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POLITICA
3 dicembre 2016
FINALMENTE IL REFERENDUM
E siamo a sabato tre dicembre 2016. C’è da tirare un grande sospiro di sollievo. Quanto meno, già oggi non si battaglierà più sul referendum, e da dopodomani non ci si chiederà più se prevarrà il “sì” o il “no”. Questo dilemma  che ci ha tormentato per mesi avrà una soluzione. 
Quando annunciò il referendum, Matteo Renzi promise che, prevalendo il “no”, avrebbe addirittura abbandonato la politica. Per alcuni, cosa molto allettante, ma sul momento mitologia. Il premier minacciava quell’esito proprio perché era improbabile. Lo scopo di quell’impegno era intestarsi la vittoria, sottolineando che gli italiani erano stati terrorizzati dall’idea che lui potesse andarsene. E invece, per molti, la semplice ipotesi teorica di veder andar via uno sbruffone fuori scala era già un sogno. Infatti l’ipotesi del “no” divenne ogni giorno più probabile. Renzi rinviò la data, per darsi tempo di recuperare, ma forse il rimedio fu peggiore del male. Lo diranno le urne.
E qui bisogna chiedersi perché tanta animosità nei suoi confronti. La risposta più probabile è: crisi di rigetto personale. Molti potrebbero obiettare che in una materia così importante bisogna votare per ragioni politiche, non per ragioni di gusto o d’altro genere. Giusto. Ma di fatto la stragrande maggioranza dei votanti non deciderà per ragioni tecniche, ma “contro Renzi” e basta. Così come altri voteranno per la stabilità, perché è stato detto che il “no” comporta dei rischi. O perché una riforma – qualunque riforma – è migliore dell’immobilità. Lo stesso Renzi, che tanto si è battuto per il “sì”, non lo ha fatto per la riforma, ma perché ormai ne va della sua testa. 
Ecco perché sarebbe bene che ognuno fosse onesto almeno con sé stesso. Chi vota “no” solo per abbattere Renzi, che lo dica. Chi vota “sì” per paura dell’instabilità deve confessarselo: “Voto sì per paura, non per Renzi e non per la riforma”. Come fa Romano Prodi. Gli stessi parlamentari favorevoli al sì dovrebbero riconoscere che la loro prima preoccupazione è che, se cadesse il governo, loro a Roma ci tornerebbero soltanto da turisti. E questo vale per tutti gli appartenenti al Nuovo Centro Destra.
Insomma se questo referendum è divenuto una sorta di guerra civile, è perché non si tratta di una semplice riforma costituzionale. Se Renzi si è impegnato allo spasimo per ottenere il voto favorevole (immagino parlando alle telecamere anche nel sonno, per non sprecare le otto ore della notte) è perché i sondaggi col tempo sono divenuti molto pessimisti, per lui. La passeggiata trionfale verso il sole rischia di trasformarsi in una mesta marcia verso ovest, modello Beresina. Renzi ha persino riconosciuto che avere personalizzato il referendum è stato un errore, ma ormai non gli è rimasto che battersi come un leone – un leone spudorato – per vincere malgrado le previsioni ora divenute sfavorevoli. E così non ha risparmiato energie, denaro, dignità, nessun espediente. Ha perfino corso il rischio di urtare i cittadini con la sua onnipresenza, la sua insistenza, la sua invadenza. Ma bisogna perdonargli: in lui agisce l’istinto di sopravvivenza politica. Infatti ormai, se, sconfitto, non si dimettesse, sarebbe assordato e sommerso da una valanga di fischi ed altri rumori irriferibili. 
Sulla base di questo criterio di “verità che non fa onore”, chiedo a me stesso il vero motivo per cui voto “no”, e confesso immediatamente che anch’io voglio mandar via Renzi. Qualcuno mi potrebbe opporre: “Ma se ritenessi la riforma ottima, voteresti ancora no?” E sono costretto a rispondere che voterei a favore della riforma. Infatti il realismo impone di preferire un proprio vantaggio ad un dispetto da fare ad altri. Ma dal momento che la riforma è sbagliata, non ho questo problema.
Durante il suo ultimo governo ho avuto molta difficoltà a sopportare Romano Prodi. Non mi piaceva il suo sorriso sdentato, la sua bonomia da parroco di campagna, il suo modo di parlare ed altro ancora, ma sostanzialmente era un professore perbene. Veramente inaccettabile era la sua compagine ministeriale. Il professore frequentava brutta gente, e infatti era costretto a fare miracoli per tenere su un governo legato con lo spago. 
Quella contro Renzi è invece una reazione fondamentalmente estetica ed umana. E per spiegarla basta indicare il suo opposto: Enrico Letta. Questi è un gentiluomo dal parlare misurato, dalle promesse magari poco verosimili ma non insultanti per l’intelligenza, dalle vanterie ridotte a quel minimo che è necessario per non dichiararsi perdenti. E comunque niente rodomontate. Niente progetti alla Münchhausen. Niente insulti e sarcasmi nei confronti degli avversari. Niente volgarità. E non sto parlando di parolacce, sto parlando di volgarità sostanziali. Di arroganza, di sicumera, di atteggiamenti provocatori. Di ogni sorta di hybris, per dirla alla greca. E poi: “Bugie, bugie, bugie ben confezionate, ma bugie, bugie, bugie”.
Da dopodomani la musica cambierà totalmente. O Renzi sarà pesantemente ridimensionato, e quasi mi dispiacerà per lui, oppure vincerà, e potrebbe rivelarsi qualcosa di straordinario: la più grande fortuna che l’Italia ha avuto dalla riunificazione o una disgrazia inferiore soltanto a quella che rappresentò Mussolini. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 dicembre 2016




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POLITICA
30 novembre 2016
LA DIFFIDENZA È PER IL "NO"
Immaginate che vi propongano di accettare o rifiutare quanto segue: entrate in quel cortile; vi troverete una valigetta metallica con un milione di euro, e quel denaro sarà vostro; dentro una busta ci sarà un buono per una crociera intorno al mondo, su una nave a vostra scelta, per due persone; infine il governo Messicano vi offre la permanenza gratuita, spesati di tutto,  per un’intera estate, in una villa di Acapulco, vicino al mare; vi avvertiamo soltanto che nel cortile in cui entrerete soli e disarmati, ci saranno quattro coccodrilli del Nilo, affamati. Quanti accetterebbero?
È ovvio che, se si rifiuta un pacchetto, non si considera per ciò stesso negativo tutto ciò che contiene. Può però esserci un elemento che da solo è capace di pesare a sufficienza per il no. 
Certe modifiche alla Costituzione, fra quelle proposte dal governo Renzi, potrebbero anche andar bene. Ma i coccodrilli appaiono quando si combina questa riforma con la nuova legge elettorale. Avremmo infatti una Camera sottoposta ad un solo partito, il quale a sua volta potrebbe essere sottoposto ad un solo uomo: e si chiama dittatura. 
È vero, bisogna evitare l’ingovernabilità. È vero, sono esistiti dittatori de facto,  o legalmente tali, che sono stati benefici per il loro Paese (penso a Pericle, ad Augusto, a Tito, deliciae generis humani, a De Gaulle) ma sono troppi quelli che sono stati tremendi. E a volte tremendi dopo essere stati prima utili, come Nerone. Dunque la cosa migliore è non dare mai a nessuno la mera possibilità di divenire tremendo. Non dico che avrei partecipato alla congiura di Bruto, Cassio e degli altri  (mentre avrei partecipato a quella contro Hitler) dico che, benché Cesare mi sia simpatico come generale, come scrittore e come politico, sarei stato contro di lui, perché aveva accettato la carica di dittatore a vita, e non c’era modo di sapere come si sarebbe comportato nel tempo. 
Il premio di maggioranza attribuito al partito che vince il ballottaggio anche se, per avventura,  al primo turno avesse raggiunto soltanto il 20 o il 25% dei voti  - il premio del 53% dei seggi nell’unica Camera rimasta, se non ricordo male - francamente mi spaventa. Se il potere corrompe, cinque anni di potere assoluto corrompono assolutamente, come diceva quel lord. Ecco perché sarei contro questa architettura costituzionale. E poco importa chi sarebbe al top. Non mi piacerebbe vedere in quel posto né Beppe Grillo, né Silvio Berlusconi, né Matteo Renzi, né nessun altro. La famosa “legge truffa” quel premio l’attribuiva al partito che avesse ottenuto il 50% dei voti, non a quello che fosse arrivato primo nella battaglia dei nani.
L’unica obiezione che si può ragionevolmente fare è che la legge elettorale, l’Italicum, non fa parte della riforma costituzionale. Ed è vero. Ma non siamo nati ieri. L’Italicum conviene moltissimo a chi vince il ballottaggio, e state pur sicuri che chi conta di vincerlo, quel ballottaggio, l’Italicum attuale non lo cambierebbe mai. Ecco perché tutte le promesse che Renzi potrebbe aver fatto a Cuperlo, magari su un tovagliolo di ristorante, non valgono nulla. Di Renzi potrei pensare tutto il male possibile, ma non lo reputo uno stupido. E del resto, nel dire di no ad un cambiamento, avrebbe partita facile, perché su una nuova legge elettorale i partiti non si accorderebbero mai, perché ognuno vorrebbe quella che lo favorisce. 
Ma questo non è il peggio. Renzi vorrebbe mantenere l’Italicum perché, pensa, lo favorisce. E se poi il primo partito risultasse quello di Grillo? E se fosse questo, il partito che vince il ballottaggio? Renzi si sarebbe procurato – e ci avrebbe procurato – un padrone inamovibile per cinque anni.
Un ultimo dubbio: l’Italicum potrebbe essere cambiato dalla Consulta. Ché anzi, seguendo la precedente giurisprudenza, la Consulta dovrebbe per forza cambiarlo. Ma al riguardo sono troppo vecchio per credere alle simmetrie giuridiche o alla coerenza giurisprudenziale. Chi mi dice che la Consulta, come ha in passato “modellato” il diritto per andare contro Berlusconi, stavolta non lo “modellerebbe” andare a favore di Renzi? 
Basta un’osservazione, per dimostrare che anche quello è un organo politico: la seduta della Corte Costituzionale riguardante l’Italicum era fissata per una data ben precedente il referendum, e invece i giudici l’hanno spostata a dopo il referendum per non prendersi la responsabilità politica di influenzarlo. Tutto perfetto? Nient’affatto. 
In una democrazia non esiste la responsabilità politica dei verdetti. Giurisdizione significa “dire diritto”, non “dire politica”. Un organo giudiziario fa sapere qual è il punto di vista giuridico su una questione, e non quale decisione è utile a questa o quella fazione politica. Le sentenze andrebbero accolte come gli eventi meteorologici, cose che avvengono per cause fatali, anche quando non le conosciamo bene. Invece la Consulta è stata così cosciente di essere un organo politico, e di essere considerata un organo politico, da astenersi platealmente dal processo, come un giudice notoriamente amico o nemico dell’imputato. E così ci ha indotti a pensare che essa non contava di dichiarare che cosa è costituzionale e che cosa non lo è, ma che cosa è utile a Tizio o a Caio. 
Che tristezza. Malgrado ogni mio tentativo di realismo, sono ancora troppo idealista, in materia di diritto. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 novembre 2016




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POLITICA
29 novembre 2016
RENZI, AMMIREVOLE GUERRIERO
Avevo simpatia, per Matteo Renzi, ma da quando è diventato Presidente del Consiglio quella simpatia è morta. L’ha uccisa l’eccesso. Quest’uomo è caratterizzato da un delirio di autoaffermazione. E tuttavia, mentre mi appresto a dire “no” al suo referendum, sento il dovere di levarmi il cappello, dinanzi ai suoi meriti militari. 
Immagino che più d’uno inarcherà il sopracciglio. Non c’è nessuna guerra, in corso. Eppure è la verità: il grande combattente dimostra il suo valore quando è quasi senza speranza, non quando la vittoria è facile. Mentre Achille è una macchina irresistibile, passano i secoli e ancora ci commuoviamo pensando a Leonida.
Ma prima di lodare Renzi come grande guerriero, non si possono chiudere gli occhi sugli enormi errori che ha commesso. Come dimenticare la sua promessa di quattro riforme epocali, una al mese, nei primi quattro mesi? Un Giove meno pacioccone di quello dell’Olimpo in altri tempi l’avrebbe fulminato perché peggiore di Prometeo. E come dimenticare la sua promessa di saldare tutti i debiti dello Stato verso gli imprenditori, entro non so più che data precisa dell’estate? Come dimenticare le infinite e sfrontate vanterie, quali che fossero i messaggi del reale? Perfino le riforme di cui tanto si vanta sono state cosmetiche. Ovviamente non avrebbe potuto risolvere il problema dell’economia e far uscire l’Italia dalla crisi (come non solo ha promesso, ma ha dichiarato d’aver già fatto!): ma allora perché prometterlo? 
E tuttavia nel mucchio ci sono due riforme vere, che ha fortemente voluto ed ha realizzato anche perché non costavano denaro. Una è stata la legge elettorale, l’altra la riforma costituzionale. Ma l’eccesso, questa malattia incurabile del personaggio, si è visto anche stavolta. Il Parlamento s’è inchinato perché, come sempre, gli è stato detto: “O votate come dico io o andiamo tutti a casa”. Uno dei mille voti di fiducia. Renzi s’è attirata una tale ostilità, che la metà sarebbe bastata. Ed oggi, come tutti i tiranni, ha accanto soltanto chi dall’esser cortigiano può trarre un utile.
Anche quando il vento ha cominciato a cambiare, ha creduto di poter cavalcare il toro. Ha cucinato un nuovo sistema di governo che gli darebbe tutti i poteri ed ha minacciato l’Italia: “O mi dite di sì o me ne vado”. Ma gli italiani non sono tutti parlamentari, a casa ci sono già. E così si è accorto di avere tutti contro. La sua stessa minaccia per alcuni è suonata come una promessa, che sperano mantenga. 
E qui comincia la fase gloriosa e addirittura eroica di Matteo Renzi. Rendendosi conto di avere sbagliato i calcoli, chiunque avrebbe giudicato la battaglia già perduta. Lui invece non soltanto non ha abbandonato il campo, ma ha obbligato tutti i suoi ad attivarsi, ha moltiplicato gli sforzi, gli interventi, i discorsi, fino ad un’attività frenetica, addirittura parossistica. È divenuto un incubo costante, sui teleschermi, e ce lo siamo ritrovato in tutte le salse. Volevo riascoltare una bella cantata di Bach – Die Himmel erzählen die Ehre Gottes, ve la raccomando – e mi sono ritrovata su Youtube la pubblicità di Renzi per il “sì” al referendum. A questo punto, temendo di ritrovarmelo anche sotto le lenzuola, avrei deciso per il “no”, se già non l’avessi fatto prima. Renzi non è più un uomo, è un’epidemia, un’alluvione, una supernova. Qualcosa che si sta dimostrando eccessivo perfino nel valore guerriero. Ecco in che senso a Renzi è dovuto l’applauso per meriti di guerra. 
Meno sicuro sarei che sia da apprezzare tecnicamente, per il piano di battaglia. Anche persone meno insofferenti di me possono stancarsi di questo continuo bombardamento. Soprattutto pensando che hanno imparato per esperienza a non badare alle parole di qualcuno che per la verità ha più o meno lo stesso rispetto che i musulmani hanno per la libertà delle donne. 
Non ha pensato che anche nell’eroismo esiste un problema di misura. Come diceva Paracelso, non è la sostanza che avvelena, è la dose con cui la si assume. E invece lui ha pensato che l’indigestione sia la migliore forma di sazietà. Anche le placide persone comuni, che pensano soltanto agli affari loro, possono essere stufe di questa invadenza, di questa insistenza, di questa incontinenza. 
Fra l’altro, avendo coinvolto in questa impresa tutti quelli che ha potuto, potrebbe aver dato l’impressione che al “sì” sono interessati tutti quelli che hanno qualcosa da perdere. E il cittadino disamorato, sfiduciato, scoraggiato, potrebbe votargli contro anche per questo. Perché personalmente non ha nulla da perdere. La strategia è stata un immenso errore, ma ora c’è da esser perplessi anche per la tattica. 
Se il risultato del referendum gli fosse favorevole, Renzi meriterebbe un epinicio. Perché è stato l’Orazio Coclite del presente. Se invece perdesse il referendum, e se ne andasse, non potrei che ringraziarlo. I miei timpani, quanto meno, avrebbero refrigerio. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
29 novembre 2016




