui è costretto istituzionalmente a mentire, ma noi non siamo istituzionalmente obbligati a credergli. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 febbraio 2017
(1)http://www.corriere.it/economia/17_febbraio_06/draghi-ripresa-solo-inizi-continueremo-l-acquisto-titoli-1e1faf9a-ec76-11e6-b0dc-72bd53481b5d_print.htm

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POLITICA
6 febbraio 2017
LA NEMESI DELL'EVIDENZA
L’evidenza è meno evidente che non si creda. Infatti, mentre alcuni la realtà la vedono subito, altri ci arrivano con enorme ritardo. Come dice il detto, vedono la luce soltanto quanto ne sentono il calore. 
 Che Renzi fosse un personaggio insopportabile a me è stato chiaro forse sei mesi dopo che era divenuto Primo Ministro. E tuttavia il suo successo sembrava inarrestabile, e irresistibile il suo fascino sulle folle. Si sarebbe detto che la gente, in materia di economia, di riforme e di ripresa, preferisse ciò che diceva lui a ciò che vedeva. A me appariva sempre più come uno straordinario bugiardo, un Pifferaio Magico di seconda categoria, e la realtà mi diceva che dovevo avere torto. Perfino quelli che istituzionalmente avrebbero dovuto essere contro di lui – per esempio un mio anziano amico tutt’altro che di sinistra, credente e grandissimo galantuomo - mi invitavano a fargli credito. Chissà che, al di là delle parole, non facesse qualcosa di buono. 
In quel momento mi son dovuto rassegnare. La questione, ho pensato, sta diversamente. Io non sopporto quest’uomo per ragioni di stile, e forse lo sto giudicando con gli intestini. Ma continuo a pensarla a modo mio.
Poi il tempo è passato, e i difetti di Renzi, invece di attenuarsi, si sono aggravati. Prima, con la sua indomabile hybris (una parola che riguardo a lui ho rischiato di usare troppo spesso), e la sua arroganza da Rodomonte, senza che nulla ve lo obbligasse, ha scommesso la sua testa politica sul referendum costituzionale. Poi, quando ha cominciato a temere che quell’azzardo potesse costargli caro, per comprarsi il consenso ha cominciato a sprecare il denaro dello Stato in tutte le direzioni. Infine e soprattutto è divenuto onnipresente. Per spingere tutti a votare “sì” - come l’ha sbertucciato Crozza – è sbucato da ogni schermo e da ogni stazione televisiva, senza tregua, senza misura, senza vergogna. A questo punto sarei andato a votare scalzo, pur di gridare quel “No” che poteva mandarlo a casa. 
Il risultato del 4 dicembre ha confermato il fenomeno. Quando si tratta di percepire certe evidenze, il popolo è estremamente lento, ma quando le percepisce diviene tanto rabbioso da arrivare al linciaggio. Il risultato del referendum ha reso riflessivi e critici molti giornalisti che prima incensavano il ragazzo prodigio ed ha soprattutto rafforzato l’acre opposizione interna del Pd. È trasparente la voglia di farlo fuori, politicamente, se possibile togliendogli anche la segreteria. Insomma è cominciato il tiro al bersaglio. 
Renzi ha saputo cavalcare la nazione, ma non ha saputo farsi degli amici. Negli anni scorsi mi chiedevo se fosse matto: molti nemici non sono molto onore, sono molti guai. I vinti vanno trasformati in alleati, ci hanno insegnato i Romani. Che senso aveva spargere sale, ridendo, sulle loro ferite? Era una cosa che avrebbe potuto fare Achille, ma nell’Ottavo Secolo a.C.
I cosiddetti “renziani” sono una truppa raccogliticcia. Sono suoi amici personali o compagni di partito che seguono per interesse il carro del vincitore, naturalmente pronti a chiedersi se per caso un altro carro non andrà più lontano. Accanto a Renzi rimarranno soltanto i miracolati, quelli che senza di lui non sarebbero nessuno. 
Questo personaggio prende la mano, quando si scrive di lui. Riguardo alla tesi del ritardo col quale la gente si rende conto dei fatti, il migliore esempio è un altro, di proporzioni colossali, sia per le sue proprie dimensioni, sia per l’entità della “svista”: il nostro debito pubblico. Quando cominciò ad esplodere, passavo il tempo a chiedere a tutti dove saremmo andati a finire e chi mai avrebbe rimborsato quei debiti. Tutti mi guardavano perplessi, e non perché non conoscessero la risposta, perché si meravigliavano della domanda. “Ma non vedi che nessuno se ne preoccupa?” Ma io continuavo a credere piuttosto all’evidenza che allo sperato aumento del pil e all’infinita esplosione demografica che avrebbe portato all’ampliamento della platea dei contribuenti. Quando i debiti sono sicuri, e il rimborso aleatorio, il risultato può essere la catastrofe. Una catastrofe che difficilmente eviteremo, come finalmente hanno capito in molti, e come molti altri capiranno “quando ne sentiranno il calore”.
Ma questa è l’evidenza del presente. In passato l’Italia ha continuato ad andare avanti per decenni, serenamente. Ancora oggi piazza BTP a un tasso “tedesco”, grazie al Quantitave Easing, e chiama l’aumento dell’indebitamento “flessibilità”. Una ragione in più per darmi torto, no? Un corno. L’Italia pagherà carissima questa follia. Come l’intera Europa pagherà carissima la follia dell’euro. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 febbraio 2017




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POLITICA
5 febbraio 2017
I DIRITTI UMANI
Il concetto di “diritti umani” è oggi una nozione corrente. Fra l’altro essi sono consacrati nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” del 1948, nel cui preambolo viene detto che “il riconoscimento della dignità specifica e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della società umana è la base di libertà, giustizia e pace nel Mondo». E comunemente fra essi si fanno rientrare il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad un'esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa e tutti gli altri che si reputano di particolare valore. Questi principi sono certamente apprezzabili, dal nostro punto di vista, ma il problema è un altro: si tratta di diritti? E sono universali? 
Il concetto di diritto include in sé il concetto di coazione. In tanto ha senso dire che ho il diritto a vedermi restituire la cosa che mi è stata sottratta, in quanto ci sia un potere che ha la forza sufficiente per togliere quella cosa al ladro e riconsegnarla a me. Se vivessi in un mondo senza carabinieri, il ladro quella cosa potrebbe tenersela per sempre. E il mio “diritto” sarebbe un flatus vocis.
La differenza essenziale fra la condanna giuridica e quella morale è che la prima ha conseguenze concrete mentre la seconda si limita al giudizio. L’omicidio è un “reato” soltanto dove c’è un potere che può mettere in carcere o a morte il colpevole, diversamente è soltanto un fatto che potrà a sua volta provocare una vendetta, ma anche questa è soltanto un fatto.
Questa natura “cogente” del diritto ha fatto sì che si dichiarasse non giuridico l’articolo uno della nostra Costituzione. Il principio che la nostra Repubblica è “fondata sul lavoro” non è infatti suscettibile di nessun tipo di applicazione concreta. L’articolo è una predicazione politico-morale che lascia il tempo che trova. I principi ciascuno li può applicare e perfino stravolgere a suo modo. 
In dottrina si è perfino discusso se avesse natura giuridica una legge che interpreta una precedente legge, perché questa “interpretazione autentica” non contiene una sanzione. Ma si è concluso che anche l’interpretazione autentica ha valore giuridico perché indirizza l’applicazione concreta della norma interpretata.
Se si pone a criterio della giuridicità di una norma la sua sanzione, e cioè il suo effetto forzoso nella realtà, risulta evidente che i diritti umani sono soltanto una fantasia. Perché non esiste un’entità, una forza superiore, capace di applicarli dovunque. In una feroce dittatura il diritto alla vita non vale nulla. Possiamo dispiacerci per gli infelici, ma in concreto che cosa possiamo fare, per loro? Al massimo possiamo dire al dittatore – da debita distanza – che sta violando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Quando è lo Stato, a comportarsi male, non si può ricorrere a quello stesso Stato per far valere i nostri diritti universali e inalienabili. Fra l’altro, che senso ha, dire, “inalienabili”? Chi voleva comprarli?
Altra pecca imperdonabile della Dichiarazione è la qualifica di “Universale”. Ciò che è che universale dovrebbe valere sempre e dovunque, e gli antichi romani, come tutti i loro contemporanei, sarebbero stati molto stupiti se gli avessimo detto che, con la schiavitù, violavano la legge. Analogamente, non ha molto senso la pretesa che la libertà religiosa sia un diritto. È un diritto lì dove lo Stato è laico e tollerante, ma non è un diritto nell’Arabia Saudita, in Pakistan e in molti altri posti. Noi potremmo desiderare che tutti gli Stati siano laici e tolleranti, ma non tutti lo sono, e chi vive in essi di solito è d’accordo con l’intolleranza dello Stato. Comunque nessuno ha il diritto, e molto spesso il potere, di opporsi all’oppressione nelle altre nazioni. La libertà religiosa è tutt’altro che un valore universale. È un principio adottato recentemente dai Paesi più evoluti, che non possono certo imporre a quelli che non l’hanno ancora raggiunto. Fra l’altro, violerebbero il divieto (morale!e) di interferenza negli affari interni di un altro Stato.
Fa anche sorridere il principio del diritto a un giusto processo. Se il processo non è giusto, che arma si ha contro i giudici o contro l’Amministrazione della giustizia? Fra l’altro la giustizia è un ideale, non un criterio applicabile in concreto. Ciò che si può applicare in concreto è la legge positiva, come la norma giuridica sulla prescrizione, la quale che appunto stabilisce un preciso termine temporale alla facoltà del privato di pretendere qualcosa o dello Stato di applicare la legge. 
La Dichiarazione dei Diritti corrisponde ad una lista di conquiste giuridiche che gli Stati più progrediti amerebbero veder trionfare dappertutto. Ma chi è più arretrato, o comunque segue altri principi, potrebbe sempre dire: “Se stimate tanto la libertà, cominciate col lasciarmi quella di pensarla diversamente”.
Né si può dire che sia una buona idea quella di liberare un Paese dall’oppressione di un tiranno sanguinario. Il risultato potrebbe essere il biasimo universale e, per il Paese “liberato”, una situazione peggiore della precedente. Qualcuno ricorda l’Iraq?
I diritti umani sono qualcosa con cui riempirsi la bocca quando si vuol apparire nobili e morali, ma nella realtà non servono a niente. Li prendono sul serio quelli che non li violano (e per questa parte sono inutili) e non li prendono sul serio quelli che li violano (e per questa parte sono inutili).
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 febbraio 2017




