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POLITICA
20 gennaio 2017
ATTUALMENTE

Da oggi Donald J.Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Notevole il fatto che cominci il suo “term”, cioè i suoi quattro anni di presidenza, con il più basso indice di gradimento che si ricordi: il 44%. Dai media ai deputati democratici, dagli intellettuali agli artisti e alla gente comune, una gran parte dell’America sembra disprezzarlo e odiarlo. Parecchi affermano addirittura che è un presidente illegittimo. Che cosa pensare, di tutto questo? 
Ovviamente è lecito reputare che si tratti di un’onda emotiva. Una tempesta in un bicchier d’acqua. Oppure si può ipotizzare che i mesi e gli anni venturi confermeranno l’ampiezza della disgrazia di avere eletto un simile Presidente. Una cosa è certa: attualmente non sappiamo quale delle due convinzioni si rivelerà fondata. Non soltanto il futuro è imprevedibile, ma un conto è parlare, un altro è agire. E fino ad ora Trump ha soltanto parlato.
Basta fare il parallelo con Matteo Renzi. Questo giovane leader ha passato i quasi tre anni del suo governo a vantarsi, a magnificare la trionfale ampiezza dei risultati raggiunti, fino forse a convincere sé stesso che diceva la verità. Ma nel momento in cui lui stesso ha chiamato gli italiani a confermargli la loro fiducia, si è vista la risposta. Quando le condizioni economiche sono drammatiche, bisognerebbe almeno astenersi dal negare l’evidenza.  Il disastro è dipeso dagli eccessi verbali di Renzi, ma soprattutto dalle obiettive difficoltà economiche del momento. Contro quelle difficoltà il governo poteva fare ben poco, e ben poco ha fatto. Ma rimane vero che, se realmente il governo avesse fatto miracoli, a Renzi si sarebbe perdonato tutto.
I fatti pesano molto più delle parole: e questo principio vale dovunque. Contrariamente a quanto molta gente pensa, il Presidente degli Stati Uniti non è onnipotente, neanche nel governo di quel Paese. Già questo spiega come mai alcuni mediocri inquilini della Casa Bianca non hanno fatto tutti i danni che si sarebbero potuti temere. In secondo luogo, la massima parte delle politiche di uno Stato è determinata da condizioni e necessità obiettive, contro le quali nessuno può nulla. E infatti molti Paesi seguono linee di comportamento pressoché costanti.
Per quanto riguarda poi personalmente Donald Trump, non si può dimenticare che quest’uomo viene dal mondo degli affari e dunque è sensibilissimo al risultato positivo o negativo delle sue azioni. Per gli imprenditori positivo e negativo si traducono in guadagni e perdite. Ammesso che, appena insediato, il Congresso non riuscisse a frenarlo, e lui attuasse uno dei suoi propositi più sconsiderati, si può star sicuri che, dinanzi alle prime conseguenze negative, farebbe marcia indietro. Esattamente come prima, da imprenditore, avrebbe chiuso il ramo d’azienda che si fosse rivelato improduttivo. La differenza fra l’ideologo e il pragmatico è che il primo va diritto per la sua strada anche quando i risultati sono negativi – si pensi a Lenin, a Stalin, a Hitler – mentre l’uomo d’affari, essendo interessato al risultato concreto, dà molta retta alla realtà quotidiana. Il principio generale è che comanda il mercato. Infatti gli imprenditori ignoranti a volte si arricchiscono, mentre i professori d’economia, con la testa piena di teorie vivono modestamente del loro stipendio di docenti universitari; lo notava sarcastico Sergio Ricossa.
Politici ed imprenditori sono privi di scrupoli. Ai politici l’essere privi di scrupoli serve per fare carriera: ma nel caso del Presidente degli Stati Uniti non ci sono più mete da conquistare. Dunque, se alla Casa Bianca è andato un imprenditore, la sua mancanza di scrupoli gli servirà soprattutto nei confronti degli altri Paesi: e questo è un vantaggio per l’America.
All’America e al mondo non rimane che sperare che Trump – che in inglese significa “briscola”, carta vincente – anche nell’esercitare quell’alta carica lasci prevalere il senso pratico, dimenticando le “sparate” utili nella campagna elettorale e con cui si è dilettato nel periodo – da novembre a gennaio – durante il quale ha giocato al “Presidente eletto”. Quando bisognerà fare sul serio, è sperabile che sarà serio anche lui.
 Ma su queste tesi forse consolatorie prevale la considerazione che il futuro è imprevedibile. Non rimane che aspettare il seguito. Ciò che si può fare attualmente è lasciare che si sfoghino tutti, favorevoli e contrari al nuovo Presidente, confinando la cerimonia dell’Inauguration Day nel folklore politico americano. Al mondo interessa ciò che faranno gli Stati Uniti, e di fronte a questo interrogativo un singolo uomo non ha importanza.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
20 gennaio 2017




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POLITICA
18 gennaio 2017
IL CODICE ETICO M5S COSTITUISCE REATO
La premessa necessaria è che non ci si può fidare ad occhi chiusi dei giornali. Inoltre, riguardo alla conclusione di un processo, non si può avere un’opinione seriamente fondata se non leggendo l’intero fascicolo. Ciò significa che le argomentazioni qui svolte valgono nella misura in cui sono esatte le premesse seguenti. 
I candidati “grillini” al Campidoglio sono stati invitati/costretti a firmare un documento (“codice etico”) con cui si impegnavano a pagare una penale di centocinquantamila euro, a giudizio dei maggiorenti del partito, nel caso avessero violato il mandato ricevuto dagli elettori.
Un legale, l’avv.Venerando Monello, ha denunciato la nullità di quel contratto, e la conseguente illegalità dell’elezione degli assessori “grillini” del Comune di Roma. Oltre che della stessa sindaca.
Il Tribunale di Roma, Prima Sezione, ha rigettato l’istanza, motivando che per l’avv.Monello mancava la legittimazione attiva, cioè mancava l’interesse ad agire. Diverso sarebbe stato se l’azione legale fossa stata intrapresa da uno dei firmatari di quel documento.
Il punto di vista giuridico è aggrovigliato. In generale l’ordinamento giuridico distingue diritto pubblico e diritto privato. Il diritto privato intende proteggere i diritti dei singoli cittadini, i quali infatti lo attivano con una personale iniziativa, rivolgendosi al giudice. Che l’interesse in gioco sia e debba essere quello dei singoli è talmente essenziale che, chi manca di quell’interesse manca, appunto, della legittimazione attiva. In altri termini, Tizio non può adire il giudice per costringere Caio a pagare il suo debito a Sempronio. Soltanto Sempronio può farlo.
Viceversa il diritto pubblico ha come interessato lo Stato stesso. Ecco perché Tizio può denunciare Caio per avere ferito Sempronio: perché in quel caso il primo “soggetto passivo” del reato non è Sempronio, come sembrerebbe evidente, ma lo Stato stesso. Sempronio ha soltanto il diritto di richiedere il risarcimento del danno provocatogli (costituzione di parte civile). Il reato di lesioni personali volontarie, come qualunque altro reato, ha per soggetto passivo costante lo Stato e può essere denunciato da chiunque. I Carabinieri, rispetto ai singoli cittadini, hanno soltanto, in più, l’obbligo, e non soltanto il diritto, di denunciare il reato. 
