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POLITICA
29 luglio 2021
LA MAGISTRATURA COME LUIGI XVI
La vita è strana e, per certi versi, senza regole. Di solito chi chiede poco non ottiene niente. Chi chiede tutto ottiene poco, ma capita anche che chi chiede poco ottenga tutto. Perché a volte la controparte, resistendo al poco, alla fine è costretta a dare il tutto. 
La Rivoluzione Francese è nata per chiedere una piccola cosa giusta: che il popolo, quello che faceva vivere nel lusso i nobili e gli alti prelati, negli Stati Generali contasse di più. Votando per “Stati”, infatti, era regolarmente messo in minoranza – due a uno – dalla nobiltà e dal clero. La sistemazione precedente discendeva da una concezione teologica del potere (“re per grazia di Dio”), mentre l’Illuminismo aveva già portato ad una concezione democratica del potere, che la nostra Costituzione esprime con le parole: “La sovranità appartiene al popolo”. 
Ma Luigi XVI tutto questo non l’aveva capito e in quel momento nessuno metteva in discussione la monarchia. Nessuno voleva mettere in prigione o decapitare tutti, al minimo sospetto. Il Terrore non era nella mente di nessuno. Le basi teoriche della Rivoluzione erano liberali e tolleranti, e l’esempio concreto era il regime inglese, così ampiamente e giustamente lodato da Voltaire. 
Se Luigi XVI avesse avuto l’intelligenza di capire che il suo tipo di governo era perento; se avesse avuto il polso necessario per imporsi ai passatisti; se non si fosse comportato come qualcuno che comunque aveva il coltello dalla parte del manico, fino a complottare (forse) con gli stranieri per abbattere la Rivoluzione, avrebbe conservato il trono e la testa.  I rivoluzionari chiedevano un “poco” che in realtà era un “molto”, ma per averlo hanno dovuto ottenere “tutto”. 
Questo genere di fenomeno ha due presupposti: che chi dovrebbe concedere “qualcosa” si creda talmente libero di concederla o di non concederla, da rischiare “tutto” convinto di non perdere “niente”. Se invece il contesto è differente, e chi chiede “qualcosa” in realtà potrebbe ottenere “tutto”, sarebbe intelligente, da parte del presunto forte, dire subito quel “sì” di cui la controparte è disposta ad accontentarsi.
Oggi in Italia si verifica qualcosa del genere, con la riforma della giustizia. Che cosa hanno chiesto gli italiani illuminati, nei molti decenni scorsi? Una giustizia più rapida, più efficiente e meno politicizzata. Francamente, non sono richieste assurde. Per esempio, la tanto discussa “separazione delle carriere” fra magistrati requirenti e magistrati giudicanti, è una riformetta da niente, a costo zero, e tuttavia i magistrati, contro venti e maree, hanno sempre detto no, sempre e soltanto no. Gli italiani hanno votato in massa per la responsabilità civile dei giudici (come sono responsabili tutti i professionisti) ma l’intero establishment si è opposto. I magistrati si sono sempre messi di traverso. Non soltanto hanno dimenticato che le leggi le fa il Parlamento, ma hanno dimenticato che tirando troppo la corda questa si spezza. 
Ma pare che Giove renda pazzi quelli che vuol mandare in malora (“Quos Iuppiter perdere vult dementat prius”). E così ha fatto con i magistrati. Questi, a forza di credersi onnipotenti, hanno portato l’Italia agli ultimi posti, in materia di amministrazione della giustizia. Gli stranieri esitano a investire in Italia e l’andazzo ha creato un tale scandalo da indurre l’Europa a condannarci più di tutti gli altri per casi giudiziari, ed ora ad imporci una riforma come condizione per l’erogazione dei prestiti (contando per questo sulla serietà del nostro Presidente del Consiglio). Ma già molti italiani erano e sono per “qualunque riforma”, “una riforma purchessia”, “una riforma imperfetta, ma non nessuna riforma”. E Draghi conta anche su questo consenso popolare, per tirare diritto. 
La riforma Cartabia ha dei limiti e degli inconvenienti. Ma se l’unico modo di riformare la giustizia, in Italia, è farlo in modo sommario e imperfetto, gettando il cuore oltre l’ostacolo, che lo si faccia. Come ha detto Marta Cartabia, “lo status quo non è un’opzione”. Scordatevi di ottenere modifiche che corrispondano ad annullare la riforma.
La miopia dei reazionari crea i giacobini. Ma dopo il Terrore arriva il Termidoro. Dunque sin dal giorno dopo in cui l’Italia avrà adottato la riforma Cartabia, ci si metta alacremente al lavoro per raccogliere i cocci e passare alla fase construens. Come sarà la giustizia riformata non lo sappiamo. Il tempo che ci vorrà non lo sappiamo. Ma è un’occasione per risolvere definitivamente questo problema e cominciare ad essere un Paese normale. Un Paese in cui persino i magistrati sono dichiarati esseri umani, a sangue caldo, con circolazione doppia e completa, fallibili e sanzionabili come lo sono tutti i professionisti. Forse con la sola differenza di essere più stimati degli altri, se lo meritano.
Quest’ultimo punto non deve sorprendere. La maggioranza dei magistrati è professionalmente e moralmente migliore dei magistrati che sono troppo spesso in vetrina. I magistrati ignoti meritano di essere il modello di chi porta quell’augusta toga. E, al contrario, certi nostri bramini sono divenuti francamente intollerabili. 
L’indipendenza della magistratura, sacrosanto principio, non ne giustifica né l’impegno politico né lo straripamento di potere. Né l’arroganza. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 luglio 2021




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POLITICA
28 luglio 2021
LA MOSTRIFICAZIONE
Grazie all’eccellente scelta di Mario Draghi, e grazie all’energia dell’uomo scelto, il generale Francesco Paolo Figliuolo, l’Italia ha intrapreso una coraggiosa e veloce campagna di vaccinazione con la quale ha praticamente sconfitto il Covid-19. Non soltanto la maggioranza degli italiani è stata vaccinata, ma presto lo saranno stati tutti coloro che lo desiderano, fino a giungere ad uno di questi due risultati: o la sconfitta del Covid, o la morte soltanto di coloro che avranno rifiutato di vaccinarsi.
Naturalmente il virus non scomparirà dal nostro orizzonte. A fine anno chi si è vaccinato fra i primi dovrà rivaccinarsi, come facciamo da decenni per l’influenza. Mi chiedo addirittura se non si arriverà ad un vaccino antinfluenzale che conterrà anche il principio attivo contro il Covid. Ma pciò che importa è che della pandemia - non grazie alle discussioni in televisione, non grazie alle preghiere all’Onnipotente, e neppure grazie alle mascherine, ma soltanto alla farmacologia scientifica - presto dalla pandemia usciremo per sempre. Sempreché siamo disposti a vaccinarci contro il Covid come lo siamo stati contro il vaiolo, che abbiamo fatto scomparire dal panorama delle patologie. Ma esistono milioni di persone che non vogliono vaccinarsi. Come mai? E qui mi permetto di avanzare un’ipotesi.
La pandemia del Covid-19 si è manifestata con un quadro da peste bubbonica. Ospedali intasati, posti di terapia intensiva insufficienti, morti a migliaia, la vita sociale assolutamente stravolta e un clima da fine del mondo. Proprio non c’era da scherzare. Non soltanto morivano soprattutto i più anziani, ma era una morte orribile, per soffocamento. E sostanzialmente non c’era risposta. L’unica risposta possibile era la prevenzione. Certo, l’ideale sarebbe stato il vaccino, ma un vaccino non lo si inventa, non lo si sperimenta e non lo si produce in quattro e quattr’otto. 
Così l’unica parata, per chi poteva permettersela (per esempio i pensionati) era evitare il contagio stando rintanati in casa. Senza vedere nessuno e continuando a far parte dell’umanità soltanto per via elettronica. E tuttavia quando, battendo record di velocità, il vaccino è stato disponibile, molti non hanno voluto vaccinarsi. Ed è questa la stranezza che bisogna cercare di spiegare.
La pandemia è stata una cosa molto seria. Questo significa che ne hanno parlato da mane a sera tutte le televisioni, ne hanno scritto tutti i giornali, e per tutti è stato l’argomento centrale, fino a divenire talmente importuno da suscitare in alcuni  – o almeno in me – una crisi di rigetto. E nella crisi di rigetto c’era una giustificazione. 
Che ci disperassimo quando non sapevamo come difenderci, quando non avevamo un rimedio, era comprensibile. Ma dal giorno dopo quello in cui ho ricevuto la seconda dose, io avrei tanto amato che si parlasse d’altro. Bastava scrivere sulla copertina del dossier “Covid”: “Vaccino” e non parlarne più, come per l’influenza. Per l’influenza bisogna vaccinarsi ogni anno, ma non è una ragione per parlarne quotidianamente. 
Ma se questa è stata la reazione di tante persone ragionevoli, in altre l’interminabile allarme ha prodotto un effetto inverso. L’infinito dibattito su come agisce il virus, su come muta, su come colpisce, su come lo si può combattere, analizzando minutamente quali rischi si corrono, come andrà fra due o tre stagioni, e via dicendo, ha trasformato la malattia in una sorta di Armageddon. Da che era un minuscolo agente patogeno che provocava una malattia, il virus, vaccino o non vaccino, si è trasformato in un mostro invincibile contro il quale la scienza era impotente e manifestava soltanto la sua confusione mentale e la sua pochezza.
La “mostrificazione” del Covid è stata tale che la gente semplice, ignorante e impressionabile ha fatto di tutta l’erba un fascio. Ha messo sullo stesso piano scienziati e imbecilli, catastrofisti e opinionisti, giornalisti e politici, effetti benefici ed effetti collaterali e, per finire, Covid e vaccino. “Non voglio avere a che fare con niente di tutto questo. Non mi fido di nessuno”. Così, mentre con la vaccinazione di massa l’allarme “scientifico” andava a diminuire e quasi scemare, il fatto di continuare a parlarne, sceverando le minuzie più futili, nelle teste confuse ha fatto crescere la diffidenza. Al punto da credere che fosse più pericoloso il vaccino che la stessa malattia. “Meglio lasciar fare alla Natura”. Quella stessa Natura che ha provocato la peste di Atene, la peste del ‘600, e tante altre, ma tant’è. Ed ora siamo costretti a leggere questo titolo, sull’Ansa: “Covid, morta undicenne. La sua famiglia non era vaccinata”. 
La conclusione è mesta. Sarebbe stato stupido non temere il contagio, e non proteggersi con la prevenzione, quando non c’era altro rimedio. Ma altrettanto stupido è oggi non riprendere a vivere col vaccino. Ma questo può avvenire soltanto se si considera il Covid-19 una malattia che il vaccino combatte efficacemente. Se invece lo si considera un gigante mostruoso e invincibile, di cui continuare a parlare dalla mattina alla sera, un gigante alleato con Bigpharma per ammazzarci col vaccino, e questo soltanto per fare arricchire le multinazionali, allora non c’è speranza. 
A meno che la spiegazione del fenomeno non sia una sorta di reazione di “Madre Natura”, quella cui i No-vax vorrebbero lasciare mano libera, la quale riprende il filo della selezione naturale, facendo perire i meno “fit” per la vita, e cioè gli imbecilli. Ma la bambina di undici anni?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      28 giugno 2021



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POLITICA
26 luglio 2021
IL MISCREDENTE INSALVABILE
Quando il Don Giovanni di Molière dice di non credere in Dio, il suo “scudiero” Sganarelle gli chiede, pressoché scandalizzato: “Ma allora non crede nemmeno in Padre Pio?” Ovviamente dice l’equivalente francese del tempo di “Padre Pio”, e la gag merita seria riflessione.
 È molto facile aderire ad un pregiudizio o ad una leggenda, mentre è difficile elaborare un’idea grandiosa come quella di Dio, o della sua inesistenza. Queste due ultime concezioni sono così difficili, ed hanno tante di quelle implicazioni esistenziali, che la maggior parte delle persone preferisce non pensarci. Un po’ come avviene con la morte. E infatti i veri credenti e i veri miscredenti sono delle vere eccezioni. Come direbbe Sganarelle, molti  non credono in Dio ma poi invocano Padre Pio. 
I pregiudizi facilitano la comprensione della realtà e spesso permettono di dominarla. Come spiegare la crisi economica? Domanda difficilissima per un economista, facilissima per un antisemita: colpa degli ebrei. Come difendersi dal malocchio, tanto pericoloso? Gettatevi un pizzico di sale dietro le spalle, ed ecco tutto risolto. Del resto i botti tremendi dei fuochi d’artificio servono a spaventare e far fuggire via gli spiriti maligni. Non andate a cercare i selvaggi in Amazzonia, li abbiamo già qui.
Quanto a me, ho vissuto la mia prima infanzia sentendo dire tutto il bene possibile di Mussolini. Per poi sentirmi rivelare, da quando avevo otto o dieci anni (e per i settantacinque successivi) che quello stesso uomo era stato la rovina dell’Italia.  Questo mi ha insegnato che, quand’anche mi si dica tre volte al giorno che il Tizio è l’Uomo della Provvidenza o il Diavolo in persona, non devo credere né l’una né l’altra cosa. La mia pelle è divenuta impermeabile alla persuasione ottenuta con la ripetizione. Ché anzi il martellamento, per me, rischia di essere controproducente. Che Mussolini fosse migliore di come si dice?
La politica è un campo in cui è particolarmente difficile orientarsi. Soprattutto in un Paese tendente al pensiero unico. Gli italiani o sono dichiaratamente di sinistra o della sinistra adottano le idee, i buonismi, i programmi. Come per mezzo secolo hanno fatto i democristiani. Io invece sono stato un “estremista liberale e l’universale sinistrismo, non che farmi dubitare della mia posizione, mi ha dimostrato soltanto  lo spirito gregario dell’umanità. Nietzsche chiedeva: “Fin dove osi pensare?”  La gente non osa molto e si rifugia nel mezzo del gregge.
Ma riprendiamo la storia dall’inizio. Quando ero ragazzo, l’essere cristiani era un dato di fatto talmente ovvio che metterlo in dubbio sarebbe apparso sconveniente. Gli stessi comunisti sottacevano il loro inevitabile ateismo e avrebbero dato la tessera del Pci a Gesù. I democristiani, dal canto loro, erano filocomunisti e compivano il miracolo di mettere insieme Dio e Marx, dimostrando così di non comprendere né l’uno né l’altro. O di prescindere da ambedue in nome dell’interesse. I due grandi partiti erano degni l’uno dell’altro.
Poi il sinistrismo ha prevalso sul Cristianesimo. Abbiamo cancellato Dio dal nostro orizzonte e abbiamo avuto soltanto una religione: il comunismo. Negli Anni Settanta è sembrato così imminente che l’Italia divenisse compiutamente sovietica che nessuno (salvo Indro Montanelli) ha osato mettersi di traverso. Molti addirittura, considerando ormai inutile la resistenza, teorizzavano che era meglio arrendersi subito e passare al più presto al regime comunista. 
Purtroppo per loro, circa un decennio dopo, non fu l’Italia a divenire sovietica, ma la Russia a cessare di esserlo. Così, il mito dell’estrema sinistra si è sgretolato come un golem di fango sciolto dalla pioggia e l’Italia si è ritrovata senza religione e dunque senza bussola. 
Ma come la Natura ha orrore del vuoto, l’umanità non riesce a vivere senza qualche verità sulla base della quale battersi il petto e che le prospetti qualche speranza di riscatto.  La risposta, per il Cristianesimo, era stata che la nostra anima era in pericolo di perdizione, ma ormai nessuno credeva all’Inferno e per il comunismo il nocciolo della fede era stato la battaglia per l’equità sociale ma, visti i risultati in Russia, il messaggio era appannato. Così è nata una nuova religione per la quale il dogma centrale è che la Terra – mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa - , è in pericolo e il nostro dovere, se vogliamo avere qualche speranza, è quello di preservare il nostro habitat. L’uomo che, a differenza delle zanzare e dei coccodrilli,  ha tutta l’aria di essere un abusivo sul pianeta,  può e deve produrre meno anidride carbonica, non deve toccare un filo d’erba, non deve tagliare un albero e soprattutto deve comprare automobili elettriche.  
Io, come al solito, rimango scettico. Anche perché l’intera umanità non risponde a questa domanda: “Ammesso che ci siano cambiamenti climatici, come dimostrate che sia colpa dell’uomo? E come dimostrate che l’uomo possa metterci rimedio? E soprattutto come spiegate che analoghi ed anche più violenti episodi si siano verificati in passato, quando l’uomo influenzava il clima meno dei peti dei bisonti americani?”
Certo, esistono fenomeni negativi. Per esempio la deforestazione. Ma dal momento che questo fenomeno è prodotto dall’iperantropizzazione della Terra, perché non si lotta contro il proliferare dell’umanità, piuttosto che contro il benemerito motore a benzina?
E a proposito, come mai non si dice in giro che le automobili elettriche producono più CO2 di quelle Diesel? È facile dimostrarlo. L’energia per fare andare avanti un’automobile è sempre la stessa. Se è prodotta in loco, con un motore a combustione interna, è x; se è prodotta in una centrale elettrica a carbone o a gas, è x,5 o giù di lì. Perché prima bisogna produrre l’energia elettrica, e questa sarà molto meno di quella che, con pari carburante, avrebbe prodotto il motore di un’automobile; poi bisogna trasferirla con cavi e trasformatori, e anche questo implica uno sfrido, e così l’automobile elettrica non emette CO2 ma, per farla andare avanti, abbiamo immesso nell’atmosfera più anidride carbonica della normale auto a benzina. L’abbiamo emessa altrove, ma non so se la Terra faccia caso alla differenza. Solo se le centrali elettriche fossero a combustibile nucleare produrremmo meno CO2, ma per l’attuale religione il nucleare è come la bestemmia per il Cristianesimo.
E c’è dell’altro. Dal momento che le auto elettriche sono costose, lo Stato ne incentiva l’acquisto da parte dei ricchi offrendosi  di pagare una parte del prezzo, e mette quella spesa a carico dei contribuenti, anche dei poveri, perché anche i poveri pagano le tasse. 
Infine si dimentica di dire al felice possessore dell’auto silenziosa che le batterie non sono eterne. All’acquisto, incidono per circa la metà sul costo dell’auto ma dopo una decina d’anni d’uso vanno buttate via e ricomprate. Se vi dicessero la stessa cosa di un’auto a benzina vi informereste sul prezzo dei cavalli da sella. 
Ma non c’è niente da fare. Tutti i media, tutti i giorni, in tutte le occasioni e a tutte le ore, ci ripetono che siamo colpevoli di rovinare il clima della Terra; che dovremmo pentirci, fare penitenza e divenire anacoreti. A volte si direbbe che il Savonarola non è ancora morto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
26 luglio 2021 



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POLITICA
25 luglio 2021
LA RIFORMA CARTABIA, RIMEDIO NECESSARIO
Un amico lettore mi ha candidamente chiesto come mai fossi contrario alla riforma proposta dalla ministra Marta Cartabia.  Inutile mostrarsi sbalorditi o indignati: se qualcuno ha potuto pensare ciò, è segno che devo essermi espresso male. Uno si sforza di essere chiaro, ma a quanto pare ci sono volte in cui la cosa non riesce. 
Cominciamo riaffermando alcune ovvietà. Un rimedio può essere assolutamente necessario e contemporaneamente comportare controindicazioni. La gangrena può imporre l’amputazione di una gamba, ma nessuno può sostenere che l’amputazione di una gamba sia una cosa positiva. Solo che, se l’alternativa è la morte, ben venga l’amputazione. 
Si tratta di bilanciare costi e ricavi. A chi soffre di un prurito non si può dare un rimedio che può provocare uno shock anafilattico ma, a chi sta morendo se non gli si dà quel rimedio, non soltanto glielo si deve dare, ma se necessario anche in dose tale da rischiare di ammazzarlo. Dunque criticare un certo tipo di provvedimento non significa per ciò stesso dichiararlo non necessario o da non adottare. 
Proseguendo nell’esempio: se si è in grado di indicare un rimedio che non comporta rischi e sia altrettanto efficace, la critica è benedetta. Se invece ci si limita ad enumerare le controindicazioni, ciò non significa che si sia contro l’adozione di quel rimedio, ma al massimo che si deve essere pronti a tentare di porre rimedio alle conseguenze negative.
Torniamo alla riforma Cartabia. Per quel che ho capito, c’è il rischio che in parecchi grandi distretti di Corte d’Appello (fra gli altri Roma, Napoli, Catania, mica piccoli borghi) i tempi dell’appello, dato l’andazzo locale,  sono incompatibili con i due anni prescritti. E dunque centinaia, forse migliaia di processi penali andranno in fumo. E allora non bisognerebbe applicare la riforma Cartabia? Assolutamente no. 
Che dei processi penali vadano in fumo a migliaia è una catastrofe, ma dal momento che l’amministrazione della giustizia, in Italia, è una catastrofe in pianta stabile da ben più di mezzo secolo, ben venga qualunque riforma che ne acceleri i tempi, non importa quanto sommaria, brutale e brulicante di controindicazioni. Come ha più o meno detto la dott.ssa Cartabia,  “lo status quo non è una proposta sul tavolo”. Cioè cambiare bisogna. E non perché ce lo impone l’Europa, ma perché abbiamo una disperata necessità di sciogliere questo nodo gordiano, anche con la spada. In questo senso l’imposizione dell’Europa è la benvenuta, come il famoso TSO (trattamento sanitario obbligatorio) per il pazzo pericoloso che rischia di far male al prossimo. 
A tutti i critici della riforma Cartabia bisogna dunque dire: “Se indicate le controindicazioni e basta, potete risparmiarvi il fiato. Se invece avete dei rimedi da proporre, siamo qui per ascoltarvi”. E che la situazione sia da codice rosso al Pronto Soccorso è dimostrato dal fatto che la Cartabia quel testo non l’ha scritto una mattina in cui non aveva nulla da fare, ma prima ha sentito tutti, per mesi. E se dunque è arrivata alle determinazioni attuali, significa che – almeno a suo parere, e a parere dell’intero Consiglio dei Ministri – quel testo è il meno cattivo che si poteva scrivere. L’alternativa essendo “nessuna riforma”. 
Il mio articolo del 21 luglio non era contro la riforma Cartabia, e infatti proponevo degli aggiustamenti. Basta rileggere il titolo: “Riforma Cartabia da riformare – Dopo averla approvata”.  Traduzione: intanto approviamo questa riforma, con tutti i suoi inevitabili costi e difetti, poi cerchiamo di diminuirne i costi e di eliminarne i difetti. E come stupirsene? Per tornare all’esempio sanitario iniziale: se c’è il rischio dello shock anafilattico, e l’alternativa è comunque la morte, si somministri quel medicinale. Ma perché non tenere a portata di mano quell’adrenalina che potrebbe impedire al malato di morire non per la sua malattia, non per il rimedio somministratogli, ma per quello shock anafilattico cui l’adrenalina potrebbe porre riparo?
So che i tempi sono strettissimi, so che per qualche anno di questa riforma si vedranno innanzi tutto gli scandalosi effetti negativi, ma ciò non significa che non sia necessario cambiare rotta. Con la prudenza precedente, con le resistenze dei magistrati – forti dei loro inammissibili privilegi che ne legittimano persino la pigrizia – con la riluttanza al nuovo, con la ricerca dell’ottimo notoriamente nemico del buono, siamo arrivati ad una situazione scandalosa, ripetutamente condannata dalle autorità comunitarie. Un sistema giudiziario che frena gli investimenti esteri in Italia e ci relega agli ultimi posti in questa materia.
Tutto questo deve finire. Se è necessaria la chirurgia, si chiami il chirurgo. E se questo chirurgo – di nome Cartabia o Draghi – operando fa sanguinare il malato, cià fa parte del gioco. Il chirurgo non opera con le belle parole ma con un coltello molto affilato. E se quella chirurgia che fa scorrere sangue è l’unico sistema per aiutare il malato, essa non fa parte della criminologia ma è una delle branche più nobili della medicina. Del resto, persino l’immaginario cinematografico, se deve ipotizzare il medico eroe, ce lo presenta in camera operatoria.
Dunque, viva la riforma Cartabia. Ma pensiamo sin da oggi a come permetterne la realizzazione col minimo di inconvenienti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 luglio 2021



