.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
17 gennaio 2019
PIETA' PER IL NOSTRO NASO
Durante la campagna elettorale, Matteo Salvini ha detto – se ricordo bene – che nel primo Consiglio dei Ministri sarebbero state abolite le accise sulla benzina. Francamente eccessivo. In Italia togliere tasse è difficilissimo, perché siamo incatenati ad un’inflessibile spesa corrente, e l’automobile è una delle principali mucche da mungere, per il fisco. E poi, se non ci si è ancora seduti ai comandi, è difficile compiere manovre spericolate. Il primo Consiglio dei Ministri bisognava lasciarlo tranquillo, dunque. Ma il secondo? Il terzo? O quelli dei tre, quattro  mesi successivi?
E qui scendiamo sulla terra. Nel corso del tempo questo governo ha cercato di far dimenticare alcune delle sue promesse più inverosimili, ma ha continuato ad insistere almeno su un paio di esse, per poter dire di essere stato di parola su qualcosa. Ed ecco le due bandiere: il “Reddito di cittadinanza” per lo statista Luigi Di Maio, e la “Quota cento” per lo statista Matteo Salvini. E almeno queste, le hanno realizzate?
Calma. Quella del primo Consiglio dei Ministri per le accise era un’iperbole e in realtà il provvedimento era impossibile. Ma per le due “bandiere” siamo a sette mesi e mezzo, e addirittura sono state escluse dalla legge di stabilità. Senza dire che il reddito di cittadinanza è sottoposto a tante di quelle condizioni che, per essere attuato, esige una nuova classe di impiegati (migliaia) che bisogna ancora assumere. Cioè bisogna stabilire il loro numero, la loro distribuzione e le loro competenze. Bisogna scrivere un bando di concorso e bisogna far sostenere gli esami a queste decine di migliaia di concorrenti. Poi, una volta completate le graduatorie dei vincitori, bisognerà assumerli, istruirli per il lavoro che devono fare, poi trovargli dei locali per il loro lavoro, arredarglieli, e affidargli i milioni di fascicoli dei richiedenti. Senza dimenticare che bisognerà pure organizzare i collegamenti fra i vari uffici dello Stato. Per esempio, per stabilire se il nucleo familiare vive in una casa di sua proprietà e quanto denaro ha in banca. E se il richiedente è il padre, disoccupato, mentre in casa c’è il figlio che ha un conto in banca con diecimila euro? Non starò qui a fare tutte le ipotesi, anche perché non ne ho la competenza. Ma so già che, per anni, il fascicolo per la dichiarazione dei redditi (il famoso 740 o “Unico”) era una sorta di piccolo libro, scritto in caratteri minuti, di una quarantina di pagine, di difficile comprensione e tanto mutevole, negli anni, che infine il Ministero si sentì in dovere di semplificare il lavoro dei contribuenti pubblicando nelle prime pagine “Le novità di quest’anno”. Almeno si sapeva dove andare a cercare la nuova virgola traditrice, che ci avrebbe trasformati in evasori. “Grazie, quant’è umano, Lei!”
E dopo tutto questo “il Re dei Congiuntivi” viene a dirci che il reddito di cittadinanza partirà in aprile? Forse partirà per le vacanze. Magari si prenderà un anno sabbatico. Ma già, il nostro statista ha detto che in parile gli interessati potranno presentare la domanda. Sai che soddisfazione. 
La verità è che tutta l’azione di governo, salvo che per quanto riguarda gli immigrati, ha avuto una sola strategia: rinviare. Rinviare all’infinito il confronto con la realtà, perché quella realtà – lo sanno bene – molto difficilmente li perdonerà. Dunque finché potranno indicare la meta futura, avranno bei risultati nelle indagini demoscopiche. Ma sarà così all’infinito?
Proprio a questo riguardo si può pensare alla situazione attuale del terrorista Cesare Battisti. È triste essere condannati all’ergastolo, ma l’ergastolo in Italia di fatto non esiste più. Dopo un ventennio di galera, o più, si torna alla libertà. Battisti invece ha vissuto una quarantina d’anni con l’incubo dell’arresto, delle fughe, della paura che cambiasse il vento e le vele della sinistra si afflosciassero.  Come è avvenuto con l’elezione di Bolsonaro in Brasile. Quel figuro probabilmente non merita pietà, ma è come se avesse già scontato più o meno due ergastoli: i quarant’anni dell’attesa dei carabinieri alla porta, ed ora ha cominciato il terzo. Forse senza avere nemmeno il tempo di scontarlo tutto.
Non bisogna sfidare la realtà, perché si finisce sempre col perdere. Era forse questo il senso del vecchio: detto: “muor giovane colui che al Cielo è caro”. Chi non dà alla vita il tempo di presentargli il conto spesso fa un affare. Ma chi è longevo finirà col mietere il frutto della semente che ha sparso. E qui, il nostro governo deve aspettarsi un raccolto che non richiede anni, per maturare.  Fino ad ora i due statisti ci hanno menato per il naso, ma presto aumenterà il numero delle persone che sentiranno il loro naso indolenzito dalla trazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 gennaio 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/1/2019 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 gennaio 2019
L'ITALIANO NON SI LEGGE COME SI SCRIVE
Tutti sappiamo che la grafia dell’inglese non corrisponde alla pronuncia, al punto che l’unica risposta sensata, a chi chiede come si legge una data parola, è il consiglio di consultare un buon dizionario che riporti anche la pronuncia. E ancora, con l’avvertenza che – naturalmente – il dizionario dà la pronuncia della parola da sola, mentre nel corso del discorso essa può essere influenzata da parecchi fattori,  a cominciare dalla vicinanza delle parole che la precedono o la seguono. Tanto da risultare diversa da come la indicava il dizionario. 
Per dimostrare che non si tratta di un concetto astruso, prendiamo un esempio nella nostra lingua, quella che ci è più familiare. L’articolo indeterminativo italiano “un”, che pare così inoffensivo. Il dizionario, se riporta la pronuncia, vi dirà che esso si legge come si scrive, “u” ed “n”. Ed è effettivamente vero che “un” si legge “un” se precede , per esempio, la parola “segno”: “unsegno”. Ma, se precede la parola, “pezzo” o “bimbo”  diviene “um”, “umpezzo”, “umbimbo”. E non finisce qui: se la parola comincia con una gutturale, come in “gatto” o “cane”, “un” si legge qualcosa come “ung gatto”, “ung kane”. Del resto lo stesso avviene con la “i”. Tutti, studiando l’inglese, si chiedono come pronunciare la frequente finale “ing” (come in “king”) e non sanno che la usano quotidianamente in italiano. Se dicono “in casa” non pronunciano “inn kasa” ma qualcosa come “ing kasa”, e qui “in” ha lo stesso suono che si ha nell’inglese “ing”.
Si potrebbe continuare a lungo, ma basterà dire che la “z” sorda (o aspra) è praticamente sempre doppia. Insomma pronunciamo tutti “stazzione”, non “stazione”. Ed è giusto così. Ma già, nessuno nemmeno sa che la “z” di stazione non è una consonante, ma sono due: “ts”; anzi, nel caso di stazione, diciamo tre: “tts”. E lo stesso vale per la “c” di “cena” che risulta dalla combinazione di t+sc di “scena”. Il gruppo “gl” è praticamente sempre una doppia consonante, come se fosse non “gl”, ma “ggl”: “agglio “, “piggliare”.
Basta? Direi di sì. Segnalo soltanto la necessità del raddoppiamento sintattico, cioè di doppie consonanti che nessuno scrive e tutti leggono, per esempio dicendo “domani vado arRoma”, e non “domani vado aRoma”, che sarebbe un profumo. 
Per favore, NON dite che l’italiano si legge come si scrive. Certo, la sua grafia è molto più fedele alla pronuncia dell’inglese ma, per cominciare,  meno del francese, che sembra tanto più artificiale, e tuttavia fornisce al parlante più indicazioni di quante ne fornisca a noi la grafia dell’italiano.
Qualcuno ha gridato “Basta!”? Va bene, smetto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 gennaio 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/1/2019 alle 16:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 gennaio 2019
SE I NEGRI SIANO MENO INTELLIGENTI DEI BIANCHI
Recentemente si discuteva fra amici del concetto di scienza e di verità scientifica, ed oggi leggiamo sul “Corriere della Sera”(1) che James Watson (uno dei due scienziati che hanno avuto il premio Nobel per aver scoperto la doppia elica del Dna) è stramaledetto un po’ da tutti per avere affermato che, a suo parere, o più esattamente secondo i dati di cui crede di essere in possesso, i negri sarebbero meno intelligenti dei bianchi. Questo scandalo è scientificamente scandaloso: infatti, nel mondo della scienza, le tesi non sono morali o immorali, politicamente corrette o inammissibili, sono semplicemente vere o false. 
Watson non è da condannare a priori (non foss’altro per rispetto della sua carriera scientifica) e le sue tesi meritano di essere esaminate. Se poi esse risultano infondate, al momento si rigetti la sua teoria, e la si dichiara – allo stato attuale delle conoscenze – inesatta. Non altro. L’indignazione morale, e i dubbi sulla sanità mentale di quell’illustre vecchio, sono assolutamente fuor di luogo. Uno scienziato ha anche il diritto di sbagliare.
Piuttosto è forse interessante discutere a che punto l’affermazione secondo cui i negri sono meno intelligenti dei bianchi (o i gialli più intelligenti dei bianchi, abbiamo letto anche questa) sia scientifica. Non “vera” o “falsa”, ma “scientifica”. Popper ci ha insegnato che un’affermazione è scientifica quando esiste la possibilità teorica (per esempio un esperimento) di dimostrarla falsa. La sua “scientificità”, quando il risultato è positivo, risulta dal fatto che nessuno è riuscito, con metodo scientifico, a dimostrarla falsa. Ma esistono affermazioni per le quali questa possibilità non esiste. Nessuno può dimostrare scientificamente che la signora Monna Lisa sia bella, oppure che sia brutta. Io le trovo una faccia insipida, incluso il famoso sorriso, e nessuno può dimostrarmi che ho torto. 
Ora torniamo ai negri. In questo campo i problemi sono innumerevoli. Chi consideriamo “negri”, per cominciare? I senegalesi lo sono, certamente. Ma gli etiopi? Non soltanto sono meno scuri, ma hanno tratti molto meno marcatamente negroidi. I magrebini sono certo molto più chiari dei senegalesi, ma sono un po’ più scuri degli italiani, i quali a loro volta sono un po’ più scuri dei tedeschi. E questi sono certamente più scuri dei finlandesi. Dove piazziamo la frontiera? E come la determiniamo?
Secondo problema: come misuriamo l’intelligenza? Soprattutto considerando che i risultati di qualunque test sono influenzati dal grado di istruzione. Per dirne una, tempo fa un’indagine dimostrò che i giapponesi sono più intelligenti dei bianchi. Ma io mi chiedo: se un italiano, invece di frequentare le nostre scuole per ridere, col diploma assicurato anche ai somari, frequentasse le scuole giapponesi, chi dice che alla fine, nei test, non batterebbe anche i giapponesi?
La superiorità di una razza rispetto ad un’altra è perfettamente possibile, e non sarebbe scandalosa, se è vero che un levriero corre molto più velocemente di un bassotto. Ma attualmente siamo immersi in contesti tanto diversi - dal punto di vista economico, culturale e sociale - che l’interferenza di questi fattori su quelli genetici è troppo grande, per avere risultati significativi. Persino in una società come quella americana, in cui convivono bianchi e negri, come non considerare che la media dei negri è meno agiata della media dei bianchi? Il fatto che la percentuale di reati commessi dai negri sia superiore a quella dei bianchi dipende dalla loro razza o dal fatto che spesso vivono in condizioni meno agiate e ricevono un’educazione di qualità inferiore? 
Le differenze fra esseri umani – a partire da quella fra uomini e donne – non sono assurde, sono semplicemente da dimostrare: e attualmente, a quanto pare, non ne abbiamo ancora i mezzi. Per questo, nell’attesa che la scienza possa pronunciarsi, consideriamoci tutti uguali. Poi vedremo. Senza scandalizzarcene. 
Del resto, come mi disse una signora tutt’altro che femminista, ma molto brillante: “Io sono convinta che le donne siano inferiori agli uomini, ma questo non significa che tu sia superiore a me”. È una battuta, ma rimane significativa. Il razzista che oggi considerasse i negri una razza inferiore non dovrebbe mai dimenticare che un singolo negro potrebbe essere molto più intelligente e colto di lui, fino a ridicolizzare la sua stupida spocchia di “bianco”. Quanto a me, so che se avessi un centesimo di euro per ogni bianco fesso, sarei straricco. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 gennaio 2019 
(1)https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_14/i-neri-meno-intelligenti-bufera-nobel-watson-153746c6-183f-11e9-bb76-cdaf0ebcabd2.shtml




permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/1/2019 alle 13:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 gennaio 2019
BATTISTI HA UCCISO ANCHE L'EMPATIA
C’è una tentazione che sarebbe bello fosse frequentissima, e non lo è: quella di correre in soccorso del vinto, del perdente, dello stramaledetto. L’idea corrente – e forse la più naturale – è che il perdente abbia meritato di perdere e il vinto abbia meritato di essere vinto. Del resto è la lezione che ci danno gli animali: quando si battono per la supremazia, o per il diritto di accoppiarsi con le femmine, la lotta è fisica. Dunque chi vince è effettivamente il più forte. In questo senso, nel loro mondo, non ci sono ingiustizie. 
Ma noi uomini siamo così complicati, e la nostra vita è tanto più complessa, che alla fine l’empatia vince. Ci si stringe il cuore, a pensare come stia soffrendo chi ha perso. A pensare come patisca il dolore della punizione. Arriviamo anche a chiederci come ci sentiremmo, al suo posto, e se magari il suo cattivo comportamento non sia il frutto di una serie di circostanze che avrebbe costretto anche noi, che ci sentiamo tanto diversi, a comportarci come lui. Perché a questo risultato conduce la più verosimile delle teorie, quella del determinismo psichico. 
Dunque il meccanismo dovrebbe funzionare anche per Cesare Battisti. Ma – devo ammetterlo – la solita tentazione stavolta non opera. L’empatia si inceppa, e ha bisogno, più del solito, di ipotesi, di precisazioni, di rimeditazioni. E forse nemmeno queste bastano.
Per cominciare, bisogna riconoscere la realtà: Battisti, dal punto di vista del diritto penale - e dunque della società - è del tutto insalvabile. Tuttavia, partendo dal dovere dell’empatia per qualunque colpevole, ci sarebbe ancora la possibilità della pietà: quella pietà che, pur non rinunziando alla dovuta sanzione, si ha per l’assassino d’impeto, per colui che ha ucciso durante una rissa, per colui che ha ammazzato un pedone perché aveva bevuto. Chi di noi non ha mai guidato, dopo avere bevuto normalmente a pranzo? Ebbene, per la polizia poi saremmo stati dichiarati ubriachi.
Non basta avere ucciso per non meritare la nostra comprensione e, infine, la nostra pietà: ma il caso di Battisti è diverso. Egli non è un qualunque criminale: ha ucciso più volte; ha ucciso con premeditazione; ha ucciso per fanatismo politico, e non ha mai chiesto scusa. È il rappresentante di quella sinistra che non ha avuto altro orizzonte che la propria affermazione, a qualunque costo (naturalmente un costo altrui), passando non soltanto sopra la legge penale, ma sopra ogni forma di umanità e di rispetto per la vita altrui. Senza la minima considerazione per il dolore che si infliggeva agli altri, come in una guerra di annientamento. Senza accorgersi, questa sinistra, di quanto il proprio atteggiamento fosse simile a quello che condusse i nazisti al “Massenmord”, l’omicidio di massa, all’orrore dello sterminio. Tutto questo con la cristallina coscienza di essere dal lato giusto della storia, di contribuire al progresso dell’umanità. In fondo non era niente di diverso la “Neue Ordnung”, l’ordine nuovo di Hitler. E allora, per Battisti come per Hitler e tanti brigatisti rossi, scatta la molla della repulsione, quella che sbarra la vita dell’empatia, quasi si fosse di fronte ad altro da sé: all’inumano.
E non è tutto. Mentre Battisti e i suoi amici si sporcavano le mani di sangue, correndo il rischio di essere uccisi o di passare la maggior parte della loro gioventù in una cella, intorno a loro c’erano i rivoluzionari da salotto, gli intellettuali progressisti, i comunisti all’aragosta, i bolscevichi in pantofole ma non per questo meno aggressivi, almeno a parole. Tutta gente che si poteva concedere i lussi di una vita sicura e agiata, incluso il lusso di dirne male e di dichiarala ingiusta. 
Così Battisti non è stato soltanto un assassino, è stato un assassino protetto e vezzeggiato dagli intellettuali francesi (ovviamente di sinistra, altrimenti che intellettuali sarebbero stati?). Per anni questo insulso ometto ha assunto l’atteggiamento tracotante di chi ha ucciso dei vermi, in uno stato corrotto e imbelle, in nome della rivoluzione proletaria. Il tutto con l’applauso di chi voleva stimarlo a prescindere, senza nemmeno informarsi sui fatti o adottando, di quegli stessi fatti, una versione peggio che falsa e faziosa: semplicemente imbecille. 
Tutto questo anche perché scriveva qualche romanzo, dimenticando che esso gli era pubblicato perché era noto come terrorista. Mentre di tanti autori migliori di lui si lasciano ammuffire i libri nei cassetti perché, non avendo ucciso nessuno e non essendo volti noti ai telespettatori, non solleticano l’interesse finanziario degli editori. E se quei romanzi fossero realmente eccellenti, cambierebbe qualcosa? Se fosse così, potremmo anche assolvere Hitler, che dopo tutto era un accettabile acquerellista. Un pittore mancato per l’incomprensione altrui piuttosto che il primo criminale della storia, se non ci fosse stato Stalin.
Battisti è stato per lunghi anni il rappresentante dell’assoluto peggio dell’umanità. Peggiore del criminale indigente, di colui che uccide un uomo per rapina. Infatti è stato l’eponimo di coloro che, per fanatismo e per stupidità, per buona parte del Ventesimo Secolo hanno ucciso la verità, l’umanità e la pietà.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/1/2019 alle 10:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 gennaio 2019
UNA VERITA' STATISTICA ED ELITARIA
La scienza è quanto di meglio abbia prodotto l’umanità per cercare di comprendere la realtà. Dunque chi si batte contro la scienza, si batte contro la verità fattuale. Purtroppo anche le parole di stima, per la scienza, possono metterla in pericolo. Infatti molte persone, sentito quanto essa sia nobile e utile, ne deducono la sua infallibilità; e così, quando poi si dimostra che in qualche caso ha sbagliato, si convincono che essa sia un’opinione come un’altra. In realtà, per la scienza bisogna guardarsi dall’esagerare sia nella direzione della fede priva di dubbi, sia nella direzione dello scetticismo a buon mercato. 