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POLITICA
27 novembre 2016
IL MALE ALLA RADICE DEI MALI
Il giornalista Andrea Bonanni scrive sulla “Repubblica”(1) un brillante articolo su un fenomeno cui abbiamo assistito molte volte: dinanzi a molti problemi non si fornisce una soluzione adeguata, o almeno tale da reputarla “buona”, ci si rassegna ad accettare il “meno peggio”. Anche se, personalmente, non ho mai saputo se “meno peggio” sia buon italiano. 
Bonanni fa una lunga serie di esempi. Bisogna salvare le banche, a costo di far pagare i clienti o lo Stato, non perché ciò sia bello o giusto, ma perché lasciarle fallire sarebbe peggio. Bisogna accettare l’austerità, perché lasciar volare il debito pubblico sarebbe peggio. Bisogna aiutare la Grecia, anche se è chiaramente fallita, perché se i mercati proclamassero quel fallimento, sarebbe peggio per l’euro. Bisogna fare grandi concessioni alla Gran Bretagna per evitare che lasci l’Unione, o sarebbe peggio (si diceva). Bisogna lasciarsi prendere alla gola, e spremere come limoni, dalla Turchia, perché se essa lasciasse che i migranti ci invadano, sarebbe peggio. In America l’establishment si è schierato con Hillary Clinton, perché – pensava – una vittoria di Donald Trump sarebbe stata peggio. In Italia “Una larga fetta dei sostenitori del Sì al referendum spiega la scelta con il fatto che la riforma, pur imperfetta, è meno peggio” dell’immobilità.  Angela Merkel, dopo avere esitato, si ricandida alle elezioni per evitare i populismi, che sono il peggio. Ma – dice Bonanni – tutto ciò alla lunga non è riuscito ad evitare la perdita di consenso degli elettori. E ciò ha aperto “la strada al populismo, che ha buon gioco nell’indicare come il male minore sia comunque un male”.
La sintomatologia è perfetta, ma la diagnosi è incompleta, e comunque è carente l’indicazione sull’eziologia del fenomeno.
Una prima osservazione nasce dal numero di casi di “meno peggio”. Se un’automobile ha un guasto, la si porta dal meccanico, sperando poi di stare in pace per qualche tempo. Se invece i guasti sono parecchi e, una volta che si sia posto rimedio ad uno, ne nasce un altro, e poi un altro ancora, e poi non uno ma due o tre, è segno che quel veicolo ha fatto il suo tempo e bisogna comprarne uno nuovo. Un problema è un problema, molti problemi fanno pensare ad un errore radicale, che rende inutile l’inseguimento dei mille sintomi.
Nel caso dell’Europa, bisogna partire dal fatto che questo continente non conosce una guerra da oltre settant’anni. La pace è un’ottima cosa, e chi ha vissuto questi settant’anni è stato particolarmente fortunato; nondimeno è pure vero che è venuto a mancare quello scossone che provocano le guerre, e che costringe le nazioni a cercare nuovi assetti e nuovi equilibri. Anche se un modello economico-sociale fosse perfetto (e nessuno lo è) col tempo diverrebbe inadatto ad una società che è cambiata. Un lungo periodo di applicazione finisce con l’ingigantire dei difetti che da prima erano sembrati insignificanti, fino a creare un notevole malessere. Il tennis è un bello sport, ma alla lunga provoca “il braccio del tennista”. E soprattutto, se un uomo ogni mese guadagna mille, spende 1.025, e contrae debiti, non avrà problemi per parecchio tempo. Ma in capo ai decenni, se contrae sempre nuovi debiti, anche perché già gravato dagli interessi sui vecchi, avrà modo di accorgersi che quel piccolo sbilancio è divenuto un macigno che rischia di schiacciarlo. E ai tempi di Dickens c’era la galera per debiti.
Il problema è dunque quello di identificare che cosa in particolare è arrivato al capolinea, nel nostro modello economico-sociale. La validità della conclusione sarà incerta, ma vale la pena di tentare l’impresa: non foss’altro, per fornire spunti alle integrazioni e alle contestazioni.
La guerra è un evento così traumatico che, in una direzione o nell’altra, se ne esce con un carico di emotività tale da esserne influenzati per decenni. La Germania, ad esempio, concluse la Prima Guerra Mondiale con la sensazione di essere stata indotta alla resa dai suoi governanti senza che fosse stata veramente battuta. E a questa rabbia si aggiunsero le condizioni di pace troppo vessatorie, imposte dalle potenze vincitrici. Il Paese, eccessivamente umiliato, finì con l’avere un’enorme voglia di rivincita. Fino a seguire Hitler nei suoi sogni e nella sua paranoia. Il risultato finale della rivincita fu una Germania non soltanto distrutta, ma disonorata, giustamente punita, piena di rimorsi e bramosa di pace a qualunque prezzo. Non soltanto tese la mano alla Francia, “per sempre”, ma sopportò in silenzio amputazioni territoriali dolorose e la spaccatura in due della nazione. Quel Paese affrontò a viso aperto e senza sconti l’intera ampiezza delle sue colpe, della catastrofe che aveva prima inflitto e poi subito.
Il caso dell’Italia è stato diverso e per qualche verso opposto. Anch’essa ha ricevuto la sua forma repubblicana, e la nota dominante della sua affettività, dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Anch’essa ha sofferto del totale crollo del Paese e delle sue istituzioni. Ma già nel momento in cui il conflitto si concludeva è cominciato quel processo di autoinganno assolutorio di cui l’Italia è stata la stupefacente campionessa. 
Come è noto, la condotta della guerra è stata per l’Italia assolutamente disastrosa. Sul piano militare, la nostra sconfitta è stata preceduta da una serie pressoché infinita di rovesci: basta citare la campagna di Grecia, la distruzione della flotta a Taranto, la figura di straccioni fatta in Libia, la liquefazione dell’esercito dopo l’8 settembre. E tutto ciò fu aggravato da un comportamento che ci fece apparire vili e opportunisti: la fuga del re a Pescara, il proclama di Badoglio, e soprattutto, dopo che si era dichiarata guerra alla Francia già sconfitta, nel 1940, la dichiarazione di guerra alla Germania morente. Ce n’era abbastanza per una interminabile depressione nazionale. Ma, forse perché non avevamo commesso gli immensi crimini dei nazisti, forse perché il fardello era troppo pesante, noi abbiamo scelto il meccanismo della rimozione in senso psicoanalitico. “Noi non abbiamo perso la guerra, l’ha persa Mussolini, che infatti abbiamo ammazzato”. “Noi non abbiamo perso la guerra, l’hanno persa i fascisti di cui, come vedete, non c’è nemmeno traccia, in Italia”. E così siamo arrivati all’inevitabile conclusione di avere vinto la guerra contro i tedeschi. E neanche per procura: infatti l’avevano vinta i partigiani, come si è ripetuto il venticinque aprile di ogni anno, in cerimonie tanto stucchevoli quanto false, e come per decenni si è insegnato ai ragazzi nelle scuole. Si direbbe che in Italia, nel ’43 e nel ’44, ci fossero soltanto alcuni osservatori inglesi e americani. Pressoché neutrali. E ciò benché tutti i libri di storia non italiani abbiano assegnato un peso nullo al contributo militare dei partigiani nella campagna d’Italia. 
Questo è il primo, grande peccato originale della Repubblica. Sin da quel momento abbiamo rifiutato di fare i conti con la realtà. Sorta su questo equivoco, su queste menzogne infinitamente ripetute e solennemente celebrate con la partecipazione delle massime autorità, l’Italia repubblicana si è immaginata nuova, forte e vincente. Maestra di democrazia e di moralità. Nessun complesso, dunque: anzi la certezza di essere un modello per il mondo.
La certezza della nostra superiore purezza ci ha fatto pensare che nessuna sensibilità morale fosse eccessiva per la nostra stirpe. Nessun ideale troppo alto o costoso per dispensarci dal dovere di perseguirlo. Nessun paradiso in Terra troppo inverosimile perché non avessimo il dovere di realizzarlo, senza badare ai costi. Sentendoci troppo eticamente delicati per imbracciare un fucile siamo stati felici dell’ombrello amerikano. Tanto, quelli sono aggressivi e amano fare la guerra: noi perché dovremmo spendere soldi per armi che non useremo mai? 
Quella stessa determinazione ad essere paladini dell’utopia che già ci aveva fatto abbracciare il fascismo si è così trasfusa nell’adesione massiccia ai due partiti che più di altri avevano programmi non pragmatici. La Democrazia Cristiana - che sin dal nome denunciava la sua commistione fra politica e ideale religioso - e il Partito Comunista Italiano, che della palingenesi sociale ed economica aveva fatto la sua bandiera. Fino a predicare la rivoluzione.  Ovviamente, in questo contesto i partiti su base esclusivamente pratica (il Repubblicano, il Liberale, il Socialdemocratico) sono stati sostanzialmente insignificanti e ausiliari. Non avevano appeal, non erano all’altezza dei nostri sogni.
E tuttavia, per circa un decennio, questa situazione fu confortata da un’imprevista e crescente prosperità. Fu allora che si parlò di “miracolo economico”, e si cominciò anche a pensare che ogni risultato fosse raggiungibile, ogni sogno si potesse realizzare. E nei decenni successivi cominciammo a metterci seriamente nei guai. Forse interpretando in malafede le teorie di J.M.Keynes, ed anche a causa di un boom demografico che sembrava promettere una platea di contribuenti sempre più grande, ci si dette alle spese pazze. Il quesito non fu mai: “Ce lo possiamo permettere?”, ma “Il richiedente è moralmente meritevole del beneficio?” E così ci si avviò ai benefici a pioggia, ai sussidi “sociali” per cui non era mai stato versato un contributo, alle pensioni “baby”, alle assunzioni di eserciti di impiegati di una Pubblica Amministrazione che non aveva bisogno di loro e che rimaneva letargica anche diventando pletorica. A tutta una serie di follie che da sola occuperebbe un libro. È in questo periodo che si è creato il nostro immane debito pubblico, quello che ci succhia l’anima e per giunta minaccia di ucciderci economicamente. 
Ma questa deve essere una mera esemplificazione, non una lista esauriente. Per citare un risvolto sociale di questa mentalità irrealistica, basterà citare il buonismo. Per qualunque persona ragionevole, un buon docente è quello i cui alunni imparano molto. Per l’Italia invece un buon professore è quello che promuove anche i ragazzi che non lo meritano. Nelle elementari si è del resto giunti al sostanziale divieto di bocciare. E così prima sono rimasti ignoranti i bambini, poi gli adolescenti, ed infine, completando il percorso, sono ignoranti anche i professionisti, fra i quali quei giornalisti che, dalla televisione, parlano a milioni di spettatori. Infine, chiudendo il cerchio, sono divenuti ignoranti gli stessi professori. Sono ormai rare le persone che, parlando, non commettono inescusabili goffaggini. I testi internazionali Invalsi confermano poi la decadenza della nostra scuola, ma i nostri professori reagiscono virtuosamente dicendo che la cultura non si misura con i test. Anche se i tecnici dell’Invalsi potrebbero rispondere che infatti in Italia essi non misurano la cultura, ma l’ignoranza.
Nel mondo del lavoro si è arrivati da un lato al “salario variabile indipendente” dalla situazione economica dell’impresa, di cui parlava Luciano Lama, leader della CGIL, dall’altro agli scioperi (vincenti) proclamati dai sindacati in difesa di lavoratori licenziati perché rubavano. E ad ogni forma di stortura delle regole che reggono la produzione di ricchezza. Ancora recentemente dei magistrati hanno assolto dei lavoratori della Fiat che l’impresa aveva licenziato perché colpevoli di boicottaggio. Anche il perdonismo è stato una delle nostre malattie. Il Paese che già tendeva alla corruzione di suo, è sprofondato a poco a poco nella melma e infine, dal 2008, si è del tutto fermato, quando non è andato indietro. 
E così arriviamo alla causa fondamentale dei nostri mali, che ha un nome vagamente psichiatrico: insufficiente senso della realtà. Ecco un esempio. L’Italia, come del resto l’Europa, si trova di fronte ad un problema insolubile: può ricevere, alloggiare e nutrire una folla infinita di rifugiati? Per gettare là una cifra, cento milioni di persone? Certo che no. E allora, se il numero di rifugiati che si possono accogliere non è infinito, se ne deve dedurre che è necessario stabilire quale numero si possa accogliere, e in che modo impedire che quel numero sia superato. La logica di queste affermazioni non permette obiezioni valide, e invece che cosa si risponde? Che non si può non accogliere il prossimo che chiede soccorso. Non si può non salvare chi è in pericolo in mare, anche se in mare si è messo apposta per essere in pericolo. Poi i giornali riferiscono che, malgrado ogni nostro sforzo, parecchi fra quelli che hanno tentato quell’avventura sono annegati e noi non abbiamo abbastanza senso di responsabilità per chiederci se quelle morti non le abbiamo sulla coscienza. Se avessimo riportato in Libia o nelle acque territoriali libiche i natanti, lasciando poi che se la cavassero da loro, il flusso si sarebbe arrestato e nessun migrante sarebbe più annegato. Per tacitare la nostra coscienza avremmo potuto esaminare in Libia le domande di asilo politico e portare poi in Italia, in aereo, coloro che si fossero qualificati per il beneficio. Ricordando che la miseria non è una ragione sufficiente. Diversamente l’Europa di migranti dovrebbe accoglierne almeno un miliardo.
Ma tutto questo è soltanto logico e dunque non conta, in Italia. Bisogna continuare con questa caccia al falso naufrago, ingrassando le casse dei contrabbandieri di carne umana e spostando sul pallottoliere le cifre sugli annegati, in costante aumento.
Tutto ciò corrisponde al senso del reale? Come hanno fatto, come fanno i Paesi che limitano l’afflusso di immigrati? Perché non facciamo come loro? Va bene, l’Italia ha migliaia di chilometri di coste; ma li hanno anche la Spagna, e l’Australia, ed altri Paesi ancora. Non è che per caso di diverso hanno non le coste, ma i governi?
Purtroppo, neanche l’Europa ha grandi esempi positivi da darci. Basti pensare a come ha parlato dei migranti, quando il problema non era suo, e come poi ha reagito, quando li ha visti arrivare. Come possiamo giudicare dei Paesi che realizzano l’unione monetaria prima dell’unione politica? Chi mette il carro dinanzi ai buoi crede veramente che andrà lontano? Oggi molti Paesi, e in primis l’Italia, dànno all’Europa la colpa di tutto ciò che non va, sia che quella colpa essa l’abbia, sia che non l’abbia. Perché quell’organismo è nato male. Certo, dei risultati è colpevole chi ha la responsabilità del comando, ma, appunto, bisogna prima dargli quel comando. Mentre l’Europa è arrivata a questo ibrido insoddisfacente per tutti: da un lato ci opprime, dall’altro è impotente. Gli Stati avrebbero dovuto avere il coraggio della rinuncia alla loro sovranità per arrivare all’unione politica, oppure rinunciarci per sempre e chiaramente, limitandosi ad una utilissima Zollverein: un’unione doganale con la libera circolazione delle merci, dei capitali e dei servizi. Che non sarebbe stata male. In certi campi le mezze misure cumulano purtroppo i difetti delle due soluzioni che non si sono adottate. 
L’Europa – che manca anch’essa del senso del reale - è infatti un gigante economico e un nano politico. Non ha mai il coraggio di affrontare i problemi alla radice, e passa il tempo a mettere affannosamente toppe qua e là. Senza capire che è giunto il tempo di una radicale riforma. Anche se la prospettiva fa spavento, come tante volte osservato, è meglio pilotare una crisi che subirla. È meglio entrare in sala operatoria con i propri piedi che aspettare un aggravamento che renderebbe ancor più problematica l’opera dei chirurghi. Ma tutte queste sono manifestazioni di una mentalità “ragionieristica”, come si diceva nell’Italia dei grandi ideali. Un inane buonsenso che in questo continente non ha più cittadinanza. E che puzza di zolfo. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2016-2.446
(1) Andrea Bonanni, La Repubblica, 25 settembre 2016 letto su http://intranet.selpress.com/Treccani/it/IT/Review/ShowArticle?currentId=58496
 




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POLITICA
25 novembre 2016
KISSINGER PARLA DI TRUMP
Intervista di Bastian Berbner und Amrai Coen, pubblicata sulla Zeit(1).

Henry Kissinger (K), novantatreenne, ci riceva nel suo ufficio di New Yoir in Park Avenue, al ventiseiesimo piano, con vista su Manhattan. Sullo scaffale e sul davanzale sono stipate fotografie, tutte incorniciate di nero: Kissinger con Obama, Kissinger con Bush, con Clint, Johannes Rau, Nelson Mandela, John Kerry, Fran-Walter Steinmeier. I grandi del mondo, da quando Kissinger non fa più politica in prima persona, chiedono i suoi consigli. L’ex Ministro degli Esteri è ancora oggi considerato  uno dei più acuti competenti di politica internazionale, qualcosa come la memoria della politica estera della più recente storia americana. Anche Donald Trump, a quanto pare, intende approfittarne. La settimana scorsa i due si sono incontrati per una conversazione nella Trump Tower, nemmeno dieci minuti a piedi dall’ufficio di Kissinger.
Z. Dottor Kissinger, la settimana scorsa lei ha incontrato Donald Trump. Di che cosa avete parlato?
K. Non ho mai rivelato i particolari delle mie conversazioni con i Presidenti. E non lo farò neanche stavolta. Ecco quello che posso dire: abbiamo ampiamente discusso di politica internazionale.
Z. Molti repubblicani si sono allontanati da Trump. Lei vorrebbe aiutarlo?
K. Se Donald Trump mi pone delle domane ed io ho qualcosa da dire, rispondo. Almeno, finché ho il sentimento di potere con ciò fare qualcosa di utile. Io non conto di avere nessun titolo e nessun incarico.
Z. Per chi ha votato?
K. E perché dovrei dirlo a lei? Benché Hillary Clinton sia una delle mie personali conoscenze, non ero entusiasta di nessuno dei due candidati. 
Z. Che opinione ha del risultato?
K. Abbiamo ora un risultato e dobbiamo trarne il meglio. Naturalmente sulla base dei valori in cui crediamo.
Z. Lei sembra molto cauto. Molte persone hanno paura.
K. La paura riguardo alla sicurezza personale io la considero del tutto inappropriata. Ma naturalmente dobbiamo preoccuparci del futuro del nostro Paese e del mondo occidentale. Noi americani dobbiamo capire che non si possono insultare costantemente i valori sociali della classe media, senza che una volta o l’altra si sia puniti. E nessuno lo sa meglio della Germania. 
Z. La democrazia americana è più stabile di quella di Weimar?
K. Trump è riuscito in qualcosa di storico.  Ha scosso dalle fondamenta il sistema americano. Quando tante persone votano in modo contrario a ciò che quasi tutti i media raccomandano, e fra loro molte delle personalità repubblicane, la cosa è estremamente insolita. Una democrazia non può funzionare se tutte le parti  almeno non contrappongono ai loro avversari politici buoni motivi. Se si tratta soltanto di distruggere l’altra parte, di abbassarla, di farsene beffe, allora la democrazia ha fallito. Bisogna che ci sia un consenso sul modo come ci si parla.
S. In questo momento il nostro Paese sembra molto lontano da un simile consenso. 
K. Sì.
Z. Come lo si può creare?
K. I leader devono accordarsi fra di loro per una maggiore moderazione, e farlo seriamente.
Z. Il politologo Eliot Cohen qualche giorno fa ha “twittato” questo: “Dopo che ho parlato con la squadra di Trump per la transizione, ho cambiato opinione. Tenetevene lontani. Sono mordaci, arroganti e gridano: avete perso! Me la vedo brutta“. E se questo già lo dice un repubblicano, come deve essere possibile un dialogo con un democratico o con l’establishment?
K. Si risolveranno i problemi soltanto se si dialoga.
Z. In molte questioni controverse si prospettano difficili compromessi, innanzi tutto su temi come l’aborto, il matrimonio omosessuale, e la sanità pubblica.
K. Non dico che bisogna sempre incontrarsi a mezza strada.
Z. Noi vorremmo parlare con lei di politica internazionale. Molti europei hanno paura di un asse Trump-Putin, fra autocrati.
K. Non credo che esista fra i due un collegamento strategico. Penso si sia verificato questo: Putin ha lodato Trump e questi a suo modo l’ha ringraziato. Non bisogna darsi a fantasticherie isteriche, al riguardo, bisogna aspettare la politica della Russia e di Trump. La campagna elettorale è finita.
Z. Attualmente sembra che nessuno conosca l’agenda di politica internazionale di Trump. Lei ci può aiutare, in questo?
K. No, presumo che egli avrà bisogno dei primi sei mesi per comprendere i problemi e per costruire i rapporti con gli altri leader del mondo. Il governo di Trump deve dare risposta a tre domande: quali problemi sono tanto importanti, che l’America li deve risolvere anche da sola, se necessario? Quali problemi sono di significato universale, tanto che l’America li potrà risolvere soltanto con i suoi alleati? E da quali problemi dobbiamo tenerci lontani? Non possiamo risolverli tutti. Questa per l’America è un’esperienza nuova.
Z. A quale delle tre categorie appartiene la Siria?
K. L’irrisolto problema della Siria consiste nel modo in cui si può creare uno Stato legittimo in una società multietnica e multireligiosa che non ha una coscienza nazionale. E con “legittimo” intendo uno Stato che è sostenuto da un numero sufficiente di uomini e contro il quale non c’è un numero sufficiente di uomini che cercano di rovesciarlo con la violenza.
Z. Non necessariamente una democrazia.
K. Ma neanche necessariamente una dittatura.
Z. A quale categoria appartiene dunque la Siria?
K. L’America non può risolvere il problema da sola.
Z. Trump ha detto che intende bombardare a tappeto la milizia terroristica dello “Stato Islamico”. Ha anche comunicato che intende essere più isolazionista. Inoltre egli sostiene Putin, che è il più importante alleato del governo siriano. Bashar al-Assad, ul suo massimo esponente, deve essere contento come pochi altri, della presidenza Trump.
K. Fare campagna elettorale non è governare. Lei ha ben descritto quali tendenze si sono potute rilevare in ciò che Trump ha detto durante la campagna elettorale. Ma reputo ciò inutile. Che dovrebbe significare radere al suolo lo “Stato Islamico”? Penso che Trump debba innanzi tutto informarsi sui particolari e poi sulla strategia. Ma per questo dobbiamo dargli tempo.
Z. Potrebbe volercene un bel po’, di tempo.
K. Ha già cominciato. Ogni ambasciatore a Washington  attualmente richiede un incontro con Trump, ed anche parecchi capi di Stato. Spero che egli possa incontrare i più importanti prima che qualche avvenimento non lo costringa ad agire. Negli ultimi nove mesi la politica estera ha per così dire galleggiato. Molte decisioni sono state rinviate a causa della campagna elettorale presidenziale. Al più tardi a partire dall’inizio del nuovo anno la politica internazionale subirà un’accelerazione. I leader del mondo hanno soltanto la scelta fra guidare questi sviluppi o di lasciar crescere il caos. 
Z. I rapporti russo-americani, che fino ad oggi sono stati una linea di conflitto della politica internazionale, possono divenire amichevoli sotto Trump e Putin, e forse persino di cooperazione?
K. Non mi piace che si descriva la politica estera con concetti della psichiatria. Dopo tutto in questo campo l’amicizia non ha nessuna influenza. Chi si occupa di politica estera agisce soltanto nell’interesse nazionale. 
Z. Ma Trump non ha condotto una campagna elettorale puntando  soltanto sulla sua personalità e sulle emozioni? Molti pensano che egli non sia neppure in grado di definire un interesse nazionale, per non parlare della capacità di perseguirlo seriamente. Lei non reputa possibile che con lui avremo un tipo di politico nuovo, nel campo della politica estera? Uno per il quale potrebbe essere più importante mettersi d’accordo con qualcun altro che perseguire un interesse nazionale sempre ben definito?
K. Non lo escluderei, ma ciò gli provocherebbe grandi difficoltà.
Z. La paura di Trump è prematura?
K. Non dico che tutti coloro che si preoccupano si sbagliano. Forse hanno perfino ragione. E tuttavia la mia raccomandazione è quella di attendere. L’Europa dovrebbe cercare il dialogo con Trump ed essere aperta ad esso.
Z. Che cosa raccomanderebbe ad Angela Merkel?
K. La Merkel e Trump, ma anche i funzionari preposti ai vari settori di lavoro devono presto riunirsi e decidere: che cosa vogliamo ottenere, tutti insieme? Che cosa vogliamo impedire? La Germania affronta un dilemma storico. Mai, nella sua storia, essa ha avuto reali rapporti internazionali. Durante l’Impero si sentiva assediata, col trattato di Versailles si sentiva discriminata, con Hitler si sentiva dominatrice e dopo la guerra colpevole. Non è mai stata possibile un partenariato alla pari, ma la Germania si è lasciata dietro questi incubi, attualmente è libera da legami, e non c’è nessuno meglio qualificato a muoversi in questo ambito di libertà di Angela Merkel, che ha vissuto nella Germania Orientale ed ha fatto l’esperienza del comunismo.
Z. La Germania deve assumere un ruolo di guida internazionale?
K. La mia generazione si è abituata all’idea di un’America dominante, e prima di tutto la Germania ha cercato la protezione dei grandi alleati. Era comodo, ma cambierà. Cosicché sì, la Germania deve fare di più, ma ora il governo federale deve definire a che cosa ciò corrisponde. Non si diviene una nazione leader perché lo si dice, bisogna poi esserlo in concreto. La Germania deve trovare il suo ruolo e ciò costituirà un processo di autoeducazione. La Germania si deve chiedere: che cosa vogliamo, per il mondo? Come del resto anche l’America.
Z. Sembra che dopo aver fatto le sue congratulazioni a Trump al telefono, la Merkel gli abbia detto: “Sarò lieta di vederla ad Amburgo, in occasione del vertice G20, nel prossimo luglio”. Potrebbe significa che ella non l’ha invitato a Berlino prima di allora, come sarebbe stato usuale.
K. Non bisogna sopravvalutare le prime telefonate. Queste vengono di solito condotte tenendo presente le ragioni della politica interna. Tutto ciò che si può leggere in questa chiamata è: i tedeschi sono così preoccupati, rispetto a Trump, che la Cancelliera non ha niente da guadagnare con un invito. Sarei stupito e deluso se prima di Amburgo non ci fossero incontri di sostanza tra la Merkel e Trump e corrispondentemente fra i loro consiglieri di politica estera.
Z. Lei ha incontrato Trump la scorsa settimana e durante la campagna elettorale Lei lo ha invitato a casa sua. Quanto è stretta la vostra conoscenza?
K. Le condizioni di questi incontri sono troppo complesse, per spiegarle in un’intervista. Siamo ambedue tifosi degli Yankee. Alcune volte l’ho incontrato nella tribuna VIP dello stadio. Abbiamo chiacchierato di niente per alcuni minuti, non posso dire nulla di più al riguardo. Sugli altri due incontri non vorrei dir niente. Vede, la mia opinione è la seguente: io sono venuto quale rifugiato negli Stati Uniti e so quanto può essere importante questo Paese. Sono stato ben presente quando l’America ha cominciato con grande entusiasmo cinque guerre, senza sapere come avrebbe dovuto finirle. So il male che la guerra fa agli uomini e il mio interesse è la riconciliazione, anche qui negli Stati Uniti. Voglio far sì che gli uomini si avvicinino gli uni agli altri, invece di vederli scivolare in una guerra civile.
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
http://www.zeit.de/politik/ausland/2016-11/henry-kissinger-interview-donald-trump-demokratie-usa-angst
23. November 2016, 




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POLITICA
24 novembre 2016
IL METODO PER AFFRONTARE LA POLITICA INTERNAZIONALE
Per anni ho letto gli articoli di Stratfor – e in particolare quelli di George Friedman, che quella rivista ha fondato e diretto – e credo che quella rivista abbia messo a punto un buon metodo di analisi della politica internazionale. Poiché di questo metodo fa un’eccellente sintesi Reva Goujon, la propongo agli amici, traducendo parte del suo lungo articolo. 
G.P.