Nel caso del codice etico firmato dagli assessori di Roma, la fattispecie è materia di diritto pubblico o di diritto privato?
Sarebbe un evidente caso di diritto privato se un assessore avesse violato il patto (a parere di Grillo e Casaleggio, per essere chiari) e l’interessato si rifiutasse di pagare. In questo caso, dal momento che il contratto è evidentemente contro  lo spirito della Costituzione (che vieta il “vincolo di mandato”, art.67) il giudice dichiarerebbe il contratto contra legem o contra bonos mores e non gli darebbe attuazione. L’assessore non sarebbe obbligato a pagare un euro.
Ma il punto è che il contratto potrebbe interessare il diritto penale (diritto pubblico) e in particolare l’art.294 del codice: Attentati contro i diritti politici del cittadino. “Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l'esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Non si può negare che la minaccia di essere costretti a pagare centocinquantamila euro, oggi il valore di un accettabile appartamento, possa essere un mezzo efficace per “determinare taluno a esercitare il suo mandato in senso difforme dalla sua volontà”. Se questo è il quadro giuridico, l’avere indotto i candidati a sottoscrivere quel documento costituisce il reato previsto dal detto articolo e dunque non soltanto il contratto è inapplicabile (se lo richiede l’interessato) ma costituisce il reato previsto dall’art.294., denunciabile da chiunque. Avv.Monello incluso.
Va anche detto che la nullità del contratto – ed anzi il fatto che esso costituisca reato – non costituisce motivo valido per richiedere l’invalidità dell’elezione della sindaca di Roma nelle file del M5S. Il contratto, come si dice, vitiatur sed non vitiat, è nullo ma a sua volta non annulla niente. È giuridicamente “tamquam non esset”, come se non esistesse. Non diversamente dal contratto con cui A si impegnasse con B ad uccidere C.
Forse l’avv.Monello è un civilista, ed ha scelto la via giudiziaria sbagliata, perché non ha pensato al codice penale e alla Costituzione.  Ma nei panni di Grillo e Casaleggio non dormirei del tutto tranquillo. Un reato in cui la pena edittale minima è un anno non è da prendere sottogamba.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
18 gennaio 2017




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POLITICA
17 gennaio 2017
LA MENTE CRIMINALE - 2
Nessuno sfugge al condizionamento. Persino chi reagisce ad esso, lo fa in chiave di condizionamento. Colui che odia la religione perché da ragazzo gliel’hanno imposta, in materia di religione non è libero quanto lo è colui per il quale la religione è qualcosa di cui ha sentito parlare ogni tanto. 
Il condizionamento a volte è accettato acriticamente, a volte criticamente, ma non è mai ininfluente. Come mai divengono tanto più spesso musicisti i figli di musicisti o di appassionati di musica classica? La ragione è semplice: sono stati allevati in quell’ambiente. E  come dimenticare che erano professionisti della musica anche i padri di Mozart e Beethoven? Ciò significa che nel corso dei secoli chissà quanti geni musicali si sono perduti: perché non hanno avuto l’occasione di accostarsi alla musica, Essi stessi non hanno mai saputo di quali talenti disponevano.
Nell’opposta direzione, chi è violento spesso è cresciuto in una famiglia violenta, e per lui la violenza fa parte del “linguaggio”: superato un certo livello di calore, nella discussione, si passa alle vie di fatto. È ciò che quell’uomo ha visto fare, e spesso ha anche subito, sin da piccolo. Né diversamente vanno le cose per le persone nelle cui famiglie c’è l’abitudine di gridare. Qui non si passa alle percosse, ma le “discussioni” sono sempre alterchi sonori e per così dire pubblici. Se invece si è cresciuti in una famiglia in cui non si alza la voce e non si è stupidamente aggressivi, la violenza diviene inconcepibile non soltanto riguardo agli altri membri della famiglia, ma anche riguardo al cane o al gatto. La violenza fa orrore, e sembra l’irruzione della preistoria nel presente.
Per motivi endogeni od esogeni, il cervello del criminale non possiede i normali freni e le normali inibizioni. Non a caso “asociale” è spesso usato come sinonimo di “criminale”. Come può, chi è vissuto in un ambiente di ladri, avere scolpito nell’anima il principio che “le cose altrui non si toccano”? Naturalmente ciò non significa che egli non potrebbe contro-reagire – per esempio vedendo in quale scarsa considerazione sociale viene tenuto chi ruba – e divenire scrupolosamente onesto. Ma la parola “ladro”, per lui, non si riferirà mai a qualcosa di estraneo e nebbioso.
Il violentatore, l’assassino, il “mostro” sono persone nella cui mente, per una serie di circostanze, mancano le controspinte ai comportamenti “selvaggi”. Lo stupratore forse non ha conosciuto l’amore ed è uno che, nel proprio imprinting, ha l’idea che le donne siano prede. Oggetti da catturare, usare, e magari sopprimere. Infatti fra le vittime più frequenti della violenza maschile ci sono le prostitute: proprio perché il loro mestiere le “reifica”, agli occhi dei maschi primitivi. 
Il fenomeno è generale. Se la presenza di qualcuno è avvertita come un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri, si affaccia l’idea di ucciderlo, esattamente come si scosta una sedia che ostruisce il passaggio. In particolare, i figli che uccidono i genitori sono spesso economicamente viziati: giovani che hanno finito col considerare il denaro che gli dànno i genitori non un regalo ma un diritto, tanto che il diniego di ulteriori somme è, per loro, un’ingiustizia e perfino l’inadempimento di un dovere. Non diversamente da come un cane viziato finisce col credersi l’animale alfa del branco e morde il padrone. Per “educarlo” e “metterlo al suo posto”.
La mente del criminale è primitiva e caratterizzata da un’estrema povertà.  Il soggetto segue pulsioni elementari, quasi bestiali. Apprezza soprattutto il piacere fisico, anche quando è estremo e pericoloso per la salute, e lo stesso piacere sessuale non è per lui il punto d’arrivo dell’amore, dell’amicizia, o quanto meno di un gioco liberamente consentito, ma somiglia all’acquisto, quando non alla rapina, del corpo di qualcuno. Sempre perché l’altra persona è considerata alla stregua di un oggetto. 
Il denaro è spesso il valore supremo, in quanto chiave di tutti i vantaggi pratici, e di tutto ciò che si può comprare. E infatti la maggior parte dei ragazzi che hanno ucciso i genitori lo ha fatto per denaro. 
In generale i criminali sono incapaci di godere delle tante cose che non costano nulla e che valgono molto: il godimento estetico, per esempio, il piacere della cultura e della conversazione. Anche se l’onestà e le “gioie dello spirito” hanno come prezzo lo studio, la disciplina, e il lavoro, valgono ben più di quanto costano. 
Il criminale è un uomo sfortunato. Ha qualcosa che non va nel suo cervello, nel suo imprinting e nel suo condizionamento. Rimane vicino ai livelli elementari e in un certo senso bestiali. Così  entra in conflitto con una società giunta ad un  modello di vita  più evoluto e la maggior parte delle volte finisce col pagarla. Non ha certo una vita felice. 
