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giannipardo@libero.it
POLITICA
18 gennaio 2018
REPLICA ALLA TESI DIFENSIVA DI DE BENEDETTI
Giorni fa ho finto di essere l’avvocato dell’accusa contro Carlo De Benedetti. Ora lui si è difeso dinanzi al Tribunale di Lilli Gruber e a mia volta utilizzo il diritto di replica. Ma questo dopo aver confessato che, se la sua difesa mi avesse convinto, mi sarei precipitato a dargli ragione. Semplicemente perché sono molto più contento di vedere qualcuno assolto piuttosto che condannato. Purtroppo invece la sua difesa è inconsistente. Forse avrebbe dovuto lasciare l’incarico a un giurista più bravo di lui. 
Riporto le sue parole: È “tutto un po’ ridicolo. Era un segreto di pulcinella la riforma. Era nel programma di Renzi che tra l’altro non mi ha detto niente di particolare e se lo avesse voluto fare non lo avrebbe fatto davanti ad un usciere. Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. “Al mio broker parlo tutte le mattine è una mia abitudine. Perché gli ho detto delle Popolari? Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro. Se sapevo che il mio broker era intercettato? No, non lo sapevo. Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi´ ma solo perché non aggiungeva nulla. Era pleonastico”. Le sottolineature sono mie, e preannunciano che risponderò ad ognuna di esse.
Un segreto di Pulcinella? Se fosse stato un segreto di Pulcinella, le azioni di quelle banche sarebbero già salite quando quel segreto fosse stato conosciuto da tutti. Anche altri avrebbero investito. E soprattutto non avrebbe trovato nessuno che gliele vendesse al prezzo al quale lui le comprò, guadagnandoci seicentomila euro. Infatti quei seicentomila euro li avrebbero guadagnati i venditori, se si fossero astenuti dal vendere. Invece – come è noto - lui ha investito cinque milioni quando è stato sicuro che il decreto sarebbe passato, e ciò mentre altri non investivano proprio perché non erano ancora sicuri che il decreto sarebbe passato. Inoltre, a dimostrare che non si trattava di un segreto di Pulcinella ci sono le domande del suo consulente finanziario, il quale gli chiede appunto se il decreto passerà. Se fosse stato un dato noto a tutti l’avrebbe già saputo e non avrebbe posto domande al riguardo. 
“Era nel programma di Renzi?” E quanti programmi non si realizzano?
“Non mi ha detto niente di particolare”. Effettivamente, un’informazione sul fatto che un decreto passi o non passi non è niente di particolare. Tutta la differenza sta nel fatto di averla o di non averla, quell’informazione. E poi se costituisca reato.
“Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. La prima frase costituisce la sostanza dell’insider trading. La seconda frase è in parte inutile (che si sarebbe trattato di un decreto era quello che pensavano tutti, anche perché i provvedimenti finanziari del genere, proprio per evitare speculazioni, vengono di solito presi mediante decreto) e in parte falsa: Renzi non ha detto “domani”, ma ha detto a breve scadenza, e tanto bastava perché convenisse investire: cinque milioni che hanno dato una plusvalenza di seicentomila euro. Per De Benedetti saranno soldini, ma molta gente ucciderebbe per un centesimo di quella somma.
Come mai egli ha investito cinque milioni? “Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro”. Eh no, De Benedetti non ha pensato, De Benedetti ha saputo. E per certo, vista la fonte.
“Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi’”. E te credo, direbbero a Roma. Perché quell’ammissione è la prova dell’insider trading. 
E poi comunque si contraddice: se quell’informazione fosse stata un segreto di Pulcinella, perché mai avrebbe dovuto nascondere il fatto che di essa era al corrente anche il Primo Ministro? Non dice forse che “Era pleonastico”?
In conclusione, la difesa dell’accusato non ha fornito nessun elemento a sua discolpa e, in qualche caso, ha fornito ulteriori riscontri all’accusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018




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POLITICA
18 gennaio 2018
L'APPLAUSO È UNA DROGA
Vivo in provincia e la persona più importante che ho conosciuto è stata mio cugino, che è arrivato ad essere Presidente di Sezione della Cassazione. Ma, come si sa, la parentela è un caso. Come se non bastasse, sono un dannato misantropo e. se mai m’avessero proposto (e chi, poi?) di divenire membro del Rotary, avrei detto un risoluto no. Non è che ce l’abbia con quel club, ché anzi c’è gente che farebbe carte false per esservi ammesso: voglio soltanto riconoscere che come esperto di rapporti con uomini di successo non sono un’autorità.
Viceversa ho un amico che ha avuto occasione di conoscere molti personaggi noti in ambito nazionale. Così ho avuto l’idea di porgli la domanda: “I tuoi contatti con queste figure importanti le hanno sminuite, ai tuoi occhi, o te le hanno fatte considerare anche più stimabili di quanto pensino i molti che non le hanno mai incontrate?” 
Premetto che non avrei chiesto questo parere al primo che passa. Spesso chi è deluso dal poco che è riuscito a fare nella vita, coglie ogni occasione per dire peste e corna di chi ce l’ha fatta. Invece il mio amico è tutt’altro che un invidioso. Non soltanto anche lui ha fatto molta strada, ma è sereno, benevolo, pronto ad applaudire il prossimo con molta generosità. Dunque ero preparato a credergli qualunque cosa mi avesse scritto. E tuttavia la sua mail mi ha sorpreso: 
 “Caro Gianni,
  la domanda permette una risposta molto semplice, quando ricordiamo che il termine ‘persona’ deriva dall’etrusco phersu, cioè ‘maschera’. Ebbene, ognuno di loro, senza eccezione, ci teneva a rappresentare, in maggior o minor grado, la ‘persona’ pubblica che era. Ormai quella maschera era lui, in tutto e per tutto, e doveva ‘rappresentarla’. Ogni situazione era per lui una sede opportuna per recitare il suo copione. Questa, in assoluto, è la regola. Per tutti e sempre”.
Francamente, sono rimasto stupito, perché recitare è mentire. Non per caso “ipocrita” in greco significava “attore”. E chi ha bisogno di mentire, se non colui che reputa la menzogna più bella della verità? Il grande uomo di televisione che recita la parte del grande uomo di televisione dinanzi al medico che dovrà curarlo o dinanzi al commercialista che dovrà consigliarlo dimostra qualcosa di inaspettato: non è sicuro di essere all’altezza della sua immagine pubblica. E dal momento che teme di non essere colui che gli altri si aspettano che sia, quel personaggio lo recita. 
Non sto affatto dicendo che tutti gli uomini importanti valgano poco ed abbiano bisogno di nascondersi dietro il loro nome. Sto dicendo il contrario. È assolutamente probabile che privatamente essi non siano né migliori né peggiori degli altri, e qualcuno sicuramente sarà largamente superiore alla media. Dunque non avrebbero nessuna ragione di preoccuparsi. Invece commettono l’errore di pensare che ciò che sono non basti ed è questa la ragione per la quale recitano il loro copione, come dice il mio amico. Da un lato il loro narcisismo li spinge a chiedere l’applauso in ogni occasione, dall’altro, temendo che quell’applauso non arrivi, si esibiscono: “Sì, sono proprio quel gigante che avevi immaginato”. 
E dire che la realtà è tanto più semplice. Un mio amico lavorava in banca e un giorno pensò di cambiare istituto di credito. Così, in vista della nuova assunzione, ebbe un colloquio con uno psicologo, apprendendo in seguito che quel professionista si era profuso in lodi incredibili, sul suo conto. Tanto che se ne stupiva. 
–Ma tu che gli hai detto?
-Io? Niente di speciale. Abbiamo parlato del più e del meno. Non mi ha chiesto niente di speciale e non gli ho detto niente di speciale.
-E non hai capito il perché delle lodi?
Così gli spiegai che chiunque, in questi casi, cerca di fare bella figura. E dimostra così di essere un insicuro. Di voler essere giudicato migliore di quello che è. Mentre lui, essendo assolutamente sé stesso, aveva dimostrato di non aver bisogno di nascondersi. Non si considerava né un asso né un incapace, ma era serenamente convinto di essere sufficientemente qualificato per quel lavoro e dunque, con lo psicologo, parlava del più e del meno. E il professionista, che si aspettava di incontrare un candidato bugiardo, si stupiva di aver trovato un uomo sereno. 
A me una volta andò diversamente. Mi lasciai convincere da un amico, spaventato dalla mia spontaneità, a mostrarmi serio, raffinato e colto, e così non fui assunto.
La verità è che nella vita parte favorito chi è convinto di non avere niente da dimostrare. L’applauso è una droga pericolosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018




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POLITICA
17 gennaio 2018
IL RAZZISMO E LA NATURA UMANA
Ci sono fenomeni che nessuno può impedire, perché inerenti alla natura umana. Uno di questi è l’omosessualità, che esiste anche in Paesi in cui è punita con la morte. Né migliore sorte avrebbero i tentativi di estirpare la prostituzione o la violenza. 
Di fronte a queste tendenze bisogna avere le idee chiare. Se l’omosessualità non fa male a nessuno, cercare di impedirla è, prima che inutile, stupido. La diversità degli omosessuali è soltanto occasionale e privata: per il resto sono cittadini come tutti gli altri. Per la prostituzione si dovrebbe essere più cauti, ma soltanto perché può essere occasione di pericolosi contagi. Al riguardo era più razionale quella legge che, senza perdere tempo a condannare moralmente quel mestiere, sottoponeva le prostitute a controlli periodici. Anche la violenza è conforme alla natura umana, ma dal momento che fa male a chi la subisce, la sua severa repressione è indispensabile. Quanto meno si scoraggerà il fenomeno. 
Fra le pulsioni ineliminabili della natura umana possiamo anche mettere la guerra, che infatti è sempre esistita e non coincide con la semplice “violenza”. Gli animali combattono per le femmine o per il territorio, ma non si associano in grandi gruppi per combattere contro altri gruppi di congeneri. La violenza è individuale, la conoscono moltissimi esseri, la guerra è un “noi” contro “loro” ed appartiene ad alcune specie soltanto. Per esempio le formiche. 
Che cosa determini il “noi” e il “loro” ha un’importanza limitata. Può trattarsi del colore della pelle, della lingua che si parla, della religione che si pratica o del territorio di appartenenza: tutto è sufficiente a far scattare una guerra. Basta che ci siano interessi in conflitto, o perfino semplici pregiudizi, tali da operare una distinzione e renderla aggressiva. 
In questo quadro il razzismo si configura come una guerra a basso potenziale, spesso ma non sempre incruenta. E, come la guerra, si nutre del sentimento di “noi” e “loro”, qualche che sia il discrimine. 
Nella cultura occidentale il razzismo fa pensare al disprezzo che l’uomo bianco nutre per l’uomo di colore ma questo è soltanto un fatto contingente. I greci chiamavano barbari quelli che non parlavano greco. Per i romani il colore della pelle funzionava al contrario e avranno sentito disprezzo per i pallidi e biondi e germani, perché rispetto a loro essi erano i barbari. I cinesi e i giapponesi disprezzavano ampiamente i non cinesi e i non giapponesi, inclusi ovviamente gli occidentali. 
Un fondamentale motivo di distinzione dei gruppi è il livello di civiltà. Non sarebbe stato possibile che i coloni di lingua inglese non giudicassero inferiori gli aborigeni australiani; questi erano ancora all’età della pietra (come del resto i pellerossa americani) mentre loro venivano da uno degli Stati più moderni del mondo.
Prima di giudicarlo male, bisogna riconoscere che il razzismo è un fenomeno naturale. Il razzista non è un mostro, e a volte il suo atteggiamento è conseguenza della generalizzazione di precedenti esperienze. Avevo una ventina d’anni quando sentii raccontare che all’Ostello della Gioventù di Monaco di Baviera gli italiani erano ospitati esclusivamente ed obbligatoriamente all’ultimo piano, perché avevano la fama di fare baccano e di disturbare gli altri ospiti. Non so se fosse vero. Se lo era, non sarebbero stati i dirigenti ad essere razzisti, sarebbero stati gli italiani ad essere maleducati. Se invece non era vero, e quella limitazione era stabilita sulla base di un pregiudizio, quei bavaresi erano razzisti nel senso peggiore. Quello stupido. 
Purtroppo ciò avviene spesso. Il razzismo inammissibile è quello che si nutre di pregiudizi privi di giustificazione, come nel caso dell’antisemitismo. Ed è anche il caso dell’ostilità contro i “coloured” quando essi – come a New York – sono perfettamente integrati. Dove invece c’è una base reale, il fenomeno inevitabilmente risorge. Negli Anni Cinquanta i torinesi consideravano i meridionali più o meno come i sudisti americani consideravano i negri.
Il razzismo, anche totalmente ingiustificato, nasce pressoché inevitabilmente quando all’interno di un grande gruppo si forma un gruppo minoritario di una certa consistenza. Qualcuno dice l’8%. Basta che fra i due gruppi esista una differenza di religione, oppure di pelle, di costumi, di lingua (si pensi ai valloni e ai fiamminghi, che pure giuridicamente sono tutti belgi) e ciò basta perché nasca tra loro l’ostilità. “Noi” contro “loro”.
Dal momento che il fatto è naturale, la cosa migliore è evitare che il gruppo minoritario divenga tanto grande da acquistare visibilità e far nascere l’attrito sociale. Se mezzo milione di angeli volesse venire a stabilirsi a Roma, bisognerebbe dire: “No grazie”. Perché gli angeli, per il semplice fatto di avere usi e costumi diversi dagli altri, sarebbero “loro” e diverrebbero un problema. 
Tutto ciò costituisce un valido motivo per limitare l’immigrazione in Italia. Non per un giudizio negativo sui nuovi arrivati, semplicemente perché gli italiani li sentono come “loro”, in particolare gli “inassimilabili”. Per non dire che gli stessi immigrati si sentono diversi. Forse è più pacifica una società unitaria composta, se non proprio da delinquenti, da persone che hanno lo stesso basso livello di moralità, che una società composta da Cherubini e Serafini. Perché, per i Cherubini, i Serafini sono degli insopportabili “loro”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 gennaio 2018 




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POLITICA
15 gennaio 2018
IL M5S STELLE NEL 1930

Ortega y Gasset, il famoso saggista e filosofo spagnolo del secolo scorso, ha scritto in un suo libro (“La ribellione delle masse”), pubblicato nel 1930,  un paragrafo che sembra perfetto per descrivere il Movimento 5 Stelle. 

Nessuno, credo, deplorerà che la gente si goda la vita oggi in maggior misura e numero di prima, dal momento che lo desidera e ne ha i mezzi. Il guaio è che questa decisione presa dalle masse - di esercitare le attività proprie delle minoranze - non si manifesta, né può manifestarsi, soltanto con riguardo ai piaceri: è piuttosto una modalità generale dell’epoca. Così – anticipando ciò che vedremo più oltre – credo che le innovazioni politiche degli anni più recenti non significano altro che l’impero politico delle masse. La vecchia democrazia viveva temprata da un’abbondante dose di liberalismo e di entusiasmo per la legge. Per servire questi principi, l’individuo si obbligava a imporre a sé stesso una disciplina difficile. Sotto la protezione del principio liberale e della norma giuridica potevano agire e vivere le minoranze. Oggi assistiamo al trionfo dell’iperdemocrazia nella quale la massa agisce direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e il suo gusto. È sbagliato interpretare le situazioni nuove come se la massa si fosse stancata della politica e incaricasse persone speciali di esercitarla. È tutto il contrario. Questo è quello che avveniva prima, questa era la democrazia liberale.  La massa presumeva che, dopo tutto, con tutti i suoi difetti e le sue piaghe, le minoranze dei politici ne capivano un po’ più di essa dei problemi pubblici. Ora, al contrario, la massa crede di avere il diritto di imporre e dar vigore di legge a tutte le sue chiacchiere da caffè. Dubito che vi sia stata un’altra epoca della storia in cui la moltitudine sia arrivata a governare tanto direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo di iperdemocrazia.
E poco dopo aggiunge:
       Ciò che è caratteristico di questo momento è che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dovunque. 
 (Traduzione dallo spagnolo di Gianni Pardo)
MOVIMENTO CINQUE STELLE Nadie, creo yo, deplorará que las gentes gocen hoy en mayor medida y número que antes, ya que tienen para ello el apetito y los medios. Lo malo es que esta decisión tomada por las masas de asumir las actividades propias de las minorías no se manifiesta, ni puede manifestarse, sólo en el orden de los placeres, sino que es una manera general del tiempo. Así -anticipando lo que luego veremos-, creo que las innovaciones políticas de los más recientes años no significan otra cosa que el imperio político de las masas. La vieja democracia vivía templada por una abundante dosis de liberalismo y de entusiasmo por la ley. Al servir a estos principios, el individuo se obligaba a sostener en sí mismo una disciplina difícil. Al amparo del principio liberal y de la norma jurídica podían actuar y vivir las minorías. Democracia y ley, convivencia legal, eran sinónimos. Hoy asistimos al triunfo de una hiperdemocracia en que la masa actúa directamente sin ley, por medio de materiales presiones, imponiendo sus aspiraciones y sus gustos. Es falso interpretar las situaciones nuevas como si la masa se hubiese cansado de la política y encargase a personas especiales su ejercicio. Todo lo contrario. Eso era lo que antes acontecía, eso era la democracia liberal. La masa presumía que, al fin y al cabo, con todos sus defectos y lacras, las minorías de los políticos entendían un poco más de los problemas públicos que ella. Ahora, en cambio, cree la masa que tiene derecho a imponer y dar vigor de ley a sus tópicos de café. Yo dudo que haya habido otras épocas de la historia en que la muchedumbre llegase a gobernar tan directamente como en nuestro tiempo. Por eso hablo de hiperdemocracia. 
E poco dopo aggiunge:
Lo característico del momento es que el alma vulgar, sabiéndose vulgar, tiene el denuedo de afirmar el derecho de la vulgaridad y lo impone dondequiera.