IL METODO PER AFFRONTARE LA POLITICA INTERNAZIONALE

Sentiamo continuamente parlare di come il mondo “dovrebbe” andare. Liberal che si proclamano tali e conservatori, keynesiani e reaganiani, colombe e falchi, globalisti e nazionalisti hanno intasato l’etere e riempito i nostri Twitter con ricette politiche che promuovevano le loro visioni del mondo mentre irridevano quelle degli altri. Ma dopo quest’anno così emotivamente carico, sospetto che molte persone comincino ad essere stanche di grandi teorie e di “attacchi mortali”, in corsivo, contro gli avversari. Al contrario, potrebbe essere tempo di rimpiazzare la pedanteria con qualcosa di più essenziale – e meno divisivo – sul quale porre le basi dei nostri pensieri e dare un senso al mondo.
Piuttosto che porre l’accento su ciò che dovrebbe avvenire, forse potrebbe essere meglio volgere la nostra attenzione a ciò che avverrà. E in questo la geopolitica può rivelarsi un pratico aiuto. È uno strumento ingannevolmente semplice, che non vi sotterrerà in pretese accademiche e non richiederà un fantasioso algoritmo per “modellarlo”. Ma la sua semplicità non lo rende meno potente. Quando fate bollire la schiumosa mescolanza di idee, personalità ed emozioni che hanno fatto affiorare le bolle sull’acqua durante lo scorso anno, fino a farla scomparire, ciò che rimane sono alcune risposte abbastanza ovvie su come siamo arrivati a questo punto e su che cosa ci aspetta.
Tutto comincia con la carta geografica. E non una carta qualunque, ma quella che mette in evidenza la topografia al di là dei confini politici. La bellezza di una tale carta non lascia molto spazio al dibattito politico. Come il pensatore geopolitico olandese/americano Nicholas Spykman disse una volta, “La Geografia non discute. Semplicemente è”.
La carta può dirci i fatti fondamentali riguardo ad una particolare nazione o regione. È grande o piccola, montagnosa o piatta? È una potenza di terra o un’isola? È incollata fra potenze più forti o incombe su vicini più piccoli? È chiusa fra barriere geografiche o spezzata dall’interno? I suoi sistemi fluviali corrono in una direzione che unisce o che divide? La carta mostrerà se un posto ha vie d’acqua e profondità della costa, dove sono posti i più grandi centri abitati, quanta pioggia riceva e quante risorse contengono quei territori, se il Paese è posto in una zona temperata o in un deserto inospitale, quale infrastruttura lo collega con gli altri o lo isola, e così via.
Poi ci mettiamo sopra la storia. In che modo questa carta ha influenzato il comportamento della nazione nel corso dei secoli? Senza tener conto delle personalità prevalenti o delle ideologie del tempo, quali sono i limiti che si pongono alle scelte della nazione, o le pulsioni che l’hanno spinta in una particolare direzione? Quali erano le condizioni interne ed esterne quando la nazione è stata al massimo del suo splendore? Quand’è che dovette affrontare i suoi giorni più bui? Le circostanze che stanno emergendo oggi somigliano a qualche ciclo del passato?
Il tempo è importante. La geopolitica è lo studio della condizione umana, e la storia umana è raccontata attraverso il passaggio delle generazioni. In media, un nuovo ciclo generazionale si completa in circa venti anni. Ciò significa che il mondo che conoscevamo due decadi fa e il mondo che vedremo fra due decadi da ora dovrebbero apparire molto differenti da quello di cui facciamo attualmente l’esperienza. Se siete scettici, considerate il 2016. Ora sottraete 20-25 anni circa e vedete con quale immagine vi ritrovate.  Alla fine degli anni ’90, gli Stati Uniti erano nel mezzo di un boom economico, e i teorici politici, nell’euforia del dopoguerra, proclamavano arditamente che avevamo raggiunto “la fine della storia” e la democrazia liberale e capitalista aveva trionfato sul pericoloso pensiero ideologico. La Russia era ancora coperta di macerie, e nell’Unione Europea si pensava che una maggiore integrazione avrebbe incoraggiato la prosperità economica, ponendo il Continente in una migliore posizione per competere con l’America. Nel frattempo, il Giappone cominciava a sentire la sofferenza del suo primo Decennio Perduto, e la Cina aveva cominciato la sua rapida ascesa quale “miracolo” economico del mondo.
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)
Da qui in poi l’articolo continua, ancora per 1.450 parole, parlando della Russia, degli Stati Uniti e, al passaggio, dell’Europa. Accludo il resto del testo in lingua originale.

A Simple Tool for Understanding the Trump Presidency / Geopolitical Weekly
 November 15, 2016 

Now consider the cycle we are in today, one that began with a crisis that shattered the world. The 2008 collapse of the global financial system stripped away the prosperity that bound the European Union together, short-circuited China's low-end manufacturing boom and triggered a prolonged slump. Jobs were lost and disillusionment with the political establishments spread. At the same time, discontent began to boil over in the Islamic world as populations rose up against their ruling strongmen, all while the United States drowned in its Middle Eastern wars. Russia used these regional fires to blow smoke into Washington's eyes, distracting it while Moscow rebuilt its influence in the Russian borderlands. From this position of relative strength, the Russians squeezed Ukraine's energy supplies and warred with Georgia to remind its neighbors of Moscow's military might — and of the weakness of U.S. security guarantees.
Once we find our place in the generational cycle, we can look to the future and weigh the bigger structural forces at play. How will aging demographics, energy availability, climate change, migrant flows, expanding power vacuums, technological advances and China's economic evolution work together to compound global stressors, create opportunities and revive historical compulsions? This is where the "-isms" will rear their heads: Nativism, protectionism, populism and nationalism will flow easily from these broader forces as the world tries to steady itself from the hyperglobalization of the previous generation. 
Only at this point do we add in the individual. If you skip ahead, as many intuitively do, and try to glean answers from what figures such as Donald Trump, Marine Le Pen or Rodrigo Duterte say, you risk falling into the deep chasm beween intention and reality. But when you organize the world into generational cycles and base your understanding on a firm geopolitical foundation, individuals form but a thin film on what is already a thick body of analysis. The leaders in question are then revealed as products of their time, not aberrations in need of constant psychoanalysis. And the structural forces that brought them to power will be the ones to constrain, shape and bend their actions once in office, limiting the possibilities as to what may actually transpire.
Imperatives Laid Bare
We find ourselves today at a particularly compelling phase of this generational cycle. The election of straight-talking populists amid a stressful global environment has laid bare the basic imperatives of the nation-state. Whereas idealism in better, more prosperous times does a good job of cloaking unpleasant truths, hard survival instincts will drive behavior under more trying circumstances.
And this is where geopolitics matters most.
Russia's sprawling landmass and lack of natural defenses compel it to reach beyond its borders and build buffers against the West. As tension inside Russia increases, solidifying those buffers while Russia is still strong enough to do so will become a matter of urgency. Regardless of who sits in the White House, Moscow has no choice but to assume that the West will take advantage of Russia's inherent vulnerabilities to keep the Eurasian power in check. Should the Kremlin perceive the next U.S. president to be a more pliable negotiator, its biggest imperative will be to try to reach an understanding that rolls back NATO's encroachment in the former Soviet Union. But this also means Russia cannot be expected to make any concessions that fundamentally weaken its grip on the critical buffer territory it has seized in eastern Ukraine.
This is where it will become important to focus on the smaller powers squeezed between the bigger ones. These countries tend to have the most acute sense of their environment, and they often adapt to the shifting tides of geopolitics before anyone else sees them coming. The rim of states in Central and Eastern Europe will have to soberly calculate the course of negotiations between Russia and the United States at a time when core Continental powers such as Germany are trying to manage the fallout from the European Union's disintegration. For nations sitting on Russia's front lines, such as Poland, now is the time to band together and bolster their defenses. But for those such as Hungary that rest easier behind the shield of the Carpathian Mountains, now is the time to stay close to Moscow and keep their options open.
Russia will surely run into roadblocks as it barters with the Americans, but it can use the perception of a budding bargain with Washington to intimidate its neighbors while taking advantage of the geopolitical forces pulling Europe apart to weaken the West's resolve. As an island nation, the United Kingdom's instinct will be to distance itself from the Continent — and balance off of the United States across the Atlantic — as other European powers revive their age-old feuds. France, rooted in the southern Mediterranean, will become increasingly polarized from Germany and its allies in Northern Europe as nationalist forces chip away at their troubled union.
Questions over the United States' security commitments in the Far East have presented an opportunity for China as well. The nations stretching from the Indochina mainland to the island chains of Southeast Asia are caught between China's overbearing reach and Japan's reawakening. Even before the U.S. election, these countries were trying to chart a course forward without the firm assurances of their longtime U.S. protector. Seeking strength in numbers, these small, exposed nations will try to coordinate with one another, acting under the larger umbrella of the Association of Southeast Asian Nations in the hope that their collective voice will grant them some level of parity with their bigger and more powerful neighbors. But in the face of economic stress, political tumult, North Korea's nuclearization and uncertainty over Washington's role in the region, they will eventually break with one another to tend to their own needs. And when they do they will become more vulnerable, giving China ample space to assert its military dominance and extend economic concessions in an attempt to reshape the regional status quo in its favor.
The Middle East will be no less immune to this geopolitical test. Turkey is determined to reclaim its sphere of influence in the former Ottoman belt reaching from Aleppo through Mosul to Kirkuk. At the same time, Iran is trying to preserve its influence in the arc between the Persian Gulf and Mediterranean Sea. As the two countries collide amid the region's broader ethno-sectarian struggle, the volatile Middle East will continue to draw in the United States, as well as Russia, which will use these conflicts as bargaining chips in its negotiation with Washington. Strategically speaking, neither the United States nor Iran is in a position to renew tension in the Persian Gulf by throwing out their nuclear deal. But domestic politics could put that theory to the test. Meanwhile, Israel will wait and react to the larger rivalries unfolding around it. Though the United States will maintain its relationship with Israel, it is unlikely to go out of its way to support Israel in ways that could alienate the region's key Muslim powers. Regardless of the next administration's personal preferences for allies, they will not outweigh Washington's strategic interest in maintaining working relationships with the countries taking the lead in reshaping the region.
The fate of North America likewise hangs in the geopolitical balance. The United States rests at the heart of a continent endowed with many resources, navigable waterways, deep coastal ports and massive oceans that protect it from and link it to the rest of the world. The robust trade, infrastructure and cultural ties the United States shares with Mexico and Canada cannot be abruptly severed without creating significant turmoil at home. To be sure, the elemental forces currently fueling nativism, protectionism and anti-establishment sentiment in the United States will force Washington to recalibrate its policies somewhat. But the unique advantages that destined the United States to become a global empire will reduce the chances of a dramatic retrenchment in its foreign policy. The United States will still be driven to capitalize on revolutionary changes in technology to stay competitive and to build a North American economic powerhouse. And when it looks overseas, the United States will still be compelled to prevent larger powers such as China and Russia from dominating their neighborhoods and will have little choice but to rely on regional partnerswith often-colliding interests to manage developing crises.
Still, the nuances of the United States' policy adjustments and the time it takes to shape them will spread uncertainty in many parts of the world and drive nations to prepare for their worst-case scenarios. So now is the time to put our ears to the ground and feel the earth tremble. We then need to raise ourselves up, dust ourselves off and watch the map come alive.




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POLITICA
24 novembre 2016
COME FARE PAURA CON POCHE RIGHE
Sul Sole24Ore(1) Isabella Bufacchi scrive: “In questa analisi Barclays stima che senza il Qe il debito/Pil italiano sarebbe cresciuto del 12% nel periodo 2014-2016, invece del 4,5%”. Tutto ciò per i competenti sarà chiaro, ma – ammesso che io stesso abbia capito bene - per molti val la pena di essere esplicitato.
Il nostro debito pubblico ammonta ad una somma - circa 2.250 miliardi di euro (mld) - che rappresenta il 133% del nostro prodotto interno lordo (Pil). E poiché questo debito è di 2.240 mld, se ne deduce - 2.240:x=133;100 - che il nostro Pil, miliardo più miliardo meno, è di 1.685 mld. E corrispondentemente che un punto di differenza percentuale tra Pil e debito pubblico ammonta a (2240:133) a 16,84 mld. Se dunque non ci fosse stato il Quantitative Easing, crescendo del 12% invece che del 4,5%, nel periodo 2014-2016 (governo Renzi) il debito pubblico sarebbe stato più alto di 7,5 punti (12% - 4,5% = 7,5%). E 7,5 punti di percentuale in più di debito sul Pil corrispondono, moltiplicando 16,84 mld x 7,5, a oltre 126 mld. 126 miliardi di debito pubblico in più.
Ora poco importa che quel debito sia stato o no contabilizzato e scritto sui giornali. Una cosa è certa: quel debito l’abbiamo/l’avremmo contratto, anche se, col Quantitative Easing, esso è rimasto nascosto. In condizioni normali, e senza “aiutini”, oggi il livello del nostro debito sarebbe non al 133% del Pil ma, contando i 126mld in più, al 140,5% del Pil. Per limitarci a quel 4,5% che attualmente costituisce la cifra ufficiale, avremmo dovuto risparmiare in un biennio 126mld, mentre continuavamo a pagare, come siamo obbligati a fare, circa settanta miliardi l’anno per interessi sul debito pubblico. Chi dice che ne saremmo stati capaci?
Se dunque, de facto, abbiamo un debito pubblico al livello corrispondente al  140,5% del Pil - e i competenti dicono che, se raggiunge quota 142%, il default del Paese sarà inevitabile - e se il governatore della Banca Centrale Europea, Draghi, dice che “il Quantitative Easing non è per sempre”, la domanda è evidente: come faremo, quando smetterà? Per giunta, secondo “il Giornale”(2) nei primi sei mesi del 2016 il nostro debito è aumentato di 77 mld.  
L’articolo della Bufacchi si conclude con questo asciutto ammonimento della Barclays: “I mercati post-Qe, e in Italia anche post-referendum, torneranno a valutare e a scontare totalmente nei rendimenti e nello spread la sostenibilità dei conti pubblici e la solvibilità del debito”. Il lettore giudichi da sé quanto serena sia la sostenibilità dei nostri conti pubblici e quanto sicura la nostra capacità di rimborsare il debito.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 novembre 2015
(1)http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-11-22/il-peso-si-e-no-futuro-btp-223621.shtml?uuid=AD0e5vzB&fromSearch
(2)http://www.ilgiornale.it/news/economia/debito-pubblico-record-salito-altri-7-miliardi-1296170.html

Ancora una volta, stamattina, il sitoè stato inaccessibile. Rileggere la nota in rosso a destra.




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POLITICA
23 novembre 2016
I PERICOLI DEL "NO"
Angelo Panebianco, sul “Corriere”(1) pone una giusta domanda: che cosa conterebbero di fare, i fautori del rigetto delle modifiche costituzionali, se il “no” prevalesse nelle urne? La sua risposta è che chi potrebbe beneficiarne di più, di ciò che seguirà, sarà il Movimento 5 Stelle. Fra l’altro, se come legge elettorale si reintroducesse la proporzionale, il fatto non sarebbe garanzia di riuscire a tenere i “grillini” lontani dal governo. 
Ciò che scrive l’illustre professore è razionale, ma non è detto che i fautori del “no” siano pazzi. Innanzi tutto la stessa vittoria del “sì” non è scevra di pericoli, in particolare quello di un governo “grillino”. Essa garantirebbe due anni di vita all’attuale governo, ma chi dice che al futuro ballottaggio fra Pd e M5S, nel 2018, vincerebbe il Pd? Soprattutto se da qui ad allora dovessero esserci disastri borsistici o comunitari. E comunque fino ad oggi i ballottaggi hanno favorito il M5S, non il Pd. 
L’Italia del dopoguerra ha sempre vissuto nell’ansia del cesarismo. Ha sempre dimostrato un’animosità inestinguibile contro chiunque apparisse energico o carismatico. Lo si è visto con Craxi e ancor più con Berlusconi. Come stupirsi della reazione di rigetto contro un uomo come Matteo Renzi che ha snaturato il Pd (lo afferma Panebianco), lo domina con mano di ferro ed è considerato un arrogante usurpatore? 
Dal momento che in caso di vittoria del “sì” al referendum mai e poi mai Renzi si sognerebbe di toccare l’Italicum, avremmo un uomo solo che comanderebbe un solo partito che comanderebbe in una sola Camera, senza possibilità di ricambio, per cinque anni. Se ciò non allarma Panebianco, allarma me.
Rimane comunque il problema di ciò che avverrebbe con la vittoria del “no”. Il panorama – è vero - è incerto. Ma mentre le conseguenze della vittoria del “sì” sono sicuramente pericolose, le conseguenze della vittoria del “no”, essendo incerte, non sono neppure sicuramente pericolose. Se tanti la temono (soprattutto le Borse e l’establishment,  anche internazionale) è perché temono soprattutto l’ignoto. Ma quando il noto è già negativo, l’ignoto diviene meno minaccioso. 
Caduto il governo, potrebbe formarsene un altro. Magari cambiando soltanto la figura di testa. Tutti coloro che oggi sostengono l’attuale esecutivo lo sostengono per non lasciare la poltrona parlamentare: e questo interesse continuerebbero ad averlo, quand’anche a Palazzo Chigi ci fosse un altro, per esempio Enrico Letta. 
Il Parlamento sarebbe obbligato a riformare la legge elettorale, perché tornando in vigore la Costituzione qual era prima dell’attuale riforma, non si potrebbe votare con due leggi elettorali tanto diverse per la Camera e per il Senato. E già questo scongiurerebbe sia il pericolo di un dominio quinquennale di Renzi sia quello di una longa manus di Beppe Grillo.
Fra l’altro, non è che con l’attuale governo si stia vivendo l’età dell’oro. Renzi ha legato le sue sorti al “sì” al referendum quando credeva che, salvando l’Italia, la sua popolarità sarebbe salita alle stelle. E invece l’Italia va come prima e peggio di prima. Le stesse tanto vantate “riforme”, quando non gravemente contestabili e contestate (come quella della scuola) sono cosmetiche e del tutto inefficaci, se si tratta di far uscire l’Italia dalla crisi. Non che il dopo Renzi metterebbe un rimedio a tutto ciò. Avremmo prevedibilmente la solita Italia pasticciona. Ma per quanto riguarda il metter su un nuovo governo, politicamente siamo sempre stati capaci di far uscire un coniglio dal cappello.
Un’ultima nota riguarda l’eterno fascino della “novità”. C’è gente che vota “sì” pur di cambiare e basta. Ma la novità fondamentale sarebbe che il governo sarà inamovibile per cinque anni e potrà fare molto velocemente tutte le leggi che vorrà. Sarebbe un bene? L’Italia è un Paese dalla legislazione frenetica, torrenziale, alluvionale, tanto che gli incaricati di applicare le leggi alla fine non ci si raccapezzano più. Chiedere al primo commercialista che passa. Fare ancora più leggi sarà dunque un tale vantaggio? E chi ci dice che saranno buone leggi, soprattutto dal momento che chi vuole imporle non incontrerà nessun serio ostacolo, come le lunghe discussioni, i molti emendamenti, i molti ripensamenti cui siamo abituati, perfino sotto la minaccia di una crisi di governo? Il concetto di “dittatura della maggioranza” non è mai stato tanto attuale.  La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, che ora anche i suoi autori giudicano pessima, non ha insegnato nulla? Fu votata “a colpi di maggioranza” ed oggi Renzi dice che è urgente cambiarla. 
Il Belgio e la Spagna sono rimasti mesi ed anni senza governo e non ne hanno risentito, fino ad ispirare commenti sarcastici sul sistema democratico. Al governo vorremmo tanto raccomandare la prima massima della Scuola Salernitana: primum non nocere. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2015
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_novembre_22/proporzionale-calcoli-politici-sbagliati-2ffee1f4-b021-11e6-a471-71884d41097a.shtml




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POLITICA
22 novembre 2016
L'ADATTAMENTO DELLA CHIESA AI TEMPI
Il Cattolicesimo non ha né il dovere né il diritto di essere ragionevole

L’adattamento dottrinale della Chiesa Cattolica alla realtà contemporanea è visto da molti come una cosa giusta e ragionevole, perfino nel caso in cui questa ragionevolezza dovesse entrare in conflitto con la dottrina tradizionale. Ma questa opinione si limita a contestare questa o quella norma o nega la religione nella sua interezza? Detto in termini più brutali: chi fa prevalere la sua logica o la sua opinione su un solo articolo fondamentale della dottrina è “moderno” o “miscredente”? Azzera quella norma o annulla tutto il sistema?
Il Cattolicesimo è una religione rivelata. Ciò significa che non tutte le sue verità potevano essere dedotte dalla “retta ragione”. Secondo questa, l’uomo può giungere all’esistenza di Dio, ed anzi – secondo il punto di vista della Chiesa – chi non crede in Dio, religione a parte, non usa bene il suo raziocinio. Ma nessun ragionamento mai, da solo, avrebbe potuto far sapere all’uomo che Dio aveva un Figlio, e che questo Figlio avrebbe mandato sulla Terra, a morire sulla croce, per riscattare l’umanità dal peccato originale (“verità di fede”). Tutto ciò è stato rivelato all’uomo da Dio, attraverso le Scritture, attraverso la parola di Gesù e attraverso l’insegnamento della Chiesa. 
Ad esempio, è attraverso la rivelazione che la Chiesa ha conosciuto l’ostilità di Dio al divorzio. Il divieto di questo istituto si ritrova infatti nelle precise parole di Gesù: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (Matteo, 19.8). E proprio per questo non si può essere cattolici e volere il divorzio. Se Gesù era il Figlio di Dio, e Dio lui stesso, non ci si può mettere a discutere con Dio.
Dirà qualcuno: “Non possiamo discutere l’opinione di Gesù, ma possiamo mettere in dubbio il dogma dell’Assunzione del corpo di Maria in Cielo, proclamato nel 1950 da Pio XII? Quel pontefice sarà stato un grande papa, ma non era Gesù in persona”. Purtroppo anche questa opinione deve essere rigettata. La Chiesa ha stabilito come dogma (1870, Concilio Vaticano I, su pressione di Pio IX) che quando il Papa parla ex cathedra - come nel caso della proclamazione di un dogma - è ispirato dallo Spirito Santo. Dunque è infallibile come infallibile è lo Spirito Santo. 
Per la Chiesa la dottrina cattolica è rivelata o ispirata da Dio stesso. E come Dio non può sbagliare, non può sbagliare neppure quella dottrina; come Dio non può cambiare opinione, non può cambiare opinione il Cattolicesimo; come Dio non può essere antiquato, non può essere antiquata nessuna parte della dottrina cattolica. Ecco perché chi dice che il tale punto della dottrina deve essere cambiato nega la Rivelazione, e con ciò la base stessa della religione. Poco importa, al riguardo, che la Rivelazione sia diretta (per esempio le parole di Gesù nei Vangeli) o indiretta (il magistero infallibile della Chiesa).
Questi principi vanno tenuti presenti per quanto riguarda l’attualità. Le innovazioni di Papa Bergoglio fanno tanto rumore, ma non ha senso discutere se siano opportune o inopportune, perché il criterio dell’opportunità non ha cittadinanza, nella dottrina cattolica. L’unica cosa che importa è se quelle innovazioni cozzano o no contro la dottrina. Se non lo fanno, non val la pena di scandalizzarsi. Per esempio il Papa ben potrebbe concedere ai sacerdoti cattolici di sposarsi, perché il celibato ecclesiastico non è dottrina della Fede. Diverso sarebbe il caso di innovazioni nettamente contro un principio consacrato, ma il caso non si è ancora presentato. 
Rimane naturalmente lecito il giudizio sociale, e per così dire politico, di certe parole. Le nuove disposizioni sull’aborto non lo legalizzano certo (e con questo la dottrina è rispettata), ma lo banalizzano, lo rendono un peccato come gli altri, facilmente perdonabile (e questo, dai tempi di Caino e Abele, è gravissimo). E questo è contrario se non alla lettera, certo allo spirito della dottrina. E il fatto che quelle disposizioni possano essere “opportune” non ha senso: la religione non bada alla ragionevolezza, quando impone di porgere l’altra guancia o di amare i propri nemici. 
Ammesso che certe regole della Chiesa oggi appaiano inopportune, mentre forse erano opportune in passato, possiamo affermare che in passato Dio non sapesse in che modo esse sarebbero apparse nei secoli successivi? O Dio impose regole giuste allora, e sarebbero giuste anche oggi, o impose regole che erano ingiuste anche allora, ma ciò sarebbe contrario alla natura divina. La presunta ingiustizia di certe regole sarebbe dimostrata solo dalla nostra opinione: e avremmo il diritto di farla prevalere su quella di Dio?
La Religione Cattolica è una religione rivelata, e in quanto tale non ha né il dovere né il diritto di essere ragionevole. Chiunque non voglia essere un miscredente, se per caso si trova dinanzi al bivio fra essere un buon cattolico ed essere razionale, deve rinunciare alla razionalità. Perché non può pretendere di essere più intelligente di Dio. O anche soltanto di Tertulliano, che arrivò a scrivere: “credo quia absurdum”, credo perché è assurdo credere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 novembre 2015