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POLITICA
3 febbraio 2017
GLI OCCHIALI DEFORMANTI
C’è qualcosa di stupefacente, nell’atteggiamento mentale della maggior parte delle persone ed è il rifiuto della realtà. Non di tutta la realtà, naturalmente: diversamente tutti inciamperemmo continuamente nei mobili. La realtà rifiutata è quella che non ci riguarda personalmente, e soprattutto quella che ha a che vedere con la morale e comunque con “ciò che sarebbe bello fosse”. 
Che una data realtà ci riguardi personalmente o no fa una differenza enorme. Per le vicende degli altri siamo generosi, longanimi e pronti al perdono. Se invece il vicino fa cadere la spazzatura dal suo balcone sul nostro, chiediamo al giudice che ne ordini l’impiccagione. Se sentiamo parlare di un povero pensionato che viene sfrattato dopo anni che non paga la pigione, ci impietosiamo. Quel padrone di casa ha veramente bisogno di quell’appartamento? E il Comune non può dare un alloggio, a quel poveretto? Ma certo non gli offriremmo gratis un appartamento di nostra proprietà. Chi ha in casa un malato di mente vive una vita d’inferno, ma gli altri, a sentirne parlare, hanno piuttosto pietà del malato, e pensano che i suoi familiari siano insensibili al   dovere dell’assistenza. Naturalmente tutto sarebbe diverso se capitasse a loro.
Questo atteggiamento vagamente demenziale si nota perfino nella politica internazionale. Se un Paese piccolo e debole provoca ripetutamente un Paese forte, ed infine il Paese forte gli infligge una severa punizione, i terzi stigmatizzano la reazione: non si poteva limitare a sgridarlo? Come se non l’avesse già fatto. Non è necessario proporre esempi.
Avevo una sorella ben poco razionale che, morta mia madre, mentre era lei in possesso dell’eredità, fece causa a me. E naturalmente la perse. Quando ne parlai, lamentandomene, con mio cugino magistrato, lui mi disse che, in punto di diritto, avevo ragione io: “Ma, al tuo posto, io non avrei fatto causa a mia sorella”. Chiaramente non aveva seguito bene la vicenda, ma l’errore aveva un’origine: nella leggenda il forte (e dunque l’aggressore) ero sempre io. Mi si attribuiva un’iniziativa che avevo addirittura subito. Mio cugino era una sorta di fratello, per me, ma quella volta il suo errore mi fece l’effetto di una coltellata. 
L’atteggiamento “morale” (morale ma senza spese) falsa il giudizio della maggioranza.  La conseguenza è un’incapacità di comprendere la politica, la storia, il diritto, insomma la realtà. Mille volte, conoscendo in modo più approfondito una certa vicenda, io stesso ho dovuto ammettere che mi sbagliavo, aveva ragione chi da prima avevo pensato avesse torto. Soltanto perché, fino ad allora, avevo seguito la nozione comune. Come quella volta che chiesi, a chi mi vantava il genio di Nietzsche, se fosse quello che aveva ispirato il nazismo. Ancora me ne vergogno. 
Perfino riguardo alla morte di Giulio Cesare, di cui ho avuto notizia alle elementari, ho imparato qualcosa recentemente. È vero, quell’uomo è stato un genio della guerra, della letteratura e della politica. Ed è vero – come riferisce anche Shakespeare nella sua tragedia – che per tre volte rifiutò la corona di re. Dunque, pur avendo letto  Dio sa quanti testi su quella vicenda (incluso Svetonio), pensavo che Cesare si avviasse a divenire il dominus di fatto di Roma, come poi fu Augusto, ma nulla di più. E invece recentemente ho appreso – o forse prima non ci ho fatto caso, il risultato è identico – che il 14 febbraio del 44 a.C. aveva ottenuto la carica di “dittatore a vita” di Roma. Dunque Bruto e Cassio non avevano le traveggole, quando temevano per le libertà repubblicane. E tuttavia Cesare ha sempre avuto l’aureola dell’eroe tradito e massacrato, mentre quei due sono stati bollati come ingrati e traditori. Non valevano certo Cesare, ma avevano le loro ragioni. 
Le leggende fanno rientrare alcune vicende in un quadro prestabilito e suggestivo, e così prevalgono sui fatti. Addirittura, Victor Hugo, volendo scrivere una sorta di storia dell’umanità per lampi, non citò gli avvenimenti più importanti, ma le leggende più importanti, affermando che dànno il senso della storia meglio dei fatti stessi. Non per caso l’opera si intitola: “La Légende des Siècles”. Ma se quella è l’opera di un poeta, il guaio è che la leggenda prevale sulla storia nella vita di tutti i giorni.
Ciò contribuisce a spiegare l’enorme quantità di sciocchezze che si sente ogni giorno. A tutti i livelli. Perché la gente preferisce le proprie ubbie alla realtà e contro questo atteggiamento non c’è niente da fare. 
Nel mio piccolo, ho perso la speranza di essere preso sul serio quando parlo di politica. Mi limito ad essere umilmente realista e passo per pessimista, per cinico, per immorale. Machiavelli scrisse il “Principe” perché viveva nel Cinquecento. Oggi, forse, non troverebbe un editore.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 febbraio 2017





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POLITICA
3 febbraio 2017
Piccola nota su Colombo, tra storia e leggenda


Il mondo intero venera Cristoforo Colombo come il più grande esploratore di tutti i tempi e un genio della navigazione. Oltre che la vittima di uno straordinario scippo, dal momento che gli immensi continenti da lui scoperti sono stati chiamati America (da Amerigo Vespucci) e non Colombia (da Cristoforo Colombo). 
In realtà Cristoforo Colombo come scienziato ne sapeva meno di quelli che si opponevano al suo viaggio. Infatti aveva pesantemente sbagliato i calcoli sulle dimensioni della terra. E dire che nel III sec.a.C. Eratostene era arrivato ad un risultato molto vicino alla realtà. Il genovese comunque prese una cantonata di migliaia di chilometri, e se non ci fosse stata l’America Centrale, o se ci fosse stato un braccio di mare abbastanza largo perché lui potesse attraversare l’attuale istmo di Panama senza vedere le terre alla sua destra e alla sua sinistra, tutti, lui e le ciurme delle sue tre caravelle, sarebbero morti di stenti. 
Non soltanto lui contava di arrivare in Cina, ma era così disorientato da pensare di essere andato anche più lontano, fino a reputare gli indigeni che trovò sull’isola abitanti dell’India. E infatti ancora oggi chiamiamo i Pellerossa “indiani d’America”, e i nativi del Sud America indios. 
Ma questa è soltanto la storia. Secondo la vulgata corrente, Colombo, invece di essere soltanto quell’uomo estremamente coraggioso che effettivamente fu, è reputato supremamente illuminato: Cristoforo Colombo, più geniale dei suoi contemporanei, andò a scoprire l’America e la trovò. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 febbraio 2017




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POLITICA
1 febbraio 2017
DEMOGRAFIA, RICCHEZZA, IMMIGRAZIONE
di Ian Morris