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POLITICA
24 luglio 2021
DRAGHI RAGIONA COME BERTOLDO
Mi si permetta di cominciare con una barzelletta. Ad una mostra di frutta, un coltivatore espone un melone eccezionale, una palla verde di quaranta centimetri di diametro. Ma ovviamente vende meloni normali, di ogni peso e qualità. Un vecchietto si avvicina al commesso e chiede sommessamente metà del supermelone. Il commesso gli spiega che, se vuole quindici chili di melone, basta che compri un melone da quindici chili, o due da sette, ma il vecchietto è irremovibile: vuole metà di quel melone. Alla fine il commesso vede il suo boss a trenta metri e decide di passargli la patata bollente. Dice al vecchietto: “Mi aspetti”. E arrivato dal capo: “Senta, c’è uno straordinario cretino che si ostina a chiedere metà del grande melone che teniamo per esposizione. Uno lo prenderebbe a cazzotti se non fosse…” e mentre parla si accorge che il boss gli fa segno con gli occhi di guardare  chi lo ha seguito. È il vecchietto, che ha ascoltato la conversazione. Ma il commesso dice: “Per fortuna c’è questo signore qui che vuole l’altra metà e questo risolve il problema”.
La barzelletta è ovviamente sulla presenza di spirito. Questa è l’insolita capacità di vedere prima degli altri qual è il lato vantaggioso di una situazione difficile, o come si può risolvere brillantemente un problema. Mi chiedo se Mario Draghi non sia il campione italiano della presenza di spirito. 
Per prima cosa ricordiamoci il passato. L’Italia ha avuto un’infinità di governi di coalizione. Per decenni, è rimasta impigliata nella doppiezza, nel cinismo e nel filocomunismo della Democrazia Cristiana. Quando è apparso un uomo che sembrava sapere ciò che voleva, Bettino Craxi, si è inventato il termine “decisionismo” per dimostrare che era quasi una reincarnazione del “Mascellone”. Insomma, non soltanto l’Italia non è stata mai governata con coraggio e lungimiranza ma, se qualcuno avesse avuto coraggio e lungimiranza, sarebbe stato annullato e inghiottito dal sistema. Governare l’Italia – l’ha detto Mussolini – è impossibile. 
Ora ecco arriva Draghi, e in quattro e quattr’otto presenta una riforma della giustizia da far accapponare la pelle anche a chi, come me, l’aspetta da più di mezzo secolo. E poi, invece di essere subito appeso a un lampione, come per giusta regola, pone la questione di fiducia e sembra che l’otterrà. E allora riprendiamo la barzelletta.
Da parecchie monografie di storia ho imparato che molte battaglie sono state vinte più dall’intelligenza che dalla forza. Non sempre i grandi strateghi hanno vinto perché erano i più forti, spesso hanno vinto perché hanno saputo sfruttare la situazione, anche quando essa di primo acchito sembrava disperata. I muscoli non sono tutto. Il ju-itsu insegna che il debole può vincere il forte se è capace di sfruttare la forza del forte a suo danno. L’energumeno carica come un bufalo? Invece di fuggire fategli lo sgambetto, presentategli il vostro gomito contro il costato, in modo che per così dire ci si infilzi, accucciatevi dinanzi a lui in modo che inciampi e vada a cadere rovinosamente. Essere caricati da un forsennato  può essere una buona occasione per vincere. Basta riconoscerla. E così si può interpretare la situazione politica attuale. 
Mario Draghi si è visto portare il malato in arresto cardiaco. L’Italia, che già prima della pandemia era con un piede nella fossa, ora sembrava pronta a infilarci l’altro. Il governo Conte, dalle sciagurate elezioni del 2018, è stato sempre inadeguato. E tuttavia una maggioranza si è sempre trovata, almeno fino all’inizio di quest’anno. Poi, con la caduta del Conte 2 (sia lode a Matteo Renzi, checché se ne dica) è stato impossibile formare un nuovo governo. Situazione disastrosa, dunque. Ma la genialità consiste nel vedere un’occasione unica dove altri vedono un abisso. Draghi si è detto: 
1 Non esiste una maggioranza e l’esito normale sarebbe quello di sciogliere le Camere.
2 Per interesse personale, per non perdere il posto e lo stipendio, i parlamentari sono assolutamente contrari a tornare a votare.
3 I parlamentari più pericolosi sono quelli del M5S, ma essi sono anche quelli che più paventano le elezioni. Perché sanno benissimo che, dopo, il Parlamento lo vedrebbero soltanto in televisione. 
4 Dunque questo Parlamento ha una tale paura di andare a nuove elezioni, che è disposto assolutamente a qualunque cosa pur di non interrompere la legislatura. Così, per domarlo, basterà proporgli l’alternativa. 
5 Posso approfittare della mancanza di una maggioranza per governare senza una maggioranza. O, più esattamente, eliminando la differenza fra maggioranza ed opposizione. Infatti, invitando tutti al governo, tutti i partiti sono maggioranza. 
6 Il momento è eccezionale e posso fare cose eccezionali. Basterà dire: “O questo, o nuove elezioni”. E tutti caleranno la testa. Ed anche se qualcuno uscisse dal governo, probabilmente rimarrebbe ancora una maggioranza sufficiente per continuare a giocare questo gioco. 
7 Né le cose cambiano molto col “semestre bianco”. Se cade il governo, rimane in carica il governo dimissionario. Per quanto tempo? E non esiste la possibilità dell’autoscioglimento delle Camere? E se il Presidente si dimette prima della scadenza e non c’è una nuova maggioranza, non è ovvio che si andrebbe subito a nuove elezioni? Il semestre bianco sarebbe una garanzia se Mattarella e Draghi fossero dei codardi. Ma non sembrano esserlo.
Draghi ragiona come Bertoldo. Cioè benissimo. Da grandissimo realista, ha semplificato il problema, riuscendo a vedere l’essenziale, sfruttandolo poi con un cinismo tanto inusitato quanto chiaroveggente. Inoltre, profittando della sua personale credibilità agli occhi dell’Europa , ha chiesto un maxi prestito promettendo quelle riforme di cui l’Italia ha estremo bisogno. E che è sempre stata incapace di realizzare. E infine ha cominciato ad applicare metodicamente questo piano (cosa incredibile, in Italia). È gentile, è di poche parole, ascolta tutti e poi tira diritto. “Non siete d’accordo? Andate a casa. Non volete andare a casa? Votate come dico io”. Brutale, cesareo, napoleonico. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
22 luglio 2021
LA SUGGESTIONE AL POSTO DELLA REALTA'
In questi giorni, vedendo  quanto la nazione fosse felice e rincuorata dal successo calcistico, sono stato quasi depresso. Per me non era accaduto praticamente niente, niente che mi facesse cambiare opinione sul futuro dell’Italia, e invece il giubilo era universale. 
Certo, se in Italia si verificasse un evento veramente positivo – per esempio una seria,  organica e radicale riforma della giustizia – non dico che scenderei in piazza a partecipare strombazzando ai caroselli di automobili, ma poco ci mancherebbe. Perché allora sì l’Italia avrebbe cambiato pagina. 
Invece questo Paese è refrattario ai cambiamenti più della Chiesa Cattolica. Il Cattolicesimo, sotto la guida illuminata di Papa Francesco, a forza di modernizzarsi, si sta suicidando. L’Italia al contrario, pur avendo un estremo bisogno di modernizzarsi, rimane quella di sempre. Cambiano il folklore, le mode demenziali come la political correctness,  l’inchino reverente dinanzi alle devianze sessuali, o la religione ecologica, ma per il resto, niente di sostanziale. Forse qualcuno riesce a credere che Draghi – anche perché tenuto sotto la pistola puntata dell’Europa – riuscirà a realizzare vere riforme. Personalmente ho grande stima di quell’omino asciutto, ma non riesco a credere ai miracoli. Augurarmeli è un conto, crederci un altro conto. 
La Chiesa Cattolica riesce a scristianizzarsi perché la società si è già scristianizzata da sé. L’Italia invece non riesce a cambiare perché preferisce i propri pregiudizi a qualunque evidenza. E poiché quei pregiudizi sono di sinistra, e sono per giunta ammantati di moralità e di amore del popolo, nessuno riesce a smuoverli. Uno di questi è che i magistrati hanno sempre ragione. Un altro è che,  punendo sempre di più, e mettendo sempre più gente in galera, si moralizzi la vita sociale. Come volete che si migliori la giustizia? Con queste premesse l’argomento diviene futile. E infatti lo abbandono per offrire  due innegabili esempi dell’irragionevolezza della nostra nazione.
I sequestri di persona a fine di estorsione possono prosperare soltanto se chi è minacciato paga.  Basterebbe che nessuno pagasse e quella piaga, ovunque, cesserebbe di esistere. Ma in ogni occasione ciascuno pensa al suo caso, paga e, mentre danneggia sé stesso,  danneggia tutti. Essendo però stato danneggiato a sua volta da coloro che, prima di lui, nella sua stessa situazione, hanno pagato. Ora guardate all’Italia: non soltanto le istituzioni e le leggi non sono riuscite a impedire il pagamento dei riscatti, ma se un cittadino italiano viene sequestrato all’estero da banditi di qualsivoglia pelame, gli italiani si aspettano che – sia pure sottobanco, per pudore, ma queste cose poi si sanno eccome – l’Italia paghi e liberi il nostro concittadino. Sicché i cittadini italiani sono i preferiti, fra gli stranieri da sequestrare. È ragionevole, questo?
Altro esempio, almeno altrettanto doloroso e altrettanto irragionevole: i licenziamenti. Stabiliamo per cominciare un principio inconcusso e indiscutibile: un’impresa privata in tanto può operare in quanto i ricavi siano superiori alle spese. Lo Stato può tenere in vita una sua impresa anche in perdita (si pensi alla scuola) da un lato perché quella spesa è essenziale alla comunità, dall’altro e soprattutto perché lo Stato non è tenuto a bilanci di imprese in equilibrio, in quanto si finanzia (forzosamente) con le tasse. Ma un’impresa privata non può operare in perdita, se non temporaneamente. Se non con la precisa speranza di tornare in utile entro breve tempo. In tutti gli altri casi, quell’impresa, o almeno quel suo stabilimento, devono chiudere. Assolutamente. Non c’è alternativa. 
E invece che cosa avviene, in Italia? Se l’impresa che arriva a questa situazione drammatica è piccola, diciamo con dieci dipendenti, immediatamente l’impresa chiude e i dieci dipendenti sono disoccupati. Magari senza nessun sussidio. Se invece l’impresa è grande, e i dipendenti sono migliaia (pensare all’Alitalia) il dogma è che l’impresa non  deve chiudere, checché accada, e lo Stato deve intervenire ripianando il deficit, di tasca sua. Cioè nostra. E infatti per l’Alitalia lo Stato ha già sborsato più di quattordici miliardi di euro, nel tempo. Miliardi nostri, miliardi di tasse. Pensateci.  
Oppure l’Italia interviene forzando in qualche modo l’impresa – soprattutto se è una multinazionale, con proventi all’estero – a mantenere l’attività produttiva. E dunque i posti di lavoro. 
È una politica ragionevole? Si salvano centinaia di posti di lavoro, ma quante imprese straniere, avvertite di questo andazzo, si azzarderanno ad operare in Italia, con la prospettiva di doverci perdere miliardi? Se lo Stato italiano opera antieconomicamente, ed obbliga alcune imprese ad operare antieconomicamente, il risultato è che parecchie imprese, temendo di entrare in un Paese dove si opera antieconomicamente, e cioè perdendoci dei soldi, si guarderanno bene dall’investire nel nostro Paese. Cioè noi avremmo salvato duecento o trecento posti di lavoro esistenti, perdendone migliaia e migliaia che avremmo potuto avere, se l’Italia non si fosse fatta la fama di Paese assurdo e vagamente sovietico. Buonista a spese degli altri. 
Ma in questo campo l’Italia qualcosa ha già fatto, molti anni fa: ha abolito il reato di blocco stradale. Prima i lavoratori e i sindacati rischiavano qualcosa, bloccando strade, autostrade e ferrovie, poi il reato è stato abolito, perché per i lavoratori, quello di danneggiare i concittadini e l’intero Paese, è un diritto. Sindacale. 
Fermate la Terra, voglio scendere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 luglio 2021



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POLITICA
21 luglio 2021
RIFORMA DELLA RIFORMA CARTABIA
Dopo averla approvata
Normalmente la riforma del processo penale firmata Cartabia dovrebbe piacermi. Sono per i processi brevi, e penso che i magistrati, a forza di non essere mai sanzionati, battano fiacca (non tutti, ovviamente). Ma ciò non mi impedisce di vedere che, così com’è congegnata, troppi processi andranno in fumo, dopo quattro o cinque anni inconcludenti. 
Non penso che tutta l’intelligenza dell’Italia si sia rannicchiata nel mio cervello e che la dott.ssa Cartabia,e lo stesso Mario Draghi non sappiano perfettamente, e meglio di me, che la riforma così com’è oppone a un disastro - la lentezza della giustizia - un altro disastro: l’impossibilità, per molti processi, di arrivare a sentenza definitiva. Dunque se agiscono come agiscono, devono avere un preciso scopo e un piano di attuazione.
Innanzi tutto sanno che la riforma della prescrizione, voluta dal ministro Alfonso Bonafede, e sostenuta (horribile dictu) anche dal Pd, è un tale obbrobrio giuridico che l’Europa non poteva continuare a considerarci un membro democratico dell’Unione, se l’avessimo mantenuta. Proprio l’eccesso giustizialista di quella riforma ha innescato una reazione che non guarda in faccia a nessuno, e che è disposta ad arrivare al terrorismo democratico. Prima si potevano tormentare eternamente anche gli innocenti, ora si rischia di mandare impuniti, in breve tempo, troppi colpevoli. Ma una volta che si è impressa al Paese una svolta così brutale, bisogna mettere rimedio alle principali conseguenze negative.
Dopo avere identificato lo scopo – l’approvazione dell’Europa – è necessario un piano di attuazione. E questo piano d’attuazione, da approvare a tappe forzate, potrebbe comprendere almeno i seguenti punti. Una legge che abolisca la foglia di fico dell’obbligatorietà dell’azione penale. Dunque i magistrati potrebbero essere tenuti ad occuparsi di quei processi che, non conclusi con una sentenza, provocherebbero un serio allarme sociale. Il Ministero dice: “quest’anno sono prioritariamente da perseguire i tali e tali reati, a partire dal tale livello di gravità”. E i magistrati obbediscono.
Secondo provvedimento: dal momento che il dovere dell’accusa (Procura della Repubblica e Pubblici Ministeri) comporta meno responsabilità dell’essere giudici, si spostino tutti i magistrati alla giudicante, affidando la requirente, come nel sistema anglosassone, ad avvocati reclutati allo scopo dallo Stato. Questo aumenterebbe di un bel numero di effettivi i magistrati giudicanti. 
Terzo provvedimento, una robusta depenalizzazione degli illeciti. In Italia la materia penale è troppo vasta, e troppo facilmente un comportamento censurabile è chiamato reato. Si infliggano delle ammende, magari oblabili, ma si scarichino i Tribunali di molto ciarpame giuridico. E si trovino strumenti repressivi ugualmente dissuasivi, se possibile.
Quarto provvedimento: dal momento che i giudici sono troppo pochi (dicono, ma non è vero, basti guardare ai Paesi a noi vicini, ma facciamo che sia vero) dal momento che i giudici sono troppo pochi, assumiamo come magistrati, su designazione dei magistrati togati in collaborazione col Consiglio dell’Ordine, avvocati con oltre vent’anni di iscrizione all’albo. Mantenendo la loro specializzazione civilistica o penalistica. 
Infine si indìcano veloci concorsi per esami per assumere molti giovani come magistrati, come cancellieri e come ausiliari di giustizia, rendendo obbligatoria la materia cybernetica o come si chiama. Insomma i nuovi assunti devono essere in grado di battere a macchina, consultare internet, usare la posta elettronica e via dicendo. Abbiamo bisogno di magistrati del Ventunesimo Secolo.
Naturalmente la lista non è esauriente e io non sono certo la persona più competente, in questo campo: ma volevo segnalare che non basta perseguire uno scopo e, come si dice, buttare il cuore oltre l’ostacolo. È anche necessario ricordare che non basta dire, come pare dicesse Napoleone,”Le salmerie seguiranno”. Perché se poi non seguissero sarebbero guai. 
Come si vede tuttavia alcune delle modifiche proposte non richiedono né molto tempo né molto denaro. E la situazione potrebbe in breve tempo migliorare.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 luglio 2021




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POLITICA
20 luglio 2021
RODOMONTE A GIORNI ALTERNI
All’ex Presidente del Consiglio e attuale aspirante alla guida del M5S, Giuseppe Conte,.le parole servono per mascherare le idee. E spesso la loro mancanza. Ma servono soprattutto a ingannare chi ancora le prende sul serio.
Attualmente tenta di ottenere la guida del Movimento e lo fa sposandone gli ideali meno plausibili e ponendosi a loro campione intransigente. Fino a dire in televisione, con la faccia seria, che il Movimento difenderà tutte le grandi riforme che ha realizzato in questi tre anni. Dimenticando quanto è lunga la lista dei dietrofront già eseguiti. Ma non importa. Infatti è in prima linea per difendere l’abolizione della prescrizione, capolavoro di Alfonso Bonafede, e proclama che non si può fare marcia indietro. Lui, novello Orazio Coclite, è lì per sbarrare il passo ai barbari. Da solo.
Questa la propaganda, ovviamente con la faccia feroce, ad uso dei telespettatori. Purtroppo forse Draghi non ne fa parte. E infatti molti aspettavano il loro incontro per vedere che cosa Conte avrebbe tirato fuori dal cilindro. E naturalmente ne ha tirato fuori il solito coniglio. 
Oggettivamente non gliene si può fare una colpa: in questo campo nessuno, e men che meno i Cinque Stelle, ha libertà di movimento. Ma allora perché minacciava, prima? Soltanto perché non resiste al suo istinto di attore? Perché mai costringe il prossimo a irriderlo, quando potrebbe tacere?
Comunque, dopo l’incontro con Draghi (fonte Ansa), ecco che cosa ha detto sulla giustizia: "Daremo il [nostro] contributo per velocizzare i processi ma saremo molto vigili nello scongiurare soglie di impunità". "Anche durante i lavori parlamentari adesso daremo il nostro contributo per migliorare e velocizzare i processi". "Non abbiamo parlato di fiducia ma di eventuali interventi che possano migliorare il testo”.
Analisi logica e grammaticale. Conte prima ha detto che il Movimento si sarebbe schierato come un sol uomo per difendere la legge Bonafede. Ora dice che vuole contribuire a velocizzare i processi: e questa è una soluzione assolutamente diversa. Infatti, se le parole hanno un senso, prima voleva mantenere i processi eterni ed ora vorrebbe renderli più veloci di quanto ha proposto la Cartabia.
Nel diritto penale la prescrizione è una “norma di chiusura”, per evitare al cittadino i danni di un processo interminabile. Ma è indirizzata ai magistrati, e costituisce l’ammissione di una sconfitta. Se si arriva alla prescrizione, lo Stato confessa che non è riuscito ad esercitare la sua pretesa punitiiva in tempi ragionevoli, come richiede tassativamente la Costituzione (art.111). 
Il nostro problema è dunque quello di eliminare la lentezza dei procedimenti. Ma chi è l’avversario? I magistrati pigri e lenti? E se Conte vuole costringerli ad essere veloci, come intende farlo? E se rimangono lenti, a che serve la sua esortazione? Quali sono i provvedimenti utili in generale, all’organizzazione della giustizia? In Parlamento si votano leggi particolareggiate, non discorsi morali.
E ora andiamo alle “soglie di impunità”. “Soglia di impunità” è quel limite oltre il quale non si può essere puniti. E, contrariamente a quanto sembra affermare l’avv.Conte, è stupido lottare contro di esse. Basti dire che una prima soglia è l’impunibilità del cittadino al di sotto dei quattordici anni. Conte vuol mettere in galera i bambinetti di cinque anni? Come è impunito, perché non responsabile, chi è totalmente infermo di mente. E fra le ragioni di impunità c’è anche la prescrizione. Ecco a quale esigenza risponde: si può processare un incensurato per tutta la vita, per avere rubato una melanzana? Conte dovrebbe rispondere a questa domanda: se la risposta è sì, lui non è per i processi veloci, ma per i processi lentissimi. Se la risposta è no, ci dica come, quando, e con quale strumento, impedirà che il processo sia eterno. Se no, parla per dare aria alle sue tonsille.
Dunque sì, la legge Cartabia prevede soglie di impunità. Come le prevedono le legislazioni di tutti i Paesi civili. Solo che i Paesi normali alla prescrizione arrivano molto raramente, mentre da noi i processi prescritti sono decine e decine di migliaia. Per attuare la pretesa punitiva dello Stato è sull’intero sistema che bisogna agire, non è sulla pelle del cittadino innocente. E persino colpevole. Non lo dico io, lo dice la Costituzione. 
Poi, si sa, è anche in gioco il Pnrr, e Draghi potrebbe porre la questione di fiducia: “O votate sì o tutti a casa”. E invece Conte afferma intrepido che non ne hanno nemmeno parlato. Ed io immagino un incrociatore che si piazza nel porto di una città, minacciandola di bombardamento, e il sindaco che, dopo aver conferito col capitano, riferisce ai giornalisti: “Non abbiamo parlato di cannoni. Quello nel porto è solo lo yacht personale del capitano”.
Se Conte fosse coerente, dovrebbe semplicemente tacere o al contrario rendere chiaro che, se il governo pone la questione di fiducia sulla legge Cartabia, il M5S vota contro. Ma non può farlo. E se è vero che non hanno parlato di fiducia, sarà perché anche a Palazzo Chigi vige il brocardo secondo cui “i fatti notori non abbisognano di dimostrazione”: e come la pensano i “grillini” riguardo alla perdita dello scranno parlamentare, è un fatto notorio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 luglio 2021