L’asociale è un attardato, nell’evoluzione. Forse non dovremmo disprezzarlo perché, scientificamente, non può essere diverso da ciò che è. Ma se teoricamente la società non ha il diritto di condannarlo, praticamente ha il diritto di difendersene. “Non potevi non uccidere, e per questo non ti condanniamo; ma poiché noi non vogliamo essere uccisi, non possiamo non rinchiuderti per sempre in una prigione. Scusaci, è il nostro condizionamento”. 
 Gianni Pardo, giannip.myblog.it
15 gennaio 2017




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POLITICA
16 gennaio 2017
LA MENTE CRIMINALE - 1
Non mi occupo mai di cronaca nera, perché è giornalismo minore. Vicino – non fosse per la drammaticità degli argomenti – al pettegolezzo. Poi ho schifo della violenza e il semplice racconto della crudeltà mi fa star male. Infine è un argomento monotono: l’uomo uccide il suo simile da sempre. Secondo la Bibbia, il primo uomo dopo Adamo ha ucciso suo fratello e, nella mitologia greca, fra Urano, Saturno e compagni, è tutto uno sbranarsi a vicenda.
E tuttavia, come tutti, rimango a chiedermi come si possa arrivare all’omicidio. In guerra, se non sembrasse grottesco metterla così, “non c’è niente di personale”, e durante uno scontro o una rissa si può uccidere qualcuno senza averne avuto la minima intenzione. Ma è difficile capire l’omicidio premeditato, e attuato con modalità orrende. E tuttavia non basta cavarsela con una condanna. Bisogna seguire il consiglio di Terenzio, quando ha scritto: “Nihil humanum a me alienum puto”, non mi è estraneo nulla di ciò che è umano. È inutile chiamare “mostro” il criminale: che ci piaccia o no, è un essere umano. Capirlo – non giustificarlo – non può che arricchire le nostre conoscenze.
Chissà quanti libri di criminologia sono pieni di parole d’oro, su questo argomento. Ma è difficile avere grande fiducia negli psichiatri, quando decidono che l’imputato di un grave delitto è sano, seminfermo o totalmente infermo di mente(1). La loro scienza è troppo giovane ed incerta. A vederli lì, gli imputati, mentre rispondono al giudice o parlano col loro avvocato, sembrano normali. Ignoranti, magari. Palesemente bugiardi, magari, ma normali. Salvo si tratti di criminali professionisti, coloro che fino al giorno prima hanno frequentato gli assassini dicono sempre la stessa cosa: “Pareva una brava persona”, “Non ce lo saremmo mai aspettato”. “Sì, a volte esagerava, ma non aveva mai fatto niente di simile”.Com’è che lo stesso uomo risulta poi totalmente infermo di mente?
L’Amministrazione della Giustizia si basa sulla responsabilità, e questa a sua volta sulla libertà: “L’hai fatto, potevi non farlo, sei responsabile d’averlo fatto”. L’infermità mentale toglierebbe la libertà e dunque la responsabilità. Ma lo schema zoppica. Da un lato, nemmeno Immanuel Kant è riuscito a dimostrare la libertà, il libero arbitrio o comunque si voglia chiamarlo. Dall’altro, se il cervello di un criminale è una macchina, e può essere guasto come può essere guasto un televisore, anche il cervello sano ha un funzionamento sottoposto al determinismo. Ché anzi, scientificamente, questa  è l’unica conclusione possibile. Per conseguenza bisognerebbe assolvere tutti dai delitti di sangue, in quanto non responsabili, e poi rinchiuderli per sempre in galera, perché la società non vuole simili “irresponsabili” in giro.
Non sono paradossi. Il diritto penale è fondato su un’ambiguità. Reputa gli uomini responsabili per il male fatto, ma la libertà non è dimostrata. Poi però di alcuni dice che non sono responsabili, perché non erano liberi. In realtà, la libertà è un dato metafisico indimostrato. Teoricamente, o siamo liberi tutti, anche i pazzi, o non è libero nessuno. La distinzione è peggio che discutibile.
Anche ragionando terra terra, è evidente che l’idiota (in senso tecnico) non è responsabile delle sue azioni, ma quando si arriva allo schizofrenico è veramente un altro paio di maniche. Se tutti fossimo sottoposti ad un serio esame psichiatrico, saremmo stupiti di scoprire quanti schizofrenici abbiamo intorno, e dunque quanti “totalmente incapaci di intendere e di volere”, dal punto di vista del diritto penale, ci sono in giro. Chi non ci crede chieda lumi ad uno psichiatra. Per giunta, diagnosticare la schizofrenia non è sempre facile.
Una persona di buon senso si rassegna tuttavia a questo fascio di contraddizioni perché bisogna pur vivere. Se non ammettessimo la libertà, non ci sarebbero regole, morale, legge. E crollerebbe la società civile. Ammettiamola, dunque, la libertà, ma non dimentichiamo che lo facciamo perché ci conviene, non perché sia dimostrata o logicamente plausibile. 
Sia detto di passaggio (per quelli che non si sono mai posto questo genere di problema)  la sensazione che ognuno ha di essere libero non prova nulla. Ed anche  la convinzione comune non prova nulla. La credenza di essere Napoleone non fa sì che un pazzo sia Napoleone.
Ognuno di noi crede di percepire la realtà com’è, ma ognuno di noi la filtra attraverso il suo essere. Si pensi ad una partita di calcio: l’azione è unica, ma i trentamila spettatori la vedono, fisicamente, da trentamila punti di vista diversi. E questo è niente rispetto alle mille facce dell’esistenza. Come si può ritenere che abbiano la stessa nozione del denaro il bambino nato ricco e quello nato povero? La donna intelligente e la donna stupida vivono forse le stesse esperienze, hanno forse la stessa idea degli uomini? I figli di genitori ammirevoli e i figli di ubriaconi violenti non possono avere la stessa concezione della famiglia. L’uomo bello e brillante come potrebbe avere le stesse esperienze, e dunque lo stesso giudizio della realtà, rispetto ad un uomo brutto e insignificante?
Tutto ciò corrisponde ad una parola ormai entrata nell’uso comune: “condizionamento”. Ma il fatto di averla sentita tante volte induce all’errore di prenderla sottogamba. Considerando che il determinismo psichico è l’unica ipotesi valida dal punto di vista scientifico, collegando condizionamento e determinismo si ha, per così dire, il destino di una persona. In via puramente teorica, data la base fisiologica, e data l’esperienza, si dovrebbe sapere tutto, di un essere umano. 
Per tutte queste ragioni, bisogna tornare a Terenzio e chiedersi come funzioni, visto dall’interno, il cervello del criminale.