Cinquant’anni fa, il poeta inglese Philip Larkin vide che il mondo si stava trasformando sotto i suoi piedi. E così ne parlò nel suo componimento del 1967, Annus Mirabilis.
L’accoppiamento sessuale cominciò
Nel millenovecentosessantatré
(cioè piuttosto tardi, per me)
Fra la fine del bando a Chatterley
E il primo Lp dei Beatles.
La poesia di Larkin aveva come argomento centrale la sua sfortuna, essendo nato troppo presto per ricavare il massimo vantaggio da questo spostamento tettonico, ma il suo talento si manifestò nel modo in cui riuscì a connettere i suoi personali desideri agli sconvolgimenti che percorrevano il globo. Egli spiegava così questo fatto, nel secondo verso:
Fino ad allora c’era stato soltanto
Una sorta di mercanteggiamento, 
una discussione per l’anello, 
una vergogna che cominciava a sedici anni
e si allargava a tutto il resto.
Per centomila anni, sin da quando gli esseri umani moderni si sono evoluti, il sesso era stato una parte di una più larga tradizione di dispute fra maschi e femmine, giovani e vecchi, riguardo ai bambini, alle proprietà e alle responsabilità. Ma in un batter d’occhio, l’arrivo della contraccezione chimica cambiò tutto. Per la generazione degli anni Sessanta – come osservava con invidia Larkin – il sesso sarebbe stato qualcosa che si faceva per divertimento: “Improvvisamente la discussione svanì… ed ogni vita divenne/un modo brillante di far saltare il banco/un gioco in cui non si poteva perdere”. 
Le relazioni fra i sessi, lungo gli ultimi cinquant’anni, sono state un po’ più complicate di così, ma Larkin aveva perfettamente ragione nel vedere che il sempre maggiore controllo delle donne sulla possibilità di rimanere incinte era uno dei più grandi sconvolgimenti della storia. Il modo in cui esso trasformò le relazioni fra i Paesi è stato reso dolorosamente chiaro nelle più recenti campagne elettorali per la Presidenza degli Stati Uniti. Ma esso ha anche trasformato le relazioni fra i Paesi, e – cosa non sorprendente – riappare regolarmente nelle discussioni geostrategiche. Ma è difficile contraddire il sentimento che ancora abbiamo molta strada da fare nel comprendere esattamente come si influenzeranno vicendevolmente nei decenni avvenire, la biologia, l’economia e la politica, per non parlare di come si svilupperà il nostro coraggioso mondo a bassa natalità.
Per la maggior parte del nostro tempo sulla Terra, noi esseri umani siamo stati animali ad alta natalità e ad alta mortalità. Fino a diecimila anni fa, ognuno viveva cacciando animali selvaggi e raccogliendo piante, e il tasso totale di natalità (TTN) – cioè il numero medio di nati vivi che aveva ogni donna – è stato probabilmente intorno a 5,0. Un numero largamente superiore al 2,0 necessario per rimpiazzare la popolazione vivente, ma l’alta mortalità dei neonati e dei bambini faceva sì che la maggior parte delle donne dovesse avere almeno quattro figli per produrre due adulti che vivessero fino all’età riproduttiva.
Il TTN salì ancora di più quando si ebbe l’agricoltura, perché la dieta dei coltivatori era tipicamente più povera di quella dei loro antenati e l’affollamento della vita nel villaggio rendeva più facile la diffusione delle malattie. La moglie del contadino doveva partorire in media sei o sette figli per assicurare la sopravvivenza dell’umanità. Per conseguenza, doveva normalmente divenire fertile alla fine dell’adolescenza e sarebbe morta intorno ai quarant’anni. Quasi ogni donna fertile spendeva la maggior parte della sua vita da adulta essendo incinta ed occupandosi di bambini piccoli.
Il TTN cominciò a diminuire notevolmente soltanto dopo la metà del ‘700, e perfino allora soltanto nel nord-ovest dell’Europa e nelle colonie del Nord America. I miglioramenti nella salute pubblica, l’igiene personale e le forniture di cibo avevano tutti un ruolo nell’abbassamento del tasso di mortalità. Ancora negli anni cinquanta dell’Ottocento, circa un quarto dei bambini nati negli Stati Uniti moriva prima di compiere un anno, ma nel 1970 questa cifra era scesa a 1 su 50. Per alcune generazioni, i tassi di natalità rimasero alti anche quando i tassi di mortalità erano crollati, ciò che significa che le popolazioni europee e nordamericane crescevano rapidamente.  Ma ben prima del 1900 le coppie stavano riducendo il numero dei bambini che concepivano ed allevavano. Non è una coincidenza che la prima persona che ha teorizzato le relazioni fra la crescita delle popolazioni e la disponibilità di cibo, Thomas Malthus, lo fece in Inghilterra nel 1798.
I demografi chiamano questo prolungato passaggio dai regimi di alta mortalità e alta fertilità a regimi di bassa mortalità e fertilità “la transizione demografica”. La maggior parte dei Paesi ricchi l’hanno completata intorno al 1900 ed hanno mantenuto il TTN fra 2.0 e 2.2 lungo la maggior parte del Ventesimo Secolo (negli Stati Uniti, il TTN scese al livello di rimpiazzo nel 1979). Ciò non soltanto ha permesso ai genitori di investire di più nell’educazione di ogni figlio ma ha anche liberato le madri in modo che potessero lavorare fuori casa, guadagnando di più per investire nella loro fortunata progenie. Fra il 1940 e il 1990, la proporzione di donne americane che lavoravano fuori casa si è più che raddoppiata, dal 26 al 56%, e addirittura già nel 1950, l’intera metà delle donne americane che lavoravano erano sposate. 
Chiaramente, il sesso era cosa che riguardava il divertimento tanto quanto I bambini molto prima del 1963 (il preservativo di gomma, dopo tutto, è stato inventato nel 1920) ma Larkin aveva nondimeno ragione affermando che i primi Anni Sessanta sono stati il momento di svolta per il mondo sviluppato. I tassi di natalità in quel momento scesero molto più dei livelli di rimpiazzo. Già nel 2014, la donna media nell’Unione Europea aveva 1,58 figli, mentre la donna giapponese media riusciva soltanto ad averne 1,40. Tanto straordinaria è questa “morte della nascita” che i demografi olandesi Ron Lesthaeghe e Dirk van de Kaa amano dire che il mondo ricco è passato attraverso una “seconda transizione demografica” che cominciò – esattamente come detto da Larkin – nel 1963.
Se adottiamo una prospettiva globale, sembra che Larkin abbia avuto ancora una volta ragione, anche se saltava un po’ troppo facilmente alle conclusioni. Nel 1968 il TTN, in tutto il mondo, era ancora del 4,9, appena un po’ più giù dell’inizio del Ventesimo Secolo. Ma a quel punto gli asiatici, gli africani e i latino-americani cominciarono a seguire la tendenza degli europei e degli euro-americani, separando il coito dalla riproduzione. Nel 2013, il TTN globale era sceso a 2,3. Soltanto alcuni Paesi, prevalentemente in Africa, hanno ancora un TTN al di sopra di 5,0.
Questa è una vicenda particolare. Attraverso tutta la storia prima della transizione demografica, il TTN alto e la crescita della popolazione sono state le precondizioni della grandezza nazionale, mentre un basso TTN era stato un suicidio strategico.
Ciò era ovvio già allo storico Greco Polibio, nel terzo secolo a.C., e il primo imperatore romano prese la cosa tanto sul serio che nell’anno 9 d.C. fece votare leggi che cercavano di forzare gli aristocratici ad avere più figli. Nel Ventunesimo Secolo, al contrario, la relazione inversa fra tassi di fertilità e successo nazionale sembra così solidamente stabilita che nel 2009 gli autori di una relazione nella stimata rivista scientifica “Nature” la chiamavano “una delle regolarità empiriche più solidamente stabilite e generalmente accettate nelle scienze sociali”.
Da qui la domanda: l’umanità, nel 1963 (o forse nel 1750), ha rotto la ferrea legge della biologia che la riproduzione è il segreto del successo? Oppure – come si dice abbia detto Chou En Lai nel 1972, quando gli chiesero un giudizio sulla Rivoluzione Francese – è ancora troppo presto per affermarlo?
Se è vera la prima affermazione, allora per una volta posso proclamare di essere al sommo di una trasformazione globale. Appartengo infatti a ciò che lo scienziato dell’evoluzione Peter Richerson e l’antropologo Robert Boyd hanno chiamato “una delle più bizzarre transizioni nell’intera storia dell’etnografia… una sottocultura di popolo che dedica più tempo – ed è più fiera di – alla lunghezza della lista delle loro pubblicazioni che al numero dei loro figli”. Essere senza-figli-per-scelta è una medaglia al merito fra i professori universitari occidentali; secondo i miei conti, nel mio dipartimento della Stanford University, diciassette professori hanno in tutto messo al mondo nove bambini. Il nostro TTN del dipartimento – di 1,06 – fa sembrare perfino il Giappone produttivo.
C’è da essere sicuri che noi professori occidentali non siamo affatto la prima sottocultura nella storia che non ce l’ha fatta a riprodursi biologicamente. In teoria, almeno, i preti e i monaci cattolici hanno un TTN di zero e fondato interamente sull’attrazione di nuovi membri dall’esterno dei loro ranghi per perpetuare la loro professione a partire dal momento in cui i loro membri venivano meno. C’è tuttavia una differenza significativa, fra la gerarchia cattolica medievale e la moderna università. Fino all’incirca all’anno mille, preti e monaci normalmente non erano celibi. Questo requisito è stato loro imposto dai fanatici che si impadronirono della direzione della chiesa nell’Undicesimo Secolo. Il più importante fatto che determinò il fenomeno fu il controllo della favolosa ricchezza della Chiesa, la quale permetteva ai detentori di pubblici uffici di accusare i vescovi e i prelati di essere nulla di più di uno Stato parallelo che raggirava i credenti inducendoli a dar loro le proprietà che dopo loro lasciavano in eredità, insieme alle loro cariche, ai figli. I religiosi radicali reagirono puntellando le loro credenziali ideologiche e proponendo un accordo: se i re e gli imperatori non mettevano le mani sulle proprietà della Chiesa e permettevano ai papi e agli arcivescovi di continuare a nominare gli uomini che le controllavano, tutti gli ufficiali della Chiesa avrebbero rinunziato al diritto di allevare i propri eredi.
L’antropologo Ernest Gellner chiamò questa “castrazione” un meccanismo per appianare i conflitti fra governanti e subordinati vitali ma potenzialmente minacciosi impedendo a questi subordinati di riprodursi. A volte la castrazione era letterale, come nella pratica (comune da Bisanzio fino alla Cina) di dare posizioni di vertice, nella burocrazia dello Stato, ad eunuchi. In altri tempi essa fu istituzionale, come nel caso della Chiesa Cattolica. Ma in qualunque modo i governanti imposero la castrazione su gruppi pericolosi come un modo per separarli dal resto della popolazione, che generalmente faceva figli nella massima quantità che poteva.
I professori sono infinitamente lontani dagli antichi gruppi di castrati. I dirigenti dell’università non richiedono che nelle loro facoltà si smetta di fare sesso (salvo che con i loro propri studenti), e neppure si ha una castrazione che separi i professori dal resto della popolazione. Noi professori stiamo scegliendo di non riprodurci per ragioni di stile di vita e di carriera, e l’unica cosa che ci separi dal resto della popolazione è che noi tendiamo a fare questa scelta un po’ più spesso delle altre persone. “Un libro è un bambino”, come piace dire a uno dei miei amici professori, il quale fa notare che ogni nato vivo ha notevoli conseguenze per le carriere, le promozioni e lo stipendio.
Se noi professori siamo di fatto l’avanguardia della rivoluzione della bassa natalità ed altri continuano a seguire il nostro esempio, possiamo aspettarci che il massimo della popolazione mondiale possa essere raggiunto a metà del Ventunesimo Secolo e che poi cominci a declinare, che è poi esattamente ciò che prevedono le Nazioni Unite. L’umanità romperà così di fatto la legge dell’evoluzione della sopravvivenza del più adatto (dal punto di vista riproduttivo), e piccole, ricche popolazioni prevarranno nella lotta evoluzionistica contro le grandi e povere popolazioni. Un bel po’ di pessimisti predicono che i computer e i robot sono sul punto di distruggere la maggior parte dei posti di lavoro della classe media; se hanno ragione, allora le popolazioni che si “restringono” potrebbero rivelarsi le uniche economicamente capaci di sopravvivere.
Un’altra possibilità, tuttavia, è che il legame bassa natalità/alto reddito potrebbe rivelarsi temporaneo. Alcuni demografi stanno già affermando che la relazione fra natalità e reddito è di fatto una curva a J piuttosto che una retta discendente. Benché individualmente il reddito aumenti con la diminuzione del TTN – essi suggeriscono – una volta che la gente abbia raggiunto un certo livello di prosperità, comincerà di nuovo a fare figli. Esattamente come l’esplosione della popolazione del XIX e XX Secolo ha rappresentato uno stadio temporaneo di aggiustamento, sostengono, la stabilizzazione demografica del XXI Secolo è soltanto una fase, che sarebbe seguita da una rinnovata espansione.
Se fosse così, ne potrebbe risultare che i gruppi che hanno sacrificato la natalità alla prosperità, alla fine potrebbero pagare un terribile prezzo. Se la storia ritorna alla norma di lungo periodo e le grandi popolazioni ancora una volta divengono le basi del potere e della prosperità, possiamo aspettarci una rivoluzione geostrategica. La popolazione dell’Africa attualmente si pone a 1,1 miliardi di persone, corrispondente al 15% del totale mondiale. Le Nazioni Unite si aspettano che essa raggiunga i 2,5mld, cioè il 26% del totale, nel 2050, e 4,4mld, ossia il 39% del totale, nel 2100.
I Paesi ricchi stanno già sforzandosi di risolvere il problema di popolazioni che invecchiano e il declino della proporzione fra giovani lavoratori e vecchi consumatori, lasciato loro in eredita dalla caduta della natalità. L’ovvia soluzione – incoraggiare i giovani poveri ad emigrare dai Paesi ad alta natalità in Africa, America Latina e Medio Oriente, verso l’Europa Occidentale e il Nord America –ha provocato gravi problemi politici nel mondo ricco e reazioni contro l’umana mobilità. E tuttavia esiste la reale possibilità che ancora non abbiamo visto niente, e che durante  il XXI Secolo la demografia rovesci l’equilibrio internazionale, come ha così spesso fatto in passato. E per il mondo prospero, le ultime righe della poesia di Larkin si rivelino più profetiche di quanto sembrino:
Così la vita non fu mai migliore che
Nel millenovecentosessantatré
(benché troppo tardi per me)
Fra la fine del bando a Chatterley
E il primo Lp dei Beatles.
(Traduzione di Gianni Pardo)