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POLITICA
21 novembre 2016
QUESTO PAPA MI HA RESO UN VERO CATTOLICO
   Questo Papa sembra avere scommesso che avrebbe costretto gli atei a difendere la Chiesa Cattolica. E sembra che questa scommessa l’abbia vinta.
Ecco le sue parole: “Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto”. Assoluzione che si estende a chi condivide la decisione, ai medici, e ai paramedici. Il pontefice aggiunge: “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre”. “Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al Sacramento della Confessione”.
Questa decisione deve obbligatoriamente essere esaminata su due piani: quello teologico e quello politico.
Secondo la dottrina cristiana, non esiste peccato – neppure l’omicidio, neppure la strage, neppure il genocidio – che non possa essere perdonato col Sacramento della Confessione. In questo senso, ciò che dice il Papa non costituisce nessuna novità. Egli inoltre sottolinea che il penitente deve avere “un cuore pentito”, il che corrisponde a dire, sempre secondo la dottrina, che il penitente deve essere seriamente intenzionato a non commettere più quel peccato. Il sacramento non è come una smacchiatoria dove un indumento può essere lavato e rilavato. È soltanto nella versione irridente che della Confessione dànno i protestanti che questa può essere indefinite volte usata per mondarsi la coscienza, quasi che l’imperativo della dottrina non fosse quello di “non commettere più peccati”, ma quello di “confessarsi dopo avere commesso dei peccati”. Il Cattolicesimo è qualcosa di più serio di questo.
Secondo la dottrina, se un uomo commette adulterio, e si pente, deve avere l’assoluzione. E se torna dopo dieci anni, perché è caduto di nuovo in tentazione, e si pente seriamente di nuovo, deve ancora essere assolto. Ma chi commette ripetutamente adulterio, o con la stessa donna o passando da una donna all’altra, non deve avere l’assoluzione. E ciò perché – sempre secondo la dottrina della Chiesa – il suo comportamento dimostra che non vi è stato il requisito del sincero pentimento e della seria intenzione di non commettere più il reato. È la differenza fra quel Sacramento e la smacchiatoria. 
Per la parte teologica, dunque, nessuna innovazione. Per la parte politica invece le cose vanno molto, molto diversamente. 
Se i sacerdoti non erano autorizzati a dare l’assoluzione per questo speciale peccato di omicidio e se lo era soltanto il vescovo, è segno che la Chiesa voleva rendere quanto più fosse possibile chiara l’enorme rilevanza di quel peccato. Una gravità tale da comportare – in caso di diniego dell’assoluzione - il rischio dell’esclusione dalla comunità dei credenti e dell’inferno, in caso di morte. 
Con la presente decisione, invece, che cosa abbiamo? La possibilità che quell’assoluzione sia concessa a ripetizione non soltanto alle donne che magari abortiscono due o tre volte, ma anche ai medici che gli aborti li provocano in serie, professionalmente. “Mi pento”, nel caso di questi sanitari, diverrebbe: “Mi dispiace, ma è il mio lavoro e devo pure nutrire la mia famiglia”. 
Ma soprattutto, quale sacerdote normale si sentirebbe di negare l’assoluzione, nel momento in cui l’aborto è posto al livello di un qualunque peccato mortale, come il non andare una domenica a messa? E non si dica che il Papa queste cose non le sa. Dunque, anche ad insistere sul cuore pentito, il messaggio che giungerà alle folle è: “L’aborto è un provvedimento doloroso, ma nella nostra epoca non se ne può fare a meno. Tutto ciò che la Chiesa ci chiede è che, dopo, dichiariamo che ci è dispiaciuto farlo”. Ma – se si trattava di questo – il Papa poteva risparmiare il fiato. Infatti l’aborto è comunque una pratica onerosa per il corpo della donna e, potendolo evitare, chiunque preferirebbe prevenirlo. Ma ciò può essere fatto soltanto con quei contraccettivi, con quella stessa pillola, la cui condanna fu fermamente ribadita, ancora qualche anno fa, da Paolo VI.
Questo Papa ha trasformato la religione cattolica in sentimento di umana fraternità. E poiché io – ateo – sono per l’umana fraternità, o anche Bergoglio è ateo, oppure anch’io sono un perfetto cattolico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 novembre 2015




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POLITICA
21 novembre 2016
QUESTO PAPA MI HA RESO UN VERO CATTOLICO
   Questo Papa sembra avere scommesso che avrebbe costretto gli atei a difendere la Chiesa Cattolica. E sembra che questa scommessa l’abbia vinta.
Ecco le sue parole: “Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto”. Assoluzione che si estende a chi condivide la decisione, ai medici, e ai paramedici. Il pontefice aggiunge: “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre”. “Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al Sacramento della Confessione”.
Questa decisione deve obbligatoriamente essere esaminata su due piani: quello teologico e quello politico.
Secondo la dottrina cristiana, non esiste peccato – neppure l’omicidio, neppure la strage, neppure il genocidio – che non possa essere perdonato col Sacramento della Confessione. In questo senso, ciò che dice il Papa non costituisce nessuna novità. Egli inoltre sottolinea che il penitente deve avere “un cuore pentito”, il che corrisponde a dire, sempre secondo la dottrina, che il penitente deve essere seriamente intenzionato a non commettere più quel peccato. Il sacramento non è come una smacchiatoria dove un indumento può essere lavato e rilavato. È soltanto nella versione irridente che della Confessione dànno i protestanti che questa può essere indefinite volte usata per mondarsi la coscienza, quasi che l’imperativo della dottrina non fosse quello di “non commettere più peccati”, ma quello di “confessarsi dopo avere commesso dei peccati”. Il Cattolicesimo è qualcosa di più serio di questo.
Secondo la dottrina, se un uomo commette adulterio, e si pente, deve avere l’assoluzione. E se torna dopo dieci anni, perché è caduto di nuovo in tentazione, e si pente seriamente di nuovo, deve ancora essere assolto. Ma chi commette ripetutamente adulterio, o con la stessa donna o passando da una donna all’altra, non deve avere l’assoluzione. E ciò perché – sempre secondo la dottrina della Chiesa – il suo comportamento dimostra che non vi è stato il requisito del sincero pentimento e della seria intenzione di non commettere più il reato. È la differenza fra quel Sacramento e la smacchiatoria. 
Per la parte teologica, dunque, nessuna innovazione. Per la parte politica invece le cose vanno molto, molto diversamente. 
Se i sacerdoti non erano autorizzati a dare l’assoluzione per questo speciale peccato di omicidio e se lo era soltanto il vescovo, è segno che la Chiesa voleva rendere quanto più fosse possibile chiara l’enorme rilevanza di quel peccato. Una gravità tale da comportare – in caso di diniego dell’assoluzione - il rischio dell’esclusione dalla comunità dei credenti e dell’inferno, in caso di morte. 
Con la presente decisione, invece, che cosa abbiamo? La possibilità che quell’assoluzione sia concessa a ripetizione non soltanto alle donne che magari abortiscono due o tre volte, ma anche ai medici che gli aborti li provocano in serie, professionalmente. “Mi pento”, nel caso di questi sanitari, diverrebbe: “Mi dispiace, ma è il mio lavoro e devo pure nutrire la mia famiglia”. 
Ma soprattutto, quale sacerdote normale si sentirebbe di negare l’assoluzione, nel momento in cui l’aborto è posto al livello di un qualunque peccato mortale, come il non andare una domenica a messa? E non si dica che il Papa queste cose non le sa. Dunque, anche ad insistere sul cuore pentito, il messaggio che giungerà alle folle è: “L’aborto è un provvedimento doloroso, ma nella nostra epoca non se ne può fare a meno. Tutto ciò che la Chiesa ci chiede è che, dopo, dichiariamo che ci è dispiaciuto farlo”. Ma – se si trattava di questo – il Papa poteva risparmiare il fiato. Infatti l’aborto è comunque una pratica onerosa per il corpo della donna e, potendolo evitare, chiunque preferirebbe prevenirlo. Ma ciò può essere fatto soltanto con quei contraccettivi, con quella stessa pillola, la cui condanna fu fermamente ribadita, ancora qualche anno fa, da Paolo VI.
Questo Papa ha trasformato la religione cattolica in sentimento di umana fraternità. E poiché io – ateo – sono per l’umana fraternità, o anche Bergoglio è ateo, oppure anch’io sono un perfetto cattolico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 novembre 2015




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POLITICA
21 novembre 2016
IMPERIALISMO, COLONIALISMO, FRAMMENTAZIONE
Tanto più è vasto il punto di vista, tanto più facilmente può essere erroneo. Dire che il basso prezzo del petrolio mette in crisi l’Arabia Saudita è una verità, banale magari, ma pur sempre una verità. Dire invece che la storia va fatalmente verso il meglio, o verso il peggio, è impresa tanto arrischiata da essere sconsigliabile. E tuttavia - se non si posa a profeti -  le grandi visioni hanno il pregio, se non di risolvere, almeno di porre il problema.
Senza nessuna speranza di giungere a grandi verità, ci si può chiedere se non stia albeggiando una nuova concezione dello Stato, soprattutto in materia di frontiere. Lo Stato Islamico – anche se la sua sorte appare attualmente segnata – è in questo senso sintomatico. Esso dimostra che ancora oggi è possibile che nasca un Paese il cui collante fondamentale non è l’ethnos, la civiltà o il potere militare, ma la fede religiosa. E se l’IS ha pensato di affermarsi senza un vero esercito, in una regione desertica e priva di montagne, è stato perché contava sulla facile sopravvivenza degli Stati più deboli. 
Fra l’altro, stante la sostanziale identità fra Fede e Stato, nell’Islàm, l’idea del califfato non era peregrina Forse Al Baghdadi sperava in una volontaria adesione degli altri stati sunniti, mentre in realtà prevale dovunque la tendenza alla frammentazione. Perfino un Paese piccolo, povero e sfortunato come lo Yemen rischia di spaccarsi. Tutti vogliono separarsi da chi sentono diverso, magari soltanto per la lingua (si pensi al Belgio) senza preoccupazioni per la sicurezza. 
Per noi occidentali, l’unione nazionale nasce da un’identità etnica, storica e culturale, in qualche caso a sua volta figlia di grandi vicende militari. Basti pensare alla sorte dell’Alsazia-Lorena. Nei decenni recenti, invece, è invalsa l’idea che le invasioni siano un fenomeno del passato e che le frontiere esterne siano talmente inviolabili, da poterne creare di interne. Questa tendenza alla frammentazione del territorio – si pensi alla Jugoslavia – nasce dalla convinzione che non si corrano rischi. Chi mai dovrebbe invadere il Montenegro? 
La molla della paura sembra non agire più. Non appena l’Unione Sovietica è implosa, è stato un fuggi fuggi generale. Nessuno è voluto rimanere “russo”, malgrado la sicurezza che l’appartenenza ad uno Stato colossale poteva fornire. È rinato un rosario di nazioni intorno all’ex U.r.s.s. perché, ancora una volta, nessuno teme nessuno. Soltanto Mosca conserva il suo eterno senso di insicurezza, ma è un caso speciale.
Le cose non vanno meglio per l’Europa Occidentale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si sono cercate la pace e la potenza nella fusione, ma dopo tanti decenni si è più vicini alla disgregazione della comunità che al suo trionfale completamento con l’unione politica. 
Il ricordo delle invasioni e della sottomissione a un potere straniero sembra scomparso dalla storia e ciò contribuisce a spiegare la tendenza alla frammentazione lungo linee – di religione, di lingua, di esperienze o semplicemente di dispetto – che non sono quelle derivanti dalla forza militare. Ciò che è stato vero per millenni – l’espansionismo imperiale di chiunque abbia avuto la forza di attuarlo – ha cessato di operare, e così gli eserciti sembrano obsoleti. Dal 1945, in Italia, le spese militari sono sempre state considerate soldi buttati, e tutti hanno sempre chiesto al governo di spendere quel denaro per altri scopi. Perché procurarsi costosissimi aerei da guerra che, prevedibilmente, non serviranno mai a niente? 
Una delle risposte possibili, per la fine dell’imperialismo militare,  è l’esperienza del colonialismo. Nella vulgata corrente (soprattutto di sinistra) il colonialismo è stato una iattura, qualcosa di cui vergognarsi. Alcuni Stati europei – la Gran Bretagna e la Francia, in primo luogo – hanno approfittato della loro forza per dominare vasti territori, soprattutto in Africa e in Asia, per sfruttare le loro risorse, per sfruttare le loro popolazioni e, in una parola, per arricchirsi a spese loro. Dunque la decolonizzazione è stata vista come una sorta di guerra d’indipendenza dei popoli oppressi, che con essa recuperavano la loro libertà e la loro prosperità. Ma i risultati concreti sono stati l’opposto dello sperato. 
L’assenza della potenza coloniale non ha reso né più libere né più prospere le ex colonie. In molti casi quei popoli stavano meglio prima, sia economicamente sia come situazione di pace. Basti un nome: la Rhodesia, passata da “Svizzera dell’Africa” a satrapia di un dittatore ben poco stimabile, e in cui anche l’economia è andata a rotoli. E non è affatto un caso isolato. Basti pensare al Ruanda, al Burundi, alle guerre in Congo, alla fame di alcuni anni fa in Algeria, all’attuale situazione in Libia. Il Paese più prospero dell’Africa è quel Sud Africa in cui non si è avuta la decolonizzazione, perché anche quando è finita l’Apartheid non per questo i bianchi sono andati via. 
La controprova di tutto ciò è che le ex potenze coloniali, una volta lasciate le colonie, non sono diventate più povere. Dunque la loro forza non dipendeva dalle colonie ma dal loro modello produttivo e lo Stato più forte dal punto di vista economico, fra Francia, Gran Bretagna e Germania, è quest’ultimo che praticamente non ha avuto colonie.
 Tutto ciò potrebbe avere insegnato che non conviene avere un impero. È una liability più che un asset, più una passività che un’attività. E questa mancanza di appetito dei grandi per le conquiste potrebbe avere ispirato un senso di sicurezza a tutti i piccoli, inducendoli a fidarsi di una loro presunta intangibilità. Chi non se ne fida affatto è Israele, che infatti ha un possente esercito e un’autentica indipendenza, non “octroyée”.
Ma nulla nella storia è eterno e non sappiamo quanto questa situazione durerà. Cambiando le condizioni obiettive, per qualche fattore oggi magari imprevedibile, forse si tornerà ai grandi imperi fondati sulla forza. E allora si capirà di nuovo che piccolo sarà bello, ma pericoloso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 novembre 2015




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POLITICA
20 novembre 2016
L'INCOGNITA DEL REFERENDUM
Il referendum mi ha stufato. Non soltanto non so – come non lo sa nessuno – quale risultato darà, ma mi rifiuto di sprecare le mie meningi per ipotizzare le conseguenze dell’eventuale “sì” o dell’eventuale “no”. 
Riguardo al “sì”, i dubbi sono minori. Renzi trionferà, e realizzerà o non realizzerà le peggiori paure dei fautori del “no”. Quanto alle cose positive che ha promesso, il loro stesso eccesso ne dimostra l’inverosimiglianza. 
Riguardo al no, la sensazione di molti è simile a quella che si potrebbe avere, di notte, guardando il fondo di un burrone. Un fondo che nemmeno si vede, naturalmente. Però l’esperienza insegna a ridimensionare queste paure. E ciò fa ripensare a ciò che disse De Gaulle in un’intervista di tanti anni fa. Quell’uomo nel 1958 era apparso per la seconda volta come l’uomo del Destino, per la Francia, dopo le inconcludenze della Quarta Repubblica. O come l’Uomo della Provvidenza, Così un giornalista gli chiese se per caso non temesse un qualche “vuoto”, per il Paese, il giorno in cui lui fosse venuto meno. Il Generale amava scherzare e sogghignò che no, non c’era da temere il vuoto, ma al contrario – come si dice per le vasche dell’acqua – “le trop plein”, il troppo pieno. Nel senso che ci sarebbe stata una folla di uomini in grado, o che si proclamavano in grado, di sostituirlo. Se quella grande figura storica aveva questa umiltà, figurarsi se non debbono averla i nostri uomini politici. 
La saggezza popolare del resto non si fa illusioni. “Morto un Papa, se ne fa un altro”. “I cimiteri sono pieni di persone indispensabili”, persone che magari si sono rivelate sostituibili con profitto. 
E c’è di più. Immaginiamo che vinca il “no”. E immaginiamo che le conseguenze per l’Italia siano gravissime. Significherebbe che quel voto ha determinato la catastrofe? Nient’affatto. Un altro proverbio popolare insegna che è l’ultima pagliuzza che spezza la schiena del cammello, e ovviamente non è quella pagliuzza, la vera causa del crollo, ma le centinaia di chili di paglia precedentemente caricati. Se invece di mettere su quella schiena una pagliuzza, avessimo messo la nostra penna a sfera, il risultato sarebbe stato lo stesso. E per converso non è evitando di mettere la pagliuzza, che si risparmia il cammello. Se si pongono tutte le premesse di un disastro, poi poco importa quale sarà la causa scatenante. O l’Italia non scoppia affatto o, se scoppia, è segno che sarebbe comunque scoppiata. Magari una settimana o due dopo, con ben poca differenza.
Il problema più saporito, anche se non il più serio, riguarda le forze che potrebbero governare l’Italia. E il quadro è talmente confuso che, per dirla tutta, la previsione è teoricamente impossibile. Ma ciò che è insolubile in teoria è stavolta solubilissimo in pratica. Se il governo Renzi si è retto in piedi per due anni, è perché molti parlamentari non hanno più nemmeno una casacca da rivoltare. O almeno non distinguono più il diritto dal rovescio. Se dunque un certo numero di loro – indipendentemente dalle posizioni politiche o dai partiti di provenienza – riuscisse a mettersi d’accordo per creare una maggioranza in nome della cadrega - vulgo poltrona in Parlamento - come direbbe De Gaulle, ci sarebbe ancora una volta “le trop plein” di sostenitori del nuovo governo: che fosse rosso, verde, o a pois. Un Paese che si è retto per due anni su una maggioranza comprendente un grande numero di rinnegati troverà sempre una soluzione per non andare a casa. Per non citare i partiti attuali, diciamo che si potrebbe formare un governo con una maggioranza formata da Rifondazione Comunista come nucleo centrale, sostenuta però anche dal Movimento Sociale, dall’ex Partito Monarchico che ora si chiamerebbe “Partito dei Galantuomini”, più una marmaglia raccogliticcia sotto la bandiera “Movimento per la Repubblica”. Il programma del nuovo governo sarebbe breve e chiaro: “Rimarremo seduti qui fino alla scadenza della legislatura”.
Amici, votate per chi volete. Tanto, il Paese non ha speranza. E io mi chiedo soltanto: di quante pagliuzze ancora disponiamo, prima di arrivare all’ultima?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 novembre 2015




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POLITICA
19 novembre 2016
IN DEMOCRAZIA LA SINISTRA È ETERNA
Chi ha un forte senso della realtà, chi è capace di accettare le lezioni dell’esperienza, chi per giunta si interessa di storia, non può prendere sul serio i grandi ideali. Potrà amare le favole di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, potrà amare film fantastici come “La grande illusione”, di Jean Renoir, o “La vita è meravigliosa”, di Frank Capra, ma terrà tutte queste cose assolutamente lontane dalla vita concreta. Perché in essa non hanno cittadinanza. Chi invece – come Karl Marx – penserà di cambiare l’umanità fino a portarla ad un tale stadio di perfezione da toccare la fine della storia, non potrà che essere un profeta, e comunque un personaggio molto nocivo. Infatti Marx non è il solo, in questo campo. 
Ma la maggior parte delle persone non ha un forte senso della realtà, ed ha un orecchio sensibile a ciò che dicono i profeti. Dunque non si può prendere sul serio la tesi, che tanti sostengono col tono blasé di chi la sa lunga, secondo la quale la distinzione fra destra e sinistra è superata. L’uomo normale è afflitto da problemi economici, malattie, ansie, lutti, e sa anche di dover morire. Ovviamente insoddisfatto, cerca disperatamente un rimedio al proprio disagio esistenziale e questo rimedio può trovarlo soltanto in due direzioni: nella religione e nella politica di sinistra. 
La religione gli fornisce la soluzione totale. Per le ingiustizie, per le malattie, e perfino per la morte, ma tutto dopo che si è passati “a miglior vita”. La religione può consolare gli infelici, ma può fare ben poco per impedire che i mali concreti continuino a farli soffrire. Anzi arriva a dire che dovrebbero accoglierli col sorriso, perché sono il prezzo da pagare per l’eterna felicità.
E così, finché il potere è stato assoluto, l’umanità si è rassegnata alla sua vita, considerandola immodificabile. È la ragione per la quale, fino a tempi molto recenti, la politica è come se non fosse esistita. È stato soltanto con la democrazia che il potere “è passato al popolo”, e così non soltanto i cittadini hanno avuto il diritto di decidere il loro futuro, ma si sono sentiti promettere – da coloro che chiedevano il loro voto – ogni sorta di bonanza. Il contadino del Medio Evo pensava che Dio aveva voluto che il feudatario fosse ricco e potente, mentre lui era soltanto un povero peccatore; nella democrazia moderna, invece, il povero pensa che i ricchi sono tali perché lo hanno derubato, ed è tempo di andare a riprendere il maltolto. Prima si è stati rassegnati, poi arrabbiati e speranzosi. Ma più spesso arrabbiati, viste le delusioni. 
Tutto ciò non è però riuscito ad uccidere l’ideale della giustizia sociale, della prosperità universale, della fratellanza fra gli uomini. Soprattutto di uno Stato che, essendo al nostro servizio, ci assista dalla culla alla tomba come una madre amorevole. E tanto più ci amerà, quanto più saremo deboli e bisognosi di aiuto. Questa aspirazione non è stata e non è soltanto il sogno della sinistra, è anche il suo programma. Quello che propongono i suoi esponenti.
Se tutto ciò è vero, questo atteggiamento verrà meno soltanto quando l’uomo finirà di essere soggetto alla fame, alle malefatte del prossimo e infine alla morte. Orizzonte improbabile. 
E tuttavia, col tempo, l’esperienza ha insegnato qualcosa. La sinistra dura e pura – quella che rappresenta i cittadini che sperano in un miglioramento inverosimile o addirittura impossibile - ha provocato tali disastri da perdere slancio e credibilità. E infine l’implosione dell’Unione Sovietica le ha assestato un colpo mortale.
La sinistra moderata ha raccolto l’eredità del comunismo, ma l’ha sufficientemente annacquata, fino a tenere conto, almeno in parte, dei dati reali. Ciò le ha permesso di sopravvivere dovunque, anche se forse il suo residuo collettivismo è all’origine dell’attuale, interminabile crisi. 
Sull’opposto versante, la destra estrema, sempre con le idee confuse, somiglia alla sinistra estrema. Non per caso il fascismo era figlio del socialismo, e “nazista” significa nazional-socialista. E se quegli estremismi hanno prodotto meno disastri, economicamente, è stato perché, per fortuna, non avevano una teoria economica. 
La destra moderata, oggi forse prevalente, non è portatrice di un’ideologia ed è sostenuta soprattutto da coloro che si fanno meno illusioni. Quelli che dallo Stato non sperano di ottenere “tutto”, ma almeno “qualcosa”, e sempre compatibilmente con i dati oggettivi e la loro libertà. 
Come aspirazione umana, la sinistra prevedibilmente non morirà mai: perché nasce dall’insoddisfazione esistenziale dell’uomo. A questa insoddisfazione la religione risponde da sempre con compensazioni ultraterrene, la democrazia invece, da qualche secolo, offre la speranza di rimedi concreti. Una speranza eccessiva che – in buona o in malafede –  i politici alimentano perché procura loro i voti necessari per ottenere il potere.
 Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 novembre 2016