La prima caratteristica della verità scientifica è – direbbe Popper – la possibilità di dimostrare che le sue affermazioni sono false. Sembra una banalità ma non è. Se qualcuno sostiene di avere visto un fantasma, lui non può dimostrare che il fatto è avvenuto, ma noi non possiamo dimostrare che - volontariamente o involontariamente – mente. Quell’affermazione non può essere dimostrata né vera né falsa: e dunque non è scientifica. È questo che Karl Popper sosteneva, quando diceva che una verità, per essere scientifica, dev’essere “falsificabile”, cioè si possa dimostrare che è falsa. Se poi non ci si riesce, si ha la verità scientifica. 
Ora ammettiamo che tutti gli scienziati sostengano in coro una data affermazione. Dato il fenomeno A, dicono,  ne consegue il fenomeno B. Questa verità è assoluta? Nient’affatto. Un giorno uno studioso potrebbe dimostrare che  è vero che ad ogni A segue un B, ma quel B non dipende da A, dipende da C, che è collegato ad A ma non è A. E non sarebbe uno scandalo: una verità scientifica rimane valida finché non se ne dimostra una migliore. 
Visto che si è tanto parlato di vaccini, non è scientificamente assurdo sostenere che siano più dannosi che utili. Ma bisogna dimostrarlo. Affermarlo non basta. Dire che i vaccini fanno male non è “un’opinione sostenibile come un’altra”, è “un’affermazione contraria all’attuale livello di conoscenze scientifiche”. 
La scienza non è democratica, come del resto non è la verità, la quale certo non può essere decisa a maggioranza. In questo senso la scienza è elitaria. Essa non concede diritto di parola a chi non è qualificato nel suo campo. Non è nemmeno lecito dire: “Io mi limito a non vaccinare i miei figli”, perché quelle parole possono essere così tradotte: “io mi limito a non proteggere mio figlio e a infettare gli altri”. 
Se invece qualcuno è capace di dimostrare che i vaccini fanno più male che bene, si accomodi. La scienza non è contro la possibilità di giungere ad una migliore verità, è contro chi spara affermazioni senza apportare prove.
Naturalmente non basta citare un singolo medico che la pensa così. Una tesi non è scientifica perché la formula un professionista del ramo, se no sarebbe stata scientifica la cura Di Bella. Si considera verità scientifica quella accettata non da un singolo competente, ma quella accettata dal massimo numero di cultori della materia, dai testi specialistici, dalle massime riviste scientifiche. In altri termini “quando ha dalla sua la stragrande maggioranza dei competenti”.
A questo punto non possiamo nasconderci che, sia pure parlando di una maggioranza qualificata, stiamo facendo della verità scientifica un fatto statistico. Infatti è proprio così e non potrebbe essere diversamente. Se non seguissimo l’opinione della grande maggioranza degli scienziati, non ci rimarrebbe che seguire l’opinione di uno scienziato scelto come oracolo. Oppure di un dittatore come Stalin, quello che favorì le teorie di Lysenko perché si conformavano alle direttive del partito. Peccato fossero sbagliate.
Non tutti i rami della scienza godono delle stesse certezze. La cosmogonia – per esempio – è il campo delle ipotesi indimostrabili, mentre in chimica chiunque può realizzare un esperimento infinite volte, ottenendo infinite volte lo stesso risultato. 
Purtroppo la medicina è un campo in cui la “verità scientifica” è due volte statistica. Una prima volta, perché tale è la scienza; una seconda volta, perché i suoi risultati sono probabilistici. La medicina non afferma che il farmaco X guarisce il male Z, afferma che lo guarisce in una apprezzabile percentuale di volte. Se il mal di testa passa nel 60 o 70% dei casi, val la pena di prendere una pillola. Infatti il primo principio della farmacologia non è quello di “assicurare la guarigione”, ma quello di “assicurare che il medicinale non fa male” (primun non nocere). E se fa male (si pensi alla chemioterapia per il cancro) deve presentare vantaggi largamente superiori, anche se non certi, a quel male. 
Purtroppo, basandosi su queste incertezze, molte persone si credono furbe manifestando uno scetticismo totale sulla medicina. È un atteggiamento assurdo. Come è stupido aspettarsi troppo, dalla medicina, è stupido non aspettarsene niente. E infatti i miscredenti della medicina rimangono tali finché non stanno male sul serio. 
La scienza è il massimo che si possa ottenere con la razionalità. 
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/1/2019 alle 8:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
12 gennaio 2019
COME RIDARE AL VOTO DI FIDUCIA IL SUO SIGNIFICATO
In occasione del varo della “Legge di stabilità”, come ha chiaramente scritto il costituzionalista M.Ainis(1), la dignità di ambedue le Camere è stata calpestata. Infatti la funzione delle Camere è quella di discutere le leggi – ovviamente avendone ciascun parlamentare esaminato il testo, se ne aveva la competenza e la voglia – e poi, dopo il necessario dibattito, quella di votarle. Invece il governo ha semplicemente detto a quegli stessi parlamentari: “Se non votate questo testo a scatola chiusa, perdete il vostro seggio e andate a casa”. E questo si chiama “votare con la pistola puntata alla tempia”.
Certo, i competenti potrebbero obiettare che l’espressione più esatta è un’altra: “Se non votate la fiducia al governo, cade il governo, si va a nuove elezioni, e voi dovrete cercare, se vi riesce, di farvi rieleggere. Se invece votate la fiducia al governo, tutto andrà liscio. Se siete convinti che questa legge sia negativa, o che il fatto di votarla senza conoscerla costituisca un’offesa alla vostra dignità, siete liberi di votare contro”. E non c’è niente di falso, in tutte queste parole. Dunque male hanno fatto i commentatori a dire peste e corna di questo governo, e a giudicare con la massima severità l’offesa arrecata al Parlamento. Addirittura rimpiangendo che la Consulta non abbia annullato la Legge di Stabilità per vizio di costituzionalità, quanto meno nel modo della sua approvazione. Se il governo ha trattato i parlamentari come meri esecutori di ordini, è anche vero che i parlamentari si sono comportati come meri esecutori di ordini. Che diritto hanno di offendersi? Chi non vuol essere trattato da spergiuro dica la verità, chi non vuol essere trattato da ladro non rubi, chi non vuol essere trattato da servo non obbedisca agli ordini. 
 I parlamentari hanno chiaramente preferito la “cadrega” alla loro dignità, ed allora hanno diritto alla cadrega, non alla dignità. Non sostengo che personalmente io sarei stato più eroico di loro, o che lo sarebbero molti degli amici che leggono queste righe, ma questa è la situazione.
E potrebbe anche andar peggio. Basta ipotizzare un governo che su qualunque legge ponga la questione di fiducia – non saltuariamente, sempre - e il Parlamento sarebbe totalmente inutile. La cosa più ragionevole a questo punto sarebbe abolirlo. Il governo si formerebbe sulla base dei risultati delle elezioni, e cadrebbe quando ci fosse dissenso in seno ad esso. La discussione sulle leggi avverrebbe nell’anticamera della sala in cui si riunisce il Consiglio dei Ministri, e questo sarebbe chiamato ad eseguire la coreografia dell’approvazione. Molti, a questo punto, potranno essere assaliti dallo sconforto ma, se siamo giunti a questo punto, tanto vale confessarselo.
E tuttavia forse un rimedio ci sarebbe. Ma da questo momento viaggeremo fra le nuvole dei sogni, perché la soluzione ipotizzata toglie potere ai partiti e, dal momento che essi sono più potenti della Costituzione e dei loro stessi eletti in Parlamento, mai acconsentirebbero a una riforma che ridà potere alla democrazia rappresentativa. 
Ridotto l’intero Parlamento, fra deputati e senatori, a meno di quattrocento parlamentari, si potrebbe stabilire che, se si pone la questione di fiducia e i parlamentari dicono di no e si conclude la legislatura, a quegli stessi parlamentari sarà data una somma corrispondente all’insieme  degli stipendi che avrebbero percepito per il residuo tempo della legislatura. Così verrebbe meno la paura di perdere lo stipendio e di non essere rieletti.
Qualcuno potrebbe mettersi ad almanaccare su quanto ci costerebbe una simile norma, ma con questo denaro otterremmo da un lato un governo che ha veramente la fiducia dei parlamentari, dall’altro dei parlamentari i quali veramente ci rappresentano in parlamento, e votano secondo coscienza, non secondo interesse. Oggi in realtà siamo “rappresentati” dalla quarantina di persone che formano il governo. O, ancora meno, dalla decina di persone che hanno veramente influenza sulle decisioni del governo. 
Con qualche milione di euro – neppure molti – ci libereremmo dell’oligarchia e torneremmo forse alla democrazia rappresentativa. Del resto, quante norme – a partire dalla Rivoluzione Francese – non sono state concepite per permettere ai parlamentari poveri di far parte dei legislatori? L’indennità parlamentare nacque proprio per questo, esattamente come l’immunità parlamentare (un tempo esisteva anche da noi) fu concepita per difendere i rappresentanti del popolo dalla prevaricazione dell’establishment.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=416775834_20190111_14004&section=view



permalink | inviato da Gianni Pardo il 12/1/2019 alle 6:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
11 gennaio 2019
PROPTER HOC, VEL CONTRA HOC
Ha senso discutere di un problema del quale si sa in anticipo che non si troverà la soluzione? 
Una vecchia favola – credo ripresa anche da La Fontaine – narrava di un pover’uomo che, in punto di morte, lasciando ai figli il piccolo campo che possedeva, raccomandò loro di scavare bene, perché in esso era sotterrato un tesoro. I figli non trovarono niente, però si accorsero di avere così ben dissodato il terreno, che in seguito dette ottime messi. Quante scoperte non sono state realizzate mentre si cercava altro? E comunque, chi va in cerca di funghi, se non ne trova, avrà comunque fatto una bella passeggiata.
La civiltà occidentale si è realizzata quale la conosciamo a causa, o malgrado il Cristianesimo? 
Il Cristianesimo si è integrato così intimamente nella civiltà greca e romana, che la prima reazione dinanzi al problema è un senso di smarrimento. Come apprestarsi a traversare un mare a remi. Ma, visto che fondamentalmente qui si tratta di un gioco, procediamo a caso, partendo da dove capita. Per esempio identificando il Cristianesimo. 
Il Cristianesimo è una delle tre “Religioni del Libro”, cioè della Bibbia. E benché nei Vangeli Gesù affermi di non essere venuto a cambiare, ma a confermare la Legge, cioè la religione dei padri, si può serenamente sostenere che il Cristianesimo è una religione del tutto diversa dall’Ebraismo. La sua sostanza, la sua struttura, la sua mentalità sono greco-romane, non ebraiche. A cominciare dal suo politeismo. Dalla struttura giuridica che si è data, prettamente romana. Dal suo universalismo e da tante altre cose. 
Diversa, tuttavia, non significa estranea. Ebraico è il sentimento del peccato che la permea. Ebraico – ed anzi semplicemente orientale – è l’atteggiamento di umiltà, di abiezione, quasi, nei confronti della divinità. L’obbligo fatto ai fedeli di dichiararsi peccatori a prescindere, di chiedere pietà, di adorare con le lodi più iperboliche un Dio che in qualche caso si configura  come un vanitoso tiranno orientale. I greci, tanto ostili alla monarchia assoluta persiana, non avrebbero nemmeno immaginato di adorare così i loro dei. Del resto, il loro pessimismo sulla natura umana scalava l’Olimpo e mostrava divinità gelose, rancorose, crudeli, umanissime, a cominciare dal re degli adulteri, Giove. Simili dei si potevano onorare, si potevano offrire loro dei sacrifici, per ingraziarseli ma, presentarli come modelli indefettibili per tutti, sarebbe stato eccessivo.
Dal punto di vista politico, il Dio cristiano non è simile né agli dei scapestrati dei greci, né al bellicoso “Dio degli eserciti” ebraico: è dunque simile ad un tiranno orientale, quale del resto era ormai divenuto chi comandava nell’Impero Romano. 
Ecco dunque una prima perplessità. Si potrebbe accusare il Cristianesimo di avere reso il fedele un suddito abbietto, inginocchiato dinanzi al tiranno da cui spera di essere risparmiato, ma è anche vero che questa era la posizione del cittadino romano, dinanzi a parecchi dei peggiori imperatori. L’Imperatore romano potrebbe essere stato il modello del Dio cristiano, invece che l’inverso. Chissà.
Ma forse proprio questo incipit potrebbe suggerirci che abbiamo imboccato il sentiero dalla parte sbagliata. Invece di partire dall’antichità, partiamo dunque dalla modernità, e ovviamente dal Settecento. La civiltà occidentale, come la conosciamo e come la stimiamo, si caratterizza per la democrazia, la libertà, la scienza, la tolleranza, la razionalità, l’amore per le comodità e i beni materiali. Che hanno a che vedere, queste cose, col Cristianesimo? In realtà esse sono tutte nate lottando contro di esso. 
Per quanto riguarda la democrazia, il Cristianesimo, sin dalle sue origini, ha insegnato a rispettare l’autorità (“Dare a Cesare...”) e non ha mai spinto gli schiavi, o i servi della gleba, a ribellarsi ai loro padroni. La Chiesa stessa è stata un’organizzazione verticistica e assolutistica, basti dire che in Europa è oggi l’unica monarchia assoluta. Ha avuto il merito di trattare nella stessa maniera schiavi e liberi, uomini e donne, ma gli schiavi rimanevano proprietà dei loro padroni, e le donne, oltre a dover obbedire ai loro mariti, dovevano star zitte in chiesa (S.Paolo: “Mulieres in ecclesiis taceant”) e non dovevano accedere al sacerdozio. Insomma, l’uguaglianza di schiavi e donne era tale dinanzi a Dio, ma non certo dinanzi agli uomini e ai sacerdoti. Uguaglianza sì, ma ultraterrena.
E questo vale anche per la libertà. Per la Chiesa l’uomo ha il libero arbitrio ma soltanto per essere reso responsabile dei suoi peccati. Non gli è mai stato raccomandato, e men che meno permesso, di ribellarsi per avere la libertà. La Chiesa è stata costantemente alleata del potere costituito, col quale ha teso a condividere i vantaggi del reciproco sostegno. Fino ad associarsi con i nobili contro il Terzo Stato.
Quanto alla scienza – e in particolare all’astronomia e alla medicina –  la sua storia è un seguito di battaglie contro la Chiesa. Su questo è inutile dilungarsi.
Riguardo alla tolleranza, i cristiani, che prima erano stati perseguitati, si traformarono in persecutori. Basti pensare al trattamento inflitto da sempre agli ebrei, alle conversioni forzate di Carlo Magno,  al trattamento dei musulmani dopo la “Reconquista”, e all’Inquisizione. È soltanto la Chiesa sconfitta dei secoli recenti quella che è diventata tollerante. Come certi vecchi che biasimano l’immoralità sessuale perché non sono più in grado di commettere quei peccati.
La razionalità si è dovuta districare dai lacci della possibile eresia  dovendo sempre temere lo scontro fra le sue conclusioni e le verità della Chiesa. Il cardinale Bellarmino non era uno sciocco. Quando – secondo quanto narrato nel famoso episodio – si rifiuta di constatare, appoggiando l’occhio all’oculare, la validità delle affermazioni di Galileo, proclama con ciò stesso di preferire la dottrina della fede all’evidenza dei sensi. Non il migliore viatico per la razionalità. 
In conclusione si può affermare che tutto ciò che di meglio costituisce la mentalità occidentale non è nato dal Cristianesimo, ma più o meno contro il Cristianesimo. Non “propter hoc, sed contra hoc”.
Nondimeno qualcuno potrebbe pensare che il Cristianesimo abbia almeno avuto il grande merito di avere insegnato la mitezza, la magnanimità, il perdono. Grandi virtù, certamente, ma che si ritrovano anche in altre religioni (basta citare il Buddismo) e che esistevano largamente a Roma. Ché se anzi questa città poté dilatarsi fino a dominare l’intero mondo conosciuto allora, fu perché a lungo trattò con clemenza i vinti (“parcere victis, debellare superbos”), permettendo loro di conservare i loro costumi, ed invitandoli soltanto, col proprio prestigio, a romanizzarsi. Il suo impero, con la decadenza e la corruzione del suo vertice, divenne difficile da sopportare, e tuttavia per secoli e secoli esso fu rimpianto da tutti. Gli inglesi, quasi a dimostrazione dei loro quarti di nobiltà, mostrano con orgoglio i resti di strade romane e le terme di Bath. “Anche noi siamo stati romanizzati”. E non si può tacere l’orgoglio con cui i renani, e soprattutto i romeni, sottolineano la loro parte di storia romana. Quando Roma fu grande, fu anche molto civile. E quando fu meno civile, finì col soccombere.
Il grande merito del Cristianesimo non è tanto quello di avere ispirato le migliori qualità civili dell’Occidente. Forse queste avrebbero prosperato meglio se l’Impero Romano si fosse mantenuto qual era ai tempi di Augusto. Il suo merito è quello di avere preservato, nei suoi monasteri, la memoria del passato. Della lingua latina, dei grandi testi latini, della cultura classica, in un momento di eclissi totale dell’intellettualità. Senza i monasteri, avremmo perso il ricordo del passato, e in questo senso S.Benedetto ha ben meritato di essere nominato patrono d’Europa. 
Il massimo grazie la Chiesa lo merita non tanto per ciò che essa ha creato, quanto per ciò che essa non ha distrutto e per quanto ci ha conservato. La cosa per cui bisogna ringraziare di più la Chiesa d’Occidente è il mal di schiena dei copisti e degli amanuensi.
E così, passo passo, senza averlo pianificato, si arriva alla conclusione. I valori occidentali non sono un regalo del Cristianesimo, e per la maggior parte si sono affermati contro il Cristianesimo. Nondimeno questa religione è così strettamente intrecciata col nostro passato, che negarne l’influenza sulla nostra storia e sulla nostra forma mentis sarebbe, più che un atto di ingratitudine e un atto di arroganza, un atto di stupidità.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com, 
11 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 11/1/2019 alle 9:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 gennaio 2019
FIGLI PUTATIVI
Un uomo scopre, dopo vent’anni, che non è il padre dei suoi tre figli. Sua moglie li ha concepiti con un altro. E lui dichiara che non vuole più vederli(1). 
L’’episodio induce a porsi la domanda: che cos’è un padre? E che cos’è un figlio? Ovviamente, più che dei geni e dei gameti, conta il fatto che un uomo sia sia stato, o no, un buon padre, e i figli siano stati, o no, buoni figli. Ma di fatto in questo campo entrano in gioco possenti istinti. 
La madre è colei che partorisce i figli, il padre è colui che ha fecondato la madre. Ma a partire da questo fatto, ci si può chiedere perché i genitori tendano a formare una coppia e ad occuparsi insieme dei figli. 
L’istinto spinge la femmina dei mammiferi ad occuparsi della prole perché, se non lo facesse, la specie si estinguerebbe. Tuttavia presso molte specie il maschio abbandona feconda la femmina, tanto che essa si occupa da sola delle cure parentali. Un esempio l’abbiamo in casa: il gatto. L’istinto spinge invece anche il maschio umano ad occuparsi della prole perché le cure parentali, nella nostra specie, sono particolarmente lunghe e gravose. Forse la femmina non ci riuscirebbe da sola e ciò metterebbe in pericolo la sopravvivenza della specie. 