Stratfor0125
Demography: The Basis of Power and Prosperity
Global Affairs
 JANUARY 25, 2017 | 08:00 GMT 
By Ian Morris
Fifty years ago, the British poet Philip Larkin saw that the world was shifting under his feet. As he described it in his 1967 composition Annus Mirabilis,
Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(which was rather late for me)—
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles' first LP.
Larkin's poem was largely about his own bad luck in having been born too soon to be able to make the most of this tectonic shift, but its artistry lay in the way he connected his personal woes to upheavals that spanned the globe. The issue, he explained in the second verse, was that,
Up to then there'd only been
A sort of bargaining,
A wrangle for the ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.
For 100,000 years, ever since modern humans evolved, sex had been part of a larger tradition of wrangling between male and female, young and old, about babies, property and responsibility. But in the blink of an eye, the coming of chemical contraception changed everything. For the '60s generation, Larkin enviously observed, sex would be all about fun: "All at once the quarrel sank … And every life became / A brilliant breaking of the bank, / A quite unlosable game."
Gender relations across the past 50 years have been a little more complicated than that, but Larkin was quite right to see that women's rising control over their own conception was one of the greatest upheavals in history. The way it transformed relationships within countries was made painfully clear in the United States' most recent presidential race. But it also transformed relationships between countries, and not surprisingly, it regularly features in discussions of geostrategy. But it's hard to shake the feeling that we still have a long way to go in working out exactly how biology, economics and politics fit together, let alone in envisioning just how our brave, new low-fertility world will develop in the decades to come.
Against the Laws of Survival
For most of our time on Earth, we humans have been high-fertility, high-mortality animals. Until 10,000 years ago, everyone lived by hunting wild animals and gathering plants, and the total fertility rate (TFR) — that is, the average number of live births each woman had — was probably around 5.0. This was well above the 2.0 needed to replace the living population, but high infant and child mortality meant that most women needed to have at least four babies to produce two adults who lived to reproductive age.
What is Global Affairs?
The TFR rose still higher after agriculture began because farmers' diets were typically poorer than foragers' and the crowding of village life made it easier for infectious diseases to spread. The average farmwife needed to bear six or seven babies to ensure mankind's survival. Given that she would normally become fertile in her late teens and would be dead by 40, almost every fertile woman spent most of her adult life pregnant and/or caring for small children.
TFRs began to drop sharply only after about 1750, and even then only in northwest Europe and its North American colonies. Improvements in public health, personal hygiene and food supply all played a part in lowering mortality rates. In the 1850s, about a quarter of all babies born in the United States still died before their first birthdays, but by 1970 this figure had fallen to 1 in 50. For a few generations, fertility rates remained high even though mortality rates had fallen, which meant that European and Euro-American populations grew rapidly. Well before 1900, though, couples were reducing the number of babies they conceived and raised. It is no coincidence that the first person to theorize the relationships between population growth and food supply, Thomas Malthus, did so in England in 1798.
Demographers call this drawn-out shift from high-mortality, high-fertility regimes to ones with low mortality and fertility "the demographic transition." Most rich countries had completed it by 1900 and maintained TFRs between 2.0 and 2.2 through much of the 20th century (in the United States, the TFR sank to replacement level in 1979). This not only allowed parents to invest more in the education of each child but also freed mothers to work outside the home, earning even more to invest in their fortunate offspring. Between 1940 and 1990, the proportion of American women working outside the home more than doubled, from 26 to 56 percent, and as early as 1950, fully half of American workingwomen were married.
Clearly, sex was about fun as much as babies long before 1963 (the rubber condom, after all, was invented in 1920), but Larkin was nevertheless right that the early 1960s were a turning point for the rich world. Birth rates now plummeted well below replacement levels. By 2014, the average woman in the European Union had just 1.58 babies, while the average Japanese woman managed only 1.40. So extraordinary is this "birth dearth" that Dutch demographers Ron Lesthaeghe and Dirk van de Kaa like to say the rich world has gone through a "second demographic transition" that began — exactly as Larkin said — in 1963.
If we take a global perspective, Larkin also appears to have been right, even if he jumped the gun a little. In 1968 the worldwide TFR was still 4.9, barely down at all from the early 20th century. But at that point Asians, Africans and Latin Americans began following the European and Euro-American lead, separating sexual intercourse from reproduction. By 2013, the global TFR was down to 2.3. Only a handful of countries, mostly in Africa, still have TFRs above 5.0.
This is a peculiar story. Through the whole of history prior to the demographic transition, high TFRs and population growth had been preconditions of national greatness, while low TFRs had been strategic suicide. This was already obvious to the Greek historian Polybius in the third century B.C., and Rome's first emperor took it so seriously that in A.D. 9 he passed laws trying to force aristocrats to have more babies. In the 21st century, by contrast, the inverse relationship between fertility rates and national success seems so firmly established that in 2009 the authors of a paper in the leading scientific journal Nature called it "one of the most solidly established and generally accepted empirical regularities in the social sciences."
Hence the question: Did humanity in 1963 (or perhaps 1750) break the iron law of biology that reproduction is the secret of success? Or — as Zhou Enlai is supposed to have said in 1972 when asked about the legacy of the French Revolution — is it still too soon to say?
Ahead of the Curve . . .
If the former, then for once I can claim to be at the cutting edge of a global transformation. I belong to what evolutionary scientist Peter Richerson and anthropologist Robert Boyd have called "one of the most bizarre traditions in the whole ethnographic record … a subculture of people who devote more time to, and are prouder of, the length of their publication list than the number of their children." Being childless-by-choice is a badge of honor among Western academics; by my count, the 17 professors in my department at Stanford University have between us produced just nine children. Our departmental TFR of 1.06 makes even Japan look fruitful.
To be sure, we Western academics are hardly the first subculture in history to have failed to reproduce ourselves biologically. In theory, at least, Catholic priests and monks had a TFR of zero and relied entirely on attracting new members from outside their ranks to perpetuate their profession as insiders died off. There is a telling difference, however, between the medieval Catholic hierarchy and modern academia. Until roughly the year 1000, priests and monks normally were not celibate. This requirement was imposed on them by zealots who seized the church's leadership in the 11th century. The main issue involved was the church's control of fabulous wealth, which allowed the holders of political office to accuse bishops and prelates of being nothing more than a parallel state that conned believers into giving them property that they then bequeathed, along with their offices, to their sons. Religious radicals struck back by shoring up their ideological credentials and cutting a deal: If kings and emperors kept their hands off church property and allowed popes and archbishops to go on appointing the men who controlled it, all church officials would forgo the right to breed their own heirs.
The anthropologist Ernest Gellner called this "gelding" — a mechanism for smoothing conflicts between rulers and vital but potentially threatening subordinates by stopping those subordinates from reproducing themselves. Sometimes the gelding was literal, as in the practice (common from Byzantium to China) of giving top positions in the state bureaucracy to eunuchs. Other times it was institutional, as with the Catholic Church. But either way, rulers imposed gelding on dangerous groups as a way to set them apart from the rest of the population, which generally bred as fast as it could.
Professors are worlds apart from the earlier gelded groups. University trustees do not require their faculty to desist from sex (except with their own students), nor does gelding set professors apart from the rest of the population. We professors are choosing not to reproduce for reasons of lifestyle and career, and the only thing that sets us apart is that we tend to make this choice a little more often than other people. ("A kid's a book," one of my academic friends likes to say, pointing out that every live birth has major consequences for careers, promotions and salary.)
If we professors are indeed the vanguards of the low-fertility revolution and others continue to follow our lead, we can expect the world's population to peak in the mid-21st century and then decline — which is, in fact, exactly what the United Nations predicts. Humanity will indeed have broken evolution's law of the survival of the (reproductively) fittest, and small, rich populations will win the evolutionary struggle against large, poor ones. Plenty of pessimists predict that computers and robots are on the verge of destroying most middle-class jobs; if they are right, then shrinking populations might turn out to be the only ones that are economically viable.
. . . Or Past Our Prime?
Another possibility, though, is that the low fertility-high income link will prove to be temporary. Some demographers are already arguing that the relationship between fertility and income is actually a J-curve rather than a steady decline. Although per capita income increases as TFRs fall, they suggest, once people hit a certain level of prosperity they start breeding again. Just as the population explosion of the 19th and 20th centuries was a temporary stage of adjustment, they argue, the demographic stabilization of the 21st century is also merely a phase, to be followed by renewed expansion.
If so, it might turn out that groups that sacrificed fertility for prosperity will eventually pay a terrible price. If history reverts to the long-term norm and large populations once again become the basis of power and prosperity, we can expect a geostrategic revolution. Africa's population currently stands at 1.1 billion people, or 15 percent of the world's total. The United Nations expects it to reach 2.5 billion, or 26 percent of the total, by 2050, and 4.4 billion, or 39 percent of the total, by 2100.
Rich countries are already struggling to come to terms with the aging populations and declining ratios of young workers to old consumers bequeathed to us by falling fertility. The obvious solution — encourage poor, young people to migrate from high-fertility countries in Africa, Latin America and the Middle East to Western Europe and North America — has generated political turmoil in the rich world and backlash against human mobility. There is a real possibility, though, that we ain't seen nothing yet, and that during the 21st century demography will overturn the international balance, as it has done so often before. And for the rich world, the last lines of Larkin's poem might turn out to be more prophetic than they seem:
So life was never better than
In nineteen sixty-three
(Though just too late for me)—
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles' first LP. 




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POLITICA
31 gennaio 2017
LA FRANCIA CI GUIDA VERSO LA CATASTROFE
La sconfitta di tutti i cavalli di razza, per quanto riguarda le prossime elezioni politiche francesi, e la vittoria di Benoît Hamon alle primarie del partito socialista, hanno un significato preciso. I nostri vicini non si fidano più di Sarkozy, Juppé, Hollande e Valls perché non credono più al loro modello di politica. Non pensano che gli sconfitti siano personalmente colpevoli dei cattivi risultati - nel senso che altri avrebbero potuto far meglio - semplicemente reputano che i loro principi di governo siano sbagliati. La riprova ne è che ottengono consensi Marine Le Pen, anche lei iconoclasta ed estremista, e questo Benoît Hamon che si esprime come un comunista utopico degli Anni Cinquanta. Il ritorno alla sinistra più intransigente da un lato, e la rivolta della destra nazionalista, mostrano una drammatica e radicale insoddisfazione, riguardo all’attuale situazione. E una voglia di cambiamento radicale. 
Si dice che Marine Le Pen, attualmente prima nei sondaggi, sarà in ogni caso sconfitta, perché al ballottaggio gli elettori faranno vincere il suo antagonista, chiunque sia, perché “il meno peggio”. Ma se il sopravvissuto all’eliminatoria sarà Hamon, non è detto che rappresenti “il meno peggio”. Infatti neanche lui ha in mente un serio modello alternativo, e stringi stringi ha soltanto voglia di buttar giù tutto. Perfino progetti che potrebbero essere opinabili divengono sbagliati, considerando il modo con cui pensano di realizzarli.
Ammettiamo che l’Unione Europea abbia mostrato la corda e sia meglio scioglierla. Ammettiamo che l’euro sia stato l’errore economico più colossale, dai tempi del colbertismo: tutto ciò non è una buona ragione per intervenire con l’ascia invece che col bisturi. Il prezzo potrebbe essere troppo alto. 
Inoltre non si può dimenticare che l’attuale edificio europeo è più fragile di quanto non si pensi. Togliendo un mattone (per esempio l’austerity, e non parliamo dell’euro) c’è il rischio che venga giù tutto il muro. In queste condizioni, stabilendo un parallelo esclusivamente storico, se Marine Le Pen è Hitler, Hamon è Stalin, e francamente, dal punto di vista economico. meglio Hitler. 
Marine Le Pen vorrebbe una Francia nazionale, senza euro, senza vincoli europei, e con piena libertà d’azione, ma non mette in dubbio l’economia classica. Hamon invece, intervistato dal Corriere della Sera(1), dimostra di credere ancora a Babbo Natale.
Quando gli parlano delle posizioni di Renzi nei confronti dell’Europa, Hamon dice: “Sono totalmente solidale con l’Italia”, Dimenticando che si può fare la voce grossa quando si ha il coltello dalla parte del manico, e non la coda di paglia di un debito pubblico corrispondente al 133% del pil. Certe posizioni sono velleitarie e pericolose.
Ma Hamon è un fiume in piena: “I commissari europei sembrano ossessionati dall’applicazione di criteri contabili peraltro perfettamente arbitrari”. Ma ancor più arbitrari saranno i comportamenti delle Borse, se temeranno di perdere i loro soldi. “Bruxelles applica le regole con una severità assurda, quando bisognerebbe ricorrere al deficit per fare fronte a catastrofi impreviste”. Già, il deficit, com’è che Gentiloni non ci ha pensato? E com’è che Bruxelles non l’ha incoraggiato, in questo senso? Tanto, i mercati ci faranno credito all’infinito, qualunque somma chiediamo. Anche se già sanno che non restituiremo mai questo capitale.
Hamon comunque la soluzione l’ha. Eccola: “ovviamente bisogna pensare semmai alla messa in comune del debito”. Idea brillante. Infatti, se si associassero nove debitori solvibili e uno insolvibile, le Borse si tranquillizzerebbero. Ma qui abbiamo debitori insolvibili, debitori gravemente insolvibili, e debitori già tecnicamente falliti, come la Grecia e l’Italia. Hamon riuscirebbe soltanto ad accelerare la procedura concorsuale per l’intera Europa
Il nostro bretone è inesauribile: “Dobbiamo reagire alla rivoluzione digitale sul lavoro [con una tassa sui robot e] magari con la mia proposta di un reddito universale”. Da un lato ancora tasse, dall’altro denaro a pioggia attinto dal pozzo dei suoi sogni. Che genio. E tuttavia ecco il politico che tanta parte della Francia applaude
Quando un continente ha di questi fenomeni, è al capolinea. Con questo tipo di dirigenti fra qualche tempo potremmo aver bisogno di una ricostruzione simile a quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Soltanto più difficile. Perché dovremmo farla senza una teoria economica, e procedendo a tentoni.
Auguri.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 gennaio 2017
 (1) ttp://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=588f0814e1335




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POLITICA
30 gennaio 2017
PRIMA ANALISI DI TRUMP

­È ancora troppo presto per giudicare Donald Trump come Presidente, ma alcune cose si possono già notare. L’abolizione dell’Obamacare, ad esempio, è una cosa giusta. Con questa riforma moltissimi americani sono stati chiamati a pagare di più, a volte molto di più, a favore di altri, e la cosa non gli è affatto piaciuta. Obama (da “socialista”) reputava la salute un bene pubblico, cui provvedere con fondi pubblici, inviandone il costo ai cittadini, mentre nolti americani pensano che ognuno deve occuparsi di sé stesso, e chi non provvede alla propria salute non può avere lo stesso trattamento di chi si è svenato per essere ben curato. Obama ha dimenticato che il popolo americano è individualista e crede nel principio della responsabilità personale. Non gli si può imporre di fare beneficenza. E in democrazia il sovrano è il popolo. 