Continua, 1.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
15 gennaio 2017
(1)Esemplare, in questo senso, il caso di Roberto Succo, sintetizzato dal Corriere della Sera: “Una storia che invece sembrava non voler finire mai è quella di Roberto Succo: non solo nel 1981, allora diciannovenne Succo uccise entrambi i genitori a Mestre , il padre a colpi d’ascia, la madre annegandola nella vasca da bagno. Una perizia psichiatrica lo giudica schizofrenico e finisce al manicomio criminale di Reggio Emilia. Qui sembra placarsi: studia, mantiene un comportamento impeccabile tanto che nel 1985 – appena quattro anni dopo il delitto, G.P. - gli viene concesso un permesso per uscire. Non farà più ritorno: passa il confine con la Francia, rapina una villa dove violenta una ragazza di 23 anni, uccide un poliziotto transalpino, un medico e altre due ragazze”. Non sembra una grande conferma dell’affidabilità delle diagnosi, in particolare di quella riguardante la  pericolosità.
http://www.corriere.it/cronache/cards/quando-figli-uccidono-genitori-delitti-piu-famosi-cronaca-nera-italiana/erika-omar-bugie-l-intercettazione-finale-2001_principale.shtml




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POLITICA
14 gennaio 2017
EUROPA CAPTA
Più si spinge lontano lo sguardo, più i contorni delle cose sono indistinti. Lo stesso vale per il futuro: più ci si spinge nel lungo termine, meno si riesce a prevedere. E tuttavia a volte si possono scorgere alcune linee di tendenza.
L’Europa non è un continente fra gli altri. Per una fortunata combinazione, è il posto in cui l’intelligenza umana ha dato i massimi risultati pratici. Nelle (discutibili) classifiche internazionali riguardanti l’intelligenza, avviene spesso che arrivino primi gli asiatici. E tuttavia, anche ad ammettere che Giapponesi e Cinesi siano più intelligenti di noi, una cosa è certa: in passato essi hanno usato la loro intelligenza in direzioni diverse dalla nostra. Nel campo della matematica, della scienza, della tecnologia, dell’industria e via dicendo, non hanno creato niente di comparabile alla nostra produzione. Perfino lo “svecchiamento” imposto ai giapponesi dopo l’incursione del Commodoro Perry nella baia di Tokyo, ha fatto entrare il Giappone nell’era moderna, ma soltanto sfruttando le conoscenze occidentali.
Dal punto di vista pratico, ciò che l’Europa ha creato è del tutto ineguagliabile, e talmente superiore a ciò che ha creato il resto del mondo, che il resto del mondo si è semplicemente europeizzato. Oggi l’intero globo usa l’alfabeto latino, considera unica musica la nostra musica classica, unica scienza quella nata in Europa, unica medicina e, in buona misura, unico modus vivendi quelli europei. È vero, spesso molti guardano agli Stati Uniti, ma culturalmente gli Stati Uniti sono soltanto Europa.
In passato questa civiltà si è tradotta in superiorità economica e militare. Un impero come quello britannico non sarebbe potuto nascere se i “nativi”, come li chiamavano gli inglesi, avessero disposto di armi come quelle europee e avessero saputo usarle. Il motto dell’Austria asburgica, AEIOU, Austriae est imperare orbi universo, è stato a lungo più adatto all’intero continente: “Sta all’Europa comandare all’universo mondo”.
E tuttavia ci sono sviluppi che prima sembrano lontani, all’orizzonte, ma col tempo fatalmente si raggiungono. Sono decenni che si parla dell’esaurimento del petrolio e qualcuno potrebbe sorridere, facendoci notare che ce n’è ancora in abbondanza; ma ciò non impedisce che, dal momento che lo si consuma e non lo si crea più,  il petrolio si esaurirà. Nello stesso modo già decenni fa si sarebbe potuto prevedere che la differenza fra l’Europa e il resto del mondo si sarebbe attenuta. Nessuno ama soffrire e morire, ed era fatale che il mondo si riempisse di medici nutriti di scienza occidentale; a nessuno piace faticare, e la diffusione della macchina a vapore prima e del motore a scoppio dopo, era inevitabile; a nessuno piace il buio ed ecco l’elettricità. Anzi, la luce e tutto ciò che l’elettricità porta con sé.
Il mondo ha adottato la tecnologia dell’Europa e gliene ha tolto l’esclusiva. I giapponesi hanno cominciato a modernizzarsi nel 1854, e ci hanno raggiunti come tecnologia e come scienza. Ma ha fatto lo stesso la Cina - pure partita con oltre un secolo di ritardo - che in poco tempo è divenuta una concorrente agguerrita non soltanto dell’Europa, ma degli stessi Stati Uniti.
In passato, forte dell’eredità di tanti uomini di genio, l’Europa partiva in vantaggio in tutte le direzioni. Oggi dovrebbe lottare ad armi pari, ed ha perso la sua primazia. L’Italia, che pure ha inventato la scienza, oggi ne importa più che non ne esporti, e non regge alla concorrenza. Chi ha fame si batte con ben diverso ardore, rispetto a chi è sazio. Soprattutto a chi crede che la prosperità sia un diritto, non un risultato.
Il futuro dell’Europa non è incerto, è buio. Questo continente viziato e quasi evirato spera di strapazzarsi sempre meno e avere sempre di più. Spera di disporre di enormi ricchezze, e che i ladri si astengano dal sottrargliele. Anche in campo militare, è così convinto che la guerra sia una cosa da barbari, da non essere in grado di difendersi. La sua decadenza è a trecentosessanta gradi e non si salva nessun aspetto sociale. In una parola, ha fatto il suo tempo. 
Qualcuno ha detto che anche le civiltà sono mortali, e se sono finite la civiltà greca, quella romana e il nostro Rinascimento, può anche finire la meravigliosa civiltà europea. Rimane da sperare che il nuovo padrone abbia rispetto per la vecchia signora decaduta, come i romani ebbero un grande rispetto per la piccola Grecia, tanto da dire che Graecia capta ferum victorem coepit, la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
14 gennaio 2017




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POLITICA
12 gennaio 2017
PERCHÉ IMPEDIRE UNA VITTORIA DEL M5S?
In Italia si bestemmia con buona coscienza. Credevamo avvenisse soltanto nelle bettole toscane, ma avviene dovunque. Soprattutto nei salotti buoni. E la bestemmia più corrente è: “Bisogna rendere impossibile una vittoria del M5S”. 
Una legge elettorale – secondo gli standard italiani - non è buona o cattiva nel senso che sarebbe stato opportuno adottarla trent’anni fa, e da sperare che sia in vigore ancora fra trent’anni; è buona o cattiva secondo che permette o no agli avversari di arrivare al potere. Prima l’Italicum è stato una legge eccellente che ci avrebbe regalato la suprema stabilità del governo, inamovibile per cinque anni, e avrebbe permesso ad un unico partito salvifico – il Pd, naturalmente – di attuare quelle grandi riforme di cui l’Italia ha un disperato bisogno. Poi è sorto uno spaventoso dubbio: “E se invece al ballottaggio vincesse il M5S, come del resto ha vinto le “comunali” di Roma?”
Allora l’Italicum è divenuto una cattiva legge. Da evitare ad ogni costo. Dal canto suo, in questa commedia all’italiana, lo stesso M5S, che fino ad ora era stato costretto a dirne male (perché il Pd ne diceva bene), ora ne dice bene (perché gli potrebbe essere utile) e vorrebbe estenderlo anche al Senato. Allegria. 