La necessità delle cure parentali congiunte ha dato origine alla famiglia e così l’istinto della procreazione si arricchisce di ulteriori istinti. La donna ha tendenza ad essere gelosa perché teme che il maschio l’abbandoni per un’altra femmina. Ciò renderebbe difficili le cure parentali riguardanti i suoi cuccioli, in cui ha tanto investito. Il maschio è geloso della femmina perché ha – come i leoni – un interesse istintuale ad occuparsi della prole soltanto in quanto portatrice dei suoi geni. Se la sua femmina si accoppiasse con altri, lui avrebbe il peso delle cure parentali senza il vantaggio di tramandare i propri geni. E da questo il sarcasmo sul “cornuto”.
Ecco perché il caso riportato dal Corriere della Sera fa scalpore.. Quell’uomo per vent’anni si è occupato di procurare ad un terzo, a sue spese, il vantaggio di tramandare i suoi geni. E il leone tiene talmente a ciò che quando un nuovo maschio dominante soppianta il vecchio, ne uccide i cuccioli per ingravidare subito le leonesse. Nei leoni, la gelosia arriva a questo aspetto “criminale”.
Gli esseri umani tuttavia sono coscienti delle proprie spinte istintuali e sono in grado di dominare e guidare i loro istinti, fino a creare situazioni impreviste in natura. Se una donna accudisce un neonato come una madre, e come una madre lo tratta per i successivi vent’anni, il “figlio”, che la chiamerà “mamma”, in che si sentirà diverso dagli altri figlii? E lo stesso vale per il padre. Se una donna e un uomo si comportano bene, per il bambino sono mamma e papà. E se questi amano il figlio come se l’avessero generato, in che sarà differente il loro sentimento, rispetto alle coppie che i figli li hanno generati? 
Dunque dal punto di vista fisiologico e istintuale i figli e i genitori sono una cosa, dal punto di vista psicologico e affettivo la questione è del tutto diversa. Ci possono essere pessimi genitori naturali, come ci possono essere ottimi genitori adottivi e la sostanza del fenomeno può essere diversa, da quella prevista dalla natura.
Il matrimonio, secondo il diritto romano, è sostanzialmente costituito non da una annotazione dell’anagrafe ma dalla cohabitatio e dalla maritalis affectio, cioè dallo stare insieme e dal volersi bene. E ciò gioca a favore degli omosessuali. Se due di loro  si vogliono bene per anni, il loro rapporto è del tutto simile a un matrimonio fra eterosessuali, che sia o no annotato nei registri del Comune. Ché anzi proprio non si vede il senso di questa formalità.
Nello stesso modo si potrebbe dire che padre e madre sono coloro che allevano ed amano i figli, essendone giustamente riamati. Dei geni non ci dovrebbe importare molto. Ché anzi, se proprio ce ne importasse, e la pensassimo come i leoni, dovremmo ricordarci che il leone il diritto di ingravidare tutte le sue femmine se lo guadagna essendo il migliore, perché è il più forte, capace di sconfiggere qualunque maschio che tenti di detronizzarlo. Mentre l’uomo geloso  il diritto ai suoi geni lo vuole soltanto perché la sua donna dovrebbe amarlo. E se invece costei ama un altro? 
Il dramma dell’uomo che, dopo vent’anni, scopre di non essere il padre dei suoi figli, è comprensibile. E sarebbe comprensibile anche che si separasse dalla moglie. Ma se i figli sono stati buoni figli, dire che non si vuole più vederli riporta alla mentalità leonina, senza vantaggio né per lui, né per i figli putativi i quali – si ricordi – sono in ogni caso incolpevoli.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)https://www.corriere.it/esteri/19_gennaio_07/scopre-20-anni-che-tre-figli-non-sono-suoi-tradimento-biblico-che-fa-riflettere-gran-bretagna-a88359fa-1296-11e9-8e32-62f2e5130e0b.shtml



permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/1/2019 alle 8:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
9 gennaio 2019
CACCIARI COME SAVONAROLA
Il prof.Massimo Cacciari, in televisione, ha inveito irrefrenabilmente e con foga savonarolesca contro la ministra Giulia Bongiorno, affermando su tutti i toni – e su tutti i possibili livelli di volume – che il comportamento del governo sui migranti, e in particolare del Ministro dell’Interno Salvini, è immorale, inammissibile, vomitevole. Ci fermiamo qui, perché sarebbe impossibile riferire adeguatamente la filippica del colto tribuno. 
La tesi più discutibile dell’intellettuale veneziano – e quella che effettivamente più ha fatto discutere – è stata che è giusto disobbedire alla legge, quando la si giudica immorale. 
Malgrado l’incendio verbale delle parole sentite in televisione, su questo argomento chiunque sia andato a scuola non può che rimanere freddo. Questo problema lo si discute da secoli prima di Cristo, perfino in opere teatrali come l’“Antigone” di Sofocle. E per questo dispiace un po’ che l’avvocata Bongiorno non abbia saputo opporre, alla supereccitazione catonesca di Cacciari, un paio di risposte elementari. 
La morale entra in comunicazione col diritto soprattutto de iure condendo, cioè al momento in cui si formulano e si approvano le leggi. È in quel momento che il legislatore tiene conto delle esigenze, delle opinioni, e perfino dei pregiudizi dei cittadini. Delle condizioni obiettive della società e delle migliori scelte di compromesso. Superato quel momento, quando la legge si trasforma in diritto positivo, è vietato disobbedirle. L’obbligo pesa su tutti: sugli stessi legislatori e perfino sullo Stato di diritto, che è tenuto ad obbedire alle sue stesse leggi. Da ciò discende che il singolo che giudica doveroso disobbedire a una legge che reputa immorale, può farlo, ma accettando le conseguenze della sua azione. Infatti Antigone, dopo avere disobbedito a Cleonte, accetta di morire per avere disobbedito. Anzi, va sottolineato che questa morte l’eroina l’ha messa in conto sin da prima: è un prezzo che ha preventivato di pagare. Dunque, la prima soluzione, per Cacciari, non è quella di sbraitare in televisione, ma quella di noleggiare una nave e andare a sbarcare i clandestini su una spiaggia italiana. Se gli riesce.
Ma la storia si occupa di un secondo problema, e cioè della natura del regime contro cui si protesta. Se il regime è democratico, e se dunque la legge corrisponde quanto meno alla volontà della maggioranza dei cittadini, l’unica soluzione, per il singolo dissenziente, è la disobbedienza civile. Infatti a parte tale disobbedienza, nessuno gli impedisce di fondare un partito, proporre la modifica della legge e, se riesce ad attirare dalla sua parte la maggioranza dei cittadini, di ottenere quella modifica. Questa è l’unica alternativa.
Se invece il regime non è democratico ma tirannico, soccorre un rimedio che risale anch’esso alla più remota antichità: il tirannicidio, di cui sono quasi eponimi Armodio e Aristogitone. Al massimo potere, quello che non risponde a nessuno delle proprie azioni, e che può sfociare nell’arbitrio e nella criminalità, si oppone la massima violenza: quella dell’omicidio. La stessa Chiesa, se non ricordo male, si è a suo tempo occupata della liceità del tirannicidio. Tutto ciò significa che se Cacciari fosse convinto (ma non lo è) che in Italia abbiamo una tirannide, non gli rimarrebbe che andare ad uccidere Salvini. Ammesso che basti. Ma qui stiamo quasi scherzando. 
Parlando seriamente, Massimo Cacciari è persona simpatica e colta ma insegna filosofia, e si vede: non sembra molto competente né in politica né in diritto. Così, per la morale, lo si potrebbe invitare a non prendere a modello Savonarola, che fece una brutta fine. E, in quanto filosofo, farebbe bene a ricordare le infelici esperienze di Platone, quando ha tentato di entrare in politica. Proprio a Cacciari, che è di sinistra, sarà permesso ricordare che, non fosse stato per la generosità di un “capitalista”, che lo riscattò,  Platone avrebbe trascorso il resto della sua vita come schiavo a Siracusa.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 gennaio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/1/2019 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 gennaio 2019
L'IMMIGRAZIONE TRE BENE E MALE
A chi, navigando al largo del Marocco, chiedesse: “Per raggiungere l’Atlantide devo andare ad est o ad ovest?”, bisognerebbe per forza rispondere che la domanda è mal posta. Prima bisogna infatti sapere se quel continente esiste. Perché, se non esiste, non esiste neppure una direzione giusta per andarci. Tutto ciò sembra elementare, e tuttavia la maggior parte del tempo ci si appassiona talmente al problema finale da non porsi la domanda che dovrebbe stare “a monte”. E dire che rispondendo ad essa a volte si risolve anche il problema “a valle”. In particolare per ll’immigrazione, i cittadini si dividono in favorevoli e contrari, ma pochi sono quelli che si chiedono: “Quale immigrazione?”
Negli Stati Uniti del 1776 gli americani si sono accorti di essere pochi e in possesso di un territorio sconfinato.  E in quel momento il numero di abitanti era importante, perché la massima attività del tempo, l’agricoltura, non richiedeva ardue conoscenze tecniche, ma soprattutto uomini disposti a faticare nei campi. Per questo l’America fu pronta ad accettare chiunque, perché chiunque, volontariamente o forzato – ecco l’origine della schiavitù - era in grado di concorrere alla prosperità nazionale.  I giovani Stati Uniti furono molto generosi nel concedere la cittadinanza: bastava (e basta ancora oggi) essere nati nel nuovo Paese. 
Ora prendiamo un caso opposto: la Svizzera. Questo Paese è talmente piccolo che negli Stati Uniti  entrerebbe più di duecentotrentotto volte. Per giunta, una grande parte della Confederazione è costituita da montagne, inutilizzabil per l’agricoltura. E tuttavia – ecco il punto interessante – questo piccolo Paese, privo di risorse naturali, è molto ricco e i suoi abitanti hanno uno dei più alti livelli di vita  del mondo. Ciò perché quasi tutti gli svizzeri, invece di operare nell’agricoltura, svolgono lavori legati alle attività industriali (che richiedono  specializzazione e alta tecnologia); alle attività finanziarie (in generale precluse ai semi-analfabeti),, e al turismo. Per conseguenza, l’immigrato che non ha una specializzazione o anche – semplicemente – che non parla tedesco, francese o italiano, ha ben poche probabilità di integrarsi nella vita sociale. Accolti i pochi che servono per i lavori più umili e faticosi, gli svizzeri chiudono le porte a tutti gli altri. E, quanto alla cittadinanza, bisogna sudarsela fino all’inverosimile.
E qui si cominciano ad avere le idee più chiare sull’immigrazione. Non è che gli americani del ‘700 fossero accoglienti e gli svizzeri di oggi razzisti ed egoisti. È soltanto che gli americani avevano bisogno di contadini (anche neri, prelevati con la forza) mentre gli svizzeri non ne hanno nessun bisogno e per loro riceverli sarebbe un peso. Ecco dunque la prima domanda che ogni Paese deve porsi: quegli immigrati ci servono? Se sì, attiriamoli, se no, respingiamoli. La questione non è etica, è fattuale. 
Immediatamente dopo la questione economica, si pone la questione nazionale, cioè quella della possibile integrazione “culturale”. Israele è nato come “home” ebraico, piccolissimo rifugio per gli ebrei perseguitati. E dunque, anche se fosse grande come la Grecia, non potrebbe aprire le porte a  tutti indiscriminatamente. La sua tolleranza potrebbe arrivare ad accettare atei ed agnostici, ma non potrebbe mai arrivare ad accogliere i musulmani cui è stato insegnato (nei decenni recenti, prima non era così) ad odiare e perfino ad uccidere gli ebrei. Nello stesso modo, un Paese prevalentemente musulmano farebbe male a favorire un’immigrazione massiccia di cristiani. Basti osservare i problemi che l’Egitto  ha di già con i copti (anche se non certo per colpa loro). Per non parlare delle lacrime che ha dovuto versare l’Europa a causa degli integralisti islamici. Se è possibile, bisogna impedire l’immigrazione di etnie che fatalmente finiranno col costituire gruppi allogeni, come per esempio dei neri in un Paese di bianchi o dei bianchi in un Paese di neri, perché il colore della pelle determinerà sempre una distinzione. I “razzisti” saranno pure degli stupidi, ma ce ne sono molti dovunque.
A questo punto si può esaminare la situazione. L’Italia ha un eccesso di offerta di lavoro? Non si direbbe. E allora non abbiamo bisogno di nuovi disoccupati. L’Italia è un Paese bianco? E allora evitiamo di importare dei neri: saranno persone degnissime (e infatti i francesi li preferiscono ai maghrebini) ma hanno una pelle di colore diverso. L’Italia è un Paese cristiano o irreligioso? E allora evitiamo di importare persone le cui convinzioni religiose sono programmaticamente poco rispettose dello Stato laico, come impone l’Islàm. Tutti questi sono dati di fatto. 
Ovviamente, se si fa dell’immigrazione soltanto una questione morale, ciò che è stato appena detto è un insieme di eresie inumane, razziste e fasciste, come è sempre di moda dire. Come se non fossero passati tre quarti di secolo dalla morte di Mussolini. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
5 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 8/1/2019 alle 7:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 gennaio 2019
RODELN VERBOTEN
Per una volta è necessario parlare di un episodio di cronaca. Come hanno riferito i giornali, e in particolare il Corriere della Sera(1), in Alto Adige una signora ha imboccato, insieme con la figlia, una pista vietata agli slittini, finendo contro un albero a grande velocità. La bambina di otto anni purtroppo è morta e la signora è grave in ospedale. Fin qui la notizia.  La prima reazione, a parte l’ovvio dispiacere, dovrebbe essere che, anche se è triste dirlo in questo momento, la colpa è della signora, dal momento che ha imboccato una pista vietata. 
Ma poi si legge nell’articolo che l’avviso era soltanto in tedesco: “Rodeln verboten”. E si rimane allibiti. Passi per “Verboten”, la guerra ci ha ben insegnato che cosa significa, ma Rodeln? Quanti italiani, inglesi, francesi, spagnoli conoscono la parola “Rodeln”? Io cerco di imparare il tedesco dal 1965 e sono stato perfino in grado di tradurre per i miei amici articoli di politica dal tedesco, ma la parola “Rodeln” non l’avevo mai incontrata. O non ci avevo fatto caso. Dunque anch’io sarei andato a sbattere contro quell’albero.
Come mai gli amici altoatesini non si sono sentiti in dovere di avvertire i turisti in una lingua più nota, per esempio in inglese, anche se “sleigh” è parola nota soltanto a chi a Natale sa cantare in inglese “Jingle bells”. Più semplicemente, non potevano mettere il disegno di uno slittino, sbarrato da una grande X rossa? Anche se pare che l’abbiano messo a discesa iniziata. 
E poi mi viene in mente una domanda: ma, per caso, l’Alto Adige non si trova in Italia? E qual è la lingua nazionale di questo felice Paese allietato dal governo giallo-verde? A me risulta che sia l’italiano. Dunque sarebbe stato obbligatorio scrivere “Slittini vietati” ed eventualmente, volendo,  aggiungere “Rodeln verboten” per gli altoatesini che, pur essendo italiani, non conoscono l’italiano.
Ma l’episodio non invita all’allegria. Questi signori che sicuramente si sentono sudtirolesi e non altoatesini, si sono mai accorti che persino nelle vecchie carrozze di legno della terza classe delle nostre ferrovie si invitavano i viaggiatori a non sporgersi all’esterno in quattro lingue? È pericoloso sporgersi,  “Ne pas se pencher au dehors”, “don’t lean out” (se non ricordo male) e perfino “nicht hinauslehnen” per i signori alto-atesini che non conoscessero l’italiano. Come mai non hanno pensato che al mondo c’è molta gente – anzi, ci sono molti italiani – che non parlano tedesco?
Di solito sono molto infastidito quando, in occasione di un incidente imprevedibile, si vanno subito a cercare i colpevoli, coloro che con una straordinaria capacità di previsione - una capacità che sconfina nella fantasia - avrebbero potuto immaginare e prevenire quella disgrazia. Ma stavolta mi schiero con i forcaioli. Chi scrive “Rodeln verboten” e basta, per avvisare di un pericolo mortale, non soltanto è colpevole di omicidio colposo, se poi la disgrazia si verifica, ma di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Non ci vuol molto ad immaginare che qualcuno non conosca il tedesco e vada a rompersi l’osso del collo. Inoltre, se fossi il giudice incaricato di infliggere la pena, per una volta calcherei la mano, anche perché ho il sospetto che la scritta in italiano sia stata omessa perfino per disprezzo dell’Italia, non per distrazione. Dunque partirei dal massimo della pena, cinque anni, e l’aumenterei di un terzo per l’aggravante, altri venti mesi, passando a sei anni e otto mesi. E vorrei ancora che gli imputati mi ringraziassero. Infatti – a parte l’ulteriore, possibile aggravante di odio razziale - non è cervellotica l’ipotesi di dolo eventuale. In questo caso passeremmo all’omicidio volontario, pena minima ventuno anni. Tempo fa in Italia qualcuno è stato condannato per omicidio volontario con dolo eventuale (per intenderci: “Se qualcuno ci lascia le penne me ne frego”) per avere attraversato un incrocio a tutta velocità, provocando un incidente mortale. 
Mai dire mai. Mai avrei creduto di potere essere così severo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 gennaio 2019
(1)https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_05/renon-incidente-slittino-cartello-tedesco-9a109318-




permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/1/2019 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 gennaio 2019
UN PRESIDENTE CONTROVERSO
rump è indubbiamente un presidente controverso. Lo è stato sin dal suo primo apparire, tanto che è stato più subìto che scelto dal suo stesso Partito Repubblicano. Ma evidentemente c’era anche chi lo sosteneva e la cosa è stata confermata dal voto. Anche da Presidente, Trump è rimasto controverso. Del resto, si direbbe che egli non abbia mai fatto nulla per modificare la cattiva impressione che può fare. Non ha cambiato il piglio a volte vagamente volgare, l’estremismo di certe posizioni, un isolazionismo che rischia di danneggiare il mondo e la stessa America, e infine una (voluta?) imprevedibilità di comportamento. Ma tutti conoscono il personaggio e dunque la vera questione è un’altra: questo presidente in fin dei conti sarà utile o nocivo, per gli Stati Uniti? E sarà utile o nocivo, per il resto del mondo?
Certo, la storia dimenticherà ciò che oggi si nota di più, e che potremmo chiamare “il folklore di Trump”. Essa si interesserà dei risultati concreti. Se egli riuscirà a mettere realmente in riga la Corea del Nord, in modo che non costituisca una minaccia né per la Corea del Sud né per il mondo, ciò costituirà un formidabile “asset”, un pesante dato positivo, nella sua valutazione . Ma oggi bisogna parlarne al futuro, perché non siamo ancora sicuri dei risultati positivi. Se lo fossero, dovremmo veramente benedire la sua spregiudicatezza. Da un lato ha inviato portaerei nel Mar del Giappone, dall’altro si è reso disponibile ad incontri e strette di mano con Kim Jong Un, fino a far dire che a quel pericoloso figuro aveva concesso troppo. In un certo senso, Trump ha giocato la classica partita del dittatore, per così dire battendolo al suo stesso gioco: un mix di follia e di imprevedibilità. Ma per esserne sicuri bisogna avere pazienza. 