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POLITICA
18 novembre 2016
LA POST-VERITA'
Ai tempi in cui si parlava italiano, per indicare il fenomeno per cui si crede vero qualcosa non perché dimostrato dai fatti, ma perché suggestivo, coinvolgente, impressionante, si sarebbe parlato di “abbaglio emotivo”: Ma oggi se non ci si esprime in inglese, si pensa che si è “out” (dico bene?), outmoded (dico bene?), oldfashioned (dico bene?). Dunque bisogna usare l’inutile chimera latino-inglese di “post-truth”, dopo-verità. Che non significa niente. 
Il concetto di verità non ha né prima né dopo. Sul fatto che il triangolo ha tre lati non ci può essere un dopo. Ci può essere soltanto l’errore di reputare che ne abbia quattro. E anche se si dice che “prima la verità era che il Sole girava intorno alla Terra, poi la verità è stata che la Terra gira intorno al Sole”, si dice in modo ironico che prima si sbagliava e poi si è riconosciuta la verità. Magari una verità successiva, ma comunque unica. Senza prima e senza dopo.
Questo finto dibattito culturale serve a dire che, nell’epoca contemporanea, malgrado l’estrema abbondanza di mezzi d’informazione, purché certe tesi siano presentate in modo suggestivo, la massa riesce a credere le più colossali balordaggini. Un tempo ci fu l’allarme rosso contro i coloranti alimentari ammessi dall’Unione Europea. Ora il pericolo di morte è rappresentato dall’olio di palma. Cambiano le occasioni, ma il fenomeno è antico. A volte basta soltanto che certe affermazioni sembrino coraggiosamente contro le tesi ufficiali – per esempio quelle scientifiche – per credere le più colossali balordaggini. Da sempre – e ben prima che si parlasse di post-truth - gli adepti dell’omeopatia sono stati sicuri che se la medicina ufficiale giudica inefficaci le loro cure, è soltanto per mantenere il suo monopolio. Dunque i medici normali che non riescono ad aiutare i figli malati con le terapie tradizionali, è pur di mantenere il monopolio della medicina ufficiale che rinunciano a guarirli con le cure omeopatiche. Che mostri. 
Pg Battista, sul “Corriere”, cita l’esempio del bicarbonato, che secondo certa gente dovrebbe curare il cancro. Ed anche il fatto che i vaccini dovrebbero provocare malattie, invece di prevenirle. Io sono più vecchio di lui, e ricordo casi anche più gravi. Ho visto gli intellettuali di sinistra dell’intera Europa Occidentale – salvo le stramaledette eccezioni fasciste – credere che nell’Unione Sovietica il popolo fosse libero e prospero. A paragone, che il bicarbonato guarisca il cancro diviene una cristallina verità.
Non abbiamo bisogno di una nuova espressione e possiamo rispedire al mittente la post-truth. È soltanto una vecchia evidenza rivestita di simil-inglese. La massa è stata da sempre capace di credere le più grandi sciocchezze ed anche di decidere – democraticamente – di metterle in pratica. Fino a provocare disastri. Fu forse più seria e meglio informata la decisione degli ateniesi di muovere guerra a Siracusa? Perfino testi ingenui come i Vangeli fanno risalire la condanna a morte di Gesù a semplici dicerie, fondate sul nulla. Perché mai gargarizzarsi col “nuovo”, che nuovo non è? 
Una delle maggiori disgrazie dell’umanità è la brevità della vita. Settanta o anche ottant’anni sono troppo pochi, per avere una sufficiente conoscenza della realtà. Già per la politica uno ci mette almeno quaranta-cinquant’anni, per averne un’accettabile idea, e presto deve lasciare la scena. Per giunta, se cerca di spiegarla ai giovani, per abbreviare il loro percorso, viene respinto come superato, disfattista, machiavellico, cinico. Forse era così ai suoi tempi, ma ora. Poi anche i giovani, se non sono degli imbecilli, giorno dopo giorno imparano come stanno le cose, ripercorrono la stessa strada, e sono giudicati disfattisti, cinici, machiavellici. Se invece vivessimo duecento anni, se non altro i meno stupidi spenderebbero il primo mezzo secolo (almeno) ad imparare i rudimenti della realtà e poi non romperebbero più le scatole, riguardo alle più pacifiche verità razionali. Per un secolo e mezzo. Imparerebbero per esempio che “le nuove cure miracolose” sono in generale truffe e illusioni. Che i giornali dànno notizie, ma non necessariamente notizie vere. E comunque eviterebbero la catastrofica spedizione contro Siracusa. Mai fare una guerra se se ne può fare a meno. 
È inutile che la “Stampa”, su questo argomento, titoli: “I fatti non contano più”. I fatti non hanno mai contato. O, più precisamente, hanno contato nella misura e nel modo in cui la gente li ha percepiti. Nihil sub sole novum, non c’è niente di nuovo sotto il sole. E bisogna dirlo in latino, per dimostrare dire quanto è vecchio il buon senso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 novembre 2016  




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POLITICA
17 novembre 2016
BOB DYLAN BENEMERITO DEL PREMIO NOBEL
È giusto, prima di dire qualcosa su Bob Dylan, che io confessi la mia totale estraneità al mondo cui lui appartiene. Conosco i nomi di personaggi come Bruce Springsteen, Michael Jackson, Bob Marley, ma, salvo occasionalmente, non ho mai ascoltato nulla di loro. Ché anzi, in questo deserto, Bob Dylan fa eccezione: perché conosco la sua “Blowing in the wind”. Ma per il resto la sua esistenza, per lui come per tutti gli altri, ai miei occhi è ricoperta dall’insignificanza della loro arte. Darei tutta la musica leggera in cambio della Jupiter di Mozart. E se dovessi scegliere fra tutte le canzoni del mondo e il quintetto op.163 di Schubert, mi rassegnerei a non sentire mai più “Polvere di Stelle” o “All the things you are”. 
Non voglio dire che tutta quella “musica” sia soltanto rumore. Questa definizione si applica soltanto a quei brani in cui lo strumento principale è la batteria, mentre nel campo delle melodie ci sono cose belle. Per esse ho una grande considerazione, ma esattamente come del sentimento dell’amore, tenendo conto della lezione della Roxane di Edmon Rostand.
Christian è riuscito a far breccia nel suo cuore, ma ce l’ha fatta con le parole di Cyrano de Bergerac, nascosto nell’ombra. Tanto che alla fine il bravo giovane vuole scrollarsi di dosso questa finzione e decide di parlare alla donna personalmente, a cuore aperto. “Vi amo”, le dice coraggiosamente. E Roxane, che certo non ne dubitava, non è scontenta della dichiarazione. Ma era abituata a ben altro. Tanto che risponde: “Sì, mi parli d’amore”. “Ti amo”, dice lui. E lei, spietata: “C’est le thème. Brodez, brodez…” Questo è il tema. Ora ricami, ricami… La persona normale ha il sentimento ma non riesce a farne arte, Cyrano invece, il grande compositore delle parole, di quel sentimento riusciva a fare poesia.
Il parallelo con la musica è perfetto. La melodia popolare può essere bella, delicata, carezzevole, ma manca di variazioni che l’arricchiscano, di uno sviluppo raffinato che ne mostri le potenzialità. L’esecuzione monodica, lineare, la rende quasi insignificante, e non è strano che le canzoni durino tre o quattro minuti. Quelle note, lasciate nude e spoglie, non possono da sole sostenere una vera opera musicale. La Quarta Sinfonia di Brahms ha un tema composto di un paio di note, pressoché banali, e tuttavia l’insieme è un capolavoro che delizia le orecchie per un tempo dieci volte superiore a quello di una canzone.
Ecco perché il Premio Nobel a Bob Dylan è stato scandaloso. Non perché non si possa o non si debba premiare un grande autore di canzoni, ma perché la letteratura è – come la grande musica sinfonica – qualcosa di ben più complesso e grandioso. Nessuno è divenuto famoso per i quattordici versi di un solo sonetto. Grande poeta è Virgilio, di cui già soltanto l’Eneide comprende dodici libri. O Dante, con i suoi novantanove canti.
Probabilmente i giudici di Oslo, che per la letteratura già hanno premiato Dario Fo, si sono trovati dinanzi al problema di un’epoca che non produce capolavori letterari e così hanno deciso di volgersi a ciò che ha successo oggi. In questo senso il premio non significherebbe: “Bob Dylan è un genio della letteratura”, ma “La nostra epoca non produce niente di meglio”. E il rimedio è peggiore del male. 
Se a Oslo non avessero assegnato il premio, avrebbero implicitamente dichiarato da un lato di sapere benissimo che cos’è la letteratura, dall’altro che purtroppo, nell’anno, non avevano identificato nessuno degno del Premio. Assegnandolo a Bob Dylan lo hanno invece irriso. Esattamente come se un popolo imbelle decretasse il trionfo, con tanto di corona d’alloro, non a qualcuno che ha ingrandito l’Impero con una nuova provincia, ma in onore del vincitore del Torneo di Ping Pong. 
L’Accademia di Oslo ha comunque avuto la risposta che meritava. Bob Dylan, che prima, quando gli è stato comunicato il conferimento del Premio, non ha né risposto né ringraziato, quando infine si è degnato di occuparsene, ha fatto sapere che il 10 dicembre non sarà a Stoccolma, perché “ha altri impegni”. 
Non ne so di più. Ha altri impegni? e quali sono? e non poteva disdirli? Del Premio era avvertito da molto tempo. Ma personalmente preferisco pensare ad un’altra ragione. Mi piace immaginare questo artista più saggio e intelligente di coloro che gli hanno conferito il premio. Forse per rispetto della letteratura ha preferito astenersi dal far sì che il mondo la confondesse con le canzonette.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2016 




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16 novembre 2016
QUALE LA SORTE DELL'EUROPA?
Un tempo gli esami di maturità del Liceo Classico (tutte le materie di tutti e tre gli anni, scritti e orali, inclusa l’educazione fisica) erano di una tale difficoltà, che chi sopravviveva li riviveva come incubi per anni. Un po’ come si è visto in quel bel film di Bergman, “Il posto delle fragole”. Personalmente, se dovessi immaginare una domanda di storia tremenda, penserei a queste due: “Spieghi le cause della Prima Guerra Mondiale”; oppure: “Quali furono le cause della decadenza dell’Impero Romano d’Occidente?” Se sapessi che gli esaminatori sono spiritosi, alla prima, risponderei: “Stupidità e imprudenza”. Ma per la seconda, come nei quiz, chiederei la “domanda di riserva”, se c’è. E lo stesso avverrebbe se mi si chiedesse qualcosa sull’attuale decadenza dell’Europa. 
La decadenza di un grande organismo politico è caratterizzata dal fatto che le cose cominciano ad andare male in molti campi. Il sentimento generale del popolo è quello di essere l’oggetto di un accanimento della malasorte. Mentre prima si andava verso una sempre maggiore potenza e un sempre maggiore splendore, poi la debolezza, i difetti, le disgrazie della società si accumulano, senza che nessuno riesca ad invertire la rotta. Fino al crollo finale.
Non è detto che il processo sia irreversibile, e non c’è ragione perché, teoricamente, una civiltà non possa rifiorire. Ma la storia non ne presenta grandi esempi. Si possono magari avere più civiltà sullo stesso territorio - come è avvenuto in Italia, dove si è avuta la civiltà romana e il Rinascimento - ma è difficile che rinasca la stessa civiltà. Israele in fondo è soltanto riuscita a risuscitare la lingua ebraica. 
La grande civiltà europea è nata dopo l’Anno Mille ed ha cominciato a fiorire in Italia, intorno al XIII Secolo. Ma l’esplosione si è avuta col Rinascimento. Questa nuova civiltà che come lingua di cultura aveva ancora il latino, vide sorgere le moderne nazioni, con le loro nuove lingue, e con una mentalità comune che, nel corso dei secoli, doveva condurre alle più grandi conquiste nell’economia, nella scienza, nell’industria, e nella politica, con la moderna democrazia. Fino al massimo splendore del XIX Secolo. 
Fra l’Europa di oggi e quella dell’Ottocento, il contrasto non potrebbe essere più stridente. Siamo passati dall’essere l’unica superpotenza mondiale ad essere un’entità culturale ed artistica, gloriosa per il suo passato, che però si rispetta e si ammira come un grande nonno che l’età ha reso infermo. Non soltanto non determiniamo i destini del mondo, ma sentiamo di non avere il diritto di farlo. 
Noi abbiamo certo le nostre colpe, ma è anche vero che è cambiata la geografia del mondo. Prima il mare più importante era stato il Mediterraneo, poi divenne l’Oceano Atlantico. Prima l’Europa aveva avuto il monopolio della forza militare, anche per la sua superiorità tecnologica, poi alcuni altri Paesi hanno capito che il segreto di quella forza poteva essere copiato: basti pensare al Giappone. Sempre per quanto riguarda la forza militare, il XX secolo già nei primi anni ha mostrato che sorgevano altre grandi potenze militari. Basti pensare alla guerra russo-giapponese. E soprattutto quella grande nazione che culturalmente era soltanto un’appendice del Regno Unito, ma economicamente e per le sue dimensioni, rischiava di divenire la potenza egemone mondiale: gli Stati Uniti. Come poi è avvenuto. 
L’Europa, da padrona del mondo, era divenuta terra di conquista. Berlino, occupata per decenni, è stata a lungo l’immagine del nostro servaggio. È vero che due delle potenze occupanti erano europee, ma erano l’ombra di sé stesse. La Francia era stata sconfitta, e l’Inghilterra, pure eroica vincitrice del conflitto, ne era uscita affamata, spossata e ridimensionata. L’Europa occidentale sentiva confusamente che il suo tempo era finito, e per quella orientale addirittura non ci fu scampo: la decadenza prese la forma dell’asservimento ad una satrapia orientale.
Se ancora il Continente fosse stato unito, per il semplice peso della sua enorme popolazione e del suo livello economico, avrebbe potuto contare molto, nel mondo. Ma si sa che, se non si combatte uniti, si perde. Gli Stati europei, ognuno con l’orgoglio imbecille dei nobili decaduti, hanno rifiutato di unirsi ed hanno soltanto cercato di sopravvivere, contando sulla benevolenza del conquistatore. Per giunta rinunciando alla loro anima. Come i Galli che, conquistati da Cesare, non riottennero la loro libertà riconquistandola ma snaturandosi e divenendo cittadini romani loro stessi. E come loro noi scimmiottiamo la lingua inglese, straziandola con una pronuncia infame, usandola anche a sproposito e perfino – con solenni sgrammaticature – per le insegne dei negozi. Il nostro provincialismo è irrefrenabile e velleitario, anche perché siamo degli assoluti somari, per le lingue straniere. Parliamo con sussiego di spending review, di jobs act, usiamo mille parole che un inglese non capirebbe: il manàgement, la sàspens, l’autòriti, la “volùntari disclòsur”, spesso abbreviata in “disclòsur” e basta. Un disastro. 
La nostra decadenza è dimostrata da qualunque fenomeno si esamini. Per esempio, le persone equilibrate hanno un forte senso della realtà, mentre gli europei sono convinti che, essendo buoni con gli altri, gli altri saranno buoni con loro. E allora perché avere un esercito? Pensano che si possa spendere ciò che non si è guadagnato, ché tanto dopo una soluzione si trova. Che i precetti morali vanno obbediti anche quando è impossibile farlo, come per esempio quando si tratta di accogliere tutti gli infelici del mondo. Che tutti gli uomini debbano essere uguali non nei diritti e, possibilmente, nelle condizioni di partenza, ma anche come risultato finale. Tutta una serie di pericolose fanfaluche. 
Fino ad arrivare alla demenziale idea della “ridistribuzione” della ricchezza, come se ciò che alcuni hanno gli fosse stato regalato, in occasione di una prima, sconsiderata distribuzione. E come se fossimo ancora nel Medio Evo, quando la ricchezza era veramente ereditaria. Tutto questo mentre vedono passare una Cina ben poco preoccupata di sindacati, ecologia, ed altre bellurie, da Paese idealista e comunista – in cui la gente moriva sul serio di fame - a Paese leader economico mondiale. Addirittura possibile erede del primato, se gli Stati Uniti si metteranno ad imitare l’Europa.
L’Europa è in decadenza. Ha perso il potere militare. Ha perso la primazia culturale. Ha perso la fiducia in sé. Ha perfino smesso di produrre arte. In queste condizioni non ha senso nemmeno ipotizzare di frenare sulla via del degrado. Se si è forti e risoluti si può vincere contro qualcuno, ma contro tutti perdette anche l’Imperatore Flavio Claudio Giuliano. E per questo quadro sconfortante l’unica consolazione è che la nostra insignificanza è meritata. Noi pensiamo soltanto a sopravvivere, sperando che la storia ci risparmi. Come i romani del V Secolo. E allora la Sorte è innocente. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2016 




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POLITICA
15 novembre 2016
LA CAPRA, I CAVOLI E L'ORSO. RENZI SI GIOCA L'ITALIA AI DADI
E soprattutto attenzione al P.S.

I “jingle” sono fra l’altro quelle musichette che, al telefono, hanno lo scopo di indicare alla gente che devono pazientare. Quelle che, appena terminate, ricominciano da capo, fino al tormento. E certi argomenti sono come quei jingle: non sono piacevoli, , ma se ne parla costantemente proprio perché, come un mal di denti, ci fanno male e non ci permettono di dimenticarli. Uno di questi è l’interminabile crisi economica dell’Europa.
Su un punto tutti sono d’accordo: bisognerebbe uscirne. Bisognerebbe trovare un rimedio. E i rimedi sembrano essere fondamentalmente due: l’austerità o l’allargamento dei cordoni della borsa. Per l’austerità, molti non sono d’accordo. Infatti l’applichiamo da anni, senza risultati. Perché non provare la ricetta opposta? Ma l’Unione dice di no, e non è che le manchi qualche buona ragione. Più investimenti pubblici, cioè spesa a ruota libera, potrebbero precipitare quella crisi finale che forse è malgrado tutto inevitabile, ma non c’è ragione di affrettarla. Con l’attuale contenimento della spesa va male, è vero, ma potrebbe andare ancora peggio. Molto peggio. 
Chi ha ragione? Nel famoso quesito per bambini sul modo di traghettare due alla volta la capra, i cavoli e il lupo, la soluzione c’è. Se invece si tratta di traghettare la capra, i cavoli e un orso, la soluzione non c’è più: perché l’orso è onnivoro, e mangerebbe sia la capra sia i cavoli. Nel nostro caso, se si allentano i cordoni della borsa, si rischia l’inflazione, la crisi dei mercati, il crollo dell’euro e il fallimento di alcuni Stati. Se invece si insiste sull’austerity, continueremo a pagare interessi spropositati (per l’Italia all’incirca settanta miliardi di euro l’anno) e a mettere pezze con l’executive easing. Rinviamo il problema ma non lo si risolviamo. Il debito continua ad aumentare, e una volta o l’altra si arriverà all’iperinflazione, alla crisi delle Borse, al crollo dell’euro e al fallimento di alcuni Stati. 
Dunque hanno torto sia quelli che – come il nostro governo – vorrebbero spendere di più, per rilanciare l’economia (come credono) sia quelli che, come la Germania, vorrebbero spendere di meno per non allarmare i mercati. L’unica soluzione è ammazzare l’orso. E invece ne sembriamo lontanissimi. L’Italia e la Commissione di Bruxelles litigano come cani e gatti perché, in via eccezionale, era stato permesso all’Italia di sforare il bilancio del 2,3%, mentre ora il nostro governo chiede di poterlo fare di un ulteriore 0,1%. Nientemeno. E per questo si è arrivati alle parole grosse, al rischio di fare saltare il banco. Per avere un’idea del vero problema, e delle proporzioni di quello attuale, basterà notare che lo zero uno per cento del nostro pil corrisponde, rapportato al nostro debito pubblico, ad una frazione che ha un uno al numeratore e 1330 al denominatore. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Però a Bruxelles e a Berlino non sono pazzi. Il fatto è che siamo in una situazione talmente pericolosa, che anche una sola goccia in più potrebbe far traboccare il vaso. 
Il vaso che trabocca sono i mercati che potrebbero pubblicamente mettere in dubbio la solvibilità italiana. Diciamo “pubblicamente” perché, privatamente, sanno tutti che questa solvibilità è già oggi inesistente- Ma finché tutti fanno finta di non saperlo, i mercati continuano a comprare i nostri titoli pubblici. E se il problema riguardasse soltanto noi, si può star certi che tutti gli altri Paesi farebbero spallucce: ma oggi, se andiamo a fondo noi, andiamo a fondo tutti. Matteo Renzi crede che questo sia un nostro punto di forza, in Europa pensano che siamo deboli tutti. E in pericolo. Prima i malati di debito pubblico eravamo soprattutto noi, oggi – a parte la Grecia, già fallita - i malati gravi sono i principali Paesi europei, la Francia, la Spagna e perfino la Germania. Un aggravamento della crisi non risparmierebbe nessuno. L’Italia è troppo grande, per essere salvata come la Grecia, e figuriamoci se la crisi investisse, insieme con noi, gli altri due grandi Paesi latini, per non parlare di Portogallo, Irlanda e compagnia cantante.
Il lettore di buon senso a questo punto irriderà l’autore di queste righe dicendo in cuor suo: “Tutte le migliori teste d’Europa non trovano la soluzione, e ora costui ce la fornirà gratis, dal fondo del bancone del bar”.
No, non ho la pretesa di fornire la soluzione. Desidero soltanto che il quesito sia posto nei termini corretti. Se non risolviamo niente riprendendo a spendere come pazzi, e non risolviamo niente con un’indefinita austerity, la soluzione da trovare deve essere è qualcosa di diverso da queste due. Che dunque ci pensino i cervelloni comunitari, ricordando che, finché ci parleranno di investimenti e di austerity, non saranno credibili. E nel campo dell’austerity abbiamo già dato.
P.S., forse più importante dello stesso articolo.
Abbiamo anche una notizia, proprio di oggi pomeriggio, 15 novembre, che si inserisce perfettamente nelle considerazioni che precedono. A nome dell’Italia il sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi, ha sostanzialmente posto il veto al bilancio comunitario 2014-2020. E si è espresso con parole durissime, da padrone scontento dei suoi dipendenti. Noi italiani mettiamo il veto perché, secondo quanto riferisce l’Ansa(1): “dobbiamo avere ancora molte garanzie sul reale aumento a favore delle nostre priorità: immigrazione, sicurezza, risorse europee per i giovani”, “su cui non possiamo assolutamente accettare dei tagli”. È necessaria “la flessibilità del bilancio europeo per una maggiore capacità di reagire alle crisi”. E nel caso a qualcuno la parola “flessibilità” non fosse chiara, Gozi ha anche dichiarato, papale papale: “Siamo molto stanchi delle ambiguità e delle contraddizioni europee. Siamo molto stanchi di un'Europa che dice alcune cose e poi non le fa. Siamo molto stanchi di un'Europa che è piccola con le cose grandi e grande con le cose piccole. E noi siamo convinti che, se l'Europa non cambia, siamo di fronte all'inizio della disintegrazione europea". 
Ci siamo, ecco la spada di Brenno. Ma c’è una differenza, rispetto all’atteggiamento di quel Gallo. Lui aveva la spada, l’Italia non l’ha. Tutto ciò che può minacciare, è di mandare a fondo tutti insieme con la stessa Italia. Chi ha bisogno dei soldi altrui, o della garanzia altrui, non ha i mezzi per alzare la voce. Se Renzi crede di potere intimidire Berlino, o Bruxelles, si sbaglia di grosso. L’Europa non vuole andare a fondo, ma proprio per questo non può gran che cedere: perché la ragione per non cedere è proprio quella di non andare a fondo. Se dunque magari dovesse inchinarsi, stavolta, su quello 0,1% di cui si diceva, Renzi stia pur sicuro che non potrà giocare a lungo e seriamente questo gioco. L’Italia è forse con le spalle al muro, ma anche l’Europa lo è, e nel caso di un braccio di ferro, o si va tutti al diavolo, o vince il più forte. 
Se le cose stanno come si dice qui, Renzi è un pericolo serio per l’Italia. Se non ci fossero altre ragioni per il “no”, al referendum, basterebbe questa mossa per convincere chiunque abbia a cuore il destino del nostro sfortunato Paese a togliere dal posto di comando un avventuriero politico di questo genere. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2016 
(1)http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/11/15/gozi-italia-blocca-revisione-bilancio-pluriennale-ue_9db86f3d-2d09-426c-9b17-26616b3c184a.html