Noi italiani ci siamo fatti una cattiva fama, nel mondo, perché siamo troppo furbi. All’inizio della Prima Guerra Mondiale abbiamo esitato a lungo, prima di scegliere con chi allearci, come se si trattasse di scegliere fra le offerte di due negozianti. Durante la Seconda, abbiamo aspettato che la Francia fosse militarmente vinta per dichiararle la guerra. Quando poi abbiamo visto che, contrariamente ai patti, la Germania aveva perso la guerra, abbiamo dichiarato guerra anche ad essa, e da allora ci raccontiamo la favola di aver fatto parte dei vincitori.
Siamo furbissimi. Lo si vede anche in questa vicenda delle leggi elettorali. Un Paese serio fa una legge elettorale e se la tiene per un tempo indefinito. E se oggi questo sistema avvantaggia te, domani forse avvantaggerà me. Basti pensare all’Inghilterra, che pure ha una legge molto discutibile. Non ha senso che, ogni volta, chi ha il potere si confezioni una legge elettorale a proprio uso. Non soltanto è immorale, è anche stupido: perché alla prossima tornata potrebbe avvantaggiare il nemico. 
Uno degli ineliminabili difetti della democrazia è il fatto che i politici pensano e agiscono nel breve termine, non nel lungo, e soltanto raramente nel medio. Gli preme il loro vantaggio immediato, o quello del loro partito: infatti, per quelli lontani nel tempo, non sanno se saranno ancora ad un posto di vertice, o se saranno soltanto degli ex qualcosa. L’interesse della collettività è un eventuale byproduct, un sottoprodotto.
Una persona seria dovrebbe essere contro l’Italicum perché un potere incontrastato per cinque anni – attribuito per giunta non ad una coalizione, di per sé fragile, ma ad un solo partito  - è pericoloso. In cinque anni si possono provocare gravissimi disastri. E comunque, una persona seria che avesse commesso la sciocchezza d’imporre l’Italicum, poi lo sosterrebbe contro venti e maree, e si sorbirebbe senza fiatare anche cinque anni di governo M5S. Bisogna saper pagare per i propri errori. Ma forse una persona seria, saggiamente, si asterrebbe dalla politica.
Tutti i partiti dovrebbero capire che il popolo è sovrano. Non perché è scritto nella Costituzione, ma perché è il principio fondamentale della democrazia. Quando decide, può darsi che abbia torto e può darsi che abbia ragione, ma ha il potere di fare come gli garba. Come fosse un dittatore. E non c’è da lamentarsene. Anche perché, quando il dittatore sbaglia, paga il popolo; quando invece sbaglia il popolo, paga lo stesso popolo, e il sistema è molto più morale.
Speriamo che l’Italicum – coerentemente con le precedenti decisioni della Corte Costituzionale – sia cassato e che non se ne parli più. Ma se, comunque, i “grillini” andassero al potere, conformemente alla volontà del popolo, non bisognerebbe cercare trucchi per negargli il governo. Faranno disastri? È possibile. Ma loro stessi potrebbero obiettare che hanno combinato disastri anche i soloni che oggi fanno la morale a tutti. Se non fosse così, non saremmo con le pezze sul sedere. E comunque: “Avete permesso che ci provasse Matteo Renzi, il rottamatore, l’innovatore, la fantasia e la gioventù al potere? Ora lasciate che ci proviamo noi”. Unica, magra risorsa, incrociare le dita.
Personalmente ho una pessima opinione di Beppe Grillo e dell’intero M5S. Non tanto per disprezzo delle persone (che non sento), quanto per disprezzo della loro formula politica. Ma dopo tutto, quante volte abbiamo pensato che l’Italia ha bisogno di mettere il contatore a zero? Questi sembrano accettabili azzeratori.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 dicembre 2016




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POLITICA
10 gennaio 2017
IL RE DEI VOLTAGABBANI DI INSUCCESSO
Trent’anni fa, a Drive In - un programma umoristico che rivoluzionò la televisione - Gianfranco D’Angelo portava in scena un cane – “As Fidanken!” - ne vantava le capacità, lo sollecitava in ogni modo a prodursi nei suoi numeri, e il cane rimaneva impassibile. D’Angelo lo giustificava, dicendo che l’artista era timido, oppure sosteneva che gli spettatori non vedevano che il cane stava effettivamente imitando qualcuno, cantando, o quello che era. In realtà, il risultato non cambiava mai. Il cane, presentato come un grande dello spettacolo, non faceva assolutamente niente. Se ne stava lì tranquillo ad aspettare la fine. Il presentatore era un vero comico, il presentato era soltanto un cane.
Questo schema sembra riprodursi nel Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo ne parla come di un Movimento di popolo, ne vanta la democrazia internettiana, sostiene di sottoporre le proprie decisioni agli iscritti al suo blog, ed altre affermazioni azzardate del genere, e alla fine, quando lo spettacolo si conclude, ci si accorge che in scena c’è stato soltanto Beppe Grillo. Forse il Movimento è un cane. Forse è meno di un cane.
È notizia recentissima che a Bruxelles il Movimento, fino ad ora alleato di Farage, uno dei personaggi più ferocemente antieuropeisti d’Europa, e fondamentale fautore della Brexit, ha cambiato bandiera, e si è iscritto al gruppo liberale Alde. Una delle giustificazioni addotte da Grillo – la toppa peggiore del buco - è che, venendosi così a costituire un gruppo che, come peso nelle votazioni, è il terzo d’Europa ,il Movimento avrà più voce in capitolo, in sede comunitaria. 
Ma un momento, questo Movimento non è quello stesso che ha sdegnosamente rifiutato di fare un governo con il Pd di Bersani? Non è quello stesso Movimento che ha posto come un articolo di fede di non allearsi mai con nessuno, perché tutti sono corrotti, tutti fanno parte dell’establishment? Al punto che, in Italia, per esso è concepibile andare al governo soltanto se riesce ad avere da solo la maggioranza dei voti?
Probabilmente dobbiamo avere tutti una pessima memoria, se ricordiamo questa serie di scemenze. In realtà, il M5S è liberale, europeista, e dedito alle coalizioni. Oggi, improvvisamente e senza avvertire nemmeno i dirigenti, ci si insegna che il Movimento di Grillo è stato da sempre per l’Unione Europea, favorevole all’euro, e disposto ad allearsi con altri partiti per partecipare alle decisioni comuni. E se non l’abbiamo capito prima è perché dobbiamo essere un po’ svaniti i vecchi, drogati i giovani e imbecilli tutti.
Poco fa si è parlato di dirigenti, ma dal momento che non si può chiamare partito o movimento quello in cui comanda uno solo, secondo come ha dormito la notte, sarebbe stato più giusto chiamarli capi. Capi, come nelle greggi o nelle mandrie.
Bisogna riconoscerlo, anche all’interno dei “grillini” c’è stata qualche protesta. Ma già il voto dei quattro gatti del Web, il Totem del Movimento, è stato favorevole a His Master’s Voice (in italiano La Voce del Padrone) e ben presto tutti si allineeranno. Un po’ come quaranta milioni di fascisti italiani si sono scoperti antifascisti nel 1944. 