Il fatto che Trump sia rimasto antipatico a tanti è meno significativo di ciò che si potrebbe credere. Egli ci tiene ad essere antipatico ai suoi avversari,  perché i suoi sostenitori hanno votato per lui proprio in odio a loro. Se cominciasse ad essere simpatico all’establishment, molti griderebbero al tradimento. In questo senso si comporta come Salvini (o Salvini si comporta come lui). Del resto ambedue hanno molto puntato sul rapporto diretto col popolo, sulla chiusura delle frontiere agli immigrati e sulla lontananza dagli intellettuali e dalla loro political correctness.
Ma il capitolo Corea e il capitolo immigrati sono soltanto due fra i molti di cui deve occuparsi un Presidente. E anche in questi campi “The Donald” ha assunto decisioni che sono apparse discutibili. Per esempio, che effetti avrà la sua politica dei dazi, aggressiva e forse autolesionistica? Quale sarà il risultato reale, quello confermato dal tempo? 
Ma gli interrogativi sono una folla: il suo isolazionismo e la sua tendenza a “mollare” l’Europa, saranno utili agli Stati Uniti? Quando si parla di questo problema, molti tendono a giudicare male Trump, perché mette in pericolo la sicurezza dell’Europa, ma non si accorgono che questo è un argomento peggio che sorprendente: perché mai l’America dovrebbe preoccuparsi dell’Europa, se l’Europa non si preoccupa di sé stessa? L’America deve difendere l’Europa se ciò corrisponde ai suoi interessi, non se corrisponde ai nostri. Ma – appunto – corrisponde? 
Quanto all’Europa, se un giorno – ma purtroppo è inverosimile – il mancato o diminuito impegno degli Stati Uniti nella sua difesa si traducesse in un risveglio del Continente e finalmente in una sua disponibililtà a difendersi da sé e a spese proprie (cose che corrispondono ad una sola parola: indipendenza) la mossa di Trump sarebbe da benedire. Se invece continuassimo con la nostra imbelle indolenza, e finissimo satelliti della Russia o della Cina, potremmo forse dare la colpa a Washington? In politica internazionale, ognuno per sé e Dio (non gli Stati Uniti) per tutti.
L’atteggiamento che appare ragionevole nei confronti di Donald Trump è innanzi tutto quello di non lasciarsi ingannare dal teatrino che mette costantemente in scena. Possiamo disinteressarci della commedia del bifolco risoluto, del politico  che improvvisa, dell’uomo d’affari dalle vedute ristrette. C’è troppa facciata, in questa presidenza, per non divenire sospettosi. Questa facciata è troppo negativa, così come quella J.F.Kennedy fu troppo positiva, e ciò significa che dobbiamo raddoppiare l’attenzione ai risultati reali, non alle leggende.  Anche se i rotocalchi parlano ancora di Camelot per Kennedy, e di “Tricky Dicky” (Riccardino l’imbroglione) per Nixon, gli storici sanno benissimo che Nixon è stato un presidente molto migliore di Kennedy. In futuro questo diverrà un luogo comune. 
La conclusione è semplice: è troppo presto per giudicare Trump, e bene hanno fatto gli americani a confermargli la fiducia nelle elezioni di mid-term. È opportuno che abbia il tempo di sbagliare o di fare la cosa giusta.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/1/2019 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 gennaio 2019
IL MALATO CHE NON PROVA A GUARIRE
Roma è sommersa dai rifiuti. Ed anche da un degrado generalizzato che investe quasi tutti gli aspetti della vita associata. Lo sanno i romani, lo dicono i giornali italiani e lo scrivono perfino quelli stranieri, a cominciare dal New York Times. Di fronte ad un simile sfacelo, è naturale che si cerchi un colpevole da additare all’indignazione della nazione. Ovviamente si pensa alla sindaca Virginia Raggi ma è veramente lei la responsabile? Certo è colpevole di essersi dichiarata capace di risolvere i problemi della capitale: ma mentre le si possono addebitare le sbruffonate, siamo sicuri che sia all’origine della crisi dei rifiuti, della viabilità e dei trasporti ?
Conosco i fatti soltanto per quello che ne dicono i media, ma penso che un problema non si risolve soltanto individuando un capro espiatorio. In particolare, quando un disastro è immenso e persistente, è molto difficile che le responsabilità siano di una sola persona. È più probabile che le cause siano endemiche e di ambito nazionale. 
Noi italiani abbiamo un mare di difetti. Siamo pressapochisti, menefreghisti, incuranti, egoisti, e infine né la morale né il civismo rischiano di soffocarci. In un mondo così ci si aspetterebbe una sorta di universale tolleranza. “Vedo che fai male il tuo dovere, ma poiché anch’io faccio male il mio, ti perdono”. E chi si indigna per la corruzione dovrebbe ricordarsi che recentemente ha raccomandato suo figlio, perché temeva che lo bocciassero. E con ciò stesso ha promesso a quel professore, di ricambiare il favore, cioè di mancare a sua volta ai doveri d’ufficio. Se ognuno riconoscesse di essere peccatore, l’Italia dovrebbe essere la Mecca del perdono universale. 
In realtà, le cose vanno all’opposto. Da noi imperano il moralismo e l’intolleranza. L’impiegato comunale che ha timbrato il cartellino, ed ha abbandonato il posto di lavoro, si arrabbia con l’autobus che non passa o con la spazzatura che ingombra il marciapiede. E non si rende conto che sta chiedendo all’autista dell’autobus e al servizio di nettezza urbana di essere migliori di lui. Si direbbe che tutti si lamentino, e pressoché tutti siano colpevoli.
E c’è di peggio. Non soltanto un po’ tutti vorrebbero che gli altri fossero migliori di loro, ma persino i peggiori cittadini  non chiedono prestazioni normali, un’onestà accettabile e un livello di lavoro medio: al contrario nessuno si accontenta di meno della perfezione. A nessun medico si perdona una diagnosi sbagliata, nemmeno inella bolgia di un pronto soccorso congestionato, come se i sanitari avessero il dovere di essere infallibili mentre tutti gli altri sono campioni di approssimazione e menefreghismo. Mentre viviamo male, chiediamo di vivere come forse non si vive nemmeno nelle nazioni meglio amministrate del mondo. 
Il nostro irrealismo tocca vette drammatiche. In un mondo in cui quasi nessuno ha rispetto delle leggi, tutti credono scioccamente di risolvere i problemi con nuove norme o inasprendo le pene previste. dimenticando è più efficace una legge mite ma sempre applicata, di una legge draconiana, applicata saltuariamente e quasi a caso, magari infierendo su un singolo malcapitato. Neanche Ercole potrebbe mettere rimedio a una situazione del genere.
Il perfezionismo a spese dei terzi giunge a livelli mitologici. Da un lato siamo costretti a convivere con la spazzatura, dall’altro poi non vorremmo una discarica nemmeno a venti chilometri. Siamo contro gli inceneritori, perché fanno fumo e puzzano; siamo contro i termovalorizzatori che non inquinano e forse si ripagano da sé, ma è sicuro che non provochino guai? Dite che li hanno anche a Copenhagen, praticamente in città? E che vuol dire? Forse i danesi sono imprudenti. 
E così siamo arrivati a spedire la spazzatura in Germania, dove si fanno pagare per accettarla e la usano per alimentare i termovalorizzatori, guadagnandoci. E poi ci stupiamo che siamo in crisi economica?
Ecco la sintesi. Il Paese soffre di atteggiamenti contraddittori. Abbiamo un insufficiente senso del dovere, servizi pubblici pietosi, una Pubblica Amministrazione deplorevole, un’amministrazione della giustizia catalettica, e invece di lottare efficacemente contro questo andazzo, o rassegnarci, ce ne meravigliamo e ce ne scandalizziamo, come se fosse la cosa più imprevista del mondo. Roma è sporca a causa della sindaca Raggi, non dell’organzzazione comunale e dei tre milioni e passa di romani. Quella giovane avvocata è la sindaca irragionevole della capitale irragionevole di una nazione irragionevole. Una nazione che vagheggia un reddito gratuito che non potrà mai avere e nel frattempo rifiuta i vaccini che lo Stato offre anche gratis. Ma già, chi l’ha detto che quei vaccini non fanno male? E perché i medici dovrebbero saperla più lunga di Beppe Grillo?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/1/2019 alle 12:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
3 gennaio 2019
IL PICCOLO BORGHESE IPERSENSIBILE
I motivi per cui non sopporto la volgarità sono così numerosi, che a volte ho la tentazione di prendere in giro me stesso. Ma chi credi di essere? Sei nato piccolo borghese ed hai giocato in piazza, come gli altri ragazzi della tua età. Qualcuno scalzo. Non era certo il prato di Eton. Ma non posso farci nulla, odio la volgarità in tutte le sue forme. Da quella intellettuale a quella sentimentale, come non usare mai i termini madre e padre, e perfino chiamare mamma l’assassina del proprio figlio. Ed oggi in particolare ho scoperto perché odio la volgarità del linguaggio. 
Se uno scaricatore di porto si esprime come uno scaricatore di porto, il mio fastidio è minimo. È nel suo mondo, e non vuole certo impressionare nessuno. Viceversa la volgarità dei media mi provoca piccoli accessi di odio impotente. Perché qui la volgarità è una serie di piccole gomitate d’intesa, vecchie e dimenticate tracce di ironia, a volte – e questo è peggio – sfoggio di linguaggio tecnico orecchiato, tanto per mostrarsi superiori all’utente, che quel termine non lo conosce, come non lo conosceva fino alla mattina il giornalista che se ne fa bello. L’uso del gergo della malavita, poi, è talmente usurato da essere divenuto banalità borghese. Ma i giornalisti si credono obbligati ad usarlo, per “parlare come parlano tutti”, come se tutti vivessimo nelle fogne. Così dobbiamo continuamente sentire incastrato invece di dimostrato colpevole, pizzicato invece di arrestato, killer (che al massimo andrebbe usato per sicario) invece di omicida, cantare per confessare,  e mille di questi termini che mi fanno il contropelo. 
Molti di coloro che usano questi termini, lo fanno come per dire: “Lo so che dovrei esprimermi in altro modo, ma preferisco questo linguaggio perché so che è anche il tuo. Voglio esprimermi come un amico, e perché dovrei mettere la cravatta, se parlo con te? Parlo come faremmo tutti e due, se stessimo cenando insieme in cucina”. 
Ebbene, io mi arrabbio come una bestia. Innanzi tutto perché non ho mai concesso questa familiarità ad uno sconosciuto scervellato. Preferisco lo scaricatore di porto di prima, a costui, come amico. E purtroppo non ho modo di dirglielo, lo schermo non ha orecchie. Non posso spiegargli che a casa mia si parla in italiano,  con tutti i congiuntivi giusti, forse perché ci costano meno che a Di Maio.  Da noi – nientemeno – non è nemmeno morto il futuro anteriore. Sicché vorrei gridare al giornalista: “Ma, caro il mio ciuchino, chi ti dice che io mi esprimerei come te?”
E tuttavia non c’è niente da fare. I giornali sono pieni di questo parlare ammiccante, simil-familiare, inframmezzato di termini inglesi pronunciati malissimo e non raramente usati a sproposito . Per non dire che, proprio coloro che conoscono l’inglese più o meno quanto io conosco il portoghese, usano quei termini senza risparmio, anche senza nessuna utilità. Perché usare gap e spread, quando esiste un semplicissimo “divario”? Perché parlare di breaking news invece che di grande notizia, di gossip invece di pettegolezzo, di wrestling invece di lotta libera, di sequel invece di seguito, e addirittura di prequel invece di antefatto? Come si diceva in un film, “chi parla male pensa male e vive male”. 
Ma soprattutto, perché credere che solo il gergo e solo il dialetto ci facciano sentire veri e vivi? L’italiano non mi ha mai impedito di sentirmi autentico, e dire che l’italiano è la mia seconda lingua, la prima essendo il dialetto. La lingua nazionale non è un limite per la verosimiglianza. Per decenni abbiamo visto film americani doppiati in perfetto italiano, da attori che avevano studiato dizione, e nessuno ha mai trovato i loro gangster o i loro bovari inverosimili. 
Noi italiani ci comportiamo come dei lord che volessero mettersi al livello dei loro contadini, dimenticando che qui i bifolchi sono spesso i giornalisti mentre chi è infastidito dal loro prendersi delle confidenze sono degli uomini qualunque che però sono andati a scuola. Magari la scuola di una volta, quella nozionistica e parruccona, col latino, col greco, con la filosofia, con la storia dell’arte, insomma, e tutte quelle materie inutili che nessuno più conosce. Tanto a che servono? Abbiamo tutti una sufficiente cultura cinematografica e televisiva, e “Non è mai troppo tardi” per cominciare a commettere errori di ortografia. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 gennaio 2018 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/1/2019 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 gennaio 2019
L'ÉLITE NON È PEGGIORE DEL POPOLO
Il diritto processuale civile è stato per me una tale noia, che a momenti rinunziavo a laurearmi in giurisprudenza. E tuttavia un brocardo latino mi è rimasto fisso in mente come un ammonimento da non perdere mai di vista: “audiatur et altera pars”, si ascolti anche la controparte. A tal punto che, di fronte ad ogni tesi, incluse le mie, mi sforzo di immaginare ciò che potrebbe dire chi la pensa in modo opposto. 
Ora un articolo di Ernesto Galli della Loggia(1) sollecita il mio istinto di “avvocato del Diavolo”. In un pregevole testo, in cui esprime molte opinioni assolutamente condivisibili,  che val la pena di sintetizzare, egli sostiene che l’attuale successo dei partiti populisti nasce anche da un  “sentimento di ostilità e di rivolta da parte di vasti strati dell’elettorato contro le élite”. Questo atteggiamento trova un terreno fertile su un fenomeno eterno per il quale è inevitabile che il governo popolare “e le élite in quanto tali siano due cose in naturale rotta di collisione”. Ma “le moderne  società complesse senza élite non possono funzionare”. Dunque sarebbe normale che, anche in democrazia,  il popolo ne accetti la guida, ma “a una condizione: che le élite siano élite non del privilegio o della nascita bensì del merito”.  
Purtroppo in Italia le posizioni di privilegio, all’interno delle élite, tendono ad avere “un carattere sempre più odiosamente ereditario. Il principale titolo d’accesso è diventato essere figlio di”. Nel personale così scelto, “non sempre il merito è assente”, ma le raccomandazioni “in troppi casi costituiscono il solo titolo preferenziale”. Il risultato è che, contrariamente a quanto avvenuto nel primo trentennio repubblicano, l’ascensore sociale si è bloccato. 
Parole sante. Ma l’Avvocato del Diavolo ha parecchio da dire. In primo luogo, se l’élite tende alla cooptazione, attraverso un complesso e labirintico sistema di raccomandazioni, e sostanziale corruzione, è perché questo carattere non è soltanto suo, ma nazionale. Non si può immaginare da una parte un popolo virtuoso, intento a premiare soltanto il merito, e dall’altro un’élite corrotta, che pensa soltanto al proprio benessere e a quello dei suoi familiari e amici. In realtà il popolo non è affatto alieno dal ricorrere ai metodi dell’élite e, se li usa di meno, non è per mancanza di buona volontà. Ai tempi della Democrazia Cristiana – ma può darsi che sia ancora così - i deputati dovevano stipendiare persone esclusivamente addette a rispondere alle richieste di raccomandazione di ogni genere, sempre promettendo, senza compromettersi, “ogni possibile aiuto”, e viceversa raccomandando sul serio, e in modo pressante, le persone da cui si poteva ricevere qualche vantaggio, o qualche gruzzolo di voti. E i popolani che si rivolgevano al deputato che cosa chiedevano, se di non essere assunti, per un posto di operaio del Comune, a preferenza di qualcuno che aveva più titolo di loro? L’ipotesi di un’élite corrotta contrapposta ad un popolo virtuoso va risolutamente esclusa. Qui non c’è molto da scegliere, c’è molto da perdonare. 
Ma è interessante la notazione dell’editorialista secondo il quale le cose sono andate meglio nel primo trentennio repubblicano. Allora gli italiani erano più morali? Francamente è inverosimile. E infatti esiste una spiegazione molto più semplice.
Quando l’Italia uscì dalla guerra, si dedicò con ardore alla ricostruzione. Nel breve volgere di un paio di lustri realizzò una prosperità mai vista prima, tanto che si parlò di “miracolo economico”. Ma tutto ciò durò finché la sinistra non cominciò a partecipare al governo, quando la Democrazia Cristiana aprì al Partito Socialista, nel 1963. Da quel momento la deriva sinistrorsa andò accentuandosi, i sindacati facevano il bello e più spesso il cattivo tempo, finché nel 1976 si temette il sorpasso del Pci sulla Dc, e il passaggio dell’Italia nel campo del socialismo reale. Il pericolo fu scongiurato dalle elezioni di quell’anno, ma il Paese, ormai dominato dalla “concertazione” fra Dc e Pci, cominciò ad inabissarsi in un vorticoso e sempre crescente debito pubblico, mentre la produttività italiana calava e di miracolo economico non si parlò mai più. Il felice periodo del liberismo economico italiano era finito per sempre, e al Pci certo la cosa non poteva importare molto, perché non tendeva a guarire il Pae se dai suoi mali, ma alla “crisi finale del capitalismo” e alla rivoluzione proletaria. 
Tutto questo sembra entrarci poco con le élite e tuttavia ne spiega l’involuzione. Quando l’economia va bene, e la disoccupazione è bassa, tutti i datori di lavoro si contendono i lavoratori migliori. Dunque il merito è apprezzato. Invece, quando l’economia ristagna, la lotta per il posto di lavoro diviene al coltello e chiunque può barare bara. Anche se merita di fare carriera, il figlio del professore universitario sa che non la farà se suo padre non l’appoggia pesantemente, partecipando ad un mercato delle vacche per cui “Io faccio nominare tuo figlio e tu fai altrettanto col mio”. 
Ciò ha fatto sì che, presto – come giustamente scrive Galli della Loggia  –  la raccomandazione ha prevalso sul merito, perfino quando il merito c’è. Quando andavo all’università, ero amico di Mario Condorelli, il figlio del senatore e rettore della nostra gloriosa Università. Mario studiava come un forsennato e andava avanti a base di trenta e lode. E che dicevano gli studenti? “E vorrei vedere che i colleghi  non diano trenta e lode a Mario Condorelli!”  Ed io mi sgolavo a ripetere che erano più meritati i suoi trenta e lode che i miei ventotto. Ma quella era già la mentalità, ed eravamo nel trentennio positivo, secondo l’editorialista. 