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POLITICA
15 gennaio 2018
L'OCCIDEDENTE NON È IL TUTORE DEL MONDO
Maurizio Molinari è un serio e apprezzato giornalista ma oggi sostiene una tesi molto discutibile(1). A suo parere le democrazie occidentali hanno il torto di tenere eccessivamente all’appeasement, tanto da lasciare troppo spazio ai dittatori. Egli cita tutta una serie di eventi in cui i governi occidentali hanno mancato al loro dovere. Quando, nel 1938, per amore della pace sacrificarono la (1)Cecoslovacchia agli appetiti di Hitler; quando hanno assistito senza intervenire all’arrivo dei carri armati sovietici a (2)Praga nel 1968; quando non hanno contribuito ad abbattere (4)Bashar el Assad in Siria; quando non hanno fatto nulla per l’indipendenza del (5)popolo curdo; quando non si sono attivati per la sopravvivenza dei trenta milioni di (6)venezolani in preda alla fame e dalla violenza, o dei 24 milioni di (7)nordcoreani sottoposti ad un’allucinante dittatura, che li affama anche per concedersi il lusso di minacciare il mondo. Molinari ha dimenticato la (3)Rivoluzione Ungherese del 1956, che aggiungo io. A suo parere, esiste il rischio che questo pacifismo ad oltranza - o questa inerzia, se vogliamo chiamarla così - “torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori”.
Francamente, c’è da rimanere molto perplessi. La vastità dei compiti che il noto editorialista assegna all’Occidente Democratico è tale che nessuno mai avrebbe le disponibilità finanziarie e le forze per sostenere un simile sforzo. Per un singolo capitolo si sarebbe anche potuto discutere, ma dal momento che Molinari non fa eccezioni, e avrebbe voluto che si reagisse a tutto, di fatto ci assolve egli stesso da tutto. Perché nessuno è tenuto all’impossibile e l’esagerazione stessa della tesi ne dimostra l’insostenibilità. 
Ma anche la teoria è infondata. Ammettiamo che la democrazia, le libertà occidentali e i nostri diritti umani siano il meglio che il mondo abbia prodotto: purtroppo, questa è soltanto la nostra idea. Come dimostriamo, a chi preferisce la dittatura (come in generale avviene nei paesi arabi) che la democrazia è un regime migliore? Come dimostriamo agli iraniani che le idee di Jefferson, in materia di politica, sono migliori di quelle di Dio, contenute nel Corano? Se dunque insistessimo a far accettare a tutti le nostre idee non lo faremmo in forza della loro validità, ma in forza delle nostre armi. 
Inoltre, pure ad ammettere che l’Arcangelo Gabriele venisse a confermare che la democrazia è il miglior regime politico, chi ci ha nominati tutori del mondo? Per gli Stati sovrani la libertà consiste anche nel diritto di sbagliare. Quando nel 1948 la Cecoslovacchia si affidò ai comunisti, perdendo così per cinquant’anni la libertà, lo fece in piena libertà. E se poi la pagò veramente cara, imputet sibi, dia a sé stessa la colpa.
Noi occidentali bianchi non abbiamo nessun titolo per dare lezioni agli altri. Ai tempi di Kipling si parlava del white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, cioè il compito naturale dell’uomo più forte e civile di guidare i popoli meno forti e meno civili. Ma oggi quel burden farebbe ridere. Fra l’altro ha pessima fama. Da settant’anni e più l’Occidente si batte il petto per essere stato colonialista, e dimentica – o fa finta di dimenticare – che le cosiddette colonie molto spesso stavano meglio prima che dopo essere divenute indipendenti. Finché c’è stato l’uomo bianco non s’è mai visto un Bokassa al potere, in Africa. Chiedere agli interessati se avrebbero preferito vivere nella Rhodesia o nello Zimbabwe. E prima della partenza dei francesi non c’è mai stata una “guerra del pane”, in Algeria. 
Fra l’altro, mentre i cechi e gli slovacchi si pentiranno per secoli di avere votato per i comunisti, molti popoli la democrazia la rifiutano anche quando gli viene regalata. Per questo bisogna tenere grande conto della traiettoria inerziale dei popoli. Ci sono Paesi che, in un modo o nell’altro, ricadono da sempre nella tirannide. O è la loro geografia, che l’impone, o è la loro religione, o è la loro ignoranza, poco importa. L’unica è lasciarli al loro destino. Non è nemmeno il caso di averne pietà perché, per così dire, se uno spezza le loro catene, loro se ne comprano altre. Questo punto di vista è tremendo, bisogna riconoscerlo, ma è frutto della riflessione: quell’attività per cui lo specchio non è responsabile di ciò che mostra. E sono buoni esempi, in questo campo, l’Iraq e la Libia. Una volte che degli incauti occidentali li hanno liberati da un orribile tiranno come Saddam Hussein o da un autocrate che non era certo il peggiore, come Gheddafi, sono ricaduti nel caos e nella tirannide. E lo stesso avverrebbe in Siria, se si cacciasse via Bashar el Assad.
Molinari vorrebbe che l’Occidente intervenisse a favore dei deboli e degli oppressi, ma dimentica la lezione della maggiore esperienza, in questo campo. Un governo dittatoriale ed oppressivo (quello del Vietnam del Nord) voleva conquistare il Vietnam del Sud, per una volta democratico, per imporgli la dittatura comunista. Gli Stati Uniti interveneroi, con costi enormi in termini di dollari e di sangue, e tuttavia non credo siano stati subissati dagli applausi. Soprattutto non quelli degli idealisti e delle anime belle. Perfin Obama questo l’ha capito.
Infine non sta in piedi nemmeno la conclusione di Molinari, secondo cui questa neutralità potrebbe spingere le democrazie nelle trappole dei dittatori. I guai non ci sono venuti dai mancati interventi negli affari altrui, ma da un insufficiente armamento e da una insufficiente risolutezza. L’errore di Londra non è stato quello di cedere a Hitler, nel 1938, è stato quello di non avere approfittato dei due anni, dal 1938 al 1940, per armarsi fino ai denti e schiacciare Hitler quando poi ha cominciato ad attaccarla. Se dovete discutere con un coccodrillo della fame che lo attanaglia, il vostro migliore argomento è un fucile da caccia grossa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 gennaio 2018

(1) L'OCCIDENTE NELLA TRAPPOLA DEI DITTATORI
La lezione di Praga '68
Il 5 gennaio di 50 anni fa Alexander Dubcek assumeva la guida del governo della Cecoslovacchia dando inizio a quella che sarebbe divenuta la Primavera di Praga ovvero la rivolta non violenta contro l'occupazione sovietica che Mosca schiacciò nell'agosto seguente con l'intervento dei carri armati del Patto di Varsavia mentre l'Occidente assisteva impassibile. La scelta degli Stati Uniti e dell'Europa di non tendere la mano alla Primavera di Praga trovò la sua giustificazione nella Guerra Fredda, che vedeva il Vecchio Continente diviso dalla «Cortina di ferro» con le superpotenze di Washington e Mosca protagoniste di un equilibrio atomico che minacciava il Pianeta. Ma nella Storia dell'Occidente, dei suoi valori e diritti generati dalle rivoluzioni britannica, americana e francese, quel momento resta uno dei più bui: voltare le spalle ai desideri di libertà dei cecoslovacchi fu un momento di cecità collettiva pari al tradimento con cui a Monaco nel 1938 Londra e Parigi avevano accettato di sacrificare proprio la Cecoslovacchia ai desideri di Hitler e Mussolini, spianando la strada alla Seconda guerra mondiale. A Monaco 1938 come a Praga 1968 fu la fede assoluta nell'appeasement che spinse le democrazie nella trappola dei dittatori, rinunciando a difendere diritti e libertà. Ricordare l'errore morale e politico compiuto con la Primavera di Praga serve oggi all'Europa ed all'Occidente per tentare di non incorrere nello stesso sbaglio, tenendo a mente ciò che distingue le democrazie: l'impegno per il rispetto dei diritti fondamentali degli individui alla vita, alla libertà ed alla prosperità. E ciò significa avere il coraggio di battersi - anche solo con la forza della ragione - quando vengono violati. Lo fece John F. Kennedy nel 1963 davanti alla Porta di Brandeburgo pronunciando le parole «Ich bin ein Berliner» per denunciare l'oppressione dei popoli dell'Est e lo fece Ronald Reagan, nello stesso luogo, nel 1987 chiedendo all'Urss di «abbattere» il Muro di Berlino, facendo capire che i regimi comunisti sarebbero crollati. Se tutto ciò riguarda la nostra generazione è perché ancora una volta l'Occidente appare tentennante, se non pavido, di fronte alle massicce violazioni di libertà individuali in più nazioni. Per sei anni non ha ostacolato in Siria un dittatore come Bashar Assad impegnato a massacrare il proprio popolo causando la maggioranza delle oltre 400 mila vittime della guerra civile. Da oltre tre mesi assiste immobile alla repressione del sogno dell'indipendenza del popolo curdo, che ha liberamente votato per rivendicarla e solo per questo è vittima di un asfissiante assedio economico-militare da parte di Iraq, Turchia ed Iran. Da due settimane esita ad esprimersi in soccorso della rivolta del pane dei più poveri fra gli iraniani, vittime di un regime che dilapida le risorse in avventure belliche tese a destabilizzare il Medio Oriente. Per non parlare del silenzio con cui si assiste all'agonia di 30 milioni di venezuelani, schiacciati da fame, povertà e violenza causate da venti anni di chavismo. O della fretta con cui si dimenticano le brutalità nei confronti di 24 milioni di nordcoreani da parte di un regime fondato sul culto della personalità che accumula ogive e missili nucleari al fine di ricattare la comunità internazionale. Ecco perché è legittimo chiedersi se milioni di siriani, curdi, iraniani, venezuelani e nordcoreani oggi non provino la stessa amarezza e delusione nei confronti dell'Occidente che ebbero i cecoslovacchi aspettando invano anche solo un cenno di sostegno delle democrazie davanti all 'ava n z a re d e i cingolati con la Stella Rossa. Dobbiamo chiederci se non stiamo sbagliando oggi, come si sbagliò allora, a non tendere la mano verso chi anela alla libertà a Damasco e Teheran, Pyongyang e Caracas. Dobbiamo chiederci se l'appeasement di oggi - non più dovuto ai pericoli della Guerra Fredda ma a interessi assai prosaici - non torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori. Il cui unico intento è dimostrare la caducità degli ideali di libertà di cui i Paesi occidentali, pur con tutte le loro contraddizioni e debolezze, sono portatori.




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POLITICA
14 gennaio 2018
L'INEVITABILE FUTURO DEL DEBITO
Il nostro debito pubblico è così grande che non riusciamo percepirne le dimensioni. E questo ci offre un grande vantaggio: non rendendoci conto del pericolo che corriamo, viviamo “come se”. Come se non esistesse, come se non fosse una minaccia. Come se non fosse sicuro che, una volta o l’altra, si trasformerà in tragedia. 
Di solito a questo genere di premessa segue una predica. Stavolta invece non ci sarà nessuna predica: per l’eccellente motivo che a questo problema non c’è rimedio. Se anche si riuscisse a far preoccupare gli italiani, si sarebbe ottenuto soltanto di dargli un dispiacere. 
La prima domanda che bisogna porsi è: c’è modo di eliminare il debito pubblico? L’ideale sarebbe ovviamente rimborsarlo e non contrarre ulteriori debiti. Ma per renderci conto delle dimensioni del problema, partiamo da una semplice constatazione. Noi paghiamo degli interessi sul nostro debito pubblico. Dal momento che la Banca Centrale Europea da molto tempo compra una parte dei nostri titoli di Stato, abbiamo la fortuna di pagare meno che in altri momenti. Ma la manovra della Bce non durerà in eterno: sappiamo già che è destinata prima a diminuire di dimensioni e infine a sparire. Comunque, nell’attuale situazione favorevole paghiamo più o meno settanta miliardi l’anno di interessi. Ebbene, se dividiamo questa somma fra i sessanta milioni di italiani, il conto è di millecento euro l’anno. Ciò significa, per una famiglia di quattro persone (magari monoreddito) quattromilacinquecento euro l’anno. E quanto pagheremo, quando finirà il quantitative easing? 
Se questo è vero per gli interessi, quanto dovremmo pagare per il capitale? Qui il calcolo è ancor più semplice. Duemilatrecento miliardi, diviso sessanta milioni, fa oltre trentottomila euro a testa. Circa centocinquantaduemila euro per una famiglia di quattro persone. Ovvio che ciò non potrà mai avvenire. Dunque un primo punto irremovibilmente stabilito è che il debito non potrà mai essere rimborsato con euro attuali, cioè con soldi buoni. Neanche se il nostro pil ripartisse a razzo. Se ciò avvenisse, infatti,  i mercati ne sarebbero rassicurati, ma questo non eliminerebbe il debito, e forse ci incoraggerebbe ad aumentarlo.
E allora, dirà qualcuno, il nostro debito è eterno? Magari. Purtroppo una volta o l’altra cesserà di esistere e c’è da temere che questo avvenga con un big bang. Basta esaminare le diverse ipotesi. Dal momento che non possiamo rimborsare il debito e paghiamo per interessi sul debito più di quanto paghiamo, in media, per l’Irpef, perché almeno non dichiariamo che non pagheremo più gli interessi? Sarebbe già un gran sollievo. 
Purtroppo, ogni anno paghiamo le somme corrispondenti alle cartelle in scadenza e lo facciamo contraendo nuovi debiti. Cioè prendendo a prestito circa quattrocento miliardi. Dunque, se ci rifiutassimo di pagare gli interessi, gli investitori, non avendo nessuna prospettiva di guadagno, non ci presterebbero più i quattrocento miliardi con cui rimborsare le cartelle in scadenza e noi da subito dovremmo dichiarare fallimento. Perché anche gli Stati possono fallire. È successo ad altri Paesi, in particolare all’Argentina, e per l’Italia l’abbiamo temuto in concreto nel 2011. In realtà, per il nostro fallimento non è nemmeno necessario sospendere il pagamento degli interessi: sarebbe sufficiente che i mercati dubitino della nostra capacità di pagarli. 
Per azzerare qualunque debito, dicono molti, l’unico sistema è una notevole inflazione. Perché in termini di potere d’acquisto si restituirebbe, per ogni mille euro ottenuti, quattrocento, trecento o ancor meno euro. Ma questa operazione è possibile? 
Per programmare l’inflazione, bisogna essere padroni della propria moneta. Il Giappone è più indebitato di noi ma è padrone del suo yen e può svalutare quando vuole. Mentre noi, per cominciare, anche volendo svalutare, abbiamo una parte del nostro debito formulato in modo tale da dover essere ripagato, comunque vada, in “euro buoni”, non in “euro svalutati” o “nuove lire svalutate”. Poi siamo legati all’euro e l’Europa non ci può permettere di svalutare il nostro euro perché, essendo la moneta unica, svaluteremmo anche l’euro degli altri. 
Rimane la nostra uscita dall’euro, ma se facessimo ciò le Borse perderebbero fiducia in noi e non ci concederebbero ulteriori prestiti. Conseguenza: il fallimento.. E considerando che il nostro debito pubblico è detenuto per il quaranta per cento da stranieri, si immagini quanto sarebbero felici quelli che posseggono novecentoventi miliardi di euro sottoscritti dall’Italia, di ritrovarsi dall’oggi al domani più o meno con un palmo di naso. Fino ad oggi l’Europa ci ha sostenuti per impedirci di fallire, nell’interesse di tutti. Domani ce la farebbero pagare considerandoci dei paria internazionali, dal punto di vista finanziario, e ci metteremmo anni, a riemergere. Si veda già quanto severamente viene trattata la Gran Bretagna della  Brexit, dopo che non fa più parte del club.
In realtà ci troviamo incastrati in una situazione in cui non possiamo andare né avanti né indietro. Non possiamo uscire dalla situazione attuale per i motivi detti, e non possiamo rimanerci indefinitamente, sia perché pagare settanta miliardi l’anno di interessi (che presto potrebbero anche essere cento o molto più, quando finirà il quantitative easing) è un fardello troppo pesante, sia perché, malgrado il pericolo, il nostro debito pubblico continua a crescere. Dunque arriverà fatalmente il momento in cui Borse e investitori non potranno continuare a far finta che l’Italia onorerà sempre il suo debito. E dunque falliremo.
È bene avere un’idea di ciò che significa il fallimento dell’Italia. Per cominciare tutti i fornitori internazionali (di grano, di petrolio, di elettricità, di gas, di cotone, di caffè e di tutto ciò per cui non siamo autosufficienti) vorrebbero essere pagati con soldi buoni (euro a pieno valore, dollari, sterline, ecc.). E noi dovremmo procurarceli a qualunque costo e a qualunque prezzo. Poi dall’oggi al domani tutti i percettori di reddito fisso (operai, impiegati e pensionati) si vedrebbero dimezzato o peggio il potere d’acquisto. 
Forse il modo più semplice di dare un’idea di ciò che avverrebbe è dire che dall’oggi al domani il denaro non avrebbe più valore, se non per una piccola percentuale. Infatti la svalutazione fa sì che ciò che prima si comprava con dieci poi si compra con trenta io quaranta, e dunque il denaro vale molto, molto di meno. Mentre una casa continua a valere ciò che valeva prima. E ciò produrrà un’enorme disparità fra chi possedeva beni e chi possedeva denaro. Soprattutto coloro che vivono a reddito fisso il denaro se lo vedranno squagliare nelle mani e in definitiva pagheranno per quell’enorme debito pubblico di cui per un certo tempo hanno beneficiato tutti gli italiani. Anche quelli che ora non ne soffrono.
Quanti ai risparmiatori, chi ha denaro, chi ha crediti, chi ha titoli di Stato potrà guardare le sue banconote e finalmente rendersi conto che sono pezzi di carta. Che sono sempre stati pezzi di carta. E che con quei pezzi di carta lo Stato ha ingannato i suoi cittadini per anni. Fino a far pagare lo scotto di una politica demenziale a una parte di loro soltanto: gli impiegati, gli operai, i pensionati, i poveri e i risparmiatori. Mentre coloro che al momento del patatrac avranno case, gioielli, barche, terreni, quadri, automobili di lusso, oro e beni di ogni genere, saranno quelli che soffrono meno. Perché l’inflazione non riguarda affatto i beni. E con loro continueranno a galleggiare coloro che sono in possesso di abilità professionali. Infatti il dentista o il fabbro continueranno a chiedere di essere adeguatamente compensati, per i loro servizi. E dire che sono a favore dell’uscita dall’euro quelli che parlano a nome del popolo più povero e più arrabbiato!
Quando il denaro conta poco, alcuni arrivano a chiedere di essere pagati in natura. Si è visto in Sicilia nel settembre del 1943, nel momento in cui lo Stato italiano si è liquefatto e gli alleati stavano per arrivare: la gente arrivò a pagare il necessario offrendo oro e gioielli, o perfino una parte del corredo della figlia, perché a quei tempi si usava ancora il corredo. Oggi non abbiamo più nemmeno quello.
Il debito pubblico è una tragedia. Ma questa tragedia sembra uno scherzo rispetto a quella che avremo in futuro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 gennaio 2018
P.S. Un amico mi scrive:
Quello che è successo in Sicilia nel 1943 è lo stesso accaduto in Liguria, ed è durato un anno e mezzo, da fine ’43 e maggio ’45: la Liguria (particolarmente quella di Levante) non è e non è mai stata autosufficiente in generi alimentari, ha pochissima terra coltivabile,  praticamente nessun allevamento: la borsa nera impazzava, chi poteva fabbricava sale con acqua di mare e dai miei posti, Sestri Levante, lo portava a Genova, 50 chilometri a piedi perché le ferrovie erano distrutte, e di lì in treno in Piemonte dove cambiava un chilo di sale contro 4 chili di farina (spesso sequestrata dalle Brigate nere come “contrabbando”). I produttori di olio stavano meglio: loro vendevano soltanto contro oro, il prezzo lo facevano loro e i piemontesi pagavano bene. Chi non aveva olio e non aveva sale vivendo di stipendi da fame cercava di coltivare ogni francobollo di terra disponibile e per avere qualcosa dai contadini del posto o dai borsari neri si è venduto tutto quello che aveva, oro gioielli e persino mobili




