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POLITICA
9 febbraio 2010
IL DISSENSO SULL'ABORTO
 “Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Ci sono problemi che non permettono soluzioni senza controindicazioni: per esempio l’interruzione volontaria di gravidanza in caso di dissenso nella coppia. Per discuterne adeguatamente bisogna prescindere totalmente dal lato morale e giuridico della questione e vederlo solo dal punto di vista degli interessati.
Un dato di base è che il concepimento dell’essere umano avviene nel corpo della donna, prosegue nel corpo della donna fino al parto e si conclude con l’allattamento al seno della donna. Per molto tempo si è dunque pensato che il figlio fosse molto più della madre che del padre ma era un errore: dal punto di vista del DNA, il bambino è esattamente figlio per metà della madre e per metà del padre. Dunque, se si bada al corredo genetico, i genitori hanno gli stessi diritti; se invece si bada alla fatica della gravidanza, ai dolori del parto e alle maggiori cure parentali richieste alla madre, la donna è quella che “paga” di più. E dunque ha più diritti.
Il problema è: quale norma adottare, in caso di dissenso nella coppia, a proposito di aborto?
I casi da ipotizzare sono due: lui vuole, lei non vuole; lui non vuole e lei vuole.
Se l’uomo vuole il figlio e la donna non lo vuole, l’uomo può dire che, per quanto la gestazione e il parto siano interamente a carico della donna, se si sopprime il feto si sopprime anche una spes hominis, una speranza di essere umano che sarebbe per metà assolutamente sua. Del maschio. In perfetta parità. Sarebbe comprensibile che la donna, per non dover partorire e il resto, sopprimesse la sua metà, ma di fatto sopprimerebbe anche la metà che non le appartiene. Né l’uomo ha la possibilità di farsi carico dei fastidi che lei vuole evitare – cosa che farebbe volentieri – perché la fisiologia glielo vieta. La conclusione sarebbe: “Non hai il diritto di impedirmi di essere padre, non hai il diritto di sopprimere quello che un giorno sarebbe mio figlio”.
La donna potrebbe rispondere che di fatto la parità, nel mettere al mondo un figlio, è del tutto illusoria. È vero che, per ragioni fisiologiche, l’uomo non può occuparsi della gestazione e del parto, ma è anche vero che questa impossibilità gli toglie ogni problema e lo lascia interamente a lei, alla donna. E finché le cose stanno così, nessuno può imporle un attacco alla sua fisiologia, nessuno può imporle i dolori del parto ecc. In altri termini, la maggiore quantità di fastidi, problemi e dolori che ha la donna, dovendo avere un bambino, dà a lei una prevalenza nel diritto di decidere: anche perché l’uomo decide di avere un figlio, e glielo consegnano bell’e fatto in clinica, mentre la donna lo deve portare in grembo per mesi, deve imbruttirsi, star male, e infine avere i dolori e – perché no? – i problemi e i rischi del parto. Dunque potrebbe dire: “Non ha diritti sul mio corpo. Non siamo uguali e sul mio corpo decido io”.
Se invece la donna vuole il figlio e l’uomo non lo vuole, il discorso si fa più semplice. Lei può dire: “Ai miei fastidi ci penso io” mentre lui può solo obiettare: “Non intendo assumermi i doveri di un padre”. A questo punto lei potrebbe rispondere che poteva pensarci prima e lui potrebbe ricordarle che non l’aveva avvertito di essere fecondabile o – peggio – che non si poteva prevedere che il preservativo si lacerasse. Discussione acida e infinita che si concluderebbe con un parto. Questo è il dato di fatto, ma bisogna chiedersi: è legittimo, è morale mettere al mondo un bambino che il padre non ama da prima che nasca? È legittimo, magari per un accoppiamento dovuto a spensieratezza, incatenare per sempre un uomo a una donna, anche in mancanza di un serio legame affettivo?
Quale può essere la soluzione? Difficile dirlo. Ogni opinione si scontra contro obiezioni di grande peso. Qualcuno potrebbe dire che, nel dubbio, si dovrebbe sempre dar retta a chi vuole che il bambino nasca: ma si è detto che questa discussione deve prescindere dal dato morale. E comunque realisticamente bisogna ricordare che, se di morale si discute in un articolo, molto meno ci se ne occupa nel momento in cui un uomo o una donna non vogliono avere un bambino.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 febbraio 2010

POLITICA
8 febbraio 2010
ILLUMINATEMI
Ognuno ha i suoi difetti, ma fra i peggiori ci sono quelli che l’interessato considera una virtù. Io per esempio sono molto vicino a considerare la pigrizia una virtù. Del resto, dico: se Hitler fosse stato un pigro, avrebbe fatto tutto quello che ha fatto?
Forte di questo mio difetto, non essendo disposto a seguire da vicino ciò che ha detto quel tale Ciancimino, chiedo a chi fosse meno pigro di me: che prova ha portato delle sue rivelazioni? Più esattamente, prove diverse da “mi hanno detto”, “ho sentito dire”, “ho letto che”, “il tale, oggi defunto, mi assicurava che”. Cioè affermazioni che non siano “de relato” e che posseggano riscontri obiettivi (prove documentali o testimonianze di persone disposte a venire in aula a rischiare un’imputazione per calunnia.
Comunque, facciamola breve: qualcuno può indicarmi le prove delle affermazioni di questo chiacchierone?

CULTURA
8 febbraio 2010
FONTI VALIDE E FONTI INVALIDE
Dal forum Scioglilingua, del Corriere della sera.
A Paolo Fai posso dire che io sarei il suo allievo ideale. Tengo sei dizionari di quattro lingue costantemente accanto a me, più sei o sette di vario genere nella stanza, dal momento che accanto a me non c’è più posto. Poi, accanto al letto, mi contento di tre dizionari e delle “Garzantine”.
Per “m’intriga” lei è libero di usare le espressioni che vuole. Mi rende perplesso, però (“m’intriga?”), il senso che lei dà a quel verbo. Lei dice: “mi coinvolge”, “mi riguarda”, per me significa “m’incuriosisce e mi rende perplesso”. Il Boch, per il francese “intriguer” (nel senso B) dà come senso “incuriosire” “insospettire” ed anche “preoccupare”. Lo Zingarelli dà “affascinare, interessare stuzzicando la curiosità”, mentre il Devoto Oli neppure riporta questo uso del verbo, che evidentemente non ritiene italiano.
Per Carlo. Lei fa benissimo a rilevare le sciatterie, ma non sono d’accordo sul rifiuto dell’ “ignoranza, come valida fonte dell’evoluzione”. Non c’è una fonte “valida” e una fonte “invalida”. Anche l’ignoranza, se un uso errato si afferma, è fonte di evoluzione. Questo non vuol dire che bisogna adottare con entusiasmo gli errori: significa soltanto che, alla lunga, se gli italiani hanno deciso di esprimersi in un modo è inutile ricordare loro che bisognerebbe esprimersi in un altro. Infine non credo che si possano reputare i giornalisti del TG “fonte autorevole”. Come dice lei, commettono troppi errori, per questo. Sono molto più autorevoli parecchi frequentatori di questo forum.


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CULTURA
8 febbraio 2010
KEEP SMILING
Ogni errore sembra incredibilmente stupido, quando lo commettono gli altri.
Nessun sacrificio è troppo grande, quando lo sopportano gli altri.
“Mors certa, hora incerta”. Che c’è scritto su questo orologio? Che non dice l’ora esatta.
È saggio chi non si aspetta gratitudine. Non è ringraziato, ma almeno non è deluso.
Una buona automobile, se ben curata, dura molto a lungo. Solo quando si comprano quattro pneumatici nuovi cade improvvisamente in pezzi.
Qualunque cosa accada, c’è sempre qualcuno che sostiene che essa si è svolta secondo la teoria che egli aveva prima formulato.


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POLITICA
7 febbraio 2010
L'IDV FA FINTA DI ESISTERE
Seguire seriamente un convegno di partito – e per giunta di un partito come l’Italia dei Valori – non è impresa da tutti. I più pigri si fermano ai titoli dei giornali anche perché, per leggere per intero il discorso di Di Pietro, bisognerebbe farselo tradurre.
Comunque, la sostanza è chiara. Quel partito vorrebbe smettere d’essere d’opposizione per divenire di governo. “Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza…”, dice Tonino facendo felice Francesco Saverio Borrelli, ma ora  “Siamo pronti a un altro governo per il Paese”. Dal che si deduce che fino ad ora l’Idv non è andata al governo solo perché prima non era pronta. Ora lo è. Grande cambiamento. Tuttavia qualcuno avrà notato che al governo c’è già qualcuno e Di Pietro riconosce: “Sappiamo che da soli non bastiamo”. Verità tanto imprevista e fulminante da costituire “un grande gesto di umiltà”. Come quello di abbracciare Pierluigi Bersani.
Folklore a parte, l’inevitabile domanda che sorge spontanea è: ma per caso l’Idv dei Valori non è andata alle elezioni come parte di una coalizione? Se vuole andare al governo insieme col Pd non somiglia a qualcuno che dica alla propria moglie: “Ti vorrei sposare”? Che senso ha tutto ciò che ha gridato Di Pietro?
Nell’analisi può soccorrere appunto l’esempio del marito e della moglie. Se, pur essendo sposati, i coniugi hanno litigato di brutto, e interviene una riconciliazione, sarebbe comprensibile che uno dicesse all’altro: “Ripartiamo da zero e vogliamoci bene come quando ci siamo sposati”. Ma in questo caso, c’è stata una lite? A proposito di che cosa? C’è stata una riconciliazione? Su quali basi? Di tutto questo neanche una parola.
Di Pietro, che pure grida invece di parlare, riesce a non essere chiaro. Come non sono chiare le finanze dell’Idv. Se Idv e Pd hanno litigato sulla linea da tenere all’opposizione, o sulla strategia per tornare al governo, chi – ora – ha cambiato direzione, fino ad allinearsi con l’altro? E se c’è stata una convergenza, a che cosa ha rinunciato l’uno e a che cosa ha rinunciato l’altro? O Di Pietro reputa sufficiente, per essere degno di andare al governo, dire che Berlusconi è solo Wanna Marchi e non il Mostro di Firenze?
Per quel che se ne capisce, questo congresso non è servito a niente. E non è servito a niente neanche l’abbraccio con Bersani. Perché, se Di Pietro si piegherà ad essere un gregario del Pd, perderà voti, e se invece il Pd si piegherà ad essere un gregario di Di Pietro, perderà le elezioni. Basti dire che fra i più entusiasti sostenitori del partito, durante questo congresso, ci sono stati dei militanti che si sono dichiarati risolutamente comunisti. Questo significa che Di Pietro convince perfettamente gli estremisti ma dimentica che gli estremisti doc – con credenziali ben più serie delle sue, come Rifondazione Comunista - non sono neppure entrati in Parlamento.
Chi non ha seguito con molta attenzione questo congresso ha fatto bene. Esso è servito soltanto a poter dire che l’Idv è un partito democratico e normale, un partito che ha perfino tenuto un congresso in cui tutti sono stati liberi di applaudire Di Pietro. Anche se Di Pietro non ha detto niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 febbraio 2010