Se il nepotismo è meno grave negli Stati Unici che da noi non è perché in quel Paese siano tutti molto scrupolosi, è perché quasi non c’è disoccupazione e l’economia, in confronto alla nostra, va benissimo. La fame è una pessima consigliera anche in campo morale.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° gennaio 2019 
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_30/elite-senza-ricambio-27d7f932-0c6a-11e9-a68b-18db728c9ce6.shtml




permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/1/2019 alle 11:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
31 dicembre 2018
BEN OLTRE I SESSANTACINQUEMILA EURO
Cominciamo dai fatti. A quanto pare, la tassa piatta (piatta perché non s’impenna all’aumentare del reddito) doveva essere del 15% per tutti. Poi gli amici della Lega hanno fatto una scoperta imprevista e imprevedibile, e cioè che, con quel gettito falcidiato, almeno per qualche anno l’Italia non sarebbe fstata in grado di pagare stipendi e pensioni. Così la tassa piatta, che era destinata a tutti, è stata destinata alle “partite Iva” con un fatturato annuale non superiore ai sessantacinquemila euro. Più o meno come promettere qualcosa a tutti gli italiani e poi precisare che sarà riservata a tutti i nati il 12 agosto, sempre che non siano più alti di un un metro e settanta. Ma lasciamo perdere: come dice il proverbio, di necessità si fa virtù.
Quanto qui narrato prova ad abundantiam l’improntitudine e l’improvvisazione di chi ci governa. Il provvedimento infatti deve essere stato varato senza chiedere ad un qualunque commercialista (ce ne sono un paio nello stesso palazzo in cui abito io) se nel provvedimento ci fosse qualche errore. Infatti pare che quella tassazione funzionerà in modo ben diverso da come previsto da chi l’ha concepita. 
In un dato anno, per esempio nel 2018, un titolare di partita Iva, a costo di lavorare in nero o di rinviare le fatture al 2019, riesce a non incassare più di sessantacinquemila euro. Per questa prodezza ha diritto, nel 2019, a pagare un’aliquota del 15%. Ma per quale importo? E qui viene il bello. Pare che la legge non lo precisi, il che corrisponde a dire che, se uno ha avuto l’accortezza di rinunciare perfino a lavorare, pur di non superare i 65.000€ nel 2018, se nel 2019 fatturerà un milione di euro, su quel milione pagherà soltanto il 15% di tasse. Perché – ai fini di lucrare il beneficio – per qualunque somma conta la somma dell’anno precedente. Sarà penalizzato soltanto nel 2020. Ma ad anni alterni sarà una vera bonanza.
Ovviamente non era questo, che voleva ottenere il governo. E qui si vede a che punto i nostri governanti siano incompetenti. Come gli avrebbe suggerito qualunque tributarista, concepita in quel modo la norma era (ed è) un favore non ai piccoli, ma a chiunque sia sufficientemente accorto per gabbare il fisco. E dire che bastava stabilire che, l’anno seguente quello in cui non era andato oltre i 65.000€, il piccolo imprenditore avrebbe pagato il 15% di tasse sui primi 65.000€ di reddito, mentre sull’eccedenza avrebbe pagato secondo la tassazione normale. L’uovo di Colombo, vero?
Ma, appunto, Colombo che era quel genio che fece stare in piedi un uovo, mentre i giovanotti al governo avrebbero difficoltà a far stare ritto un cubo di Ruby.
E poi dicono che la competenza non serve a niente. Ma già, ignoti nulla cupido: come si può sentire la mancanza di qualcosa che neppure si conosce?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
31 dicembre 2018Per ulteriori informazioni: https://www.corriere.it/economia/18_dicembre_29/flat-tax-15percento-senza-tetto-reddito-vale-anche-chi-fattura-milioni-559e493a-0b9c-11e9-aa07-eb4c2c5595dd.shtml



permalink | inviato da Gianni Pardo il 31/12/2018 alle 16:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
29 dicembre 2018
L'ODIO VERSO GLI STATI UNITI
Angelo Panebianco ha scritto sul “Corriere”(1) un editoriale che andrebbe studiato nelle scuole superiori di ogni ordine e grado. In sintesi, egli sostiene che, a forza di dir male di tutte le cose positive di cui fruiamo da tanto tempo – democrazia, prosperità, protezione americana – corriamo seriamente il rischio di perderle. 
Rinviando alla lettura di quel prezioso e tuttavia sintetico testo, mi permetto di riprendere un solo punto: secondo Panebianco, l’America nazionalista e isolazionista di Trump, rinunciando al proprio ruolo di leader del mondo libero, mette a rischio questo mondo libero e condanna sé stessa alla decadenza. Non so in che misura abbia ragione, riguardo a tutto ciò,  ma credo di conoscere una delle molle sotterranee del fenomeno. 
Pur essendo gli Stati Uniti entrati in ritardo e malvolentieri nella Seconda Guerra Mondiale, tanto da potersi chiedere se, senza Pearl Harbour, non avrebbe prevalso l’isolazionismo, il loro peso alla fine si rivelò talmente preponderante, che molti ancora oggi hanno dimenticato che la principale potenza vincitrice – come efficacia, riguardo alla vittoria – fu la Gran Bretagna. L’Inghilterra resistette da sola, e per oltre due anni, all’attacco di un Hitler trionfante dai Pirenei alla frontiera con la Russia. Ma la trasformazione degli Stati Uniti da Paese lontano, emergente e abbastanza “burino” in superpotenza mondiale, egemone anche in Europa, non poteva non suscitare reazioni e invidie. Da 1945 soltanto la maggior parte dei vecchi, quelli che quell’esperienza l’avevano vissuta,  conservarono la loro gratitudine e la loro simpatia per gli yankees. Molti – per idealismo, per stupidità, e anche per non sentirsi sudditi degli americani, divennero comunisti, vagheggiando il paradiso del socialismo reale. Dove era reale il socialismo ma non il paradiso. Ma questa è una vecchia storia. 
Le nuove generazioni divennero schizofreniche. Da un lato adottarono un americanismo di facciata, con la supina imitazione delle mode più stupide e superficiali, a cominciare da una lingua che non hanno mai imparato, dall’altro l’ingratitudine, nei confronti dell’America, divenne endemica. Costante la critica verso la sua politica internazionale. L’interpretazione più malevola possibile dei suoi comportamenti fu la regola. Da un lato si pretendeva che l’America proteggesse la libertà del mondo intero - a sue spese e col suo sangue - dall’altro le si rimproverava di farlo. E se non lo faceva le si rimproverava di non farlo. In questo senso è esemplare la guerra del Vietnam.
Da occidentale impenitente, ho sempre conservato la mia gratitudine e la mia simpatia per gli americani, fino a perdonare loro, dopo la guerra, l’infinita serie di film in cui si sono autocelebrati, all’occasione ridicolizzando e calunniando i loro avversari. Le ragioni di gratitudine sono state tali da coprire qualunque colpa: il loro ingenuo nazionalismo, il loro conformismo, il loro bigottismo, la loro ignoranza, e tanti altri lati negativi. Ma del resto, chi non ne ha?
E in tutti questi anni ho sentito che col mio atteggiamento urtavo la sensibilità comune. Gli altri sembravano dovermi perdonare una devozione ingenua e in fondo stupida. Per loro la regola, come comandava il main stream,  era la critica sempre e comunque. Quando non potevano negare un’azione generosa, dicevano che gli americani la facevano per il petrolio. Se regalavano merci e alimenti, lo facevano per acquistare clienti paganti, in futuro. Insomma, se fossi stato un americano che viveva in Europa, avrei desiderato ardentemente che gli Stati Uniti pensassero soltanto a sé stessi. Che lasciassero andare al diavolo il resto del mondo. Che non intervenissero mai più, fuori dai confini degli States, per nessuna ragione . La Cina comunista, via Pyong Yang, rendeva la Corea del Sud un suo feudo? Affari dei coreani. La Russia Sovietica invadeva l’Europa Occidentale e la rendeva schiava? Gli europei se lo sarebbero meritato. Garanzia atomica al Giappone? Che si difendesse da sé, facendosi la bomba. E se poi l’avesse usata per primo, per aggredire qualcuno? Affari asiatici. Molto lontani da San Francisco.
Lo so, è un atteggiamento eccessivo. Ma io non sto cercando di dimostrare che sia giusto: faccio soltanto l’ipotesi che sotterraneamente questo sentimento sia andato aumentando negli Stati Uniti, e il risultato, pressoché virulento, è Donald Trump. America first. Se, almeno per l’America, questo nuovo atteggiamento  - forse conseguenza di un’onda molto lunga - sarà positivo o negativo, lo dirà la storia. 
Quanto a noi europei, per anni abbiamo morso la mano che ci aiutava, e ora è arrivato il momento in cui il proprietario di quella mano ha tendenza a ritirarla. 
Panebianco ha ragione: quando dice che gli europei si sbagliano pesantemente, pensando che non potrebbe mai andar male. Potrebbe eccome: politicamente, economicamente e militarmente. La corsa a tagliare le spese militari esemplifica perfettamente la nostra follia e renderebbe meritata qualunque serie di guai un giorno potesse attirarci la nostra debolezza. E quel giorno saremo fortunati noi vecchi, perché non ci saremo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
29 dicembre 2018 
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_27/perche-l-occidente-ha-perso-bussola-97e85690-0a08-11e9-a49c-4bf0b44c41d0.shtml



permalink | inviato da Gianni Pardo il 29/12/2018 alle 13:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
28 dicembre 2018
IL GOVERNO TIENE
I sondaggi di Nando Pagnoncelli sono uno dei riti sacramentali del “Corriere della Sera”(1). Stavolta da essi risulta che la Lega ha smesso di crescere e perde qualcosa. Il Movimento 5 Stelle per parte sua è calato di quasi sei punti, dalle elezioni, poco meno di quanto vale Forza Italia. Tuttavia – leggiamo - “il governo tiene”, cioè resiste bene. E ora si tratta di capire tutto ciò.
Pagnoncelli sostiene che in marzo si è avuta una serie di fenomeni: una frattura fra popolo ed élite; la dilatazione del valore del singolo, tanto che il suo parere vale quanto quello dello scienziato; la comunicazione politica diretta, semplice e perfino ridotta a slogan; insomma è la fine del vecchio modello in cui contavano centrodestra e centrosinistra. Tesi rispettabilissime, indubbiamente. Che però hanno un difetto caratteristico di questo momento, del resto denunciato dallo stesso articolo: il “presentismo”.  Si tende a tener conto soltanto del presente, quasi esso fosse immodificabile, e invece la storia non fa salti: può darsi che il sentimento che gli italiani avevano in marzo non duri a lungo. Bisogna aspettare. Se quel voto ha costituito una svolta epocale, forse siamo entrati in un altro periodo storico. Se invece è stato soltanto il frutto di un’arrabbiatura, e per così dire di  un’ubriacatura, si può star certi che passerà. 
Ciò che spinge a pensare alla svolta epocale è che sono passati nove mesi, dal voto, e malgrado le infinite gaffe, soprattutto del Movimento, il consenso per la coalizione non è calato. Ma è anche vero che questa alleanza ha governato “al futuro”: daremo, cambieremo, faremo. Molti dunque se ne attendono grandi cose e ciò spiega l’attuale, incredibile tolleranza. Pensando di avere mandato a Roma degli incompetenti pieni di buona volontà, gli elettori hanno considerato che i loro sbagli siano il prezzo da pagare per la novità. Ma tutto ciò in vista dei promessi vantaggi. E qui si entra nel vivo della questione.
Il problema dell’immigrazione è stato risolto, gratis, ma per il resto risultati positivi non se ne sono visti. I due partiti hanno costantemente rinviato l’attuazione delle loro promesse ad un momento successivo. Ecco che cosa abbiamo chiamato “governare al futuro”. E infatti, quando in settembre i due Vice Primi Ministri  si sono trovati dinanzi ad un bivio: o ammettevano la realtà – che cioè non potevano mantenere le loro promesse, col rischio di disgustare l’elettorato - o guadagnare comunque tempo, hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, sperando nella buona sorte. E così si sono aggrappati a un deficit di 2,4 punti. 
Purtroppo la buona sorte non li ha assistiti, e hanno dovuto lo stesso calarsi le brache. Ciò tuttavia non gli ha impedito di continuare a giocare al rinvio, fino all’inverosimile. La votazione sulla legge di stabilità è stata ritardata quasi fino a Capodanno, e quando si son dovuti rassegnare all’inevitabile, lo hanno fatto fuori tempo massimo, facendo votare ad ambedue le Camere una legge che esse non hanno avuto né il tempo di leggere né il tempo di discutere. 
Ma non è l’unico assurdo. Essendo stati costretti a tagliare la spesa per evitare la procedura d’infrazione, prima hanno affermato che, malgrado il venir meno di parecchi miliardi, quel programma rimaneva integro: infatti per loro due più due fa quattro, ma anche uno più due fa quattro; poi, per evitare grane, hanno lasciato fuori dalla legge di stabilità le modalità di attuazione del reddito di cittadinanza e della riforma della Legge Fornero.  “Preciseremo dopo”, ancora un verbo al futuro. Tanto che l’Europa non ha “annullato” la procedura d’infrazione, l’ ha soltanto “sospesa”,.
Da nove mesi questi partiti rimbecilliscono il popolo a forza di parole, evitando però di confrontarsi con la realtà. Con ragione, perché quando hanno agito in concreto hanno creato soltanto legioni di scontenti. Si pensi al “decreto dignità”, che serve al lavoro come un salasso a chi muore di fame; al mantenimento dell’Ilva di Taranto; alla realizzazione del gasdotto in  Puglia, e in generale a tutti i provvedimenti adottati. Senza dire che, dopo avere tanto parlato di un taglio (incostituzionale) alle “pensioni d’oro”, ora si è segata la rivalutazione annuale delle pensioni normali.
Tutto ciò spiega la tenuta del governo Conte. L’elettorato si sforza eroicamente di essere paziente: “Non l’hanno fatto in questi mesi, dovevano farlo in questo mese, ma forse lo faranno il mese prossimo. Ancora un po’ di pazienza”. Quanto a lungo si può giocare questo gioco? La resa dei conti si avrà comunque. E a  quel punto la gente potrebbe capire che in marzo ha agito sotto l’impulso dell’alcol, cioè della rabbia che l’ha spinta a sfasciare tutto, credendo che i mali dell’Italia fossero colpa dei vecchi governanti, mentre con chiunque altro sarebbe andata meglio. Quando i cittadini dovessero accorgersi che stanno come prima e peggio di prima, non perdoneranno più niente. In quel momento la tenuta del governo non sarebbe stupefacente, sarebbe addirittura un miracolo.
Già in passato gli italiani hanno duramente punito l’enfasi aggressiva di Renzi, eppure Renzi sta a Di Maio come uno statista a uno stewart da stadio. Sarebbe bene non dimenticarlo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 dicembre 2018
(1)https://www.corriere.it/politica/18_dicembre_27/sondaggio-primo-stop-la-lega-3percento-un-mese-m5s-discesa-maio-perde-15-punti-gradimento-5c96dc6e-0950-11e9-be19-6af61a115697.shtml



permalink | inviato da Gianni Pardo il 28/12/2018 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 3
      Purtroppo, a voler esaminare le principali parole che sono fonte di fraintendimenti, si dovrebbe scrivere un libro. Ecco perché è meglio limitarsi ad accennare ad alcuni concetti, senza avere la pretesa di convincere nessuno.
La prima parola che viene in mente, in questo campo, è “investimenti”. In seguito ad una lettura erronea (o volutamente tendenziosa) delle teorie di John Maynard Keynes, moltissimi sono convinti che quando lo Stato spende denaro – anche se lo ha preso a prestito – quel denaro provoca un rilancio dell’economia che rende più della spesa iniziale. Sulla base di questo principio la gente si chiede perché mai lo Stato esiti, prima di fare quest’opera buona; perché non la faccia subito, anche se non ha denaro, visto che quella manovra si ripaga da sé. E via sragionando. Nessuno bada al fatto che nella realtà questa manovra non funziona (a meno che non si tratti di spese realmente necessarie e utili alla produzione di ricchezza), nel senso che l’esborso (per esempio quello per puri fini assistenziali) è sicuro, mentre il rilancio è molto improbabile. E infatti in Italia questo genere di interventi ha prodotto un debito pubblico astronomico. Con quale coraggio si può invocare l’accentuazione di una politica che ci ha già portati all’insolvenza, e che ci costa ogni anno sessanta-settanta miliardi di euro di interessi? 
Il problema è che la parola “investimenti” per molti corrisponde a “”rilancio dell’economia”: e non c’è modo di farli ragionare. Sembra che nemmeno l’esperienza sia una sufficiente dimostrazione. Se – come troppo spesso avviene - con l’investimento non si produce ricchezza in quantità superiore al costo, lo Stato deve ripianare la perdita, e così si aumenta il debito pubblico, si aumenta la pressione fiscale e dunque la miseria. Gli investimenti sono benedetti soltanto quando producono ricchezza  e poi, ulteriore e secondario vantaggio, richiedono forza lavoro per produrla. In quel caso il Paese diviene più ricco e si abbassa la disoccupazione. Questo è l’unico modo di migliorare la vita della nazione. Ci sono serissime ragioni per avere dubbi sulle proposte finto-keynesiane. Infatti Keynes non era l’imbecille che molti immaginano.
Il grande problema non è la distribuzione della ricchezza, come credono tante anime belle e disinformate (o accecate dalla religione), il problema è la produzione di quella ricchezza. Prima la produciamo, poi penseremo a distribuirla meglio. E ricordiamoci che più un Paese è ricco, più questa ricchezza si riversa comunque sul popolo. Quand’ero bambino io l’Italia era tanto più povera di oggi, che avrei considerato gli attuali cumuli di spazzatura come la grotta di Alì Babà. Tante sono le cose preziose che ci avrei trovato. Mentre, se ci accaniamo ad impoverire i ricchi, alla fine saranno più poveri anche i poveri. 
A proposito dell’invidia e della mentalità punitiva, bisogna ricordare che se si toglie troppa ricchezza a chi la produce, costui non avrà più interesse a produrla. Sarebbe come tagliare l’albero per farne legna e nel contempo pretendere che ci offra frutta di stagione.
Altre parole, alla rinfusa. Il capitalista non è un bieco profittatore del lavoro altrui, è un elemento necessario della produzione. Ma bisogna innanzi tutto intendersi sul concetto di “capitale”. Chi va a pesca con la propria canna è un capitalista in quanto proprietario della canna, e consumatore, in quanto poi mangia il pesce. Se la gente non ha mai pensato che un martello è un “capitale” (in quanto mezzo di produzione) e non un bene di consumo (chi mai ha mangiato un martello?) non è colpa mia. 
Quanto al capitalista che tanti concepiscono, il ricco nullafacente o la banca che prestano denaro all’imprenditore, non si dimentichi che l’interesse che richiedono è a fronte del rischio di perdere l’intero capitale, se l’imprenditore fallisce. E qualcuno ricordi a chi ha una mentalità di sinistra che nessuno è mai stato obbligato a contrarre un debito. Chi pregherebbe di essere danneggiato, se contrarre un debito fosse un danno? 
Nella Russia Sovietica il capitalismo privato fu eliminato, l’unico capitalista divenne lo Stato e così si produsse soprattutto miseria. Chi ha dubbi chieda ai cinesi sotto Mao.  Il capitalismo privato è il meno cattivo dei sistemi economici, esattamente come la democrazia è il meno cattivo dei regimi politici.