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POLITICA
13 gennaio 2018
FATE COME ME, VOTATE M5S
Miei cari amici vicini e lontani, come diceva Nunzio Filogamo, devo annunciarvi una decisione che da me non vi sareste aspettata: alle prossime elezioni, senza alcun dubbio, voterò per il Movimento 5 Stelle. Dopo tutto ciò che ho scritto, nel corso di anni, capisco che sarete sorpresi. Forse anche indignati. E proprio per questo, prima di riparlare del Movimento e della mia improvvisa conversione, devo premettere alcuni riferimenti storici.
Tutti sanno che il colpo di grazia alle speranze persiane fu la sconfitta di Salamina, e tutti sanno che quella vittoria fu esclusivamente merito di un uomo, Temistocle. Fu lui che ne curò la strategia. E tuttavia, proprio colui che salvò la Grecia e l’Occidente, qualche tempo dopo si mise al servizio del Grande Re. Proprio quel tiranno che aveva così efficacemente combattuto. E la sua statura di uomo fu tuttavia tale che in seguito gli Ateniesi lo richiamarono in patria, affidandosi a lui. Dunque anche un grande uomo può cambiare opinione. L’unica differenza fra Temistocle e me è che lui cambiò due volte campo, mentre la mia fede in Beppe Grillo è incrollabile. Che nessuno speri in un ripensamento. 
In questo senso la mia conversione, più che a quella di Temistocle, somiglia a quella di Paolo di Tarso. Questi, dopo avere perseguitato i cristiani, in seguito ad un’apparizione di Gesù in persona, sulla via di Damasco, divenne quello che tutti chiamiamo San Paolo. Conversione di centoottanta gradi, se mai ce ne fu una.
Insomma di conversioni più o meno famose, da S.Agostino al Fra Cristoforo manzoniano, fino a André Gide, che smise di essere comunista dopo un viaggio in Russia, è piena la storia. Il mio diritto alla conversione non può essere messo in discussione, soprattutto perché, mentre le esitazioni di Temistocle furono più o meno sempre determinate dall’interesse, la mia conversione somiglia a quella di Paolo. Lui fu convertito da Gesù, io da Orietta Berti. 
La cantante, oggi settantaduenne, aureolata anche dalla saggezza che dà l’età, essendo ospite della trasmissione “Un giorno da Pecora”, su Rai Radio 1, ha detto: “Gli voglio dare il voto, al mio amico Grillo, gliel'ho sempre promesso ma non l'ho mai votato, lo voterò il 4 marzo”. E tanto mi è bastato per cambiare bandiera. Ovviamente non solo a me. Infatti è prevedibile una slavina di conversioni. Se ne è allarmato moltissimo il Partito Democratico, tanto che ha preso a protestare con quanto fiato ha in gola.
 Il deputato Sergio Boccadutri, componente della Commissione di Vigilanza Rai, ha proclamato che quella dichiarazione della Berti viola la par condicio. I “democratici” contano dunque di presentare un esposto all’Agcom per chiedere se la cosa sia legale. Questo politico conta precisamente di chiedere “che l'Agcom valuti se non siamo di fronte ad una chiara violazione della legge, come sembrerebb; se non sia il caso di comminare delle sanzioni e in che modo possano essere sanata la questione nei confronti delle altre forze politiche”. 
M’è venuto da sorridere. Il Boccadutri non si rende conto della realtà. Come non vede che il male, se male è, è ormai fatto? Come me, centinaia di migliaia di elettori voteranno ora il M5s e lui non potrà farci nulla. È la democrazia, bellezza. 
Fra l’altro, già bastava l’auctoritas della Berti, per convincere centinaia di migliaia di elettori (forse milioni) ma lei ha per giunta fornito elementi imbattibili, ineludibili e inconfutabili per l’opportunità di quella scelta politica. Ecco ciò che ha detto di Di Maio: “Penso che il suo difetto sia che è troppo bello. Quando una persona è troppo bella poi non è tanto credibile quando parla. Io l'ho visto di persona, ha dei bellissimi lineamenti e delle belle mani, poi l'abbronzatura non ne parliamo. E poi non è basso”. Ora vi chiedo, come potrei non votare per un uomo così bello? Non è vero che la bellezza può essere un difetto. Della principessa Diana dicono che nella Scuola Media non facesse faville, tanto che non so se l’ha superata, e tuttavia non è stata forse adorata? Perché? Perché molti la trovavano bella. Quanto a Dio Maio, la sua abbronzatura vagamente maghrebina l’avevo notata, ma non mi ero accorto delle sue mani. Un uomo con mani così – a parte il fatto che potrebbe fare pubblicità a molte creme emollienti – è sicuramente il più indicato per guidare un Paese come l’Italia. Di solito si dice che ci vuole “mano ferma”, ma chi preferirebbe una mano ferma a una mano bella? Di Maio è certamente il miglior Primo Ministro possibile. 
In conclusione, non soltanto non mi pento della mia conversione, ma invito tutti a fare come me. Seguite l’esempio di Orietta Berti, non potreste mai averne uno migliore. E quanto alla sua opinione politica basterà dire, come si faceva per Aristotele: ipsa dixit. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 gennaio 2018




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POLITICA
12 gennaio 2018
IL CANDIDATO PREMIER
È semplicemente naturale che sostenga una forte progressività delle imposte chi ha un basso reddito e l’avversi chi ha un alto reddito. Perché ognuno trova giusta la teoria che lo favorisce. E a tutto ciò si pensa a proposito della attuale diatriba sulla validità e sull’opportunità dei “candidati premier”. Chiamano “candidati premier” quei personaggi il cui nome appare sui simboli dei partiti, quasi per dire: “Votate per noi e lui sarà il prossimo Presidente del Consiglio”. Molti commentatori dicono che questa è una suprema sciocchezza ma ciò soltanto perché a loro non ne viene niente, né in positivo né in negativo. Se guidassero un partito, metterebbero sul simbolo anche loro il “candidato premier”. Perché, a quanto pare, conviene. 
Tutto ciò premesso, rimane vero che si tratta di una sciocchezza. Se avessimo ancora un sistema prevalentemente maggioritario, vincendo l’uno o l’altro raggruppamento, il Presidente della Repubblica non potrebbe che conferire l’incarico al leader del partito più votato. In tale sistema il “candidato premier”, se vince, si presenta per così dire con una maggioranza precostituita. Viceversa con un sistema prevalentemente proporzionale, come l’attuale, il giorno seguente le elezioni offrirà probabilmente un panorama talmente frammentato che il Presidente della Repubblica ne ricaverà soltanto un bel mal di testa. Se il sistema presentasse almeno la tradizionale divisione fra destra e sinistra, si potrebbe almeno ipotizzare una Große Koalition. Invece attualmente i raggruppamenti sono tre e ciò rende difficile perfino la soluzione tedesca.
Né ci si può inoltre nascondere che alcuni di quei “candidati premier” sono ridicoli. Piero Grasso o Giorgia Meloni sono persone degnissime ma le loro probabilità di essere nominati Primi Ministri sono più o meno pari alle mie. Per non parlare di Berlusconi che, sia pure in conseguenza di fatti che non si starà qui a rivangare, non ha nemmeno la possibilità giuridica di essere nominato. E tuttavia il campionato del ridicolo non lo vincono coloro che prima hanno messo il loro nome sulla scheda e oggi parlano d’altro, il campionato lo batte Luigi Di Maio che, su questa sua qualità di “candidato premier”, batte un giorno sì e l’altro pure. Come se significasse qualcosa.  Come se avesse vinto chissà che nomination e come se avesse qualche probabilità di vittoria più di altri solo perché lui è un “candidato premier” e gli altri no. È arrivato a dire che lui non parla con i candidati comuni, ma con i colleghi. Un po’ come i nobili d’un tempo che rifiutavano di battersi a duello con i non-nobili. 
Ma andiamo sul concreto. Se è indubbio che questa mania di mettere il nome sulla scheda e di parlare di “candidati premier” è una baggianata, come si spiega che tanti partiti lo facciano? La risposta è quella di prima: le tesi e i comportamenti seguono gli interessi. Malgrado il cambiamento di sistema elettorale tutti i partiti rimangono convinti che il nome e la faccia del leader costituiscano un traino. Quasi una sponsorizzazione. Qualcuno di simpatico che ci mette la faccia. Se questa è la verità, come si spiega che il Pd non abbia messo il nome di Matteo Renzi sulla scheda elettorale? Se ponessimo questa domanda a lui o ad altri dirigenti del partito, ci parlerebbero di collegialità e del ridicolo del concetto stesso di “candidato premier”. E ovviamente non sarebbero credibili. Perché tutto ciò lo sanno anche gli altri. Motivi teorici, dunque? Suvvia, non scherziamo. 
La verità è un’altra ed è facile da decrittare. La persona più influente, in quel partito, è attualmente Matteo Renzi. Sarebbe dunque naturale mettere il suo nome sulla scheda. E se quella scritta non c’è, è per paura che, un po’ come è avvenuto nel dicembre del 2016, quel nome faccia fuggire gli elettori piuttosto che attirarli. 
A questo punto si potrebbe chiedere: e allora non sarebbe naturale mettere un nome che possa attirare gli elettori? Certamente sì. Ma il Segretario ha temuto che quel nome dia maggiore visibilità e maggiore potere al prescelto, per esempio Paolo Gentiloni, rendendo ancor più difficile per lui, Renzi, la già problematica scalata a Palazzo Chigi. E allora niente nome. A rischio di perdere quel vantaggio cui un Di Maio non rinuncerebbe mai.
Matteo Renzi ha commesso ancora un errore. A giudizio di tutti i commentatori le sue chance di ridivenire Primo Ministro, dopo le elezioni, sono estremamente scarse. Dunque facendosi da parte avrebbe favorito il partito senza danneggiare sé stesso. Ma lui sembra non tenere tanto alla vittoria del suo partito quanto a non diminuire di un “et” la possibilità sia pure teorica di riconquistare l’alloro perduto. Dimentica disinvoltamente che il suo partito si è scisso in odio a lui e che Liberi e Uguali probabilmente preferirebbero perdere con lui che vincere con lui. E questo, mentre una ricucitura con Gentiloni forse sarebbe ancora possibile. 
Fa male al cuore vedere qualcuno che ogni giorno di più danneggia sé stesso e il suo partito. Purtroppo, come diceva Malaparte, “A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 gennaio 2018





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POLITICA
11 gennaio 2018
DE BENEDETTI: UNA STRANA ARCHIVIAZIONE
Fingerò di essere un avvocato di parte civile che scrive un “foglio di lume” al magistrato per illustrare il punto di vista del proprio cliente. Traggo i dati dall’articolo di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera di ieri (http://roma.corriere.it/notizie/politica/18_gennaio_10/popolari-de-benedetti-telefono-696d82f0-f581-11e7-b250-16cc66648122.shtml).
Nel gennaio del 2015 si faceva l’ipotesi di un decreto del governo riguardante le Banche Popolari. In prossimità dell’emissione di tale decreto, la Consob nota una “movimentazione anomala” di titoli. Il capo della Consob, Giuseppe Vegas, interrogato in Parlamento, parlerà di acquisto di titoli di quelle banche prima che fosse nota “l’intenzione del governo di adottare il provvedimento”. Naturalmente esprimendo così il sospetto che qualcuno fosse stato avvisato del fatto: cosa che darebbe luogo ad un caso di insider trading. Questo reato è costituito da operazioni di borsa effettuate sulla base di informazioni che sarebbero dovute rimanere segrete, con danno dei terzi, cioè di coloro che quelle stesse informazioni non hanno ricevuto e magari vendono mentre gli “avvisati” comprano. 
In particolare la Consob aveva notato che l’ing.Carlo De Benedetti aveva investito cinque milioni di euro immediatamente prima dell’emissione del decreto e aveva guadagnato seicentomila euro rivendendo gli stessi titoli qualche tempo dopo l’emissione del decreto. 
Le telefonate relative alle intermediazioni finanziarie (tra cliente e operatore di borsa, credo d’aver capito) per legge sono registrate e, su richiesta della  Commissione Parlamentare sulle Banche, la Procura di Roma nel dicembre scorso ha trasmesso il fascicolo relativo a Renzi, De Benedetti e il broker, nel quale è contenuta questa telefonata, avvenuta il 16 gennaio 2015, cioè appena quattro giorni prima dell’emissione del decreto, fra Carlo De Benedetti (DB) e Gianluca Bolengo (GB), suo consulente finanziario e operatore di borsa. 
 (DB): Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto. (GB): Sì, ehm, però adesso stanno andando avanti. comunque non è. (DB): Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi. una o due settimane. (GB): Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti. (DB): Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari? (GB): Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono. (DB): Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa. (GB): Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa. (DB): Togliendo la Popolare di Vicenza. (GB) Sì. 
La telefonata è rimasta segreta fino ad ora perché la notitia criminis era stata archiviata. Come leggiamo sul Corriere della Sera, su impulso della Consob, vengono interrogati sia De Benedetti sia Renzi, i quali confermano di aver avuto contatti in quei giorni, ma negano lo scambio di informazioni privilegiate. In particolare Renzi assicura che “alla riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e non fu riferito a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico”. Il Procuratore Capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Stefano Pesci accolgono questa tesi e chiedono l’archiviazione dell’indagine. Essi ritengono infatti che la telefonata non abbia dato luogo a nessun insider trading perché in essa “De Benedetti si limita ad affermare di aver appreso di un ‘intervento’: espressione polivalente che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto a Bolengo. Ma anche che l’intervento sarebbe stato realizzato in tempi brevi, ma non necessariamente brevissimi e comunque non determinanti”. 
Riguardo a questi fatti sono inevitabili alcune considerazioni, e ciò partendo proprio dalle righe attribuite ai magistrati. Essi reputano che l’espressione “intervento” è polivalente, e nulla fa sapere a Bolengo che questi non sapesse già. Ma se così fosse, come mai il Bolengo non aveva già investito nemmeno mille euro su quei titoli? 
Se la notizia era conosciuta da tutti, come mai De Benedetti ha investito quella grossa somma e tanti altri operatori, professionisti del ramo, non l’hanno fatto? 
De Benedetti chiede: “Salgono le popolari?”, cioè con questo provvedimento saliranno le quotazioni delle azioni delle banche popolari? E Bolengo – quello che secondo i magistrati sapeva già tutto – risponde: “Se (si badi, “se”) passa un decreto fatto bene salgono”. Come si vede, Bolengo – contrariamente a quanto scrivono i due magistrati – non sa se il decreto passerà o no. Essendo inteso che, nel dubbio, non si potrebbe certo rischiare una grande somma. Ma questo dubbio è chiarito da De Benedetti, che ha una notizia di primissima mano, che più “prima” non si può: “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. 
Bolengo, cioè uno di quei professionisti che fiutano continuamente il vento per sapere come andranno le borse, non sa se il decreto sarà varato. E tale dubbio esprime nella telefonata, contrariamente a ciò che sostengono i magistrati. E ciò significa che, soprattutto considerando il pessimo stato economico delle banche popolari, nell’incertezza non consiglierebbe certo al suo assistito di investire denaro. 
È proprio per questo che la notizia fornita da De Benedetti costituisce insider trading: perché fuga quel dubbio. Il decreto “passa, passa”. E sulla fede della parola del Primo Ministro si può rischiare qualunque somma, sicuri di ricavarne un lauto guadagno. 
Ma – dicono i magistrati – la conversazione non costituì reato perché De Benedetti parla genericamente di un intervento non meglio specificato. In realtà, che si trattasse di un intervento, di un provvedimento, di un decreto o di qualunque altra azione che salvasse quelle banche, l’essenziale è che ciò avrebbe fatto salire il valore delle azioni. Ed è esattamente ciò che ha motivato l’investimento dell’Ingegnere. 
I magistrati parlano poi dei tempi, che non danno per certi, nella conversazione. E dunque non si fornirebbero dati sufficienti per sapere quando – eventualmente – investire. La tesi non regge. In primo luogo, contrariamente a quanto da loro sostenuto, De Benedetti ha rivelato che i tempi sono brevi, forse brevissimi, dunque “determinanti”, per usare l’aggettivo dei magistrati. Infatti egli ha parlato di “una o due settimane” come massimo. E chi non è disposto ad aspettare una o due settimane, o anche un mese, se in capo alla scadenza c’è un premio di seicentomila euro? Io aspetterei un anno. 
In secondo luogo, che le notizie fossero sufficienti per indicare la convenienza di un investimento enorme è dimostrato non dalle parole dette, quanto dai comportamenti conseguenti. L’Ingegnere infatti su quella notizia non ha investito cinquemila, cinquantamila, cinquecentomila euro, ma ben cinque milioni. Guadagnandoci nel giro di qualche giorno seicentomila euro. Il tutto sulla base di quelle informazioni. 
Immaginiamo che Piersilvio Berlusconi, parlando con Silvio Berlusconi, in quel momento Primo Ministro, ottenga una notizia saporita che lo induce ad investire in borsa, guadagnandoci subito mezzo milione di euro. Domanda: quante probabilità avrebbero avuto i due Berlusconi di veder archiviata la denuncia, perché il fatto non costituiva reato? 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 gennaio 2018




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POLITICA
10 gennaio 2018
LA LUNA CON PANNA
Se non esce acqua dal rubinetto (aperto) la colpa è del rubinetto o dell’interruzione della fornitura? E se l’acqua esce ma è torbida, pensate che sia il rubinetto, che l’intorbida, o che sia l’acquedotto che la manda sporca?
Nella mia ingenuità penso che se A causa un fenomeno, di cui B è la conseguenza, non si può dare a B la colpa del fatto. E della cosa discuterei volentieri con Antonio Polito. Questi, sul “Corriere della Sera”(1), descrive meritoriamente la follia delle promesse elettorali del Centrodestra, del M5s, del Pd ed anche dell’estrema sinistra. Insomma di tutti. Domanda: ha ragione o torto? Ovviamente ha ragione da vendere, riguardo al fatto che quelle promesse sono mitologiche e insostenibili, quando non rovinose, se si provasse a mantenerle. Ma ha torto marcio – ecco ciò che sostengo – quando dà ai partiti la colpa di averle formulate. 
Facciamo un esempio. Qualcuno si vede proporre per mille euro un diamante che in gioielleria ne costerebbe ventimila, e lo compra. Naturalmente, se il diamante è autentico, il compratore è colpevole di incauto acquisto, e il codice penale lo condanna. Se invece il diamante è falso, l’uomo è stato truffato ma – attenzione – è stato truffato perché, essendo avido, ha sperato di avere un gioiello per un ventesimo del suo valore. In un certo senso, è lui stesso la causa prima della truffa. I truffatori infatti prendono di mira soprattutto le persone disinformate, avide e capaci di credere alle fate. Con le persone prudenti non ci provano nemmeno. 
Polito, per ipotesi, avrebbe ragione di accusare il Movimento di Grillo se fosse l’unico a promettere cose irrealizzabili. Ma, se lo fanno tutti, la conclusione è diversa. Significa che il popolo desidera avere per mille euro un diamante che ne vale venti. Al punto che, se qualcuno gliene proponesse uno autentico per quindicimila euro (uno sconto del 25%) preferirebbe ancora quello a mille euro. In altri termini, qui il compratore – cioè il popolo - o è sciocco o è disinformato o è avido. Certo è che, se tutti si adeguano a un certo andazzo, è segno che il destinatario della campagna elettorale desidera sentirsi raccontare quelle favole. Incauto acquisto di promesse. 
Purtroppo ciò significa anche che i partiti reputano, all’unanimità, che l’elettorato italiano è talmente infantile da votare per chi gli promette la Luna. Al punto che nessuno di loro vuole lasciare questo vantaggio agli altri. E siamo all’asta dei sogni. Lui ti offre la Luna? La mia Luna è con panna.
Forse abbiamo una classe politica poco stimabile ma essa è emanazione della nostra società. E non si vede perché il frutto dovrebbe essere di natura diversa rispetto all’albero che l’ha prodotto. Se il popolo volesse veramente una buona amministrazione, la politica gli darebbe una buona amministrazione. E infatti in Svizzera, dove era stato proposto il reddito di cittadinanza, i cittadini lo hanno respinto con un referendum. Se invece il popolo vuole demagogia e spesa folle, i politici sono disposti a saziarlo del suo cibo preferito. Naturalmente non ci si può stupire e poi la realtà presenta il conto ai cittadini, e quel ch’è peggio ai loro figli. È la democrazia, bellezza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 gennaio 2018
http://www.corriere.it/opinioni/18_gennaio_10/partiti-soldi-pubblici-promesse-senza-futuro-campagna-elettorale-f1f606fe-f56f-11e7-b250-16cc66648122.shtml