POLITICA
7 febbraio 2010
COME SOMMINISTRARE...
COME SOMMINISTRARE UNA PILLOLA AL GATTO
1)    Prendete il gatto e sistematevelo in grembo come fosse un neonato. Ponete pollice e indice sui lati del suo musetto ed esercitate una pressione delicata ma decisa, finché non apre la bocca. Appena questo avviene, inserite la pillola, chiudetegli la bocca e con la mano destra massaggiate con dolcezza la sua gola per invogliare la deglutizione.
2)    Cercate la pillola in terra, recuperate il gatto da dietro il divano e ripetete le manovre di cui al punto precedente.
3)    Recuperate il gatto dalla camera da letto e gettate via la pillola ormai molliccia ed inservibile.
4)    Prendete una nuova pillola dalla confezione, sistematevi il gatto in grembo e tenete le sue zampe anteriori ben salde fra le dita della mano sinistra. Forzate l’apertura delle fauci e spingete la pillola in bocca con il dito indice della mano destra. Tenetegli la bocca chiusa e contate fino a dieci.
5)    Recuperate la pillola dalla vasca del pesce rosso e cercate il gatto nel guardaroba. Chiamate qualcuno perché vi aiuti.
6)    Inginocchiatevi con il gatto ben incastrato tra le gambe, tenete ben salde le zampe anteriori e posteriori. Ignorate il suo ringhio e dite al vostro aiutante di tenere ben stretta la sua testa con una mano mentre inserisce nella bocca del felino un abbassalingua di legno. Inserite la pillola, togliete l’abbassalingua e sfregate vigorosamente la gola del micio.
7)    Convincete  il gatto a scendere dalle tende e annotate il fatto che bisognerà ripararle, se si troverà la stessa stoffa. Scopate con attenzione i cocci delle statuine di ceramica e del vaso cinese rotto, e cercate nel frattempo di ritrovare la pillola. Mettete da parte i cocci, sperando di poterli incollare più tardi e, se non avete trovato la pillola, prendetene una nuova.
8)    Avvolgete il gatto in un lenzuolo e chiedete al vostro aiutante di tenerlo fermo usando il proprio corpo in modo che si veda solo la testa del gatto. Mettete la pillola in una cannuccia, forzate l’apertura delle fauci del gatto aiutandovi con una matita e infine, usando la cannuccia come una cerbottana, fate arrivare la pillola nella bocca del gatto.
9)    Leggete il foglietto illustrativo del farmaco per controllare che non sia dannoso per gli esseri umani. Bevete un succo di frutta per mandare via il brutto sapore. Medicate il braccio del vostro aiutante e lavate il sangue dal tappeto usando acqua fredda e sapone.
10)    Recuperate il gatto dal garage dei vicini. Prendete un’altra pillola. Incastrate il gatto nell’anta dell’armadio in modo che si veda solo la testa. Forzate l’apertura delle fauci con un cucchiaino. Ficcategli la pillola in gola usando un elastico a mo’ di fionda.
11)    Cercate un giravite nella vostra cassetta degli attrezzi e rimettete a posto l’anta dell’armadio. Medicatevi la faccia e controllate quando avete fatto l’ultima antitetanica. Buttate la maglietta e indossatene una pulita e intatta.
12)    Telefonate ai pompieri per recuperare il gatto dall’albero del dirimpettaio. Chiedete scusa al vostro vicino di casa che rincasando ha sbandato ed ha fracassato la macchina contro il muro per evitare di investire il vostro gatto impazzito che attraversava la strada di corsa. Prendete l’ultima pillola dalla confezione.
13)    Legate le zampe anteriori e posteriori del gatto con una corda e legatelo al piede del tavolo. Cercate i guanti da lavoro e indossateli. Inserite la pillola nella bocca del gatto facendola seguire da un pezzo di filetto di manzo. Tenete la testa del gatto in posizione verticale e inserite due bicchieri d’acqua in modo da assicurarvi che abbia ingoiato la pillola.
14)    Dite al vostro aiutante di portarvi al pronto soccorso, restate seduti pazientemente mentre i dottori ricuciono le vostre dita alla mano ed estraggono i frammenti di pillola dal vostro occhio destro. Sulla strada per tornare a casa fermatevi al negozio di arredamento per prenotare un nuovo tavolo.
15)    Telefonate alla Protezione Animali per vedere se possono prendersi cura di un gatto mutante. Telefonate al più vicino negozio di animali per vedere se vendono criceti.

COME SOMMINISTRARE UNA PILLOLA AL CANE
Avvolgetela in un pezzo di carne.
Rivisto da Gianni Pardo solo per la lingua italiana.


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POLITICA
6 febbraio 2010
MAFIOSI IN LIBERTA'


Nel “pacchetto sicurezza” (legge del luglio 2008), volendo rendere sempre più dura la lotta alla mafia, sono stati previsti reati i quali, nel caso concorrano alcune circostanze, possono portare a condanne severissime. Condanne che solo la Corte d’Assise ha il diritto di infliggere. Sul momento nessuno se n’è accorto e i Tribunali hanno continuato a operare come prima. Ora qualcuno ha fatto notare la loro incompetenza per materia e dovranno quindi essere azzerati, ricominciando da capo, tutti i processi, salvo sia intervenuta sentenza definitiva.

La gravissima conseguenza è che parecchi mafiosi saranno scarcerati per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Rispondendo a questo allarme il ministro Angelino Alfano – sostenuto, per una volta, anche dall’opposizione – ha promesso che il governo “provvederà”: ma non ha detto come, e il nostro sospetto è che non ci sia nessun “come”.

Se la legge prevede organi diversi per reati di diversa gravità, è perché l’imputato che rischia di più è giusto abbia il giudice più affidabile: e infatti la competenza va dal giudice monocratico alla Corte d’Assise. Questa ripartizione delle competenze non è una concessione, è un diritto degli accusati, sancito dai codici a pena di nullità. L’incompetenza dei Tribunali nel nostro caso è un vizio insanabile come sarebbe insanabile una sentenza per omicidio volontario emessa da un giudice di pace.

Sorgono problemi anche per quanto riguarda la distinzione fra reati commessi prima o dopo il luglio 2008. Per i reati commessi dopo, gli imputati devono ovviamente essere giudicati ex novo e ripartendo da zero da una Corte d’Assise. Per i reati commessi prima, dal momento che va applicata agli imputati la legge che preferiscono tra la vecchia e la nuova (crediamo a insindacabile giudizio loro e dei loro avvocati), gli imputati potrebbero chiedere  di essere giudicati non dai Tribunali (come prima) ma ex novo dalla Corte d’Assise, se pure col rischio di subire una condanna più pesante. L’art.2, quarto comma, del codice penale prevede che: “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”. Il loro interesse sostanziale sarebbe quello di essere scarcerati per decorrenza dei termini di carcerazione, il pretesto formale sarebbe quello di avere un giudice di più alto livello. Se ci sbagliamo, siamo pronti ad ascoltare chi ne sa di più.

E non si vede che cosa possa fare il ministro Alfano. Non può estendere in maniera abnorme i termini della carcerazione preventiva, che sono già fin troppo lunghi e non può nemmeno chiedere l’abrogazione del “pacchetto sicurezza” perché gli imputati (di delitti commessi dopo il luglio 2008) avrebbero il diritto di vederselo applicare quand’anche non fosse più legge vigente. A nostro parere – ma siamo pronti a ricrederci – il ministro non può far nulla.

Qualcuno potrebbe fare del sarcasmo su un Parlamento pieno di avvocati ed ex-magistrati che non si è accorto della gaffe, quando ha votato quella legge. Ma per quasi due anni non se ne sono accorti né i magistrati nelle loro aule, né l’opposizione e nemmeno quel partito che della legge penale si è fatto un programma di governo. Se dei mafiosi saranno scarcerati, nessuno se la potrà prendere con nessuno. Il guaio è stato provocato dalla demagogica tendenza al rilanciare sempre nel campo della severità. Da un lato si è fatta passare una legge draconiana, dall’altro si è reputato talmente inverosimile che quei reati fossero di competenza della Corte d’Assise che nessuno ci ha pensato.

In realtà il crimine si combatte molto meglio con la ragionevole certezza di pagare per il male fatto che con l’estrema, ma improbabile, severità della pena.

Se si arresta un mafioso su cento, quand’anche fosse condannato a morte, il racket continuerà. Se invece se ne arrestasse uno su due, o anche uno su tre, e lo si condannasse a soli due anni di carcere, senza 41bis, il pizzo cesserebbe. A volte il problema non è il diritto penale, ma la politica penale. Di controllo del territorio, non di terrorismo giudiziario.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

6 febbraio 2010
POLITICA
6 febbraio 2010
LA RELIGIONE VERDE
L’uomo ha bisogno di credere e la religione risponde a questo bisogno. Oltre a fornirgli una spiegazione del mondo, essa gli assicura infatti che non morirà, che la giustizia prevarrà e che Dio lo protegge. Si capisce così che abbia avuto un enorme successo e infatti l’ateismo è dovunque minoritario e perdente.
Le religioni tuttavia sono molte, si contraddicono e contengono troppi elementi inverosimili. Per conseguenza – anche per l’affermarsi della mentalità scientifica - nei paesi occidentali si è avuto un graduale passaggio alla miscredenza sostanziale. Dal momento però che la decadenza intellettuale di una teoria non fa diminuire il bisogno di religione, dalla fine del Settecento in poi si è avuta una tripla deriva. Il Cristianesimo - da quella concezione del mondo (anche filosofica) che era - è passato ad essere per molti una credenza sentimentale fatta di fratellanza, umanità e consolazione. Cioè si è svuotato dall’interno. Alcuni si sono volti allo scientismo, che offriva anch’esso una visione del mondo ma non scaldava il cuore. Altri infine sono divenuti ferventi del socialismo che, pur non disponendo di una trascendenza, prometteva una palingenesi: la giustizia sociale, la fratellanza e, ovviamente, la prosperità economica. Infine, e siamo nel Novecento, il socialismo è stato sopravanzato dal marxismo che, essendo più radicale, conteneva maggiori elementi salvifici.
Il comunismo, per un secolo e mezzo, ha appassionato milioni di intellettuali, anche se, dove ha preso il potere, è divenuto una dittatura savonaroliana. I risultati concreti però lo hanno screditato inesorabilmente e infine la catastrofe dell’Unione Sovietica lo ha travolto. Così, l’ultimo quarto del Ventesimo Secolo ha visto l’Occidente senza una religione credibile: lo scientismo era morto da tempo, il Cristianesimo era divenuto una forma di religiosità annacquata, i comunisti erano dei nostalgici aggrappati alla loro teoria solo perché è troppo doloroso rinnegare i sogni dell’infanzia: Babbo Natale esiste, io l’ho visto. I più dunque si sono dati ad una sorta di sincretismo in cui confluiscono religiosità (perché inimicarsi Dio, dopo tutto?), socialismo, scetticismo, pragmatismo e soprattutto consumismo. La religione di Candide: bisogna coltivare il nostro giardino.
Una simile posizione – ampiamente filistea – non poteva però bastare ad alcuni giovani e agli idealisti viscerali. Questi, dal momento che le vecchie credenze erano screditate, sentirono la necessità d’inventarne un’altra, ed ecco la Religione Verde: una sorta di panteismo con al centro il pianeta Terra. Gli articoli di fede di questa religione ecologica - ché di questo si tratta (http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=27433&Itemid=46) - sono sorprendenti: l’Uomo è stato legittimato ad esistere finché è vissuto nelle caverne. Con l’antropizzazione del pianeta invece egli è divenuto un abusivo arrogante e nocivo. Dovrebbe dunque smetterla di fare i propri comodi; di servirsi di tutte le risorse; di favorire o distruggere specie vegetali o animali; di consumare l’ossigeno; di aumentare l’anidride carbonica; di cambiare il clima. Egli ha più o meno gli stessi diritti delle zanzare.
Un simile atteggiamento autopunitivo è una tendenza religiosa eterna. Tutti i culti infatti predicano il digiuno, la mortificazione, la povertà. Dio è sempre corrucciato e i suoi adoratori sono sempre colpevoli: miserere nobis. Al massimo si può implorare il perdono. I Verdi, seguendo Rousseau, predicano per questo il ritorno alle origini, ignorando quanto sarebbe scomodo vivere secondo natura.
La venerazione per la Terra incontaminata non è neanch’essa una novità. La maggior parte delle religioni reputa che il mondo è perfetto com’è e che comunque non possiamo migliorare l’opera di Dio. Da questo nasce il misoneismo: l’avversione verso il progresso scientifico, i lavori pubblici, l’energia nucleare, le novità della medicina, gli ogm e tutto ciò che potrebbe farci stare meglio. Per i Verdi solo ciò che è naturale è buono: a momenti anche la peste.
Naturalmente una persona di buon senso sa che se non abbiamo fame, se non abbiamo freddo in inverno e caldo in estate, se moriamo a ottant’anni, è perché la scienza ci ha regalato vantaggi che neanche Luigi XIV sognava di avere. Dunque considera i Verdi soltanto una minoranza rumorosa. Poi, dal momento che della nuova religione non si osa dir male,  fa una distratta genuflessione verbale e tira diritto.
In materia d’ecologia, per le preoccupazioni ragionevoli, bisogna dare ascolto solo agli scienziati classici. Perché discutere con quelli ferventi della nuova religione è del tutto inutile: sono come quegli studiosi cattolici che dichiarano “documenti storici” i Vangeli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 febbraio 2010