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POLITICA
19 luglio 2021
IL DISASTRO DELLA SCUOLA
I risultati dei test Invalsi rivelano ciò che, più che prevedibile, era sicuro: due anni di “fermo” della scuola hanno prodotto risultati disastrosi. I “maturi” di quest’anno pare abbiano il bagaglio culturale della Terza Media. E spero di una Terza Media europea, perché la nostra ha un bagaglio culturale inferiore a quello che una volta si aveva alla licenza elementare. 
Constatazione desolata. Ma, dirà qualcuno, si potevano bocciare tutti gli studenti, soltanto perché lo Stato gli ha impedito di andare a scuola? L’obiezione è di peso, e tuttavia ha un grosso neo.
Se la bocciatura corrisponde ad un biasimo morale, i ragazzi non si possono bocciare. Ma se la promozione corrisponde all’acquisto del bagaglio culturale di un anno, e loro non l’hanno acquisito, si possono promuovere? La bilancia misura il peso o il valore morale?
È meglio che i ragazzi arrivino alla maturità con due anni di ritardo, ma essendo stati altri due anni in classe, o è meglio dargli un diploma fasullo, con carenze formative che non ricupereranno mai più?  Meglio un ritardo nel diploma o meglio un diploma che certifica conoscenze che non ci sono? Questo non è un ulteriore passo nella direzione dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio?
L’Italia, da decenni, si affanna per rendere comoda e facile la frequenza della scuola, con la bocciatura normalmente come ipotesi remota e, nel caso dell’ex esame di maturità, come ipotesi irreale. Poi abbiamo anche la laurea in tre anni, e con questo abbiamo molti laureati? Assolutamente no, abbiamo una delle percentuali più basse d’Europa. E questo perché? A mio parere perché una laurea svalutata non dà lavoro. E allora perché perdere tempo all’università?
La scuola italiana, nel nobile intento di non dare fastidio ai ragazzi, non gli insegna nemmeno a tenere la penna in mano (e alcuni, perfino professionisti affermati, la tengono poi in maniera addirittura comica). Non insegna più calligrafia, e passi, ma ai ragazzi non si richiede nemmeno di scrivere in modo comprensibile o di far caso al fatto che il numero “9” ha l’occhiello a sinistra, e non a destra. Non insegna quasi niente e comunque promuove quasi tutti. Tempo sprecato, spese ingenti, risultati insufficienti.
Forse tutto dipende da due errori fondamentali: il velleitarismo e il buonismo. 
La prima volta, leggendo i programmi per la Scuola Media, poco c’è mandato morissi dalle risate. Per essa, non so più se al secondo o al terzo anno, il professore di lingua straniera è invitatO ad “aprire il dialogo in lingua a nuovi argomenti” Come se già questo dialogo ci fosse stato. Come se i ragazzi capissero il tedesco o l’inglese, e come se il docente di lingue fosse in grado di parlare la lingua che insegna. Non soltanto questo è impossibile qui, è anche impossibile al Liceo Scientifico. Se i professori di questo corso fossero in grado di svolgere i programmi, bisognerebbe pagarli il quintuplo. Se i ragazzi fossero capaci di imparare ciò che è previsto, all’uscita dal liceo avrebbero diritto ad entrare all’Accademia dei Lincei. 
Ancora per le lingue straniere, i programmi ministeriali si esprimono – sempre e costantemente – come se tutti i professori conoscessero la lingua straniera che dovrebbero insegnare. E ciò invece è vero soltanto eccezionalmente. I professori che conoscono la lingua che insegnano la conoscono il più delle volte per motivi diversi dall’aver frequentato l’università. Avevo un collega nato a Omaha, Nebraska, che conosceva effettivamente l’americano. Un altro era stato prigioniero in India, ed aveva avuto una buona occasione per imparare l’inglese. Un’altra l’inglese o parlava benissimo, perché era irlandese, sposata con un italiano. E poi c’era lo sparuto gruppetto dei maniaci delle lingue. 
Comunque nessuno di questi campioni, che io sappia, ha mai insegnato in inglese. Io stesso, entrato per una supplenza in una quinta, e avendo parlato in inglese, sono stato guardato come un marziano e cortesemente pregato di smettere. E quella era la classe dell’ex prigioniero in India. 
Insomma la realtà a un eccesso di pretese risponde con un eccesso d’ignoranza. Tutte le riforme sono state in senso “buonistico” e il risultato è la superficialità nelle nozioni e nell’uso della lingua italiana. La cultura è come appannata, orecchiata, impiallacciata. Basti vedere l’uso di “piuttosto”, di” paventare”, della confusione fra verbi riflessivi e no, e mille altri orrori. 
D’accordo, la scuola dei miei tempi era dura e forse perfino un po’ crudele, ma oggi, secondo i test internazionali, credo siamo  al penultimo posto in Europa. Come metterci rimedio?
In primo luogo dovremmo ammettere che un giovane che ama lo studio è anormale e andrebbe curato. Un giovane sano deve amare lo sport e le ragazze, e studiare per paura della punizione, del disprezzo degli altri, della bocciatura. La scuola non è una cosa bellissima, e non diteglielo, perché non vi crederanno. Bisognerebbe dirgli: “Da qui non uscirai con un diploma se, scrivendo, farai errori di italiano”. E già se questo principio fosse applicato, sai che moria, fino al cambio di mentalità. 
I competenti (post-sessantottini) dicono che la bocciatura non risolve niente. Ed hanno ragione, se si incomincia in terza superiore. Se un ragazzo non ha mai studiato seriamente ed è arrivato al terzo anno del liceo scientifico, volete che cominci a prendere sul serio le minacce, dopo undici anni di baggianate, conclusesi regolarmente con la promozione? Bisognerebbe invece smetterla con la stupidaggine che alle elementari è vietato bocciare. Prima si crea nei bambini l’imprinting che nessuno mai ripete la classe, e poi glielo si vuole insegnare quando sono adolescenti? 
Ai miei tempi per passare da un corso all’altro si affrontavano esami in terza elementare, in quinta elementare, in terza media, in quinta ginnasiale e in terza liceo. E il risultato era che ragazzi che venivano dalla provincia, figli di analfabeti, avevano una preparazione di tutto rispetto. Oggi in televisione l’italiano sembra una lingua straniera, appena orecchiata. 
La scuola depreda i ragazzi sia della libertà di passare la giornata divertendosi, sia della cultura che un tempo dava ai loro bisnonni. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
17 luglio 2021



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POLITICA
18 luglio 2021
DRAGHI L'ALIENO
Innanzi tutto bisogna dire che la legge Bonafede che ha abolito la prescrizione è un obbrobrio. Soltanto persone affette da grave insensibilità giuridica possono averla concepita ed approvata. Con essa si è dimenticato che la legge penale è – originariamente – l’usurpazione dello Stato del diritto alla vendetta del privato. E quando parlo di usurpazione non intendo criticare la legge penale, intendo che mentre la vendetta è un diritto naturale, la delega allo Stato di raddrizzare i torti è il portato della civiltà. Soprattutto in considerazione di un doppio difetto della vendetta: chi può esercitarla spesso esagera nella misura, e chi non può esercitarla rimane deluso nel suo desiderio di giustizia. Avocando a sé la punizione dei torti, lo Stato vuole porsi come elemento di giustizia per tutti e di moderazione.
Ma proprio questo scopo fondamentale è frustrato dallo Stato stesso se viene meno al dovere di assicurare la ragionevole durata dei processi (Art.111 Cost.). Infatti un processo che dura decenni punisce troppo l’innocente, anche se infine lo assolve, e lascia troppo a lungo impunito l’imputato, se colpevole. Insomma sbaglia sia nei confronti del colpevole sia nei confronti dell’innocente. Sbaglia anche nei confronti della vittima o del danneggiato del reato, perché in tutto quel tempo essi non possono far valere la loro pretesa di risarcimento. 
Chi ha abolito la prescrizione è come se affermasse che l’amministrazione della giustizia non è – come in uno Stato di diritto – una sostituzione della giustizia pubblica alla giustizia privata, ma un dovere morale, esercitato in nome del Dio dello statalismo. Per questo volendo che il diritto dello Stato di punire non incontri ostacoli, nemmeno quello dell’innocenza dell’accusato, nemmeno quello delle sofferenze e delle spese inflitte ai singoli, non si accetta nessuna guarentigia in favore del cittadino. Si tratta di una mentalità rousseauiana, giacobina, totalitaria, che una persona dabbene dovrebbe rigettare con sdegno. 
Hegel ha osato dire che lo Stato è la suprema realtà etica, un liberale dice invece che lo Stato è una triste necessità, da accettare per evitare mali maggiori; ma senza deificare la “volontà generale”, a scapito dell’individuo. 
È vero, la maggior parte dei cittadini passa l’intera vita senza essere mai accusato di un reato. È vero, non tutti gli accusati sono poi condannati. E tuttavia nessuno deve credere che gli accusati e i condannati siano cittadini speciali, domani potreste esserlo voi, domani potrei esserlo io, mio padre, mio figlio, una persona a me cara. L’intera comunità non deve considerare lo Stato come un drago con la bava alla bocca, che colpisce a caso in una società corrotta. Deve considerare come un’intollerabile sconfitta la persecuzione del cittadino che poi risulta innocente, per non parlare della sua condanna.
Ora a tutto questo si vuol mettere rimedio con la riforma Cartabia e l’intento non può che essere applaudito. Ma questo non ci deve far chiudere gli occhi sui difetti di una riforma timida, un po’ ipocrita e che, dopo tutto, costituisce uno scaricabarile.
Cominciamo col dire che, invece di abolire la riforma Bonafede, sbagliata e basta, si è voluto tenere conto della sensibilità grillina, introducendo l’improcedibilità al posto della prescrizione. So che giuridicamente si tratta di istituti diversi, ma in concreto se non è zuppa è pan bagnato. E sarebbe bello chiamare le cose col loro nome. Lo spazzino fa un nobile lavoro, se tiene la città pulita, e spazzare non è vergognoso. Lo fanno, lodevolmente, tutte le madri di famiglia. E allora perché chiamare lo spazzino operatore ecologico? O gli togliete la scopa (ma come pulirà?) o lo chiamate spazzino, e lo rispettate. 
In secondo luogo, due anni per l’appello e un anno per la Cassazione sono tempi troppo stretti, per l’andazzo italiano. Dunque bisognava modificare le strutture, forse il codice di procedura, aumentare gli stanziamenti e via dicendo. Diversamente è come se si dicesse agli autisti dei servizi pubblici: “Dovete aumentare le corse del 50%” , senza cambiare il numero degli autobus, i percorsi urbani, i turni di servizio. 
In fondo - è vero - il governo non chiede la Luna. Ci sono distretti di Corte d’Appello in cui i tempi della “Cartabia” sono già rispettati. Ma appunto, che cosa fare per quelli in cui, fino ad ora, non sono mai stati rispettati? E non sono stati rispettati per infingardaggine, pigrizia, disorganizzazione degli operatori di giustizia, o per motivi obiettivi, che andrebbero rimossi prima di imporre l’impossibile?
Si direbbe che il governo Draghi abbia fatto un ragionamento salomonico, come quando quel famoso personaggio propose di tagliare il bambino in due, per darne una metà ad ognuna delle due donne che si proclamavano la madre. Così il governo avrebbe detto: “Se non giudicate a tutta velocità, sarà il caos, e la collettività vi accuserà senza pietà dello scandalo di migliaia di colpevoli impuniti. Dunque datevi una mossa, trovate il rimedio, o tanto peggio per voi”. Ma è sempre possibile, che lo trovino? E quando le difficoltà sono obiettive? Già i romani avvertivano che ad impossibilia nemo tenetur. 
Chissà, forse Draghi ha proprio voluto creare l’emergenza. Ha ragionato da soldato di ventura più che da amministratore. Come dicesse: “Signori, per anni la collettività ha sofferto – e molto – dell’attuale amministrazione della giustizia. Senza nessuna sua colpa. È tempo che soffriate anche voi, e poco importa se avete delle colpe o no. Dovete collaborare alla riforma, questa e le seguenti, a passo di corsa. Non soltanto non dovrete mettervi di traverso ma dovrete pedalare con tutte le vostre forze. Prima avete esagerato in inerzia, ora per salvarvi dovete produrre uno sforzo eccezionale. Una cosa è certa, non soltanto questa riforma ce la chiede l’Europa per finanziare la nostra ripresa, ma essa è necessaria da troppo tempo. Troppo per accettare qualunque scusa. Perfino giustificata”.
Fino ad ora ho sempre creduto che Draghi non sarebbe riuscito a varare le riforme promesse. Anche perché non potevo prevedere, in Italia, il suo attuale comportamento.  Ora, se lui continua così, il mio pessimismo comincerà a vacillare. E rimane da spiegare come mai il Presidente del Consiglio si dimostri così diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto. 
Mario Draghi è un uomo che è arrivato ai più alti livelli, prima italiani e poi europei, non per vie traverse, ma per merito. Così da un lato ha imparato a non dire grazie a nessuno, dall’altro ha imparato a non temere nessuno. Poco fa l’ho paragonato a un soldato di ventura, in realtà avrei dovuto paragonarlo a un Capitano di Ventura. Uno che vive di forza propria. Che quella forza è disposto a metterla in campo per un committente (oggi la Nazione italiana) ma in nessun caso divenendo un dipendente o un servo di chicchessia. Draghi non vuole fare carriera in politica. Mentre gli altri hanno cominciato da assessore alla nettezza urbana di Poggibonsi, lui ha cominciato da Presidente del Consiglio. E non come Giuseppe Conte - perché bisognava comunque mettere qualcuno a quel posto - ma perché è stato pregato di accettare la carica personalmente da Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica Italiana. E fino al giorno prima la paura universale è stata che non accettasse. Talmente poco aveva bisogno di quel lustro. 
E chi ha di fronte? Ha principalmente i parlamentari del Movimento Cinque Stelle, i rappresentanti del partito di maggioranza relativa. E mentre lui personalmente può lasciare il suo posto domani, senza il minimo rimpianto, perché ha un nome e un mestiere, quei parlamentari, se votano contro la riforma Cartabia e fanno cadere il governo, vanno a casa per sempre e le Camere le vedranno soltanto in albergo. Dunque loro, per povertà, sono obbligati a votare qualunque cosa Draghi proponga, mentre lui, per ricchezza, può anche rischiare l’osso del collo politico.
Sembra di sognare. Un uomo politico italiano che, invece di far pensare a un invertebrato, fa apparire dei moderati Bismarck e la Thatcher. Non un uomo di ferro, un uomo di titanio. Ma dove l’hanno fabbricato?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 luglio 2021



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POLITICA
16 luglio 2021
PERCHÉ DA EBREO SAREI QUASI ANTISEMITA
Leggevo un articolo su Chagall(1) in cui, senza farne un merito o un demerito, si sottolinea quanto questo pittore fosse legato alla sua identità di ebreo. Non nel senso religioso del termine, ma nel senso che è nato in un villaggio ebreo della Bielorussia e dell’imprinting di questo piccolo centro non si è mai liberato. Nemmeno nei suoi quadri e nel suo mondo fantastico. Anche Giovanni Verga non si è liberato (come invece ha fatto Pirandello) del suo ambiente siciliano, ma questo piccolo mondo ha voluto rappresentarlo come specchio dell’umanità sconfitta. Lo specchio è fabbricato sul mare blu di Acitrezza e nelle campagne arroventate dal sole, ma riflette una realtà universale.
Mentre ero indotto a digerire questo concetto di “profondamente ebreo”, mi sono accordo che anch’io avrei potuto essere ebreo (sarebbe bastato che lo fosse mia madre) ma mi avrebbe dato parecchio fastidio se qualcuno mi avesse definito “profondamente ebreo”. Non per antipatia per gli ebrei, fra cui ho parecchi amici che stimo: semplicemente perché non riuscirei mai a sentirmi profondamente legato a un mondo solo perché in esso il natale o la pasqua si chiamano in un altro modo. E questo significa che non ho “un’identità forte”. 
L’identità forte nasce dall’adesione, conscia o inconscia, ai canoni dell’ambiente in cui si è nati. L’imprinting è in generale molto più forte di quanto non si pensi. Io stesso, da ragazzo, sentendomi un disadattato, scrivevo che mentre i miei coetanei, in tutti i casi, si comportavano “come si sarebbe comportato chiunque altro di loro”, io mi comportavo come sentivo di dovermi comportare. Cioè – proseguivo - loro hanno un forte “io impersonale”, io ho un forte “io personale”, che gli altri percepiscono come diverso e “sbagliato”. E dunque sono rifiutato. 
Dico la verità, avrei preferito essere come tutti. La solitudine e l’isolamento non sono una grande consolazione, quando si è ragazzi. Ma quell’imprinting che in me non era stato sufficiente era stato tanto potente, su gli altri, che essi avevano una “identità siciliana”. Poi la Sicilia si è evoluta, ed ho visto che i giovani hanno una “identità italiana”, mentre io, crescendo, ho cercato in tutti i modi di sfuggire anche a questa identità. Dunque non potrei essere “profondamente ebreo” perché non potrei essere profondamente nessuna cosa se non me stesso. Condizione che da ragazzo ho considerato una condanna, ed oggi – forse nei miei sogni - considero un bel castello turrito.
La prima ragione di una forte identità è l’adesione inconscia al modello corrente che si è conosciuto per primo, direbbe Konrad Lorenz. E poi l’adesione conscia quando, crescendo, ci si accorge che, essendo tedeschi, si è avuta la fortuna di nascere con la migliore identità. Perché “noi tedeschi, noi francesi, noi giapponesi, noi americani, noi cinesi, siamo il migliore popolo del mondo”. Ed ecco perché io rifiuterei di essere profondamente francese o profondamente giapponese. Sono nato, oltre che miscredente, apolide.
Purtroppo, c’è un caso in cui l’identità forte è inevitabile e l’avrei subita anch’io: è quando deriva dall’oppressione. Se, vivendo in Germania da immigrato, fossi stato continuamente oggetto di disprezzo in quanto italiano, credo che mi sarei sentito molto italiano. In nome della verità. Perché quel disprezzo sarebbe stato totalmente immeritato. Ecco perché capisco le femministe: perché le donne sono state a lungo oppresse a causa del semplice fatto che erano donne. E dunque inferiori. Mentalità ancora imperante nei Paesi musulmani. Se gli ebrei hanno tendenza ad essere più ebrei di quanto i cristiani non siano cristiani, è per colpa dei cristiani. Se una cugina sposa un ingegnere, ha sposato un ingegnere. Se ha sposato un ingegnere ebreo, ha sposato un ebreo. Spero vivissimamente che questo modo di avere “un’identità forte” svanisca al più presto. 
Questo vale per gli omosessuali, e per qualunque altro gruppo umano identificato come diverso. Ad esempio i negri. 
Così, risalendo dal filo all’ago (“de fil en aiguille”), arrivo alla conclusione che, in materia di religione, il più tollerante non è il fedele che dice: “Io sono cristiano, ma tui puoi essere quello che vuoi”, ma (perché “naturalmente tollerante”) l’irreligioso che dice: “Io non sono credente, ma tu puoi essere ciò che vuoi”. Infatti chi comincia dicendo: “Io sono cristiano”, con ciò stesso dice: “Io sono in possesso della verità, ma tollero che tu viva nell’errore” mentre il miscredente dice: “Non m’importa ciò in cui credi, purché tu non mi dia fastidio”.
Ma questo atteggiamento è allarmante e il miscredente è un essere losco e pericoloso. Come ero io per i miei coetanei, da adolescente.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 luglio 2021-07-15