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POLITICA
9 gennaio 2018
LA DEMONIZZAZIONE DI TRUMP
Una gentile corrispondente mi ha inviato in Pdf il libro/rivelazione sul Presidente Trump, “Fire and Fury”, di Michael Wolff. L’ho ringraziata, confessandole però che non lo avrei letto. I libri la cui prima intenzione è la demolizione di una persona non mi piacciono. A volte sono necessari, per esempio quando, nell’interesse della verità storica, si tratta di ridimensionare un falso mito, come nel caso di Che Guevara. Ma per il resto quei libri sono spazzatura. 
Il rigetto è innanzi tutto motivato da un’idiosincrasia per i comportamenti miserabili. Le notizie pruriginose sono prima di ogni altra cosa una violazione della vita privata di una persona. Non per niente all’interno di tutte le case l’unica porta che si chiude a chiave è quella del bagno. La funzione escretiva è benemerita, e l’auguro a tutti perfetta, ma non è uno spettacolo. Io non amo affatto Papa Bergoglio ma sarei lieto di dare un anno di galera a chi riuscisse a fotografarlo mentre fa i suoi bisogni. 
Il modo in cui le persone fanno l’amore, gli eventuali tradimenti coniugali e che cosa si dicono marito e moglie quando litigano, sono gossip, e gossip in francese si traduce “commérages”, cioè conversazioni di comari. È strano che mi rifiuti di essere una comare?
La demolizione di una persona è particolarmente spregevole quando non si attacca un idolo delle folle – operazione che almeno ha il merito di essere in salita – ma qualcuno che ha già tutti contro. Così si scende dal livello delle comari a quello della muta dei cani durante la caccia alla volpe.
In questi casi bisogna assolutamente rifiutarsi di associarsi al coro. Soprattutto non bisogna prendere in considerazione le accuse estranee alla professionalità di una persona. Se si rivela che un grande pianista è omosessuale e in passato ha anche frequentato cessi pubblici per trovare compagni occasionali, la reazione deve essere di indifferenza. La cosa non ha alcun rapporto con la sua musica. E se lo stesso si fa con un Primo Ministro stimato da tutti, l’autore della rivelazione è un traditore della patria. Un politico non è buono o cattivo secondo ciò che ne pensa la madre superiora. All’autore dello scoop bisognerebbe rispondere che preferiamo mille volte il libertino Luigi XV al pressoché casto Hitler.
Il mio disgusto per questa attività stercoraria è così violento che, salvo casi come quello di Bin Laden, se tutti attaccano qualcuno io non credo più una parola di ciò che dicono. È avvenuto con Ronald Reagan, con Silvio Berlusconi, e avviene attualmente con Donald Trump. 
Del Presidente degli Stati Uniti m’interessa soltanto, unicamente, esclusivamente, l’azione politica. Se i capelli siano i suoi o porti il parrucchino, quanto spesso faccia l’amore con sua moglie, se ha amici russi o no (io per esempio non ne ho, e mi dispiace) e tutto il resto sono chiacchiere inutili. Certo, alzerei un sopracciglio (ma soltanto perché non siamo più nel Cinquecento) se apprendessi che ha fatto uccidere qualcuno. Ma al di sotto dell’omicidio non sono molte le cose che mi scandalizzerebbero. 
L’atteggiamento di disprezzo che tanti affettano nei suoi confronti mi induce a grevi sarcasmi. Penso a dei focomelici che disprezzano un ballerino: gente che appena scrive su una gazzetta si permette di criticare uno che è riuscito negli affari, fino ad essere miliardario, che ha avuto successo nello show business, e nella politica ha addirittura trionfato contro venti e maree. Che si aspetti almeno qualche anno, per giudicarlo dai fatti, in quanto politico, e non dalle eventuali gaffe. Goffaggini, di cui nessuno storico mai si occuperà. 
Ogni volta che tutti sono contro uno, dobbiamo pensare di non avere i dati per giudicarlo, perché quelli che ci vengono forniti forse non sono affidabili. E proprio pensando a questo, oggi ho finalmente capito il satanismo. Come mai, mi sono a lungo chiesto, se il Diavolo è il riassunto di ogni male, qualcuno lo adora, cerca di farselo amico, e spera di ottenere vantaggi rivolgendosi a lui piuttosto che al Sommo Bene? La risposta è che qualcuno si sarà detto: se tutti ne dicono tanto male, non è possibile che in lui ci sia invece qualcosa di buono, che tutti nascondono, nell’interesse di Dio? Del resto, rivolgendomi all’Altissimo che cosa ho ottenuto? Niente. E allora mi rivolgo alla concorrenza. Del resto l’idea di un dio in perenne contrasto con un altro dio, suo oppositore, è molto frequente nelle religioni antiche. A cominciare da Mani.
Se il satanismo è un’assurdità, anche la “character assassination” è un’assurdità. La demonizzazione prova soltanto che alcune persone sono talmente emotive, e talmente conformiste, da non avere idee, ma soltanto suggestioni che per giunta seguono senza spirito critico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 gennaio 2018




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POLITICA
8 gennaio 2018
TRIPLA ASSURDITA'
Diceva Nietzsche che l’uomo è l’unico predatore che, quando uccide la propria vittima, pretende anche di avere moralmente ragione. Ovviamente una simile pretesa è ingiustificata ma a nessuno piace doversi condannare mentre fa qualcosa che ha tanta voglia di fare. 
Questa troppo umana autoassoluzione va tuttavia lasciata agli ipocriti. Per chi ama la verità, lo sforzo dell’onestà intellettuale rimane un obbligo assoluto. Per esempio, io mi sono messo in pensione dopo (relativamente) pochi anni di lavoro, e comunque abbastanza presto – visto che nel frattempo non mi sono deciso a morire – per vivere molti più anni da pensionato che da lavoratore. 
Dunque devo ammettere che per decenni sono stato mantenuto dai connazionali e lo sono ancora. La qualifica di parassita non piace a me come non piace a nessuno, ma che posso farci: io non ero nato per lavorare. E comunque è più facile sopportare la qualifica di parassita che avere fame. Perciò, da bravo leone qualunque, continuo a godermela senza scrupoli.
E in ogni caso sono tutt’altro che l’unico a dover riconoscere verità scomode. Se lo Stato facesse una legge balorda (e non è un’ipotesi inverosimile) per la quale chiunque abbia il cognome che comincia con la “Q” ha diritto a un regalo di cinquantamila euro, potremmo chiamare ladri, profittatori, parassiti i signori Quirico, Quintino, Quadrio, che si presentassero in Banca d’Italia per incassare l’assegno? Chi è da biasimare: chi fa un regalo immotivato, o chi l’accetta? E soprattutto, veramente i signori “P” che hanno tanto criticato i signori “Q” si sarebbero astenuti dall’andare a ritirare l’assegno, se la legge avesse riguardato loro? 
Il colpevole è uno Stato che privilegia senza alcuna ragione una certa categoria di cittadini, facendo pagare quel privilegio ai non privilegiati. È esattamente quello che è avvenuto negli anni demenziali della spesa statale folle. Bastavano sedici anni di lavoro (più quattro virtuali d’università) per aver diritto alla pensione. Anche da quaranta a novant’anni. Quando me l’hanno detto da prima non ci ho creduto. Ma quando ho visto che era vero, ne ho tratto le logiche conseguenze.
Sembra una storia mitologica ed invece si ripete anche attualmente, nel tempo delle vacche magre. Stavolta si tratta di ristrutturazioni edilizie.
Forse molta gente nemmeno lo sa, ma oggi chi effettua questo genere di lavori (per esempio il rifacimento dei frontalini dei balconi) ha diritto al rimborso delle spese nella misura del 50%, anche se quel rimborso gli arriverà nell’arco di dieci anni. Chi per esempio ha speso diecimila euro, dall’anno seguente riceverà cinquecento euro per dieci estati consecutive. Ma c’è di meglio. Per chi cambia i suoi serramenti con serramenti moderni, in nome del risparmio energetico, il rimborso sale al 65%. Il cittadino spende quindicimila euro e lo Stato, in dieci anni, gliene rimborsa quasi diecimila. Al ritmo di mille ogni agosto. Questi provvedimenti sono assurdi per una miriade di ragioni. 
Per cominciare, lo Stato è generosissimo con i soldi altrui, o, peggio, facendo debiti. Inoltre lo è nei confronti di chi può permettersi una spesa di dieci o quindicimila euro continuando a mandare avanti la sua famiglia. E non tutti possono. Il che corrisponde a dire che i poveri si terranno le case con i serramenti vecchi, da cui magari entrano spifferi gelidi, mentre i ricchi potranno perfino cambiare serramenti ancora accettabili, ché tanto in sostanza paga lo Stato. E lo stesso vale per i mobili, i condizionatori d’aria, i grandi elettrodomestici, tanto da rendere finalmente comprensibile il detto evangelico per il quale: “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Matteo, 13.12). 
Ovviamente mi sono lanciato anch’io a cambiare i serramenti. Dove sta scritto che dovrei essere meno leone degli altri leoni? E astenendomene avrei forse salvato l’Italia? Senza dire che questo genere di provvedimenti è adottato da un Parlamento sensibile alle ragioni di una superiore moralità ecologica. E chi sono io, per non seguirne i consigli?
La balordaggine di un simile provvedimento risiede anche nel fatto che è difficile revocarlo. Dopo che a lungo si è spronata la sostituzione dei serramenti, se domani lo Stato togliesse gli incentivi, di quanto crollerebbero la loro produzione e la loro installazione? Chi oggi non li ha sostituiti pur in presenza di uno Stato demente che paga i due terzi della spesa, domani li sostituirà interamente a proprie spese? La drammatica stasi del settore durerebbe un decennio o più.
Infine aleggia su tutta questa vicenda un brutto sospetto: che lo Stato, oltre che ingiusto nei confronti dei cittadini economicamente più deboli, speri anche di fregare i cittadini economicamente più forti. Infatti questi per i miglioramenti spendono soldi buoni, mentre se tutto scoppia, e se siamo sommersi dall’inflazione, lo Stato restituirà euro che varranno sì e no la metà o forse meno di quelli di oggi. E a questo punto i cittadini abbienti i lussi se li saranno pagati pressoché interamente da sé.
Un collega di Nietzsche, Hegel, diceva che tutto ciò che è razionale è reale, e tutto ciò che è reale è razionale. E qui l’unica conclusione logica è che un simile Stato è folle economicamente, ingiusto socialmente e, se gli riesce, abbastanza disonesto per non pagare i suoi debiti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 gennaio 2018




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POLITICA
7 gennaio 2018
PERCHÉ HA SUCCESSO LA DEMAGOGIA
La storia ha un senso? L’avrebbe certamente, se ci fosse una Divina Provvidenza a guidare le sorti dell’umanità. Ma, a giudicare da come vanno le cose, di quella Provvidenza non si vede traccia. La domanda può dunque essere un’altra: la storia ha oggettivamente un direzione? Avremmo una risposta se, per esempio, secolo dopo secolo gli uomini fossero sempre più liberi in democrazie o sempre più schiavi in tirannidi. Allora sì sapremmo se nella natura umana prevale l’istinto dell’individuo o quello del gregge.
La tentazione di ravvisare questo “senso” oggettivo è ricorrente, ma a certe tentazioni, checché ne dica Oscar Wilde, bisogna resistere. Perché l’epoca storica – che, non contando il più antico Egitto, non va oltre i quattro millenni – è troppo breve per trarne delle conclusioni. Un contemporaneo di Cesare avrebbe potuto credere che – guidato da Roma – il mondo si sarebbe avviato verso uno Stato magari autoritario ma certo civile, sensibile al diritto e tendenzialmente pacificato. Perché tale appariva il mondo colonizzato da Roma, per giunta un mondo che continuava ad espandersi. 
Ma poi Roma stessa si contraddisse, e divenne, soprattutto al vertice, una tirannide. Con figure, come l’ultimo Nerone, Caligola e tanti altri, il cui comportamento poté perfino suscitare orrore. Quel grande Stato cominciò lentamente a decadere, fino a meritare quella fine ignominiosa che si verificò quando i romani dimenticarono anche il dovere di difendersi personalmente, con le armi. L’Impero fu rimpianto per secoli, tanto che ancora oggi i Paesi che ne fecero parte, dal Marocco all’Inghilterra, dalla Spagna alla Romania, mostrano con orgoglio le pietre che sul loro territorio parlano ancora di quella civiltà, ma in esso alla fine le ombre prevalsero nettamente sulle luci.
La vicenda di Roma ha potuto far pensare da prima che il mondo andasse sempre verso il meglio e poi, ineluttabilmente, sempre verso il peggio. Impressione che fu confermata dall’eclisse che, salvo lampi isolati come quello di Dante, durò per secoli, fino al Rinascimento. Infine con l’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, si sarebbe potuto sperare in un costante miglioramento intellettuale e materiale, ma poi siamo stati svegliati dall’enorme massacro delle due Guerre Mondiali, dai settant’anni dell’oppressione sovietica, dall’incubo dei trent’anni di Stalin, e dei dodici anni di Hitler. Come credere ad un progresso futuro?
Rimane da trovare un perché a queste marce avanti e marce indietro dell’umanità. E forse basta chiedersi: “Fra le persone che hanno subito l’oppressione sovietica e sono tornate alla libertà, quante vorrebbero tornare alla dittatura comunista?” Certo pochissime. E infatti il partito comunista, perfino in Russia, è insignificante da quasi un trentennio. E tuttavia: è escluso che fra dieci o vent’anni dei giovani russi non votino in massa per un regime dittatoriale, di destra o di sinistra che sia, non avendo idea di come si viva in una dittatura?
Tutto si spiega con la durata della vita umana. Chi ha fatto l’esperienza della mancanza di libertà sa quanto essa valga, ma chi non l’ha fatta si lamenta di inconvenienti minori e pur di eliminarli è capace di giocarsi la libertà. Soltanto l’esperienza personale insegna che, come diceva Churchill, la democrazia è pessima ma gli altri tipi di regime sono peggiori. Ma gli uomini vivono per pochi anni e non tutti hanno il tempo d’impararlo.
La morte di Cesare suscita ancora oggi rammarico ed orrore e i congiurati sono visti come criminali vili e ingrati. E tuttavia la motivazione di quegli assassini non fu ignobile: Cesare aveva ottenuto la carica di dittatore a vita e questo significava la fine della Repubblica. 
Soltanto un uomo che vivesse duecento o trecento anni sfuggirebbe alle sirene delle illusioni. Costui non permetterebbe a nessuno di prendere il potere senza il dovere di restituirlo a richiesta. Saprebbe che la democrazia, lungi dall’essere un regime perfetto, è severamente criticabile, ma meglio tenersela stretta, se non si vogliono avere regimi peggiori. Basti pensare all’impressionante contrasto economico fra le due Coree che, pur avendo la stessa lingua e la stessa civiltà d’origine, sono oggi l’una fra i Paesi più ricchi del mondo, e l’altra fra i più poveri.
Perfino in Italia constatiamo l’effetto di questa mancanza di esperienza. Se abbiamo un grande partito come il Movimento 5 Stelle è perché molti italiani desiderano dire che dell’attuale regime non ne possono più. Che sono pronti a perdonare qualunque incompetenza, e perfino i guasti di un governo di dilettanti, pur di mandare a casa un’intera classe politica. In altri parole votano per un partito che dovrebbe rovesciare la democrazia, e dimenticano che questi tentativi a volte riescono. Poi magari ci se ne pente per cinquant’anni, ma mentre un governo democratico si può sempre cambiare, chi cambiò mai dittature come quella di Stalin o di Hitler, che insieme sono costate decine di milioni di morti all’umanità?
Soltanto un uomo che vivesse duecento o trecento anni sarebbe immune da queste soluzioni facili, quando non mitologiche e miracolistiche. E l’uomo, dirà qualcuno, non vive così a lungo. È vero. Ma non del tutto. Perché se l’uomo medio in Italia vive ottant’anni ed ha un’esperienza di circa settanta, l’uomo abbeverato di storia di anni ne ha almeno tremila. Anche se purtroppo questi anni non gli servono a niente. In regime democratico il voto di colui che ha tremila anni di esperienza vale quanto quello di colui che lava le scale del suo condominio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 gennaio 2018




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POLITICA
5 gennaio 2018
IL M5S ESCE DALL'IMPASSE A MARCIA INDIETRO
In questi giorni chi si accinge a leggere un articolo di politica meriterebbe un ringraziamento, talmente la materia è noiosa. Il disgusto attanaglia per primo l’opinionista: “Ma val la pena di scrivere tutto questo? Se fossi un lettore, sarei contento di leggere il mio articolo?” 
Lo scoraggiamento diviene tanto più paralizzante quanto più ci si rende conto che non è la qualità dell’articolo o delle idee, ciò che potrebbe renderlo inutile, quanto lo stesso argomento trattato. E tuttavia c’è una ragione molto valida, per vincere il fastidio: il famoso principio per cui “Se tu non ti occupi di politica, comunque la politica si occuperà di te”.
Attualmente la politica è talmente confusa da rendere impossibile dirne qualcosa di ragionevole. Addirittura ciò dovrebbe bloccarci perché, come diceva Wittgenstein, “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen”, di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere. E tuttavia si può eludere il consiglio del filosofo austriaco appunto spiegando perché “man nicht sprechen kann”, cioè perché la razionalità sembri non aver presa. 
Ciò che permette di prevedere il comportamento dei partiti politici è la loro ideologia, e già per questa parte siamo in difficoltà. La sinistra estrema ha promesso per decenni la rivoluzione proletaria ed oggi l’ha archiviata. La destra – perfino quella di Berlusconi – ha promesso la rivoluzione liberale, e anche in questo caso il progetto non è andato in porto. Tanto che se oggi la proponesse, nessuno ci crederebbe. La destra moderata e la sinistra ragionevole sono oggi così ideologicamente vicine, che non c’è molto da prevedere. I partiti di contorno sparano enormità tanto per farsi notare e per la maggior parte sono così poco realistici da raccogliere soprattutto i voti degli scontenti. Ma gli specialisti, in questo campo, sono i “grillini”. Quelli che di questo atteggiamento hanno fatto la loro ragione sociale. E proprio il loro caso si rivela interessante. 
Per anni il bacino elettorale in cui il Movimento 5 Stelle è andato a pescare i suoi consensi sono stati gli esasperati che avrebbero volentieri buttato tutto all’aria. E per legittimarsi nel momento in cui chiedeva il loro voto, il Movimento ha per lungo tempo sbandierato due caratteristiche salienti: la mancanza di un’ideologia e l’impegno a non allearsi con gli altri partiti. Ambedue le cose per non essere costretto ad uscire dall’ambiguità. I “grillini” si limitavano a dichiarare inemendabile l’esistente e si impegnavano soltanto a distruggerlo. 
Il tempo è passato e finalmente i dirigenti del M5s si sono resi conto che, se anche nella prossima legislatura si rivelassero del tutto inassimilabili e per conseguenza ininfluenti, rischierebbero di sparire. Ma è anche vero che, mostrandosi disponibili ad allearsi con altri e a “sporcarsi le mani”, correrebbero il rischio di perdere quegli elettori che li hanno votati proprio perché sempre inesorabilmente “contro”. 
Brutto dilemma. Tanto brutto quanto ineludibile. E a scorno del principio che chiunque è uguale a chiunque altro, coloro che nel M5s hanno il potere di decidere hanno preferito il rischio del dimagrimento al rischio di morire. Meglio essere più snelli e magari governare, che essere inutili e destinati all’estinzione.
E qui è nato un problema: le alleanze sono concepibili con chi ha un programma simile, mentre il programma del Movimento era soltanto “uno specchietto per le allodole”, mitologico e irrealizzabile. E proprio in considerazione di questo fatto esso non ha potuto dire con chi eventualmente si alleerebbe. Addirittura, non ha neppure detto se questo alleato sarebbe di destra o di sinistra, dal momento che esso stesso non lo sa. E ciò induce a credere che forse i dirigenti non si sono resi conto che il passo compiuto – dichiarando di essere disposti ad allearsi – è stato più importante e definitivo di quanto essi stessi non abbiano pensato. Infatti, se il M5s si fermasse ad esso, il suo comportamento potrebbe essere visto come il colmo del cinismo e dell’opportunismo. 
In realtà, si è varcato un Rubicone. Ormai, che sia stato giusto o sbagliato proclamare la disponibilità ad un’alleanza, non rimane che uscire dalla nebbia, scegliere coraggiosamente se il Movimento è di destra o di sinistra, qual è il suo vero programma e con chi, eventualmente, si reputa possibile realizzarlo. 
Incarnandosi in un vero partito, quella formazione politica potrebbe partecipare al potere e consentire per giunta la governabilità del Paese. Se invece, dopo quell’epocale cambiamento di rotta, mantenesse l’ambiguità, potrebbe sparire dopo aver dato, come ultima impressione, quella di non essere un Movimento disinteressato ma un partito opportunista e cinico, a cui è andato male anche l’essere opportunista e cinico. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 gennaio 2018