POLITICA
4 febbraio 2010
LA PERSONALITA' DEL TERRORISTA
L’omicidio premeditato è quello più severamente punito dal codice perché l’autore non ha giustificazioni, né giuridiche né emotive. L’atto di chi vuole scientemente e freddamente la morte di una persona suscita un fremito di orrore e induce persino a pensare a qualche patologia psichica: anche se a volte si tratta soltanto di callosa insensibilità morale.
Il caso del terrorista non rientra però in questo quadro. Qui il colpevole, anche se progetta ed esegue omicidi premeditati, li commette in incertam personam. Getta la bomba nel ristorante e non ha l’intenzione di uccidere quelle persone e non altre: uccide, secondo il caso, dei bianchi, dei Tutsi, degli israeliani, quale che sia il loro sesso o la loro età. In questo modo crede di riprendere lo schema militare: “Non conosco queste persone e non le odio personalmente. Non uccido loro in particolare: sparo alle loro divise. Certo, dentro ci sono degli esseri umani: ma io combatto una battaglia ed è normale che ci siano dei morti. Domani potrebbero ammazzare pure me e non ne sarei meravigliato”.
È un ragionamento delirante, anche se è seguendo questa linea d’interpretazione che tanta parte dei radical chic non è riuscita a nascondere la solidarietà con le Brigate Rosse. La sinistra dei salotti era contro lo Stato borghese, desiderava distruggerlo e per questo, anche se il sistema della violenza non era quello giusto, quei terroristi erano soltanto “compagni che sbagliano”, non “assassini”. Le vittime? Non importavano: al massimo si poteva discutere l’adeguatezza della strategia rivoluzionaria.
Questo sostanziale incoraggiamento agli assassini è – oltre che delittuoso - immensamente stupido. Il singolo non ha il diritto di dichiarare guerre; e le cose non cambiano se si associa con altri venti spostati. La giustificazione “bellica” è tanto valida quanto quella degli hooligans che cercano di accoltellare i tifosi avversari. E poi i terroristi sono dei vigliacchi, tanto è vero che le Convenzioni di Ginevra non concedono ai corpi in borghese le garanzie che prevedono per i combattenti, proprio perché chi aggredisce a tradimento, presentandosi come un cittadino pacifico, è un traditore della società civile. Un nemico del genere umano avrebbero detto, i Romani.
In democrazia il terrorismo è stupido anche tecnicamente. Dal momento che è previsto il rinnovo periodico delle cariche, basta convincere della propria idea la maggioranza dei votanti, in libere elezioni, e il regime che si odiava è abbattuto. Il terrorista deve solo riuscire a farsi votare. E se non ne è capace, come può essere tanto sicuro della sua idea da volerla imporre con la forza?
In concreto il terrorista vuole punire il mondo intero perché è un infelice e un disadattato. Un fallito. Dice di voler uccidere per questo o per quello, ma in sostanza vuole soltanto reagire alla propria insignificanza e sentirsi importante.  Come Erostrato incendiò il tempo di Artemide perché non era in grado né di progettarlo né di costruirlo, il terrorista cerca di rendersi tremendo perché non sa in che modo rispondere ad un mondo che lo considera una nullità. Ha l’ambizione giacobina di leggere negli occhi del nobile il terrore invece del disprezzo.
In una democrazia i terroristi sono in fondo alla scala sociale. Vengono dopo i ladri e gli sfruttatori di prostitute, che dopo tutto sono sani di mente, mentre loro sono un concentrato di odio imbecille. C’è solo una categoria morale più bassa della loro: quella di coloro che gli hanno tenuto il sacco, sedendo in poltrona e sorseggiando whisky.
Al tempo delle Brigate Rosse questi fiancheggiatori viziati e pavidi, rivoluzionari di sinistra a parole, attribuivano qualche giustificazione ai terroristi perché nell’assassinio dell’importante da parte dell’insignificante vedevano proiettivamente la propria rivincita. La vendetta dell’assistente nei confronti del docente ordinario, dell’infermiere nei confronti del primario, dell’avvocaticchio nei confronti del Procuratore Generale. Il loro anelito non era una società migliore – e infatti erano indifferenti alla sorte delle vittime - ma un sollievo per le proprie frustrazioni. Sentivano un odio così acre e profondo per l’umanità da sfogarsi sul primo venuto. Per questo, non fosse che per le sue parole, Adriano Sofri dovrebbe vergognarsi in eterno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 febbraio 2010
CULTURA
4 febbraio 2010
IL MISCREDENTE DELLA GRAMMATICA
SI discute spesso di errori e di grammatica e molti sembrano credere che, conoscendo bene quest’ultima, si parlerebbe bene, si scriverebbe bene e non si commetterebbero errori. È un’illusione. La grammatica non precede la buona lingua: la segue. Essa è solo una sintesi delle principali costanti della lingua parlata dall’élite. Attualmente ad esempio è invalso l’uso di dire: “A me questo non convince” e si tratta indubbiamente di un errore, ma lo stilema è usato anche da persone di notevole livello, come Paolo Mieli, e se l’uso di affermerà, ci sarà un competente che scriverà dottamente: se si trova all’inizio della frase, il complemento oggetto costituito da una persona diviene complemento di termine, come del resto è regola generale in spagnolo. Per esempio: “A te questo sorprende, ma è normale”. La grammatica infatti dipende dall’uso, non l’uso dalla grammatica. Ecco perché è sbagliato credere che questa possa frenare quello. L’errore di oggi è l’embrione della lingua di domani. Se così non fosse, staremmo parlando ancora latino.
Comunque, è proprio dal latino che dipende, probabilmente, la “mania grammaticale”. Quando esso era la lingua della cultura (fino al Seicento) è stato essenziale sapere, per via dotta, che dovendo tradurre “discuteremo di storia della Gallia”, bisognava badare al fatto che “di” in questo caso non introduceva un complemento di specificazione ma di argomento. E questo ha creato un pregiudizio di rispetto per quei tediosi libri intitolati grammatica e sintassi. Chi mai se ne occupa, parlando (o traducendo) in e dal francese, dall’inglese, dal tedesco?
Tutto quel che si può dire è: “Una persona colta non direbbe così”.
Personalmente reputo ozioso scervellarsi sui complementi, oggi inutili. Va usata solo quella parte della grammatica che serve per insegnare la lingua ai bambini e agli stranieri o per chiarire qualche dubbio, come il plurale dei nomi in “cia” e “gia”. E ancora! visto che poi è lecito scrivere “provincie”.

CULTURA
4 febbraio 2010
KEEP SMILING
Non mi secca ciò che dicono i miei ministri, purché facciano ciò che dico (Margaret Thatcher).
La conoscenza è l’unica risorsa che, condivisa, aumenta.
Se non si mira a qualcosa ogni tiro è un centro.
Spaccare legna è un’attività tanto amata perché con essa si vede il risultato.
In una bella buccia si trova spesso un nocciolo senza valore.
Per intuizione si intende la capacità che hanno alcune persone di sbagliare in meno di un secondo


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CULTURA
3 febbraio 2010
KEEP SMILING
Il denaro da solo non fa la felicità. Ci vogliono anche azioni, titoli, oro e proprietà.
L’uomo non vive di solo pane. Ed è questo il guaio, disse il maiale.
In un’osteria. Io non farti credito, tu arrabbiato. I farti credito, tu mai più tornare, io arrabbiato. Meglio tu arrabbiato.
Ogni pro e ogni contro ha il suo vantaggio e il suo svantaggio.
Quello che a molti oratori manca in profondità, lo compensano con la lunghezza.


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POLITICA
2 febbraio 2010
LA GIUSTIZIA, CANCRO DELLA LEGGE
Il giudice monocratico di Milano, dr.Oscar Magi, ha condannato  gli agenti della Cia per il rapimento del presunto terrorista Abu Omar; ha invece dichiarato il non luogo a procedere per il generale Nicolò Pollari ed altri agenti italiani perché il governo ha opposto il segreto di Stato. I particolari sono sulla Stampa di Torino (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201002articoli/51795girata.asp).
Il magistrato però non si è limitato, come era suo dovere, a motivare le condanne e le assoluzioni: ha aspramente condannato i governi Prodi e Berlusconi, la Corte Costituzionale, il segreto di Stato, la legislazione italiana e infine, solo moralmente ma con molta severità, le persone che la legge ha sottratto al suo giudizio. Tutto questo è aberrante.
Malgrado l’espressione consacrata, nelle aule dei Tribunali non si amministra giustizia: si applica la legge. La differenza non è da poco. La legge è un dato obiettivo, la giustizia un dato soggettivo. Se si amministrasse la giustizia, ogni volta che il giudice trova che la legge sia ingiusta, sarebbe esentato dall’applicarla. Con quali conseguenze è facile immaginare.
La legge scritta è uno scudo contro la giustizia. O più esattamente contro l’opinione che di essa può avere un singolo.  È questa l’esigenza che, già a metà del V Secolo a.C., fece redigere la Legge delle Dodici Tavole. Esse resero prevedibili le sentenze e realizzarono, nei limiti di quel tempo,  la certezza del diritto: un letto di Procuste di cui almeno si conosce la lunghezza.
Il dovere del magistrato, nel processo, è quello di applicare la legge che in astratto prevede il fatto. Nulla di più. Se un’azione gli pare orribile ma non è punibile, deve assolvere; se invece trova che la legge è ingiusta, deve applicarla lo stesso. I commenti, eventualmente, in sede di dottrina e de iure condendo (cioè per modificare le leggi).
È  inammissibile che un giudice, come quello di Milano, manifesti tanto rabbiosamente il proprio disappunto per non aver potuto condannare qualcuno. Fra l’altro lui stesso non dà per certo il reato: scrive infatti che il rapimento fu operato dalla Cia con la "conoscenza e forse la compiacenza" del Sismi. Come se la conoscenza e la compiacenza in sé fossero delitti. Ma questo è solo il prologo. Il giudice condanna la Corte Costituzionale, rea di avere emesso un verdetto che costituisce   "un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante”, perché ha ammesso il segreto di Stato; poi condanna il segreto di Stato: esso infatti consente che gli imputati “di una gravissima vicenda” possano sottrarsi ad “una corretta valutazione delle loro responsabilità”; e visto che c’è condanna anche la legislazione italiana: il segreto di Stato infatti significa, «in termini molto semplici, ammettere che gli stessi  [colpevoli] possano godere di un’immunità di tipo assoluto a livello processuale e sostanziale; immunità che non sembra essere consentita da nessuna legge di questa Repubblica». Nessuna legge? Se il segreto di Stato è stato opposto, era opponibile. Piuttosto, al dr.Magi non è venuto il sospetto di un qualche eccesso, in una sentenza che condanna la Cia, la Corte Costituzionale, il governo, le leggi italiane e il Parlamento che le fa? Il padreterno, nel dubbio, si starà cercando un avvocato.
Figurarsi come viene trattato il generale Pollari. Questi partecipò “sicuramente” ad “attività di ostacolo e sviamento delle indagini” tanto che per lui “rimane un giudizio morale fortemente negativo”, in quanto agì, tra l’altro, “in qualità di servitore dello Stato”. Va intanto notato di nuovo quel “sicuramente” che significa probabilmente: diversamente si fornirebbero le prove. Ma soprattutto il dr.Magi dimentica di non essere affatto qualificato ad emettere giudizi morali, né positivi, né negativi. Essi sono necessari solo quando si tratti di applicare circostanze attenuanti o aggravanti ma, appunto, in caso di condanna. Se invece un cittadino è sottratto al giudizio, anche in forza di leggi che non piacciono al magistrato, nessuno può giudicarlo né giuridicamente né moralmente.
Inoltre, come osa il dr.Magi rimproverare al generale il suo comportamento di “servitore dello Stato” se questo stesso Stato si è mostrato tanto contento dei suoi servigi da avere opposto il segreto?
Sarebbe bello se si potesse querelare per diffamazione un magistrato. Questa sentenza fa il paio con quella di Andreotti, condannato moralmente visto che non si poteva condannarlo giuridicamente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 febbraio 2010