Altre parole truffaldine: la Resistenza. Checché racconti la retorica ufficiale, i partigiani non hanno avuto alcuna influenza sull’esito di una guerra che si combatteva con grandi eserciti, mezzi corazzati e aviazione. L’Italia non ha vinto la guerra, l’ha perduta e basta. Arrendendosi senza condizioni.
I sindacati. Se gli operai oggi stanno tanto meglio di cento o duecento anni fa non è per merito dei sindacati ma per merito del progresso tecnologico. Ed infatti stanno bene i lavoratori di Paesi a basso sindacalismo, come la Svizzera e gli Stati Uniti, mentre stanno malaccio i lavoratori di Paesi a pesante sindacalismo  come l’Italia, e sono arrivati alla miseria nera e alla fame i Paesi in cui i sindacati hanno preso il potere, come la Russia Sovietica.
Questi testi non sono una crociata: sono soltanto un invito a riflettere sulle parole, senza permettere che esse ci ingannino e ci danneggino. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
Fine



permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/12/2018 alle 11:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 2
Bontà divina!
Un altro buon esempio dei giochi di prestigio che si possono fare con le parole è il concetto di bontà divina. 
 Che Dio debba essere buono, ed occuparsi degli esseri umani,  è assolutamente necessario per la religione. Infatti, se Egli non si interessasse di noi, se non ci proteggesse e fosse del tutto sordo alle nostre preghiere, l’umanità non avrebbe nessun interesse ad adorarlo. Infatti non ne otterrebbe nulla. E tuttavia, senza voler mettere in discussione la fede dei credenti cristiani (o di qualsivoglia altra religione) sia consentito osservare che, per quanto riguarda questo supposto intervento divino nella vita quotidiana, il dogma della bontà divina cozza contro l’esperienza. 
È a caso che le disgrazie, la malasorte e la morte si abbattono sugli uomini. Nella distribuzione non si nota affatto un qualche migliore trattamento per le persone buone e devote, inclusi i bambinetti innocenti che non hanno avuto nemmeno il tempo di peccare. Così, per continuare a parlare di bontà di Dio e di Divina Provvidenza, i credenti sono costretti ad un trucco vergognoso, dal punto di vista razionale: quello di attribuire alla volontà di Dio tutto ciò che è positivo e di non attribuirgli mai la responsabilità di ciò che è negativo. Se in una catastrofe qualcuno si salva, Dio l‘ha salvato; se muore, semplicemente “non ce l’ha fatta”. Quasi fosse colpa sua, se è morto. E se proprio non si può negare che è sopravvissuto il cattivo mentre è morto il buono, si dirà che “i disegni di Dio sono imperscrutabili”. Che è come dire: “Se questo comportamento l’avesse tenuto un uomo, diremmo che è stato ingiusto e da condannare, ma trattandosi di Dio lo salviamo dicendo che, malgrado tutto ciò che vediamo, questa decisione deve essere giusta. Soltanto perché è Dio che l’ha voluta o almeno tollerata”. In queste condizioni, e usando questi metri, anche il peggiore degli uomini potrebbe essere giudicato “sommamente buono”: perché lo si giudicherebbe “buono”a priori e a prescindere dalle sue azioni.
Ecco ciò che si vuol sottolineare: si cerca ad ogni costo di far prevalere l’accoppiamento del concetto “bontà di Dio” con i fatti di cui si ha esperienza, mentre un esame obiettivo della realtà metterebbe quell’accoppiamento più che in forse. Se si è credenti, è consigliabile non riflettere troppo sul concetto di Divina Provvidenza. Meglio crederci soltanto perché la Chiesa lo impone come dogma. Del resto nel Vangelo, a chi vuole guadagnarsi il Regno dei Cieli, Gesù raccomanda di ridivenire ingenuo e semplice come i bambini.
Altro esempio di logica zoppicante riguarda la preghiera. Se Dio sa tutto, può tutto, ed è buono in sommo grado, che senso ha che noi gli indichiamo che cosa fare, con la preghiera? Essa presuppone che Dio abbia deciso qualcosa e noi gli chiediamo di cambiare programma secondo ciò che noi desideriamo: pretesa che, da parte di un uomo, appare piuttosto presuntuosa. In fondo la logica dell’abbandono a Dio (Islàm) è incontrovertibile: essendo onnisciente e buonissimo, Egli sa che cosa è meglio per noi, e la farà anche senza che noi gli indichiamo che cosa fare. Mentre al contrario questo concetto del “chiedere” si trova anche nel Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Non si vuole mettere in discussione la religione. Non è questo lo scopo del presente testo. Si vuole soltanto sottolineare quanto acriticamente prendiamo sul serio parole correnti, mentre faremmo bene ad esaminarle molto più da vicino, se amiamo la verità. Esattamente come si è fatto col concetto di “fratello”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 dicembre 201
2-Continua



permalink | inviato da Gianni Pardo il 26/12/2018 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
25 dicembre 2018
IL RAZZISMO È UN PREGIUDIZIO FRA GLI ALTRI
Il razzismo è condannato da tutti, e con ragione. Qualcuno sostiene addirittura che le razze non esistano, magari facendo notare che non si passa con un salto dal bianco di un norvegesee al nero di un senegalese. Ma certo rimane vero che la differenza fisica fra il norvegese e il senegalese non può essere ignorata.
L’errore si manifesta nel momento in cui vogliamo dedurre qualcosa dal colore della pelle. Se diciamo che tutti i norvegesi sono onesti e tutti i senegalesi non lo sono, spariamo una baggianata colossale. L’errore del razzismo non consiste nell’ammettere che le razze esistano, ma nel fondare sulle razze dei pregiudizi che si rivelano soltanto dei pregiudizi, e come tali da rigettare.
Ma, attenzione, proprio perché riportiamo il razzismo a un pregiudizio, dobbiamo dedurne che, quando non si tratta di un pre-giudizio, ma di un giudizio, dobbiamo accettarne la verità, anche se essa ci dispiace. Se per pregiudizio ritenessimo uguali il gruppo A e il gruppo B, e poi dovessimo constatare che invece sono diversi, dovremmo riconoscere che sono diversi.
Facciamo ora un’ipotesi assurda: che tutti i norvegesi siano onesti e tutti gli svedesi siano disonesti. Se il fatto fosse quello, non bisognerebbe negarlo. Però rimarrebbe vero che se uno svedese di un anno è allevato da una famiglia norvegese, e vive per sempre in Norvegia, crescendo sarà onesto come tutti gli altri norvegesi. Perché di fatto è anche lui un norvegese.
Ma tutto ciò vale anche per il senegalese. Questi è nero come l’ala di un corvo e tuttavia, se in tutta la sua vita sarà vissuto come un norvegese, sarà norvegese di lingua, di costumi, di mentalità. Insomma sarà indistinguibile dagli altri norvegesi, salvo che per il colore della pelle. E saranno caso mai in torto gli altri norvegesi, se lo considerano diverso da loro. Senza dire che, coloro che avessero a che fare con lui, presto dimenticherebbero il colore della sua pelle e lo valuterebbero per quello che è.
Ciò che può fare – e fa – differenza fra i gruppi umani non è il colore della pelle, è la loro civiltà, la loro mentalità, il loro imprinting, la loro nazionalità, o comunque si voglia chiamare quell’insieme di condizioni che fanno sì che un tizio si senta e sia francese, saudita, senegalese, giapponese o messicano. E poiché non raramente, anzi, pressoché costantemente, questo insieme di condizioni che per brevità da ora chiameremo imprinting, generalmente condiziona gli appartenenti ai vari gruppi, sarà inutile negare che fra loro esisteranno differenze. E il razzismo non c’entra per nulla. 
Un primo tentativo di dimostrazione possiamo effettuarlo senza uscire dai confini del Paese che conosciamo meglio, l’Italia. Naturalmente sperando che nessuno si offenda. I veneti hanno capacità imprenditoriale. La frequenza delle piccole imprese industriali di quella regione è largamente superiore alla media nazionale. Mentre le capacità imprenditoriali dei siciliani, nell’industria, sono inferiori alla media nazionale. Serve negare questo fatto? L’unica cosa che si può tentare è dare una spiegazione del fenomeno. A costo di sbagliare.
Il Veneto, per secoli, è stato meglio governato della Sicilia. Per conseguenza la socialità dei veneti è più armonica di quella dei siciliani. Essi si sono abituati all’idea che si può lavorare tutti insieme, onestamente e lealmente, in modo da  guadagnarsi da vivere. Per i siciliani le cose sono andate diversamente. Intenti nei secoli a sopravvivere, cioè a non morire di fame, mentre il governo li trascurava e magari li sfruttava, hanno sviluppato una mentalità ferina. In quella regione per secoli ha imperato il bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. Nessuno si fida di nessuno, e ognuno tradisce gli altri senza scrupoli, proprio perché si aspetta che tutti lo tradiscano. Al punto che crede, ciò facendo, di batterli sul tempo. Ma con una simile mentalità diviene difficile costituire una impresa in cui tutti operino per il bene comune. Se qualcuno ci prova, non è improbabile che scopra presto che il socio ha cercato di fregarlo. Tutto ciò non incoraggia certo l’associazionismo. 
La conclusione è amara: io, da siciliano, non farei società con un altro siciliano, mentre la farei con un veneto. E non mi stupirei se un veneto si rifiutasse di farla con me, perché sono siciliano. Il suo non sarebbe razzismo, sarebbe conoscenza della diversità delle due società. Ed io dovrei prendermela con i siciliani, se proprio dovessi prendermela con qualcuno. 
Un mio amico vive ed opera in Africa da 33 anni e recentemente mi ha scritto questa mail, che riporto con insignificanti modificazioni:
Caro Gianni, 
sono piuttosto amareggiato per qualcosa che e' successo ultimamente nella mia azienda. In breve, io e i miei partners ci siamo accorti che siamo stati derubati, per anni, dalla stragrande maggioranza dei nostri impiegati neri. Per anni, nonostante ricevessero stipendi uguali a quelli dei loro colleghi bianchi, una trentina di neri ci ha sistematicamente sottratto materiali e utensili, acciaio, rame, eccetera. Ne abbiamo le prove per averli colti in flagrante, e poi hanno confessato di averlo fatto ripetutamente, e ne abbiamo avuto conferma addirittura dai ricettatori.
     E pensare che io sono sempre stato quello che li ha difesi davanti ai miei colleghi imprenditori, che li ha protetti, giustificati, perdonati per eventuali mancanze. Ho purtroppo capito che l'amicizia, il rispetto, la fiducia, con questa gente sono impossibili. Appena ne hanno l'occasione, ti colpiscono alle spalle. E basta vedere in che stato hanno ridotto questo paese, un tempo ricco e fiorente. 
     Guardando in giro, non esiste un paese africano che sia migliorato dopo la cacciata dei colonialisti. Dove le elezioni siano libere e oneste, dove la corruzione non sia rampante. Guardi ad esempio alla Liberia. Non ha mai conosciuto il colonialismo, ed e' sempre stata aiutata finanziariamente dagli USA. Possiede petrolio, terreno fertilissimo, oro affiorante, eppure e' uno dei paesi piu' poveri al mondo, con pochi ricchi che si spartiscono le ricchezze nazionali e sostengono il presidente.
     Questa e' l'Africa purtroppo.
     Mi scusi per la lunga lettera, e Le auguro Buon Natale
     Mi scusi per la lunga lettera? È difficile scusarla soltanto per il dispiacere che mi ha dato, confermandomi quanto può essere amara, a volte, la realtà. Soprattutto per chi quell’amarezza non l’ha affatto meritata.
Forse i neri di quella ragione hanno sviluppato una mentalità come quella sopra adombrata per i siciliani, per i quali è pressoché normale che tutti cerchino di imbrogliare tutti. Potrebbero inoltre essere stati sottoposti ad un indottrinamento devastante, nel senso che gli hanno insegnato che i bianchi hanno sempre sfruttato i neri e, anche quando essi sembrano di avere conseguito una condizione di parità, ciò significa soltanto che i bianchi hanno trovato un modo più sottile di derubarli.  O qualcosa del genere. Se così fosse, mentre forse dovremmo pressoché assolvere quei dipendenti disonesti (perché condizionati dal loro imprinting) dovremmo giudicare severamente il loro intero gruppo sociale. Perché certamente inferiore a quello dei veneti del mio esempio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
25 dicembre 2018 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 25/12/2018 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 dicembre 2018
LO SBERLEFFO DEL MORITURO
Non è necessario insistere, per convincervi: morire non piace a nessuno. Ma ciò non impedisce che si muoia. Anzi, tutti quelli che non sono ancora morti moriranno anche loro, una volta o l’altra. Basta vedere una fotografia o un documentario cinematografico di un secolo fa, per essere certi che quei vivi che affollano le foto sono tutti morti. Tutti.
Naturalmente, se tutti siamo destinati a morire, le probabilità del fenomeno aumentano con l’aumentare dell’età. Uno vede la foto dell’ultima Miss Italia e pensa a quanto è bella, a quanti uomini potrebbero desiderarla, a quanto potrebbe essere felice o infelice a causa della sua bellezza, a tutto, salvo che al fatto che morirà anche lei, una volta o l’altra. Viceversa quando vede apparire in televisione un Piero Angela novantenne, pur reputandolo tanto simpatico e così bravo al pianoforte, non può non chiedersi con anticipato rimpianto se è l’ultima volta che lo vediamo.
Chi ha superato gli ottanta e non pensa alla morte dovrebbe farsi visitare. Anche perché, come diceva  “Il dottor Knock”, un personaggio di Jules Romains, “La salute è uno stato che non promette nulla di buono”. Tuttavia questa certezza di non avere molto da vivere non ha soltanto lati negativi. La prima consolazione del vecchio è che, se è vero che non ha molto futuro, certamente ha molto passato. Dunque ha vissuto per un numero di anni di cui non tutti hanno goduto. Nei due stupidi conflitti mondiali del Ventesimo Secolo ci sono stati milioni e milioni di morti in battaglia che non sono arrivati a trent’anni. Ecco una disgrazia irrecuperabile. Considerando che non possiamo essere immortali, l’unica alternativa positiva è la longevità. Lamentarsene è da ingrati, perfino se si hanno consistenti acciacchi: era il massimo che si potesse ottenere. 
E c’è un secondo elemento di consolazione. La moda – eterna – è quella di lamentarsi del presente. Il passato è costantemente “those golden days”, quel felice tempo d’oro, mentre il futuro è sempre carico di nuvole minacciose. A sentire i più competenti, promette soltanto disastri. E allora, il vecchio potrebbe concludere: “Sapete che vi dico? Non soltanto ho avuto la fortuna di vivere a lungo, e persino non troppo male, ma a quanto pare non vivrò il pessimo futuro verso il quale voi vi avviate”.
Ma sarebbe una cattiveria. Oltre tutto, le preoccupazioni per il futuro spesso si rivelano eccessive. Indubbiamente ci sono stati periodi, anche lunghi, in cui la storia si è mossa a marcia indietro, in particolare a partire dal Quinto Secolo. Ma la gente non se ne accorge. Da un lato di solito è troppo ignorante per sapere come realmente si viveva un paio di secoli prima, dall’altro,essendo immersa nel presente e conoscendo soltanto il presente, lo trova normale. A nessuno, nell’Alto Medio Evo, e neppure a Luigi XIV, sarebbe venuto in mente di lamentarsi dell’assenza dell’aria condizionata. In estate faceva caldo e basta. Oggi, se fa caldo, il problema è aggravato dal sapere che i ricchi quel caldo non lo sentono neppure. Anzi, non lo sentono neppure gli impiegati di banca e le cassiere dei supermercati. 
In realtà, ammesso che si abbia il minimo sindacale in materia di salute e di longevità, c’è modo di essere felici, nella vita. Purtroppo, il massimo limite che incontra la maggior parte delle persone è l’incapacità di godere appieno del presente. Se c’è sciopero degli autobus e devo andare a piedi al lavoro, e per questo devo partire parecchio prima da casa, chi mi impedisce di trasformare quella corvée in una passeggiata, godendo del sole, se c’è, di ciò che vedo, del funzionamento del mio corpo, e persino della nuvoletta di vapore che mi esce dal naso, ogni volta che respiro, visto che la giornata è bella ma fredda? La situazione obiettiva non cambia, se sono uscito perché obbligato o perché avevo voglia di sgranchirmi le gambe.
Lo sberleffo del morituro deve dunque essere precisato così: “Non soltanto ho vissuto a lungo, ma me la sono goduta perché ho condito i miei giorni con la saggezza di sapere che difficilmente avrei potuto avere di più e di meglio. E se non posso lasciarvi in eredità questa saggezza, non è colpa mia. E allora buona fortuna. Dopo tutto siete maggiorenni, e ciascuno è l’autore del suo destino”.
E Buon Natale.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 dicembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/12/2018 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 1
 Ma è sempre tuo fratello!
Ci sono cose che diventano miti: il denaro; il sesso; la morale; il lavoro; l’innamoramento; il successo; la bellezza; la gioventù. Questi fenomeni, spesso avvolti in ragnatele di principi ed anche di pregiudizi, pur essendo spesso maneggiati con rispetto, come cose naturalmente tendenti al bene, hanno più spesso che non si pensi risultati negativi. Si trasformano in obblighi ed ostacoli immaginari - magari  funzionali agli interessi di chi comanda e della stessa specie umana - a scapito del singolo. Le catene che da sempre pesano sulle donne - oltre quelle che ha loro imposto la fisiologia -  sono fondate sul nulla e tuttavia pesano molto. Le giustificazioni sono immaginarie ma le catene sono vere.
Per togliersi dagli occhi le bende delle sovrastrutture sociali bisogna fare uno sforzo notevole. I gatti, ad esempio, sono neri, bianchi, tigrati, di due o perfino di tre colori, ma per loro stessi sono tutti semplicemente gatti. Nella loro reciproca considerazione, anche per quanto riguarda gli accoppiamenti, non badano affatto al pelame. Caso mai si battono, anche violentemente, per questioni di territorio, ma non farebbero mai attenzione al colore della pelle, come facciamo noi umani, fino ad inammissibili discriminazioni.  Ecco, ci saremmo liberati da molte sovrastrutture mentali se fossimo capaci di vedere le cose soltanto per quello che sono, più o meno come potrebbe vederle un gatto, se riuscisse a concepire questi problemi. Ma noi, ovviamente, siamo molto più influenzati di loro dal linguaggio. Questo ci offre grandissimi vantaggi, ma anche qualche svantaggio. E al riguardo serve riprendere un paio di concetti. 
In linguistica, il “significato”, non è la spiegazione che di una parola dà il dizionario, ma la cosa indicata da una data parola. Quando usiamo la parola “cavallo” usiamo il significante, e cioè la parola “cavallo”, mentre il significato (nel senso, passivo,  di participio passato del verbo “significare”) è ciò di cui parliamo, un dato cavallo in carne, zoccoli e ossa. Ovviamente è essenziale ricordarsi che, mentre nella realtà esistono i cavalli, la parola “cavallo” è un elemento del nostro linguaggio, che in sé non esiste. Infatti cambia da una lingua all’altra, per esempio divenendo cheval, caballo, horse, Pferd. Ebbene, non sempre gli uomini si ricordano di confrontare la corrispondenza tra significante e significato, e soprattutto di verificare se la connotazione positiva del significante corrisponde sempre alla positività del significato. 