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POLITICA
3 gennaio 2018
IL RE VOLA DALLA FINESTRA
Immaginate due giocatori di scacchi. Quando il bianco si rende conto che sta per subire uno scacco matto, afferra il re avversario, lo lancia fuori dalla finestra e proclama: “Ho vinto!” Nel gioco degli scacchi quella scena è semplicemente assurda, ma non nella vita. Se due schieramenti si sono impegnati a non usare una certa arma, uno viola il patto e vince la battaglia, si sarà comportato scorrettamente, ma non per questo non raccoglierà i frutti della vittoria. 
In certi campi, se c’è qualcuno più facile da ingannare, è l’uomo razionale. Chi risolve problemi complessi è più di altri condizionato all’osservanza delle regole. Così, se gli si pone il problema di come evadere da un certo carcere, come soluzione non fornirà mai un terremoto che faccia rovinare la recinzione. 
Questo rischio lo corre anche il commentatore politico. Anni fa si poteva scrivere con ferrea convinzione che l’Italia non sarebbe mai entrata nell’euro perché una delle imprescindibili condizioni era un debito pubblico non superiore al 60% del pil. Poi invece l’Europa, nel suo interesse, fingendo di credere che avremmo mantenuto la promessa di diminuire il nostro debito, ci aprì le porte. In queste condizioni uno si chiede a che serva ragionare. E oggi la cosa si verifica riguardo al M5s. 
Questo movimento ci ha ripetuto per molti anni che non si alleerà mai, con nessuno, perché esso non è un partito, ed anzi si oppone nettamente a tutti i partiti. Tutto ciò aspettando di avere il 51% dei voti, in modo da governare senza compromettersi con altre formazioni. E sulla base di queste affermazioni abbiamo tutti ragionato per mesi ed anni. Soprattutto l’abbiamo fatto recentemente, dal momento che non si riusciva ad immaginare una coalizione di governo. Infatti il M5s da solo non avrà il 51; Pd e coalizione di centrodestra forse non saranno disposti ad allearsi, e comunque è sicuro che insieme superino il 50% dei seggi. In conclusione, sapienti grattatine di zucca. Ora arriva Di Maio e fa volare il re dalla finestra. 
L’incomparabile, l’incorruttibile, l’inconfondibile, l’incompatibile, l’inassimilabile M5s dimostra di non avere alcun principio e, pur di andare al governo, proclama di essere disposto ad allearsi con chi ci sta. Ma come, forse nel 2013 non ci stava Bersani? Invece oggi è una fortuna che in Italia non ci sia il partito del Diavolo, perché diversamente anche il Diavolo potrebbe nutrire qualche speranza. 
E poi che vuol dire: “Con chi ci sta”? Con chi ci sta a quale programma, se quello  del Movimento è evanescente e nessuno saprebbe riassumerlo? E se al contrario il Movimento un programma lo ha, come è possibile che sia disposto ad allearsi con chiunque? Forse che il Pci avrebbe potuto costituire una coalizione con l’Msi?
La verità è che il discorso di Di Maio è più cinico di quanto sia sciocco. Il suo “Con chi ci sta” significa: “Con chi è disposto a sostenerci senza conoscere il nostro programma e senza avere niente in cambio”. Ma queste parole definiscono un partito assolutamente demente. E infatti la realtà è un’altra, ben più terra terra. Di Maio dice: “Dopo le elezioni faremo ciò che ci converrà”. Dichiarazione che, per il partito più morale d’Italia, non è il meglio che si possa immaginare.
E c’è una seconda piroetta del partito dell’onestà. Avendo finalmente osservato che un chirurgo non è l’ideale come chef di ristorante, e un meccanico non vale molto come astronomo, Di Maio ha scoperto che uno non vale uno, perché uno può non avere la competenza di un altro. Ora, poiché qualunque partito ha bisogno di competenti – grande scoperta posteriore al 2013, scriveranno gli storici – ecco che il Movimento è disposto ad imbarcare anche non iscritti, magari con qualche pendenza giudiziaria. Quante novità, signora mia.
Tanti illustri giornalisti che per anni si sono impegnati ad astrologare su questo nuovo fenomeno politico si accorgono ora di avere perso il loro tempo. Il Movimento è un partito disposto ad allearsi con chicchessia, dopo qualche trattativa per il necessario do ut des. È disposto ad imbarcare persone competenti, anche senza il placet dei magistrati e in totale è una formazione che, in materia di pragmatismo, per non dire di cinismo, batte tutti. 
Se gli italiani votano per un simile partito e lo mandano al governo, poi non vengano a lamentarsi. Certo, soffriranno in particolare quelli che ragionano. Ma siamo in democrazia, e deve comandare la maggioranza, no?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 gennaio 2018




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POLITICA
2 gennaio 2018
LE RIFORME COSTITUZIONALI NON PORTANO FORTUNA
Mi chiede un amico: “Non sarebbe possibile ripescare la legge elettorale affossata dal referendum d’un anno fa e resuscitarne qualche parte valida, per esempio l’abolizione del Senato? Come mai tutti erano d’accordo per abolirlo, e nell’anno passato nessuno ha trovato il tempo per riproporlo?”
Tema interessante. Ma in primo luogo va notato che non è dimostrato che “tutti” fossero d’accordo per abolire il Senato. Infatti per la riforma c’era una maggioranza precostituita del Pd alla Camera (in base al Porcellum) ma essa fu imposta a colpi di fiducia, al Senato. E qui  i parlamentari hanno preferito dire sì che andare a casa. Nulla a che vedere col merito delle norme costituzionali. Sempre che non ricordi male.
Quanto alla possibilità tecnica di ripescare la legge elettorale, pure se essa era idealmente collegata al referendum, è chiaro che non ne faceva parte. Ed anche se è vero che, permanendo il Senato, essa risultava assurda, chi l’ha affossata è stata la Corte Costituzionale, in gennaio, non il referendum di dicembre. Ma forse il mio corrispondente ha scritto “legge elettorale” e voleva scrivere “riforma costituzionale”, come si vede poi dall’accenno al Senato. 
Precisate queste cosette, va detto che mai come in questo caso è stato violato lo spirito della democrazia. Se una riforma elettorale è imposta col ricatto – “O votate sì o finisce la legislatura e voi perdete anche la pensione” – come possiamo sapere che cosa avrebbero deciso, i parlamentari, se fossero stati liberi di votare?
Ma lo stravolgimento delle istituzioni è continuato. Normalmente col referendum avremmo potuto sapere che cosa pensavano della riforma, se non i parlamentari, almeno i cittadini, per quello che ne capivano: e invece nel nostro caso neanche questo è stato possibile. Prima Matteo Renzi, per intestarsi il previsto successo, ha presentato la riforma come una cosa sua, cui teneva tanto particolarmente, che, se non fosse passata, si sarebbe ritirato dalla politica. Anzi, avrebbe “cambiato mestiere”. Ecco una prima personalizzazione. 
Quando poi si è accorto che il rischio del “no” era concreto, si è battuto come un leone per il “sì”, essendo onnipresente in tutte le televisioni, insistendo su tutti i toni, minacciando le peggiori conseguenze, in caso di risultato negativo. L’abbandono della politica è stato messo in sordina, ma Renzi non ha potuto rinnegare la promessa che, in caso di sconfitta, si sarebbe dimesso. Gli italiani se la ricordavano troppo bene. Questa accentuata personalizzazione del referendum ha fatto sì che ancora oggi non sappiamo se gli italiani hanno votato contro il referendum o contro un uomo. 
E tuttavia, eliminato Renzi, si poteva ripescare la riforma? Innanzi tutto, si ipotizzava di tornare alle urne al più presto. Poi ogni riforma costituzionale richiede due votazioni conformi nei due rami del Parlamento, e a distanza di tre mesi altre due votazioni conformi nei due rami del Parlamento. Inoltre, se si modifica una virgola in uno dei quattro passaggi, l’iter riprende dal principio. Non era nemmeno detto che sarebbe bastato un anno. Infine, chiunque pensasse ad una riforma oggi avrebbe un bel rebus da risolvere: che giudizio hanno dato gli italiani di quella proposta da Renzi? Quali rischi si correrebbero, proponendo qualcosa di simile?
Quella ristrutturazione, accoppiata con la legge elettorale poi bocciata, disegnava un ordinamento costituzionale discutibile. Il potere sarebbe stato consegnato a un solo partito, forte di essere arrivato primo con qualsivoglia percentuale, anche il venti per cento. La sua maggioranza artificiale sarebbe stata infrangibile per cinque anni, e avrebbe comandato nell’unica Camera rimasta. E se infine il partito fosse stato dominato da un leader carismatico, il rischio sarebbe stato: un solo uomo, che comanda a un solo partito, che comanda su una sola Camera. Qualcosa che ricorda molto da vicino una dittatura. Nel 2016 tutto ciò non poté essere denunciato, perché il voto di fiducia tagliò la testa al toro: ma in una discussione normale il pericolo sarebbe evidente. 
Un’ultima nota riguarda l’abolizione del Senato. L’Italia è un Paese emotivo capace di votare leggi assurde, per esempio l’omicidio stradale, seguendo la pressione popolare, per non dire che sancisce reati gravissimi – il concorso esterno in associazione mafiosa – senza neanche farli passare dal Parlamento. Dunque il sistema attuale rimane il migliore. Due Camere sono obbligate a votare lo stesso testo (diversamente esso torna alla Camera precedente), e ciò rallenta la legislazione e impedisce i colpi di testa. In un Paese dalle troppe leggi, non è detto che sia un difetto. 
Probabilmente per qualche tempo nessuno oserà parlare di riforme costituzionali. L’esperienza di Renzi sarà un monito per tutti. Meglio procedere a piccoli passi ed anche in quel caso con molta prudenza: la riforma del Titolo V, appannaggio della sinistra, ne è un esempio, ed oggi essa stessa è più criticata che apprezzata.
Le riforme costituzionali non portano fortuna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 gennaio 2018
 




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POLITICA
1 gennaio 2018
PERCHÉ IL PD PERDE CONSENSI
Stefano Folli, su “Repubblica” del 30 dicembre, pone una domanda interessante. Se i parametri economici del 2017 mostrano un certo miglioramento, se Paolo Gentiloni appare così serio, così credibile e così rassicurante, se insomma il Pd avrebbe le carte in regola per essere apprezzato, più in questo momento che uno o due anni fa, come mai nei consensi appare in caduta verticale e si presenta alle prossime elezioni non come un protagonista, ma come un comprimario? 
L’editorialista riconosce giustamente che, mentre le statistiche descrivono i miglioramenti, la gente questi miglioramenti non li percepisce. E questo potrebbe smorzare gli applausi. Ma soprattutto Folli osserva acutamente che “gli elettori non votano in base alle promesse, ma per ragioni talvolta inafferrabili tra interesse ed emozione”. Ecco, appunto, l’emozione.
Per quanto riguarda l’economia, se il governo Gentiloni avesse avuto l’abilità o la semplice fortuna di compiere un inverosimile miracolo e di far ripartire l’Italia a razzo, con una impressionante ripresa dell’occupazione soprattutto giovanile, probabilmente il Pd attualmente riscuoterebbe tali consensi da risultare imbattibile. E forse supererebbe da solo il 40% dei voti. Poiché questo non è avvenuto, e quel po’ di miglioramento che si è avuto è stato all’incirca la metà dei progressi dei nostri vicini e colleghi nell’Unione Europea, c’è stato ben poco da entusiasmarsi. Forse il vero motore dei nostri piccoli progressi è la congiuntura internazionale e noi ne approfittiamo molto meno degli altri. Insomma non c’è da stare allegri. La gente comune – dinanzi ad una sorta di inerzia che dura almeno dal 2008 - è piuttosto rassegnata. Possiamo dunque trascurare il dato economico. Tutti si rendono conto che un altro governo non avrebbe fatto né molto meglio né molto peggio di quello che abbiamo avuto. E proprio per questo pesano di più i fattori umani. 
Il grande merito di Gentiloni è avere smesso di sparare frottole e vantare progressi tanto mirabolanti quanto inesistenti. E questa è certamente la ragione del suo credito personale, infinitamente maggiore di quello di cui godeva il suo predecessore. Il popolo è credulone e gli si possono dare a bere molte cose, ma c’è un limite anche alla demagogia. Per non parlare degli infortuni targati Boschi ed Etruria. Dunque la ragione della caduta di consensi del Pd non va cercata nel comportamento dell’attuale governo ma precisamente – come ha giustamente intuito Folli – in fattori emotivi. 
Il governo di Enrico Letta partì in sordina e si avviava a navigare in sordina. Sia perché il personaggio non è per sua natura clamoroso, sia perché quel governo nasceva in condizioni tanto difficili, che nessuno poteva presagire grandi imprese. L’imprevisto fu invece rappresentato dall’irruzione sulla scena di Matteo Renzi. Questo giovane aveva un atteggiamento del tutto diverso dagli altri e il suo approccio dirompente, nei confronti dei problemi, suscitò grandi speranze. In una situazione disperata nessuno può far nulla, ma il grand’uomo è proprio colui che supera i limiti noti, colui che riesce dove nessuno è riuscito, colui che rende possibile l’impossibile perché è capace di quello che oggi si chiama “pensiero laterale”. Cioè di vedere la soluzione fuori dalle regole: Alessandro Magno che, invece di sciogliere il nodo di Gordio, lo taglia con un colpo di spada. 
Fu proprio questa la ragione del successo di Renzi. Appariva talmente diverso dagli altri, talmente eccezionale, da riscuotere un grande consenso anche al di là dei limiti del suo partito. Perfino anziani conservatori, se pure allarmati dalle dimensioni dei suoi progetti e delle sue promesse, gli aprivano un credito: “Quand’anche facesse la metà di ciò che dice, sarebbe un uomo eccezionale”. Ma questo fu soltanto il primo tempo dell’epoca renziana. Poi c’è stato il secondo tempo. Il momento in cui l’attesa si è prolungata, le promesse impossibili da mantenere sono state disattese, e la grancassa non ha smesso di tuonare, fino ad assordare e infine a disgustare. 
E quando infine, percependo che il vento era cambiato, Renzi ha pedalato come un forsennato per ottenere il sì al referendum, ha ottenuto il risultato opposto. Una reazione violenta e spietata, che ha perfino compromesso le speranze di un futuro rinnovamento della Costituzione. La magia era finita e nulla è più acre della delusione. 
Oggi viviamo un tempo in cui può avere un successo personale soltanto un uomo come Gentiloni, ma non con un partito infeudato a Renzi. La calamita del successo si è trasformata in calamita dell’insuccesso. Ecco – a mio parere – la ragione del calo di consensi del Pd. L’elettorato di sinistra è deluso e irritato. Il Mdp, addirittura, spera di costruire le sue fortune su questa irritazione. 
Renzi non ha saputo approfittare del 2017 per cambiare personaggio. È rimasto auto-referenziale e pesantemente assertivo. L’Elba non gli è bastata e forse l’attende Waterloo. Peccato. Se si fosse fatto realmente da parte, per qualche tempo, sarebbe stato utile al suo partito e forse gli stessi dirigenti del Pd sarebbero andati a cercarlo, per offrirgli una seconda vita politica che, con un diverso stile, quell’energico politico potrebbe persino meritare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 dicembre 2017




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POLITICA
31 dicembre 2017
L'ANGUILLA A CINQUE STELLE
Lo ammetto, la considerazione di Luigi Di Maio non è mai arrivata a soffocarmi. Ma forse lo dico perché siamo in concorrenza. Anch’io sono candidato premier. Basta che Mattarella si convinca a darmi l’incarico. Inoltre il giovanotto Di Maio ha il torto di confondermi le idee, e questo non è piacevole per nessuno. Per esempio, insieme con i suoi amici, mi ha insegnato per mesi e per anni che il Movimento – non lo chiamate partito, per favore, diversamente qualcuno potrebbe prenderlo per ciò che è – che il Movimento, dicevo, non può allearsi con gli altri partiti, essendo qualcosa di assolutamente diverso. Le leghe si possono fare fra metalli, ma come fare una lega fra legno e rame? Ecco, il Movimento è di legno. E infatti, per anni, ci è stato detto che esso mirava a prendere il potere ottenendo il cinquantuno per cento dei voti degli elettori. Da solo. 
Ho fatto una faticaccia bestiale, per assimilare questi concetti. Da quel balordo che sono, mi accorgevo continuamente che stavo trattando il Movimento come un partito e dovevo ricominciare il ragionamento da capo. Inoltre, malgrado ogni sforzo, mi ritrovavo a pensare che raggiungere il 51% in Italia è pura mitologia, ed ero costretto a dirmi che persone come Di Battista, Grillo, Di Maio, Toninelli ed altri luminari della politica non potevano sbagliarsi. 
Recentemente stavo finalmente riuscendo a completare questa rieducazione culturale quand’ecco Di Maio mi spiega che non ho capito niente, del suo partito. Pardon, Movimento. Leggo infatti, in un comunicato Ansa, queste sue parole: “Se avremo l'incarico, valuteremo le forze politiche che possano darci la disponibilità a fare il governo, lo vedremo all'indomani del voto”. Come, “le forze”? Al plurale? Ma quel monolite non era inassimilabile? La sua natura non era di opposizione totale a tutti gli altri? Possibile che io sia talmente tonto da non capire né una tesi né il suo contrario?
Inoltre, perché “all’indomani del voto”? Sappiamo tutti che il programma del M5s è chiarissimo (non a me, ma io non conto) e che mai quel partito si piegherà a negoziarlo con qualcun altro. Allora, perché esprimersi come se potesse vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie, da mangiare a Palazzo Chigi?
Dice ancora Di Maio: “Faremo un appello pubblico ai gruppi parlamentari. Attenderemo le risposte e faremo incontri”. Ed io, che sono rimasto all’Ancien Régime, traduco: il nostro partito entrerà in trattative con gli altri partiti, per concordare un programma comune e presentarci alle Camere per la fiducia. Ma naturalmente devo aver capito male. Perché “risposte” ed “incontri” significano trattative, quelle stesse trattative che il partito, pardon, Movimento, sdegnosamente rifiutò in un famoso colloquio in diretta televisiva con Bersani. 
Al riguardo si deve anche ricordare che a Bersani non furono mosse obiezioni politiche, non gli fu contrapposto un programma, gli si disse soltanto di no. In base all’inassimilabilità di quel nuovo fenomeno storico-politico. Ma forse ricordo male. Oggi invece secondo l’Ansa - anch’essa talmente stupida da tradurre questo linguaggio esoterico in terminologia corrente - “Di Maio in un'intervista alla Stampa non esclude intese con la Lega e con Liberi e uguali”. All’anima del programma, se può essere discusso con l’estrema destra e con l’estrema sinistra. Questa sì si chiama flessibilità. Insomma il partito che mai e poi mai si sarebbe alleato con nessuno, oggi dichiara che domani potrebbe allearsi con chiunque, anche con un eventuale “Partito degli amici degli amici”.
Accidenti, nella frase precedente ho ancora una volta chiamato il Movimento “partito”. Chiedo umilmente scusa, soprattutto dal momento che Di Maio, ancora in questa intervista, ci spiega che il suo partito non è un partito, “siamo un movimento semplicemente perché non abbiamo una struttura, perché non ci sono persone che decidono per le altre o dicono chi si deve candidare”. Chissà di quale Movimento parla. E comunque, se voi avete mai pensato che Beppe Grillo possa decidere per altri, per esempio escludere dalle candidature una signora che a Genova aveva ricevuto la maggioranza dei voti della sacrosanta Rete (quella in cui uno vale uno) ebbene, ricordate male. Di Maio e noi abbiamo visto film diversi. 
E così siamo venuti ad un altro dei principi sacramentali. Il principio secondo cui uno vale uno, sostiene Gigino, “è un concetto del quale si è abusato. Sicuramente uno vale uno - perché ci si può candidare (salvo che a Genova, se Grillo non è d’accordo, nota di G,P.) e votare - ma uno non vale l'altro”. Per esempio io devo assumere tre operai, ma al terzo candidato dico: “Uno vale uno, lo so, ma uno non vale l’altro, e dal momento che lei è nero non vale quanto i candidati bianchi. È un principio del nostro partito”. Pardon, Movimento.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 dicembre 2017