CULTURA
1 febbraio 2010
KEEP SMILING
La sincerità è la virtù di coloro che non hanno né fantasia né tatto.
Non ogni pensiero che non riusciamo a concepire è stupido. Ma ci sono pensieri inconcepibilmente stupidi.
Ognuno non pensa che a sé, solo io penso a me stesso.
Ci sono molti modi di arricchirsi e solo uno è onesto. Mi chiedete quale? Lo dicevo, io, che non lo conoscevate.


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POLITICA
31 gennaio 2010
LA SUPERIORITA' DEI NOBILI
I nobili non hanno buona stampa. Non è bastato che, alla fine del Settecento, a molti abbiano tagliato la testa. Passata la tempesta napoleonica, la Francia ha ritrovato la sua vecchia quotidianità; si è perfino creato un pregiudizio sentimentale a favore di quella religione che Voltaire e la Rivoluzione avevano massacrato, ma per gli aristocratici non c’è stato nessun comeback, come si direbbe oggi: nessun ricupero d’importanza o di stima.
Un tempo i nobili primeggiavano per ricchezza e cultura: e fra loro ancora nell’Ottocento troviamo Chateaubriand, Hugo, Lamartine e soprattutto Vigny. I plebei non erano nemmeno alfabetizzati. Poi le cose sono cambiate. Non solo l’aristocrazia ha perso la sua funzione sociale e la sua ricchezza, ma la stampa ha fatto sì che scrivere sia divenuto un mestiere. Scrittori, giornalisti, opinionisti e pensatori non sono più stati prevalentemente nobili ma, al contrario, intellettuali che potevano nutrire qualche rancore nei confronti di chi era avvantaggiato dalla nascita. Non è un caso che la Révolution si sia avuta dopo che erano nati i giornali, non è un caso che il socialismo sia nato nell’Ottocento e oggi siamo al punto che l’idea di dir bene di conti e marchesi può sembrare peregrina.
I nobili non sono diversi dagli altri dal punto di vista razziale: ché anzi, per la genetica, sposandosi all’interno della loro “casta”, rischiano più della media per una più frequente consanguineità. Oggi non sono diversi neppure dal punto di vista economico: se pure a volte conservano qualche traccia dell’antica ricchezza, la maggior parte di loro sa di dover lavorare per vivere. E mentre nel Medio Evo non avevano necessità neppure di un’istruzione primaria (“non sa firmare perché nobile”, diceva il volgo), oggi i nobili ignoranti farebbero cattiva figura. E tuttavia qualcosa rimane, che li può rendere superiori: la tradizione.
Il figlio dell’orafo, volendo seguire le orme paterne, si vergognerebbe di sapersi giudicato indegno di suo padre, come artigiano. Nel caso dei nobili, la tradizione familiare va in una precisa direzione: l’orgoglio e l’onore. Il giovane nobile non può limitarsi a difendere se stesso, deve difendere anche la sua famiglia, col suo passato e la sua storia. Un atto di viltà non lorderebbe solo il suo nome, lorderebbe soprattutto il suo cognome. Anche se oggi “noblesse oblige” lo si dice solo per ironia, l’obbligo dell’onore esiste veramente. Non ci si può piegare al piccolo ricatto, al piccolo tradimento, al piccolo interesse. Questo può farlo un altro, non “uno della nostra famiglia”. Alla sola idea, come in un incubo, appaiono mentalmente tutti gli antenati nelle loro cornici, corrucciati e col dito accusatore.
Oltre al superego personale, i nobili hanno dunque il superego familiare: ecco perché, salvo i casi di indegnità (che purtroppo non mancano), potrebbero conservare qualità morali superiori alla media. Perché superiori sono i doveri che sentono di avere.
Il Giappone rappresenta un caso in cui il superego che impone la nobiltà è addirittura nazionale. In quella nazione il senso dell’onore è stato spinto tanto lontano che ogni fante della Seconda Guerra Mondiale era un perfetto guerriero; un eroe del tutto dimentico dell’interesse di proteggere la propria vita, perché l’unica cosa che contava era l’Impero, “la faccia”, la propria fama nei confronti dei commilitoni e della famiglia. Meglio morire che mostrarsi vili. L’onore per i giapponesi è un valore che trascende tutti gli altri. È dunque come se tutti i giapponesi fossero nobili.
In questo panorama, per carità di patria, è meglio non occuparsi dell’Italietta presentata dal neorealismo, dai film di Alberto Sordi e dalla vita politica. Il disincanto, l’interesse, il cinismo sono i valori supremi e confessati. Quel pareggio che i giapponesi raggiungono cercando di essere onesti gli uni con gli altri da noi si raggiunge col tentativo di imbrogliarsi gli uni gli altri.
L’onore è una bellissima cosa e se fosse praticato da tutti nessuno sarebbe svantaggiato: invece è divenuto difficile perfino spiegare che cosa sia.
Una definizione potrebbe essere: l’onore è la prima ragione per cui si deve stimare un uomo, o per cui bisogna disistimarlo, se non l’ha.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 gennaio 2010



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POLITICA
30 gennaio 2010
TERMINI IMERESE
Solo chi non ha patito la fame, solo chi non ha spedito un curriculum dietro l’altro, solo chi non ha cercato lavoro a porta a porta può rimanere indifferente al dramma di chi è economicamente disperato. Chi scrive in questo campo ha le carte in regola. Ha vissuto momenti in cui si nutriva di pane e latte perché erano   i cibi che costavano meno e comprava il giornale – unico lusso - solo perché c’erano gli annunci economici. Tuttavia, dinanzi a gravissimi problemi come quello della fabbrica della Fiat a Termini Imerese, si rimane urtati dalla quantità di retorica che ci viene rovesciata addosso. Per questo è opportuno scendere di nuovo sulla Terra e vedere quali sono i dati di fatto.
1)    Nessuna impresa che realizzi profitti desidera mai chiudere. Dunque, se si parla di chiusura, si può star certi che l’impresa è in rosso. O è in rosso tutta intera, oppure è in rosso quella determinata branca o quel determinato stabilimento.
2)    Se, per motivi di pace sociale si fa in modo - con incentivi, vantaggi fiscali, sovvenzioni e comunque senza cambiare il modello produttivo - che quell’impresa non chiuda, è evidente che lo Stato ripianerà il deficit per tutto il tempo in cui la fabbrica opererà, in condizioni antieconomiche.
3)    Quando lo Stato ripiana un deficit, lo fa con denaro ottenuto da cittadini che non operano in deficit: diversamente non potrebbero pagare le tasse. In altri termini, sottrae denaro a chi produce ricchezza per darlo a chi non ne produce. Questo non sembra né etico né giusto. Fra l’altro, se si ripiana un disavanzo del 5%, non raramente poi si può scivolare al 10, al 20 o al 40%. Quando manca il limite del fallimento si rischia la tragedia dell’economia sovietica.
4)    Qualcuno potrebbe osservare che si è scritto: “senza cambiare modello produttivo”. Dunque basterebbe cambiare quel modello. Purtroppo, in alcuni casi non c’è modo di farlo; e comunque, se quella possibilità esiste e i dirigenti attuali non l’identificano, sta a chi vuole salvare l’impianto suggerirla. Invece l’esperienza l’insegna che se l’impresa dicesse ai lavoratori: “Qui ci sono le chiavi. Organizzatevi, nominate il dirigente di vostro gradimento, rendetevi produttivi e dividetevi i profitti”, otterrebbe un netto rifiuto.
5)    Nel caso di Termini Imerese, un alto dirigente ha detto che la migliore soluzione sarebbe rimorchiare la Sicilia nel golfo di Genova. La distanza geografica della cittadina siciliana dalla zona più industrializzata del Paese è un handicap insuperabile. Ma se questo è vero, la prima cosa da dire alto e forte è che aprire quello stabilimento in Sicilia non è stata una buona idea. Dunque bisognerebbe chiedere mille volte scusa agli operai per l’errore politico iniziale. E poi spiegare che, ora, l’alternativa è tra la chiusura e l’adozione di un salario differenziale.
6)    Il salario differenziale suscita un naturale sentimento di rigetto. Essere pagati meno di altri, facendo lo stesso lavoro? Ma c’è una spiegazione. Dal momento che un’auto prodotta a Rüdesheim è già al centro dell’Europa, sia come reperimento dei componenti di fabbricazione sia come mercato, e un’auto prodotta a Termini, per essere venduta, richiede costosi trasferimenti di materiali e prodotti finiti, si dovrebbe dire ai lavoratori: “Se non vogliamo chiudere dobbiamo contentarci di un salario minore, che compensi il nostro svantaggio geografico”. Ma questo discorso, fatto alle maestranze, provocherebbe una mezza rivoluzione. Non è il caso di ipotizzare quanto e come i sindacati si straccerebbero le vesti, quanto alte sarebbero le grida di dolore dei partiti di sinistra, ecc. Dunque per tutti, se una soluzione ci deve essere, deve essere una soluzione a spese dello Stato. Cioè dei cittadini. Cioè di quelli che pagano le tasse. È giusto? Forse sì. Forse dovremo apprendere una nuova scala dell’etica, in cui la beneficenza agli improduttivi si fa a spese dei produttivi, e non per bontà, ma solo per togliersi di torno un problema politico.
Non sappiamo quale sia la soluzione giusta per il problema di Termini Imerese. Sappiamo solo che non è giusta nessuna soluzione che pretenda di mantenere in vita un’attività produttiva in deficit. Anche se abbiamo promesso di imparare una nuova scala etica, per il momento non abbiamo ancora capito che cosa ci sia di sbagliato in questa frase: “Ogni volta che qualcuno riceve porzioni di ricchezza che non ha prodotto c’è qualcuno che non riceve porzioni di ricchezza che ha prodotto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 gennaio 2010
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POLITICA
29 gennaio 2010
ANCHE TU SEI UN FALLITO