Signore Iddio, come si fa a rimanere favorevoli alla democrazia, dopo episodi del genere? Soltanto il ricordo di ciò che hanno combinato personaggi con troppo potere, come Lenin, Stalin, Mussolini e Hitler ci riconduce all’ovile democratico, e a dar ragione a Churchill, nel giudizio sul sistema meno cattivo. Ma l’indignazione è tale che la disperazione si trasforma in sarcasmo. I “grillini” meritano Beppe Grillo, visto che lo sostengono anche se dice che la Terra è quadrata, e l’Italia intera merita il Movimento 5 Stelle, se dovesse prevalere in qualche ballottaggio.
Personalmente non mi preoccupo, per le molte cose negative che ho detto su Grillo e sul Movimento, nel corso degli anni. Se dovesse prevalere, il giorno dopo mi dichiarerei grillino della prima ora, e sarei naturalmente creduto. Come il resto dei miei compatrioti. 
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
9 gennaio 2017
P.S. Il bello è che ora i liberali di Bruxelles hanno rifiutato l’ingresso dei “grillini” nel loro gruppo.
Temistocle, il re dei voltagabbana di successo, dopo avere inflitto al Grande Re persiano la più umiliante disfatta della sua vita, entrato in contrasto con i greci, divenne ascoltato consigliere alla corte di quello stesso Re. Ma poi i greci si accorsero di avere bisogno di un uomo come lui, e così tornò in patria, in una posizione eminente.
Grillo, il re dei voltagabbana di insuccesso, si è offerto ai liberali ed è stato respinto. Prima, in base al principio del rifiuto delle alleanze, ha sdegnosamente rifiutato i doni di Bersani, che gli offriva l’ingresso nel governo, ora si è offerto lui stesso, gratis, come alleato a Verhofstadt, ed è stato rifiutato. Che coerenza e che successo, signora mia!




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POLITICA
8 gennaio 2017
RENZI COME NIOBE, per il futuro
Una curiosità, per chi avesse qualche minuto da perdere. Un testo scritto l’11 luglio del 2016, e allora non pubblicato, ma conservato “per il futuro”.

RENZI COME NIOBE, per il futuro

Matteo Renzi è un giovane molto dotato. Ha le qualità dell’uomo politico privo di scrupoli; è un grande comunicatore, a livello plebe; ha la risolutezza del condottiero, ma ha anche i difetti delle sue qualità. Nella sua capacità di mentire è cinico fino all’esagerazione, e anche i più ingenui sono costretti a scoprire il suo gioco; ha un fenomenale ottimismo della volontà, e corre il rischio di fare il passo più lungo della gamba.
Nei mesi recenti è riuscito a realizzare una riforma costituzionale superando difficoltà impressionanti. Ha snobbato l’obbligo – da tutti e da sempre sottolineato – di coinvolgere la maggior parte delle forze politiche per realizzare un testo che deve servire all’intera nazione per molti anni. Ha imposto il risultato appoggiandosi su una maggioranza risicata e raccogliticcia, tenuta insieme soltanto dalla minacciosa alternativa: “O votate sì alla questione di fiducia o andate tutti a casa. E non sarete rieletti”. Manovra legittima, ma soltanto perché in politica tutto è legittimo.  Infine è riuscito a “vendere” la riforma alla maggior parte degli italiani: “Aboliamo il Senato!”, “Velocizziamo l’attività parlamentare!”, anche se il Senato non è abolito e quella velocità può condurre a disastri. Il tutto abbinato con l’Italicum, cioè con la garanzia del più inossidabile potere, quand’anche esso andasse tutto, per cinque anni, ad un partito che rappresenta il 30% degli elettori e dunque il 15/20% dei cittadini. Poco importa. Per qualche tempo è sembrato che quella riforma piacesse a tutti e nessuno, dopo tutto, osasse dirne male. Finalmente si voltava pagina.
E qui Renzi ha commesso un errore tanto umano, tanto in linea con la sua fortunata personalità, che veramente non poteva immaginare il guaio in cui s’è messo. Dal momento che al referendum confermativo prevedeva un trionfo, ha pensato bene d’intestarselo, quel trionfo. Di trasformarlo nella legittimazione plebiscitaria di sé stesso. “La riforma l’ho voluta e realizzata io, non lo dimenticate!”, “Votando per essa voi avete votato per me!”, “Io sono legittimato da voi, come Presidente del Consiglio”. 
Quello che non ha ricordato è che, se alla Camera ha una enorme maggioranza artificiale (assicuratagli dal “Porcellum”) al Senato è sopravvissuto e sopravvive col sostegno di un grande numero di transfughi. Se costoro avevano un interesse per voltare gabbana, questo interesse non l’hanno coloro che li hanno mandati in Parlamento. Per gli elettori di Forza Italia i senatori che hanno seguito Verdini nel soccorso al vincitore sono semplicemente dei traditori. E dunque ci sono votanti che aspettano di farla pagare sia a quei senatori, sia al governo che li ha accolti.
Renzi vorrebbe intestarsi il successo della riforma, al punto da legare la propria permanenza a Palazzo Chigi al sì al referendum, molta gente ha invece rivoltato le sue parole in questi termini: “Vi offro l’occasione di liberarvi di me, votando no”. E infatti a poco a poco le intenzioni sono andate passando dal sì al no. Perché, anche se Renzi tende a dimenticarlo, nel Paese l’opposizione è più consistente della maggioranza. Personalmente in teoria trovo la riforma cattiva ma forse ci avrei riflettuto di più, prima di votare. Ora tutto è più semplice: “È un plebiscito su Matteo Renzi? E allora “no”.
Naturalmente nessuno sa oggi come voterà l’Italia, in autunno, ma se il voto dovesse essere negativo, Renzi pagherà il fio di aver voluto strafare. E dire che, se fosse stato zitto, domani ne avrebbe ricavato soltanto benefici. Sappiamo benissimo che questa riforma l’ha voluta lui. Avuto il risultato, se fosse negativo, potrebbe sempre dire che il popolo ha negato al prossimo governo gli strumenti per governare sul serio; se fosse positivo potrebbe sempre vantarsi - con ragione - di essere stato l’artefice di questa grande riforma. 
Ma l’errore di Renzi è in linea col suo carattere. Almeno quanto l’eventuale disastro lo sarebbe con lo schema greco della punizione dell’eccesso (hybris). Niobe si vantò della bellezza dei suoi molti figli con troppa insistenza, sottolineando anche che essi erano quattordici, mentre Latona ne aveva avuti soltanto due, e la dea pregò quei due figli, Apollo e Diana, di vendicarla. Così essi uccisero tutti e quattordici i figli di Niobe. Tecnicamente si tratta di omicidio plurimo aggravato dai futili motivi, ma la morale è comunque che è meglio non provocare gli dei. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 luglio 2016
Questo testo non fu a suo tempo pubblicato, anche perché i sì sembravano allora largamente prevalenti (tanto che si aspettava il voto ai primi di ottobre) e non volevo che, a risultato positivo per Renzi, mi si dicesse: “E tu non eri quello che gufava, quello che diceva avrebbe perso?” Il mestiere di profeta è molto pericoloso. Anche se, a ben leggere l’articolo, io non sostenevo che avrebbe perso perché, come tutti, non sapevo come sarebbe finita. Sostenevo soltanto che, se fosse successo, lui l’avrebbe meritato, in base alla religione greca.