(1) Andando su https://expressioni.myblog.it/2021/07/15/chagall/, anche molte foto dei quadri di Chagall. Ecco l’articolo.
Chagall
      Che il dolore sia l’inevitabile retroterra dell’arte è quasi un luogo comune. “Perché?”, mi disse un giorno un amico, “Non tutti i pittori sono Van Gogh, ci sono i pittori felici”. Non mi convinse del tutto, ma l’argomento era di quelli che si addicono all’amicizia. Gli chiesi un elenco, di questi pittori felici, e lui me lo fornì. 
     Comunque, tra i pittori felici merita un posto Marc Chagall (1887 – 1985) o Moishe Segal o Mark Zacharovic Šagal, che anche da queste molteplici identità trae occasione di ricchezza e non di smarrimento. Né, tanto meno, di arzigogolate angosce esistenziali. Convivono senza conflitti in lui, questi diversi umori, così come l’asino convive con la luna nei suoi affollati cieli fantastici. 
Russo, ebreo, francese. Ebreo per il villaggio in cui è nato e che gli è rimasto nel cuore; francese per adesione culturale ai fermenti del Ventesimo Secolo; russo, soprattutto russo, per la memoria delle favole, per il temperamento appassionato ed esuberante. Una sorta di Caikovskij. Con un pathos limpido e mite però: un inesauribile creatore di “melodie” pittoriche, in cui a volte il colore esce dai margini dell’immagine rappresentata. E questo, più che per l’adesione a un movimento culturale (il “Tachisme”, da “tache”, macchia), per una sorta di sopraffazione che il colore opera nei margini stessi della sua anima e della sua visione del mondo.
Aderì alla Rivoluzione di Ottobre, ma da artista, senza realmente capirla, e non riuscì mai ad essere sovietico: nulla avevano a che fare gli innamorati verdi e le mucche blu con la causa del popolo, così come i dirigenti del partito la intendevano. La glorificazione di Marx ed Engels non era in linea con le sue visioni.
Conobbe i pogrom (uno il giorno stesso della sua nascita), le due guerre, il comunismo, il nazismo, l’esilio. Ma queste vicende, che sconvolsero la vita del mondo, lo lasciarono indenne: perché lui ci racconta prevalentemente l’amore e l’infanzia, la favola, il gioco, il circo. Il suo è un universo individuale, e i ricordi gli servono solo ad arricchire la “sua” storia; non sono e non vogliono essere, se non in piccola parte, un documento della storia degli uomini. Sono eventualmente un pretesto per raccontare il cuore degli uomini, così come può esserlo la poesia nostalgica di Fellini.
Il villaggio è onnipresente. Nelle sue tele si respira un mondo semplice e privo di inquietudini. Le albe e i tramonti scandiscono il tempo; la stalla è attigua alla “camera da letto”; i ragazzi imparano a mungere le mucche e le chiamano per nome. Gli animali, gli immancabili animali - che l’artista riporta anche nelle magnifiche vetrate istoriate delle Cattedrali europee e della Sinagoga di Gerusalemme - potrebbero non avere sempre quel valore simbolico che alcuni critici vedono in essi, ma esprimere a volte solo una familiarità vestita d’ingenuità: gli occhi sgranati del bambino di fronte a un uccello sconosciuto; l’affetto per l’asino, una sorta di fratello più forte; l’aringa, un pesce grande, importante, perché collegato al mestiere del padre. 
Siamo lontani dalla poesia intellettuale e squisita di La Fontaine, di cui pure illustrò le favole. Qui c’è lo spessore, a volte perfino grottesco, delle storie del mitico Giufà siciliano, dove il gallo può essere chiamato scherzosamente e familiarmente “il cantalanotte”. Il mondo descritto è quello delle scarpe grosse e del fieno, degli odori eterni della natura, dei fiori di campo, dei ragazzi che si appartano per fare l’amore e poi si sposano - lei nella povera eleganza del velo bianco -  con una cerimonia accompagnata dall’immancabile violinista. Questo è il contadino ebreo russo che descrive il suo mondo, mentre è soltanto ebreo il pittore che ci mostra il violinista sul tetto, simbolo delle difficoltà che il popolo ebraico è chiamato ad affrontare, abituato com’è a dare il meglio di sé anche in condizioni estreme.
Tutti galleggiano nei quadri di Chagall. Ed è un volare irrealistico e sproporzionato. Distanze, prospettiva, dimensioni vengono inventati ex novo, in linea con l’estro visionario dell’artista. Lo spessore degli ambienti, degli animali, dei personaggi, si scioglie in un mondo turbinante e ripetitivo, un’assenza di gravità originata da una fantasia più che visionaria: fantasmagorica. Non è l’inconscio devastante di Bosch, che emerge, né quello delle sedute psicoanalitiche. Le immagini di Chagall non affiorano a tradimento e dolorosamente né sfuggono per caso, come il lapsus di Freud; non esprimono verità seppellite sotto la vita, ma al contrario una vita con verità esplicite e degne di essere mostrate. Il pittore ce le ripropone mille volte con i colori smaglianti e irriducibili di un’evidenza che si impone a tutti, con la disinvoltura quasi infantile di chi non teme smentite, talmente ascolta soltanto la propria fantasia che sovrappone alla realtà fino ad annientarla. Perché quella fantasia è l’unica strada che sa percorrere; è la sua visione del mondo. Soavemente surreale.
E, accanto al villaggio, l’amore. La coppia, gli innamorati, gli amanti, gli sposi soprattutto, declinati in tutte le pose, di giorno e di notte. Belli o brutti, verdi e viola, quasi sempre vestiti. Non c’è sensualità, c’è il sentimento atavico di un rapporto vitale che riguarda tutti o almeno i fortunati che lo hanno vissuto: l’amore è nel mondo, come la terra, come la luna, come il sole, trasformato a volte in una sorta di astro familiare, di fiore pazzo, rosso come un tuorlo, neanche tanto rotondo. Il sole è con gli innamorati, in un mondo che comprende tutti gli esseri del creato. Chagall conosce l’amore. Per questo riesce a raffigurare la passione e l’abbandono, la tenerezza e la fiducia negli abbracci e negli sguardi; negli occhi che si chiudono; nelle mani che accarezzano e proteggono. Non sono gli innamorati a galleggiare, galleggia l’amore.
Non è solo “visione”, tutto questo. C’è anche una sorta di panteismo elementare e benevolo risalente alla religiosità popolare della Cabbalah. C’è il misticismo tipico dell’anima russa. E inoltre un richiamo, forse un po’ sfocato, allo “spirito”, al lato invisibile delle cose, da cui l’artista si sentiva attratto. La sua tendenza alla spiritualità muta la rappresentazione del mondo concreto in un universo pittorico unico: e vive sulle tele una “realtà” senza peso intrisa, oltre che di sogno, di mistero religioso. Apollinaire definì “soprannaturale” la pittura di Chagall.
Perché volare. Credo lo stesso artista abbia detto che l’amore rende capaci di volare e che lui ha dipinto i suoi personaggi “in cielo” perché erano come inquilini senza casa sulla terra. Belle spiegazioni razionali che danno un senso ad una rappresentazione. Ma l’arte è solo rappresentazione? 
Si potrebbe dire altrettanto legittimamente che i personaggi galleggiano come nell’immaginario popolare “volano” le anime e gli angeli. O anche, ritornando allo stesso Chagall, che “La pittura è uno stato d’animo”. Ma forse non serve che i pittori parlino d’arte. E paradossalmente neanche gli storici dell’arte dovrebbero tentare di spiegarla. Perché l’arte non risponde ai “perché”.
E allora cos’è l’arte di Chagall? È una magia. Forse uno stato di grazia che concede a pochi privilegiati il mestiere di Dio. E Dio doveva intendersene di colori, a giudicare dai dipinti di questo artista. Più che le sue figure e i suoi temi un po’ ripetitivi, sono i colori che non smettono di galleggiare davanti ai nostri occhi: un caleidoscopio senza fine. Un’ossessione positiva, una sorpresa gioiosa, che lascia una traccia squillante, come può venire da un pittore felice. 
Ma non sempre felice: Chagall conobbe la depressione. Dopo la morte di Bella Rosenfeld, sua moglie, ispiratrice e compagna di vita per moltissimi anni, si spegne nella mente dell’artista la voglia di distribuire immagini di cielo notturno, di immensi uccelli blu e di angeli acrobati. La realtà, quella vera e inconciliabile col sogno, lo spezza e lo ammutolisce. Poi, dopo un anno, il suo temperamento appassionato avrà la meglio. E di nuovo riprenderà la sua narrazione: la favola, l’infanzia, l’amore. Su tutto una sorta di divinità pervasiva, priva di rigore e di vendetta. Una realtà consolante e surreale.
Tra le sue opere mi piace ricordare certe immagini, come quella famosissima, (“La passeggiata”), in cui l’innamorato porta a spasso per i cieli di Parigi la sua ragazza, come un aquilone, come un palloncino leggero, come una bandiera viola. Un ideale che sogna un ideale.
 Anna Murabito



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POLITICA
15 luglio 2021
IL CINEMA MAESTRO DI DISORIENTAMENTO
La realtà è troppo spesso sgradevole. Quando va bene, è ancora prosaica, priva di bellezza, priva di poesia. Per non parlare del fatto che, a volte, è addirittura difficile da sopportare.
Come reagire? La razionalità ci insegna a combattere i mali che possiamo combattere e sopportare quelli che non possiamo evitare. Ma questo atteggiamento è troppo difficile, troppo da adulto coraggioso, per essere adottato da tutti. E infatti un bambino che ha molta paura ha tendenza a chiudere gli occhi. Il significato di questa reazione – che non è solo infantile - è una difesa magica: ciò che non vedo non esiste. 
In generale il rapporto con la realtà rimane irrisolto perché essa non è sufficientemente gradevole perché la si accetti nella sua integralità. Sappiamo benissimo che dobbiamo morire ma la cosa ci piace talmente poco che abbiamo inventato l’immortalità, cosa di cui nulla, nella realtà, ci dà conferma. E questo genere di soluzione immaginaria non si limita alla morte: si estende praticamente a tutti i campi. 
Una volta, a scuola, avevo una classe interamente composta di fanciulle un tempo già in età da marito e naturalmente interessatissime al loro futuro sentimentale. Così feci loro una serie di domande, invitandole tutte a dare la risposta a sé stesse, mentalmente. Cominciai col chiedere se sognassero l’amore, e vidi molti sorrisi come se avessi fatto una domanda stupida. Continuai, chiedendo se desiderassero sposarsi, un giorno. E vidi ancora molti sorrisi. Infine chiesi se desiderassero un matrimonio come quello dei loro genitori, e i sorrisi si tramutarono in smorfie di disprezzo. Infine la stoccata crudele: “Che cosa vi fa pensare che il vostro matrimonio sarà differente e migliore? Statisticamente dovrebbe essere come quello dei vostri genitori”. Ma non fui preso sul serio.
Nessuno, dovendo immaginare la propria definitiva unione sentimentale, prende ad esempio quelle che ha sott’occhio. Ché anzi, se la proposta fosse: “un’unione come quella dei tuoi genitori o nessuna unione”, la folla dei giovani direbbe: “Nessuna unione”. E poiché invece tutti i giovani cercano l’amore e concludono col matrimonio, è segno che non seguono l’insegnamento della realtà ma quello del sogno.  
Gli uomini inseguono per tutta la vita ciò che gli prospetta la fantasia. In questo, il più grande nemico è l’arte. Essa ci presenta la realtà non com’è ma come vorremmo che fosse. In questo campo il supremo inganno si ha con ciò che è astratto e senza punti di contatto con la realtà: la grande musica. Se la pittura può rappresentare esseri umani, edifici, strade, cose che esistono, che cosa rappresentano i concerti per violino di J.S.Bach? Eppure, per chi li capisce, ascoltarli è come un tornare a casa, essendo immersi in ciò che si è sempre desiderato, forse in paradiso. 
La letteratura e il cinema sono scuole di disorientamento perché, nella maggior parte dei casi, la fine delle vicende è positiva. Perché le difficoltà sono superate, il merito trionfa, e spesso è coronato, oltre che dal successo, dall’amore. E dire che quanto questo schema sia fallace,  ce lo dicono proprio due capolavori della letteratura. 
Don Chisciotte è un demente, ma non è un demente qualunque. È uno che ha talmente sposato il mondo cavalleresco delle sue letture da preferirlo alla realtà, anzi, da vedere la realtà come la pagina di un libro di avventure cavalleresche. L’hidalgo segue questo schema con tale onestà intellettuale da rischiare anche la vita, pur di essere all’altezza di chi crede di essere. Ma Cervantes ci ha forse guariti dal desiderio di vedere mille film d’avventura e di azione, dove il singolo vince sui molti, il debole vince sui forti, l’onesto sui cattivi, in un tripudio di inverosimiglianze? Nient’affatto. E non poteva. Troppo grande è il desiderio di sentirci raccontare ancora una volta la favola di Ulisse che uccide i Proci, di tutti gli Ercole della narrativa, di Robin Hood e di James Bond.
Più sottile è la lezione di Flaubert. Qual è la colpa di Emma Bovary? Semplicemente quella di credere che le vicende romantiche delle sue lettura da ragazza abbiano prefigurato il suo destino d’amore. Lei quel destino lo vede talmente vicino, talmente inevitabile, da crederlo arrivato appena un bellimbusto le sorride. E per vivere il suo sogno si mette in tali guai, da pensare di poterne uscire soltanto col suicidio. 
Flaubert metteva in guardia contro il basso romanticismo e contro le favole, ma che cos’altro fa, il cinema, se non promettere a mille Cenerentole di essere l’oggetto d’amore di un principe bello e buono? Quale film mai insegna che l’amore è anche generosità, disciplina, dialogo, cultura, empatia? Quale film insegna che l’incantevole spontaneità di una fanciulla è un pessimo viatico per una vita che richiede dominio di sé, buon senso, solide qualità e oculatezza nella scelta del compagno? Se si chiede ad una ragazza come dovrebbe essere l’uomo dei suoi sogni, comincia col darne una descrizione fisica. E allora è insalvabile. Se continua a rappresentare sé stessa e il suo compagno come gli eroi dello schermo, è del tutto impreparata all’amore. È anche impreparata a guardarsi da uomini il cui primo interesse è sessuale e comunque, anche in campo puramente sentimentale, sono disorientati quanto loro. 
Almeno per due volte, con Cervantes e Flaubert, l’arte ha tentato di avvertirci, ma il mondo è incapace di ascoltare il messaggio. Né si può accusare la fiction di ingannarci. Diversamente commetteremmo l’errore che ha commesso Rousseau quando ha creduto l’individuo buono e la società cattiva,  dimenticando che la società è composta da uomini. Se la fiction ci inganna, è perché tutti vogliamo essere ingannati. E quand’anche un filosofo capace di farsi ascoltare da tutti riuscisse a dimostrare all’umanità che sogna troppo, non per questo la gente non sarebbe incantata da un film stupido come “Pretty Woman”. Non ho niente contro le prostitute, ma sono in generale troppo ignoranti per avere un serio fascino su un uomo normale. E la televisione è anche peggio del cinema.
L’amore esiste. Alcuni fortunati l’hanno avuto, nella vita. Magari per molti decenni, come Filemone e Bauci. E forse ad una coppia non bisognerebbe chiedere: “Quanto vi amate?” ma: “Da quanto tempo vi amate?”
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 luglio 2021



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POLITICA
14 luglio 2021
GRILLO E CONTE, PER PUNTI
1 Beppe Grillo e Giuseppe Conte, secondo i giornali, avrebbero trovato l’accordo per la pace, ma non si dice a quali condizioni. Anzi si parla di particolari da mettere a punto. Sempre che il Diavolo non ci metta la coda, dal momento che i particolari sono di sua competenza. Dunque fino ad oggi non c’è nessun accordo. Ad andar bene, c’è una tregua. 
2 Viene detto che i due hanno trovato anche l’accordo sullo Statuto, ma non si dice quale. E del resto il famoso Statuto non è nemmeno stato pubblicato. Lo ha scritto, single handed, Solone. Pardon, Conte. Al riguardo non sappiamo niente.
3 La politica non si fa con i notai, le firme sotto carte sudate e gli Statuti. Dunque il problema è proprio quello su cui nessuno si pronunzia: quale accordo è stato raggiunto?
4 Tuttavia, se i due dicono di averlo raggiunto, quand’anche ciò non fosse vero, rimarrebbe vero che ai due conviene dire che l’hanno raggiunto. 
5 Ciò significa che Grillo teme Conte e Conte teme Grillo. E inoltre che ognuno dei due attualmente fa finta di tollerare l’altro, per poi farlo fuori alla prima occasione.
6 La posizione dei due è fondata su presupposti molto diversi. Grillo è il profeta che ha inventato il Movimento e vive di sé, della propria immagine e della suggestione che ancora esercita sui seguaci.  Il personaggio può essere appannato, ma è ancora molto presente nell’immaginario dei Cinque Stelle.
7 Conte invece, come sempre, non è nessuno. È arrabbiato per essere stato messo da parte dalla politica e sogna di tornare in gioco. Ma trae la sua forza, per quello che vale, soltanto dal fatto che dietro la sua bandiera, e per fini esclusivamente egoistici, si sono allineati molti parlamentari del Movimento. In particolare coloro, e sono la maggior parte, che temono giustamente di non essere rieletti. E per giunta Grillo vorrebbe vietare la terza legislatura? Se il Diavolo si schiera contro questa tesi, loro sostengono il Diavolo. 
8 Se tutto questo è vero, e se consideriamo le carte in mano ai due pokeristi, vediamo che Grillo può sempre cambiare il suo messaggio (non sarebbe la prima volta) promettendo ai parlamentari tutto quello che vogliono, e con ciò eliminando le ragioni del sostegno a Conte; mentre quest’ultimo non ha nulla da offrire. Nemmeno sé stesso, perché non è che eserciti chissà che fascino, sui parlamentari. Durante la pandemia, con la sua ossessiva presenza in televisione, ha conquistato molti ingenui che hanno scambiato la sua mutria per serietà e competenza. Ma in Parlamento le leggende di questo genere non attecchiscono. Si guarda al sodo. E di sodo, in Conte, c’è soltanto il suo narcisismo.
9 In conclusione, nello scontro fra Grillo e Conte, io scommetto su Grillo. E potrei perdere. Ma d’altronde, chi scommette sul sicuro non scommette: sa. Ed io non so. 
10 Infine c’è una verità più grande di questi due personaggi e di tutti i personaggi di contorno. Del Movimento, se si torna al voto, probabilmente non rimarrà gran che. Grillo o non Grillo, Conte o non Conte. Forse si stanno accapigliando per un’eredità che non esiste. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
14 luglio 2021



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vita da impiegato
13 luglio 2021
IL VERO PAGAMENTO
In questo articolo(1) di Gerardo Coco, che io considero prezioso, c’è una frase che vale la pena di commentare: “Oggi i debiti possono essere solo trasferiti ma mai cancellati in via definitiva, salvo che per default”. Provo a spiegarla, non perché non l’abbia già fatto l’autore, ma per essere sicuro di aver capito bene. Infatti Coco introduce un concetto che mi mancava: quello di vero pagamento. 
Immaginiamo che Tizio entri in un negozio e compri un bene. Prima di uscire passa alla cassa, consegna alcune banconote e così, avendo pagato, il contratto è completo. Ecco i passaggi: determinazione della merce, del prezzo, del modo di regolamento (per contanti) e di versamento di tali contanti. Ma questa visione è fallace. Perché questa è soltanto la visione giuridica della compravendita, mentre il percorso economico non è completo. Basta confrontare questo acquisto col baratto.
Tizio entra nel negozio con un tacchino vivo e chiede di avere un router per il suo pc. Il negoziate è disposto allo scambio ma il cliente fa notare che il tacchino vale più del router. E allora il negoziante gli offre in più un cavo HDMI. L’accordo è raggiunto, lo scambio viene effettuato, e non ci saranno ulteriori passi economici. 
Se invece il cliente paga con delle banconote, bisogna chiedersi che cosa otterrà il negoziante, scambiando a sua volta quelle banconote. Infatti, finché non le usa, ha soltanto dei foglietti di carta. Mentre nel baratto si ha lo scambio di bene contro bene, nel pagamento con cartamoneta si ha lo scambio di bene contro promessa di bene. E lo scambio sarà completo, economicamente, quando la promessa sarà mantenuta. 
Per cominciare, una promessa può essere mantenuta soltanto in parte. Nel nostro caso, se il negoziante prova a spendere quel denaro due anni dopo averlo ricevuto, e nel frattempo c’è stata un’inflazione annuale media del 12%, la promessa è mantenuta soltanto parzialmente. Infatti con cento euro comprerà beni per il valore di 78€. Ventidue euro saranno svaniti nel nulla.
Ma la cartamoneta è anche detta “biglietto di banca”, e le banche possono fallire (default). In questo caso la promessa non sarebbe mantenuta per niente e il negoziante avrebbe dato un bene in cambio di niente. Se lo Stato fallisce, la bella carrozza di Cenerentola ridiviene zucca. E la regolarità giuridica della compravendita si rivela economicamente una truffa.
È proprio per questa ragione che, in passato, si è sempre sognato di avere il gold standard, cioè la moneta aurea. Perché l’oro è un bene, non una promessa di bene. Ed è anche per questo che si è avuta la convertibilità. La Banca Nazionale diceva: “Circola carta, lo so, ma tengo io nei miei forzieri l’oro corrispondente. Quando vorrai, vieni da me e in cambio dei biglietti ti do oro”. Questa si chiamava convertibilità e, pace all’anima sua, è morta da decenni. Nessuno Stato se la può permettere, e si ricordi la fine degli accordi di Bretton Woods. 
Gli Stati hanno visto che è molto più semplice imporre per legge la cartamoneta come valido mezzo di estinzione delle obbligazioni (circolazione forzosa) e tanto peggio per chi si vede svalutare il denaro che ha in mano, o per chi rimane totalmente defraudato nel caso di default della moneta nazionale. Questa è la situazione attuale.
Torniamo al problema del vero pagamento. Il contratto di compravendita è costituito dallo scambio di merce contro prezzo. Ma il prezzo – il pagamento in moneta – è soltanto un tramite. Il negoziante, accettando i biglietti di banca, è come se dicesse che con essi ha ottenuto il diritto di acquistare dei beni corrispondenti per valore a quelli che ha ceduto al compratore. L’iter del contratto, dal punto di vista economico, si completa quando effettivamente il negoziante, con quel denaro, acquista a sua volta dei beni. 
Ma è importante anche considerare il periodo intercorrente fra il versamento del denaro e il suo effettivo uso da parte del prenditore (il negoziante, nel nostro esempio. Ma potrebbe essere chiunque, lo stipendiato, il pensionato, il libero professionista). Infatti questo denaro – fermo a metà strada tra l’acquisto dei biglietti di banca e il momento in cui si spendono - non tiene nel limbo per qualche giorno qualche piccola somma, ma miliardi e miliardi di euro per parecchi anni, fino al mezzo secolo. Denaro costituito dal risparmio dei cittadini, dai titoli di Stato detenuti dai singoli e dalle banche, e da mille altre forme di immobilizzazione in attesa di utilizzo.
Durante tutto questo tempo il denaro non è né un bene né una spesa, è soltanto una possibilità di spesa. Per esprimerci aristotelicamente, nel momento in cui si spende, il denaro è in atto; nel momento in cui si ha il denaro, ma non lo si spende, abbiamo il denaro in potenza.
Nella realtà, mentre il denaro che effettivamente si utilizza è, poniamo, cento, il denaro in potenza, immobilizzato in titoli, azioni, depositi, ecc., corrisponde ad almeno 300. E questo non a livello nazionale (per esempio in Italia) ma a livello mondiale. Il che corrisponde a dire che se, improvvisamente, per qualche ragione, tutto il denaro mondiale si riversasse sul mercato, con lo scopo di “incarnarsi” in beni, di fatto i detentori di quel denaro non potrebbero comprare che una piccola percentuale di ciò che esso rappresenta.
Prendiamo il debito pubblico italiano. Sono circa 2.600 miliardi di euro. Ammettendo che gli italiani siano sessanta milioni, dividendo il debito per i cittadini significa che ognuno di loro ha un debito di 43.333€, 173.000€ per una famiglia di quattro persone. È ovvio che, se si arrivasse allo show down, i cittadini non potrebbero mai pagare, tutti, una simile somma. E sarebbe il default nazionale. Ma c’è di peggio. 
Ammettiamo per ipotesi che, invece di essere debitori di quella somma, i cittadini siano creditori della somma. Sembra quasi una favola e tuttavia, se ogni famiglia disponesse di circa duecentomila euro da spendere, che cosa potrebbe comprare, se i beni sono quelli di prima e tutti hanno duecentomila euro in più da spendere? La semplice comparsa di quel denaro sul mercato provocherebbe un’inflazione mostruosa che di fatto azzererebbe il valore del denaro. 
Ed ecco la tesi di Coco. In questo momento, considerando l’eccesso di denaro “stampato” rispetto a quello realmente utile per gli scambi, siamo in una condizione che, tempo fa, io ho definito “inflazione congelata”. Un’inflazione talmente grande da essere certi, come è Coco, che la promessa costituita dalla cartamoneta non può essere mantenuta. 
Ecco che significa che “i debiti possono essere trasferiti, mai saldati”. Nel momento in cui A compra qualcosa da B, ottiene un bene ma dà in cambio una promessa che non può essere mantenuta. Tuttavia nel frattempo quella “promessa che non può essere mantenuta”, mentre prima era nelle mani del compratore, ora è nelle mani del venditore. Prima chi rischiava di rimanere con un palmo di naso era il compratore, che aveva in mano “una promessa che non può essere mantenuta”; dopo, avendo comprato qualcosa e avendo dato quel denaro al venditore, è il venditore che si è visto passare la promessa, cioè quel debito che lo Stato non potrà mai onorare. 
Così, finché non avviene lo show down, cioè il momento in cui tutti constatano che quella promessa non può essere mantenuta, beato chi con quei pezzi ci carta ha acquistato beni. Perché gli altri, i detentori di denaro, nel momento in cui tutti volessero utilizzare quelle “promesse”, di fatto non potrebbero acquistare niente.
Sostiene dunque Coco che, attualmente, noi non paghiamo un bene con un bene (la vera sostanza dello scambio) ma un bene con una promessa che non può essere mantenuta. Dunque condanniamo l’ultimo prenditore, al momento della crisi, a pagare per tutti gli imbrogli precedenti. Quelli che avranno cartamoneta, o conti bancari attivi, si ritroveranno con un pugno di mosche. Sarà – come dice Coco - il momento in cui si cesserà di trasferire il debito, si dichiarerà il fallimento nazionale, e si rimetterà il contatore a zero. 
L’operazione non sarà indolore. Posso garantirlo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 luglio 2021

(1)FUTURO CON INFLAZIONE, DEFLAZIONE O IPERINFLAZIONE?