Che cosa dobbiamo pensare di coloro che hanno avuto successo, sono migliori di noi?
Un errore fondamentale, per quanto riguarda la conquista del successo, è l’illusione che esso dipenda esclusivamente dalle qualità specifiche. Chi legge la biografia dei grandi vede invece che spesso la vita ha fatto di tutto per scoraggiarli: se sono riusciti è tanto a causa del loro genio che della loro tenacia. Alcuni scrittori sono divenuti celebri con un libro prima rifiutato da decine di editori. Di famiglia agiata, Molière visse per anni da capocomico di un’infima compagnia inseguita dalla fame. Se nascesse un secondo Molière, non diverrebbe famoso se non avesse anche la testardaggine, il coraggio, la capacità di sopportazione del primo.
È raro che il successo sia gratuito. Chi arriva in alto ha sicuramente qualità naturali, ma normalmente ha faticato più di altri, si è impegnato più di altri, ha sofferto più di altri. Salvo essere risolutamente favoriti dalla sorte. In Italia per esempio non si diviene professori d’università perché particolarmente competenti in una materia. La qualità fondamentale è una parentela quanto più è possibile stretta con qualche importante professore. Poi, se si ha qualche competenza, è anche meglio.
Questo è un buon esempio per sottolineare che le regole del gioco, per il successo, non sono quelle teoriche ma quelle concrete. Per divenire primario ospedaliero non è necessario essere un ottimo medico: la raccomandazione di un politico è migliore di un attestato di Harvard.
Visto che si parla di politica: qui più della competenza tecnica vale la capacità di dissimulare, di promettere senza mantenere, di tradire gli amici, di favorire solo chi  può essere utile, di vincere in una lotta senza preoccupazioni etiche e senza esclusione di colpi. Tutto questo fa schifo? Bene, non ci si impegni in politica. Ma non si dica: “Io al suo posto farei molto meglio”.
Lo stesso per la ricchezza. Inutile dire: “Se quel tale è divenuto miliardario, è segno che è un disonesto. Io sono migliore di lui”. Perché, ammesso che si divenga miliardari essendo disonesti, forse che tutti i disonesti divengono miliardari? E forse che noi abbiamo avuto l’occasione di divenirlo e l’abbiamo rifiutata? Suvvia.
Fra l’altro, se si divenisse miliardari solo essendo insieme geniali e disonesti, è ovvio che chi mancasse della disonestà mancherebbe di una qualità essenziale. Dunque non si dovrebbe mai dire: “Ah, se solo avessi voluto”.
Nessuno è autorizzato a sminuire il successo altrui con un giudizio morale, perché spesso il successo si ottiene con metodi non morali. Né sappiamo come ci saremmo comportati noi, avendone l’occasione. Non possiamo dire: “Sono migliore di lui proprio nel suo campo”, perché, anche ad essere vero,  può darsi che ci siano mancate le qualità secondarie e tuttavia essenziali: l’ambizione, la pazienza, la tenacia, l’umiltà. Non possiamo sminuire il successo altrui sostenendo che “saremmo stati capaci di fare altrettanto”, perché questo troppo spesso non è vero. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Soprattutto non è vero che saremmo stati capaci di fare altrettanto se fossimo stati disposti a sporcarci le mani: perché di persone disposte a sporcarsi le mani ce ne sono legioni e non tutte arrivano al successo.
Questa storia dello “sporcarsi le mani” è fastidiosa. Totò Riina le mani se le è sporcate più di tutti, e di sangue per giunta: ma non è per questo che è divenuto il capo. Non basta essere disposti a delinquere e ad uccidere: queste “qualità” le hanno in molti. Per giungere al livello di Riina bisogna essere uomini superiori alla media. È un peccato che un simile individuo si sia dedicato al male.
Non basta avere le qualità teoriche, non bastano le qualità secondarie, non basta sporcarsi le mani, è necessaria la combinazione di questi elementi, ai massimi livelli, richiesta in concreto.
Alcuni dicono comunque: “Io non mi levo il cappello dinanzi a nessuno. Ho fatto la vita che volevo fare. Non sono un fallito”. Il cappello, a dire il vero, dobbiamo essere pronti a togliercelo. Forse non ci sogneremmo di scalare nemmeno una collina ma dobbiamo lo stesso ammirare Reinhold Messner: è un essere eccezionale. Quanto al successo privato, esso  può essere costituito da una vita serena e allietata dagli affetti, ma la società non dichiara “uomo di successo” chi è amato dal coniuge e dai figli. Dunque bisogna dire: “Socialmente sono un fallito ma sono felice e dunque non cambierei il mio posto con nessuno”. Senza andare oltre.
E qui arriviamo a ciò che fa scorrere fiumi di saliva. Quando dico di essere un fallito, tutti mi saltano addosso, ripetendomi quanto io sia stimato, quanto affetto abbia raccolto, quanto di magnifico avrei potuto fare se solo avessi voluto, ecc. E queste cose non mi sono dette per consolarmi ma per darmi del cretino. In realtà, parlare delle “grandi cose che avrei potuto fare” non ha senso. Se non ho avuto l’ambizione, la forza, la costanza, la pazienza necessarie, è segno che mi mancavano proprio le qualità per fare quelle grandi cose.
Ma non c’è verso. Prevale la teoria che si può così riassumere: “Se Berlusconi è ricco, chissà che imbrogli ha fatto. Per questo io, che sono una persona per bene, rifiuto di riconoscerlo superiore a me”. Perfino in economia.
Temo gli amici si intestardiscano a dichiarare che io non sono un fallito per non dover riconoscere che lo sono anche loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 gennaio 2010

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CULTURA
29 gennaio 2010
RISPOSTA AL DR.TOSTI
Questo testo è pubblicato a richiesta di un gentile lettore. Ha un'importanza limitata, dal momento che il dr.Tosti non ha risposto e dunque l'argomento è esaurito.
Quando scrivo mi tengo lontano dalla diffamazione ma può avvenire che, sapendo di parlare in terza persona, sia più rude di quanto sarei parlando con l’interessato: per questo comincio con lo scusarmi se ho usato espressioni come “giudice poco affidabile” e l’aggettivo “sconsiderato”. Anzi, non mi limito a chiedere formalmente scusa: esprimo il mio rammarico se in qualche modo ho ferito la Sua sensibilità. La persona del dr.Luigi Tosti mi è ignota ed anzi, per il poco che ne so attraverso il suo intervento in questo forum, trovo apprezzabile che sia capace di “metterci lealmente la faccia”. Io mi limito ad essere in disaccordo con il suo comportamento Ed ora veniamo alla sostanza, punto per punto.

1) Ho dubitato che chi scriveva fosse veramente Lei in primo luogo perché faccio il possibile per non fare la figura del fesso. Ora che sono convinto di avere a che fare con l’interessato, mi chiedo come possa scrivermi: “Lei ha capito tutto. La sua analisi è un capolavoro di logica serrata, che dimostra soprattutto il suo disinteresse da non cattolico”. Se la mia analisi fosse logica, non sarebbe illogico il Suo comportamento? La prego di spiegarsi.

2) Io l’ho accusata, con gli argomenti che ha letto, di non essere un vero miscredente. Lo è? E se lo è, come controbatte le mie argomentazioni al riguardo?

3) Io l’ho accusata di volere la notorietà, dal momento che la materia del contendere non meritava una simile battaglia. Starebbe a lei ora provarmi perché, al contrario, la Sua lotta è giustificata. So che si è già difeso da sé dinanzi al Csm, dunque non Le sarà difficile. La prego solo di essere sintetico.

4) Nel caso con la Sua azione mettesse in pericolo il reddito della Sua famiglia, come giustifica questo sacrificio a carico di persone che vanno oltre la Sua persona?

In conclusione Le chiedo ancora scusa per la severità con cui l’ho trattata, mentre naturalmente riconfermo la sostanza di ciò che ho scritto.

Rimango in attesa delle controdeduzioni.

Gianni Pardo





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POLITICA
28 gennaio 2010
FASSINO IL RAPPORTEUR
Sulla “Stampa” Piero Fassino - definito “Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa” (i giornali non dispongono di un dizionario per tradurre rapporteur con “relatore”) sostiene che bisognerebbe riavviare i negoziati di pace in Palestina. Egli riassume i punti in discussione (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6896&ID_sezione=&sezione=) e si nota subito che non ci sono contropartite per gli israeliani: si tratta solo di richieste dei palestinesi. Essi vorrebbero Gerusalemme capitale, il blocco totale degli insediamenti e di nuove colonie e il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati. Al contrario rifiutano il controllo israeliano dei confini e dello spazio aereo del futuro Stato. Per questa sorveglianza preferirebbero “una forza multinazionale di pace”.
Si dimentica innanzi tutto che questi colloqui di pace dovrebbero concludere una guerra, quella del 1967, che è stata vinta da Israele, non dai palestinesi. Dunque sarebbe naturale che il vincitore ponesse condizioni al vinto, non il contrario. Ma qui siamo nel Vicino Oriente e la logica funziona in un altro modo.
Per quanto riguarda Gerusalemme, gli israeliani l’hanno conquistata con la forza ed è normale che se la tengano come loro esclusiva capitale: fra l’altro, mentre oggi gli arabi possono andare a pregare nella grande moschea, finché la città è stata giordana agli ebrei è stato vietato l’accesso. Dunque gli israeliani concedono ai palestinesi più di quanto i palestinesi non abbiano a suo tempo concesso agli israeliani.
Per quanto riguarda i rifugiati (dai fratelli arabi mantenuti artificialmente in questa condizione per oltre quarant’anni) in primo luogo gli adulti di allora sono per la maggior parte morti; in secondo luogo, dopo tanto tempo sarebbe stato normale che si “accasassero” dovunque siano andati, come hanno fatto tutti i rifugiati del mondo. Per esempio i milioni di tedeschi dell’Est. Infine si può chiedere: perché mai i rifugiati dovrebbero tornare in Israele se già non tornano in Cisgiordania e a Gaza?
In realtà, come ricorda lo stesso Fassino, un ritorno in massa è assurdo. Non solo si tratterebbe di ospiti tutt’altro che graditi – basti ricordare che re Hussein di  Giordania li scacciò a cannonate – ma quei rifugiati rappresenterebbero circa un terzo della popolazione israeliana attuale. Sarebbe come chiedere all’Italia, dall’oggi al domani, di ospitare venti milioni di nuovi cittadini che odiano l’Italia.
Interessante è la richiesta di una “forza multinazionale di pace” per la sorveglianza dei confini e dello spazio aereo del nuovo Stato, dimenticando che nel 1967 tra Israele ed Egitto c’era una forza multinazionale di pace. Poi Nasser, per attaccare Israele senza testimoni, ne chiese il ritiro e prontamente l’ottenne. È strano che, in queste condizioni, Israele non si fidi dell’Onu?
Fassino parla pure della “necessità di riaprire i valichi di accesso” per consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. E la domanda ovvia è: perché mai dovrebbe aprire i valichi Israele, sapendo che da quei valichi, in passato, sono arrivati terroristi e kamikaze, e non dovrebbe aprirli l’Egitto, che ha un confine in comune con Gaza? E poi, se i musulmani tengono tanto alla loro inimicizia con Israele, come mai poi desiderano stabilire contatti con loro?
Israele è stata ridotta a non avere nessun interesse alla pace. Costretta dagli Arabi, è arrivata ad assicurare da sé la propria sicurezza: con la recinzione, con la chiusura dei valichi, con ossessivi controlli alle frontiere. Un tempo i palestinesi potevano offrire la pace, oggi Israele la pace se l’è costruita da sé. Ha perfino ottenuto la fine del lancio di razzi partiti da Gaza e, ancora una volta, come? Non invocando il diritto, cui nessuno dà retta, da quelle parti; e neppure attraverso le preghiere, che non hanno avuto alcun esito: solo infliggendo a Gaza una dura punizione materiale e la morte di milletrecento persone. A questo punto la richiesta è divenuta comprensibile. È ragionevole fidarsi di impegni giuridici, avendo a che fare con gente del genere?
Due ultime note. Dice Fassino che “le posizioni islamiche radicali fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante” e che una pace in quella regione la farebbe venir meno. A parte il fatto che lo statuto di Hamas indica, come soluzione del problema non la pace ma l’eliminazione dello Stato d’Israele, è così difficile farsi una bandiera nuova, quando si ha voglia di attaccare?
A Ramallah, a proposito della possibile pace, dei maggiorenti hanno detto al nostro uomo politico che «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». Giusto. Solo che i palestinesi in sessant’anni quel fiume non hanno mai voluto attraversarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010
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SOCIETA'
28 gennaio 2010
KEEP SMILING
Ognuno può anche cambiare opinione. Purché prima ne avesse una.
Fra due pazzi il più pazzo reputa più pazzo il meno pazzo.
Per dire sciocchezze veramente grandiose sono necessari studi universitari (Erwin Rommel).
Chi si batte per le piste ciclabili non dovrà andare a lungo in bicicletta. Potrà andare in auto alla sua fabbrica di biciclette.
In ogni momento, un terzo dell’umanità dorme e due terzi combinano qualche guaio (Dean Rusk).
Gli unici collaboratori perfettamente orientati sui gusti dei clienti sono i sorveglianti privati dei supermercati.