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POLITICA
30 dicembre 2017
TRUMP E IL RISCALDAMENTO GLOBALE
Franco Battaglia
Ma quale gaffe. Sul clima ha ragione Trump
RISCALDAMENTO GLOBALE
Il pianeta si sta svenando economicamente per proteggersi dal riscaldamento globale, che però sarebbe una manna dal cielo se ce ne fosse di più. Si può essere più stupidi?, si chiede Trump. E come dargli torto? Dunque, il problema sarebbe questo: negli ultimi 150 anni la concentrazione della CO2 atmosferica è aumentata di 100 ppm (parti per milione) a causa delle attività umane, causando, dicono, un aumento di temperatura media globale di 0,8 gradi, il quale avrebbe poi causato un aumento di eventi atmosferici catastrofici. Facciamo aritmetica di terza elementare (ma gli stupidi non capiscono neanche quella). 
Argomento della CO2. Il tinello di casa vostra sarà, al massimo, 100 metri cubi(1), cioè 100mila litri, 100 ppm dei quali corrispondono a 10 litri di CO2, che a loro volta corrispondono a 5 grammi di carbonio, cioè una candela di compleanno. Quindi, tutte le attività umane di tutto il pianeta degli ultimi 150 anni hanno causato nel vostro tinello un aumento di CO2 pari a quello che si ottiene bruciando una candela di compleanno! 
Argomento della temperatura. La temperatura del corpo umano può variare di 7 gradi, da 35 a 42 gradi, ma una variazione di 0,8 gradi dal valore medio non è nulla di cui allarmarsi: non è neanche febbre. Cosa può esserci mai di allarmante di +0,8 gradi per un pianeta, la cui temperatura varia di 100 gradi (da -50 ai poli a +50 all'equatore)? Anzi, possiamo dire con assoluta certezza che il clima è straordinariamente stabile, oltre ogni aspettativa. Altro che cambiamento climatico! 
Argomento degli eventi catastrofici. Gli uragani si contano. Quelli di forza 4 che hanno colpito l'America tra il 1850 e il 2010 sono stati 20, dei quali 10 sono occorsi tra il 1850 e il 1930 e 10 sono occorsi tra il 1930 e il 2010. Insomma, non v'è stato alcun aumento di eventi catastrofici. 
In conclusione, Trump ha ragione e il resto del mondo torto: forza caldo!
 Franco Battaglia. “il Giornale”, 30 12 2017.


(1) Note di Pardo. Battaglia è ottimista. Ammesso che il tinello sia una stanza di 4,5m di lato col soffitto alto 2,5m 4.5x4.5x2.5 = 55.25m3. Siamo più o meno alla metà di 100 m3.
Comunque a Battaglia (e dunque a Trump) si è liberi di dare torto purché si contestino i dati contenuti in questa noticina. E dal momento che io non sono in grado di farlo, prego gli amici di farlo loro, se possono.
G.P.




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POLITICA
30 dicembre 2017
MADAME BOVARY C'EST MOI
In Francia il romanticismo in letteratura finì all’incirca a metà Ottocento. L’epitaffio di quel grande movimento, e nel contempo il manifesto della nuova corrente (il realismo) fu costituito da “Madame Bovary”, il romanzo, tratto dalla cronaca, di una donna che di quegli ideali fumosi era stata la vittima. Gustave Flaubert avrebbe potuto essere un uomo duro e poco aperto agli ideali e ai sentimenti dei suoi contemporanei. Viceversa quel grande artista fu tanto sensibile, tanto capace di comprendere il romanticismo che, mentre poteva apparire come il suo più grande critico, confessò apertamente: “Madame Bovary sono io”. In altri termini, capiva talmente bene lo spirito di quel tempo, ed anzi ne era tanto partecipe lui stesso, che se pure la sua intelligenza ne condannava il messaggio, il suo cuore lo sposava totalmente. Per così dire fino alle estreme conseguenze, fin quasi a soffrire e a perire insieme con Emma.
Flaubert è un esempio di come per temperamento si può essere una cosa e per volontà si può essere un’altra cosa. Ciò si verifica ogni volta che l’affettività ci tira in una direzione e la ragione nella direzione opposta. Il cane spasima per i dolci. Uno gliene darebbe anche un chilo ma sa che gli fanno male e, anche se i suoi occhi imploranti ci fanno sentire colpevoli, continuiamo a dirgli di no. Per quanto resistere ci costi moltissimo. 
Questo è un esempio pedestre, ma è vero che il fenomeno si arrampica fino ai più alti livelli. L’uomo ha un’incompressibile tendenza al magico. Infatti tutti i bambini amano le favole e i film d’animazione. Quelli dove gli animali si comportano come gli uomini, la realtà si mescola con la fantasia, i cavalli volano e ai piccoli non può mai succedere nulla di male. Poi, crescendo, ci si stanca di fate e incantesimi ma – a parte il fatto che alcuni adulti, fra cui il sottoscritto, non escono mai sufficientemente dall’infanzia per smettere di amare Perrault e i fratelli Grimm – non è che la tendenza al magico sparisca: piuttosto si sposta su altri oggetti. Vediamo che si muore, e inventiamo l’anima immortale. Vediamo che siamo vivi soltanto in un certo tempo, e inventiamo la metempsicosi. Vediamo che la vita è dominata dall’egoismo, e parliamo di fratellanza universale. Vediamo che i ricchi non sono poi tanto più felici di noi, e continuiamo a fare del denaro un feticcio. Malgrado tante smentite, continuiamo a prendere sul serio una massa di scemenze, tanto che questa lista infinita si spiega col fatto che è molto difficile accettare la realtà come ci appare. Anzi com’è.
Il nostro desiderio è che – come nelle favole e come nei film – tutto comunque si concluda bene e ciò ci fa trovare inaccettabile che all’annuncio del tumore maligno segua poi effettivamente la morte. Che all’accumulo dei debiti segua il fallimento. Che insomma la realtà sia dominata da un principio di causalità che non guarda in faccia a nessuno. E certo non ai nostri sentimenti e ai nostri desideri. La principessa Diana è una donna vista quasi come una semidea, eppure, se sbatte contro un pezzo di cemento, la semidea muore come morirebbe qualunque mammifero. Ciò sembra talmente incomprensibile, talmente inaccettabile, che i più ingenui insistono a cercare un colpevole, a scoprire un complotto, qualcosa che spieghi un fatto incomprensibile. Si direbbe che per molti sia inammissibile che la realtà sia ciò che è. 
Questa voglia di chiudere gli occhi sul peggio fa apparire cinico ed addirittura inquietante l’uomo che osa parlarne. Mentre tutti vorrebbero attenuare la sensazione di spietatezza che dà l’esperienza, e al limite negare la realtà, lui non soltanto l’accetta, ma la proclama e sembra quasi un suo alleato. Se riconosce che la principale molla di tutti gli uomini è l’interesse, non è che per caso lo fa per giustificare il suo proprio interesse? 
Così può avvenire che un uomo sensibile, appassionato di favole, di musica, di poesia, ma nello stesso tempo capace di tenere gli occhi aperti sul mondo, passi per cinico e spietato. Non diversamente da come Flaubert, che pure comprendeva così a fondo il romanticismo, si pose a suo accusatore in nome della protezione dei più deboli. 
Quella teoria letteraria, debordando dall’arte alla moda, fu infatti un’epidemia di spontaneismo emotivo, di ingenuo velleitarismo e di cocenti delusioni. E lo è ancora.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 dicembre 2017




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POLITICA
29 dicembre 2017
LA SAGGEZZA DI PARACELSO
In democrazia i partiti si incaricano di portare in Parlamento le idee di chi li vota. Se le ideologie sono tendenzialmente due e nettamente differenziate, si ha la situazione per qualche verso ideale del sistema bipartitico. Se invece il voto si disperde in una miriade di partiti, o se i partiti più affini sono incapaci di allearsi in base ad un progetto di massima, si arriva allo stallo. In questi casi, come avviene attualmente in Germania e come è accaduto in Spagna e in Belgio, non si riesce a formare un nuovo governo. Con le elezioni del 4 marzo, noi ci avviamo a cacciarci in una situazione analoga e vien naturale chiedersi di chi sia la colpa.
Quando gli elettori esprimono un partito o una coalizione che vince e governa, dimostrano di avere idee chiare rispetto a ciò che bisognerebbe fare per il bene del Paese. Per risolvere i suoi problemi, rilanciare la sua economia e perfino attuare una migliore giustizia sociale. Quando invece sono tanto confusi e scoraggiati da seguire un partito anti-sistema o da astenersi dal voto, è il sistema che è in crisi. Il fenomeno indica che essi non soltanto sono delusi della politica dei partiti avversari, ma lo sono anche della politica del loro partito. L’elettore di sinistra non crede più all’intervento onnipresente dello Stato anche a costo di una pesante tassazione. L’elettore di destra non crede più al partito conservatore perché è scontento dei risultati: o le politiche attuate non sono liberali o i partiti liberali non sono in grado di applicarle. In un Paese come l’Italia il risultato è l’astensione, il voto di protesta e insomma una diaspora incapace di esprimere una maggioranza di governo. 
Rimane da chiedersi perché si sia arrivati a questo punto e il motivo potrebbe essere che si è spinto tanto lontano un modello sociale giusto da renderlo sbagliato. Non è un paradosso. Siamo tutti abituati a cercare di distinguere il buono dal cattivo, che spesso non pensiamo a chiederci con quale quantità avremo a che fare. Il grande Paracelso insegnava che “soltanto la dose fa che qualcosa non divenga veleno”. In altri termini, se si esagera, tutto può divenire veleno. E corrispondentemente nulla è veleno, se la dose è minima. 
Alla fine della guerra, malgrado la presenza del Pci la società aderì all’idea di uno stato liberale moderno. Così si attuò una veloce e impressionante ricostruzione, fino a sfociare negli anni del cosiddetto Miracolo Economico. Ma uno Stato liberale “puro” sembra poco sensibile alla pietà per i cittadini più poveri, più sfortunati o meno previdenti. Così lo si corregge introducendo sempre maggiori servizi e occupando sempre nuovi campi dell’attività umana. Si moltiplicano le funzioni dello Stato al punto da farlo somigliare in una certa misura a quello sovietico e ovviamente si ha un enorme incremento della pressione fiscale. Lo Stato diviene onnicomprensivo, onnipresente, onnipotente ed elefantiaco: in Italia ad esempio amministra direttamente o indirettamente più di metà dell’attività dei cittadini. Si chiamerà ancora liberale, ma di fatto non lo è più. E infatti tende alla paralisi economica che si riscontrava nell’Est comunista prima del 1989. La dose ha stravolto la natura di ciò che si voleva correggere.
Non si accusa nessuno. Se l’Italia è stata governata male è stato con le migliori intenzioni. Il fatto è che, echeggiando la mentalità dei cittadini, inconsciamente di sinistra, si è sempre creduto che l’Amministrazione potesse svolgere qualche altro compito, sia pure al prezzo di un aumento della pressione fiscale. E si è anche creduto che si potessero contrarre enormi debiti, sperando che una sorta di età dell’oro permettesse poi ai posteri di ripianare quella montagna. 
Ma purtroppo la realtà è spietata. A partire da un certo livello ogni nuovo miglioramento e ogni nuova correzione di rotta finiscono col peggiorare la situazione. Fino ad ottenere una crisi irresolubile. Irresolubile è un aggettivo che potrebbe sembrare eccessivo; infatti si potrebbe pensare che, se si è ecceduto in una data direzione, basterà tornare sui propri passi. Ed è infatti vero, normalmente. Ma la cosa diviene impossibile se si rimane convinti che la strada intrapresa sia l’unica giusta. Ed è questo il nostro problema. Noi non abbiamo in mente nessun’altra idea di Stato. Ed è la ragione per la quale da tanti anni si parla di “tagliare la spesa” senza riuscirci. 
Ha ragione Paracelso. Non è il modello di Stato italiano che è sbagliato. Lo sbaglio è stato quello di credere che si potesse migliorarlo sempre nella stessa direzione, quella dell’elefantiasi. Invece se la Germania va tanto meglio di noi non è perché abbia adottato un modello socio-economico diverso dal nostro, è perché ha saputo fermarsi prima di noi sulla china dello statalismo. Mentre la Francia, che non ha saputo farlo, si trova oggi in una situazione analoga alla nostra.
Alla gente si è insegnato che a tutto deve pensare lo Stato ed ora è difficile dirle che si può anche vivere diversamente. Cento anni fa chiunque si occupava di provvedere alla propria vecchiaia. I figli inoltre sapevano che si sarebbero dovuti occupare dei genitori anziani, non diversamente da come quei genitori si erano occupati di loro fino al momento in cui avevano potuto mantenersi da sé. Oggi invece la famiglia è nucleare, a curare tutti deve pensarci il Servizio Sanitario Nazionale e i vecchi devono vivere della loro pensione. Il singolo è largamente deresponsabilizzato e un po’ tutti non ci raccapezzeremmo più se improvvisamente lo Stato riducesse le sue prestazioni. Dunque la gente non sa quale strada indicare ai partiti e si chiede se abbia un senso andare a votare. Le soluzioni che essi propongono appaiono mitologiche o sono troppo simili alle promesse mai mantenute in passato.
In altre parole, nemmeno in vista del burrone riusciamo a concepire di fare marcia indietro. E con siamo disponibili a batterci per uno Stato liberale, perché siamo tanto ciechi da pensare di averlo già. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 dicembre 2017




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POLITICA
28 dicembre 2017
IL SUCCESSO DELL'INSUCCESSO
Un detto insegna che: “Nulla ha più successo del successo”. Se un prodotto commerciale, un attore, un uomo politico cominciano ad avere successo, i loro acquirenti o i loro simpatizzanti aumentano a vista d’occhio. Perché ognuno si fida del giudizio degli altri e consciamente o inconsciamente sale sul carro del vincitore.
Le cose vanno così anche al negativo. Si potrebbe dire che: “Nulla ha più insuccesso dell’insuccesso”. La tendenza ad allontanarsi dal perdente è legata all’istinto di protezione di sé e dei propri interessi. Quando si profilano delle elezioni ciò diviene: “Se molti dicono che questo politico sarà sconfitto, io sosterrò un altro”.
Oggi il crudele meccanismo – a torto o a ragione - sembra funzionare contro Matteo Renzi. È vero che in poco tempo questo campione di simpatia è riuscito a sprecare il suo capitale, ma sembra anche che la fortuna gli abbia voltato le spalle e in molti, temendo per la propria sorte, più o meno copertamente gli consigliano di fare le valigie e andarsene. Forse prima ha avuto più successo di quel che meritava, ora non fa che accumulare insuccessi. A volte la malasorte sembra addirittura che lo derida. Nelle sue ciniche intenzioni la nuova legge elettorale avrebbe dovuto favorire la coalizione capeggiata dal Pd e tagliare le unghie al Movimento 5 Stelle, tanto che l’ha imposta a colpi di voti di fiducia. Invece si direbbe che a conti fatti il “Rosatellum” dovrebbe chiamarsi “Tafazzellum”.
Tutto è andato per il verso storto. Il Pd ha subito una scissione e piuttosto che aumentare le sue forze le ha viste diminuire. I tentativi di aggregare intorno a sé il gruppo di Pisapia e il partitino di Alfano sono andati a male e in totale, per dirla col “Fatto Quotidiano”, il povero Renzi “l’hanno rimasto solo”. Inoltre, secondo una nota di Massimo Franco, sul “Corriere della Sera”, si osserva “una sorta di ‘strategia della fuga da Matteo Renzi”. Né meglio è andata con l’improvvida iniziativa di dichiarare guerra al Governatore della Banca d’Italia Visco. Renzi prima ha provato a “farlo fuori” con un (illegittimo) voto in Parlamento, facendosi poi sconfessare da Gentiloni e Mattarella. Poi ha insistito per avere una Commissione d’Inchiesta sul crac di tante banche – operazione con la quale sperava di far ricadere tutte le colpe sulla Banca d’Italia, posando nel frattempo a nemico delle banche e vindice dei clienti truffati – e il risultato è che, di fatto, quella Commissione è stata vista come il tribunale che ha dichiarato la colpevolezza di Maria Elena Boschi. E comunque il fatto che non si parli che di questo, al di là delle eventuali responsabilità dell’allora ministra, è un grave danno per il partito in questa già focosa campagna elettorale. Troppa sfortuna o troppe mosse sbagliate. 
Qualcuno – non si sa quanto pessimista e quanto realista – parla di un Pd ridotto più o meno al 20% delle intenzioni di voto. Tempo fa l’ipotesi che Matteo Renzi fosse costretto a gettare la spugna era impensabile, oggi la segreta speranza dei bersaniani è azzardata ma non folle. La carriera politica di Renzi potrebbe essere ricordata per lo straordinario successo e l’incredibile brevità. 
Si sarebbe tentati di esprimergli comprensione, ma purtroppo disturba la sua incapacità di imparare dagli errori. Già nell’estate del 2016, quando ha cominciato ad apparire possibile un insuccesso al referendum, la sua reazione è stata frenetica ed esagerata. Infine ha gettato sul piatto della bilancia sé stesso, diventando onnipresente e fastidioso come la pubblicità di “Poltrone e Sofà”. Ha trasformato il voto in un plebiscito sul suo nome ed è stato un errore fatale: pensava di raddrizzare la situazione e l’ha peggiorata. Molti hanno visto nel “no” lo strumento con cui liberarsi da questo seccatore. Il quale poi non ha percepito le dimensioni della catastrofe. Traendone la lezione, la prima opzione sarebbe stata quella di ritirarsi a vita privata, come aveva promesso e come fece De Gaulle. Avendo scelto di proseguire la vita politica, avrebbe almeno dovuto fare come quelle squadre di calcio che, retrocesse per punizione, risalgono a poco a poco la china, riconquistando gli amici a forza di sorrisi ed umiltà, dando a tutti la sensazione che li rispettava e li amava. Anche se fosse stata tutta una recita.
Ma quell’uomo non domina il suo carattere: ne è dominato. Ha continuato a credere di poter fare a meno di chiunque, e che la vittoria non potrà non cedere al suo fascino personale. Cita instancabilmente il 40% ottenuto alle europee, come se nel frattempo non fosse passato un oceano d’acqua, sotto i ponti, e suscita ironie sostenendo che il 41% di sì al referendum è stato un definitivo consenso a lui personalmente. E allora non è salvabile. Forse gli riuscirà soltanto ciò che non è riuscito a Berlusconi: distruggere la sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 dicembre 2017