Ma bisogna chiarire che cos’è la connotazione. Se dico “farmaco” la connotazione è positiva, perché serve a lottare contro le malattie; se dico “veleno” è l’opposto, perché il veleno serve ad uccidere. E tuttavia è soltanto questione di dosi, come diceva Paracelso. E infatti in greco farmaco significava veleno. Analogamente “famiglia” ha una connotazione positiva: è il gruppo di persone unite da vincoli di sangue che si amano e si aiutano vicendevolmente. Ma anche qui, guardando in concreto, si vede benissimo che non tutte le famiglie corrispondono a questa definizione. Sicché pretendere sempre un atteggiamento di venerazione, e imporre a tutti un’enorme quantità di doveri nei confronti della famiglia, è una stupidaggine, in certi casi  infatti bisogna vedere di quale famiglia stiamo parlando, in concreto. E alcune sono autentici grovigli di vipere.
Ora tutte queste cose rimarrebbero insignificanti se quelle parole non venissero mitizzate e non subissero un fenomeno di ipostasi, per cui da semplici concetti divengono dati esistenziali, cose esistenti in sé, e dunque capaci di creare obblighi e vincoli. Oltre che, evidentemente, di motivare condanne morali aprioristiche. Il significante, si direbbe in linguistica, finisce col prevalere sul significato, e il simbolo sulla cosa simboleggiata. Tanto che si rischia di vivere immersi non in un mondo di fatti ma di parole. 
È opportuno fornire un esempio. I fratelli di solito si vogliono bene, e infatti il concetto di fratellanza ha una connotazione esclusivamente positiva. Ma questo affetto esiste veramente fra tutti i fratelli? Certo che no. A cominciare da Caino e Abele. E allora che senso ha dire all’innocente che da suo fratello ha subito dei torti e non ne può più: “Ma è sempre tuo fratello”?
Nella realtà, fratello non significa “persona che mi ama”, significa “persona uscita dallo stesso utero”, che certo, può essere il migliore dei miei amici ma può anche essere un implacabile nemico (dicono niente Eteocle e Polinice?). Che cosa deve prevalere, la giulebbosa e teorica parola “fratellanza” o l’esperienza amaramente concreta che tanti sono costretti ad affrontare? 
Se mio fratello è un sociopatico che mi venderebbe per meno di trenta denari, l’espressione: “Ma è sempre mio fratello” passa a significare: “Non mi devo fidare di lui nemmeno se arriva agitando un ramoscello d’ulivo, perché è sempre mio fratello, quello che conosco fin troppo bene””. Chi trova queste parole esagerate, ringrazi il destino che gli ha risparmiato certe esperienze. Sembrano semplici curiosità, ma in realtà a volte si è crocifissi sulle parole. Perché chi è fermo alla retorica corrente - “Ma è sempre tuo fratello” - spesso non esita a condannare degli innocenti, sulla base di quella retorica. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 dicembre 2018 
1-Continua




permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/12/2018 alle 15:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 dicembre 2018
HANNO CAPITO O NON HANNO CAPITO?
Nel nostro presente politico è veramente difficile orientarsi. La cosa più tremenda è che non si ha nemmeno la comoda scappatoia di dirsi: “Non ho capito io, ma un senso ci deve essere”. Un po’ come quando uno specialista cerca di spiegarci qualcosa che per noi rimane incomprensibile, ma pensiamo la comprenda il nostro medico di fiducia. Qui invece siamo di fronte a cose contemporaneamente evidenti e in aperto conflitto fra loro. 
Tutti sanno che per molti mesi i due partiti attualmente al governo, e in particolare i loro due  leader,  hanno sparato ad alzo zero contro le autorità comunitarie. Hanno detto e ripetuto su tutti i toni – anche i più violenti e volgari – che le regole europee erano sbagliate; che loro non ne avrebbero tenuto conto; che gli italiani venivano prima dello spread, del debito pubblico e dei vincoli di bilancio. Inutile riprendere questa musica, tutti l’hanno sentita, fino alla nausea.
Poi, improvvisamente, tutto è cambiato. Tria non era un mezzo imbecille che non aveva capito niente. Conte era uno statista che forse avrebbe salvato l’Italia. A Juncker, a Moscovici e a Dombrovski bisognava rivolgersi col massimo tatto. Insomma i nostri statisti si sono accorti che avevano imboccato un vicolo cieco, che i conti sono conti, che stavano per andare a sbattere contro una roccia, e improvvisamente le regole comunitarie sono diventate sacre. Così si sono fatta dettare la legge di stabilità dalle autorità europee, fino a dover concordare i particolari e fino a non poterla presentare in tempo alle Camere perché fosse discussa e votata. Infatti oggi -  e siamo al ventidue dicembre -  si prospetta la necessità, se si vuole evitare l’esercizio provvisorio, di imporre a Senato e Camera di votare, sotto la pistola puntata del voto di fiducia, una legge di stabilità che esse non hanno nemmeno potuto leggere. E figurarsi discutere. Con così grave vulnus della democrazia da far impallidire tutte le torsioni un tempo rimproverate dai Cinque Stelle ai passati governi. 
Uno pensa: finalmente hanno capito come stanno le cose. Magari sono come quei bambini che tendono il dito verso la candelina accesa sulla torta del loro compleanno, e così imparano che significa scottarsi, ma meglio tardi che mai. Anche se questi sono cresciutelli e sembrano quasi maggiorenni.
E invece no. Mentre continua la tragicommedia della legge di stabilità che arriva e non arriva; che è stata finalmente approvata da Bruxelles ma forse no; mentre c’è il dubbio che i nostri tecnici, chiamati a battere record di velocità nel loro lavoro, abbiano sbagliato qualcosa; insomma mentre ancora non abbiamo superato le forche caudine della procedura d’infrazione (sospesa ma non annullata) ecco che i nostri eroi ricominciano con le loro rodomontate. Tanto assurde quanto pericolose. Salvini parla di “presidiare” il Parlamento, se è necessario ottenere la sua beneamata “Quota 100” per le pensioni, e Di Maio non gli è da meno nell’insistere sulla realizzazione delle sue promesse. Anzi, per far prima, le dà già per realizzate. “Fatte”, come ha detto in televisione. Insomma, questi due hanno ripreso con la solita solfa: “Noi tireremo diritto”, “Non arretreremo di un millimetro”, “No pasaran”, “Abbiamo otto milioni di baionette e spezzeremo le reni alla Grecia”. E il mondo trema dinanzi alla foresta dei nostri gagliardetti.
Veramente viene il dubbio che non abbiano capito niente. Veramente si è indotti a pensare che per loro le parole abbiano un valore di per sé, anzi, un potere taumaturgico, dico alle acque del Mar Rosso di farsi gentilmente da parte, ed esse non possono far altro che obbedire. 
Nel nostro caso, mentre il nemico bruxellois è già entrato in città, costoro continuano a sostenere che mai e poi mai riuscirà a superare le nostre porte. Un po’ come Mussolini – a quanto pare ineliminabile modello della nostra politica – il quale ci gridava che, se avessero tentato di sbarcare in Italia, gli Alleati sarebbero stati fermati sul “bagnasciuga”, condannando fra l’altro l‘Italia a confondere, nei secoli, il bagnasciuga con la battigia.
Purtroppo questi incoscienti, con il vizio di aprire la bocca e darle fiato, ci sono costati miliardi e miliardi di euro in termini di interessi sul debito pubblico e in termini di capitalizzazione. Ora il timore è che ci possano costare altri miliardi e miliardi di euro per ragioni analoghe, magari senza poi cavare un ragno dal buco. Fino ad ora, ciò che di più concreto abbiamo visto, è l’aumento delle tasse. Ottimo sistema per rilanciare l’economia.
Un illustre commentatore aveva scritto in questi giorni che “questi adolescenti” stanno finalmente entrando in contatto col principio di realtà, ma a quanto pare era troppo ottimista. Questi non credono alla solidità della roccia nemmeno dopo averci sbattuto la testa. Nemmeno dopo essere andati dal medico di Bruxelles a farsi curare. E infatti oggi promettono di prendere la rincorsa per andare ad abbattere quell’ostacolo a cornate. 
Se questi sono adolescenti attardati, è proprio vero che la saggezza è quella dei vecchi. Anzi degli antichi, quando dicevano che Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Il guaio è che questi non si perderanno da soli, perché ci obbligheranno a tenergli compagnia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 dicembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/12/2018 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 dicembre 2018
PUTIN E LA SUPERIORITA' MISSILISTICA
La Russia è immensa, potente e spaventata. Sembra assurdo, ma da sempre è così. La costante della sua politica, derivata dalla mancanza di frontiere naturali,  è la paura delle invasioni. E del resto queste invasioni ci sono state: da quando la Russia doveva pagare costantemente un pesante tributo agli invasori venuti dall’Est, ai tentativi di Napoleone e Hitler. 
Queste giustificazioni tuttavia non danno completamente conto del suo atteggiamento. La Russia è come un timido che strafà perché sa di essere timido, dimenticando che gli altri non lo sanno, che è timido, e vedono soltanto che esagera. Che sia per paura o per altro, la Russia, come la Roma antica, cerca sempre di spostare le frontiere il più lontano possibile. Solo che ad un certo momento un imperatore romano escluse ulteriori conquiste, mentre con la Russia non si sa mai. Basterà dire, approfittando della Seconda Guerra Mondiale, che essa ha spinto le sue frontiere formali o sostanziali fino all’Elba e al Mar del Giappone. Poi si è anche annesso un terzo della Polonia, benché questa sia stata soltanto vittima di Hitler mentre essa stessa, col patto Ribbentrop-Molotov, aveva cercato di allearsi col dittatore nazista; s’è annessa l’inutile isola di Sakhalin, inimicandosi per sempre il Giappone; s’è annessa la Prussia Orientale e recentemente ha dimostrato di non aver perso il vizio, annettendosi la Crimea. Dopo tutto questo, sarà pure vero che la Russia è costantemente spaventata, ma come negare che ai vicini può apparire piuttosto aggressiva che timida? Come dare torto agli Stati Baltici che, dopo essere stati annessi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, una volta liberati dalla potenza coloniale si sono precipitati a buttarsi nelle braccia della Nato, sperando così di preservare la loro indipendenza? Chi ha ragione di temere un’aggressione, Mosca da Vilnius o Vilnius da Mosca? La Russia potrebbe dire che non teme Vilnius, come non teme Kiev, ma teme chi potrebbe passare da Vilnius o da Kiev per aggredirla. A darle ragione, l’unico modo per por fine alle sue ansie è invadere l’intero orbe terracqueo.
Vladimir Putin è una persona intelligente e un grande politico, caratterizzato da un fortissimo senso del reale. Si può star certi che, come uno scacchista, calcola bene sia le proprie mosse sia quelle, possibili, dell’avversario. Ma ultimamente ha esagerato. Ha prospettato il pericolo di una guerra mondiale nucleare per giustificare la seguente affermazione: “La superiorità russa nella difesa missilistica serve a mantenere la parità strategica e - ha aggiunto - se arriveranno i missili in Europa poi l’Occidente non squittisca se reagiremo. Ma confido che l’umanità avrà abbastanza buon senso per evitare il peggio”. E questa è un’assurdità.
Non si può pretendere dagli altri che ci permettano di essere più forti di loro, in modo che non possano attaccarci, perché nessuno garantisce che proprio loro non saranno attaccati, essendosi volontariamente posti nella posizione del più debole. Se qualcuno cerca di essere più forte degli altri, chi può escludere che lo stia facendo proprio  in vista di aggredirli? 
Ma Mosca non gioca da sola questa partita. Se essa pretende il diritto alla “superiorità missilistica”, con ciò stesso autorizza il suo possibile avversario – gli Stati Uniti - ad avere un armamento ancora più forte, in modo da scoraggiare la possibile aggressione di chi prima si sentiva superiore. È una gara che dura da sempre, e soltanto il lupo della favola del lupo e l’agnello può pretendere che l’agnello non provi nemmeno a difendersi. In questo Trump ha ragione.
Ragionando in termini obiettivi, ecco quello che avviene. Se il possibile aggressore aumenta il livello dei suoi armamenti, l’unica contromossa concepibile, se appena se la può permettere, è che il possibile aggredito aumenti a sua volta il livello dei suoi armamenti. O la potenza delle sue alleanze. In questo caso, pregando gli Stati Uniti di effettuare la contromossa. Le guerre vanno evitate ad ogni costo ma, se sono inevitabili, meglio vincerle. 
Comunque, a meno che l’età e la lunga serie di successi non abbiano minato l’equilibrio di Putin, leader straordinario, non ci dovrebbe essere nulla da temere. La Russia ha approfittato della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale per tiranneggiare l’intera Europa Orientale e oggi potrebbe frenare la sua ingordigia. Potrebbe anzi comprendere che i suoi confinanti la vedono più come un pericolo che come una buona vicina. Insomma potrebbe finalmente convincersi che, se le sue paure non sono del tutto immaginarie, ancor meno lo sono quelle della Polonia e degli Stati Baltici. 
Diversamente rischia di vedersela di nuovo, come ai tempi di Reagan, con la superiorità economica e tecnica degli Stati Uniti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 dicembre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/12/2018 alle 6:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 dicembre 2018
CURIOSITA' INUTILE
La curiosità è una delle caratteristiche dell’intelligenza. Infatti fra gli animali più curiosi ci sono i gatti e le scimmie. E più di tutti è curioso l’uomo. Se non lo fosse non avrebbe realizzato tanti progressi, fatto tante scoperte e inventato tante cose. La curiosità è una qualità positiva: ma non ogni tipo di curiosità. 
Quando Eratostene desidera sapere quant’è grande la Terra, e con uno dei più grandi lampi d’intelligenza di cui abbia dato prova l’umanità, determina le dimensioni del pianeta semplicemente studiando l’ombra di un bastone in due luoghi diversi dell’Egitto nello stesso giorno dell’anno, abbiamo assolutamente la più alta forma di curiosità. Viceversa, nel caso della comare che insiste per sapere come mai la signora del quarto piano non si vede in giro da una settimana, abbiamo la curiosità di più basso livello. Dal dato che ricerca, infatti, non ricaverà nulla. Che differenza fa sapere se quella donna è andata a trovare sua figlia a Firenze, oppure che è a letto con l’influenza, o perfino se è andata a passare una settimana col suo amante? In ogni caso, sono soltanto affari suoi. 
A volte la curiosità, pur restando insulsa, cerca alibi, per esempio la scienza. Tutti sapevamo che la Luna ci mostra sempre la stessa faccia, ed era ovvio che, sull’altro lato, ci fosse l’altra faccia. Ma a che poteva servirci averne una fotografia? La Luna non ha un’atmosfera e dunque la faccia B non poteva che essere più o meno uguale alla faccia A. E così è stato. Infatti a quella fotografia abbiamo dato un’occhiata distratta e nessuno ci ha più pensato. 
 Né più giustificato è l’interesse per la cronaca nera. Se non sapessimo che gli uomini, diversamente da altre specie, indulgono alla violenza intraspecifica, varrebbe la pena di interessarsi di omicidi e ferimenti, perché sarebbero eccezionali, e dunque “notizia”. Ma la nostra violenza intraspecifica esiste da sempre,  dai tempi di Caino e Abele, e dunque prendere nota delle differenze e studiare le personalità dei diversi criminali, ha un senso soltanto per lo studioso di criminologia. Il singolo delitto è del tutto privo d’interesse. A meno che non si voglia commettere un delitto, non c’è nulla da imparare, da quei testi. Per chi non ha la minima intenzione di torcere un capello al prossimo, le diverse modalità dei delitti riguardano soltanto la polizia e i magistrati. 
Di questo passo, obietterà qualcuno, si azzererà l’intero mondo dei romanzi, delle opere teatrali, del cinema e delle fiction televisive. Se non ci devono importare le vicende dei nostri vicini di casa, i quali almeno esistono, figurarsi quanto dovrebbero importarci le vicende di persone inesistenti. 
L’obiezione è giusta ma soltanto per la fiction di cattiva qualità. Infatti, quando Gustave Flaubert scrive un romanzo come “Madame Bovary”, non ci offre soltanto il piacere di uno stile eccelso, ci presenta anche un vivido quadro dei danni che poteva provocare la letteratura romantica in una persona poco avvertita. 
Flaubert non è all’inizio del réalisme francese solo per la forma dei suoi testi e per il mondo della letteratura, lo è anche come voce di una società che del romanticismo e dei suoi eccessi si era stancata. Lui personalmente aveva una sensibilità romantica (“Madame Bovary, c’est moi”) ma tutto il suo libro è un accorato appello all’equilibrio e ad un eroico buon senso. Madame Bovary, personaggio esemplare, è la vittima dei suoi sogni: fino a perdere la sua vita e lasciare dietro di sé un buon marito, che l’avrebbe perfino perdonata, e una piccola orfana. Flaubert descrive tutto questo così bene che, un secolo e mezzo dopo, ne discutiamo ancora.
Il grande artista non si limita a raccontare una storia, le dà un senso. La tragedia di Otello non è un fatto di cronaca, è una lezione sulla gelosia, proprio come Macbeth lo è sull’ambizione.
Un detto anglosassone insegna che “le dimensioni di un uomo sono misurate dalle dimensioni di ciò che lo fa arrabbiare” o ancora meglio, secondo un’altra versione, “dalle dimensioni dei problemi che lo angustiano”. Nello stesso modo si potrebbe dire che il valore di un uomo può essere misurato dal valore delle sue curiosità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 dicembre 2018 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/12/2018 alle 9:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 dicembre 2018
MUNCHHAUSEN A PALAZZO CHIGI
Di solito il giornalista informa i lettori. C’è qualcosa che lui sa e la comunica agli altri. Dunque non avrebbe senso un giornalista che scrive per chiedere di essere informato. E infatti, se io mi permetto di farlo, è perché non sono un giornalista ed ho la curiosità di sapere se tutti i media hanno dato una notizia che non ho capito, o se al contrario i media non hanno dato una notizia e tutti hanno fatto finta di averla capita. 
Riassumiamo i fatti. In settembre il governo gialloverde contraddice platealmente il ministro Tria, che proponeva un deficit all’1,6%, e dichiara che il deficit sarebbe stato del 2,4%. Tripudio in Piazza Montecitorio, con sceneggiata paramussoliniana dal balcone. Abbiamo rotto le reni a Bruxelles. Anche le Borse festeggiano, raddoppiando lo spread. 
Poi la Commissione europea ci fa gli occhiacci e i nostri rappresentanti, con la coda fra le gambe, cambiano atteggiamento. Fino ad allora avevano coraggiosamente coperto di insulti istituzioni e rappresentanti delle istituzioni, fino a definire Juncker un ubriacone; avevano dichiarato boia chi molla;  no pasaran; a momenti “Viva la muerte!”, e dunque non si sarebbe arretrati di un millimetro. Poi, effettivamente non sono arretrati di un millimetro, ma di molto di più,  di parecchi miliardi, fino a passare dal glorioso, 2,4% di deficit a un più mite, anche se in  costume carnevalesco, 2,04%.