Negli ultimi mesi si è tornato a parlare di inflazione. Dopotutto è un fenomeno praticamente assente dalla crisi del 2008, anno in cui è iniziata la deflazione dopo un periodo inflazionistico di settant'anni anni. Gli analisti hanno ravvisato le fonti della crescita dei prezzi nella scarsità di alcuni prodotti dovuta ai blocchi covid-19 e nella ripresa della domanda. Si tratta di capire se il fenomeno è transitorio o sistemico come quello che provocò l'Opec nel 1973 creando, con la crisi energetica, inflazione per tutto ciò che si basava sul petrolio a buon mercato, dalla produzione di automobili alla plastica. La questione è rilevante ai fini delle politiche monetarie: in caso di forte e persistente rialzo dei prezzi le banche centrali per compensarlo, dovrebbero aumentare i tassi di interessi.
Ripassiamo intanto il concetto di inflazione. Di solito il fenomeno è definito come aumento dei prezzi. Tuttavia i prezzi possono aumentare anche per motivi diversi dall’inflazione. Possono ad esempio salire a causa della scarsità dell'offerta rispetto alla domanda come nel caso dei blocchi, che per noi non segnala l’inflazione vera e propria. Cosa si intende allora per inflazione? Secondo la memorabile citazione di Milton Friedman “L'inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario, risultante e accompagnato da un aumento della quantità di moneta rispetto alla produzione…. Ne consegue che l'unico modo efficace per fermare l'inflazione è frenare il tasso di crescita della quantità di moneta”. L'inflazione vera e propria è dunque l’aumento dei prezzi generalizzato causato da fattori monetari e non da fattori reali come l'interazione tra domanda e offerta. L’inflazione pertanto è la svalutazione dell’unità monetaria.
Tutto ciò era di immediata evidenza quando il denaro era rappresentato da metalli preziosi. All’epoca romana gli imperatori coniavano più monete diminuendone il contenuto d'argento. Con più monete dello stesso valore nominale in circolazione, il governo poteva aumentare la spesa pubblica ma svilendole sempre di più nel corso degli anni innescò un'inflazione galoppante per cui i soldati richiesero salari più alti man mano che la qualità del denaro diminuiva. Per aumentare le entrate della Corona inglese a spese dei contribuenti, Enrico VIII, nel 1544, svalutò il penny sostituendo il novanta per cento del contenuto d'argento con il rame. Comprensibilmente, il sovrano inglese fu soprannominato “Vecchio naso di rame” (Old coppernose) avendo l'usura, eliminato il sottile strato d'argento e rivelato la sua effige di rame. In una circolazione metallica, lo svilimento monetario, cioè l'inflazione che si manifesta subito come aumento dei prezzi, può essere definito come incremento della quantità di moneta circolante superiore a quello di estrazione dell'oro o dell'argento. 
Come mai allora gli stimoli di trilioni emessi dalle banche centrali in questi ultimi anni non si sono mai tradotti in aumenti di prezzo? Perché, affinché ciò si verifichi occorre che l'eccesso di denaro venga effettivamente speso. E perché non è stato speso? Perché l'ambiente monetario contemporaneo tende a generare il fenomeno opposto all’inflazione: la deflazione, che significa contrazione della spesa aggregata. Tale singolarità si spiega col fatto che le odierne valute, fondamentalmente, rappresentano prestiti ai governi. L'emissione di denaro avviene infatti a fronte dell'acquisto di obbligazioni sovrane da parte delle banche centrali. Tali prestiti irredimibili in quanto i governi non hanno né i mezzi né l’intenzione di ripagarli, circolano in forma di unità valutarie al posto delle unità di ricchezza rappresentata dai metalli preziosi. Ovvio che tale mutazione del sistema monetario non poteva avvenire senza fatali conseguenze.
La prima conseguenza è stata che il denaro che circola nell'economia come promessa di pagamento irredimibile al posto di ricchezza, non è più in grado di estinguere in via definitiva alcun debito. Per capire la l'importanza della redimibilità dei debiti, ipotizziamo che Tizio prenda in prestito zucchero dal vicino Caio. Per ripagare Caio, Tizio va al supermercato, compra lo zucchero e lo restituisce. Quindi non solo Caio viene ripagato ma anche il debito in zucchero viene estinto. Una volta prendere in prestito denaro era come prendere in prestito lo zucchero Il rimborso del debito in preziosi o strumenti di credito in essi convertibili a richiesta, restituiva il prestito cancellando il debito. Oggi i debiti possono essere solo trasferiti ma mai cancellati in via definitiva, salvo che per default. Le valute attuali non rappresentano pagamento finale come oro e argento ma promesse di pagamento di debiti che i governi non rispetteranno mai. Pertanto senza un mezzo di pagamento definitivo, il debito può solo aumentare mai diminuire, perché gli interessi maturano costantemente.
Non avendo ancora compreso tutto questo, gli accademici e gli economisti di regime si stupiscono ancora del fatto che l'economia, in tutti questi anni, nonostante gli enormi stimoli monetari, abbia ristagnato nella deflazione. Ma questa è conseguenza proprio degli stimoli che rappresentano il debito irredimibile che aumentando il costo dei governi, rendono inevitabile la tassazione che riduce la crescita economica e quindi la spesa aggregata. Così, sebbene l’aggregato monetario sia aumentato come conseguenza del debito crescente, non si è mai tradotto in aumenti di prezzi dal momento che ha ridotto il reddito disponibile della collettività e quindi anche la sua spesa. In tale contesto la riduzione dei tassi di interesse per incoraggiare le persone a indebitarsi è stata dannosa in quanto beneficiando solo i governi, che sono i principali debitori dell’economia, ha aggravato la spirale deflazionistica. Pertanto nessun ulteriore stimolo monetario può invertire la tendenza ma solo peggiorarla. Le persone non si indebiteranno e non spenderanno denaro senza fiducia nel futuro ma lo accumuleranno per far fronte all’incertezza. Questi sono i motivi per cui il quantitative easing, che secondo gli accademici avrebbe dovuto stimolare crescita e inflazione, è stato un fiasco storico.
Resta da capire cosa riserva il futuro. Fintantoché l'eccesso di debito sopprime la crescita economica il potenziale deflazionistico rimarrà alto, la domanda aggregata bassa e non in grado di stimolare l'inflazione nè i tassi di interesse a medio termine. Si è di fronte a un problema strutturale che rende l’economia fortemente instabile e senza via d'uscita a meno che non trovi sfogo in una crisi epica, questa volta nella forma di un crollo di fiducia definitivo dell'opinione pubblica nell’operato dei governi. Quando ciò avverrà allora sì che si metterà in moto l'inflazione, anzi l’iperinflazione che comporterà però la distruzione dell’attuale abominevole sistema monetario. I tempi di questo evento non sono poi così lontani, per cui ci si regoli di conseguenza.
Gerardo Coco



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POLITICA
11 luglio 2021
IL MALE OSCURO DEI CINQUE STELLE
I giornali sono giustamente pieni delle vicende del M5S non perché questo partito sia importante per il suo programma o per la sua inesistente ideologia - o per la particolare statura dei suoi leader, come avveniva col Partito Repubblicano di Ugo La Malfa - ma semplicemente perché è in stato di deliquescenza. E nondimeno rimane ancora – sulla base delle elezioni del 2018 – il partito di maggioranza relativa in Parlamento. Dunque ci si occupa appassionatamente di esso non perché lo si ami o lo si stimi ma perché, come nel caso di una grave malattia, ne va della nostra salute e del nostro benessere.
E piovono dubbi. Scissione, non scissione? Sostegno incondizionato al governo o passaggio all’opposizione? E non faccio l’ipotesi di nuove elezioni appena possibile perché, sull’orrore riguardo a questa ipotesi, i “grillini” sono unanimi. Primum vivere, deinde philosophari, in questo caso prima la paga da parlamentari e poi tutto il resto.
Su questi argomenti si esercitano le migliori penne dell’Italia riflessiva. Tuttavia, mentre esaminano così accuratamente gli alberi, forse gli editorialisti non si chiedono il perché del bosco. Non è che una soluzione per i “Cinque Stelle” ci sarebbe e loro non la vedono, è più semplicemente che non c’è.
L’ipotesi che tutti indistintamente i “grillini” siano  degli incolti e degli imbecilli è seducente, considerata l’infinita quantità delle affermazioni avventate, delle dimostrazioni di incompetenza, delle innumerevoli cattive figure messe insieme da questa grande armata raccogliticcia. Ma non credo sia la giusta. 
Innanzi tutto, come è estremamente difficile comporre una falange composta esclusivamente da persone intelligenti, è altrettanto difficile costituire un esercito di cretini. Un personaggio come Luigi Di Maio ha una cultura di base insufficiente ma non è un cretino. Ha sensibilità politica, ha realismo, e – con qualche aggiustamento – potrebbe anche essere un accettabile leader politico. Basti vedere con quanta prudenza ha affrontato il compito di Ministro degli Esteri. Era certamente sproporzionato per le sue forze, e sul momento le ironie si sono sprecate. E tuttavia, parlando poco, leggendo molto, seguendo i consigli degli esperti, spesso “facendosi dimenticare”, non si può dire che abbia provocato grandi problemi. Soprattutto se pensiamo alla precedente gita in auto per andare a Parigi ad abbracciare i “gilets jaunes”. Quel ragazzo, se non sa, almeno impara. Dunque – accanto ai limiti dei personaggi chiamati ad interpretare le parti di questa commedia – è necessario pensare alla qualità del testo che ne costituisce la base. 
Quand’ero ragazzo e si ballava in famiglia, c’era il gioco delle sedie. Si mettevano al centro della stanza delle sedie, diciamo cinque, e sei dei presenti giravano intorno a quelle sedie, a passo di musica. Poi, senza avvertire, la musica si interrompeva e tutti tentavano di sedersi. Ovviamente uno dei sei rimaneva senza sedia, magari dopo vigorosi colpi di fianchi scambiati con gli amici. E a volte finendo col sedere per terra, fra le risate degli astanti. Così si proseguiva togliendo un’altra sedia, fino ad arrivare al vincitore. 
Nel gioco delle sedie, come nella vita, contavano l’abilità, la prontezza di riflessi, la vigoria fisica, e soprattutto la fortuna di trovare una sedia a portata di sedere. Ma una cosa era essenziale, ed è la ragione per la quale il gioco viene qui citato. Non era possibile che tutti potessero avere una sedia, perché il gioco era organizzato proprio perché ciò non avvenisse. Non era che i concorrenti non trovavano la soluzione giusta, era che la soluzione giusta non esisteva. Ed è questa seconda ipotesi che formulo per i 5 Stelle.
Al di là dei limiti intellettuali, culturali e politici dei suoi rappresentanti, il partito è stato concepito in maniera tale che non poteva non fallire. L’errore ha cominciato a manifestarsi sin dagli albori, quando Grillo e compagni hanno pensato la formazione nascente come Movimento e non come partito. E seriamente“movimento”, non come nel caso del “Movimento Sociale” di Giorgio Almirante, che era a tutti gli effetti un partito serio. Il M5S non voleva adottare gli schemi organizzativi e istitutivi di un partito, voleva essere “diverso”, senza rendersi conto che se i partiti hanno certe caratteristiche è perché il tempo ha dimostrato che quella è la soluzione migliore. 
È un po’ come nella storia dell’automobile. Ogni tanto salta fuori qualcuno che fa delle strane ipotesi, senza sapere che quelle soluzioni sono state ripetutamente provate, in passato, arrivando alla conclusione che la soluzione migliore è l’attuale.  Come non bastasse, oltre a rifiutare la forma-partito, il Movimento non si è dato un’ideologia. Ha creduto che fosse sufficiente dire “no” e “ricominciamo tutto da capo”. Ora non soltanto con i “no” non si governa ma, se avessero letto “L’Ancien Régime et la Révolution”, di Tocqueville, questi neofiti della politica avrebbero saputo che le stesse rivoluzioni cambiano un Paese molto meno che non si creda. Si pensi alla storia della Russia. Certo, il regime dello zar era iniquo, ma il regime sovietico ne accentuò l’oppressione e la miseria. E dire che lì c’era Lenin, non Beppe Grillo. Ecco perché il riformismo è migliore della rivoluzione. Perché mira a meno e quel meno cerca di ottenerlo senza provocare grandi guasti. 
Il Movimento è andato al potere con idee confuse e contraddittorie, con poca capacità culturale di distinguere il possibile e l’impossibile, lasciando troppa larga parte allo spontaneismo (rousseauiano). Il risultato non poteva che essere l’inefficienza, la confusione, il disastro. E questo quand’anche la qualità dei singoli fosse stata eccellente. Perché se un genio tira a destra e un altro genio tira con uguale forza a sinistra, il carro si muove meno che se fosse tirato da un asino, in una direzione soltanto. 
Il Movimento era sin dall’origine condannato all’insuccesso e, per concludere, alla sparizione. Perché esso ha rifiutato tutte le regole e tutti gli insegnamenti delle esperienze precedenti. La sua ossatura era costituita dagli applausi a Grillo quando andava contro l’esistente ma gli applausi non sono un programma di governo. Lo stesso entusiasmo per la ghigliottina (la versione tragica del “vaffanculo”) andò scemando fino al Termidoro. 
Oggi ci si chiede che cosa farà il Movimento, ma nel lungo termine la mia previsione (ovviamente fallibile) è che sparirà senza lasciare tracce. Se non come un’altra masaniellata. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
     11 luglio 2021



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POLITICA
10 luglio 2021
L'AFGHANISTAN COME MODELLO INTERNAZIONALE
Tutti consideriamo la storia romana come uno dei capisaldi della cultura. Ed effettivamente, non conoscere quelle vicende corrisponde a non conoscere le nostre radici. Ma a conti fatti quella storia è fuorviante. Quante nazioni hanno avuto una storia simile? Quanta parte, di ciò che è avvenuto, può essere applicato ad altri Paesi?
Facciamo un esempio: qual è la velocità dell’uomo? A questa domanda tutti risponderebbero andando a cercare il nome dell’ultimo recordman dei cento metri piani, ma è un errore. Non tutti abbiamo vent’anni, non tutti siamo degli sportivi, e soprattutto non tutti siamo dei campioni. Probabilmente, per avere la risposta vera bisognerebbe fermare per la strada cento signori qualunque sui quaranta, e chiedergli di correre i cento metri. Allora sì avremmo la velocità dell’uomo. E non saranno certo i 36 kmh circa dei campioni. La velocità dell’uomo è la velocità dell’uomo qualunque, non di Usain Bolton.
Roma è un’eccezione. Quante madri moderne reagirebbero come le madri romane, dopo la disfatta di Canne? Per citare un secondo caso, come esempio di nazione straordinaria si può indicare l’Inghilterra del XIX secolo. Quell’isoletta che ha conquistato un inverosimile impero mondiale e che ha reagito da sola alla minaccia nazista nel 1940. Sono apici storici. E soprattutto modelli non esportabili. Spesso neanche i posteri – gli italiani o gli inglesi attuali – sono degni dei loro progenitori. Ecco perché bisognerebbe studiare piuttosto la storia dell’Afghanistan che la storia di Roma. Perché la maggior parte dei Paesi somiglia piuttosto all’Afghanistan che a Roma. 
Per tutto il tempo in cui ha governato, Saddam Hussein è stato una continua occasione di sdegno e orrore. Per qualunque persona normale, l’unica cosa immaginabile era che gli irakeni non potessero che sognare di liberarsi di quel mostro e passare alla libertà democratica. E anche gli americani lo hanno creduto. Ma quando gli hanno offerto la libertà e la democrazia su un piatto d’argento, hanno visto che parecchi irakeni come governo concepiscono soltanto l’autocrazia islamica. E ciò vale per tutti i Paesi della regione, salvo Israele. Per non parlare dell’intera Africa nera.
L’Afghanistan ha avuto più di un’occasione di uscire dal Medio Evo, dalla Sharia, dall’ignoranza considerata una virtù, e da mille orrende caratteristiche sociali, ma è sempre ricaduto nel peggio di ciò che è. E così sarà ancora una volta nel prossimo futuro. Ora che gli eserciti stranieri, e in particolare gli americani, lasceranno il Paese, la loro presenza sarà considerata una parentesi da dimenticare e nel giro di qualche mese esso sarà di nuovo inesorabilmente comandato dai Taliban. Tutta la nazione vorrà ritrovare i veri valori, quelli della tenda, dell’Islàm, del Profeta, del taglio della mano e delle adultere lapidate.
No, non bisognava invadere l’Afghanistan. Per punirlo del suo appoggio al jihadismo , bisognava bombardare i centri terroristici, magari uccidendo qualche centinaio di persone, tanto per far capire che attaccare gli altri può essere antigienico ma, quanto a cambiare le teste degli afghani fino a farne dei democratici, avrebbe dovuto essere chiaro che era impossibile. Per loro la moglie è stimabile se è vergine e analfabeta. Diversamente, vale meno di un cammello.
Mentre Roma, malgrado i suoi mille errori e i suoi crimini, rimane un’eccezione, la storia dell’Afghanistan insegna a tutti che il cammino della civiltà è in salita. Ed è un cammino che non prevede scorciatoie, che si intraprende da soli, con le proprie forze, fino a un progresso che sedimenta nell’animo di tutti. E finché ciò non avviene, si può rimanere per un millennio nella zona arretrata, come il Meridione d’Italia. È vero, i siciliani fanno grandi carriere, dimostrano grandi intelligenze e grandi capacità in tutti i campi, ma all’unica condizione che lascino la Sicilia. E sarà così finché l’isola non imparerà la parola civismo.
Una volta una donna idealista mi chiese a muso duro: “E tu, che cosa hai mai fatto in favore dei drogati?” E la mia risposta fu: “Li ho sempre tenuti accuratamente lontani da me”. Non si può aiutare chi non vuol essere aiutato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 9 luglio 2021



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9 luglio 2021
UN DUBBIO SULLA RIFORMA CARTABIA
Trovo interessante l’articolo dell’Ansa sulla riforma Cartabia del processo penale(1).  E agli amici rivolgo la preghiera di chiarirmi il primo punto, quello che comincia col sottotitolo: “Prescrizione”. Eccolo:
 PRESCRIZIONE - “La Guardasigilli propone di bloccare definitivamente la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che si tratti di assolti o condannati. Nel processo di Appello verrebbe introdotto invece il termine massimo di due anni (arriverebbe a tre in caso di reati gravi), oltre il quale si dichiarerebbe l'improcedibilità. Lo stesso termine sarebbe di un anno in Cassazione (in caso di reati gravi la proroga sarebbe di ulteriori sei mesi). Dunque nel secondo e terzo grado di giudizio, oltre quei tempi stabiliti non si estinguerebbe il reato ma si sospenderebbe il processo, di fatto bloccato. Un caso diverso dunque dalla prescrizione, dove il reato è appunto cancellato. Per i reati imprescrittibili - come quelli punibili con l'ergastolo - non sarebbero posti limiti alla durata dei processi”. 
Che significa “bloccare definitivamente la prescrizione dopo la sentenza di primo grado”? Per capirci, chiariamo prima i termini della questione. 
Ammettiamo che un reato sia commesso il primo gennaio e che la prescrizione – e cioè il tempo massimo concesso allo Stato per giudicare e punire quel dato – sia di dieci anni. Ciò significherebbe che al due gennaio di dieci anni dopo l’imputato non sarebbe più punibile. E in quei dieci anni si usa dire che “corre la prescrizione”. Mentre, di solito, “la si blocca” se se ne interrompe il corso. E infatti, se la prescrizione fosse bloccata per un anno, l’imputato rimarrebbe punibile per undici anni complessivi. 
Ora qui si dice che la prescrizione è definitivamente bloccata dopo la sentenza di primo grado, che sia di assoluzione o di condanna. Ma questo significherebbe, secondo l’interpretazione data prima, che non ci sarebbe più prescrizione possibile dopo la sentenza di primo grado. Ma questa tesi impone due sottotesi.
Immaginiamo che nel processo di primo grado l’imputato sia stato assolto e il Pm non abbia interposto appello. In questo caso la sentenza è definitiva e non ci potrebbe essere nessuna prescrizione perché non c’è più nessun reato, l’imputato essendo stato assolto. La norma sembra assurda, o forse è il giornalista che si è espresso male.
Ora immaginiamo invece che l’imputato sia stato condannato. Il Pm può fare appello (per richiedere una condanna più grave o per un diverso reato) e può non farlo. Mentre per l’accusato, se non fa appello, non c’è da parlare di prescrizione, perché la condanna è definitiva e la pena da scontare. Però, se fa appello, poi decorrono i due più uno anni previsti per i gravami, e questi hanno la sanzione dell’improcedibilità (equivalente alla prescrizione, per gli effetti pratici) se si oltrepassa il tempo definito. E allora, in quale caso “si blocca la prescrizione” con la condanna di primo grado?
Ma probabilmente c’è qualcosa che non ho capito io, e sarei grato a chi mi illuminasse, spiegandomi come stanno le cose. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
  