Il Muro col Messico, di cui tanto si parla, non è un’iniziativa di Trump. Lungo quella lunghissima frontiera, per oltre mille chilometri il “muro” c’è già, perché l’hanno voluto gli altri Presidenti. Incluso Obama. Si tratterebbe dunque soltanto di ampliarlo e il problema è il costo. Sorprendente è soltanto la pretesa che l’opera la paghi il Messico. Se voglio che i ladri non mi entrino in casa non posso pretendere che mi comprino loro stessi l’antifurto. Viceversa sacrosanta è la promessa di tagliare i fondi a quelle città che non applicano le leggi sull’immigrazione clandestina. O si cambiano le leggi, o si rispettano quelle che ci sono.

Per quanto riguarda l’Alleanza Atlantica, Trump ha ragione nel reputare che gli Stati europei devono pagare per la loro difesa. La minaccia dell’espansionismo sovietico è molto attenuata, se non inesistente, e l’interesse geostrategico americano è venuto meno. Il Presidente dunque è a favore della Nato, ma senza farla pagare, quasi tutta, all’America. Riguardo al passato, o gli Stati Uniti sono stati generosi (e sarebbe stata una stupidaggine) o hanno avuto interesse ad esercitare la loro egemonia. Comunque quelle motivazioni sono cessate. È inutile trattare gli americani da avari ed egoisti: nella politica internazionale questi aggettivi non hanno corso legale.

È triste che i Paesi Baltici siano ancora in pericolo, ma quando non si è in grado di difendersi dai vicini la propria indipendenza è soltanto un’illusione, e questo ovvio principio è stato lungamente dimenticato. E infatti si è avuta la costante tendenza alla frammentazione. Se già la Cecoslovacchia non era in grado di difendersi, lo saranno la Republica Ceca e la Slovacchia? E Malta, nel caso fosse aggredita, è sicura che Londra rifarebbe per essa ciò che ha fatto per le Falkland? Gli europei devono rassegnarsi a stringere un’alleanza militare molto più stretta e impegnativa, e soprattutto a spendere molto di più per gli armamenti, se non dichiarano fallimento. La loro indipendenza, da Tallinn a Lisbona, è a questo prezzo.

Per il trattamento degli islamici dei Paesi a rischio, le proteste contro Trump sono state corali e i critici hanno certo buone ragioni. Ma non le hanno i musulmani. Se i loro terroristi sparano sul mucchio dei non musulmani, c’è da meravigliarsi se i non musulmani sparano sul loro mucchio? Se dei fanatici musulmani uccidono dei cristiani per presunte responsabilità di gruppo, perché i cristiani non dovrebbero applicare loro la stessa responsabilità? I provvedimenti di Trump hanno in questo campo un significato simbolico notevolissimo. Con questo Presidente, chi agisce da selvaggio deve mettere in conto che l’aggredito reagisca da selvaggio, non da badessa piena di scrupoli. Pare che Trump abbia detto che “bisognerebbe uccidere la famiglia dei terroristi”, e non so se sia vero: ma la cosa sarebbe perfettamente logica. Se il terrorista è indifferente alla perdita della propria stessa vita, può essere utile obbligarlo a mettere nel conto anche la vita di sua madre e dei suoi figli, innocenti quanto le sue vittime.

Trump ha affermato che la tortura può essere utile, ed ha commesso una gaffe. Non bisogna dire certe cose ad alta voce. Ma si può proporre ai lettori un caso di scuola. Un criminale ha chiuso una bambina di quattro anni in un stanzino ermeticamente sigillato, tanto che, se non viene liberata in tempo, presto morirà per mancanza d’ossigeno. Il criminale si rifiuta di dire dov’è e le ore passano. È lecito, secondo il codice penale italiano, torturare quel delinquente? La risposta è sì, addirittura al punto di farlo morire, se non parla. Chi non ci crede vada a leggere l’art.54.

Forse Trump ha peccato e pecca per eccesso di realismo. Ma è un peccato che sognavamo da anni di veder commettere.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

30 gennaio 2017






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POLITICA
29 gennaio 2017
SOPRAVVIVERE ALLA MUSICA
C’è una parola, in tedesco, che manca in italiano, e tuttavia da noi ha avuto il suo dolente cantore in Giacomo Leopardi: “Weltschmerz”, letteralmente “dolore del mondo”.  Non nel senso che il mondo soffre, ma nel senso che si soffre percependo il mondo com’è. Wikipedia in tedesco lo definisce come la  tristezza e la dolorosa malinconia che l’individuo sente percependo la propria insufficienza e la propria inadeguatezza, esse stesse parte dell’insufficienza e dell’inadeguatezza del mondo. 
Il concetto ha avuto un tale successo che, pur rimanendo in tedesco, la parola è entrata a far parte del danese, dell’inglese, del polacco, dello svedese, del neerlandese, dello spagnolo e del portoghese. Lingua, quest’ultima che, per parte sua, aveva già la saudade.
Se il Weltschmerz è fondato su un sentimento di "insufficienza” o di “inadeguatezza”, è un concetto assurdo. Esso infatti ipotizza inevitabilmente uno standard che la persona o il mondo stesso erano obbligati a raggiungere e non hanno raggiunto: ma per affermare una cosa del genere bisognerebbe avere chiaro quale fosse questo livello e chi abbia avuto l’autorità per stabilirlo. È evidente che una simile ricerca sarebbe certamente infruttuosa. 
Il mondo è soltanto quello che abbiamo davanti ed è l’unico metro di sé. Chi ne è deluso è soltanto deluso dal confronto con le proprie aspettative, evidentemente infondate.
Ciò non impedisce che quella tristezza sia spesso diffusa presso le anime più sensibili ed abbia addirittura una data di nascita: la pubblicazione di un romanzo di Chateaubriand, “René”, il cui protagonista soffre di una sorta d’inappagata sete metafisica, di una tristezza senza ragione, di un’insoddisfazione di sé e del mondo che diverranno “il mal du siècle”. Quella caratteristica del romanticismo riporterà molti ad una religione fatta di sentimento, di complicità fra “io” e “Dio”, nel nome di un vago sentimento e di un bisogno di consolazione. Una religione alla Rousseau.
Dopo averne detto il male che merita, rimane il fatto che il Weltschmerz è, per chi lo ha conosciuto, una sorta di blasone di superiorità. Soltanto chi è veramente sensibile alla bellezza può soffrire fino alla delusione più cocente della prosa della vita. Di fronte al contrasto fra la nobiltà di certi atteggiamenti e l’insignificanza del loro valore quando sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla malattia, dalla morte si può rimanere atterrati. Fino ad allargare il punto di vista a tutti i mali del mondo: inclusa la crudeltà che impera fra tutti gli esseri viventi, negli oceani, nelle giungle e nella savana, dovunque la vita lotti per sopravvivere, al prezzo di sopprimere la vita altrui. E alla fine essere sempre essa stessa sconfitta.
Siamo assediati dalla tristezza metafisica di un cielo senza Dio, di una Terra senza giustizia e senza bellezza. L’uomo sensibile è orfano di quell’immortalità cui ha indistintamente creduto da bambino, quando il mondo gli pareva ancora buono e ordinato. Un mondo cui ha dovuto rinunciare da adulto, quando ha visto morire qualche persona cara, quando ha visto il trionfo dell’ingiustizia, quando ha sperimentato la fine dell’amore e la vacuità del filo dei giorni.
Di fronte alle macerie del panorama esistenziale il saggio è obbligato a ricostruire una vita fondata su parametri modesti e tuttavia degna di essere vissuta. E può farlo soltanto ritrovando quei valori che non lo hanno tradito: l’azzurro del cielo, la voce del mare, la pace del silenzio. L’arrivo del sonno mentre si è sotto le coperte e l’odore del caffè, al risveglio. Se si è stati capaci di attenuare il morso delle proprie delusioni e dei propri errori, c’è ancora modo di essere sereni, fino a sperare che il semplice piacere dell’esser vivi duri il più a lungo possibile. 
E tuttavia, in questo panorama di umile felicità, si può essere aggrediti all’improvviso e imparabilmente, come svoltando un angolo di strada, da una bellezza straziante ed estrema, quale quella di un concerto per violino e orchestra di Bach. Come non chiedere a quelle sublimi note di quale mondo ci parlano, visto che lo conoscono così bene? Perché vogliono ingannarci, perché vogliono farci credere che potremmo ritornare a quella patria che cercavamo di dimenticare? E perché, alla fine, ci lasciano impantanati nel mondo reale, l’unico che, purtroppo, non svanisce mai?
Il saggio può rinunciare a cose che non valgono molto, e sorriderà del denaro, del successo, forse anche della gloria. Ma l’impresa di sopravvivere alla grande musica, e al metafisico inganno della sua bellezza, è un’impresa che non gli riuscirà mai. E il mondo continuerà a sembrargli insufficiente.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
29 gennaio 2017