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POLITICA
26 dicembre 2017
MERITIAMO IL NOSTRO DESTINO
C’è un fenomeno che non riceve l’attenzione che meriterebbe. Silvio Berlusconi ripete un giorno sì e l’altro pure che il vero nemico di Forza Italia, e in generale del centrodestra, non sono Renzi e il Pd: è il Movimento 5 Stelle. Perché antisistema, perché antieuropeo, perché composto da inesperti e incapaci dilettanti della politica. Queste accuse potrebbero anche avere un fondamento ma la cosa non spiegherebbe il perché di questo martellamento continuo su un partito che già si è condannato da sé all’isolamento e forse ad essere ininfluente. E ciò mentre il Pd rimane il nemico di sempre e Renzi non è certo più rassicurante di prima. 
L’intero centrodestra non sembra per nulla lieto del discredito caduto su Renzi e i suoi amici a causa della ministra Boschi. Più o meno copertamente si rammarica della loro perdita di consensi, mentre per un vecchio anticomunista viscerale dovrebbe essere un piacere vedere la sinistra che prende sonore bastonate. Ma Berlusconi non è un fesso e per giunta il partito lo segue in questa strategia. Dunque essa deve avere un senso. 
Tenendo conto della nuova legge elettorale e dei sondaggi, Berlusconi si preoccupa che le urne possano dare un responso in base al quale sarà impossibile formare un governo sostenuto dai “partiti ragionevoli”, cioè la coalizione di centrodestra e la coalizione di centrosinistra. E in questo caso, chi governerà l’Italia? La risposta è, inevitabilmente, il M5s. Questo partito finalmente romperà il digiuno, si alleerà con con Bersani e compagni o anche con la Lega, e metterà in cantiere l’ulteriore distruzione dell’Italia. Magari porterà il Paese al default. Per Berlusconi sarà pur vero che la sinistra ha fatto infiniti danni, all’Italia, ma qui corriamo il pericolo di avere a che fare con qualcosa di peggio: dunque bisogna sostenere la sinistra affinché in modo che perda ma non tanto gravemente da non avere poi i numeri per dar vita col centrodestra ad un governo di salvezza nazionale. Il ragionamento è stringente e dunque si capisce che sia fedelmente seguito da tutti i rappresentanti di Forza Italia. Ma una domanda è ancora possibile: siamo sicuri che valga la pena di salvare l’Italia, a costo di augurare lunga vita al Partito Democratico? 
Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro nel tempo. Ai quarantacinque anni intercorsi fra la fine della guerra e il 1989. In tutti quei decenni molti milioni di italiani hanno giudicato la Democrazia (fintamente) Cristiana un partito di populisti, di corrotti e, quando andava bene, di opportunisti. E tuttavia – nel 1976 – votarono per la Democrazia Cristiana anche atei convinti e mangiapreti. Perché la scelta non era tra quel partito e un altro ma tra la democrazia occidentale e il rischio di essere infeudati a Mosca. Il pericolo non sarebbe stato tanto la vittoria del partito comunista, quanto il pericolo di non poterlo rimandare a casa, se avesse deluso. Nessuno dimenticava che, vent’anni prima, l’Ungheria era stata rimessa in catene da una sanguinosa repressione. Ecco perché nel 1976 bisognò votare Dc, quand’anche essa fosse stata dieci volte peggiore di ciò che era. Perché della Dc ci si poteva liberare con un voto, del Pci no.
Si può dire che sia la stessa cosa del M5s? Francamente no. Se esso andasse al governo sarebbero da prevedere disastri, fino al rischio di default, disastri che potrebbero innescare una crisi internazionale, dell’euro o dell’intera Unione Europea, ma il danno non sarebbe irreversibile. Se l’Italia cambiasse opinione, sputando via il partito di Grillo, vedremmo forse arrivare i tank dell’Armata Rossa, come a Budapest o a Praga? Certo no. Perché dietro di esso non c’è nessuna Armata Rossa. Se il M5s andasse al governo e scontentasse gli italiani, perderebbe le successive elezioni e forse scomparirebbe dal panorama politico. Nient’altro.
E allora ci si può chiedere se tutto il male venga per nuocere. Un’eventuale vittoria del M5s potrebbe finalmente farci uscire da questa palude. Potremmo finalmente capire che il modello socio-economico che sogniamo – un sistema in cui dovremmo ottenere moltissimo dando pochissimo, e se possibile vivendo a spese degli altri – non ha senso o, più semplicemente, non funziona. Abbiamo seriamente bisogno di un bagno di buon senso e di realismo, principi che sembrano scomparsi all’orizzonte.
Naturalmente questo punto di vista è discutibile, ma rimane vero che l’unico, grande bene della democrazia è la libertà. La libertà di fare marcia indietro quando si sbaglia, sia pure pagando caro l’errore commesso. E se questo supremo valore non viene meno, ben vengano le educative catastrofi provocate dall’idealismo cretino. Come ho sempre sostenuto, “per quanti mali possano soffrire gli italiani, non ce ne sarà mai uno che non avranno meritato”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 dicembre 2017 




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POLITICA
25 dicembre 2017
QUANDO LE SANZIONI MORDONO
Secondo una nota del ministero degli esteri di Pyongyang, riferita dalla BBC online, e in Italia dall’Ansa,  le ultime sanzioni Onu rappresentano "una violenta violazione della sovranità della nostra repubblica e un atto di guerra che distrugge la pace e la stabilità della penisola coreana e di una vasta regione. Gli Stati Uniti terrorizzati per la storica realizzazione del completamento della nostra forza nucleare, stanno diventando sempre più deliranti nelle mosse per imporre sanzioni sempre più severe e pressioni sul nostro Paese. Consolideremo ulteriormente la nostra difesa nucleare come deterrente finalizzato a sradicare radicalmente le minacce nucleari statunitensi, i loro ricatti e le mosse ostili per stabilire un equilibrio con i loro armamenti”. Quando non si può far nulla, a proposito di un grave problema, si può almeno esaminarlo, e magari trarne qualche dato. 
La nota si lascia innanzi tutto andare al vittimismo. Denuncia una violazione della propria sovranità, quando invece si sa che le sanzioni non violano la sovranità di nessuno. Se gli Stati Uniti si rifiutano di commerciare con Cuba, certo danneggiano Cuba ma non ne violano la sovranità, perché quell’isola rimane libera di commerciare col resto del mondo. Le sanzioni non sono un atto di guerra, sono un atto inteso proprio ad evitare la guerra, convincendo il possibile aggressore a cambiare politica. Ma Pyongyang ha interesse ad esagerare, e questo prova che quelle sanzioni le stanno già facendo molto male. 
Sempre a fini di vittimismo il comunicato prosegue parlando di un danno alla stabilità della penisola coreana “e di una vasta regione”, cosa assolutamente falsa. La Corea del Sud è infinitamente più prospera e felice del Nord e non ci sono altri interessati dalle sanzioni, in quello scacchiere.  Non certo la Cina o il Giappone. Ma fa effetto far credere al popolo nordcoreano che non soltanto loro soffrono, soffre buona parte dell’Asia orientale, e per colpa degli Stati Uniti. Mentre in realtà chi veramente sta punendo Pyongyang è la Cina. 
Infatti la notizia che dà involontariamente il comunicato riguarda l’efficacia di quella ritorsione, quando parla di “sanzioni sempre più severe”. Di solito il Paese che ne è colpito si comporta come quei pugili che sul ring cominciano a “prenderle” ma danno a vedere di star benissimo e di non aver nemmeno sentito i colpi ricevuti. Qui invece udiamo un grido di dolore. Non pareva che gli Stati Uniti fossero riusciti ad ottenere tanto: infatti le sanzioni più severe non sono quelle che possono applicare loro e i loro alleati, ma quelle che può applicare la Cina, unico Paese con cui la Corea del Nord ha rapporti commerciali di qualche rilievo. Pare che il fu Celeste Impero costituisca il pressoché unico sbocco delle sue magre esportazioni, principalmente carbone. Naturalmente non si sta dicendo qui che le sanzioni indurranno quel Paese a cambiare politica. Le sanzioni mordono molti, ma i personali polpacci di Kim Jong-un non hanno subito un graffio.
 Gli Stati Uniti sarebbero “terrorizzati per la storica realizzazione del completamento della nostra forza nucleare” e i nordcoreani intendono rafforzare il loro “deterrente nucleare” per “stabilire un equilibrio con i loro armamenti”. Questo è un delirio di falsità. Gli Stati Uniti sono separati dalla Corea dal più grande oceano del mondo e un missile nordcoreano, per colpire gli Stati Uniti, dovrebbe viaggiare tanto a lungo da dare alle difese americane tutto il tempo per distruggerlo, a momenti con un tirasassi. Col sistema “Iron Dome”gli israeliani distruggono in volo i missili sparati da Gaza nel giro di qualche secondo, e dopo che quegli ordigni hanno percorso soltanto qualche chilometro. Figurarsi quando si hanno a disposizione migliaia di chilometri. 
Gli Stati Uniti sono effettivamente preoccupati ma non tanto per i missili che potrebbero ricevere sul loro territorio, quanto per i danni e i morti che il tiranno di Pyongyang potrebbe provocare nella Corea del Sud o in Giappone. Perché ciò costringendo Washington ad una seconda guerra di Corea, in cui i morti si conterebbero a centinaia di migliaia. O molti milioni, se la Corea del Nord osasse usare l’arma atomica. Il quadro è allarmante, ma non tanto dal punto di vista bilaterale quanto dal punto di vista complessivo.
Infine fa ridere il concetto di “un equilibrio con i loro armamenti”, detto dalla Corea del Nord riguardo agli Stati Uniti. È come se un chihuahua dicesse ad un leone: “Hai visto? Anch’io ho i canini”. Nessuno al mondo, neppure la Russia e neppure la Cina si sentono oggi in grado di sfidare gli Stati Uniti, e questa pulce parla di equilibrio negli armamenti? Senza dire che la guerra di domani sarà largamente cibernetica, e mentre gli Stati Uniti hanno inventato il computer, la Corea del Nord ancora recentemente ha conosciuto carestia e fame.
Si dice che, nelle guerre, la prima vittima sia la verità. Ma nel caso delle dittature, non bisogna aspettare le guerre, per assistere a quel crimine. La menzogna di regime è la regola costante.
Naturalmente non si sta dicendo qui che le sanzioni indurranno quel Paese a cambiare politica. Le sanzioni mordono molti, ma i personali polpacci di Kim Jong-un non hanno subito un graffio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 dicembre 2017




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POLITICA
24 dicembre 2017
LA RAZIONALITA' RICHIEDE CORAGGIO
Se reputiamo che la razionalità sia una grande qualità, e soprattutto se affermiamo che noi stessi siamo razionali, dovremmo comportarci di conseguenza. E invece a volte siamo costretti a dire, con Ovidio, “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo le soluzioni migliori, le approvo, e poi adotto le peggiori. Sono abbastanza razionale per riconoscere la decisione giusta, ma non sono abbastanza forte per metterla in pratica.
Certo, si deve essere tolleranti nei confronti della fragilità umana. Nihil humanum a me alienum puto, diceva Terenzio: nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Se mi dici che adori il tuo cane, anche se non mi piacciono i cani, non ti contesterò, perché amo il mio gatto. Ma la tolleranza non è ammissibile in campo strettamente intellettuale. Se mi dici che l’Artico è più freddo dell’Antartide non te la lascio passare. Quando si tratta di affermazioni dimostrabili, cioè ogni volta che l’interferenza affettiva od emotiva è esclusa, ogni argomentazione che non sia in linea con i principi di quella disciplina va rigettata energicamente. 
In filosofia, in particolare, va rigettato ogni ragionamento che parta da un principio indimostrato, irrazionale o puramente fantastico. Pare che Schopenhauer abbia detto dello Spirito di Hegel: “Questo è un tizio che non conosco”. Provocando in me in caloroso applauso mentale. Infatti, se si chiede come Hegel dimostri lo Spirito, si apprende che lo dà per ovvio. E francamente non basta. Si può prendere per oro colato ogni genere di filosofia, si può anche essere ferventi cattolici, purché non si pretenda che la filosofia di Hegel o quella religione siano razionali. 
Naturalmente sappiamo che i vari sistemi filosofici, anche quelli che potremmo definire razionali, si contraddicono e a volte svolgono argomentazioni che ci sembrano contestabili: ma l’essenziale è il metodo usato. Che non si richieda al prossimo di accettare un principio senza nemmeno tentare di dimostrarlo. La famosa “catena causale” di Aristotele, quella che parte da qualcosa (un motore) che ha messo in moto le altre cose, senza che altro abbia messo in moto lui (motore immoto) è un ottimo ragionamento. Dunque è razionale. Anche se ciò non impedisce che poi cada nel momento in cui lo Stagirita richiede di accettare che “la catena non può essere infinita”: perché così richiede un atto di fede. Se è possibile un Dio eterno ed incausato, perché non potrebbe esistere un Universo eterno ed incausato? Ed è per questo che la sua dimostrazione dell’esistenza di Dio non è stata poi accettata dai filosofi.
Per mostrare in che senso la fedeltà al metodo razionale sia meno praticata di quanto non si creda, prendiamo un paragrafo di Norberto Bobbio, citato da Dario Antiseri(1): “La domanda di senso si allarga, si estende a tutta la nostra vita individuale, a tutta la storia dell'uomo, a tutto l'universo. Rispetto all'individuo, perché il dolore e non anche il piacere e non soltanto il piacere? Perché la sofferenza e non soltanto la gioia? Perché l'infelicità e non soltanto la felicità? Rispetto alla storia: perché l'oppressione e non soltanto la libertà? Perché la guerra, la violenza, le stragi e non soltanto la pace, il benessere e la fraternità? Rispetto all'universo intero, infine, la domanda fondamentale che comprende tutte le altre: perché l'essere e non il nulla? Non so se riesco a far capire la pregnanza di questa domanda che è davvero la domanda ultima”. 
Per abbreviare, occupiamoci soltanto della “domanda fondamentale”: perché l’essere e non il nulla? L’interrogativo, che sembra tanto profondo, è insulso. Il fatto di chiedere “perché” implica infatti che qualcuno avrebbe potuto scegliere fra l’essere e il nulla. In altre parole, creare o non creare l’Universo. Ma esiste la prova dell’esistenza di questo Qualcuno? No. E allora la domanda è sentimentale, non filosofica. Se non possiamo dimostrare che qualcuno abbia avuto una finalità nello scegliere una soluzione o l’altra, non possiamo certo valutare quella scelta. Il cristiano avrà il diritto di pensare ciò che vuole, ma filosoficamente non abbiamo mai dimostrato che una scelta ci sia stata. Se si vuole parlare di scelta, bisogna prima dimostrare l’esistenza di un Dio personale e creatore.
In realtà la materia potrebbe esistere da sempre, senza avere nessun senso e senza rispondere a nessun perché. La domanda di Bobbio non è affatto alla base di tutto, come lui sembra affermare. Non è un punto di partenza, è un punto d’arrivo. Dimostrato che l’Universo è stato creato; dimostrato che chi l’ha creato è un essere intelligente; dimostrato che questo essere era libero di creare o di non creare l’Universo (e già a questo punto ce ne sono, di cose da dimostrare!), si può chiedere: perché Dio ha creato l’Universo? Infatti soltanto un atto volontario e cosciente darebbe un senso all’Universo. E dal momento che nulla dimostra l’esistenza di un Dio creatore, la discussione sul nulla e sull’essere è una perdita di tempo.
Rimane da vedere perché, malgrado l’inconsistenza del problema, l’uomo continui a porsi questo genere di domande e soprattutto sul senso della sua vita.  Ecco un interrogativo che da solo non è per niente filosofico. Nessuno si chiede mai che senso abbia il cavolfiore. E dove sta scritto che il cavolfiore può non avere un senso e noi invece dovremmo averlo? Le zanzare, se potessero pensare, forse direbbero che Dio ha creato l’uomo perché loro possano succhiarne il sangue. La domanda sul senso della vita non è filosofica, è affettiva.
Il filosofo si sente razionale ma è normalmente qualcuno che mal si rassegna a vivere una vita priva di senso, per poi morire, senza che neanche la morte abbia un senso. Ne nasce tutta una metafisica salvifica e purtroppo immaginaria. È triste constatarlo, ma dietro alle più ardue considerazioni c’è spesso il bisogno di sfuggire all’assurdità del tutto. La semplice incapacità di accettare le conclusioni cui conduce l’osservazione della realtà. La piana, elementare razionalità di un cimitero. 
A molti verrebbe da dire: “Se non ce la fate a non credere, se siete incapaci di accettare una realtà senza Dio e priva di senso, se proprio dovete aggrapparvi a qualcosa, andate in chiesa, confessatevi e fate penitenza”. I discorsi razionali non fanno per voi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 dicembre 2017
P.S. Ha senso augurare Buon Natale, dopo un articolo del genere?
Certo che sì. La gastronomia è perfettamente razionale.
(1)https://mail.libero.it/appsuite/api/mail/Il%20cristianesimo%20ci%20salverà%20Oltre%20c'è%20solo%20la%20barbarie.pdf?action=attachment&folder=default0%2FINBOX&id=79297&attachment=2&user=2&context=5291439&sequence=1&delivery=view




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POLITICA
23 dicembre 2017
LA SPAGNA DI PUIGDEMONT E QUELLA DI MOSCARDO'
Sul sito dell’Ansa, leggo allibito un titolo che troneggia nella schermata d’ingresso: “Puigdemont: ‘Pronto a vedere Rajoy, la sua ricetta ha fallito’ ”.
Lo confesso, non ho letto l’articolo. Non ne vale la pena. Qui siamo ad una riedizione europea dell’assurdità del Vicino Oriente, dove si vuole che vincitori e vinti – intendo israeliani e palestinesi – siedano al tavolo dei negoziati di pace con pari diritti. Come se Cesare - invece di tenere in carcere per cinque anni Vercingetorige, per poi farlo sfilare in catene dietro il suo carro di trionfatore e infine farlo strangolare - dopo l’assedio di Alesia si fosse seduto a un tavolo per concordare con lui il nuovo assetto della Gallia. Con la differenza che dominare o no la Gallia non metteva a rischio la sicurezza di Roma, mentre per Israele si tratta di sopravvivenza.
Un Paese o ha una Costituzione e la prende sul serio, o non l’ha. O ha un codice penale, e lo prende sul serio, o non ha un ordinamento giuridico. Che senso ha che Puigdemont si dica “pronto a vedere Rajoy”, come se gli concedesse udienza, mentre è accusato di gravissimi delitti per i quali i suoi sodali sono già in carcere, e lui stesso vive da fuggiasco? È vero che un governo, per Realpolitik, può non tenere conto delle leggi e dunque, per preservare l’unità del Paese, Rajoy potrebbe anche incontrare un esule che sfugge alla giustizia: ma potrebbe mai farlo per regalargli una regione della Spagna?
L’errore commesso da Madrid non è la recente repressione, è stato permettere che le cose andassero tanto lontano da indurre i catalani a reputare la secessione a portata di mano. L’istinto di conservazione non riguarda soltanto gli esseri viventi, dallo scarafaggio all’uomo, riguarda anche gli Stati. Per l’unità della Spagna c’è stata una tremenda guerra civile i cui orrori furono il preludio della Seconda Guerra Mondiale. Sono cose che non si dimenticano. Sono cose che gli spagnoli non hanno dimenticato.
Rajoy e Madrid hanno avuto il torto di reagire quando hanno avuto l’acqua alla gola e molti catalani erano convinti di avere già vinto. Così la reazione del governo li ha dolorosamente sorpresi ed ora hanno ancora votato per Puigdemont, malgrado i limiti del personaggio. 
Forse nello spirito della Spagna c’è stata una decadenza di cui non ci siamo accorti, perché abbagliati dal suo passaggio dalla dittatura alla democrazia e dalla povertà alla prosperità. Oggi sembra che quella nazione sia meno sensibile che in passato ai doveri imposti dall’onore. I catalani hanno votato per un uomo che non si è dimostrato all’altezza della propria impresa, ed è fuggito all’estero per paura mentre altri affrontavano il carcere a testa alta. Che differenza con il colonnello Moscardò, il difensore dell’Alcázar di Toledo. Leggiamo su Wikipedia: “Il 23 luglio le forze repubblicane catturarono il figlio sedicenne di Moscardó, Luis. Chiamarono telefonicamente l'Alcázar e rispose Moscardó in persona. L'ufficiale politico repubblicano lo informò che, se non avesse dichiarato la resa, suo figlio sarebbe stato fucilato. Moscardó chiese di parlare con il proprio figlio. Quindi disse a Luis, "Raccomanda la tua anima a Dio e muori come un patriota, gridando 'Lunga vita a Cristo Re' e 'Lunga vita alla Spagna' ". "Lo posso fare" rispose il figlio”. E il ragazzo alla fine fu effettivamente fucilato. Aveva diciassette anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 dicembre 2017