Articolo dell’Ansa: 
https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2021/07/08/mini-prescrizionetempi-piu-lunghi-per-corruzione_f1776108-07e2-442d-9ab4-58907444abb6.html
   
Velocizzare i tempi e renderli compatibili con gli obiettivi del Recovery e degli standard europei: è lo scopo della riforma della Giustizia approvata in Cdm, il cui nodo principale era rappresentato dallo stop alla prescrizione, che il Movimento Cinque Stelle avrebbe inizialmente voluto estendere a tutti i gradi di giudizio. La mediazione della ministra Cartabia ha puntato sull'inclusione dei reati contro la Pubblica Amministrazione, come la corruzione e la concussione, tra quelli con tempi processuali allungati, e l'inserimento delle condizioni di 'improcedibilità' per il secondo e terzo grado, se si sforano determinate tempistiche.
    PRESCRIZIONE - La Guardasigilli propone di bloccare definitivamente la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che si tratti di assolti o condannati. Nel processo di Appello verrebbe introdotto invece il termine massimo di due anni (arriverebbe a tre in caso di reati gravi), oltre il quale si dichiarerebbe l'improcedibilità. Lo stesso termine sarebbe di un anno in Cassazione (in caso di reati gravi la proroga sarebbe di ulteriori sei mesi). Dunque nel secondo e terzo grado di giudizio, oltre quei tempi stabiliti non si estinguerebbe il reato ma si sospenderebbe il processo, di fatto bloccato. Un caso diverso dunque dalla prescrizione, dove il reato è appunto cancellato. Per i reati imprescrittibili - come quelli punibili con l'ergastolo - non sarebbero posti limiti alla durata dei processi. 
    TEMPI PIÙ LUNGHI SULLA CORRUZIONE - I tempi processuali vengono allungati per quanto riguarda i reati contro la Pubblica amministrazione, come la corruzione e la concussione: oltre ai tempi già stabiliti, la proroga è di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione. In ogni caso sulla corruzione non ci sarebbe alcun automatismo sull'allungamento dei termini per appello e Cassazione, di un anno o meno, perché ciò sarebbe subordinato alla particolare complessità del procedimento, dovuta al numero delle parti o delle imputazioni. 
    CRITERI DI PRIORITÀ - Gli uffici del pubblico ministero, per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, nell'ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento, dovranno individuare priorità trasparenti e predeterminate, da indicare nei progetti organizzativi delle Procure e da sottoporre all'approvazione del Consiglio Superiore della Magistratura.    
   APPELLABILITÀ - Si conferma in via generale la possibilità - tanto del pubblico ministero, quanto dell'imputato - di presentare appello contro le sentenze di condanna e proscioglimento. L'inammissibilità dell'appello avviene invece per "aspecificità dei motivi". 
    DURATA INDAGINI PRELIMINARI IN BASE A REATO - Il pubblico ministero può chiedere il rinvio a giudizio dell'indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una "ragionevole previsione di condanna". Si rimodulano i termini di durata massima delle indagini rispetto alla gravità del reato. Inoltre, alla scadenza del termine di durata massima delle indagini, fatte salve le esigenze specifiche di tutela del segreto investigativo, si prevede un meccanismo di 'discovery' degli atti, a garanzia dell'indagato e della vittima. 
    MENO UDIENZE PRELIMINARI - L'udienza preliminare è limitata a reati di particolare gravità e, parallelamente, si estendono le ipotesi di citazione diretta a giudizio. Il giudice dovrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna.
CASSAZIONE E CORTE STRASBURGO - Si introduce un nuovo mezzo di impugnazione straordinario davanti alla Cassazione, per dare esecuzione alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo.
DIGITALIZZAZIONE - Per risparmiare tempo, si prevede che il deposito degli atti e le notifiche possano essere effettuati per via telematica.
PATTEGGIAMENTO - Quando la pena detentiva da applicare supera i due anni (il cosiddetto patteggiamento allargato), l'accordo tra imputato e pubblico ministero si può estendere alle pene accessorie e alla loro durata, oppure alla confisca facoltativa e alla determinazione del suo oggetto e ammontare.
QUERELE - La procedibilità a querela è estesa a specifici reati contro la persona e contro il patrimonio con pena non superiore a due anni.
PENE SOSTITUTIVE - Le pene sostitutive come detenzione domiciliare, semilibertà, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria - attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza - saranno direttamente irrogabili dal giudice entro il limite di quattro anni di pena inflitta. E' esclusa la sospensione condizionale.
TENUITÀ DEL FATTO - Per evitare processi per reati minimi, si delega il Governo a estendere l'ambito di applicazione della causa di non punibilità a quei reati puniti con pena non superiore a due anni.



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POLITICA
8 luglio 2021
L'ERGASTOLANO SEMPITERNO
Cesare Battisti è stato trasferito dal carcere di Rossano Calabro al carcere di Ferrara. Anziano, ingrassato, imbolsito, sconfitto, ecco come appare oggi. Ma non si può avere pietà di lui. Perché quelli che sono morti a causa sua non hanno avuto la possibilità di essere anziani, ingrassati e imbolsiti. E tuttavia la pietà è come l’amore: un sentimento cui non si comanda. 
È incontestabile, bisogna pagare per i propri delitti. E se questo significa “soffrire”, quei delitti li paga anche chi non è in carcere. Per esempio O.J.Simpson che, essendo evidentemente colpevole, è stato assolto ma è disprezzato da tutti, passando da celebrità nazionale a paria. Soffre anche chi è sospettato di un crimine infamante che non ha commesso. Infine soffre chi è latitante per decenni, come Cesare. Perché vivere con la prospettiva che improvvisamente venga presentato il conto è una vera angoscia.
Battisti i suoi crimini li ha commessi all’incirca quarant’anni fa. Se avesse scontato venti anni di galera, avendo in seguito qualche permesso, e la possibilità di lavorare fuori, oggi sarebbe un uomo libero da molto tempo. Invece, prima di finire nel penitenziario senza la speranza di uscirne vivo, ha sempre vissuto in esilio e da fuggiasco. E così forse ha forse patito una pena superiore a quella inflittagli dalla Corte d’Assise.
Non che questo aggravio di pena non l’abbia meritato. Soprattutto se pensiamo agli anni in cui, a Parigi, si è goduto la situazione del romanziere portato in palmo di mano dagli intellettuali francesi di sinistra, imbecilli quanto i nostri e, cosa inverosimile, forse di più. Inoltre si è permesso di assumere con arroganza gli atteggiamenti dell’innocente perseguitato da uno Stato fascista. E tuttavia anche in quegli anni Battisti sapeva di essere colpevole; sapeva che lo Stato italiano non si sarebbe rassegnato; sapeva che era libero per motivi politici (di Mitterrand) e che il vento poteva cambiare: come cambiò a Parigi e infine in Brasile. Il  il tutto per poi essere accolto in Italia, ammanettato, da un paio di fatui ministri che volevano essere fotografati accanto al leone stecchito.
Con la sua latitanza Battisti non ha fatto un affare. E tuttavia molto più triste del suo è il caso di chi, come Calogero Mannino, è stato inseguito dalla magistratura italiana per ventisette anni. Per essere assolto da tutte le accuse quando infine era smagrito, invecchiato, distrutto. 
Assolto infatti non significa che all’imputato non sia stata inflitta nessuna pena. Di fronte alle accuse, ai processi, alle spese, alle ansie, al discredito, alla carriera politica finita e alla vita stroncata,  l’assoluzione finale è ben poca cosa. Assolto significa che quella pena non si sarebbe dovuto infliggerla, ma di fatto è stata già inflitta. 
Molti anni fa, mentre tentavo di divenire avvocato, m’è capitato di vedere che nessuno, nemmeno un assassino, è tanto terrorizzato dalla giustizia penale quanto chi conosce il funzionamento della macchina giudiziaria. Gli stessi magistrati, che questo sistema lo conoscono per esperienza, ne sono più che spaventati. Accusati dicono, come tutti, “Ho intera fiducia nella magistratura”, perché bisogna dirlo: ma non lo penserebbero mai. Non possono nemmeno pensarlo.
Ecco perché a volte la giustizia è un’indecenza. Perché, sulla base di un’accusa, si torturano lungamente e con metodo sia i colpevoli sia gli innocenti. Una volta che il singolo è caduto nel tritacarne, la macchina non si occupa affatto del caso specifico, continua a girare, lentamente, come in preda al sonnambulismo. A volte il processo entra in fase di quiescenza, per la pigrizia di un magistrato,  passano anni e nessuno può rimproverargli niente. Infatti i magistrati non hanno mai torto, non chiedono mai scusa e continuano a fare carriera. 
Oggi non si trovano candidati di qualità per diventare sindaci delle grandi città. E non è affatto strano.  La fascia di sindaco non pesa abbastanza, se sull’altro piatto della bilancia dobbiamo mettere la quasi certezza di decenni di processi, di ansie, di spese. 
In Italia, secondo il consiglio di Epicuro, conviene vivere nascosti. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
3 luglio 2021



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POLITICA
7 luglio 2021
LA MALDICENZA
Che cos’è il pentimento? È la coscienza che si è agito male, o per un errore di valutazione, o per la pressione di un’emozione, o a causa del nostro cattivo carattere. Comunque sia, il pentimento si riassume in questa dolorosa presa di coscienza: “Ho agito male. Se potessi rimetterei l’orologio indietro e mi comporterei diversamente”.
Nella coscienza del singolo il pentimento ha una speciale rilevanza perché va contro la regola dell’auto-approvazione. Quest’ultima è la posizione di gran lunga più frequente in chi ha molto autocontrollo, e di solito “fa quello che trova giusto fare”. Viceversa, chi si pente spesso, da un lato dimostra un carattere debole e sottoposto alle emozioni, dall’altro adotta l’atteggiamento un po’ infantile di chi crede di cancellare il mal fatto chiedendo scusa. 
In questa sede importa però trarre da queste considerazioni un dato fondamentale: non soltanto noi non approviamo tutto del prossimo, ma non approviamo tutto nemmeno di noi stessi. Ovviamente, siamo più spesso d’accordo con noi stessi di quanto siamo d’accordo col prossimo, ma nessuno sfugge all’occasionale giudizio severo.
Posta in questi termini, la maldicenza cambia completamente aspetto. Se essa non è calunniosa (cioè se riguarda fatti veri), se è espressa senza atteggiamenti di disprezzo e senza superciliosa severità morale, in fondo si tratta di una cronaca del comportamento altrui, seguita da un giudizio di valore. 
Ma questa asettica definizione urta contro un’evidente obiezione: se la maldicenza, o comunque il giudizio negativo sul comportamento altrui, fosse una cosa tanto normale e naturale, come mai tutti la pratichiamo “dietro le spalle”, e in termini molto confidenziali, presumendo che nessuno di noi andrà a dire agli interessati quello che abbiamo detto su loro conto? 
La risposta è facile. Quando ci pentiamo, riconosciamo dinanzi al nostro personale Tribunale (Foro Interno, lo chiamavano gli Scolastici) di esserci comportati male e, per ipotesi, ammettiamo che ciò avvenga una volta su dieci. Ma non è detto che i terzi ci approvino nove volte su dieci, anche perché ognuno ha un metro diverso. E poi abbiamo anche detto che noi tutti approviamo noi stessi più spesso di quanto non approviamo gli altri. Ammettiamo dunque che gli altri critichino tre comportamenti nostri su dieci, ne risulta che noi non approveremmo due delle loro tre critiche, ed anche di quella che dovessimo condividere non accetteremmo un giudizio insultante, del tipo: “Sei stato proprio un vero cretino”. Dunque la serena convivenza sociale impone che, per mantenere buoni rapporti col prossimo, dobbiamo tenere per noi la maggior parte dei giudizi negativi che emettiamo. 
Ma – almeno per il filosofo – si impone un passo ulteriore. Mentre l’uomo normale e ingenuo è molto sgradevolmente sorpreso quando apprende di essere stato giudicato male, il filosofo dovrebbe dirsi: “In primo luogo, potrebbero avere ragione ed io torto. In secondo luogo, anche se hanno torto, questo rientra nella libertà di opinione. Del resto, può darsi che nei miei giudizi negativi su di loro anch’io a volte sbagli. Infine, sentendomi offeso dai maldicenti, non sarei saggio. Perché me la prenderei con coloro di cui ho saputo che hanno detto male di me, come se di me tutti gli altri avessero detto soltanto bene. E questa è una sonora sciocchezza. Posso benissimo continuare a trattare i maldicenti come prima, cioè da amici, perché i ‘colpevoli’ non sono più colpevoli degli ‘innocenti’, di cui non ho saputo ciò che dicono di me”.
Mi permetto una chiosa cinica e a suo modo divertente. Come tutti mi son trovato ad avere problemi col condominio. Addirittura, nel mio caso, anche con gli abitanti dei tre o quattro edifici intorno. E mi risulta che vengo considerato un prevaricatore, uno che comanda tutti, uno che usa la legge per fregare il prossimo, e il tutto non per guadagnarci (almeno questo, fino ad ora) ma per arroganza e per pura malvagità. 
Ora qualcuno potrebbe dirmi: “Perché non gli parli, perché non gli spieghi che hai agito nell’interesse di tutti?” Ed io rispondo: “In primo luogo perché cercare di far ragionare un certo genere di prossimo è come spiegare a un pesce la bellezza del volo. E poi perché mi diverte molto l’idea di me stesso visto in questi termini mitologici e satanici. Infine perché, come diceva anche Machiavelli, è meglio essere temuti che amati. È vero, con tutta questa gente ho più spesso vinto che perso, ma la mia vittoria è ingigantita dalle loro frustrazioni e dalla loro rabbia impotente. Che sparlino, che sparlino, ogni volta aumento di dieci centimetri e presto dovrò rientrare a casa mia a quattro zampe.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 luglio 2021




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POLITICA
6 luglio 2021
ITALIA "DE SINISTRA"
Alessandro Sallusti, su “Libero” del 6 luglio 2021, intitola un articolo(1) “Destrofobia”. In esso dimostra che insultare la destra e i suoi rappresentanti non soltanto non costituisce reato ma è anche un buon affare economico. Letteralmente. L’attore Paolo Rossi – riferisce Sallusti – ha detto testualmente: “Negli anni del berlusconismo imperante ci siamo scagliati violentemente contro il Cavaliere perché ce lo chiedevano e per farlo ci pagavano profumatamente”. 
La cosa è certo scandalosa. E ancor più scandalosa dovrebbe apparire a chi è per il rispetto di tutti ed essendo di centro risulterebbe più facilmente di destra che di sinistra. E tuttavia. Tuttavia, nel risalire alle cause del fenomeno, Sallusti si ferma a metà strada. 
Facciamo un’ipotesi inversa. Immaginiamo che Silvio Berlusconi si fosse messo a pagare sottobanco degli intellettuali perché dicessero male del capo della sinistra. I soldi per farlo non gli mancavano certo. Che cosa sarebbe successo? Sarebbe successo che non avrebbe cavato un ragno dal buco. Qualcuno degli intellettuali l’avrebbe denunciato e ne sarebbe derivato uno scandalo più grande di quello della Banca Romana. Ecco quello che non dice Sallusti. 
Certo ciò che scrive è la verità. Se si voleva avere successo nello spettacolo, nella letteratura, nella buona società, in politica, per decenni è stato conveniente associarsi alla sinistra. È stato molto spesso un matrimonio d’interesse verniciato di passione sincera. Dunque “essere di sinistra” è corrisposto  spesso ad essere venali, privi di principi e disposti a “vendersi” come prostitute. 
Ma Sallusti sembra non vedere che questo potere non viene alla sinistra dal destino cinico e baro, ma dalla mentalità nazionale. Da quando lo conosco, il nostro Paese è sempre stato proclive a perdonare tutto a chi era di sinistra (per molto tempo si sono perdonati perfino i crimini di Stalin) e a non perdonare nulla, negando anche il ben fatto, a chi appariva di destra. Un esempio preclaro: Pinochet. 
Pinochet è stato stramaledetto in tutto il mondo mentre, vedi caso, è stato apprezzato in Cile. Per converso, è stato visto come un eroe - e possibilmente una vittima uccisa a sangue freddo dalla destra sanguinaria – Salvador Allende: colui che aveva ridotto il Cile in tali condizioni da provocare una rivoluzione. Infatti Pinochet, non che inventarla dall’alto,  guidò una rivolta nata dal basso. Ma questi fatti storici urtano contro un tale roccioso pregiudizio che è inutile affermarli. Nessuno vi crederà. La vulgata corrente ha fatto accettare panzane anche più monumentali di queste.
Ecco perché Sallusti, a mio parere, sbaglia. Se la prende con chi semina gramigna destrofobica, senza badare al fatto che il terreno, mentre è fertilissimo quando si semina gramigna, diventa avarissimo quando si semina verità. In queste condizioni, non si può accusare il conformismo sinistrorso. L’establishment è di sinistra perché il popolo non è composto di eroi. Se sente che la maggioranza sta a sinistra, che a sinistra si hanno i maggiori consensi e i maggiori vantaggi, la gente si accoda. È perfino disposta a ripetere – se necessario – gli slogan più sfacciatamente bugiardi della “parte vincente”. È umano: spera di ritrarne qualcosa, e comunque ha paura dell’ostracismo.
Da noi per molto tempo chi non è stato di sinistra è stato sbrigativamente catalogato come “fascista”. Dunque chi non è stato di sinistra è stato obbligato ad accettare, quotidianamente, la definizione di estremista antidemocratico. Se ci avete badato, la destra in Italia, è costantemente “estrema”. Così come il “liberismo” non è “liberismo”, ma “liberismo selvaggio”. La destra è sempre un serio pericolo per la democrazia e questo spiega perché, da noi, mentre il mondo da decenni parla d’altro, l’antifascismo è sempre vivo, vegeto e fattivo. Qui c’è stato addirittura l’immaginario pericolo del ritorno del fascismo, dal momento che circa un trenta per cento del Paese si dichiara (in cuor suo) “non di sinistra”. Ergo fascista. Ne è derivato il sempiterno dovere di “non abbassare la guardia” e di vedere fascisti dappertutto. Anche se effettivamente qualcosa c’è. Gli italiani, col fascismo e il comunismo, sono passati da un amore totalitario all’altro. 
Lo so, sembro descrivere il punto di vista di un paranoico. Ma è colpa mia se il povero malato di mente ragiona così?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 luglio 2021
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/intranetarticle?art=549657812_20210706_14004&section=view&idIntranet=212



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POLITICA
5 luglio 2021
PARDO LO ZUCCONE

In un noto romanzo, “Wilson lo Zuccone”, Mark Twain ci narra di una tale Wilson che, disturbato dall’abbaiare di un cane, dice una battuta agli abitanti del luogo.  Poi, quando lui se ne va, costoro esaminano accuratamente le sue parole, non le capiscono e ancor meno gli viene da ridere. Così decidono all’unanimità che Wilson è Pudd’nhead, uno Zuccone.

A me capita qualcosa del genere con Giuseppe Conte. Quando parla, mi sembra  un emerito cretino, ma poi leggo che è molto ben considerato dagli italiani, e mi arrendo. Devo essere come quei paesani con cui parlava Wilson. Ed anzi, per peggiorare le cose, mi metto come loro ad esaminare ciò che ha detto l’ultima volta, a proposito della mediazione con Giuseppe Grillo.

In primo luogo, leggo sull’“Ansa”, ha affermato che lui è disposto alla mediazione, purché non si tocchino i “principi fondamentali su cui si è espresso con chiarezza”. Incapace, come sempre, di capire il suo humour, osservo che se si incomincia un negoziato dicendo  che però non si cederà su alcune cose, è come se si dicesse che non si vuole negoziare. Perché per rimanere fermi ai blocchi di partenza basterà dire che quelle date cose appartengono ai “principi fondamentali”.

Ma c’è di più. Conte ha parlato di principi fondamentali, ma non ha detto quali sono. E questo corrisponde a dire che qualunque cosa, quando serve, può essere dichiarata punto fondamentale. Alla controparte non rimarrà che arrendersi. Troppo bello per essere vero. Ma visto che non mi viene da ridere è segno che forse non ho capito la battuta.

Tuttavia – devo essere onesto – almeno un principio fondamentale Conte lo ha esplicitato quando ha detto “No alla diarchia”. Per chi non lo ricordasse, nella diarchia comandano in due, nella monarchia comanda uno solo. E dal momento che Conte rifiuta la diarchia (e a fortiori la democrazia, in cui si comanda in molti di più) è ovvio che è a favore della monarchia. Ora vi pare concepibile – salvo essere ancor più zucconi di me – che Conte stia proponendo la corona a Giuseppe Grillo? Ovviamente no. Dunque è evidente che quella carica la sta proponendo per sé stesso. Senza alternativa, dal momento che questo è uno dei principi fondamentali, e lui non accetta la diarchia. Quando è il momento di ridere ditemelo, ché mi adeguerò.

Insomma Conte inizia una mediazione ponendo come condizione irrinunciabile che Grillo lo accetti come re e gli baci la pantofola. A questo punto torna sempre utile ricordare la domanda di Stalin: “Quante divisioni ha Conte?” Perché se ha la forza di imporsi, di che si discute? Gengis Khan conquistò forse un impero a forza di mediazioni? E se viceversa Conte non la forza per mettersi da sé la corona sulla testa, come Napoleone, perché lancia battute del genere? Solo per dimostrare ancora una volta a che punto sono uno zuccone? Solo per ammazzare un uomo morto?

Ma già, questa è una delle sue attività preferite.

Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
3 luglio 2021
PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE
Non ho mai fatto mistero della poca stima che ho di Giuseppe Conte. Ma non è colpa sua se gli hanno dato cariche e compiti tanto superiori alle sue forze. Se un Presidente di Sezione della Cassazione è un incompetente in diritto, meriterà la più severa delle condanne. Ma se si ferma per la strada un onesto otorinolaringoiatra, gli si mette sulle spalle l’ermellino e lo si invia a presiedere un’udienza, sarebbe onesto rimproverargli l’ignoranza giuridica?
Ma non può non stupire il caso di Conte che reclama il posto di Grillo, che è come se si vedesse l’otorinolaringoiatra reclamare la carica di Primo Presidente della Cassazione. La domanda che sorge spontanea è: “Ma chi si crede di essere?”
E tuttavia, dal momento che la cosa non è impossibile, è più utile cercare la spiegazione del fenomeno. Cosa che forse non è nemmeno difficile.
Non so se mai Beppe Grillo abbia immaginato, negli scorsi anni, di vincere un giorno strepitosamente le elezioni, fino ad avere dietro di sé il partito di maggioranza relativa. Certo la struttura politica da lui caldeggiata è sempre sembrata del tutto inadatta a governare. La missione essenziale del Movimento non è mai sembrata quella di gestire il potere quanto quella di “mandare a casa” quelli che lo hanno gestito fino ad ora. Si è molto discettato sull’insulto “Vaffanculo”, facendo notare con sarcasmo come la politologia “grillina” non andasse molto oltre. Ma in realtà c’era poco da scherzare, se soltanto, invece di ricorrere alla volgarità, Grillo avesse detto in buon italiano: “Vogliamo una nuova classe politica”. Segue dimostrazione. 
Chiunque si dia alla politica ha in mente una carriera che dura tutta la vita: e invece nel suo “programma” Grillo non concedeva ai suoi eletti più di due legislature, proprio per non avere a che fare con professionisti della politica. Poi chiunque si dia alla politica cerca di rendersi riconoscibile agli elettori inalberando una bandiera: l’essere di sinistra, l’essere di destra, l’essere ecologista o quello che sia. E invece Grillo dichiarava orgogliosamente, sin da principio, che il Movimento non era né di destra né di sinistra, ma “contro”. Contro tutti indistintamente, al punto da non potersi alleare con nessuno. Se il Movimento non si strapazzava a formulare un vero programma, è perché esso non mirava a governare l’Italia, ma esclusivamente ad un “ricambio umano” della classe dirigente. Per questo i suoi adepti insistevano tanto sull’onestà. Gli intellettuali avevano un bel ripetergli che l’onestà è un presupposto, non uno strumento di governo, i “grillini” non davano retta: loro erano “diversi”. Loro erano “onesti”. E non intendevano governare l’Italia. Semmai, l’avrebbero fatto se fossero potuti andare da soli al governo, in modo da non essere “contaminati” dalla vecchia classe politica. Ma non avendo ottenuto il 51%, perché mai avrebbero dovuto governare con Bersani? 
Del resto, questo atteggiamento di totale disinteresse per il potere, per il governo e per il denaro, si è visto proprio nel comportamento di Beppe Grillo che, pur avendo in mano un partito che aveva in mano il Paese, non ha preteso per sé una carica nel Movimento, non ha preteso una carica pubblica, non ha preteso uno stipendio, non ha preteso assolutamente nulla. Si è soltanto riservato di intervenire, quando necessario, per il perseguimento degli scopi primi del Movimento.
Ma proprio qui è nato il problema. Grillo aveva ben chiare le idee che abbiamo detto, e le aveva da uomo che nella vita ha avuto un mestiere, in cui per giunta ha avuto un grande successo. Gli altri invece erano prevalentemente ragazzi incompetenti (i famosi “scappati di casa”) sedotti dalla veemenza di Grillo, dall’atteggiamento eroico di chi dice “Basta!” e nulla chiede per sé. Però, non appena un po’ più vicini al potere, non appena in possesso di un lauto stipendio mensile, da un giorno all’altro sono cambiati. E perché due soli mandati parlamentari? Loro non hanno demeritato, hanno obbedito fedelmente, sono stati onesti e, soprattutto, non hanno né un mestiere né un reddito. Dunque perché andarsene, soltanto per far posto ad altri, non migliori? Soltanto perché lo diceva Grillo e perché gli ha fatto firmare un pezzo di carta, a suo tempo? E comunque, quanto valgono in politica in pezzi di carta?
Tutto il comportamento dei parlamentari Cinque Stelle è stato improntato all’interesse. La prima diatriba interna al Movimento è nata perché gli eletti si rifiutavano di pagare l’obolo mensile di trecento euro alla Casaleggio Associati. Poi ci si è battuti per i posti di governo, e infine è cresciuta esponenzialmente la rabbia contro Grillo che, non contento di comandarli a bacchetta, fino ad imporgli l’alleanza con la Lega e il Pd, (ed ora perfino l’appoggio al governo Draghi) gli vuol togliere lo scranno da sotto il sedere. Soprattutto pensando che, degli attuali parlamentari pentastellati, secondo le intenzioni di voto, sarà grasso che cola se ne rimarrà uno su tre.
E allora ecco finalmente la spiegazione del fenomeno Conte. Non è Conte che è alla ricerca di un partito, è un partito – quello della protesta contro Grillo – che è alla ricerca di un leader. Conte non è certo carismatico (poi, con quella disgustosa voce “di testa”!) ma è una figura conosciuta. Una persona che, nell’immaginario comune (non in quello degli addetti ai lavori) può essere adeguato al ruolo di comandante. Dunque molti pentastellati sono disposti a sopportarlo, a far finta che sia il loro capo, purché prometta loro di aiutarli a non perdere stipendio e posti di sottogoverno. 
Probabilmente in seguito, realizzato lo scopo, si cercheranno un altro capo, uno “vero”. O un capo verrà fuori da sé. Attualmente si tratta soltanto di reagire alla testardaggine di Grillo che on vuole prendere atto del cambiamento della situazione obiettiva, cioè dal gridare nelle piazze a sedere in Parlamento. 
Sono convinto che se la smettesse di fare il “superpuro” del Movimento, Grillo sarebbe di nuovo ben accetto. Ma i pazzi riescono in grandi imprese proprio perché sono pazzi. E allora, se Grillo era pazzo quando fondava il Movimento, perché dovrebbe essere rinsavito oggi?
Signori parlamentari del Movimento Cinque Stelle, non è cambiato Grillo, siete cambiati voi. Se vi siete accorti soltanto ora di quanto irrealistico fosse ciò che predicava, è colpa vostra. Oggi potete stramaledirlo, potete andarvene seguendo il signor Zelig Conte ma, per favore, non emettete né giudizi politici né giudizi morali. Nel campo in cui avete giocato non hanno corso legale.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
3 luglio 2021




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POLITICA
2 luglio 2021
IL CARCERE
Ciò che è avvenuto nel carcere di S.Maria di Capua Vetere fa i titoli dei giornali, e con ragione. Soprattutto perché, invece di essere composta di alcune righe nere su bianco, è composta di immagini che anche un analfabeta capisce.
Che l’episodio sia antigiuridico e rivoltante, non ci sono dubbi. In questo caso l’indignazione non è soltanto di rito, può perfino essere sincera. E, come si dice in questi casi, la giustizia farà il suo corso. Ma l’episodio non riesce a riscaldarmi. Cane che morde uomo non è notizia. 
Mentre anche la ministra Cartabia promette virtuosamente che cose del genere “non dovranno mai più verificarsi”, io so che si sono sempre verificate e si verificheranno sempre. Anche se doverosamente represse con pene esemplari a carico dei colpevoli. Il fatto è che il carcere è un’istituzione tremenda che tira fuori il peggio dagli uomini. Da tutti gli uomini. 
Qualcuno oggi citava Abu Ghraib ma io preferisco ricordare l’esperimento di un’università americana di molti decenni fa. In un finto carcere alcuni studenti, incaricati di fare la parte dei secondini, dovevano sorvegliare altri studenti, incaricati di fare la parte dei detenuti. L’esperimento doveva durare una quindicina di giorni ma è stato interrotto prima perché i finti detenuti sono diventati autentici criminali assetati di violenza, e i secondini dei prevaricatori sadici, all’occasione. Tutti ragazzi perbene fino al giorno prima trasformati in belve in gabbia da un lato e domatori innamorati della frusta dall’altro. Dice niente?
Dice che il carcere è inumano. Dice che quella rieducazione di cui parla la nostra Costituzione si verifica, ma nel senso opposto a quello sperato: il piccolo delinquente che entra in carcere ne esce laureato “grande delinquente”. Ma qui si ferma tutta l’osservazione e subentra la riflessione.
I romani, maestri di diritto, non usavano il carcere come pena per i reati. Per loro il carcere era una detenzione in attesa di qualcosa. Il processo, per esempio, L’esecuzione della pena capitale. La “partecipazione” al trionfo come trofeo, come nel caso di Vercingetorige (in attesa dello strangolamento). E qual erano invece le pene, per i reati? Le pene corporali. La fustigazione, per cominciare. Tutt’altro che un divertimento. Se si esagerava, si trasformava in pena di morte. La crocifissione, per gli schiavi e per i delitti più infamanti. La decapitazione, ovviamente. E spesso l’esilio. Oggi all’esilio non si pensa molto, perché se vivo a Bologna e mi si costringe a vivere a Torino, o anche a Napoli, non è che cambi poi tanto. Ma allora Roma non aveva alternative, nel suo essere Roma, ed esserne lontani era un danno sentito come irreparabile. Ovidio, condannato all’esilio, ne pianse e se ne lamentò fino alla morte.
Oggi nessuno accetterebbe la fustigazione, e neppure la gogna, la tortura ed altre amenità del passato, come strumento di repressione penale. Ma la necessità della punizione rimane. E così torniamo al carcere. 
Noi non sappiamo se disponiamo del libero arbitrio, ciò che ci rende responsabili (come sostiene la Chiesa), o se siamo sottoposti al determinismo psichico, come tendono a pensare gli scienziati. Una una cosa è certa: quali che siano le opinioni sulle responsabilità di chi delinque, quali che siano le opinioni in materia di pene, non ci si può limitare a fare gli occhiacci ad un assassino, o a imporre la recita di dieci rosari ad uno stupratore seriale. Io stesso, se aderissi all’idea del determinismo psichico, concluderei per la non colpevolezza (nel senso di “non rimproverabilità”)  dell’assassino o dello stupratore, ma non per questo lo lascerei a piede libero e impunito. Anche la tigre è innocente, ma non è un buon motivo per darle accesso a un asilo infantile. 
Dunque una cosa è sicura: la repressione è inevitabile. E allora, fra tutti gli orrori del passato, meglio il carcere. Un carcere in cui per giunta non sempre avvengono le cose terribili che ci raccontano certi film (“Le ali della libertà”), in cui i detenuti sono puliti, mangiano bene, dispongono della televisione, hanno contatti con gli altri detenuti e rimangono, benché in gabbia, cittadini portatori di diritti. Sono stato in carcere parecchie volte ed ho parlato con dei detenuti, e nessuno di loro mi ha mai denunciato maltrattamenti. Si lamentavano piuttosto della lentezza della giustizia, visto che erano tutti in attesa di giudizio.
Ma i penitenziari rimangono l’università del crimine, ed essi rendono malvagi sia i detenuti  sia i carcerieri.  La “mattanza” di S.Maria di Capua Vetere, come è stata definita, è inammissibile, e va prima evitata e poi punita, ma proprio il fatto che disponiamo di un filmato ci dimostra che i secondini non erano colpevoli freddi, erano assetati di vendetta, avevano la bava alla bocca, si astenevano a stento dal ferire e dall’uccidere. Il che mi porta a dire – senza che questo costituisca per loro un’esimente – che l’episodio campano conferma quanto qui sostenuto. La “mattanza” aveva certamente un antefatto. I detenuti sono spesso carogne che cercano di rendere un inferno le vite delle guardie carcerarie, e le guardie carcerarie ricambiano cordialmente. Alla fine divenendo come loro e peggio di loro. Homo homini lupus. 
Alla fine la graduatoria sarà soltanto fra i più o meno cattivi, perché sono tutti “incattiviti”. Anche se – ripeto – nel carcere (giudiziario) che ho visitato io, non succedeva niente di terribile e quella che sembrava regnare era la noia.
L’ideale, non so quanto realizzabile, sarebbe di organizzare carceri “a strati”. Entri in posti bui, senza distrazioni, senza ora d’aria, con cibo scadente: modello Z. E, se ti comporti bene per una settimana, passi al livello Y, dove ti concedono la lettura, un cibo accettabile, e perfino un’ora d’aria. E di questo passo, risalendo l’alfabeto, fino ad insegnare ai detenuti che meglio ci si comporta, meglio si vive. Potendo arrivare all’autogestione, al lavoro, ai contatti prolungati con gli altri detenuti, ai permessi premio, al ricupero della normale vita associata e al ritorno alla libertà. 
Ma forse sto sognando. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      2 luglio 2021



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POLITICA
1 luglio 2021
TIFIAMO PER IL PEGGIORE
Se dovessi dare una definizione di “tifoso” in senso calcistico, direi: “Il tifoso è un appassionato sostenitore della propria squadra, che si dispera quando perde e si entusiasma quando vince”. 
Questo genere di “sportivo” ha dunque la caratteristica di essere programmaticamente fazioso. Se anche la sua squadra del cuore è la Pro Bagnacavallo, nel caso questa squadra incontri la Juventus di Torino, non importa quanto sia blasonata la squadra piemontese, il tifoso bagnacavallese spera che la Juventus sia battuta, anche per infortunio del suo migliore campione, anche per errore dell’arbitro, anche su autogol, anche se per mera sfortuna. Il tifoso non scende a compromessi, right or wrong, my team.
Questo schema si riproduce anche in campo politico, dove sarebbe lecito sperare in una maggiore razionalità. Ma rimane il fatto che ognuno spera nelle fortune del proprio partito (anche perché ne condivide i programmi) e nelle sfortune di tutti gli altri (anche perché non ne condivide i programmi).
Rimane da stabilire, in campo politico, come “tifare” quando il match non include il nostro partito. Normalmente, in questo campo, si tifa per “il male minore”. “Sono comunista, odio i socialisti, ma se i socialisti scendono in campo contro i fascisti, tifo per i socialisti”. E tuttavia anche questo elementare ragionamento soffre delle obiezioni.
“Il Partito Amaranto non è il mio partito e delle sue sorti non mi importa un accidente. Ma ora si battono per la sua segreteria il signor Bianchi, che è un emerito cretino, e il signor Rossi, che sarà un figlio di puttana, ma almeno non è cretino. Chi devo desiderare che vinca?” Ecco un modo chiaro di porre il problema.
Normalmente, essendo disinteressati, si dovrebbe dire: “Vinca il migliore”. Ma se stiamo parlando dell’esercito nemico, e in quel Paese stanno scegliendo il Capo di Stato Maggiore, dobbiamo dire: “Vinca il migliore”? Non ci conviene meglio che abbiano un capo incompetente, incapace, insomma un cretino? Perché contro un simile disastro di Capo ci sarà più facile vincere che contro “il migliore”.
In questo momento, in Italia, chiunque non sia “grillino” si sta ponendo un problema simile. Non ho alcuna influenza sulle sorti del Movimento, ma nel mio cuore che cosa devo desiderare, che vinca Grillo, che vinca Conte? Ed è qui che mi sono trovato in crisi. 
In primo luogo, so perfettamente che dovrei augurarmi la vittoria del peggiore, ma questo è così contrario alle mie abitudini, che soffro soltanto all’idea di doverlo fare. E c’è di peggio: francamente, fra Grillo e Conte, non so chi sia il peggiore.
Provo a fare mente locale. Grillo è un predicatore demente. Un profeta apocalittico. Una sorta di Giovanni Battista, di Savonarola, ed anche un po’ di Robespierre. È anche un campione di coprolalia. Ma è figlio di sé stesso, e se è folle, è un folle trascinatore. Era forse più sano di mente Pierre l’Ermite? E tuttavia è rimasto nella storia. Dunque Grillo potrà essere un personaggio negativo, ma è un personaggio fuori misura, king size, si direbbe oggi. Ha avuto parecchi precursori (fra cui Guglielmo Giannini, Poujade e tanti altri) ma nessuno ha avuto il suo successo. Dunque è un personaggio storico su cui i fari non si spegneranno mai. E col tempo si dimenticheranno anche i lati imperdonabili del suo carattere e del suo comportamento, per badare al significato storico della sua irruzione nella realtà italiana.
Chi è Conte, invece? Conte è un nessuno che si è trovato al momento giusto nel posto giusto. Come quando, volendo festeggiare il milionesimo utente che passa su un ponte a pedaggio, si ferma un ignaro automobilista, gli si rivela di essere appunto quel milionesimo, e lo si ricolma di onori e regali.  Conte di suo ha rivelato di essere senza scrupoli, capace di mentire senza il minimo rimorso e senza il minimo pudore, capace di cambiare bandiera non secondo come cambia il vento, ma come cambia la minima brezza. Capace di obbedire a Salvini, finché Salvini è al governo, e di insultarlo non appena si dimette. Inoltre non dimostra neppure altre qualità. Non appare particolarmente colto, particolarmente dotato per la politica, particolarmente dotato per qualcosa che non sia il vestiario. No, Conte è decisamente peggiore di Grillo.
Tifiamo perché riesca ad esautorare il Padre Fondatore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
29 giugno 2021
LA SCALATA DELL'OLIMPO A MANI NUDE
Salvo smentite dell’ultima ora, la vicenda di Giuseppe Conte si avvia al suo prevedibile epilogo.  Prevedibile non perché, nel momento in cui si conclude, chiunque può impancarsi a profeta del passato, ma perché ci sarebbe da essere sorpresi se si concludesse diversamente.
Rudyard Kipling ha scritto un romanzo da cui è stato anche tratto un film, “L’uomo che volle farsi re”. È la storia di due balordi inglesi che vorrebbero divenire i sovrani di uno sperduto staterello dell’Himalaya e che, per una fortunata serie di circostanze, vengono dapprima ritenuti immortali e invincibili in guerra. Poi la serie di circostanze positive si interrompe. La fine è tragica. Era prevedibile? Certo che sì, perché nessuno è immortale, invulnerabile, invincibile in guerra. I personaggi di questo genere sono invenzioni poetiche: perfino nel mito né Ettore né Achille muoiono di morte naturale. 
E così si torna a Conte. Il Movimento 5 Stelle, per una fortunata serie di circostanze, deve mandare qualcuno (che non sia Luigi Di Maio) a fungere da Presidente del Consiglio e costui, diversamente dalla media dei parlamentari del Movimento, deve essere alfabetizzato. Per una serie di circostanze fortunate, il biglietto vincente della lotteria appartiene a un qualunque avvocato che da un giorno all’altro, come il personaggio di Kipling, si trova proiettato da sottufficiale in pensione al grado di Comandante in Capo.
Napoleone diceva che ogni soldato francese porta nel suo zaino il bastone di maresciallo, intendendo che a nessuno era preclusa la scalata dei più alti picchi. Ma bisogna pur chiedersi se, pure ottenuto quel bastone, poi si è in grado di amministrarlo. Di meritare in concreto la carica. Ed infatti è fra la fine del 2020 e gli inizi del 2021 che la serie fortunata si interrompe e la carrozza di Cenerentola ridiviene zucca. E con questo siamo al presente.
Conte non è più Presidente del Consiglio, non è più una presenza ossessiva sugli schermi televisivi, forse si sente ancora Generale di Corpo d’Armata ma non sa più se, voltandosi, vedrà un esercito, dietro di sé, o si scoprirà solo. Cerca di far valere i suoi diritti di sovrano ma viene subito rimbeccato e rimesso al suo posto (“Conte ha bisogno di me, non io di lui”, dice  Beppe Grillo). La catastrofe.
Quando è caduto il governo, in Piazza Montecitorio, col suo deschetto davanti, Conte ha rassicurato il popolo dei suoi sostenitori: “Io ci sono e ci sarò”. Sembra un semplice modo di dichiararsi a disposizione, ma per altro verso è la rivendicazione di un ruolo. “Io sono stato il Capo, fatemi un fischio e sarò di nuovo il vostro Capo”. Purtroppo, nessuno ha fischiato. Né poteva farlo, perché di Capo ce n’era già uno, di nome anche lui Giuseppe, ma Grillo di cognome.
Così, quando Conte ha preteso di avere ancora un ruolo centrale, si è messa in moto la vendetta della realtà. Può darsi che il giovane Napoleone il comando della Campagna d’Italia l’abbia ottenuto per via di raccomandazione e può darsi che, senza quella raccomandazione, non l’avrebbe ottenuto. Ma era Napoleone. Il suo genio militare aspettava una seconda occasione, dopo quella di Tolone. Conte invece non era un genio della politica e forse non è neanche un genio della diplomazia. Avrebbe dovuto sapere che, come ha scritto Clausewitz, la politica sta alla guerra come i titoli di credito stanno al contante. Quando si calano le carte, è solo la nuda forza che vale.
Qualcuno, oggi 29 giugno, potrebbe anche dire che sto parlando troppo: Grillo non ha ancora risposto. Ed è vero. Per questo l’articolo comincia con le parole: “Salvo smentite dell’ultima ora”. Ma devo dire che l’insolita risolutezza di Conte da prima mi ha stupito, visto la natura conciliatoria, bizantina e dilatoria dell’uomo, poi mi sono detto: “Se parla così, probabilmente è perché sa di non avere più nulla da perdere”. Lo stesso silenzio di Grillo – sempre salvo smentite – potrebbe significare: “Parla, parla, poi vediamo che concludi”. 
Conte ha le parole, e nient’altro; a meno che il Movimento non si spacchi e si scelga lui come leader. Lui, quello che vuole “un largo consenso”, si accontenterebbe anche di meno della metà. Quell’uomo è fatto cosi. 
Grillo invece fino ad oggi ha dimostrato di avere il potere, e la vicenda dovrebbe avere una conclusione obbligata. Male ha fatto l’avvocato a tirare la corda. Prima di reclamare l’eredità bisogna accertarsi accuratamente che il de cuius sia morto.
Gianni Pardo
26 giugno 2021