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POLITICA
27 gennaio 2010
RISPOSTA AL DR.TOSTI
Segnalo agli amici che avessero letto l'articolo sul Dr.Tosti e il crocifisso che su pardonuovo.myblog.it ha risposto lo stesso interessato ed io ho controrisposto.

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POLITICA
27 gennaio 2010
LA FORTUNA DEL PCI, LA SFORTUNA DEL PD

Non c’è nessuna superiore giustizia che presieda alla storia. Il Pd è in gravi difficoltà mentre al Pci per anni ed anni andò bene, anzi benissimo: e dire che ne faceva di tutti i colori. Mentiva spudoratamente, per cominciare. Parlava di superiore libertà in Unione Sovietica, di paradiso dei lavoratori governato da uno dei più grandi e benefici geni dell’umanità, di nome Stalin, di cui vagheggiava il potere anche in Italia. Ciò malgrado aveva successo nei salotti, nella stampa, nelle elezioni.
Questa fedeltà ideale e politica a Mosca non venne meno neppure quando, morto il tiranno georgiano, si trattò di applaudire l’assassinio della Rivoluzione Ungherese e ogni altra mossa del Kremlino, fino alla vicenda degli SS20 e oltre. Nel frattempo il Pci si vantava della sua onestà, della sua correttezza, della sua diversità, della sua incontestabile superiorità morale. Questo, mentre era al soldo di una potenza ostile alla Nato e partecipava a pieno titolo al sistema di finanziamento illecito. Infatti nel momento di Mani Pulite salvò la sua onorabilità solo con una provvidenziale amnistia. Il Pci fu a lungo potente, riverito, obbedito e sostenuto dalla quasi totalità degli intellettuali.
Poi la storia ha voltato pagina. Mentre prima tutto andava bene ad un partito spregevole, dalla svolta della Bolognina in poi tutto è andato male ad un partito molto più stimabile. Nel Pd si discute in modo trasparente e democratico, non c’è un sinedrio segreto che condanna i dissenzienti al rogo e nessuno si sogna di desiderare la dittatura di Stalin. La dirigenza che prima operava per cooptazione ora osa chiedere alla base, con le primarie, chi debba essere il segretario, e il risultato di tutto questo è che il Pd è addirittura deliquescente. Gastone, cui tutto andava bene qualunque cosa facesse, da un certo momento in poi è stato perseguitato da una tenace e nera scalogna, ben peggiore di quella che affligge da sempre suo cugino Paperino.
Per la verità, il Pci aveva il vantaggio d’essere totalmente avulso dalla realtà. Facendo riferimento ad un’Urss completamente chiusa e illeggibile dall’esterno, poteva promettere una mitologica felicità e nessuno poteva smentirlo: perché non fu mai chiamato a dar prova di sé in concreto. Per questo somigliava più ad una religione che a un partito politico; e per questo aveva successo. I sognatori, i frustrati, gli ingenui, gli sciocchi, gli ignoranti e gli idealisti digiuni di storia e privi di buon senso (fra questi gli intellettuali e gli artisti), non potevano che essere comunisti. Ci si deve quasi stupire che il Pci non andasse oltre il 30%. Quel partito di ferro però non vinse mai, mentre, dopo la Bolognina, il partito d’argilla è andato al governo e si è visto che nessuno è capace di fare miracoli. Che disincanto.
Se questo è stato l’errore della base, non minori sono stati gli errori dei dirigenti i quali non si sono resi conto di quanto il mondo sia cambiato. Non hanno osato rinnegare l’ideologia comunista e il Pd è divenuto ibrido, ambiguo, opportunista, inconsistente. Ciò da un lato ha indotto i veri comunisti ad abbandonarlo, dall’altro ha indotto gli avversari a chiamarlo ancora comunista. La mancanza di un’ideologia chiara, risolutamente socialista, ha fatto venir meno la spinta propulsiva: gli elettori hanno visto un partito come gli altri, capace di occhieggiare ai cattolici di Casini e ai veterocomunisti di Diliberto. Un disastro.
A questi errori si è aggiunta la sopravvivenza di certe spregiudicatezze comuniste. Per dimostrarsi democratici i dirigenti hanno inventato le primarie, ma naturalmente finte. Votate per chi volete, purché sia Prodi. Votate per chi volete, purché sia Veltroni. Poi però la pratica è andata avanti da sola e la gente ha votato per Vendola. Analogo errore è stato quello di usare la pratica comunista della calunnia per distruggere Berlusconi. Il popolo è più informato ed ha più spirito critico di un tempo: il risultato è stato che alla fine la gente non ha preso più sul serio le accuse e Berlusconi ha il 70% di consenso fra gli italiani. Ancora un errore è stato quello di continuare a cavalcare il mito della superiorità morale. Con le accuse a Berlusconi si è fatta entrare nella vita pubblica la vita sessuale e privata e il risultato è stato che gli scandali più grossi sono scoppiati sulla testa di esponenti di sinistra come Marrazzo, Delbono e di altri personaggi pugliesi.
Il Pd è un partito colloidale e semicomatoso che sopravvive perché chi è serio e di sinistra per qualcuno deve pure votare.  Ma manca di idee e di un leader carismatico capace di dargliele. Gli manca quel Bettino Craxi contro cui tanto strenuamente lottò il Pci, senza sapere che mandava al macello il suo possibile salvatore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 gennaio 2010


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POLITICA
27 gennaio 2010
UN PAREGGIO DUE A ZERO
Un articolo di Michele Brambilla, sulla “Stampa” (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6903&ID_sezione=&sezione=) si occupa della morale sessuale in politica e si segnala per una certa levitas e una certa brillantezza. Cosa estremamente insolita: infatti, non appena c’entra Silvio Berlusconi, è invalsa l’abitudine di sparare a palle incatenate.
Brambilla mette in evidenza che mentre Berlusconi, malgrado le sue escort, è rimasto al suo posto, Piero Marrazzo e Flavio Delbono si sono dimessi; anche se è vero che i loro “peccati” erano conditi di addentellati penali, cosa che però non gli interessa discutere. Segnala poi come prima ci fosse un tacito patto fra i politici (“io non metto il naso fra le tue lenzuola, tu non lo metti fra le mie”), mentre ora si approfitta dei fatti privati per combattere l’avversario. Infine segnala che sono più solidi i matrimoni fra i politici di sinistra che fra quelli di centro-destra. Un articolo interessantissimo, come lapsus freudiano: dimostra che persino una persona non accecata dall’odio può essere influenzata dalla temperie sociale fino a non vedere il sole a mezzogiorno. Infatti:
1)    Non si può parlare “delle” escort di Berlusconi perché si tratta solo di una.
2)    Non si può parlare delle escort di Berlusconi perché, per concorde testimonianza degli interessati – d’Addario  e Tarantini inclusi – Berlusconi non sapeva  di avere a che fare con una professionista.
3)    Berlusconi durante l’incontro con la d’Addario era notoriamente in stato di separazione di fatto – poi divenuta ufficiale – dalla moglie. Dunque non aveva nessun dovere di fedeltà.
4)    Berlusconi non aveva nessuna ragione per dimettersi, non essendoci, nella vicenda, nessun risvolto illecito.
5)    Viceversa Marrazzo ha mentito in pubblico (ha cominciato col parlare di bufala); è andato coscientemente e ripetutamente con prostitute, addirittura con transessuali; è stato accusato, forse senza ragione, di peculato per l’uso dell’auto blu; è stato indicato come cocainomane ed ha ceduto a un ricatto, sempre che non sia stato un tentativo di corruzione. Infine, se proprio vogliamo parlare di morale, non si può dimenticare che Piero non era né celibe né separato: era sposato e convivente con la moglie, una donna per altro da tutti ammirata in questa circostanza.
6)    Per quanto riguarda Delbono, a parte il comportamento umanamente discutibile con l’ex segretaria ed ex amante, nessuno gli rimprovera l’infedeltà coniugale: le imputazionei - perché d’imputazione penale si tratta – sono quelle di abuso d’ufficio, truffa e peculato. Qualcosa di più serio della privata morale sessuale. Un truffatore – ammesso che Delbono sia colpevole – non è adatto a guidare un organo dello Stato, mentre un donnaiolo può esserlo, se è vero che i romani chiamavano Giulio Cesare “l’adultero calvo”. Il centro-sinistra non ha chiesto a questi due personaggi di farsi da parte per motivi sessuali ma perché reputavano che essi potessero “disonorare” la loro parte politica per motivi penali.
7)    Francamente stupefacente è l’osservazione per cui i matrimoni più solidi e tradizionali oggi si trovano a sinistra. Non può che trattarsi di un caso. Oppure Brambilla pensa che quei politici rimangano con partner divenute insopportabili solo per far apparire morale il partito? E altrettanto facciano con loro le mogli? Suvvia.
8)    L’osservazione più interessante è tuttavia quella per la quale, prima, nel mondo politico si rispettava la vita privata altrui ed oggi non più. Non nota, Brambilla, che questo è avvenuto in odio a Berlusconi? Prima, la lotta politica era normale; poi, quando si è trattato del Cavaliere, pur di abbatterlo in qualunque modo, è divenuta un duello “all’ultimo sangue”. Purtroppo, come dice il proverbio, chi di spada ferisce di spada perisce. Il centro-sinistra ha sbraitato a lungo e alla fine la bomba gli è scoppiata in mano.
L’articolo di Brambilla pecca di una grave forma di strabismo: crede di essere equidistante, stabilisce una sorta di pareggio fra le parti politiche e ignora che l’una ha dato inizio alle ostilità in questo campo e l’altra no; l’una si trova invischiata in affari penali e vizi un tempo inconfessabili anche nel Circolo della Caccia, mentre l’altra ha peccati – se li ha – puramente per la Chiesa cattolica. C’è una bella differenza.
Se è un pareggio è un pareggio due a zero a favore di Silvio Berlusconi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 gennaio 2010