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POLITICA
28 gennaio 2017
RENZI FRA MATTARELLUM E GIOCO DELLE TRE CARTE
Dopo il verdetto della Corte Costituzionale c’era da aspettarsi un bel po’ di dichiarazioni e commenti . E infatti si sono avuti. Alcuni si fanno forti dell’irrituale chiusa del verdetto e reputano che le attuali leggi elettorali permettono già di andare al voto; altri fanno notare tutte le differenze e sostengono che è necessario che il Parlamento armonizzi le due leggi. Alcuni per conseguenza invocano immediatamente le urne, anche sapendo di non poterle ottenere, altri, che quelle urne le temono, dichiarano che il rinvio è assolutamente necessario. In teoria ognuno parla nell’interesse della nazione, in concreto ognuno parla nel proprio interesse. La cosa è comprensibile. Difficile è invece concedere che, in questa baraonda, si dicano anche assurdità.
La prima sciocchezza è dire, come ha fatto Maria Elena Boschi, che la Corte Costituzionale – salvo qualche piccola correzione –  non ha annullato l’Italicum. Anzi, a parere della signorina, la Corte ne ha confermato l’impianto e la costituzionalità. 
Non si può che scuotere la testa. L’intento dell’Italicum era una governabilità di ferro: un solo partito, il Pd, nell’unica Camera, dopo il ballottaggio avrebbe avuto una maggioranza inamovibile per cinque anni. Invece la Corte ha sì mantenuto il premio di maggioranza (cosa citata dagli interessati per dimostrare che l’Italicum è stato salvato) ma soltanto per il partito che – nell’Italia tripolare – ottiene il 40% dei voti al primo colpo. Che è come dire a qualcuno: “Ti prometto un milione se correrai i cento metri in cinque secondi”. In realtà l’Italicum è morto e sepolto e la legge “creata” dalla Corte è banalmente proporzionale.
La seconda sciocchezza la dicono i politici del Pd quando invocano le urne, semplicemente perché, se fosse vero che vogliono le elezioni, potrebbero averle subito, facendo cadere il governo. Non ha senso che si invochi qualcosa che non si vuole, e che, se si volesse, si potrebbe prendere da sé. 
Dice Matteo Renzi, insieme col coro delle scimmie ammaestrate: “La legge migliore è il Mattarellum. Noi la proponiamo agli altri partiti e se non la vogliono si può votare subito con le leggi attuali”. Trucchetti. Se sul Mattarellum si permettesse la discussione nei due rami del Parlamento, si ricadrebbe nella tattica di quelli che vogliono rinviare le urne quasi sine die. Se invece la si presentasse come un “prendere o lasciare” secco, si avrebbe subito la risposta e si andrebbe alle elezioni immediatamente. Infatti, se gli altri dicessero di sì, avremmo la nuova legge. Se dicessero di no – sempre secondo Renzi – si andrebbe alle urne immediatamente, con le leggi attuali. La soluzione è unica: che cosa sta aspettando, il Pd, ad attuarla? Basta che tolga la fiducia al governo, e Mattarella sarebbe costretto a sciogliere le Camere. La verità è che questo discorso è tutto fuffa e Renzi ci sta prendendo in giro.
Ma il suo comportamento – per quanto lo riguarda – non è folle. Oggi Renzi è soltanto il segretario del suo partito e nient’altro: ché anzi anche in quella carica è contestato. Dunque da un ribaltamento delle posizioni ha tutto da ottenere e ben poco da perdere. E così potrebbe anche essere sincero, quando si dice lieto di avere presto le elezioni. Ma è anche l’interesse dei parlamentari e dei membri del governo del Pd? La risposta è ovvia.
Nessuno può escludere che il governo Gentiloni una volta o l’altra sia pugnalato alle spalle proprio dal Pd, ma difficilmente ciò avverrà per far finire la legislatura. Fra l’altro - come ricordava sere fa Paolo Mieli a “Otto e mezzo” - di solito chi chiede le elezioni anticipate poi le perde. Dunque chi ha il governo se lo tiene stretto e rinuncia al potere soltanto se non riesce ad evitare un voto di sfiducia. Nessun passeggero che sia su una nave spera di fare naufragio.
Una cosa è certa: se si discuteranno, o no, le nuove leggi in Parlamento, se si andrà alle urne prima della scadenza della legislatura oppure alla data prevista, e tutti gli altri “se”, dipenderanno dall’interesse che avranno i vari partiti all’una o all’altra soluzione.
Si possono anche collocare fra le sciocchezze affermazioni in sé vere, ma totalmente inutili, nel contesto. Qualcuno dice: non si può andare al voto perché le leggi sono diverse, e ciò potrebbe avere conseguenze negative sulla governabilità. Qualcun altro dice: le leggi vanno benissimo come sono e, pur in presenza di qualche differenza, non c’è nessuna ragione per perdere tempo ad armonizzarle. In realtà, è vero che in passato ci sono state differenze fra le due leggi e si è lo stesso andati alle urne, ed è vero che ciò ha provocato problemi: dunque queste leggi o si modificheranno, o non si modificheranno, secondo come converrà, e non perseguendo una legge perfetta, ma soltanto la convenienza del momento.. Dell’interesse del Paese – per altro non chiaro, in questo caso – non importa nulla a nessuno. Inutile lambiccarsi il cervello sul punto di vista giuridico o politologico. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 gennaio 2017




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POLITICA
27 gennaio 2017
I POLITICI ITALIANI NON SONO DISONESTI
Non più degli altri italiani

François Villon, un antico poeta francese vissuto in pieno ‘400, fu per qualche tempo affiliato ad una banda di briganti e si rese perfino colpevole di omicidio, nel corso di una rissa. In un famoso componimento, confessando i suoi peccati, si scusava con la madre affermando di essere stato traviato dai cattivi compagni, ma un libro di letteratura francese, pieno di buon senso, rigettava la tesi difensiva: in realtà, per gli altri, era lui il cattivo compagno. A questo onesto ribaltamento delle responsabilità si può pensare quando gli italiani accusano i loro politici di essere disonesti. 
Chiunque abbia aperto gli occhi sulla nostra società, sa che per tutti è normale raccomandare i figli, a scuola, in modo che non siano bocciati. Soprattutto quando è certo che lo meritano. È normale dare loro un posto nell’azienda, anche se ci sono candidati più qualificati; è normale cercare di fare assumere un parente nell’Amministrazione dello Stato; è normale far ottenere ad un amico un incarico lucrativo, una commessa, e via dicendo. Perfino nell’ambito dell’amministrazione della giustizia, tutti gli avvocati sono convinti che il famoso CTU (l’esperto Consulente Tecnico d’Ufficio, che di fatto emette il verdetto) ha come primo titolo professionale quello di essere amico del magistrato che lo designa. Il fenomeno è generale. I professori, moralisti professionali, non denunciano le lezioni private al fisco, anzi si stupirebbero se qualcuno glielo suggerisse; gli artigiani non rilasciano fattura, con gioia loro e dei loro committenti, e infine che ragione c’è di rispettare il divieto di accesso, se sono le due del mattino e la strada è sgombra?
Gli italiani tutti, nella loro vita privata, si comportano da delinquenti di piccoli cabotaggio, ma lo fanno con la serena coscienza che deriva da due giustificazioni fondamentali: quel che fanno non è grave, e comunque lo fanno tutti. 
Non si denunciano queste cose per moralismo, ma soltanto per far notare che mentre questi comportamenti rimangono impuniti – con giusta soddisfazione degli interessati e con la tolleranza dei terzi – tutto cambia radicalmente quando si entra in politica. In questo caso infatti i terzi non sono più tolleranti, e la magistratura, da addormentata che era, diventa occhiuta. L’assessore di prima nomina, il nuovo sindaco, l’alto funzionario, il dirigente apicale conservano innocentemente le abitudini di prima – quelle normali degli italiani – ed ecco finiscono nei guai. Fino a far pensare che “tutti i politici sono disonesti”, mentre l’affermazione giusta sarebbe: “tutti i nostri politici sono italiani” o, ancor più precisamente: “tutti i politici sono come noi”.
Ciò vale anche per le attuali vicende romane, su cui non entrerò, sia perché sono sub iudice, sia perché sono complicate e non le conosco sufficientemente.  Una cosa è certa: la povera sindaca Virginia Raggi, del tutto inaspettatamente (per lei), si trova stritolata fra una magistratura e un’opinione pubblica che dormono col codice penale sul comodino. Lei che si era sempre sinceramente considerata una persona perbene, come poteva immaginare che si cominciasse a chiamare reato (sempre che l’accusa sia fondata) l’assegnazione di un posto di prestigio, o ben remunerato, ad un amico o all’amico di un amico? Non si è sempre fatto così? Non avete sempre fatto così anche voi?
Ecco perché, se si potesse parlare a sessanta milioni di italiani, si potrebbe rivelare loro una verità amarissima: i politici non sono meno onesti della media dei connazionali, sono soltanto gli unici a volte adeguatamente inseguiti dall’amministrazione della giustizia. Questa si attiva per loro o perché le somme di denaro coinvolte sono così grandi che l’azione penale realmente si impone, o perché gli uomini in vista sono denunciati dai concorrenti, o infine e soprattutto perché mettere sulla graticola un grande nome dà visibilità al denunciante, all’inquirente e al giornale che ne riferisce. Così si perpetua quel gioco al massacro in cui l’Italia si compiace, irresistibilmente, come chi non sa vincere la tentazione di grattarsi la crosta sulla ferita.
Il rimedio? In una società che è severa con chi considera “gli altri”, ma poi ha tendenza ad autoassolversi, non c’è alcun rimedio. Se si parla di licenziamento per gli impiegati che timbrano il cartellino e poi vanno per i fatti loro, per i postini che non consegnano la posta, per gli incaricati ladri che, in aeroporto, frugano nei bagagli dei viaggiatori, c’è una levata di scudi nazionale. I sindacati si fanno un dovere di difendere quei poveracci. Saranno dei mariuoli, magari ciò che hanno fatto si chiama furto o truffa, ma veramente  vogliamo gettare sul lastrico una famiglia per qualche pratica lasciata dormire, per qualche lettera finita in un tombino, per qualche stupido oggetto trafugato? 
Quale professore è mai stato licenziato per avere promosso un somaro perché raccomandato? E agli stessi magistrati, quando si rendono colpevoli di azioni veramente gravi, quale punizione è inflitta? Sono soltanto trasferiti, in modo che possano andare a far danni altrove. 
I politici non sono gli unici che meritano gli strali del codice penale. All’intera società italiana sarebbe utile un serio esame di coscienza.
Gianni Pardo
26 gennaio 2017




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POLITICA
26 gennaio 2017
VINTI E VINCITORI - ARTICOLO COMPLETO

Questo doppio articolo è pubblicato in unica soluzione perchéun paio di giorni fa non sono riuscito ad inserire a parte la prima puntata.
G.P.