A questo punto pareva finita, e invece la Commissione Europea, assetata di sangue, si è dichiarata lo stesso insoddisfatta. Quei tagli non bastavano. E così, andando oltre la “zona Cesarini,” i Vice Presidenti si sono riuniti insieme col loro Vice, Conte, e, dopo aver sudato lacrime e sangue, hanno tagliato ancora il bilancio, e parliamo sempre di miliardi. Ma - ecco il primo mistero - a conclusione di tante fatiche, hanno dichiarato che “sono stati trovati i fondi” perché il deficit “rimanga al 2,04%”. Uno si chiede se abbia sentito bene, e per i vecchi questo è un dubbio non infondato.
Primo. Se qualcuno dice di “avere trovato i fondi”, significa che precedentemente non li aveva trovati. Ma questo per caso non dimostra che il governo aveva proposto una legge di stabilità fasulla, farlocca, truffaldina, anzi, da magliari, visto che il trucco è stato facilmente scoperto? E, se è così, come mai lo dicono da trionfatori, invece di vergognarsi come farebbe qualunque persona dabbene? Sembra di sentire un ladro che dice: “Stavo per rubare l’argenteria ma mi hanno visto. Non sono stato bravo?” 
Secondo. Pare che un po’ Salvini e un po’ Di Maio hanno tagliato un paio di miliardi ciascuno dai loro programmi elettorali per fare contenta la Commissione Europea. E allora come mai il deficit, invece di scendere al di sotto del 2%, rimane invariato al 2,04%? Dunque nella manovra precedente (quella che si diceva dettata da Bruxelles) i tagli non erano veri. L’Italia non sforava del 2,04% ma parecchio di più. Soltanto ora, con questi tagli, siamo realmente al 2,04%. Gloria a Dio nel più alto dei cieli. E sempre che sia vero.
Terzo. Questi fatti sembrano talmente incredibili, che per questo chiedo lumi a chi ne sa più  di me. Personalmente, da enigmista qual sono, ho lo stesso cercato di capire e così, cogliendo frammenti di spiegazione, accenni fugaci e quasi lapsus calami, ho avuto l’impressione che sia avvenuto quanto segue. Per coprire le spese, il nostro governo del cambiamento (nel senso che dal dramma siamo passati alla farsa) ha posto tra i fondi per finanziare le riforme il gettito derivante da un aumento del Pil dell’1,5% nel 2019. Questo balzo del Pil sarebbe l’effetto della mirabolante “manovra”. La quale si sarebbe così autofinanziata, esattamente come il barone di Münchhausen si salvò dalle sabbie mobili tirandosene fuori per i capelli.
A Bruxelles, a quanto pare non erano in vena di favole. Soprattutto dopo che il nostro Pil, nel terzo trimestre, è arretrato di -0,1%, che non è il top, in materia di aumenti.  E nulla dice che andremo meglio nel quarto trimestre. Dunque per quale miracolo, nel 2019, il nostro Paese, che sembra avere tendenza ad andare indietro, dovrebbe improvvisamente mettersi a correre? Se ne avesse la forza, correrebbe per sfuggire a questo esecutivo. 
Credo d’avere capito che il nostro governo, rimanendo comunque ottimista, si è piegato ad ipotizzare una crescita dell1% (magari!) e dunque un minor gettito del previsto. Per questo ha grattato il fondo del barile, fino a trovare dei fondi per mantenere sul serio il 2,04% di deficit. Ecco la grande impresa.
E dopo tutto questo ci stupiamo se alcuni Stati del Nord Europa, con i conti in ordine ed anche con la morale in ordine, abbiano tanta voglia di farcela pagare? Io sono un nordico soltanto rispetto a Siracusa e tuttavia riesco a capire questa voglia di punire chi straparla, chi cerca di imbrogliare e per giunta condisce le sue sparate con l’arroganza e gli insulti. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 dicembre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/12/2018 alle 17:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 dicembre 2018
CHE COSA SPERARE?
Quando una situazione è talmente negativa che ogni soluzione ha controindicazioni inaccettabili, non si sa più che cosa sperare. 
A Bruxelles i nostri rappresentanti stanno negoziando accanitamente e sarebbe naturale sperare che riescano: l’Europa darebbe via libera alla nostra legge di bilancio e rinuncerebbe alla procedura d’infrazione. Ma poi uno si chiede: siamo sicuri che questo esito sperato non avrebbe a sua volta notevoli conseguenze negative?
Partiamo dalla situazione attuale. Il nostro debito pubblico è enorme. Dunque se continuiamo a spendere spensieratamente denaro che non abbiamo, lo spread salirà drammaticamente e ciò renderà ancor più gravoso il nostro “servizio del debito”. Noi spendiamo già 60/70 miliardi l’anno per pagare gli interessi, e l’anno venturo, a causa delle dichiarazioni avventate degli incoscienti al potere, pagheremo parecchi miliardi in più. Per non parlare delle perdite accumulate in termini di capitalizzazione dei nostri titoli. Ne sanno qualcosa le banche. Dunque, già senza aggravamenti, il presente è problematico e di tutto abbiamo bisogno, salvo che di una “manovra” che ci crei ulteriori grattacapi.
Per questi motivi, a proposito della legge di stabilità, ognuno deve decidere se la considera giusta o sbagliata. Se la considera giusta, può sperare che l’Europa ci assolva e tutto vada per il meglio. Ma deve anche sapere che il suo ottimismo è smentito dall’opinione di tutti i competenti italiani che non siano del M5S, di tutte le autorità europee e di tutti gli organismi finanziari  internazionali. Così per parte mia proseguirò prendendo in considerazione soltanto l’ipotesi prevalente. E appunto, se questa legge non è marginalmente sbagliata, ma interamente sbagliata, non è questione di “numerini”. A correggerla non basta né lo 0,4%, né il doppio dello 0,4%: va totalmente riscritta.
 L’errore è nell’impianto di base. Non c’è un soldo per rilanciare l’economia, né in termini di investimenti né in termini di riduzione della pressione fiscale. I calcoli si reggono su una previsione di incremento del Pil dell'1,5% nel 2019, del tutto inverosimile: nel trimestre scorso abbiamo già avuto una "crescita" negativa e, se il risultato del quarto trimestre dovesse essere analogo, saremmo tecnicamente in recessione. Altro che 1,5% di crescita.
Altro capitolo dolente, i finanziamenti della manovra. Le privatizzazioni sono un’entrata una tantum e richiedono molto più tempo di quanto dica il governo. In secondo luogo le esperienze passate indicano che se ne ricava parecchio di meno di quanto sperato. L'ineffabile Di Maio ha anche accennato a calcare la mano sulle "pensioni d'oro", dimenticando che, quand'anche rapinasse quei pensionati del 50% del loro reddito, il gettito rispetto ai problemi dell'Italia sarebbe ridicolo. Senza dire che la Corte Costituzionale probabilmente ordinerà al governo di restituire il maltolto con gli interessi. 
Né vale l'escamotage di far decorrere alcuni costosi capitoli di spesa dal 2019 inoltrato. Perché, se questo vale per il prossimo anno, non vale per i seguenti. E in Europa si rendono benissimo conto di tutto ciò. Insomma, l'opposizione e l’Europa non esagerano, quando affermano che la manovra andrebbe totalmente riscritta. Ma questo è ben poco probabile: così essa rimane pesantemente in deficit e questo spiega perché qualcuno potrebbe considerare un fatto positivo la procedura d’infrazione. Ciò quanto meno costringerebbe l'Italia a fermarsi prima che sia troppo tardi. 
E tuttavia, ammesso che ciò avvenisse, sarebbe veramente un bene? Se l’Europa ci ordinasse una cura da cavallo, quanta gente sarebbe convinta che si tratta di una cura necessaria? Quanta gente non penserebbe piuttosto che si tratta di una forma di  sadismo che ci fa stare malissimo mentre prima dopo tutto stavamo bene? Già oggi è di moda dire tutto il  male possibile del governo Monti.
Insomma si può essere sicuri che i  partiti al governo salterebbero sull'occasione per gridare che noi non staremmo male per colpa nostra, ma per colpa di Bruxelles. Confermando così il loro potere di seduzione demagogica su un elettorato ingenuo e disperato. E infatti, una delle ragioni per le quali i governi europei hanno la tentazione di lasciarci fare a modo nostro, è quella di non fornirci alibi per i guai verso i quali ci avviamo. 
E allora? Allora sembra che l'Italia si sia cacciata in una situazione senza uscita. Col suo modello economico-sociale si è condannata alla stagnazione (se non peggio) e per giunta, per cacciarcisi, ha contratto un Everest di debiti. Un massiccio che, da solo, potrebbe sotterrarla. Per salvarla ci vorrebbe un miracolo: per esempio che lo Stato si facesse da parte, lasciandoci liberi di lavorare e di arricchirci. Ma il magico appartiene alle fiabe e nella realtà , quando si sono poste le premesse perché un fenomeno si verifichi, quel fenomeno si verifica. 
Ecco perché non si sa più che cosa sperare e soltanto i mesi che verranno scioglieranno i nodi delle alternative. A quel punto, però, ognuno dovrebbe ricordare questo mesto principio: se andrà male, ciò non vorrà dire che con un’altra soluzione sarebbe andata meglio. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 dicembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/12/2018 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 dicembre 2018
IL RISCHIO DEI DOGMI
C’è da chiedersi come mai i governi di sinistra non si siano accorti del fatto che gli italiani ne avessero abbastanza dell’immigrazione incontrollata e alluvionale. E c’è da chiedersi come mai Salvini abbia avuto tanto successo, presso gli italiani, soltanto per essere riuscito a dire un risoluto “no” all’immigrazione fuori controllo. 
I due fatti sono collegati. Quando gli italiani erano scontenti dell’immigrazione, il governo e l’intera ufficialità erano a favore. Anche se manifestavano delle perplessità, lla maggior parte dei giornali, i credenti e molti benpensanti rispondevano che non si poteva far nulla per contrastarla. Non potevamo non salvare i naufraghi; dovevamo obbedire alla legge del mare; era impossibile ottenere la collaborazione dei libici; non avevamo la possibilità di chiudere i porti alle navi che avevano soccorso i naufraghi. Mille motivazioni che si concludevano con un dogma: quello dell’assoluta imparabilità del fenomeno e dell’imperdonabile immoralità di chiunque la pensasse diversamente. 
E nel frattempo, qual era la risposta della gente? Non c’era modo di leggerla sui giornali, e neppure sentirla in televisione, perché i media non se la sentivano di opporsi alla corale ufficialità. In realtà l’opinione privata della maggioranza dei sessanti milioni di italiani era di tutt’altra natura. Nel chiuso della sua casa, con gli occhi sullo schermo televisivo, il cittadino ringhivava basso: “Io li lascerei affogare. Sono loro che si mettono in mare su gusci di noce che non galleggiano, oppure su gommoni che certo non sono fatti per navigare in alto mare. E perché la fanno? Perché contano di essere ricercati e “salvati” da noi fessi. Da navi che lì incrociano apposta, vicino alle coste libiche. Navi di idealisti che portano quei disgraziati da noi, e ce li lasciano perché ce ne occupiamo  a nostre spese, mentre loro ripartono per un’altra azione eroica. E dire che basterebbe non collaborare con questo commercio di esseri umani. Basterebbe dire di no. Fra l’altro, se sapessero che noi non li accogliamo, non partirebbero, e se non partissero non affogherebbero. Quanto alle navi, se proprio vogliono favoriee l’emigrazione dall’Africa, che portino quegli infelici nei loro porti di partenza, in Spagna, in Francia, o perfino in Olanda. Dove che sia. Che facciano il servizio completo”. 
Ma nessuno dava ascolto. Il tizio con la bocca piena, quello che borbottava da solo perché sua moglie era stanca di sentirgli ripetere le stesse cose, pensava di essere isolato. Forse era veramente che era senza cuore, come dicevano quelli con la cravatta. Forse non conosceva questa famosa legge del mare, anche se quelli non gli parevano naufraghi ma  naviganti temerari, avviati ad un breve appuntamento a qualche miglio dalla costa. Quello che non sapeva il cittadino isolato, come forse non lo sapevano nella sede centrale del Pd, era che nello stesso momento milioni di altri italiani, dinanzi ad altri piccoli televisori da cucina, pensavano e dicevano le stesse cose. 
Ecco il miracolo che ha fatto Salvini: ha gridato che il re è nudo. Ha detto a milioni e milioni di cittadini che non erano né pazzi né immorali. Che pazzi erano quelli che per viltà perdevano una guerra senza nemmeno combatterla. E in quattro e quattr’otto ha dimostrato che quell’immigrazione era tutt’altro che irresistibile. Fermarla non era né impossibile né illecito.
 Così ha sfidato le anime belle ed ha ascoltato la voce del popolo, raccogliendone l’applauso e il sostegno. Da qui il suo pressoché impensabile successo. 
Queste considerazioni hanno conseguenze che vanno più lontano del previsto. Un dogma che si rivela infondato non affossa soltanto una data credenza ma fa crollare l’intero sistema dei dogmi. Lo sbriciolarsi di una verità che era stata detta indiscutibile mina la credibilità di chi l’aveva imposta ed anche degli altri dogmi. Perfino di quelli derivanti dalla scienza o dal buon senso, come la necessità dei vaccini e il dovere di tenere conto delle disponibilità economiche. 
L’attuale crisi dei valori scardina i criteri di verosimiglianza e fa credere fattibili cose che in realtà rimangono impossibili. Chissà quanta gente, dopo che Salvini ha “risolto” il problema dell’immigrazione, ha preso sul serio la sua promessa della tassa piatta: “Chi ha fatto un primo miracolo potrebbe benissimo farne un secondo, no? Forse è solo questione di volontà”.
La vicenda dell’attuale governo è interessante anche per questo verso. Se, per un impensabile miracolo, il governo gialloverde dovesse avere un grande successo, rilanciando l’economia, eliminando o quasi la disoccupazione e perfino riducendo il debito pubblico, forse assisteremmo all’esplosione di un volontarismo vagamente dannunziano in versione plebea, in cui potrebbe affermarsi uno slogan del tipo: “Vogliamo l’impossibile e lo vogliamo subito”. Ma questo è soltanto un sogno. Se invece le cose dovessero andare come è probabile che vadano, per un lungo tempo gli attuali giovani sarebbero vaccinati contro il populismo. 
Per un lungo tempo ma non per sempre. Poi la stupidità umana, dimenticando il passato, riprenderebbe il sopravvento e si ripartirebbe per un altro giro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 dicembre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/12/2018 alle 10:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 dicembre 2018
IL SENSO DEL DOVERE
Il senso del dovere è la tendenza del singolo a fare ciò che reputa giusto ed è suo compito, anche se nessuno lo controlla, anche se nessuno gli dirà grazie, anche se personalmente non ne ricaverà nessuna utilità. La lode per questa tendenza nasce dal totale disinteresse e dall’altruismo che la caratterizza. E tuttavia, se la si esamina più da vicino, la prospettiva cambia radicalmente.
Prima di apprezzare il cosiddetto senso del dovere bisogna chiedersi se il risultato dell’azione sia opportuno o inopportuno, positivo o negativo, morale o immorale. Infatti si può fare il male anche con le migliori intenzioni.
 Al riguardo può essere utile un parallelo con l’obbedienza. Bisogna intanto dire che l’obbedienza è dichiarata “virtù” da coloro che desiderano essere obbediti. E non si tratta certo di una fonte obiettiva. Poi, se è sbagliato il comando , sarà sbagliata anche l’obbedienza al comando. Il sicario che uccide un rivale del capobanda perché il capobanda gliel’ha ordinato non avrà certo fatto un’opera lodevole. Né era una virtù quella dei militari tedeschi che, avendo la possibilità (non tutti l’avevano) di sottrarsi al programma di eliminazione degli ebrei, hanno partecipato alla Shoah “perché obbedienti”.
L’obbedienza e il senso del dovere due facce della stessa medaglia: si obbedisce a ciò che altri reputa giusto, mentre si fa per senso del dovere ciò che noi stessi reputiamo giusto. Ma in ambedue i casi ciò che dà valore all’azione è lil suo essere positiva, non il fatto che si sia compiuta per supposti motivi morali. Se è sbagliata, se è negativa, l’obbedienza e il senso del dovere non sono sufficienti scusanti.
Il senso del dovere inoltre riceve molte lodi perché è astratto, e non ci si accorge che questa astrattezza è il suo peggior limite. Una pulsione che prescinde dal suo contenuto fa dimenticare il valore delle azioni da compiere. E questa può essere una qualità soltanto per chi ha il potere di determinare il contenuto del comportamento richiesto: perché non ha più il dovere di giustificare il proprio ordine. Così chi obbedisce diviene un semplice strumento acritico nelle mani di chi comanda. E questa è la condizione di uno schiavo, non di un uomo libero. 
Chi è libero, chi vuol essere libero si chiede se e perché debba  fare qualcosa. E soltanto dopo avere attentamente esaminato il problema ed avere approvato un comportamento generoso e disinteressato, potrà farsene una regola. Non certo per un astratto e immotivato imperativo . 
Purtroppo, ragionando così, si entra in conflitto col grande Immanuel Kant. Questi pose a fondamento della morale non uno specifico principio (quale potrebbe essere stato il bene o l’utile) ma un astratto dovere, da lui chiamato “imperativo categorico”. Ma quel grande filosofo credeva in Dio e dunque si può pensare che reputasse quel “tu devi” un imperativo messo nel cuore dell’uomo da Dio stesso. Se non fosse che proprio Kant aveva prima provato che l’esistenza di Dio non può essere dimostrata. Questo crea un insuperabile circolo vizioso. Infatti la bontà del contenuto dell’imperativo categorico sarebbe garantita da Dio, ma nulla garantisce che Dio esista, e dunque nulla garantisce che quel contenuto sia buono. 
Ma questo è un genere di problema per il quale il mondo contemporaneo non ha una grande sensibilità. Oggi si prescinde da ogni innatismo e da ogni metafisica, e si tende dunque a pensare che l’uomo considera doveroso ciò che gli è stato insegnato essere doveroso. E questo al di fuori e a prescindere da qualunque esame personale della validità dell’imperativo stesso. Ci sono interi Paesi in cui gli uomini sono prevaricatori con le donne perché il loro ambiente gli ha insegnato che l’uomo deve comandare: forse che non farebbero bene a riflettere sulla validità di questo principio? 
Il concetto di imprinting è valido anche per gli esseri umani. Basta cambiargli il nome e chiamarlo “condizionamento”. Dunque ognuno dovrebbe chiedersi: “Come mai reputo ovvio questo principio? È veramente valido, o mi sembra valido perché così mi hanno insegnato?”
L’impresa non sempre è agevole. Se è difficile essere liberi dagli altri, non è meno difficile liberarsi da sé stessi e dai propri pregiudizi. Ma è questa l’unica via per divenire realmente responsabili delle nostre azioni e conquistare la nostra libertà intellettuale. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 dicembre 2018 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/12/2018 alle 8:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
dicembre       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1721930 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, rinvenibile su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.