POLITICA
26 gennaio 2010
LICENZIATO PER IL CROCIFISSO

Il fatto è noto: il Csm, che di solito dà soltanto un buffetto ai magistrati troppo discoli, stavolta ha avuto la mano pesante: un giudice di Camerino, il dr.Luigi Tosti, che si rifiutava di tenere udienza perché nell’aula era appeso un crocifisso, è stato mandato a casa. L’interessato ha annunciato che ricorrerà in ogni sede, perfino europea, e alla fine - ne abbiamo già viste tante - potrebbe anche essere riammesso in magistratura. Non è certo né il primo né l’ultimo il cui comportamento, su quel nobile scranno, sia allarmante. Ma il punto che si deve discutere è un altro.
Anni fa un professore di letteratura francese, per sintetizzare il mondo di Pierre Corneille, diceva che la sua tragedia presenta personaggi illustri che compiono azioni eroiche e serie. La cosa più difficile da spiegare ai liceali era quest’ultimo concetto. Tanto che alla fine la sintesi terra terra era: “Insomma, ne deve valere la pena!” Un’azione eroica di solito mette in pericolo la vita del protagonista o provoca in lui strazianti conflitti di doveri: dunque, se il problema non avesse un grande valore, dall’ammirazione per un’impresa eccezionale si passerebbe facilmente all’irrisione. Chi si suicida per non avere ottenuto un premio come ballerino di cha cha cha è un malato mentale.
Il grande gesto richiede una grande motivazione. Il Polyeucte di Corneille sacrifica la propria vita non per capriccio ma per fedeltà a Dio. Come il Becket di Jean Anouilh (Becket ou l’honneur de Dieu, divenuto in film Becket e il suo re) per la stessa ragione rinnega l’amicizia col re e paga con la morte. Antigone infine si ribella a Creonte - cioè allo Stato - non per vana sfida ma per un imprescindibile dovere di pietas. E con questo si torna al dr.Tosti.
Possiamo comprendere chi preferisce il martirio per una grande ragione ideale, ma l’ateismo non è una religione. Il vero ateo non ha una fede da onorare a qualunque costo e per questo si toglie volentieri le scarpe prima di entrare nella moschea. La sua miscredenza gli fa guardare con uguale indifferenza la mezzaluna e la croce; gli fa apparire sacerdoti, popi, monaci buddisti e mullah musulmani come dei poveri, generosi illusi; una benedizione non gli fa più effetto di una maledizione voodoo e il crocefisso è soltanto un arredo del Tribunale, debitamente inventariato. In materia di religione e di religiosi la sua considerazione è sempre un distaccato rispetto teorico. Nella concretezza, posto dinanzi a gravi rischi, si dichiarerebbe credente, così come Montaigne, illustre scettico, durante le guerre di religione consigliava di rimanere “nella religione dei padri”. Non val la pena di morire a causa delle illusioni altrui. Anche oggi, avendone bisogno, al miscredente non importerebbe affatto sapere se sull’ambulanza c’è una croce o una mezzaluna rossa, così come, riguardo all’aula di giustizia, gli importerebbe soltanto che l’aria sia condizionata e il giudice sano di mente.
Il dr.Tosti non è un vero miscredente. Dà troppa importanza alla religione, per esserlo. Egli non sembra neppure aver condotto una battaglia in favore della libertà o del rispetto delle altrui religioni: soprattutto perché, proprio per questo rispetto, quelle religioni dovrebbero a loro volta rispettare la religione cristiana. C’è da temere che egli abbia lottato a morte per salire su una predella e farsi notare. Per questo preferiamo pensare che il Csm, non che rimuovere un miscredente, abbia rimosso un giudice poco affidabile.
Viviamo in un’epoca malata di “mossa”. I giovani fanno la mossa di essere rivoluzionari ma si lamentano se sono caricati dalla polizia. Gli studenti contestano i professori ma poi vogliono essere promossi; tutti ambiscono alla palma del martirio senza farsi male. E sono felici se quella palma gliela consegnano dinanzi alle telecamere. Infine, se il giudice Tosti è capace di farsi licenziare pur di mantenere questo stolido punto di vista, probabilmente non ha una famiglia da mantenere col suo  lavoro. Perché se la mette in difficoltà per un motivo del genere è a dir poco uno sconsiderato; e se invece fino ad ora ha fatto il giudice per passare il tempo, speriamo sinceramente che nessuno lo rimetta al suo posto.
Al suo posto, fino a nuovo ordine, rimanga il crocefisso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 gennaio 2010

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CULTURA
25 gennaio 2010
VENDOLA: UN VOTO A FAVORE DI BERLUSCONI
Al livello nazionale sembra che la vittoria di Niki Vendola, in Puglia, significhi due cose: la prevalenza di fattori localistici sulle decisioni prese dalla dirigenza del Pd e la sconfitta di quella parte del Pd che, in contrapposizione a Dario Franceschini, Rosy Bindi ed altri “estremisti” interni, fa capo a Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema. Essa dimostra inoltre che le cosiddette “primarie” possono essere pericolose per un partito male strutturato, contraddittorio e un po’ anarchico come il Pd. In realtà è probabile che il significato di queste “primarie” vada parecchio oltre.
D’Alema e i suoi amici avrebbero voluto, già con queste elezioni, avviarsi a realizzare un partito moderato, non giustizialista, tendente a sfondare al centro, magari alleandosi con Casini. Fino a riconquistare il governo. La controparte invece si è limitata ancora una volta ad essere arrabbiatamente di sinistra, massimalista, allergica ai compromessi col “male”, cioè con Berlusconi e, in misura minore, con Casini, suo ex alleato. Nella sfida Vendola è stato favorito dalla stima personale che si è guadagnata, ma soprattutto dal fatto di non essere l’uomo di D’Alema e Bersani e dal suo marchio di “politico a sinistra del Pd”, come è “Sinistra e Libertà”.
Qualcuno può dire che questa è una catastrofe per i dalemiani, ma le cose stanno peggio di così: è la catastrofe dell’antiberlusconismo.
Per tre lustri, la galassia di sinistra – comunque si chiamasse, Ulivo, Unione o Pd-Di Pietro – ha avuto come nocciolo della sua politica la guerra a Silvio Berlusconi. Una guerra portata avanti con tutti i mezzi, senza il minimo scrupolo e con l’entusiasmo fanatico di una vera jihad. La parola d’ordine è stata un sostanziale “boia chi molla”. Una qualunque mossa, un qualunque compromesso, un qualunque accordo che avrebbe potuto rappresentare un dialogo con il Diavolo di Arcore, quand’anche fosse stato accettabile, è stato rigettato perché empio a priori: anathema sit. La politica italiana è stata talmente radicalizzata che l’intero elettorato l’ha potuta riassumere nell’essere pro o contro Berlusconi. Cosa non del tutto negativa, per le menti più semplici: è infatti più facile distinguere il bianco dal nero che le sfumature di grigio della realtà.
Alla lunga, ciò che ha fatto felici i più ingenui – coloro per i quali quella distinzione con l’accetta era il massimo che potessero capire – ha finito con il far apparire la sinistra come una setta di assatanati che invece di andare a messa seguono in ginocchio, una volta la settimana, “Annozero”. Il Pd è divenuto una conventicola minoritaria senza nessuna speranza di riconquistare coloro cui non basta, per applaudire, che si sia detto male di Berlusconi.
Alcuni tutto ciò l’hanno capito, nel Pd. Bersani l’ha dimostrato quando, all’indomani della sua elezione a segretario, ha ripetutamente detto: “Il vero antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa Berlusconi”. Non cioè quello che sputa fiele annacquato come un Franceschini, ma colui che riesce a vincere le elezioni. Cosa che oggi non si vede nemmeno all’orizzonte.
Purtroppo, quella politica demenziale è andata troppo lontano perché si possa frenare, lungo questa china. Anche se Vendola non è ostentatamente antiberlusconiano come Rosy Bindi, anche se non recita quotidiane giaculatorie di odio come Di Pietro, è stato votato perché rimane il massimo che l’estrema sinistra può offrire in Puglia. Per conseguenza, coloro che non leggono troppi giornali, coloro che da anni ed anni si limitano ad annusare l’aria, l’hanno giudicato l’uomo giusto per vincere all’interno della sinistra. E involontariamente, a livello nazionale, l’uomo giusto per dare lunghi anni di successi a Berlusconi.
Il Pd raccoglie ciò che ha seminato e perde consenso mentre l’Idv, che si è fatta un programma degli errori passati della sinistra, ha tendenza ad aumentare i suoi voti piuttosto che a vederli diminuire. Il tutto con l’unica prospettiva di migliorare la situazione personale di Antonio Di Pietro e di rimanere nettamente minoranza nel Paese.
Prosit.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 gennaio 2010

CULTURA
24 gennaio 2010
PROLISSITA'
Ci sono testi di grandi dimensioni che sono tali per necessità: per esempio un manuale di storia medievale. La materia è ampia e, anche ad essere laconici, le pagine si accumulano. Chi scrive tuttavia non ha troppe preoccupazioni: il testo sarà letto o da colleghi amanti della materia quanto lui (oltre che interessati a prenderlo in castagna), oppure da chi è obbligato a farlo.
Le cose non stanno così se il destinatario è del tutto libero: questi prosegue la lettura occasionalmente cominciata se il testo non lo annoia ed anzi lo interessa, che si tratti di lettere, di articoli di giornale e soprattutto di commenti – siamo nel tempo di Internet - agli articoli dei giornali.
Ma il fatto è serenamente ignorato. Molti – anche al più basso livello - conservano il pregiudizio antico per cui chi scrive è un sapiente e i lettori gli devono essere grati dell’ammaestramento, comunque impartito. Gli scriventi non si pongono problemi di correttezza e di stile, non si chiedono se sono sufficientemente chiari, se qualcuno avrà la pazienza di andare fino in fondo o, addirittura, se non salterà il pezzo dopo averne intravisto la lunghezza. Oggi è più facile scrivere che avere lettori: l’offerta è torrenziale e la disponibilità a faticare affrontando un testo arduo o lungo è sempre minore.
I cattivi esempi esistono anche al più alto livello, se alto è. Scrivendo su “la Repubblica”, il giurista Franco Cordero si compiace (o si compiaceva, non siamo fanatici di quel giornale), di usare senza tradurle frasi in latino, francese, inglese, tedesco, ottenendo – immaginiamo – il doppio risultato di disgustare i lettori che non capiscono quelle lingue e di farsi mandare al diavolo da chi le conosce ed è abituato a non farne sfoggio. Al riguardo si può leggere, per sorridere, un testo (http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/01/24/franco-cordero.html) che lo irride con i suoi stessi tic ma fornendo poi la traduzione in italiano normale. Basti dire che l’imitazione comincia con le parole “Man macht was man auch machen kann, cioè, come dicevano i nostri ancestors, ad impossibilia nemo tenetur”. Parole che significano, semplicemente: “Si fa quel che si può, cioè, come dicevano i nostri antenati, nessuno ha l’obbligo di fare miracoli”.
Altre persone che confidano troppo nella pazienza dei lettori sono Eugenio Scalfari, uno che scrive testi fluviali, ardui, noiosi, oppure Barbara Spinelli, anche lei prolissa e ostentatamente dotta, anche se sostanzialmente solo moralista, conformista e inconsistente. Oggi scrive per esempio: “La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica”. Notare: “in Italia”, sottintendendo in primo luogo che lei se ne distanzia (e infatti vive a Parigi), poi che il nostro Paese è – perché lo dice lei – il peggiore di tutti. E notare ancora gli aggettivi “ancillare” ed “emiplegica”, specificamente dedicati alla casalinga di Voghera. E quanto a senso autocritico, si veda il fatto che dedica novecento parole al giudizio storico su Craxi dopo avere irriso Augusto Minzolini per avere detto: “È arrivato il momento ¬ ¬ di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia». Per lei i giornalisti e i contemporanei farebbero bene a non avere la pretesa di avere questi occhi. Solo lei li ha.
Come se non bastasse, ambedue i guru sono ripetitivi. Tutte le occasioni sono buone per dire, Scalfari: “Siete tutti cretini, io solo sono intelligente, anche se non so che dire. E poi Berlusconi è un farabutto”. E la Spinelli: “Io sono coltissima e tanto per bene che mi fa perfino schifo vivere in Italia. E poi Berlusconi è un farabutto”. Tutto questo non vale il costo del giornale. Se i loro articoli fossero almeno brevi si potrebbe vedere se c’è l’occasione di una buona risata, ma duemila parole no, duemila parole uno può leggerle solo perché obbligato.
E se questo è vero per celebrati giornalisti, figurarsi quanto è vero per i tanti che scrivono articoli per i blog o, ancora peggio, inviano commenti a quegli stessi articoli. Qui bisognerebbe ricordare che dopo il quinto rigo si è già in fuori gioco e si sono persi parecchi lettori. Si ha il diritto di essere impazienti.  La vita è troppo breve per tutto quello che abbiamo da fare e da leggere. Non possiamo perdere tempo con chi dice con cento parole ciò che poteva dire con dieci. O, ancor meglio, che poteva non dire.
Se proprio si ha la tenacia di leggere un testo di notevoli dimensioni, si leggano i grandi capolavori. Siamo sicuri di non averne tralasciato qualcuno, inescusabilmente?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 gennaio 2010