VINTI E VINCITORI NELLA POLITICA INTERNAZIONALE-1

Alla fine di una guerra, il principio generale è che il vincitore ha tutti i diritti (incluso quello di uccidere i vinti) e il vinto non ha nessun diritto. Perfino nel caso di una resa condizionata, il rispetto delle condizioni, da parte del vincitore, è basato sul suo senso dell’onore. E non sempre ci si può contare. 
Quando si dice che il vincitore ha ogni diritto, incluso quello di uccidere i vinti, qualcuno risponderà che, francamente, queste sono affermazioni da barbari. E può darsi che abbia ragione. E nondimeno la cosa è vera. Non soltanto il fatto si è verificato sovente, nel lontano passato, ma si è verificato anche recentemente, quando i tedeschi si sono arrogato il diritto di uccidere gli incolpevoli cittadini polacchi di religione ebraica. Oppure quello di far morire di fame e di pstenti i prigionieri di guerra russi (“Si stanno sbranando a vicenda”, diceva di loro, ridendo, Hitler). In Russia i tedeschi invasori hanno trattato la popolazione con un totale disprezzo e con tale crudeltà, da passare presto da liberatori dell’oppressione staliniana a barbari e odiati invasori. Ma è anche vero che quando poi l’Armata Rossa ha cominciato ad avere il sopravvento, invadendo i territori tedeschi, i soldati si sono abbandonati a una tale quantità di brutalità e stupri, che la popolazione è fuggita in massa, e con ogni mezzo, verso l’ovest, al punto che quando poi i russi hanno poi annesso la Prussia Orientale (Königsberg e dintorni, divenuta Kaliningrad), non è stata neppure necessaria una pulizia etnica. La regione è divenuta facilmente russa, perché non c’erano più tedeschi. A volte il vincitore è moderato e civile, ma rimane vero che i vinti questo comportamento possono soltanto sperarlo, e non hanno nessun “diritto” ad ottenerlo. 
La parola diritto, nell’ambito internazionale, non ha lo stesso significato che nella vita di una nazione. Fra gli Stati si ha un diritto quando si ha la forza di imporlo, o se lo impone un forte alleato. Insomma, come diritto non esiste. Il diritto internazionale, di cui tanti si riempiono la bocca, è un regolamento liberamente consentito, efficace finché liberamente consentito.
Il vincitore, nei suoi comportamenti, non è limitato dal diritto, nemmeno dalle Convenzioni come quelle di Ginevra. Infatti, se non rispetta i trattati ed è in grado di difendersi, non subisce alcuna sanzione. Quello che può limitarlo – e spesso lo limita – è l’interesse. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti compresero che gli conveniva avere l’Europa Occidentale come alleata, e la trattarono da vittime dei dittatori perfino quegli italiani e quei tedeschi che i dittatori li avevano ampiamente applauditi. Nutrirono le popolazioni e concessero prestiti per la ricostruzione, con un risultato estremamente positivo. Non soltanto divennero la potenza egemone in Europa ma, malgrado il tragico precedente di Pearl Harbour, con lo stesso comportamento riuscirono a trasformare in loro sincero alleato quel Giappone sul quale avevano buttato ben due bombe atomiche. Tutto il contrario della Russia sovietica che riuscì a farsi odiare dovunque riuscì ad imporsi. Dunque la moderazione può essere un affare, ma non è mai un dovere.
La moderazione può anche avere come ragione il buon senso. Il vinto di oggi può essere il vincitore di domani e non è un male se si stabiliscono regole che, pur non interferendo con lo sforzo di ottenere la vittoria, eliminano le sofferenze inutili della popolazione o degli stessi combattenti. E tuttavia proprio questo principio contiene in sé il suo limite speculare: se il probabile vincitore ha come programma quello di sterminare i vinti, non sarà poi strano se il probabile vinto, divenuto invece vincitore, stermini poi gli aggressori. Questi ultimi non potranno denunciare la barbarie dei vincitori, se questi attuano quel programma che loro stessi non sono riusciti ad attuare.
Tucidide in questo campo è stato un grande maestro. È stato lui a dibattere, Nella “Guerra del Peloponneso”, ha spesso e con estrema sagacia dibattuto argomenti eterni  di questo genere. Riguardo al modo di trattare i vinti, egli fa notare che un’estrema moderazione potrebbe incoraggiare altri nemici, spingendoli a credere di non avere molto da temere, in caso di sconfitta; ma d’altro canto un’estrema crudeltà renderebbe la resistenza del nemico più accanita – e dunque la vittoria più costosa – perché i futuri vinti preferirebbero morire combattendo che essere passati a fil di spada dopo la resa. Ciò spiega, al passaggio, l’estremo eroismo degli ebrei che si ribellarono nel Ghetto di Varsavia.
Le considerazioni sulla guerra, che travalicano le epoche, sono estranee ad ogni forma di morale o di umanità. In questa materia non c’è da sperare nessun progresso. In un momento in cui il programma è quello di uccidere a milioni, e il rischio è quello di essere uccisi a milioni, s’immagini quanto possono pesare le altre motivazioni.
E invece, in tempo di pace, la gente continua a farsi illusioni. Per esempio riguardo al rapporto che ogni popolo ha col suo territorio. Molti credono che se c’è un Paese chiamato Gardonia, abitato da sempre dai gardesi, i quali parlano gardese ed hanno come religione il gardismo, anche nel caso di una sconfitta quel Paese non potrà che continuare a chiamarsi Gardonia, ad essere abitato dai gardesi. Tutto ciò non è affatto vero. La Francia si chiama così perché prima invasa e poi stabilmente abitata dai Franchi. Lo stesso è avvenuto con i Vandali in Andalusia. Perfino la Germania non è abitata dagli originari germani, ma da quegli altri germani che hanno sopraffatto e annientato i primi.. E le Americhe non sono forse popolate da conquistatori che si sono sostituiti alle popolazioni locali? Tutta la storia parla di invasioni che hanno trasformato Paesi, popoli, lingue, razze e religioni. 
1 Continua
Gianni Pardo, 

VINTI E VINCITORI NELLA POLITICA INTERNAZIONALE-2

Il diritto vale soltanto quando c’è una forza che può applicarlo. All’interno della nazione questa forza superiore appartiene allo Stato, nell’ambito internazionale questa forza superiore non c’è. E se c’è, persegue i propri interessi, non gli altrui. Come ha detto Tucidide, “Potendo ricorrere alla forza, nessuno ricorre alla giustizia”; e in ambito internazionale ciò significa che chi invoca i propri “diritti” lo fa perché non dispone della forza per farli valere. L’invocazione è soltanto l’arma di chi non ha armi.
L’Italia ha perso rovinosamente la Seconda Guerra Mondiale, è stata trattata in modo civile dai vincitori, e nondimeno abbiamo perso la Dalmazia, il Dodecaneso, l’Istria, il Moncenisio, Briga, Tenda e le colonie. E ci è ancora andata bene. Abbiamo anche rischiato di perdere la Valle d’Aosta e Trieste. Per non parlare delle foibe.
L’idea che il vinto conservi “diritti legittimi”, come pensano i palestinesi, è semplicemente assurda: essi non hanno nessun diritto, né legittimo, né di fatto. Nel caso specifico, poi, giuridicamente i palestinesi non sono nemmeno palestinesi, perché la Palestina è soltanto un’indicazione geografica. E in base alla geografia la Corsica è italiana. Inoltre i palestinesi non sono più nemmeno giordani, perché la Giordania ha tolto loro la nazionalità. Addirittura, quelli di loro che volevano farla da padroni, in Giordania, Amman li ha scacciati a cannonate (Settembre Nero). Chi ha nutrito questi sconsiderati nell’illusione di avere dei diritti da reclamare ha approfittato della loro ignoranza ed ha commesso una mala azione. Come pure ha commesso una mala azione chi li ha cullati nel sogno di una improbabile rivincita. Se gli avessero consigliato l’adattamento e la pace, oggi starebbero molto meglio.
Riguardo al problema della Palestina si può dire molto altro. In primo luogo, il problema dell’appartenenza storica della Palestina, così spesso agitato dagli antisemiti, è futile. Ogni territorio appartiene a chi è in grado di tenerselo con la forza. Anche per sempre. E, caso mai, gli ebrei sono stati in Palestina anche mille anni prima che nascesse Maometto. Di che stiamo parlando?
Per quanto riguarda il trattamento delle popolazioni sottomesse, il principio di reciprocità opera drammaticamente contro i palestinesi. Il loro programma politico (e quello di tutti i loro alleati, dal Marocco all’Indonesia) è quello di uccidere od espellere tutti gli ebrei dalla regione. Hamas lo proclama addirittura nel suo statuto. Dunque, in base al principio di reciprocità, quando hanno vinto, gli israeliani avrebbero dovuto uccidere o scacciare tutti i locali dalla Palestina. E se si fossero attenuti a questo principio, avrebbe sempre potuto dire di averlo  dedotto dai programmi degli arabi.
Qualcuno sosterrà che i palestinesi non parlavano e non parlano sul serio. Ma come si fa ad esserne sicuri? Già una volta non si è preso sul serio il Mein Kampf di Hitler, ed è stato un errore. In secondo luogo, se palestinesi ed arabi non parlano sul serio, sono sciocchi. Perché in caso di vittoria non otterrebbero il vantaggio che oggi dichiarano di volere, e in caso di sconfitta il vincitore potrebbe applicare loro il loro stesso programma. 
Per loro fortuna, Israele non ha per nulla seguito il principio di reciprocità. Finché Gerusalemme è stata in mano araba, agli ebrei è stato vietato accostarsi al Muro del Pianto; oggi invece gli arabi possono recarsi senza difficoltà nella Moschea di Al Aqsa. E questo è un errore. Per la reciprocità, in questo caso fondata sul concreto comportamento del vinto quando era vincitore, tutti i luoghi sacri di Gerusalemme avrebbero dovuto essere vietati ai musulmani. Questo avrebbe evitato i problemi che in seguito si sono avuti nella Spianata delle Moschee. Una famosa “passeggiata” di Sharon, in quel posto, scatenò un’Intifada. In altre parole, il vinto voleva dare ordini al vincitore, e per giunta il mondo ha biasimato Sharon, non i violenti. Queste assurdità bisognerebbe prevenirle.
La maggior parte dei problemi che Israele ha nei “Territori Occupati” è figlia della sua ingiustificata moderazione. Se avesse annesso tutti i territori e li avesse governati col pugno di ferro, concedendo agli abitanti soltanto il diritto di espatriare con i vestiti che avevano addosso (esattamente come hanno fatto gli algerini con i francesi, i libici con gli italiani, e tutti gli arabi con gli ebrei del Maghreb) avrebbe avuto una vita più tranquilla. E poiché non tutti gli arabi sarebbero andati via, ai rimasti sarebbero state imposto lo status di meteci e al minimo fastidio sarebbero stati consegnati ai giordani, allora loro connazionali.
Molti diranno che, se Israele si fosse comportato così, sarebbe stato coralmente condannato dalla comunità internazionale. Vero. Ma non è così già oggi? Qualcuno ha mai lodato la sua moderazione? 
Se sei onesto, e tutti ti accusano di essere un ladro, ti conviene rubare. 
Fine
Gianni Pardo, 
24 gennaio 2017





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POLITICA
25 gennaio 2017
PICCOLO COMMENTO A CALDO SULLA SENTENZA DELLA CONSULTA

Naturalmente da domani diluvieranno i commenti sulla sentenza della Corte Costituzionale e naturalmente la maggior parte di coloro che li scriveranno saranno più competenti di me. Ma poiché oggi sono andato dal barbiere, come ho conversato lì, posso continuare in questa sede.
La sentenza mi sembra evidentemente il frutto di un compromesso. E temo che molti ne saranno scontenti. Infatti ha dichiarato incostituzionale quel ballottaggio che rischiava di dare un’enorme maggioranza (alla Camera soltanto) ad un singolo partito che era lungi dall’avere la maggioranza nel Paese. Ma quel marchingegno non era affatto un particolare secondario, nell’architettura dell’Italicum. Basti dire che Renzi è arrivato praticamente a disgustare Berlusconi – fino a creare una frattura insanabile, dopo l’aurora del Patto del Nazareno – pur di non concedere che il premio fosse attribuito ad una coalizione. Il suo calcolo era semplice: in primo luogo pensava che nessuno avrebbe mai raggiunto il 40% sicché quella era un’ipotesi platonica. A partire dal risultato normale, si sarebbe cominciato a giocare sul serio. Infatti, se si fosse andati alle elezioni, il Pd (a suo parere) aveva buone possibilità di essere il primo partito, di andare al ballottaggio e di vincerlo, mentre se il premio fosse stato attribuito alle coalizioni, la coalizione di centro-destra avrebbe avuto buone possibilità di battere la coalizione capeggiata dal Pd. 
Dunque ecco qual era lo schema. Uno: elezioni; due: nessuno raggiunge il 40% dei voti; tre: il Pd è il primo partito; quattro: ballottaggio in cui vinceva il Pd, perché il secondo partito – che fosse il M5S o Forza Italia – sarebbe stato comunque azzoppato dal terzo, visto che si considerano vicendevolmente il peggio del peggio. In conclusione, comoda maggioranza nell’unica Camera per governare cinque anni senza intoppi.
Un calcolo sapiente che non ha fatto i conti con il referendum del quattro dicembre e ora con la sentenza della Consulta. Infatti la regola del premio al primo partito (invece che alla coalizione) fa crollare tutti i piani di Renzi. Rimane vero che nessun partito raggiungerà il 40% dei voti, ma poi, mancando il ballottaggio, i seggi si ripartiranno con il sistema proporzionale, e buona notte.
La Corte Costituzionale ha evirato l’Italicum e, approfittando di quella clausola cui Renzi teneva tanto, “il primo partito”, ha reso la legge proporzionale.
In conclusione il dispositivo dice d’aver lasciato in vita una legge che consente le elezioni. Che questo sia vero o no, non avrebbe dovuto dirlo la Corte Costituzionale. È un’affermazione che non ha valore giuridico, evidentemente ultra crepidam. Prendiamolo come un consiglio, visto che non può essere altro.
Si direbbe che la Consulta abbia adottato una decisione in equilibrio fra diritto e politica. Come diritto non poteva lasciar passare il ballottaggio senza un minimo di voti al primo turno per il partito più votato, perché questa sarebbe stata una norma peggiore del “Porcellum”, che già era stato dichiarato incostituzionale anche per questo motivo. Nel frattempo, con un occhio alla politica, sapendo che, se si fosse dovuta discutere una nuova legge costituzionale, le elezioni sarebbero state impossibili (perché una nuova legge richiede mesi) ha lavorato di forbici in modo da lasciare in vita quello che reputa un abito ancora indossabile. Magari per fare un favore a Renzi. 
Ma l’essenziale è che abbiamo una legge elettorale proporzionale, e forse il più contento sarà Silvio Berlusconi. 
Gianni Pardo
25 gennaio 2017




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POLITICA
25 gennaio 2017
PREVISIONI TANTO PER RIDERE
Questo articolo è stato scritto ieri ventiquattro gennaio, di pomeriggio, quando si è saputo che la Consulta avrebbe pubblicato oggi il suo verdetto. E infatti l'articolo è stato pubblicato su giannip.myvlog.it. Sul Cannocchiale invece non ho potuto pubblicarlo perché il sito è stato inaccessibile ieri pomeriggio e ancora stamattina fino alle dieci.
G.P.