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POLITICA
15 novembre 2016
TRUMP PROGETTA UNA MANOVRA KEYNESIANA?
Quando si è più abituati a capire che a non capire, di fronte al confuso, al contraddittorio, all’oscuro, ci si sente frustrati.  “È lui che non ha le idee chiare o sono io che mi sono svegliato un po’ scemo? È lui che dice stupidaggini, facendo credere che siano cose complesse o è che tutto ciò è troppo difficile per il mio livello mentale?”
A tutto questo si pensa leggendo l’articolo di Lucrezia Reichlin, sul Corriere(1). Donald Trump ha promesso che gli Stati Uniti, anche a costo di indebitarsi ulteriormente (e Dio sa se non lo siano già abbastanza) spenderanno soldi in quantità per rilanciare l’economia. Come? E qui s’incontra la nebbia. Pare si parli di grandi lavori pubblici, a cominciare dal famoso muro per tenere lontani i messicani. E poi strade, ponti, porti, la solita giaculatoria keynesiana. Ma, dicono i competenti (sempre che io abbia capito bene) questa è solo la parte minore. La parte maggiore – forse quattro quinti della spesa in deficit - va a sollevare gli americani dal peso del fisco, in modo che possano produrre più ricchezza. Naturalmente molti hanno notato che queste sono formule “di sinistra”, e bisognerà vedere se il Congresso e il Senato repubblicani li lasceranno passare. 
Fin qui credevo d’avere capito tutto, poi ho letto l’articolo della Reichlin, e mi sono accorto di non avere capito niente. Quella di Trump non è affatto una manovra keynesiana, dice lei. Come abbiamo potuto pensarlo, e in tanti per giunta? L’economista spiega perché non lo è ed io non ho capito la sua argomentazione. Se qualcuno me la chiarisce, ma in soldoni, mi fa un favore. Intanto mi lancio a dire che cosa penserei da solo, partendo da quattro quinti di riduzione fiscale e un quinto di investimenti “keynesiani”. 
Lo Stato ha assoluta necessità del gettito fiscale ma ciò che il contribuente paga in tasse e imposte, in quanto consumatore lo sottrae ai consumi e con ciò deprime la domanda; e in quanto produttore lo sottrae al profitto, con ciò rendendo meno agevole -  e a volte impossibile - l’attività d’impresa. Dunque la diminuzione del carico fiscale non può che essere una benedizione, perché fa aumentare contemporaneamente l’offerta e la domanda.
Il problema nasce quando l’operazione è progettata in deficit. O lo Stato contrae debiti, o stampa banconote, e in ambedue i casi, come conseguenza immediata o rinviata nel tempo, provoca inflazione. È vero che gli Stati Uniti sono padroni della loro moneta, ma è anche vero che, aumentando il circolante, esportano inflazione, dal momento che tanti Paesi tengono dollari come moneta di riserva (quasi fosse oro); e, se la Federal Reserve esagera, si potrebbero avere guai. I Paesi potrebbero cominciare a disfarsi dei dollari per volgersi all’euro, alla sterlina, allo yuan, con le conseguenze del caso. L’inflazione che si voleva esportare potrebbe rimbalzare come un boomerang, ingigantendosi. Già la Cina, temendo qualcosa del genere, ha di molto diminuito il suo stock di titoli di Stato statunitensi, e si è messa a comprare imprese in tutto il mondo. Ciò significa che vuole possedere “cose” che possono certo svalutarsi, ma soltanto fino ad un certo punto. 
Coi debiti bisogna andarci piano. In tanto Washington può attuare una manovra saggia e di successo, in quanto il “ritorno” di quella riduzione del carico fiscale si traduca in un tale slancio dell’economia da moltiplicare il gettito fiscale, compensando la spesa in deficit. Ma se poi, come tante altre volte si è verificato, le profezie keynesiane non si avverassero? Inoltre la manovra di cui parla Trump riguarderebbe cinque trilioni di dollari (cinquemila miliardi, poco meno di due volte il debito pubblico italiano) mentre, se non ricordo male, il gettito fiscale americano è di valore molto inferiore. Dove va a finire il resto?
Comunque, c’è un’evidenza che troppi Stati ignorano: se si spende più di quanto si incassa, poi bisognerà incassare più di quanto si spende. I keynesiani pensano sempre ad un boom economico miracoloso che ripiana tutto, ma poi ciò non avviene e bisogna lo stesso ripagare il debito. Soffrendo e pagando interessi spropositati, sotto la minaccia del fallimento.
Tutti gli Stati avrebbero dovuto sin da principio darsi una regola di ferro: non sottrarre più del quindici-venti per cento della ricchezza prodotta. Soprattutto ricordando che è molto più facile dire di no ad una nuova richiesta di benefici che revocare quelli già concessi. In Italia ce lo dimostra la spending review (quella che forse gli inglesi chiamano “revisione della spesa”), di cui si parla sempre e che non si realizza mai. Aperto il vaso di Pandora delle spese fisse e dell’eccessiva pressione fiscale, non c’è modo di richiuderlo. 
 Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2016 
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_novembre_13/america-trump-crescita-5b0cc254-a922-11e6-b875-b27331f307f4.shtml

Il sito è stato inaccessibile per l'intera giornata. Rileggere la nota in rosso, a destra.



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POLITICA
13 novembre 2016
NON HA PERSO HILLARY, HA PERSO BARACK


di Bill McGurn, Wall Street Journal, 10/11/2016

La vittoria di Trump sta già ispirando riflessioni riguardo al futuro del Partito Repubblicano, ed è giusto così. I democratici invece hanno l’aria di non intraprendere nessuna introspezione di questo genere e questo è un errore, perché non sarebbero stati sbattuti interamente fuori dal potere dalle elezioni, se il pubblico americano non avesse rigettato i risultati e i metodi degli ultimi otto anni.
I “liberal” attribuiscono al direttore dell’FBI Jim Comey la colpa della sconfitta di Hillary Clinton, mentre i più onesti ammettono che i problemi sono stati lo scandalo delle sue email e il livello etico della Fondazione Clinton. Altri notano che quella donna era una candidata peggio che antipatica. La risposta che la sinistra dà in tutti i casi sembra essere che lo stesso popolo americano che elesse il Presidente Obama due volte ha mancato al suo tradizionale dovere di opporsi al sessismo, al razzismo e alla xenofobia.
Prendersela con la “reazione negativa dei bianchi” è stupido. Delle circa 700 contee statunitensi in cui Obama ha vinto due volte, circa un terzo questa volta ha votato per Trump. Ma queste razionalizzazioni culturali sono patetiche e istruttive. Troppi liberal, e alcuni conservatori, semplicemente non riescono ad immaginare quale grande numero di americani pensano e percepiscono i loro propri interessi. Così le opinioni sbagliate devono essere il risultato di limitazioni cognitive o tare di carattere. La signora Clinton ha chiamato i sostenitori di Trump “deplorevoli”, “insalvabili” e “non americani”. Come se non ci potesse essere altra spiegazione.
Queste mancanze di empatia sono anche una base costante della retorica di Obama, con le sue lezioni morali riguardo a chi siamo in quanto americani e il fatto che l’arco della storia si piega sempre verso… beh, verso il suo punto di vista. Per il Presidente, e la maggior parte dei democratici attualmente importanti, gli oppositori che discutono la loro politica e i loro principi non lo fanno mai in buona fede.
Per otto lunghi anni la credenza di Obama di aver ricevuto il suo mandato dal Cielo ha guidato il modo in cui egli ha usato ed abusato del potere presidenziale. È stato eletto nel 2008 su un messaggio di speranza e di unità centrista, ma presto si è visto che caricava come un toro per far passare priorità progressiste accumulate per quarant’anni. Si ricordi il famoso modo con cui mandò a quel paese il repubblicano Eric Cantor, che aveva proposta alcune idee bi-partisan per lo stimolo economico: “Eric, sono io che ho vinto”.
I democratici hanno imposto l’Obamacare assolutamente a colpi di maggioranza, benché i sondaggi mostrassero che non vi era un consenso politico, riguardo alle aspettative, in quel popolo americano tanto spesso invocato e tanto raramente consultato. L’assistenza sanitaria nazionale non è divenuta più popolare e sta attualmente dando quei risultati pessimi per ogni riguardo che i critici avevano previsto. Il Partito Repubblicano è stato escluso dalle più grandi decisioni economiche nel 2009 e nel 2010, e uno dei prezzi pagati è stato la ripresa debole che persiste ancora oggi.
I democratici avevano certo una supermaggioranza storica, ma ciò non costituiva un mandato per fare qualunque cosa riuscissero a fare. Così nelle elezioni di “midterm” è arrivata la punizione, ed hanno perso la quantità record di 63 seggi nel Congresso. Allora Obama schivò in direzione di una grande offerta con John Boehner, soltanto per tendere un agguato all’allora Presidente del Congresso con la richiesta di un aumento politicamente impossibile delle tasse, all’undicesima ora (alcune allusioni sono incomprensibili, NdT).
Il Presidente vinse la rielezione, nel 2012, trasformando una persona perbene come Mitt Romney in un mostro che avrebbe proseguito una “guerra alle donne”. Egli trasformò pure in armi le politiche di identità per polarizzare i votanti nella direzione dei suoi propri scopi. 
In questi secondi quattro anni Obama ha adottato la sua strategia di “penna e telefono” per governare da solo, aggirando il Congresso ed evitando di dover rispondere delle sue azioni. Ha scatenato l’EPA per imporre le limitazioni ecologiche senza una base nella legge. Il Dipartimento dell’Educazione ha riscritto il Titolo IX per erodere il dovuto procedimento nell’università. Il patto sul clima di Parigi e l’accordo nucleare con l’Iran avrebbe dovuto essere sottoposti al Senato per la ratificazione, in quanto trattati.
Alcuni di questi azzardi sono stati posti in scacco dalle Corti, e la sinistra dovrà imparare che ciò che è stato fatto mediante semplici regolamenti potrà essere disfatto mediante nuovi regolamenti.  Ma i liberal hanno anche “normalizzato” tali abusi, per prendere a presto un’espressione attualmente popolare fra i progressisti. A quanto pare, quando il Congresso rifiuta di votare le leggi che il Presidente desidera, questi ha il potere di realizzare da sé i suoi scopi. Questo non è il modo in cui funziona la democrazia americana, e ciò ha inevitabilmente creato le corrispondenti controreazioni politiche nella forma di Donald Trump.
***
I democratici ora si trovano a fronteggiare alcune decisioni riguardo a come comportarsi con una maggioranza repubblicana, e l’ironia della sorte vuole che i loro metodi al tempo di Obama renderanno il lavoro di Trump più facile. La decisione di Harry Reid ed Obama di porre un termine all’ostruzionismo per le nomine renderà più agevole il sentiero per il governo Trump per le nomine giudiziarie. Un Senato repubblicano non tollererà ostruzionismi per la scelta riguardante la Suprema Corte.
La sinistra di Elizabeth Warren vorrà che il partito respinga ogni accordo bipartisan, sperando di mobilitare la base per spazzar via il Congresso repubblicano nel 2018. Ma i democratici dovranno difendere 25 seggi del Senato, e parecchi in Stati che sono andati decisamente a Trump. Una strategia di rigetto comporta rischi politici, non certo di meno in Stati dove la strategia totalitaria di Obama ha lasciato i democratici nella loro più debole posizione da novant’anni.
Un risultato del comportamento di Obama è che i democratici non hanno una lunga panchina di candidati giovani per gli uffici federali, inclusa la Presidenza, nel 2020. Un terzo di tutti i democratici al Congresso attualmente viene più o meno soltanto da tre Stati, la California, New York e il Massachusetts. Anche un candidato di talento come Jason Kander, un veterano militare che si batté con forza contro il senatore Roy Blunt nel Missouri, non ha potuto vincere contro la marea di Trump.
La lezione per i furbi democratici è che gli scopi della politica progressista non possono essere imposti ad una riluttante America con un diktat politico. Devono essere ottenuti con la persuasione e inevitabilmente per via di compromessi. Contare sui giudici e i regolamenti ha lasciato milioni di americani col sentimento di essere stati privati del diritto di voto ed ha ispirato la reazione a favore di Trump. Non si è trattato di razza, di genere o delle email di Hillary Clinton. Si è trattato per loro di esigere di avere voce in capitolo sul modo come è governato il Paese.
La stessa lezione politica si applica a Trump e ai repubblicani mentre cercano di far passare l’agenda per la quale hanno fatto la campagna elettorale. Essi hanno ora questa occasione in larga misura perché le politiche progressiste di Obama sono state così poco aperte al compromesso e condiscendenti riguardo agli americani da costa a costa [da renderla possibile]; ma le maree della politica americana indicano che i democratici inevitabilmente avranno di nuovo la loro ora, e quel ritorno si verificherà più fortemente e forse prima se essi impareranno le lezioni della boria di Obama per i suoi oppositori politici. 
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)

Trump and the Democrats
The lesson: Progressive government can’t be imposed from the top.
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Main Street Columnist Bill McGurn on the party's angry reaction to Tuesday's electoral defeats. 
Nov. 10, 2016 7:26 p.m. ET 
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Donald Trump’s victory is already inspiring reflection about the future of the Republican Party, and rightly so, but Democrats don’t seem to be undertaking any similar introspection. This is a mistake, because they wouldn’t have been ushered out of power up and down the ballot if the American public wasn’t rejecting the results and methods of the last eight years.
Liberals are attributing Hillary Clinton’s loss to FBI Director Jim Comey, while the more honest admit her email scandal and Clinton Foundation ethics were problems. Others note she was a less than inspiring campaigner. The left’s all-purpose answer seems to be that the same American people who elected President Obama twice have defaulted to their traditional sexism, racism and xenophobia. 
Blaming “white-lash” is silly—of the roughly 700 U.S. counties that Mr. Obama won twice, about one-third broke this time for Mr. Trump—but these cultural rationalizations are lamentable and instructive. Too many liberals, and some conservatives, simply cannot imagine how great numbers of Americans think and perceive their own interests. Thus wrong opinions must be the result of cognitive limitations or character flaws. Mrs. Clinton called Trump supporters “deplorables,” “irredeemable” and “not America,” as if there could be no other explanation.
These failures of empathy are also a staple of Mr. Obama’s rhetoric, with his moral lectures about who we are as Americans and the arc of history always bending toward—well, his point of view. For the President, and most prominent Democrats these days, opponents who debate policies and principles never do so in good faith.
For eight long years Mr. Obama’s belief that he holds the mandate of heaven has guided how he has used and abused presidential power. He was elected in 2008 on a message of hope and centrist unity, but he was soon ramming through 40 years of pent-up progressive priorities. Recall his famous 2009 brush-off of Republican Eric Cantor, who had proposed some bipartisan ideas for the stimulus: “Eric, I won.” 
Democrats imposed ObamaCare on a straight partisan majority, though the polls showed there was no political consensus about a new entitlement among the oft-invoked, rarely consulted American people. National health care is no more popular today and is now misfiring in all the ways the critics predicted. The GOP was frozen out of all major economic decisions in 2009-10, and one price was the weak recovery that persists to this day.
Democrats did have a historic supermajority, but that wasn’t a mandate to do whatever they could get away with, and they lost a record 63 House seats in the midterms as punishment. Mr. Obama then feinted toward a grand bargain with John Boehner, only to ambush the then Speaker with politically impossible tax-increase demands at the 11th hour.
The President won re-election in 2012 by converting a decent man like Mitt Romney into a monster who would prosecute a “war on women.” He also weaponized identity politics to polarize voters for his own purposes.
In his second term, Mr. Obama adopted his “pen and phone” strategy of executive rule to bypass Congress and avoid accountability. He unleashed the EPA to impose carbon cap and trade without basis in law. The Education Department rewrote Title IX to erode due process on campus. The Paris climate deal and Iran nuclear accord should have been submitted to the Senate as treaties for ratification.
Some of these gambits have been checked by the courts, and the left will learn that what’s done through regulation can be undone through new regulation. But liberals have also “normalized” such abuses, to borrow a now-popular phrase among progressives. Supposedly when Congress refuses to pass bills that the President desires, he has the power to achieve his aims by himself. That isn’t how U.S. democracy works, and it inevitably created its political counter-reaction in the form of Mr. Trump.
***
Democrats now face some decisions about how to deal with a Republican majority, and one irony is that their methods under Mr. Obama will make Mr. Trump’s job easier. The Harry Reid-Obama decision to break the filibuster for nominations will ease the path for Mr. Trump’s cabinet and judicial nominees. A GOP Senate won’t tolerate a filibuster of a Supreme Court pick.
The Elizabeth Warren left will want the party to reject any bipartisan accommodation, hoping to mobilize their base to sweep out the GOP Congress in 2018. But Democrats will be defending 25 Senate seats, several in states that went decidedly for Mr. Trump. A rejectionist strategy carries political risks, not least in the states where the Obama top-down strategy has left Democrats in their weakest position in 90 years. (See nearby.)
One result of Mr. Obama’s tenure is that Democrats lack a deep bench of younger candidates for federal office, including the Presidency in 2020. A third of all House Democrats will now come from a mere three states—California, New York and Massachusetts. Even as talented a candidate as Jason Kander, a military veteran who ran strongly against Senator Roy Blunt in Missouri, couldn’t win against the Trump tide. 
The lesson for smart Democrats is that progressive policy goals can’t be imposed on a reluctant America by political diktat. They have to be won by persuasion and inevitably by compromise. Relying on judges and regulation left millions of Americans feeling disenfranchised and inspired the Trump backlash. This wasn’t about race or gender or Hillary Clinton’s emails. It was about reclaiming a voice in how their country is governed. 
The same political lesson applies to Mr. Trump and Republicans as they seek to pass the agenda they campaigned on. But they now have that opportunity in large part because the Obama progressives were so uncompromising and condescending to Americans beyond the coasts. The tides of American politics mean Democrats will inevitably make a comeback, but that return will arrive stronger and maybe sooner if they learn the lessons of Mr. Obama’s disdain for his political opponents. 