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24 gennaio 2010
Franco Cordero
Il professor Cordero, editorialista di Repubblica, molto stimato per la sua cultura e per il suo stile, non si priva di ricorrere con estrema abbondanza a parole straniere e a riferimenti culturali. Suscitando la tentazione di qualche imitazione. Questo testo del 2006 – seguito da una “traduzione” in italiano normale - è una critica di coloro che infiocchettano le loro righe con citazioni intimidatorie e inutile sfoggio di cultura multilingue.
Man macht was man auch machen kann, cioè, come dicevano i nostri ancestors, ad impossibilia nemo tenetur. Ma questo non impedisce che sia lecito, pur sapendolo utterly matchless, seguire i footsteps di Cordero (accettando l’aporia di imitare l’inimitabile) anche se fortuna significa sfortuna e dunque questo potrebbe rivelarsi un coup d’épée dans l’eau. Ma Cordero, absit iniuria verbis, significa agnello, e quello che tollit peccata mundi ben perdonerà l’impudente, soprattutto pensando che se vale per los curas, nunca una palabra mala, nunca una obra buena, ben più coudées franches avrà chi non si è impegnato neppure alle palabras buenas. Al massimo il mentore Rei Publicae sarà autorizzato a un gesto apotropaico, che non gli eviterà tuttavia l’aristofanesca catastrofe. Il difetto è nell’arché, nel cominciamento: lui troppo, novello Marsia, confidò nell’effetto che poteva fare col suo stile, e ora il brocardo germanico gli risponde: wo du deinen Glauben gelassen hast mußt du ihn suchen. Che è come dire imputet sibi o, per gli albionici, che il suo è un self-inflicted disaster.
Nel divertissement (ognuno ha i paralipomeni che può permettersi) non si corre rischio. Quello che nel reato è il Tatbestand, e nel negozio la causa, nel ludo è ilare voglia di levitas, di cachinno, di ontica spensieratezza. Ed a questa il sottoscritto si appella per quell’acquittal che si augura, pecorellianamente, catafratto nella sua adamantina immutabilità contro ogni possibile gravame. Ma chat échaudé craint l’eau froide e per questo il nome dell’autore rimarrà come il viso del Nilo in Piazza Navona.
Ecco la “traduzione”.
Si fa quel che si può, cioè, come dicevano i nostri antenati, nessuno ha l’obbligo di fare miracoli. Ma questo non impedisce che sia lecito, pur sapendolo assolutamente incomparabile, seguire le orme di Cordero (accettando la contraddizione di imitare l’inimitabile) anche se fortuna [in latino] significa sfortuna e dunque questa potrebbe rivelarsi un’impresa inutile. Ma Cordero, non si offenda, significa agnello, e quello che toglie i peccati del mondo ben perdonerà l’impudente, soprattutto pensando che se vale [il proverbio spagnolo] per i preti, mai una parola cattiva, mai un’opera buona, ben maggiore libertà avrà chi non si è impegnato neppure alle parole buone. Al massimo il maestro di Repubblica sarà autorizzato a un gesto scaramantico, che non gli eviterà tuttavia l’irrisione finale alla Aristofane. Il difetto è nell’inizio, nel punto di partenza: lui troppo, novello Marsia [artista che sfidò Apollo e finì scorticato], confidò nell’effetto che poteva fare col suo stile, e ora il proverbio giuridico germanico gli risponde: dove hai lasciato la tua fiducia, lì devi andarla a cercare [cioè, è colpa tua]. Che è come dire se la prenda con se stesso o, per gli inglesi, che il suo è un disastro che ha inflitto a se stesso.
Nel componimento giocoso (ognuno ha i paralipomeni [opera ironica del Leopardi] che può permettersi) non si corre rischio. Quello che nel reato è il “quadro costante” [del delitto], e nel negozio la causa [in senso giuridico], nel gioco è ilare voglia di leggerezza scherzosa, di risata, di spensieratezza esistenziale. Ed a questa il sottoscritto si appella per quell’assoluzione che si augura, sulla base della riforma Pecorella, corazzata nella sua adamantina immutabilità contro ogni possibile appello. Ma gatto scottato teme anche l’acqua fredda e per questo il nome dell’autore rimarrà come il viso del Nilo in Piazza Navona [che è velato perché allora non se ne conosceva la “testa”, cioè la sorgente].
Gianni Pardo
Giugno 2006




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POLITICA
23 gennaio 2010
IL PROCESSO LUNGO
Recita un vecchio detto che tutti parliamo di ammazzare il tempo e in realtà è il tempo che, una volta o l’altra, ammazza noi: noi, i nostri problemi e le nostre responsabilità. “Mors omnia solvit”, dicevano impietosamente i latini: la morte scioglie tutto. Questa è la voce della saggezza. Noi al contrario abbiamo tendenza a vivere come se fossimo immortali, a prendere troppo sul serio i problemi mentre in realtà – ecco un altro proverbio – tout passe, tout lasse, tout casse, tutto passa, tutto stanca, tutto si rompe. Col tempo molti drammi si risolvono da soli.
In Italia si parla di Berlusconi come se fosse eterno; invece, malgrado i suoi capelli accuratamente tinti e quasi artificiali, è già anziano e come tutte le persone molto attive e molto vigorose potrebbe spegnersi di botto, come una lampadina. Non gli stiamo augurando niente di male; stiamo solo dicendo che, nell’equazione politica contemporanea, non si tiene abbastanza conto del fattore tempo: sia per quanto riguarda gli uomini, sia per quanto riguarda i problemi.
I punti sono i seguenti: riuscirà Berlusconi ad arrivare alla fine della legislatura? Riusciranno i giudici a condannarlo in un qualunque processo? E poi, essendo ovvio che nessun processo supererà l’esame della Cassazione prima del 2013, che influenza avrebbe un’eventuale condanna? E che avverrà dopo? Il tempo – il vero processo lungo - sembra avere le risposte.
La legislatura, salvo strani imprevisti, durerà fino al suo termine naturale e quel giorno il Cavaliere avrà settantasette anni. Oggi si ha il buon gusto di morire piuttosto tardi ma non per questo quell’età può essere definita giovanile: dunque si può essere obbligati a “lasciare” qualunque carica per sopravvenuta assenza a tempo indeterminato oppure, essendo accettabilmente in salute, si può decidere di passare la mano. Berlusconi potrebbe contentarsi delle pagine di storia già scritte e limitarsi a fare campagna elettorale per qualcun altro. Il mestiere di king maker, cioè di eminenza grigia dell’intero Paese, non è da buttar via. Se oggi molti accusano il Pdl di essere un’accolita di servi che obbedisce al capo, che cosa impedirebbe a questi servi di continuare ad obbedirgli quando egli sedesse a Palazzo Grazioli invece che a Palazzo Chigi?
Ci sono però i processi, diranno alcuni. Bisogna tenerne conto. Ché anzi proprio per questo si sono versati fiumi di saliva parlando di lodi, processi brevi, immunità. I magistrati potrebbero abbattere il governo con le sentenze! Vana speranza.  Non va dimenticato che il Parlamento potrebbe tagliare loro le unghie; che dei giudici potrebbero assolvere Berlusconi da tutte le accuse (che disastro, per le toghe rosse!) e soprattutto che, con i normali tempi della giustizia italiana, nessun processo riuscirà mai ad avere il vaglio della Cassazione prima del 2013.
Il fattore tempo ha la sua importanza per un altro verso. Se D’Alema fosse accusato di concussione, sarebbe una grande notizia e tutti i giornali se ne occuperebbero con strepito. Sarebbe uomo che morde cane. Ma le accuse a Berlusconi sono andate troppo lontano e durano da troppo tempo: ormai sono cane che morde uomo. Anche da condannato, l’uomo di Arcore potrebbe continuare a governare serenamente. Checché ne pensino gli ingenui giustizialisti, non esiste solo il dato giudiziario: esiste anche il dato politico e sociale. La maggioranza degli italiani non prende più sul serio i magistrati e sarebbe disposta a confermare la propria fiducia al Cavaliere domani, dopodomani e anche il giorno dopo. I giornali di sinistra strillerebbero come indemoniati, direbbero che l’Italia è governata da un delinquente pregiudicato e Berlusconi potrebbe sorriderne: il popolo l’ha assolto una volta per tutte. In nessun Paese la storia è determinata dai magistrati.
Il riassunto è che ci stiamo occupando troppo di problemi insignificanti. Dopo il 2013 o avremo un Berlusconi che non vuole lasciare la trincea, oppure, più probabilmente, un Berlusconi king maker o infine un Berlusconi che si ritira a vita privata a godersi la pace (temporanea o eterna). Oggi ci accapigliamo su una questione giudiziaria che il tempo e l’opinione pubblica prevalente hanno già risolto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 gennaio 2010
Vi prego, se intendete farlo, di inserire i vostri commenti non su questo blog, che da qualche settimana funziona male - per inserirlo bisogna aspettare a lungo, provarci più volte, capita persino che uno perda quello che ha scritto - ma sul blog www.pardonuovo.myblog.it, che funziona bene. Finirà che - con la gentile collaborazione degli amici - renderemo l'altro blog principale e questo blog secondario.

CULTURA
23 gennaio 2010
LE DIFFICOLTA' DELLE LINGUE
La comparazione delle varie lingue dà adito a differenze di opinioni insormontabili. La loro difficoltà – come del resto ha segnalato lo stesso Paolo Sartori – è infatti sia di natura intrinseca (flessioni, pronuncia, eccezioni, espressioni idiomatiche, ecc.) che di natura estrinseca: lo spagnolo è molto più facile per un francese che per un cinese.
Per quanto riguarda la difficoltà intrinseca, ho letto tempo fa che la lingua più difficile, in Europa, è l’ungherese. Sempre che questa difficoltà non dipenda dal fatto che essa, essendo ugro-finnica,  non ha radici comparabili col tedesco o le lingue neolatine. Nel mondo pare che la palma della complicazione debba andare al coreano. Per la semplicità al contrario, fra le grandi lingue, vince l’inglese, afflitto purtroppo da una fonologia e da un’ortografia demenziali.
Gli italiani tendono a dire che “l’italiano è la lingua più difficile” solo perché molti hanno preso brutti voti a scuola. In realtà abbiamo un sistema fonologico abbastanza semplice (anche se non tanto semplice quanto credono gli ingenui secondo cui l’italiano “si legge come si scrive”) e strutture meno complicate, per esempio, del francese. In compenso abbiamo un mare di verbi irregolari e so di un preside che diceva ai professori “sappi che…” e non perché desse del tu.
La verità è che, in qualunque lingua, è difficilissimo parlare bene e in modo elegante, mentre è facile commettere errori. Un mio amico inglese usava dire che la sua era “the most abused language in the world”, la lingua più maltrattata del mondo. E per un certo verso non poteva che avere ragione, dal momento che era ed è la più parlata. Cinese a parte, naturalmente: ma è anche vero che il cinese non è “unico”. Unica e unificante è la sua scrittura, ho letto, diversamente parecchi cinesi a volte non si capirebbero.
Gianni Pardo


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CULTURA
23 gennaio 2010
KEEP SMILING
Non mi mancano tanto le cariche e gli onori, quanto le occasioni di rifiutarli.
Oggi avere figli significa non avere autorità su di loro ed essere nel frattempo responsabili dei loro errori.
Gianni Pardo

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permalink | inviato da giannipardo il 23/1/2010 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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