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POLITICA
28 giugno 2021
IL PESSIMISTA CONSOLATO
C’è una domanda che di primo acchito sembra sensata: “Che differenza c’è, tra un falso profeta e un vero profeta?” Soprattutto chi scrive la parola Profeta con la “P” maiuscola, come gli islamici, saprebbe benissimo darvi una risposta. Se invece fossi chiamato a rispondere io, sorriderei: “Che differenza volete che ci sia? Né l’uno né l’altro conoscono il futuro”. 
Il racconto delle profezie riuscite riguarda sempre il passato, esattamente come le previsioni economiche sono sempre basate sulle esperienze e le statistiche registrate, che nessuno assicura si ripeteranno identiche, o almeno simili, in futuro. Come scriveva Sergio Ricossa, se gli economisti conoscessero il futuro, invece di insegnare all’Università giocherebbero in Borsa. E si arricchirebbero. Il principio è talmente costante che lo si può applicare ad un’altra dicotomia. “Chi fa ragione, l’ottimista o il pessimista?”
Anche qui, esaminando il problema da vicino, ci si accorge che l’atteggiamento di quei due personaggi, come nel caso dei profeti, riguarda il futuro. Se qualcuno ha “un brutto nevo”, e poi l’analisi istologica prova che non è un cancro, non è necessario essere né ottimisti né pessimisti, per essere contenti. E se invece l’analisi dice che si tratta proprio di un cancro, non c’è ottimismo che tenga, c’è da preoccuparsi. 
L’ottimista e il pessimista si differenziano invece nel momento in cui, non conoscendo ancora l’esito dell’esame istologico, l’uno pensa che il risultato sarà positivo, e l’altro pensa che il risultato sarà negativo. Ma, attenzione, nessuno dei due ha una seria ragione per avere l’uno o l’altro atteggiamento. Sono esattamente nella posizione dei profeti, e anche in questo senso sono tutti “falsi”. Né vale inserire l’elemento probabilistico, come se il dermatologo avesse detto: “Questo nevo, secondo i testi, è maligno nel 41% dei casi” perché, anche se le probabilità sono (di poco) a favore della soluzione migliore, nulla prova che non si farà parte di quel dannato 41%. 
La conclusione è che la demarcazione non dovrebbe essere stabilita fra l’ottimista e il pessimista, ma fra le informazioni di cui dispongono. Immaginiamo che a due uomini venga riferito che una famosa fattucchiera gli ha fatto una tremenda “fattura”, sicché devono aspettarsi grandi guai. Se uno dei due si preoccupa molto, e il secondo si mette a ridere, non è questione di ottimismo o di pessimismo, è questione di credere o non credere alle fattucchiere e alle fatture. Un volta una donna, a me che andavo via, ha gridato: “Possa lei rompersi l’osso del collo, mentre scende queste scale”. Al che io risposi sorridendo: “Signora, ci sono meno probabilità del solito, ora che lei mi ha raccomandato di fare attenzione”.
Ecco perché un po’ mi dispero, quando vengo accusato di essere pessimista, per esempio riguardo alle possibili vicende politiche ed economiche dell’Italia. Perché io vorrei che giudicassero non me, che posso anche sbagliare, quanto i fatti che adduco. Se sono falsi che mi dimostrino perché sono falsi ; e se sono veri, dovrebbero dimostrare perché sono false le conclusioni che ne traggo. Prendersela con me corrisponde, secondo la famosa citazione, a guardare il dito invece di guardare la Luna.
Ma sono ottimista, sono sicuro che dopo questo articolo il fatto non si ripeterà più.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 giugno 2021



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POLITICA
27 giugno 2021
CINQUANTANOVE IMPUTATI
Che cos’è la responsabilità penale? È il fatto di rimproverare qualcuno per un evento lesivo. Se un uomo ne ammazza un altro, gli si può dire: “Se tu non l’avessi accoltellato, sarebbe ancora vivo”. Lo schema è elementare.  Ma questa chiarezza si attenua e si offusca quanto più sono numerosi i presunti colpevoli. Perché alla fine si rischia di non sapere chi sia il reo, o di dar luogo ad una caccia alle streghe. Nel caso dell’accoltellamento potremmo rimproverare il fabbricante del coltello, la moglie che lo teneva in cucina, il medico che non ha denunciato in tempo la fragilità mentale dell’omicida, i carabinieri che non sorvegliavano adeguatamente il territorio, e chissà chi altri ancora. E purtroppo questo avviene.
Cinquantanove persone per un solo crollo, quello del ponte “Morandi”, sono troppe. Soprattutto considerando che quel ponte era “a scadenza”, e questa scadenza si era già avuta decenni fa. Il cemento armato non è per l’eternità. Se il Colosseo fosse stato costruito con questa tecnica, da molto tempo non sarebbe più lì.
A me risulta che la società che aveva in carico il ponte aveva ripetutamente implorato il Ministero di permettere la messa in sicurezza dei tiranti di quel tratto di impalcato, come si era fatto altrove. Non basterebbe per scagionare la società, che per giunta aveva programmato quella messa in sicurezza per settembre, malgrado il silenzio del Ministero? Purtroppo il crollo è avvenuto in agosto, ma certo a me il Ministero sembra più colpevole della società.  Non doveva pagare, non doveva operare concretamente, doveva dire di sì. E non l’ha detto.
I giudici potrebbero dire: se il ponte non era sicuro, bastava chiuderlo. “Bastava chiuderlo”? Nessuno ricorda come è vissuta Genova nei giorni successivi al disastro? Il problema della circolazione derivato dal venir meno di quell’arteria fu drammatico. Di questo passo, si potrebbe anche chiudere l’Autostrada del Sole per il tempo necessario a ricostruire le decine di ponti e viadotti che il tempo ha reso obsoleti. Ma l’Italia riuscirebbe a fare a meno di quell’autostrada per i tempi che richiedono da noi i lavori pubblici? I giudici possono dire “fiat iustitia et pereat mundus”, ma i politici non possono dirlo. Perché se il mondo perisce è con loro che se la prendono i cittadini. 
Il crollo del Ponte Morandi è soltanto il sintomo del nostro Paese com’è. I nostri “ritardi” sono tali da non essere più ritardi ma normalità. È un principio generale. 
Ecco un esempio fin troppo facile. In magistratura si fa carriera per due motivi: perché si è bravi e perché si è raccomandati. E speriamo che la seconda condizione non sia più importante della prima. Ecco perché il silenzio che copre lo scandalo (enorme) del sistema Palamara non stupisce. Dura da tanto tempo, essendo noto a tutti, che scandalizzarsene corrisponderebbe a un atto di suprema ipocrisia. Se i primi ambiziosi saranno stati troppo disinvolti, nello scalare gli alti gradi, in seguito, da molti decenni, tutti coloro che sono entrati in magistratura hanno trovato il sistema installato e funzionante. Senza eccezioni. Ed ovviamente l’hanno trovato naturale.  Nessun pesce, dopo essere nato, dice agli altri pesci: “Toh, nuotate?”
Se un magistrato è bravo, è un gran lavoratore, è onesto ma non è raccomandato, non ottiene le cariche di massimo prestigio e si vede sorpassare da colleghi meno validi di lui. Non è umano che molti non siano capaci di questa dirittura morale, di questo luciferino orgoglio, di questa eroica superiorità al normale interesse personale?
I cinquantanove rinviati a giudizio avranno tutti, probabilmente, la stessa scusa: “Quando sono arrivato io ho trovato la situazione degradata. Ho fatto il possibile, ma il sistema era troppo vischioso e non mi ha dato ascolto”. Un scusa infondata? Non direi. 
Molti anni fa, seppi di una teoria penalistica interessante, quella della “azione socialmente adeguata”. Se in una società un’azione (percuotere i figli per educarli) viene ritenuta normale, o addirittura lodevole, non può costituire reato. Se la sensibilità cambia, guai a chi tocca i figli, il padre rischia anche la galera. Quale delle due società ha ragione, quale torto?
In realtà è soltanto questione di costumi. Tutto dipende da come la pensa, in un dato momento storico, la maggior parte dei membri di una società. Nella Roma arcaica il padre aveva diritto di vita e di morte sui figli e certo non andremo ad insegnare il diritto ai romani. Stiamo parlando di duemilacinquecento anni fa, ma disponiamo di esempi più recenti.
Quando si è costruito l’impianto siderurgico dell’Ilva lo si è costruito con altra mentalità, pensando ad altri parametri, non preoccupandosi di problemi che oggi sembrano tremendi e sul momento sembravano futili o impensabili. La stessa gente ha fabbricato le case quanto più vicino era possibile agli impianti, per fare meno strada, senza pensare a quei possibili danni su cui ormai da anni si arrovella l’Italia. Ora si fanno processi su processi, si elaborano piani su piani, si cercano colpevoli a destra e a manca, all’occasione spargendo come coriandoli decenni di anni di carcere, senza pensare ad una cosa semplicissima: che quando l’acciaieria è stata progettata, progettarla lì, con quelle caratteristiche, era un’azione adeguata a risolvere i problemi della siderurgia e dell’occupazione; mentre oggi tutto è cambiato e il problema, come è posto, è diventato insolubile. Non si vuole l’acciaieria, non si vogliono i disoccupati, non si vogliono pagare in aeternum diecimila operai perché si girino i pollici e non si sa che altra soluzione adottare. Rimettiamo il calendario indietro di non so quanti decenni e ricominciamo tutto daccapo? E poi: non è bastato condannare ad anni ed anni di carcere alcuni dirigenti? Che altro si vuole? Se i problemi non li risolve il carcere (una sorta di toccasana, per la morale nazionale) chi volete che li risolva? 
Tornando al “Morandi”, come possiamo rimproverare a 59 persone un fatto che, teoricamente, si potrebbe, si dovrebbe verificare per la maggior parte dei ponti e dei viadotti italiani? Che facciamo, chiudiamo improvvisamente tutta l’Italia? O condanniamo penalmente, post mortem, tutti coloro che per mezzo secolo non hanno provveduto a distruggerli e rifarli, quei manufatti?
Non vorrei essere nei panni dei giudici di Genova. Non vorrei essere nei panni dei funzionari del Ministero, della Società Autostrade, e forse non vorrei nemmeno essere nei panni di un cittadino italiano.  
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 giugno 2021




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POLITICA
26 giugno 2021
STELLE CINQUE, POLTRONE UNA
Il Movimento 5 Stelle rappresenta un serio problema, per l’Italia, in quanto, pur se una tigre è più temibile di una medusa, la medusa è più imprevedibile della tigre. La tigre è un tremendo carnivoro, la medusa può far molto male, pur non avendo un cervello. 
Questo Movimento ha avuto un enorme successo, nelle elezioni del 2018, senza che nessuno sapesse allora chi veramente lo comandava, che idee avesse e quali programmi intendesse sul serio realizzare. La medusa è andata al governo, ha fatto i suoi bravi danni – si pensi all’azione del ministro Bonafede – ma questa nuova responsabilità non è riuscita a darle quello che non aveva: un cervello. In altri casi è stato vero ciò che insegna una vecchia teoria, e cioè che “la funzione crea l’organo”: ma non stavolta. Invece di far apparire una luce di intelligenza nel “bestione”, la funzione di governo ha soltanto messo in luce l’istinto di base di ogni essere vivente: quello di sopravvivenza. Da Grillo in giù, tutti hanno soltanto una Stella Polare, non andare a casa. Quand’anche fosse soltanto fino alla fine di questa legislatura, perché le prospettive non vanno molto oltre. 
Prendiamo un esempio opposto, la Rivoluzione Francese. Anch’essa è nata come un movimento, cioè come un insieme di progetti coerenti, miranti ad un rinnovamento della società. Questo insieme è stato dominato da un’ideologia nata prima ancora della Convocazione degli Stati Generali, l’Illuminismo, talmente forte da sopravvivere a tutti i singoli protagonisti. Anche se a volte in conflitto politico e perfino armato (di ghigliottina) fra loro. Non basta. Quel movimento è sopravvissuto al passaggio da moderazione a Terrore, da monarchia a Repubblica, da Consolato a Impero, e infine dalle cento vittorie di Napoleone a Waterloo. Quell’ideologia è stata talmente forte da dominare gli uomini e da imporsi anche quando gli ingenui hanno sperato in una Restaurazione. 
Se invece un gruppo di ambiziosi senza idee conquista il potere, il seguito della storia non sarà dominato da un’ideologia, ma dal contrasto degli uomini al vertice. Ed è quello che vediamo nei Cinque Stelle. Che cosa divide Beppe Grillo da Giuseppe Conte? I competenti ve lo diranno per filo e per segno, ma in realtà il problema è semplice: chi comanderà, in futuro?
Una piramide non può avere più di un vertice. Ma c’è una differenza fondamentale fra il caso in cui i contendenti rappresentano ciascuno un progetto e il caso in cui il progetto è lo stesso per tutti e due: “Io e non tu”. A volte, oltre che per sé, gli antagonisti si battono per qualcosa; invece a volte gli antagonisti si battono soltanto per sé, scegliendo magari il “qualcosa” che meglio serve a questo scopo. E il livello, fatalmente, scade al minimo. 
In questo senso il più rozzo e, nel contempo, il più “legittimato”, è Beppe Grillo. La sua tesi è semplice: questo Movimento l’ho inventato io, è mio e lo dirigo io, finché campo. E finché campa lui. Non mi piace interessarmene tutti i giorni e sarei anche disposto a delegare qualcuno, per esempio Giuseppe Conte, ma a condizione che non dimentichi di essere un mio delegato, pronto a riferire e chiedere ordini. E Grillo sembra preoccuparsi soltanto del presente. Al massimo gli importa soltanto la permanenza al governo. Lo si è visto dal modo come ha rudemente imposto l’alleanza innaturale col Pd e, più recentemente, altrettanto rudemente, la partecipazione al governo Draghi. 
Conte invece, forse perché è più giovane, forse perché ha basi di consenso molto più fragili, cerca di avere una visione “politica” del Movimento. Forse spera di riuscire finalmente ad essere “qualcuno”, e non una facciata o un portavoce; e per questo vorrebbe avere mano libera. Forse vorrebbe raccogliere il massimo di cocci del Movimento e pilotarlo verso un posizionamento chiaro. Probabilmente un’alleanza organica col Pd , fino a formare una nuova “grande sinistra” in grado di competere con la destra. Ma il suo progetto, non che semplificare il problema, lo complica. 
Se non riuscisse, sarebbe un disastro per lui ed anche per Grillo. Se invece riuscisse, Conte a quel punto non avrebbe più bisogno di Grillo e Grillo dovrebbe scegliere fra la carriera di comico e quella di pensionato. A questo punto non si vede perché, potendo ancora reggere saldamente nelle sue mani le redini del Movimento, l’Elevato dovrebbe consegnare ad altri. Mi chiedo se non preferirebbe piuttosto ucciderlo, quel Movimento. 
E tuttavia c’è un dubbio ulteriore, amarissimo. Che i due non si siano accorti che stanno discutendo del possesso di un cadavere. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 giugno 2021



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POLITICA
25 giugno 2021
LA DIFESA DELL'EUROPA
Per molti, il problema della difesa europea non è un problema. “E chi mai ci dovrebbe attaccare?” Purtroppo questo modo di porre la questione dimostra una pericolosa ignoranza della storia. Nessuno conosce il futuro. Nessuno può sapere chi potrà attaccarci, nel lungo termine. Ma chi ha detto che, per armarsi, bisogna conoscere in anticipo chi potrebbe essere il nostro nemico? Come diceva De Gaulle, la difesa deve essere “tous azimuths”, a 360 gradi.
In realtà ci si arma per due ragioni: affinché il possibile nemico non ci attacchi, sapendoci armati, e affinché, se proprio si arriverà allo scontro, a questo scontro non si arrivi impreparati. Comunque, è necessario che ogni Paese provveda alla propria difesa. Se può permettersela, da solo, e se non può permettersela mediante un solido sistema di alleanze.
Purtroppo, questo modo di ragionare, assolutamente pacifico per chi ha cultura storica, urta contro la sensibilità comune. Ubriachi di settant’anni di pace, molti credono che la guerra sia uscita dalla storia. E dimenticano che essa è (purtroppo) iscritta nel nostro Dna.
Il rifiuto della sfera militare ha già prodotto esiti drammatici, nella storia. La Francia, potenza continentale leader dalla caduta dell’Impero Romano in poi, ha perso la sua aureola in un solo colpo, nel 1940. E ciò soltanto perché l’orrore della Prima Guerra Mondiale aveva provocato in quel Paese un tale rifiuto della guerra, che quando questa si è riaffacciata, ad est, la Francia non era più sé stessa. E infatti, per la pochezza dei suoi capi e per l’insufficienza del suo armamento, si è quasi fatta cancellare dalla storia. E dire che De Gaulle l’avvertiva da anni del pericolo, per esempio col libro “Le fil de l’épée”.
L’Inghilterra è stata eroica, e proprio negli stessi anni si è coperta di gloria, ma questo non basta ad assolverla. Senza la Manica e senza la flotta non avrebbe potuto resistere a Hitler. Proprio perché in quel momento non aveva un esercito serio, un’aviazione sufficiente e una credibile preparazione militare. Un grande Paese non deve correre simili rischi. 
Certo, Londra potrà vantarsi per secoli di essere sopravvissuta ad una minaccia che sembrava imparabile, come i greci di fronte alla minaccia persiana. Ma forse non ci si dovrebbe mai vantare di un’impresa che è andata bene e poteva andar male. La saggezza vuole che le cose siano predisposte in modo che non possa che andar bene: questa è sicurezza.
Purtroppo, alla grande massa del popolo, soprattutto se si è reduci da decenni di pace, le spese militari sembrano uno spreco di denaro. E in qualche misura è vero. Quelle spese somigliano all’acquisto di una grande quantità di estintori per proteggere un enorme Ministero, che poi magari non avrà mai un incendio. Ma siamo sicuri che la spesa per gli estintori sia stata inutile?
Fra l’altro, dal momento che le guerre non scoppiano da un giorno all’altro, c’è modo di essere razionali, nelle spese. Per esempio, è inutile dotarsi di una grande quantità di carri armati ultimo modello, se la guerra non è imminente. Infatti, se la pace si prolunga, e se nel frattempo nasce un carro armato migliore, si è spesa una montagna di soldi per niente. 
Questo fatto si è concretamente verificato quando, nel corso della Guerra Fredda, l’Unione Sovietica si dotò di una tale quantità di efficientissimi carri armati che molti dissero: “Dopo avere speso tanto denaro, ora non può non invadere l’Occidente. Diversamente si sarà dissanguata per niente”. E infatti si dissanguò per niente. Perché l’ombrello atomico americano riparava anche dall’alluvione di carri armati.
Non è essenziale avere molti carri armati: è essenziale avere i piani per produrre il migliore carro armato del mondo. E bisogna predisporre la conversione dell’industria civile per produrlo in grandi quantità, al momento del bisogno. Lo stesso vale per gli aerei, i sottomarini, le navi e tutta la panoplia della guerra. A questo riguardo – a naso – credo di potere citare il Giappone. 
In conseguenza del trattato di pace con gli Stati Uniti, e della protezione da questi assicurata all’arcipelago purché rinunziasse al suo militarismo, il Giappone, traendone grandi risparmi economici, ha fatto a meno di avere un esercito potente. Ma, se conosco gli amici di Tokyo, hanno troppo buon senso per contare sulla lealtà altrui. Sono convinto che il loro pacifismo nasconde un’enorme e progredita macchina bellica, capace di divenire realtà nel giro di qualche mese, perché tutto è già pronto, al riguardo. Un Paese che per secoli si è vantato di non aver mai perso una guerra, e che l’ultima l’ha persa (crede) soltanto contro la bomba atomica, non può divenire una pecorella inerme. Sarebbe contro la sua natura.
Tutto ciò significa che l’Europa si comporta da incosciente. L’idea corrente è che della sicurezza dell’Europa si fanno e si faranno carico gli Stati Uniti, mentre questo non è affatto vero. Anzi, non è mai vero. Perché difendersi corrisponde anche a morire, e nessuno è disposto a morire per altri. Le alleanze in tanto hanno senso, in quanto l’interesse sia forte e reciproco. E oggi nessuno, salvo l’Europa, ha interesse a difendere l’Europa. Soprattutto dal momento che essa è ricca abbastanza per difendersi da sé. Se soltanto non fosse demente.
Si arriva alla conclusione. È vero, oggi non si vede chi dovrebbe attaccare l’Europa. E nel breve termine un notevole armamento sembra inutile. Ma nel medio, nel lungo termine? E, nel caso, l’Europa avrà il tempo di organizzarsi e di armarsi?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
23 giugno 2021



permalink | inviato da Gianni Pardo il 25/6/2021 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 giugno 2021
CORSIVO PER RIRE JAUNE
Rire jaune, ridere giallo, in francese significa ridere di ciò di cui si dovrebbe piangere. Del resto, se piangendo non si risolve nulla, tanto vale ridere. 
In un articolo (“Europe Wrestling”) ho scritto queste parole: “L’Italia farà finta di fare le riforme, l’Europea farà finta di credere che le ha fatte e le concederà i crediti. L’Italia non li onorerà, farà ancora altri debiti…”. Ora abbiamo la reazione dell’Europa. La signora Ursula von der Leyen è venuta personalmente a consegnare a Draghi quella che i giornalisti hanno chiamato “la pagella dell’Italia”, annunciandoci che siamo promossi col massimo dei voti salvo in una materia (educazione fisica?). Dunque avrei scritto delle sciocchezze, il primo giugno. 
E può darsi. Anzi,  quando mi accorgerò di avere sbagliato, farò una festa con birra, salsicce, ricchi premi e cotillons. Svenandomi anche a pagare le scommesse perse. Ma vi confesso che, nell’attesa, dormo sonni tranquilli.
Che Draghi annunciasse delle riforme era sicuro. Ci avevano detto che se non le avessimo annunciate non ci avrebbero dato i soldi, e noi mica siamo scemi. Finché si tratta di annunciare, annunciamo anche la venuta del Messia. Quando poi si farà sul serio, bisognerà provvedere adeguatamente, chiamando i migliori truccatori di Hollywood e Cinecittà, per ottenere che le riforme non fatte abbiano la faccia di riforme fatte. Un po’ come quelle dive che, essendo andate largamente al di là dell’età sinodale, sono filmate sotto l’unico angolo visuale ancora accettabile, a debita distanza, con le luci giuste, truccatissime e con uno strato di mezzo centimetro di cerone. Cosicché si possa quasi credere che un uomo miope oltre il lecito se ne innamori. Magie del cinema. 
Va bene, ci vado giù pesante. Ma come si può chiedere ad un galantuomo di credere a qualcosa che si è visto promettere da quando aveva i calzoni corti, e non se l’è mai visto “consegnare” (deliver, per chi adora l’inglese) neanche ora che di corto ha soltanto il futuro?
Draghi sarà pure uscito dalla famiglia dei Draghi, ma in Italia i Draghi non emettono più fuoco dalla bocca, per risparmiare sulla bolletta del gas. Anzi, sono talmente ammansiti, che richiedono il reddito di cittadinanza. Per essere pessimista mi basterebbe far notare che Mario Draghi è soltanto un uomo. Ma vado oltre: quand’anche fosse un semidio, un eroe mitologico, capace di gesta degne di Teseo, non crederei a una seria riforma della giustizia. O della Pubblica Amministrazione. Questo vale anche per Brunetta. Quest’uomo ha l’energia di chi è sopravvissuto a tutte le difficoltà, affrontate con un deficit di centimetri che è una manna per i miserabili, ma uno contro tutti, un mini-energumeno contro sessanta milioni di frenatori, può vincere?
In questi giorni è meglio avere un passato radioso che un futuro incerto. Ed anzi – siamo franchi – magari fosse incerto. È purtroppo certo. Certissimo. 
Allacciate le cinture.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/6/2021 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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