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POLITICA
13 novembre 2016
IL PUNTO DI VISTA DEL REPROBO
A parere di tutti, i motivi per i quali tanti americani hanno votato per Trump sono – per definirli con un aggettivo che piaceva a Hillary Clinton – deplorevoli. Poiché però anch’io avrei votato per lui, posso offrire il punto di vista del reprobo. Naturalmente non è detto che gli altri abbiano votato in questo modo per gli stessi motivi, ma anche l’opinione di un singolo disinteressato può essere utile.
La mia idea di partenza è che non siamo tutti uguali. C’è chi è bravo negli affari e chi fallirebbe anche gestendo una bancarella al mercato ortofrutticolo; c’è chi è capace di superare brillantemente tutti i concorsi, e chi a stento completa un corso di studi; c’è chi si ammazza di lavoro e chi fa l’assoluto minimo per sostentarsi. Ebbene, l’uguaglianza fra tutti costoro sarebbe un’ingiustizia elevata a regola sociale. È semplicemente giusto che il commerciante volgare ma geniale guadagni più del professore del liceo classico. Lui non sarebbe capace di insegnare cose tanto nobili, ma neanche il professore sarebbe capace di arricchirsi, col commercio. E comunque, chi sceglie di insegnare filosofia ha anche scelto in partenza di non essere ricco. Come può trovare ingiusto che quel cafone sia più benestante di lui? Socrate l’avrebbe mai fatto? Qui piazzo la mia prima autogiustificazione: personalmente nella vita non ho realizzato niente di serio, né come denaro né come carriera, sicché il mio rispetto nei confronti di chi ha avuto successo non è determinato dal fatto di appartenere alla loro classe. 
Per buon peso (e per fare un dispetto ai professori) aggiungo che nulla è più stupido della condanna dell’ambizione. Senza ambizione non si va da nessuna parte. Ambizione e successo vanno insieme come vanno insieme ignavia e insuccesso.
Passiamo alla mentalità di sinistra. La pietà per i più sfortunati è una grande qualità ed un preciso dovere ma proprio per questo, trattandosi di qualcosa di morale, dovrebbe essere un dovere soltanto morale, non una giustificazione per tassarci a morte. Invece oggi si considera giusto (e Trump a ragione lo ritiene sbagliato) dare una gran parte della ricchezza che alcuni hanno prodotto ai molti che non l’hanno prodotta. I molti possono anche essere dei fannulloni, come me. Ecco perché non ho mai capito il concetto di “ridistribuzione della ricchezza”. A parte il fatto che quel “ri” è assurdo: non essendoci mai stata una prima distribuzione, che senso ha togliere il suo a chi ha per darlo a chi non ha? Questo spostamento di beni non ha nessuna giustificazione, se non quella del voto che sperano di ottenere quei politici che quella beneficenza ordinano. Fra l’altro attualmente le tasse sui produttori di ricchezza sono tanto alte che ne è grandemente frenata l’economia, con danno anche dei poveri. 
Ecco perché, da americano, sarei contro la famosa Obamacare. Quando i cittadini dicono che hanno dovuto versare molto più di prima, per pagare le cure dei meno abbienti, io li capisco. Gli americani medi osservano che quelli che prima non si assicuravano, lo facevano spesso per spensieratezza o per incoscienza, non sempre per povertà.
A tutto questo si può aggiungere l’insofferenza per la political correctness. Se chiamo negro un nero non è vero che è crollato il mondo. Fra l’altro si tratta di sinonimi. Se racconto una barzelletta sugli omosessuali, chiamandoli froci, non muore nessuno. Si raccontano barzellette sui meridionali, sui vecchi, sui brutti, sui pigri ecc., ed io, che appartengo a tutte queste categorie, rido insieme con gli altri. I carabinieri hanno raccolto le barzellette su di loro ed hanno dimostrato più buon senso e più buon gusto dei tanti coloured o delle tante donne che si straccerebbero le vesti per le barzellette razziste o misogine. Chi non sa ridere è un imbecille. Ecco perché non mi sconvolgono le volgarità di Donald Trump, e lo dico io che non proferisco mai parolacce. E infatti ho trovato di una imbecillità oceanica la riprovazione nazionale per la barzelletta del “bunga bunga” di Berlusconi, che gli si è fatta pagare così cara, e che pure non era tanto male. Chissà che barzellette racconta Trump. Sicuramente non sono tutte riferibili. Proprio come quelle che racconto io.
Gli esempi sono infiniti, e certo questo voto americano dimostra che c’è un’enorme nostalgia della franchezza, del buon senso, della mancanza di retorica. Vorremmo tanto essere sicuri che chi fa del bene lo fa a spese proprie. Vorremmo che chi predica la morale non sia poi immorale lui stesso, ed anzi, per sicurezza, vorremmo che nessuno la predicasse. Mentre tutti si stracciano le vesti dicendo: “Mai farei una cosa del genere!”, io mi chiedo come mi sarei comportato al loro posto, tanto che alla fine ho fatto l’ipotesi che io sia un farabutto ottativo, come quelli che di mestiere fanno gli impiegati dell’anagrafe ma in cuor loro si sentono dei poeti. 
Forse avrei votato Trump perché sono un farabutto ottativo. Vorrei chiudere la porta agli immigrati inassimilabili. Vorrei che le condizioni del lavoro fossero contrattate liberamente. Vorrei che gli uomini avessero la possibilità di competere, in modo da far prevalere, e star meglio, i migliori. Anche sapendo che non ne farei parte. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 11 novembre 2016  




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POLITICA
12 novembre 2016
CONTESTAZIONE DEL PRINCIPIO DI PETER
A partire dal 1969, lo psicologo Laurence J.Peter si è reso famoso nel mondo per avere formulato, fra il serio e il faceto, il seguente “Principio di Peter”: “ In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”. La tesi è efficacemente chiarita da Wikipedia nel modo che segue: “I membri che dimostrano doti e capacità nella posizione in cui sono collocati vengono promossi ad altre posizioni. Questa dinamica, di volta in volta, li porta a raggiungere nuove posizioni, in un processo che si arresta solo quando accedono a una posizione poco congeniale, per la quale non dimostrano di possedere le necessarie capacità: tale posizione è ciò che gli autori intendono per «livello di incompetenza», raggiunto il quale la carriera del soggetto si ferma definitivamente, dal momento che viene a mancare ogni ulteriore spinta per una nuova promozione”. 
In altri termini, l’impressione che un po’ tutti abbiamo, che i grandi capi non siano all’altezza dei compiti loro assegnati, non è un’impressine: è una fatale realtà. Infatti – sostiene Peter – se si dimostrassero eccellenti, in quella posizione, sarebbero promossi ad un incarico superiore. E se sono lì, è perché non si sono dimostrati eccellenti.
Se la tesi non fosse stata brillante, non avrebbe ottenuto rinomanza mondiale. E tuttavia, è fondata?
Abbiamo cento operai, che non possono essere inferiori alla media perché la media è dedotta dall’esame delle prestazioni di quei cento operai; o di tutti gli operai in generale, ma poco cambia. All’interno di quei cento ce ne saranno ottanta normali, dieci sotto la media e dieci sopra la media. Il risultato generale rimane invariato. Immaginiamo ora che di ogni cento lavoratori se ne debbano scegliere dieci per incarichi superiori. Per esempio caporeparto. L’ideale sarebbe che si scegliessero i dieci migliori, ma ciò non sempre avviene. Ammettiamo che se ne  scelgano nove fra i dieci migliori e uno fra gli altri. Avremo dei “dirigenti” la cui media, ancora una volta, corrisponderà al valore medio dei dirigenti di quella fascia. 
Suddividendo questi dirigenti per valore, secondo la stessa curva di Gauss sopraccennata, ne avremo uno di livello inferiore (che sia quello che non meritava la promozione o un altro) e nove quanto meno normalmente competenti per quel lavoro. E così, dovendo procedere ad ulteriori promozioni, il meccanismo non cambia. Ma tutto ciò non prova il principio di Peter ed anzi lo smentisce. Infatti non è vero che ognuno si ferma al livello della propria incompetenza. Questa incompetenza non riguarda le funzioni che ognuno svolge, ma quelle che svolgerebbe se fosse promosso. E non tutti sono promossi.
 Ripartendo dai cento operai iniziali, dopo la promozione di dieci di loro non è che gli altri ottanta divengano di botto incompetenti: al massimo la media si abbasserà del 9%, mentre il principio di Peter sosteneva che “tutti” sono al livello della propria incompetenza. E lo stesso vale per i dirigenti. I promossi, fra gli operai, hanno il livello medio dei promossi per quella fascia di funzioni. E se una percentuale di loro sarà ancora promossa, andrà ad appartenere ad una ulteriore fascia di dirigenti, che avrà la sua media, in cui tutti sono medi, salvo alcuni che sono sopra la media ed altri che sono sotto la media. Ciò che si è detto per gli operai vale a tutti i livelli.  
La verità è che il principio di Peter non esige – come sarebbe normale - che tutti siano competenti nella misura determinata dalla loro stessa media: esigerebbe che tutti fossero perfetti, nel loro lavoro. E ciò non è realistico. Gli uomini sono soltanto umani. La qualità media degli operai è la qualità media degli operai, la qualità media dei dirigenti è la qualità media dei dirigenti. Non è più complicato di così. Ed ora mi aspetto di divenire famoso come Laurence J.Peter.
Al massimo posso accettare che – data una percentuale costante di promossi fra quelli che non lo meritavano – avremo in ogni gruppo dirigente una percentuale costante di persone che non meritavano il posto che hanno. E la cosa è certamente vera. L’ha sostenuto l’economista Carlo Cipolla, in un famoso libro sulla stupidità umana. Ma ciò non stupisce. E lascia anzi la libertà di sperare che ci sia qualcuno che avrebbe meritato un posto migliore. 
In ogni modo non si può affermare, come fa Peter, che se i funzionari fossero capaci sarebbero certamente promossi a funzioni superiori. Innanzi tutto perché il numero di posti superiori non è infinito. E comunque in Italia abbiamo la piaga delle raccomandazioni, che falsa il fair play. Ciò dimostra anzi che, in ogni fascia, c’è certamente qualcuno che è più competente di quanto le sue funzioni richiederebbero, semplicemente perché non è stato promosso, pur meritandolo.
Senza dire che esistono carriere in cui non si può progredire. Pensiamo ad un professore di liceo: per quanto possa essere geniale, non ha dove andare. Se diventasse preside scenderebbe di livello intellettuale), passando – poniamo - da filosofo ad amministratore. E se tentasse di divenire professore d’università, qualifica che si ottiene pressoché esclusivamente per cooptazione, non ci riuscirebbe. 
Insomma, “Molto rumore per nulla”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
novembre 2016




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POLITICA
11 novembre 2016
NON C'È DA AVER PAURA DI TRUMP
Nell’epoca repubblicana i romani sapevano che i consoli, essendo in due, il potere dovevano spartirselo. E comunque duravano in carica soltanto un anno. Viceversa, durante i lunghi secoli successivi, per ogni nuovo imperatore dovevano chiedersi che cosa li attendesse. Non soltanto il nuovo venuto, nominato a vita, poteva essere cattivo sin da principio, ma poteva diventare cattivo anche se da principio era stato buono. Come avvenne con Nerone.
Quando un nuovo leader è dotato di grande potere ed appare imprevedibile, inquietante. perfino rivoluzionario, l’incertezza diviene addirittura ansia. Il sistema dei pesi e contrappesi, caratteristico delle democrazie, non basta per sentirsi tranquilli. Infatti le preferenze dei governi stranieri e delle Borse vanno costantemente al candidato più conformista e prevedibile. Le persone ragionevoli non sognano miracoli, sperano soprattutto che non si provochino disastri. 
In questi giorni l’America ha eletto il più scorretto, imprevedibile e allarmante Presidente degli Stati Uniti che si ricordi. In confronto a lui, Ronald Reagan era un chierichetto. C’è dunque da aver paura di ciò che “The Donald” può fare?
Tenendo conto dei moventi fondamentali degli esseri umani, qualche previsione si può azzardare. Luigi XIV non smaniava per il potere – che aveva già – e neppure per il denaro. Gli piacevano le donne, i divertimenti (fu grande amico di Molière) le feste e soprattutto la gloria. Il risultato furono Versailles e quelle guerre che svuotarono le casse del regno. La sua molla fondamentale era dunque un egoismo edonistico. 
Viceversa, che cosa muoveva Hitler? Non certo la vanità, non certo le donne, non certo il denaro: queste cose non contarono mai nulla, per lui. La sua pulsione fondamentale fu l’ideale di una nuova Germania, grande, forte, destinata a dominare a lungo l’Europa. Voleva fondare il Tausendjährige Reich, l’impero dei mille anni, e per questo era disposto a lottare. Non per caso il suo programma era intitolato: “Mein Kampf”, la mia battaglia. Hitler era un idealista e proprio questo fu ciò che lo rese disastroso per l’umanità.
La persona normale, sia pure con più o meno scrupoli, pensa al proprio bene, e tiene conto dei risultati. Se vede che si sta creando più problemi che vantaggi, si chiede se non abbia sbagliato strada. Viceversa l’idealista mette in conto la risposta negativa della realtà, ed è risoluto a non tenerne conto. La sua idea è talmente incontestabile, il suo progetto è talmente giusto, che nemmeno le prime esperienze negative lo inducono al dubbio. Nel caso di Stalin, addirittura, non bastò un’intera vita. 
C’è indubbiamente il caso dell’idealista benefico – per esempio De Gaulle – ma è raro. Nella maggior parte dei casi, chi segue una bussola in contraddizione con la realtà del momento provoca danni. Mazzini era un grande idealista ma unicamente con lui l’Italia non si sarebbe mai unita. Ci voleva un pragmatico come Cavour e un re che si interessava soltanto di caccia e di andare a letto con Rosina.
L’idealista cerca di applicare al mondo la sua idea, il pragmatico si adatta alla realtà. Nel Far West dell’Ottocento, prima arrivavano i coloni, poi nei loro villaggi si aprivano i saloon e i bordelli, infine, con la prima prosperità, si pensava all’anima, costruendo una Chiesa. Prima le necessità, poi i piaceri, infine le cose nobili. I pragmatici si occupano soprattutto delle prime due cose.
Donald Trump non si colloca certo fra gli idealisti. Se si è arricchito, ha evidentemente un forte senso del reale. E a che cosa si è dedicato? A costruire case, cioè a rispondere ad un bisogno primario della gente. Facendoci montagne di soldi. Poi ad un altro mare di cose, ma sempre nel campo della vita pratica, se non addirittura del puro divertimento, certo mai delle astrattezze. E si è goduto la vita fino a costituire, con le sue innumerevoli e bellissime donne, con le sue tre mogli e la sua vita in vetrina, un argomento privilegiato del gossip. 
Se questa è la personalità di Trump, possiamo essere tranquilli sul futuro. La sua spinta costante è il successo. L’ha avuto nella vita e negli affari e alla fine gli è venuto l’uzzolo di averlo anche in politica, mirando al bersaglio più alto. Ora che l’ha conseguito, cercherà – sempre per vanità – di trasformare questo risultato in un ulteriore successo, e questo lascia ben sperare. Infatti è abituato ad ottenere quello che vuole pragmaticamente, tenendo conto della realtà. Preoccupante era Jimmy Carter, che aveva degli ideali, e preoccupante è stato lo stesso Obama, che infatti è stato un disastro in parecchi campi.
Naturalmente Trump potrebbe sorprenderci, rivelando di essere un idealista incurante degli ostacoli, colto, disinteressato, devoto al suo progetto, e disposto perfino a sacrificarsi. Ma speriamo che Dio non voglia punire così severamente l’America. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 novembre 2016 




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POLITICA
10 novembre 2016
IL SI' È UN'OCCASIONE PER LE RIFORME?
Michele Salvati, sul Corriere(1), sostiene una tesi che farà molto piacere a Renzi: la politica italiana è incapace di realizzare le riforme. Queste infatti sono dolorose, hanno bisogno i tempi lunghi per mostrare i loro effetti benefici, e invece la politica ha tempi brevi e soffre della resistenza dei cittadini. Fra l’altro perché sul loro scontento soffia sempre la demagogia delle opposizioni. A parere di Salvati, qualcosa hanno fatto, in momenti d’emergenza, prima Ciampi e poi Mario Monti. Ma non erano dei politici. Ora ci prova Matteo Renzi, e se il “no” prevarrà nel referendum del 4 dicembre, si perderà anche questa occasione. Raramente tesi sembrò meno fondata. 
Lasciamo da parte Ciampi e Amato – quest’ultimo ancora oggi ricordato per un “furto” notturno nelle banche – perché quelle vicende sono ormai lontane, e occupiamoci di Mario Monti, la cui massima opera è stata un notevole aumento della pressione fiscale. Ciò lo ha reso tanto impopolare che – mentre lui credeva di avere acquisito i massimi titoli per la gratitudine nazionale – alle elezioni fu praticamente eliminato dalla vita pubblica. Rimase in Senato soltanto perché beneficiato di un laticlavio regalato dal Presidente Giorgio Napolitano. La stessa riforma Fornero – l’unica cosa utile che fece - sembrò preludere ad una stretta della spesa pubblica, e ad un nuovo modo di governare: ma quel preludio non fu seguito da nulla. 
Qui non si getta la croce su Mario Monti, anche se il personaggio è antipatico. Nessuno avrebbe potuto fare meglio o più di lui perché la malattia dell’Italia è un sistema in cui le entrate (grandissime) non coprono le spese (ancora più grandi) e gli italiani non vogliono rinunciare a nessun vantaggio. Il collettivismo vagamente sovietico è stato digerito dall’intera nazione, e determina una pesante fiscalità che impedisce un’economia sana. Le mille esperienze del passato non riescono a dimostrare che non si tratta di maggiori o migliori interventi dello Stato (per esempio con i famosi “investimenti pubblici”) ma semplicemente di permettere alla gente, tagliando la pressione fiscale, di lavorare, guadagnare e poi spendere. Abbiamo sempre una politica egalitaria, pauperistica, statalista che nel complesso ci sta conducendo al disastro. 
Neanche per la situazione attuale è colpevole il Primo Ministro. Le resistenze sono troppe per chiunque: figurarsi per un leader di quella sinistra che da sempre considera l’intervento dello Stato un dogma incontrovertibile.
La cosa più stupefacente dell’articolo di Salvati è tuttavia un’altra: egli sembra dire che se invece il referendum ottenesse il “sì”, si avrebbero finalmente le riforme necessarie. Salvati è persona intelligente e probabilmente voleva dire altro. Cioè che, se vince il “sì, Renzi e il governo che egli domina diverranno onnipotenti e potranno attuare tutte le necessarie riforme. Ma è sicuro che non incontrerebbero resistenze? 
Il ragionamento starebbe in piedi se il potere avesse il coraggio e la forza di imporsi come una dittatura. Magari una dittatura temporanea e benefica, come quella del tempo della Roma repubblicana. Ma è possibile?
L’Italia non è soltanto una democrazia nelle istituzioni, lo è anche nella mentalità del popolo. Il governo deve tenere conto dell’opinione pubblica e non può fare tutto ciò che vuole, neanche quando ha il potere legale per farlo. Se un provvedimento solleva la protesta dell’intera nazione, deve rinunciarci. In democrazia – soprattutto nella nostra democrazia - è valido quel principio che Montanelli amava tanto ricordare: “Sono il loro capo e dunque li seguo”. 
Perfino un Renzi capo unico del partito unico alla Camera unica si accorgerebbe di non essere onnipotente. Ci potrebbe provare ma – ammesso che evitasse la rivoluzione, e ammesso che riuscisse a completare la legislatura - poi sia lui, sia tutti quelli che gli hanno tenuto bordone, dovrebbero emigrare o darsi alla pastorizia in Sardegna. Tagliare le pensioni a tutti? Dimezzare l’assistenza sanitaria? Chiudere un ospedale su due? Abolire i sindacati? Raddoppiare il numero di alunni per classe e licenziare metà dei docenti? Basterebbe uno solo di questi provvedimenti per scatenare le piazze.
Se nessuno è riuscito a risollevare l’Italia, è segno che la cosa è impossibile. Non si tratta di cambiare le leggi, si tratta di cambiare gli italiani. E non è detto che ci si riesca. Forse, una possibilità potrebbe offrirla la prevalenza del “no”, se questo “no” veramente destabilizzasse l’Italia fino a farla fallire. Forse gli italiani sarebbero costretti dai fatti a cambiare mentalità e modello sociale. 
Nella realtà attuale è invece probabile che neanche il “no” cambierebbe qualcosa. Tutti - inclusa l’Europa, inclusi i mercati, inclusi tutti gli establishment – hanno interesse a rinviare quanto più è possibile il redde rationem.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
novembre 2016
http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_08/malattia-profonda-4eee28be-a508-11e6-b713-5be9dedb2e34.shtml



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POLITICA
9 novembre 2016
PERCHÉ (A MIO PARERE) HA VINTO TRUMP
Una persona che cerca di essere equilibrata deve diffidare dei propri sentimenti. Se vede il figlio giocare al calcio, non deve essere sicuro del proprio parere, in particolare se in contrasto con quello dell’arbitro. Vedere  è un conto, stravedere un altro. E se questo articolo sarà scritto in prima persona, è proprio perché non ha la pretesa di parlare di “fatti”, desidero confessare continuamente di star esprimendo “impressioni personali sui fatti”.
Durante tutta la campagna elettorale americana non ho mai formulato previsioni sull’esito. Elementare prudenza, si dirà. Ma nel mio caso la prudenza è stata accentuata dalla precisa sensazione di non essere imparziale e di avere impressioni talmente forti, da essere pericolose. “Non è che per caso mi stia innamorando delle mie idee?” Del resto, molti di quelli che alle loro impressioni non soltanto davano fiato, ma addirittura le gridavano, mi lasciavano perplesso. 
Innanzi tutto, in occasione delle elezioni, checché dicano i commentatori e i vari guru, ciò che conta non sono le loro tesi, ma il tipo di scheda che gli elettori mettono nell’urna. Tipo che molto spesso non è quello previsto dai competenti. In secondo luogo, molti politologi importanti, nel momento in cui “stramaledicono” un candidato, come è avvenuto con Donald J.Trump, credono di determinarne la sconfitta, e si sbagliano. La stragrande maggioranza degli elettori non legge i giornali, e ancor meno gli editoriali. In questo campo quelli che si rendono più ridicoli sono i commentatori stranieri. Gli americani già non si informano seriamente con i loro media, figurarsi con quelli scritti in lingua per loro straniera. 
Ma ciò che mi ha soprattutto sbalordito, sin dall’inizio di questa vicenda, è stato la sensazione che mi hanno dato, Hillary Clinton e tutti quelli che l’hanno sostenuta, di non aver capito il senso della campagna elettorale. Stavano a contestare lo stile di .Trump, la validità delle sue affermazioni, il suo passato di uomo normale (e dunque reprensibile, sia nel linguaggio che nei comportamenti sessuali), le sue gaffe, e non badavano affatto alla materia del contendere. Per una volta, non si discuteva della politica interna od estera degli Stati Uniti e neppure – seriamente, quanto meno – di politica economica: si discuteva del giudizio da dare dello statu quo e della politica “alla Obama”. I democratici credevano che presentandosi come “affidabili”, “garanti della continuità e della competenza”, insomma come “rappresentanti dell’establishment”, non avrebbero potuto che vincere, contro il pagliaccio con i capelli gialli. Mentre il suddetto, avendo capito (o “sentito”, ma poco cambia) che la gente era stanchissima dell’establishment, non ha fatto nulla per integrarsi ad essa. Anzi, le si è opposto in tutti i modi – con le parole, con gli eccessi, con le gaffe, con gli insulti, perfino – perché questo era il suo unico messaggio. Non il cambiamento di Obama, vago e buonista, e dunque sostanzialmente nessun cambiamento, ma una rabbia rivoluzionaria contro l’esistente. Cioè un vero cambiamento. Che magari non si avrà, ma è ciò che lui ha promesso.
Ecco perché non ho scritto prima tutto quanto precede. Perché vedendo comparire sul palco, a fianco di Hillary Clinton, il Presidente Obama e sua moglie, Madonna e Bill Clinton, e tutte le grandi star di Hollywood, mentre nel frattempo tutti i benpensanti indignati del mondo, al seguito del New York Times, sputavano veleno su “The Donald”, mi chiedevo se fossi cieco io o fossero ciechi loro. Come non capivano che più accumulavano ricchi e celebrità a favore della Clinton, e più l’affossavano, perché Trump si presentava come rappresentante di quelli che non avevano voce in capitolo? I votanti cui si rivolgeva erano quelli che non erano inclusi nell’establishment vincente, coloro che erano certamente più numerosi dei rappresentanti della upper class ricca, buonista e politically correct. Quelli che magari avevano votato un giovane senatore di colore per rompere il tradizionale dominio dei White Anglo-Saxons Protestants e se ne erano pentiti. Quelli che ora erano ancor meno disposti ad una nuova avventura, anzi rottura, votando una donna. 
È vero, gli americani hanno votato per cambiare rotta. Se sarà la rotta giusta, e se il nuovo presidente – sostenuto da un partito che non l’ha sostenuto – riuscirà ad imboccarla, sarà tanto meglio. Se non ci riuscirà, o sarà business as usual (e sarà stato “Tanto rumore per nulla”) oppure addirittura tutto volgerà per il peggio. Ma non è detto che, nel lungo termine, sia un male. Da decenni – lo vediamo in Europa – siamo sulla strada sbagliata ed è tempo che si comprenda che c’è molto, molto da cambiare, nel mondo sviluppato.
Che è poi la ragione per la quale, stramaledetto anch’io, avrei votato per Trump, che mi era meno antipatico della saputella e sotterraneamente arrogante signora Clinton.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
novembre 2016
Questo articolo è pubblicato a mezzogiorno perché prima il sito non è stato accessibile. Leggere la nota in rosso a lato.
G.P.