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POLITICA
22 dicembre 2017
LEGA NORD PER L'INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA
Se un bambino nasce morto o se muore pochi minuti dopo la nascita non è che faccia molta differenza, dal punto di vista dei genitori. Ma ne può fare molta per il diritto. Infatti il bambino che vive pochi minuti è comunque stato vivo, e se il nonno aveva scritto che lasciava una certa somma alla nipote a condizione che avesse figli, quel bambino, pure vissuto per pochi minuti, avrebbe realizzato la condizione. Se invece fosse nato morto, giuridicamente la nipote non avrebbe avuto figli e dunque non avrebbe ereditato. La cosa era tanto importante che già i romani usavano in questi casi la “docimasia galenica”. Si mettevano in acqua i polmoni del bambino morto e se essi galleggiavano era segno che il piccolo aveva respirato: dunque era nato vivo. 
L’espressione “vivo e vitale” non è una tautologia. Per essere vivo, è vivo anche chi ha pochi secondi di vita, per essere vitali invece è necessario che appaia destinato a vivere ancora a lungo, a tempo indeterminato.
Queste considerazioni possono anche valere in altri ambiti. Se si sapesse che un certo ponte, data la sua costruzione, è destinato a rovinare presto, certo lo si chiuderebbe subito al traffico, senza aspettare l’evento catastrofico. E tutto ciò funziona anche in politica. Per esempio, per quanto riguarda l’Italia, o il Movimento 5 Stelle si impegna concretamente in politica, accettando di allearsi con altri partiti ed accettando di far parte di maggioranze di governo, se i voti glielo consentono, oppure finirà con l’essere abbandonato dagli elettori, quando questi si convinceranno che votare per il Movimento o astenersi dà lo stesso risultato. Non si fa politica soltanto protestando, come non si fa politica agitando una bandiera irrealistica. A meno che quella bandiera non indichi soltanto un ideale vagheggiato e non realmente perseguito. In Italia abbiamo avuto una Lega Nord che, anche nei simboli, precisava: “Per l’indipendenza della Padania” ma nessuno prendeva sul serio la parola “indipendenza”. Infatti lo Stato, saggiamente, non ha reagito, anche se la nostra Costituzione non permetterebbe quell’indipendenza più di quanto la Costituzione spagnola non abbia permesso l’indipendenza della Catalogna. E allora che senso ha agitare simili programmi?
La risposta è semplice: è una questione di pubblicità. Se la televisione promette alle donne che, adottando un certo profumo, tutti gli uomini si innamoreranno di loro, nessuna si aspetta che quel fenomeno (del resto scomodissimo) si verifichi realmente. Le donne si accontenterebbero che qualcuno dica loro: “Ma che bel profumo!” Dell’innamoramento non si parla nemmeno.
Nello stesso modo va forse interpretato il successo degli indipendentisti in Catalogna. Che la maggioranza si esprima in favore di un diverso assetto istituzionale che è stato appena bocciato dallo Stato, fino a mettere in carcere i suoi promotori, potrebbe sembrare assurdo. Sarebbe come votare per un candidato morto prima delle elezioni. E allora non resta che una conclusione: il voto catalano è un voto sentimentale. Quegli spagnoli votano per l’indipendenza della Catalogna come i milanesi o i piacentini votavano per l’indipendenza della Padania. E il voto potrebbe anche essere stato influenzato dalla simpatia che si sente per le “vittime” della repressione. Per il perdente, per il debole che ha affrontato il forte. Ma sono simpatie passeggere. Indubbiamente fra Tommaso Moro e Carlo VIII, le simpatie non possono che andare a Tommaso (che la Chiesa ha addirittura fatto santo) ma chi ha vinto in concreto è stato Carlo, prova ne sia che la Chiesa a Londra è ancora anglicana. 
C’è dunque da pensare che gli indipendentisti catalani si adatteranno ad essere indipendentisti senza sperare di ottenere l’indipendenza. Gli basterà qualche forma di autonomia (che del resto già avevano) e forse col tempo cancelleranno dalla bandiera l’indipendenza della Catalogna come la Lega italiana ha cancellato l’indipendenza della Padania.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 dicembre 2017




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POLITICA
20 dicembre 2017
BOSCHI: UNA LINEA DI DIFESA INCONSISTENTE
Ho seguito per ore l’intervento - nella Commissione d’inchiesta presieduta da Pierferdinando Casini - del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e dell’ex Amministratore Delegato dell’Unicredit Federico Ghizzoni. E dal momento che non tutti gli amici hanno lo stesso tempo da perdere che ho io, propongo le mie impressioni sul punto centrale della questione.
La linea di difesa della persona nel mirino, cioè l’allora ministra Maria Elena Boschi, è stata sempre la stessa. Lei ha chiesto infinite volte: “Ho forse fatto pressioni per salvare la Banca Etruria? Certamente no. E sia Visco che Ghizzoni hanno negato di avere ricevuto da me pressioni o minacce”. Per questo la signora proclama alto e forte: “Avete visto? Non ho nulla da rimproverarmi. Come ho dichiarato in Parlamento, ho solo chiesto informazioni”. 
Purtroppo per lei, la cosa non è così semplice. Immaginiamo che due classi di liceo in gita abbiano un brutto incidente. Il pullman finisce in una scarpata e dei cinquanta alunni dieci sono gravemente feriti, e trenta sono feriti soltanto lievemente. Il Ministro della Difesa, il cui figlio è uno dei feriti gravi, va a trovare il primario del reparto di chirurgia e gli chiede come sta suo figlio; qual è la prognosi e come si intende curarlo. Domanda: è necessario che spieghi che è interessato personalmente al caso? È necessario che raccomandi la massima cura, negli interventi, essendo ovvio che in caso di negligenze o errori professionali ci sarebbero delle conseguenze? 
Non basta. È credibile che, accusato di avere raccomandato il figlio, sostenga poi che è andato a vedere, nell’interesse della patria  come sono curati i feriti, in caso d’incidente? Soprattutto quando risulta da tutte le testimonianze che si è interessato soltanto del caso di un singolo ragazzo e soltanto di lui ha chiesto notizie?
E ancora: è credibile che affermi di essersi attivato in quanto ministro, dal momento che il caso semmai sarebbe stato di competenza del ministro della Sanità, e non del Ministro della Difesa?
Il parallelo con Maria Elena Boschi è perfettamente calzante. Lei ha convocato il dr.Ghizzoni, e questi si è sentito convocato dalla signora Boschi “in quanto ministra”, non “in quanto parlamentare” interessata alla difesa degli orafi aretini. Lo ha detto Ghizzoni e l’ho sentito con le mie orecchie. Ma la signora non era affatto il Ministro dell’Economia. Risulta inoltre da tutte le testimonianze che l’interessamento della Boschi, di Renzi e dell’avv.Carrai, ha riguardato soltanto la Banca Etruria. Francamente una casualità che è troppo una casualità. Infine, è necessario che si sottolinei il proprio potere, e la possibilità sia di favorire sia di danneggiare qualcuno, per ottenere ascolto? Neanche nel mondo della malavita è necessario comportarsi da bulli. 
Se un estortore dice cortesemente al negoziante che ha rifiutato di pagare il “pizzo” che è libero di dire di no, ma salutandolo nota che nel negozio c’è molta materia infiammabile, e un incendio può sempre scoppiare, sicché gli raccomanda la prudenza, c’è qualcuno che non capisce il senso di quella osservazione innocente, anzi, di quel consiglio amichevole?
Insomma, la mia personale impressione è che la linea di difesa trionfalmente adottata dalla Boschi e dall’intero Pd sia più audace che credibile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 dicembre 2017




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POLITICA
20 dicembre 2017
LE CERTEZZE CORALI
Quando un sentimento diventa corale diviene per ciò stesso allarmante. Almeno, per coloro che temono di essere ingannati. Infatti un sentimento diviene corale quando acquista una caratteristica di dogma innegabile, di virtuosa religiosità, di sostegno incondizionato a chi guida la campagna dei buoni contro i cattivi.
La gente adora le certezze. Se tutte le radio russe senza eccezione dicono bene di Stalin e male dei suoi nemici, è possibile non essere a favore di Stalin e contro i suoi nemici? Se tutte le radio e tutti i giornali attribuiscono a Stalin tutto ciò che va bene e ai nemici di Stalin tutto ciò che va male, come incolparlo della fame, dell’oppressione poliziesca, della morte per inenarrabili stenti nel gulag? Ad un occidentale dei giorni nostri risulta inconcepibile che l’opinione pubblica russa non sia stata allarmata dalle deportazioni in massa, dall’internamento di centinaia di migliaia di persone nei campi di abiezione siberiani per un semplice sospetto, fino alla distruzione fisica, ma ancor più inconcepibile gli risulterebbe sapere che molti degli internati dicevano: “Ah, se Stalin sapesse di che ingiustizia sono vittima, lui mi salverebbe e questi aguzzini sarebbero puniti”. Tanto capillare, costante e implacabile era stata la propaganda, da convincere anche coloro che vivevano l’evidenza di una tirannide spietata e folle che la colpa non era del tiranno spietato e folle.
Ma il sistema funziona anche in contesti meno tragici e perfino nelle migliori democrazie. Se, per qualche ragione, l’insieme dei media si schiera in una determinata direzione, l’adesione di tutti diviene poi volenterosa e spontanea. Finché in Italia c’è stato un possente Partito Comunista Italiano, spesso queste campagne di venerazione o diffamazione erano sapientemente pilotate dall’alto, ma anche oggi, nel momento in cui manca una centrale della “disinformatia”, si verifica lo stesso fenomeno, sulla base di un pregiudizio, di un’impressione, di una semplice suggestione. Per anni ed anni da noi si è parlato col massimo di indignazione e stramaledizione di P2, una loggia massonica, senza che nessuno mai abbia detto o scritto di quali crimini si sarebbero resi colpevoli i suoi iscritti, spregiativamente indicati come “piduisti” e reputati per ciò stesso indegni. Mentre prima si brigava a morte per farne parte.
I “piduisti” costituivano una lobby? Erano colpevoli di qualche raccomandazione? E sia. Ma come dimenticare che l’articolo uno della nostra Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sulle raccomandazioni. Una raccomandazione non si nega a nessuno”. Anche se poi l’articolo due prosegue: “Alla raccomandazione si dà seguito quando ciò è utile al raccomandante, non al raccomandato”. E solo questo ha limitato i danni.
Qualcosa di analogo si verificò con Berlusconi. Dal momento che aveva sbarrato la strada alla sinistra, bisognava dirne male sempre, in ogni caso, a torto o a ragione. A questo impegno si dedicarono tutti, con un vomitevole entusiasmo caudatario. Oggi si perdona a Di Maio di sbagliare i congiuntivi e di credere che Pinochet sia stato il dittatore del Venezuela, o qualcosa del genere, una volta a Berlusconi, a causa di un’assonanza, scappò “Romolo e Remolo”, e l’Italia ne rise per anni. Dimenticando che Berlusconi è un laureato in legge, del tempo in cui non esistevano le lauree di tre anni e dalla scuola si usciva ancora alfabetizzati. Ma Berlusconi doveva essere ignorante, perché alla sua collezione di difetti non poteva mancare l’ignoranza.
E ancora, i partigiani tutti buoni e patrioti, i fascisti tutti cattivi e nemici della patria. Quelli di sinistra tutti idealisti e mansueti, quelli di destra tutti venduti e violenti. Fino a dire che l’Italia ha vinto la guerra contro i tedeschi, fra l’altro perché non era mai stata fascista. Fascista ce n’è stato soltanto uno e si chiamava Benito Mussolini. Ma i partigiani, coraggiosamente, l’hanno fucilato senza processo, e per fare buon peso hanno fucilato anche Clara Petacci, colpevole di volergli bene. 
La lista è infinita, tanto che si arriva all’affermazione iniziale: se tutti dicono bene di qualcuno, è bene chiedersi quali siano le sue colpe. E se tutti dicono male di qualcuno, è bene chiedersi che cosa ci sia di vero nelle accuse.
Un esempio contemporaneo di congiura universale e volontaria si ha a proposito di Donald Trump: il quale manca di un solo difetto, non è basso di statura. Diversamente, come è avvenuto per Berlusconi, l’avrebbero chiamato “nano”. E poco importa che Berlusconi sia all’incirca dieci centimetri più alto della maggior parte degli amici della mia età me, che nessuno ha mai chiamato nani. Ma Berlusconi è un nano in confronto ai suoi critici, tutti giganti, almeno intellettualmente.
Per Trump è come per Reagan (anche lui oggetto della divertita irrisione di tutti i nostri intellettuali): bisogna aspettare i risultati concreti. Se saranno positivi, come è stato per Ronald Reagan, diremo che è stato uno dei più grandi Presidenti degli Stati Uniti. Se saranno negativi, come è stato per Jimmy Carter (Presidente costantemente osannato dalla sinistra, e dunque dai media), diremo che è stato uno dei peggiori Presidenti degli Stati Uniti. Per il resto, che premura abbiamo?
Ma la massa adora le certezze corali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2017




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POLITICA
19 dicembre 2017
VITTORIO EMANUELE III, UN POVERO SCHELETRO
Se c’è una cosa triste, e vagamente macabra, è litigare sui morti. Per questo, in linea di principio, bisognerebbe tendere a lasciare le cose come sono. Se di un personaggio si è per così dire persa la memoria, tanto che il nome di una strada o di una piazza prevale sul suo ricordo, è meglio non “fare giustizia”. Ammesso per ipotesi che il generale Luigi Cadorna, quello della Prima Guerra Mondiale, sia stato uno che ha fatto morire inutilmente decine di migliaia dei nostri soldati, cioè un cretino e un macellaio, dal momento che la maggior parte delle persone ormai non sa più chi sia, è inutile disturbare postini e cittadini, cambiando il nome di una strada intitolata a lui. Che via Cadorna rimanga via Cadorna.
Diverso è il caso di personaggi dei quali, malgrado il lungo tempo passato, la memoria è fin troppo viva. Se in una cittadina, a causa di un eccessivo entusiasmo per l’alleato tedesco, alla fine degli Anni Trenta si fosse intitolato un viale a Hitler, oggi sarebbe pur necessario cambiare quel nome, perché quelli che vi abitano sarebbero sempre imbarazzati, dando il loro indirizzo. Dovrebbero continuamente confessare che gli amministratori della loro città a suo tempo ammiravano un simile personaggio.
Il problema di casa Savoia, al riguardo, è particolarmente complesso. La leggenda laudatoria vorrebbe che tutti i monarchi siano stati grandi personaggi, mentre la ricerca storica ne mostra fin troppo spesso gli errori, le miserie e i limiti. In una parola la semplice umanità. Vittorio Emanuele II cavalca impavido su molte delle nostre piazze, ma nella realtà fu una sorta di bifolco che molti distinti borghesi non amerebbero frequentare. Dunque in primo luogo bisognerebbe chiedersi che cosa ne sa, la gente, di questa nobile stirpe. 
Il caso di Vittorio Emanuele III fra l’altro è particolarmente triste. In lui si intrecciano la sfortuna di una sorta di deformità fisica (le gambe troppo corte, una statura insignificante) e notevoli problemi caratteriali in cui si incrociavano un’acuta e suscettibile coscienza della propria dignità e un realismo che confinava con la viltà; un severo sentimento dei propri doveri di sovrano e tuttavia una capacità molto umana di badare, all’occasione, soltanto alla propria personale sicurezza. E tutto ciò in un momento in cui le scelte della monarchia – di fronte al fascismo e di fronte alla disastrosa sconfitta durante la Seconda Guerra Mondiale – avrebbero richiesto ben altra tempra di uomo e ben altra risolutezza di sovrano.
Oggi che la sua salma è rientrata dall’Egitto, dove il re morì tanti decenni fa, si rinfocolano i rancori e la severità del giudizio non è attenuata dal lungo tempo passato. Si accusa il re di connivenza col fascismo, dimenticando che di questa connivenza si rese colpevole l’intero popolo italiano. E il re non avrebbe potuto farci niente. Lo si accusa di avere controfirmato le leggi razziali fasciste, senza chiedersi però se avrebbe avuto alternativa. Infine – e qui veniamo al capitolo più doloroso – lo si accusa di furbesca indecisione nel momento dell’ignominiosa resa dell’Italia nel 1943. E per questa parte il re è difficilmente difendibile.
Il suo comportamento, in quei giorni, fu opportunista, cinico, perfino vile, se si vuole. E purtroppo in linea con un certo temperamento italiano. Non si intende offendere la nazione, si vuole soltanto dire che le infinite disgrazie storiche - dalla caduta dell’Impero Romano alle ricorrenti invasioni, alla mancanza di una monarchia unitaria come l’hanno avuta la Francia e la Spagna - non hanno creato da noi un sufficiente spirito nazionale. Il  Sud ha potuto inventare una malavita organizzata (che ne è diventata il modello nel mondo) perché in quelle regioni lo Stato, insufficiente e lontano, si è spesso fatto percepire soltanto come rapina fiscale ed oppressione straniera. Così gli italiani, e in particolare i meridionali, hanno soprattutto imparato a sopravvivere comunque. “Franza o Spagna, purché se magna”. La dignità, la parola data, l’immagine di sé sono tutte cose che venivano dopo.
Il re si conformò a questo modello arrestando Mussolini, fuggendo a Pescara, affidandosi a Badoglio, facendo il pesce in barile fra i vincitori e l’alleato tedesco, col bel risultato di farsi disprezzare da ambedue le parti. In questo Vittorio Emanuele III non può essere perdonato come re, perché il potere del re riposa sulla sua immagine. E distrutta quell’immagine, si è distrutta la monarchia. Mia madre, maestra elementare, non faceva che ripetere la sua stima per il re del Belgio, rimasto al suo posto, e il suo disprezzo repubblicano per una monarchia modello di opportunismo e di viltà.
Parce sepulto. Si può avere pietà di un re irriso col soprannome di “Sciaboletta”, ma bisogna riconoscere che sarebbe forse eccessivo porlo fra gli dei, nel Pantheon. Che la salma torni pure in Italia: è un povero scheletro e nulla più. Ma si consenta all’Italia di dimenticare un uomo che, se fu personalmente sfortunato, fu anche una sfortuna per il suo regno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 dicembre 2017




permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/12/2017 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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