PREVISIONI TANTO PER RIDERE

Mi aspettavo di avere la sentenza della Corte Costituzionale entro oggi, ventiquattro gennaio, sia perché di questa data si parla sin dal quattro dicembre, sia perché i giudici costituzionali un’opinione, riguardo all’Italicum, se la sono già formata da molte settimane. Se non da molti mesi. Invece hanno scelto la sceneggiata della discussione, del rinvio, della lunga camera di consiglio, come se non avessero le idee chiare da molto tempo.
E allora, proprio per fare il contrario di ciò che fanno loro, la sera prima del giorno in cui emetteranno il verdetto mi metto a giocare a fare il profeta. Tanto, facendo cattiva figura, non mi comporterò peggio di famosi politologi e di famosi economisti. Il mestiere del profeta si è rivelato così difficile per tutti (e un tempo anche pericoloso) che nessuno ormai si iscrive all’albo. E della  mia cattiva figura non di parlerà in giro, perché, grazie al Cielo, sono un personaggio senza importanza. La cosa non può presentare soltanto inconvenienti.
Ecco la mia previsione. In primo luogo, quale che sia la decisione della Consulta, non ne risulterà una legge che permetta di andare subito alle elezioni. Per “bene” che vada, saranno comunque necessari piccoli aggiustamenti, per armonizzare la legge residua con quella attualmente in vigore per il Senato - per esempio sulle soglie di sbarramento - e chi non vuole andare alle elezioni, chi vuole “allungare il brodo” chi vuole lucrare la pensione di parlamentare, troverà modo di opporsi a qualunque proposta, pur di tirare in lungo. Al limite votando contro l’adozione della propria proposta, se gli altri dovessero adottarla. Tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare, diceva La Rochefoucauld.
In concreto penso poi che i giudici dovrebbero dare un’autentica mazzata all’Italicum. Perché? Innanzi tutto perché, comunque, non potranno lasciare in vita una legge compatibile con la legge elettorale del Senato. Dunque, non avendo la scelta fra permettere le elezioni immediate o il loro rinvio – che sarebbe una grave e criticabile decisione politica - perché non evitare di rendersi ridicoli, contraddicendo i principi già enunciati quando hanno bocciato il “Porcellum”? E poiché l’Italicum è un peggioramento del Porcellum, in questo senso la strada è tutta in discesa. Via l’attribuzione dello sproporzionato premio ad un solo partito, perché ciò viola la rappresentatività del Parlamento. Via il ballottaggio, che permetterebbe l’attribuzione di quel premio ad un partito che, se l’elettorato fosse frammentato ancor più di quanto non lo sia attualmente, potrebbe al limite avere anche soltanto il venti per cento. Purché gli altri partiti avessero ancora meno e, naturalmente, purché poi vincesse il ballottaggio- Fra l’altro nell’Italicum  non è previsto neppure un quorum.
E perché queste previsioni? Perché sembrano evidenti. Non sempre le previsioni “evidenti” si realizzano, ma non per questo sono meno evidenti. Tanto, se uno sbaglia, non è successo niente. È come per il “Gratta e vinci”, il piacere non è vincere, cosa estremamente improbabile, il piacere è grattare. 
Sin dal primo momento, diciamo il cinque dicembre, l’atteggiamento di tutti è stato: “Magari votiamo una legge elettorale prima del 24 gennaio e andiamo immediatamente a votare”. Balle. Quando mai il Parlamento si è messo d’accordo su una legge elettorale? Quando mai i tacchini (i parlamentari di prima nomina) sono stati d’accordo per anticipare il Natale e perdere la pensione? A questa soluzione non ho mai creduto.
Secondo dato suggerito dall’esperienza. Un governo può essere eletto per fini transitori (governo di scopo, governo balneare – in questo caso natalizio – governo-ponte e via dicendo) ma di fatto, come qualunque altro organismo vivente, quando è in carica è dominato dall’ansia di sopravvivere. E dunque – come ha detto lo stesso Gentiloni – rimane al potere finché non è rovesciato da un voto di sfiducia. E chi ha interesse a sfiduciarlo? 
Forse soltanto Renzi, che non è neppure parlamentare. Ma tutti gli altri? Dunque ho previsto – e continuo a prevedere, a costo di sbagliarmi – che il governo durerà ancora mesi, magari discutendo all’infinità sulla nuova legge elettorale. Tanto che non mi stupirei se arrivasse alla fine della legislatura. Poi, certo, licenzierebbe all’ultimo momento una legge valida per Camera e Senato, soltanto perché, poco dopo, si dovrebbe comunque votare.
Che bellezza, mi sono tolto un peso dal cuore. Ho detto tutte le sciocchezze che avevo in mente, e sono pronto, domani, a cospargermi il capo di cenere. Tanto, dopo, mi laverò i capelli perché devo andare dal barbiere. Mia moglie dice già che somiglio ad una pecora mal tosata.
Gianni Pardo, 
24 gennaio 2017




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POLITICA
23 gennaio 2017
LE UTILI INGIUSTIZIE
Tommaso d’Aquino è stato un robusto filosofo le cui idee costituiscono l’ossatura fondamentale del pensiero cristiano. Egli ha tuttavia posto fra le prove dell’esistenza di Dio anche alcune considerazioni per lo meno singolari. Ecco quella “eudemonologica”: tutti gli uomini anelano alla felicità, e gli uomini felici sono rari. È mai possibile che la speranza dell’intera umanità sia delusa? No. Dunque ci deve essere un Dio che un giorno renderà tutti felici. Analogamente, tutti gli uomini hanno sete di giustizia, e di giustizia ce n’è ben poca, in questo mondo. Dunque ci deve essere un Dio che un giorno risponderà a questo bisogno di giustizia di tutta l’umanità. 
Il ragionamento non vale un soldo bucato. Dedurre dal desiderio la soddisfazione del desiderio, e l’esistenza dell’autore di questa soddisfazione, è cosa contraria all’esperienza. Quel filosofo ha ragione soltanto sulla premessa: tutti gli uomini vorrebbero la felicità, tutti gli uomini vorrebbero la giustizia. E, dinanzi all’implausibilità delle consolazioni tomistiche, la domanda diviene: bisogna perseguire la felicità? Bisogna perseguire la giustizia a qualunque costo?
Per la felicità la risposta è facile. Chi volesse una vita costantemente felice si condannerebbe fatalmente all’insoddisfazione. Dunque bisogna ridefinire questo concetto, riducendone l’ambito e coniugandolo con la saggezza, fino ad ottenere quella pressoché costante serenità che è il massimo sperabile.
Più complesso è il discorso per la giustizia. Di primo acchito, non si vede quali obiezioni si potrebbero fare. Tuttavia anche il perseguimento di quell’ideale può creare problemi. Non soltanto Amleto ha detto che, se ciascuno di noi fosse trattato secondo il suo merito, forse nessuno sfuggirebbe alla frusta, ma basta porre questo quesito: se, per punire un colpevole, è necessario danneggiare cento innocenti, bisogna lo stesso punire il colpevole?
La risposta istintiva è no, ma qualcuno potrebbe obiettare che il danno degli innocenti è economico, mentre la mancata punizione del colpevole è un danno morale. E, in un mondo in cui si persegue la giustizia, la morale ha la precedenza. Ma si può star sicuri che il ragionamento non convincerebbe i possibili danneggiati. L’esigenza della giustizia va dunque contemperata con l’esigenza della sua “economicità”: e questo è  un principio tutt’altro che privo di conseguenze. 
Alcune delle idee di Jean-Jacques Rousseau sull’“origine della disuguaglianza fra gli uomini” sono discutibili, ma gli si deve dare ragione quando sostiene che, mentre le disuguaglianze che derivano dalle diverse abilità degli uomini sono “naturali”, e dunque, se non giuste, sono almeno normali ed inevitabili, più difficile è sopportare che sia ricco e riverito chi ha il solo merito di essere figlio di suo padre. In questo caso la differenza non è fra uno che ha saputo arricchirsi e uno che non ce l’ha fatta, è tra uno fortunato (che in francese significa anche “ricco”) e uno sfortunato. Senza nessuna giustificazione economica o morale. Per Rousseau, mentre è giusto rispettare la ricchezza di chi se l’è guadagnata, bisognerebbe sottrarla a chi l’ha soltanto ereditata. 
Pregevole ragionamento, in teoria. In un mondo ideale, la distribuzione della ricchezza dovrebbe essere secondo giustizia. Ma in concreto ciò aumenterebbe il benessere della società? Se una legge volesse sottrarre la ricchezza all’erede, il padre troverebbe mille trucchi per lasciargliela lo stesso, o non l’accumulerebbe neppure. Il  risultato sarebbe l’impoverimento della società. 
La riprova si è avuta quando si è tentato di applicare la teoria economica marxista. Volendo creare un sistema produttivo che escludesse la rendita ereditata e la possibilità di arricchirsi con l’impresa privata, il risultato non è stato il benessere dei proletari, ma l’appiattimento della società sul livello più basso. Prima c’erano i ricchi e i poveri, poi soltanto i poveri., con l’unica eccezione dei membri del partito. 
Nell’Unione Sovietica, per punire “i colpevoli” di ricchezza immeritata, si sono danneggiati milioni di innocenti. Prova ne sia che tutti i popoli, non appena hanno avuto la possibilità di decidere per sé, hanno ripudiato il sistema economico comunista. Rousseau aveva torto: la ricchezza dell’erede era ingiusta, ma la sua eliminazione danneggiava i più, rendendoli ancora più poveri. Nel tempo in cui tutti si spezzavano la schiena zappando e i ragazzini andavano scalzi anche in inverno, un vecchio e saggio proverbio siciliano insegnava: “Al tuo vicino augura ogni bene, ché sempre qualche cosa te ne viene”.
Prima di dar retta all’invidia o al desiderio di vendetta, bisogna sempre chiedersi se l’atto di giustizia non ci danneggerà più di quanto ci dispiaccia vedere violato il nostro ideale di giustizia. Preferisco che il magnate si goda il suo yacht e la sua villa sulla Costa Azzurra, se mi dà un buon lavoro, piuttosto che vedere lui in rovina e me disoccupato. 
Non bisogna dare retta all’invidia. Ne soffre il nostro fegato e, non raramente, il nostro portafogli.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
23 gennaio 2017




permalink | inviato da giannipardo il 23/1/2017 alle 10:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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