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POLITICA
8 novembre 2016
IL COCCODRILLO ATTENDE HILLARY O DONALD
  Il coccodrillo è un rettile, ma non è soltanto questo: è anche un articolo scritto per il caso, o in previsione, della prossima morte di una persona importante. Andreotti è morto vecchissimo ed ha avuto una vita piena di avvenimenti importanti. Se fosse morto mezz’ora prima della “chiusura” dei giornali, non si sarebbe mai avuto il tempo di raccogliere tutti i dati per scrivere un articolo adeguato all’avvenimento. Per questo, mentre il grande uomo politico era ancora in vita, quell’articolo lo si scriveva in anticipo. Così, se poi fosse morto al momento sbagliato, sarebbe bastato aggiungere il giorno e l’ora, utilizzando il famoso “coccodrillo”, animale in questo caso dalle lacrime pre-versate.
Qualcosa del genere avviene anche con avvenimenti come quello dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Vincerà solo uno dei candidati, ma per essere all’altezza di ciò che si aspettano gli elettori, bisognerebbe avere due “coccodrilli”, anche privi di lacrime, visto che non si tratta di morire. E dunque, ad elezione conclusa, buttarne uno, con tutta la fatica che si era fatta per scriverlo. Cosa veramente fastidiosa, soprattutto se non si è pagati neppure per quell’unico che si pubblica.
I grandi avvenimenti incerti nel risultato, ma non nella data, hanno il difetto di tenere talmente col fiato sospeso, che alla fine si raggiunge uno stato di spossatezza che somiglia al disinteresse. Ma somiglia soltanto. Se uno partecipa al concorso per divenire magistrato, sa che, nel momento in cui apprenderà il risultato, gli si dirà se, dopo anni ed anni di studi, sarà un giudice oppure avrà perso il suo tempo e dovrà trovarsi un altro mestiere. Il bivio è talmente doloroso che perfino se il risultato è positivo, la notizia tramortisce. Si ha bisogno di tempo per digerirla. E soprattutto diviene difficile eliminare dall’animo l’ipotesi che non si è realizzata.
Immaginiamo che nell’elezione americana vinca Donald J.Trump: non è che sia facile convertire nel giro di un paio d’ore l’immagine di Hillary Rodham Clinton – possibile primo presidente donna degli Stati Uniti – in quella di un’anonima senatrice, o semplicemente moglie di un ex Presidente. Per giunta, il passato ci insegna che il candidato sconfitto ben raramente rimane nella memoria. Quanti ricordano ancora Hubert Humphrey, Barry Goldwater o Michael Dukakis? Eppure anche per loro ci si chiese a lungo se non bisognasse abituarsi all’idea che quelli fossero il nome e il cognome del nuovo presidente.
In questo duello non si vince o si perde “qualcosa”, si vince o si perde “tutto”. Ed è per questo che chi non ha l’anima del Maramaldo già da oggi vorrebbe consolare chi perderà, e in cuor suo si prepara a dirgli: “Ti sei battuto bene”, “Non è andata”, “Sei ancora giovane, ci puoi ancora provare”. Ma quest’ultimo conforto non vale né per Trump né per la Clinton. Non sono più ragazzini. Anche se come perdita non sarà certo epocale. In molti domina il sentimento di tristezza che non soltanto abbiamo già avuto otto anni di Barack Obama, ma possiamo essere sicuri che ci aspettano almeno quattro anni di Hillary Clinton o di Donald Trump. “Trump” in inglese significa briscola, e invece oggi i due candidati sono soltanto due scartine.
Come canta un famoso inno inglese, “God bless America”, che Dio benedica l’America. Con la migliore acqua lustrale che ha.
Gianni Pardo, pardo
nuovo@myblog.it
novembre 2016.



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POLITICA
7 novembre 2016
DIO NON SEGUE LA MODA
Non si può desiderare d’avere la fama di Bastiàn Contrario. Chi dà sempre ragione alla maggioranza è un conformista ma chi, troppo spesso, non è d’accordo, potrebbe avere ragione soltanto se la maggioranza fosse composta da imbecilli. E questo è improbabile. 
Non lo si dice per mostrarsi moderati, è matematico: la maggioranza è essa stessa il metro dell’intelligenza umana media. Chi dicesse che quel livello è basso starebbe soltanto mettendo sé stesso al di sopra dell’umanità. E ciò potrebbe non piacere agli dei. 
Il nostro Bastiàn Contrario corre dei rischi e può soltanto giustificarsi dicendo che è “Contrario” ma non pretende di avere ragione, ed è disposto ad accogliere le contestazioni con serenità ed animo sgombro. La discussione a volte ci arricchisce ed è comunque sempre un modo per passare il tempo con gli amici. 
Confortato da queste considerazioni, ecco la notizia, come la riporta il Corriere della Sera(1).
“Il Vaticano condanna le affermazioni andate in onda su Radio Maria riguardo al terremoto come «castigo divino» dopo le unioni civili. «Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede», deplora mons. Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato, interpellato dall’Ansa. Becciu ha spiegato che si tratta di affermazioni «datate al periodo precristiano e non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo». «I terremotati ci perdonino, a loro solidarietà del Papa»”.
La prima cosa da dire è che la questione è più seria di quanto non sembri. La Dottrina non insegna che le catastrofi siano sempre mandate da Dio, ma neppure che esse non lo siano mai. Quest’ultima affermazione del resto sarebbe contraddetta dalle dieci piaghe d’Egitto che certo non furono un evento naturale. Dunque, perché scandalizzarsi? Forse, in quest’epoca buonista, non sarà politically correct parlare di un Dio in collera che fa morire migliaia di persone, indiscriminatamente: ma l’inopportunità non riguarda la teologia. È soltanto un dato politico. E certo nessun credente oserà mettere in dubbio la Bibbia. 
Sia detto al passaggio, l’ipotesi del terremoto come punizione divina è stata lungamente e ironicamente discussa da Voltaire nel “Poème sur le désastre de Lisbonne”. Ricordiamo che nel 1756, per quel sisma, in quella sola città si ebbero fra le 60 e le 90.000 vittime.
Nella teologia la possibilità di un “castigo divino” è tutt’altro che esclusa. Il concetto di “collera divina” si incontra lungo tutto l’Antico Testamento. È vero che oggi non si ama parlarne, perché certe cose sono “contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo”, come dice Mons.Becciu: ma l’alternativa sarebbe rinnegare la Bibbia come parte della Rivelazione.  E così ci si metterebbe perfino contro Cristo il quale – sarebbe inutile ricordarlo al Monsignore – ha ripetutamente dichiarato di essere venuto non per negare la legge mosaica, ma per confermarla. La “collera divina” contrasta forse con le idee di Mons.Becciu, non con quelle di Gesù. 
La parola “Antico Testamento” significa “Patto fra Dio e gli uomini”. E questo patto fu rinnovato da Cristo – ecco perché si parla di “Nuovo Testamento” - senza rinnegare l’“Antico”. E come qualunque patto include diritti, obblighi e sanzioni. 
Tutta la religione ha come condizione essenziale questo rapporto. Se Dio non si interessasse degli uomini, se non influisse sulla loro esistenza (ecco che cosa significa il dogma della Divina Provvidenza) la preghiera non avrebbe senso. A che scopo parlare a qualcuno per il quale è come se noi non esistessimo? A che scopo invitarlo a mutare i suoi propositi in nostro favore (“dacci oggi il nostro pane quotidiano”) se Egli non influisse in nessun caso sulle nostre vite? A che scopo invitarlo a perdonarci i nostri peccati (“rimetti a noi i nostri debiti”) se non dovessimo temere la Sua punizione? I testi sacri rigurgitano di “miserere”, di “mea culpa”, di richieste di clemenza. Anche per evitare l’inferno, la cui esistenza è un dogma. L’inferno rappresenta la massima ed eterna manifestazione della collera divina.
Qualcuno dirà che, eventualmente, la punizione divina potrà aversi nel Purgatorio. E sia. Ma ciò non esclude che possa aversi in questa vita. Quando Dio fece richiudere il Mar Rosso sugli inseguitori egiziani degli ebrei, fece morire migliaia di soldati incolpevoli, che erano ben vivi. Soltanto perché Dio era intenzionato a punire subito gli egiziani e il loro Faraone.
Padre Giovanni Cavalcoli si sarà espresso con parole e concetti fuori moda, ma non è un eretico. Dal punto di vista teologico ha perfettamente ragione. Non si può chiedere a Dio di seguire la moda della political correctness.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 
(1)http://www.corriere.it/cronache/16_novembre_04/vaticano-deplora-radio-maria-offensiva-scandalosa-mons-becciu-774259f8-a2b4-11e6-9bbc-76e0a0d7325e.shtml




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POLITICA
6 novembre 2016
DEMOCRACY IN ANGER
Per decenni, anzi per secoli, il mondo è stato abituato a considerare la democrazia americana solida e pacifica. Gli avversari politici si scambiano colpi feroci ma quando l’arbitro alza il pugno del vincitore, i due si abbracciano fraternamente. Nel sentimento della gente, oltre che per lo spirito democratico, questo comportamento era dovuto ad un obbligo di magnanimità. Il vincitore aveva il dovere di evitare la iattanza, e nei “western” lo spaccone che all’inizio del film si fa forte dei suoi soldi, della sua abilità con la pistola o dei suoi accoliti, finisce inevitabilmente umiliato, quando non ucciso. Il vinto a sua volta ha il dovere di riconoscere lealmente la vittoria del più forte, e dargliene atto. Chi contesta la sconfitta, o mostra di soffrirne troppo, è un “bad loser”, uno che non sa perdere. 
L’attuale campagna presidenziale fa eccezione. In passato ci sono stati candidati “indipendenti”, cioè non sostenuti da nessuno dei due grandi partiti, ma sono stati considerati personaggi di disturbo, un’eccentricità del sistema, un fenomeno destinato ad esaurirsi nelle prime battute della campagna. Un nome per tutti: Ralph Nader. L’alternanza era prevista ed accettata, con un limite: gli americani erano liberi di scegliere il candidato di loro maggiore gradimento, ma soltanto fra i due “ufficiali”. Gli altri non contavano. E ciò dimostra che l’America non era preparata al fenomeno Donald Trump, che rappresenta un’assoluta novità. 
Il magnate di New York ha cominciato la campagna senza il sostegno morale, politico e soprattutto finanziario del Partito Repubblicano. Visti gli altissimi costi della politica statunitense, ciò avrebbe tagliato le gambe a chiunque, ma non ha scoraggiato Trump il quale, straricco di suo, ha affermato sin da principio che si sarebbe finanziato da sé. La cosa avrebbe dovuto essere preoccupante, già allora, perché chi è indipendente economicamente lo è anche politicamente, per quanto riguarda il Grand Old Party o il Partito Democratico. Ma il GOP non si preoccupava. Secondo la tradizione, Trump sarebbe stato il candidato di disturbo che uno dei candidati del partito avrebbe fatto fuori sin dalle prime battute. 
Ma presto si è visto che non andava così. Colui che era destinato a perdere, non faceva che vincere, fino a passare da personaggio folcloristico a pericolo reale. A quel punto il suo stesso partito ha tentato in ogni modo di sbarrargli la strada, ma più si accaniva contro di lui, più Trump vinceva. Fino ad arrivare trionfalmente alla candidatura. Alla sua personale candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. 
Il Partito Repubblicano si è seriamente allarmato. O si rassegnava a perdere le elezioni oppure rischiava di avere un Presidente che non era espressione del partito. Ma soprattutto si allarmava l’intera America politica. Perché il messaggio di fondo di questo outsider di successo era la contestazione dell’establishment sia dell’uno, sia dell’altro partito. Trump ha irriso la political corretness, l’ipocrisia, la demagogia, le genuflessioni dinanzi ai principi accettati, magari molto nobili ma a spese del popolo. Proprio per questo Trump si è trovato contro tutti: i maggiorenti repubblicani e democratici, i grandi giornali, gli attori di Hollywood, gli intellettuali, gli europei, la lista è infinita. Per lui c’era soltanto una gran parte del popolo americano. Quello che a lungo non aveva avuto voce, non aveva avuto il diritto di dire “basta”, e in nome della political correctness non aveva avuto il diritto di difendere i propri sentimenti e i propri interessi.  
È forse questo l’errore che ha permesso a Trump di progredire malgrado tutti gli ostacoli che sono stati messi sulla sua strada. La gente non ha pensato: “Se il New York Times gli va contro significa che è un gaglioffo”; ha pensato: “Se il New York Times gli va contro, vuol dire che teme per i propri interessi. Ma gli interessi del New York Times sono forse i miei?” “Gli attori di Hollywood sono in maggioranza contro di lui? Certo, fanno parte dell’establishment. Dei ricchi. Se fossero disperati come noi, vedrebbero Trump diversamente”. Trump quanto meno rappresentava il cambiamento. 
Già, il cambiamento. Quello stesso “change” di cui Obama ha fatto una bandiera senza poi cambiare niente di sostanziale. E fa talmente parte dell’establishment che oggi, senza la minima preoccupazione di apparire super partes, fa campagna elettorale per Hillary Clinton. Se per molta gente un cambiamento c’è stato, con Obama, è che prima l’America contava, nel mondo, ed ora chi conta è Putin.
Rimane dimostrato che l’America ha il mito del singolo vincente contro i molti, ma il suo establishment politico rigetta questo mito. Invece Trump lascerà una traccia perché ha meglio capito la temperie storica. Che vinca o perda, ha reso evidente che gli americani sono in grandissimo numero stanchi del conformismo buonista ufficiale. Chiedono franchezza, coraggio, realismo e soprattutto un’efficace protezione dei loro interessi. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 6 novembre 2016 




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POLITICA
5 novembre 2016
BREXIT, AL VIA PER UN ALTRO GIRO
I fatti sono noti. David Cameron, come molti uomini politici avventati del passato e del presente, pensava di “vincere facile”. Dunque ha convocato un referendum per chiedere ai britannici se volessero permanere nell’Unione Europea o lasciarla. Si sa come sono andate le cose. L’imprevista vittoria della “Brexit” ha mostrato un Paese diviso e spaventato del suo stesso coraggio. Cameron si è dimesso e Theresa May, che lo ha sostituito, ha risposto ai tentativi di rimettere in discussione il risultato con britannica chiarezza: “Brexit means (significa) Brexit”. E si è apprestata ai negoziati con l’Unione per i particolari tecnici. 
Ma ora la Corte Suprema inglese ha dichiarato che, essendo consultivo, e non vincolante, il referendum non è sufficiente per determinare la Brexit. La decisione deve prenderla il Parlamento. Se il governo intavolasse negoziati con Bruxelles per lasciare l’Unione lo farebbe su mandato del popolo, ma non del Parlamento: mentre la democrazia inglese è rappresentativa, non diretta. La volontà del popolo si deve esprimere per bocca dei parlamentari. Questi potranno benissimo confermare o no la “Brexit”, ma soltanto il loro voto legittimerà il governo al comportamento conseguente. 
Noi italiani, abituati a discutibili intrusioni della politica nella giustizia, abbiamo subito letto questa decisione della Corte come l’avremmo letta in Italia: questi vecchioni sono contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa e la bloccano col loro potere, violando i sacri principi consacrati da Montesquieu. Ma non è detto che questa interpretazione sia corretta: la magistratura britannica gode di un prestigio che quella italiana neppure sogna. Può dunque darsi che abbia soltanto applicato la legge. 
La differenza fra un referendum vincolante e un referendum consultivo è che col primo i votanti decidono, col secondo esprimono un parere. Nel primo caso il voto è decisivo, nel secondo il Parlamento può tenerne il conto che vuole. Ma l’opinione dei cittadini ha un grande peso e in un caso come quello inglese, chi si sentirebbe di votare contro l’opinione del popolo? Certo è tuttavia che, se lo facesse, agirebbe ancora nell’ambito della legalità. 
Il passaggio in Parlamento è necessario, quand’anche si risolvesse in una verifica della volontà popolare. Non diversamente da come, anche in Italia, l’iter di una nuova legge non è completo finché il provvedimento non è firmato dal Presidente della Repubblica. 
In conclusione, l’affermazione che il referendum non ha la forza di determinare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea non soltanto è valida, è assolutamente incontrovertibile. Rimane soltanto da vedere se essa sia il frutto di una sana e utile applicazione della legge, o di un escamotage per frustrare la volontà popolare, come è avvenuto tante volte con i nostri referendum.
La democrazia diretta è quella in cui i cittadini si riuniscono in piazza e tutti decidono. Oggi è un ideale assurdo. Il sistema poteva funzionare nella Grecia antica dove ogni città era uno stato, dove moltissimi cittadini non votavano (perché donne, perché non cittadini a pieno titolo, o semplicemente perché contadini lontani dalla città) e la piazza riusciva a contenere un accettabile numero di votanti. Ma è concepibile per l’immensa e popolatissima Cina? In uno stato moderno la democrazia non può che essere rappresentativa. I cittadini eleggono i loro delegati (è questo che significa la parola “deputati”) e costoro agiscono e votano in loro nome. E una volta che si è stabilito questo principio non si può più scegliere un’altra strada. Decide il Parlamento, a meno che, eccezionalmente, e per sua volontà, non deleghi la decisione allo stesso popolo, con un referendum vincolante. Se invece il referendum è consultivo, si rientra nella regola. Ed è il nostro caso. E fra l’altro, la cosa ha un senso. 
Immaginiamo che il referendum consultivo – magari convocato per motivi demagogici, essendo stupidamente sicuri di un certo esito – abbia dato un risultato opposto, la cui applicazione sarebbe nociva per il Paese. In questo caso – in nome del bene della patria – i parlamentari possono benissimo non dare corso a quel parere. Del resto, la nostra stessa Costituzione non è sicura che l’obbedienza al volere dei mandanti – i cittadini – corrisponda sempre al bene della nazione. E infatti solleva i delegati dal dovere di obbedirgli costantemente. Ecco l’art.67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Il vincolo di obbedire alla volontà del mandante. Ed è probabile che le cose stiano così anche nel Regno Unito.
Tutto ciò spiega perché, in termini di diritto, la Corte Suprema inglese ha deciso bene - per qualunque motivo sostanziale l’abbia fatto - e in termini politici il Parlamento è ancora libero di decidere a favore di “Brexit” o a favore di “B-remain”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 5 novembre 2016-1019




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POLITICA
4 novembre 2016
L'ITALIA IN CRISI POTREBBE METTERE IN CRISI L'EUROPA
Un articolo della Welt. Due passaggi sono stati riassunti.

L’economia italiana zoppica, i numeri fanno paura. Il Paese è attualmente il massimo elemento di rischio per l’eurozona. I giovani si sentono defraudati del loro futuro. Si arriverà all’Italexit?
Il Primo Ministro Matteo Renzi non se l’era certo immaginata così: che l’Italia prendesse il ruolo di leader nell’eurozona. Ma nel modo più negativo e preoccupante.
Il Primo Ministro – che sembra così dinamico – non contribuisce con nuove iniziative a rendere più stabile la moneta unica e a rendere più unita l’Europa, e al contrario il suo Paese minaccia di divenire l’epicentro di una nuova eurocrisi. Per ora le conseguenze si sono realizzate in segreto, ma i segnali si moltiplicano tanto che ci aspetta un più grande “Bang”.
Brano sul referendum, come motivo d’incertezza.
I dubbi aumentano. La terza economia dell’Eurolandia come caso dubbio ha appena sottratto alla Grecia costantemente in crisi il primo posto. È ciò che rendono chiaro gli ultimi dati della società di analisi Sentix, che ogni mese misura la tenuta dell’unione monetaria. 
E poi in ottobre è avvenuto qualcosa di enorme: per la prima volta nella storia i manager finanziari internazionali reputano l’abbandono dell’Italia, membro fondatore dalla comunità, più verosimile della Grexit, l’uscita della Grecia. Il rischio di un Italexit, come chiamano gli investitori questa separazione dell’Italia, viene ora da loro valutato al 9,9%, mentre il pericolo della Grexit rimane soltanto all’ 8,5%.
Gli indici di Sentix mettono in cifre quanto i mercati finanziari valutano le possibilità che un membro dell’unione monetaria entro un anno lasci l’euro. Quanto si sia aggravata la situazione a sud delle Alpi non si ricava soltanto dalle preoccupazioni degli investitori. Ultimamente anche la fuga di capitali dall’Italia si è notevolmente accelerata. Secondo la Banca d’Italia le passività di quel Paese meridionale nei confronti del resto dell’eurosistema hanno raggiunto l’ammontare record di 354 miliardi di euro. Perfino nel momento più acuto della crisi europea del 2012 la nazione non ha vissuto nessun simile deflusso di liquidità. 
Gli osservatori si mostrano innanzi tutto preoccupati dall’ultimo sviluppo. Dal momento del voto sulla Brexit le prospettive di passività dell’Italia si sono dilatate dell’enormità di 78 miliardi di euro. Il crescente saldo negativo è un chiaro indizio che i sostanziosi mezzi della Banca Centrale Europea defluiscono immediatamente verso l’estero, invece di operare utilmente per l’economia domestica. 
Lo stimato economista ed ex Capo dell’Ifo Hans-Werner Sinn considera le prospettive di bilancio come un grande misuratore per la salute dell’unione monetaria. In una conversazione con la Welt recentemente Sinn ha ammonito: “La metà degli italiani vuole uscire dall’euro, e questo è il valore più alto di tutti i Paesi europei, nei quali negli ultimi tempi è stata posta questa domanda”.
Non importa se si guarda all’élite o agli elettori, lo scetticismo nei confronti dell’euro diviene sempre più grande. Infine, secondo Sinn, non è soltanto ultimamente che l’establishment italiano è sempre più scettico, per quanto riguarda l’euro. “Berlusconi già nel 2011 aveva cominciato negoziati segreti per un abbandono dell’euro, perché egli ed altri rappresentanti dell’economia non vedevano più altra alternativa”, dice l’importante economista. 
I numeri fanno spavento.  Dal momento dell’ingresso nell’euro, nel 1999, l’Italia per così dire non è più cresciuta. E dopo tutto l’economia non si è mai veramente ripresa dalla crisi finanziaria. Ancora oggi l’industria italiana produce quasi un quarto di meno di quanto producesse nel 2007. La disoccupazione giovanile è alta quanto forse in nessun altro posto nel mondo. Quasi il 40% dei giovani non hanno un lavoro. E i giovani si sentono dipendenti dai più anziani. Fra i venti e i trent’anni il pericolo di non avere nessun lavoro è quasi quattro volte più alto che nel complesso delle persone che cercano un lavoro. Un valore negativo che nell’eurozona non ha confronti. 
Un ulteriore grande freno per l’economia nel suo complesso è il consunto sistema bancario. Dopo due decenni perduti, con molti fallimenti di imprese ci sono crediti inesigibili che marciscono per un volume di 360 miliardi di euro, nei libri degli istituti di credito.
Secondo i calcoli dei fondi monetari internazionali i crediti inesigibili attualmente raggiungono l’80% del capitale proprio. Ciò trattiene gli istituti dal concedere crediti ad imprese anche molto promettenti. L’economia è minacciata dal circolo infernale della stagnazione. 
Fino agli anni Novanta l’Italia poteva difendere la propria competitività attraverso la svalutazione della moneta nazionale.  Soprattutto in questo modo si potevano sempre correggere gli alti costi dei salari. Ma all’interno della struttura dell’euro questo non è più possibile. La moneta comune è percepita da un sempre maggiore numero di italiani come una camicia di forza, che soffoca l’economia italiana. 
Renzi cerca con un ambizioso piano di riforma si imitare la Germania. Ma non esistono le condizioni perché ciò si realizzi. E il referendum è importante per l’Europa perché potrebbe assestare un grave colpo all’eurozona. Ma dopo tutto potrebbe non andare così male. 
Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo
https://www.welt.de/finanzen/article159203232/Jetzt-ist-der-EU-Austritt-Italiens-wahrscheinlicher-als-ein-Grexit.html




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