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POLITICA
8 gennaio 2017
LA CRISI DELL'AUTORITA' IN ITALIA
Galli della Loggia denuncia la crisi dell’autorità in Italia. Da noi nessuno è autorizzato a comandare. Qualunque progetto è sottoposto ad una tale quantità di controlli, di pareri, di “concertazioni”, che alla fine per ogni cosa ci vogliono anni e spesso, in conclusione, non se ne fa niente. Per giunta - non essendo nemmeno in grado di sapere a chi dare la colpa, perché il progetto ha abbisognato di troppe firme - è un’impresa pressoché impossibile identificare il colpevole. E così viene a mancare il controllo democratico sull’attività dei rappresentanti del popolo. 
L’articolo è condivisibile ma, come in altri casi, non si compie l’ultimo e più utile passo;.rispondere cioè alla domanda: “Perché è così?”
Una delle ragioni, spesso ricordata, è la reazione al fascismo. Secondo il mito, prima dell’invasione anglo-americana in Italia abbiamo avuto una feroce dittatura in cui comandava soltanto Mussolini e tutti gli italiani erano schiavi. Non è vero, naturalmente. Addirittura, è stato storiograficamente impossibile non riconoscere che, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, abbiamo avuto “gli anni del consenso”. Ma poco importa, si dice che, reagendo alla leggenda nera di un Paese troppo governato, si è realizzato un Paese in cui praticamente nessuno governa. La stessa Costituzione ha progettato governi deboli, e infatti ne abbiamo cambiati un’infinità.
Purtroppo anche questa è una verità soltanto parziale. Se non c’è un potere centrale forte, ce n’è una miriade di deboli, che sono tuttavia abbastanza forti per contrastare il potere degli altri. Approfittando di una legislazione che, diffidente degli abusi, stabilisce controlli, controfirme, concertazioni, pareri consultivi, pareri vincolanti, diritti sindacali, ogni potere mette i bastoni fra le ruote del potere degli altri. E qualunque azione diviene un’impresa. Se poi devono realizzarla i privati, va anche peggio. Si moltiplicano i passi dell’iter amministrativo, le firme, le autorizzazioni, i controlli, che magari non servono ad altro che a mantenere il posto di lavoro del controllore. Quando infine ci si accorge che si è esagerato, che si fa? Si crea un ministero per la riforma amministrativa. E così si aumenta il numero dei “legislatori” e dei controllori.
Detto di passaggio, questo stato di cose è anche la causa del giustizialismo: si spera che la magistratura, dall’alto, raddrizzi le gambe ai cani.
Gli italiani si reputano vicendevolmente disonesti. E reputano disonesta innanzi tutto l’autorità. “Chiunque ha un potere – pensano - ne approfitta per vessare noi e guadagnarci lui. E allora bisogna dargli poco potere e controllarlo strettamente”. Fino alla paralisi. Se questa è la diagnosi, la terapia è forse impossibile. Come si possono convincere gli italiani a non reputare i connazionali tutti dei farabutti?
Forse, insistendo, si otterrebbe il riconoscimento che un Paese con una simile percentuale di corrotti è inverosimile. C’è un eccesso anche nella diffidenza. Ma poi ognuno non vorrebbe correre rischi e, nel caso concreto, continuerebbe a considerare l’altro inaffidabile. E si torna al punto di partenza.
Quanto a ridurre i freni derivanti dalla miriade di scontri dei piccoli poteri, ognuno sarebbe disposto a veder ridotto il mini-potere degli altri, ma sarebbe pronto a difendere il proprio con i denti, anche per preservare il proprio posto di lavoro. E infatti risulta impossibile abolire qualunque organo dello Stato, pure dichiarato inutile dallo Stato stesso. E quando si crea un ente per abolire gli enti inutili, alla fine si scopre che si è creato un ente inutile in più.
La predica di Galli della Loggia è vana. Se in un corpo sano c’è un’infezione, l’organismo si mobilita per combatterla e spesso vince. Ma se l’infezione è generale si parla di setticemia e il corpo si arrende. Come potrebbero vincere i buoni, se i cattivi sono la maggioranza? 
Noi italiani non siamo cattivi, naturalmente. Ma non siamo neanche “cittadini”. Siamo “individui” impegnati in un eterno corso di sopravvivenza. Combattiamo un costante “bellum omnium contra omnes”, una guerra di tutti contro tutti. E se è difficile por fine alle guerre, è ancor più difficile convincere i contendenti di una guerra civile a deporre le armi. Ognuno teme che, facendolo per primo, sarà ucciso dall’avversario sleale. ““A disarmare comincia tu”..
Non basta denunciare la crisi del principio d’autorità. Siamo un popolo così diffidente che forse, da neonati, temevamo che il latte materno fosse avvelenato.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
gennaio 2017
http://www.corriere.it/cultura/17_gennaio_07/riscoprire-italia-senso-dell-autorita-0091a518-d44e-11e6-af84-204dc5ed0070.shtml




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POLITICA
5 gennaio 2017
L'ATEO, IL NEMICO DI TUTTI
Roberto Calasso, sul “Corriere della Sera”(1), sostiene correttamente che i fanatici dell’integralismo islamico odiano i cristiani, adoratori di un falso Dio, ma odiano anche i “pagani”. E questi infatti sono  espressamente citati dallo Stato Islamico, quali obiettivi dell’attentato nella discoteca di Istanbul. 
La parola “pagani”, in senso etimologico, deriva da “pagus”, villaggio. Quando le città erano già divenute cristiane, nei villaggi arretrati si adoravano ancora i vecchi dei dell’Olimpo. Per questo si arrivò all’identificazione tra paesani e adoratori degli antichi dei. Viceversa, lungo tutto l’articolo il termine è usato come sinonimo di persone prive di religione: le argomentazioni non ne risentono.
Per i fanatici musulmani avremmo dunque tre categorie: i credenti della vera fede, i credenti di fedi false (fondamentalmente i cristiani) e i non credenti in senso assoluto, cioè gli atei: e per i criminali della jihad le due ultime categorie sono parimenti meritevoli di morte.
Chi ragiona in modo razionale potrebbe stupirsi di questa equiparazione. Il cristiano potrebbe essere interessato a convertire il musulmano alla propria fede, e altrettanto potrebbe fare il musulmano,: ma nessuno dei due avrebbe nulla da temere dall’ateo. Questi al massimo ride delle loro fedi. E tuttavia non soltanto nei Paesi islamici più rigorosi si punisce con la morte l’apostasia (l’abbandono della fede musulmana) ma si punisce con la morte anche la dichiarazione di ateismo. E non ce ne possiamo stupire: anche in Occidente le cose non sono andate diversamente, in passato. L’accusato di eresia non si sarebbe salvato se avesse dichiarato di essere ateo, ché anzi l’ateismo era la massima eresia.
Per chiunque sia credente, la verità della sua religione è un’ovvietà, e tuttavia gli “articoli di fede” hanno diversi livelli di plausibilità. Ai tempi dell’Inquisizione si sarebbe serenamente condannato a morte chi avesse profanato un’ostia consacrata (“il corpo di Gesù”, dogma della transustanziazione) mentre, finché la Chiesa (nel 1950) non ha dichiarato dogma l’assunzione in cielo della Vergine Maria, chi avesse pensato che era sepolta da qualche parte avrebbe soltanto manifestato una lecita opinione. Ed oggi è lecito non credere alla storia dei Re Magi, citati soltanto nei vangeli apocrifi.
In questa classifica, qual è la prima e fondamentale verità religiosa? Evidentemente l’esistenza di Dio. Senza una divinità, nessuna religione è possibile. Dunque chi nega Dio nega contemporaneamente il Cristianesimo, l’Islamismo, l’Ebraismo, il paganesimo e qualunque altra dottrina religiosa. Ecco allora perché il miscredente assoluto è visto con un tale sfavore: la sua posizione appare come una negazione della comune umanità.
Alla stessa conclusione si arriva per altra via. Il cattolico crede che Dio esista e sia uno e trino. Ma mentre la prima affermazione (Dio esiste) è una verità cui -secondo la Chiesa - deve necessariamente giungere chiunque ragioni (e infatti l’esistenza di Dio è considerata “verità di ragione”) che in Dio si distinguano tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, si è potuto sapere soltanto attraverso la Rivelazione. Ed è dunque una “verità di fede”. 
Questa distinzione fra verità di fede e verità di ragione rimane statisticamente valida anche nel mondo contemporaneo, se pure ad un basso livello di cultura teologica. Molte persone si dichiarano non religiose e tuttavia rimangono convinte che “non sappiamo tutto”; “c’è dietro qualcosa”; “certo, la realtà non è soltanto ciò che ci appare”; “sarebbe triste se non ci fosse nulla oltre ciò che vediamo”; “io non credo in Dio, ma qualche entità al di là della realtà concreta ci deve pur essere”; “forse Dio non esiste, ma come negare il Mistero che ci circonda?”, e via dicendo. Si potrebbero scrivere ancora decine di esempi di questo genere. Lo stesso Illuminismo, pure appassionato negatore della religione, non arrivò all’ateismo, il cui scandalizzato sospetto toccò soltanto alcuni dei suoi rappresentanti. Ad esempio Diderot, Helvétius, d’Holbach.
Ecco perché l’ateo è guardato con ostilità. Egli non nega soltanto la religione accettata, nega la religiosità in sé. Nega perfino il sentimento stesso della religione, che pure tutti conservano. In uno dei Salmi si legge: “dixit stultus in corde suo, non est Deus”, disse lo sciocco nel suo cuore, non c’è nessun Dio. “Stolto” non è un termine psichiatrico, perché quando è stato scritto quel Salmo la psichiatria non esisteva. Se fosse esistita, il Salmo avrebbe parlato di “demente”. L’affermazione appare infatti talmente mostruosa, che lo stesso “stultus” la formula “nel suo cuore”, non osando esprimerla con la voce.
Tutto ciò ci fa vedere che neppure nelle società più sviluppate l’ateo è considerato una persona “normale”. Per la maggioranza rimane oggetto di preoccupazione, perché la maggioranza, che lo sappia o no, è ancora religiosa. 
I terroristi sarebbero stupiti, se sapessero che non siamo neppure “pagani”.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
5 gennaio 2017
http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_05/perche-dobbiamo-superare-755f01f8-d2bc-11e6-af42-cccac9ae7941.shtml




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POLITICA
4 gennaio 2017
IL MONDO È COME L'AFGHANISTAN
Gli americani si ritirano a rate dall’Afghanistan e i Taliban riconquistano a rate il territorio. Il finale è chiaro: i Taliban comanderanno di nuovo in Afghanistan e questo Paese ridiverrà ciò che era quando George W.Bush decise da un lato di dargli una lezione – e fin qui! – ma anche, stupidamente, di portarlo nel mondo civile contemporaneo. 
Gli esseri umani spesso non sono liberi. A parte la schiavitù, tanto antica, a parte le malattie e la miseria, per le quali meritano sincero compianto, soffrono anche di catene immaginarie. Non meno solide di quelle reali. Basta vedere i film del tempo e si nota che nel dopoguerra tutti gli uomini portavano il cappello. Oggi invece non lo fa nessuno. Neanche quando fa veramente freddo. Possibile che ci siano state intere generazioni appassionate di cappelli, e ora generazioni che li odiano? Il fatto è che in quel tempo tutti consideravano “obbligatorio” il cappello, mentre oggi è obbligatorio non metterlo. Il fenomeno è banale ma esemplare. Se a un poliziotto dei film di Humphrey Bogart si fosse chiesto: “Perché porti il cappello?” avrebbe reagito con il più totale stupore, quasi la domanda fosse stata: “Perché hai il naso in mezzo alla faccia?” 
La morale, gli usi, i costumi di un popolo, per chi ne fa parte, sono altrettante ovvietà. Non soltanto gli interessati le accettano acriticamente, ma non sono neanche disposti a metterle in discussione. Inutile chiedere agli iraniani perché le donne debbano andare in giro velate. Non sanno neppure se sia un obbligo religioso o no, ma per loro una donna perbene va in giro velata. E basta.
Ecco perché i Taliban finiranno col comandare di nuovo in Afghanistan. Gli americani hanno creduto di regalare a quel Paese la libertà, magari facendogliela assaggiare per un decennio, ma ignoravano che quel vantaggio, per loro, non vale nulla rispetto alla tradizione, che loro confondono con una religione intesa nel senso più bigotto e oscurantista. I loro pregiudizi sono stati dettati da Dio. 
Qui è giusto inserire un’osservazione. Forse molti hanno notato come, nei Paesi che sono stati liberati da un’oppressione – per esempio le regioni dell’Iraq da cui il sedicente Stato Islamico è stato scacciato - ci sia un enorme sospiro di sollievo. Le immagini mostrano uomini felici di tagliarsi la barba e di fumare, e accanto a loro donne sorridenti, a viso scoperto. Significa che adotteranno modelli occidentali? Meglio andarci calmi.
 In primo luogo i giornalisti potrebbero aver scelto di filmare il gruppo di persone che dimostra la loro tesi. Poi i casi sono due: se le norme imposte dall’oppressore erano estranee alla civiltà locale, la manifestazione di sollievo è autentica; se invece il Paese era vicino alla mentalità degli oppressori, allora quel giubilo è una follia passeggera. Dopo la momentanea vacanza, si tornerà alla normalità. Insomma mi chiedo con tristezza se le ragazze afghane, quelle che recentemente sono state felici di andare a scuola, non troveranno naturale, quando i Taliban torneranno al potere, che il regime vieti alle loro figlie di essere alfabetizzate.
Ma se queste sono le catene sociali, più incomprensibili e imperdonabili sono le catene che gli uomini impongono a sé stessi. Quelle che un tempo si chiamavano manie e nevrosi. Il timido che non osa corteggiare nessuna donna non riesce a comprendere che la sua impossibilità è soltanto un pregiudizio. Non basta dirgli: “Tu provaci, al massimo ti manda al diavolo”. Perché c’è qualcosa che lo frena in modo irrimediabile. Se proprio tentasse l’impresa, la sua formula spontanea sarebbe: “Ho deciso di dirti che mi piaci ma, ti prego, dimmi immediatamente che non ti piaccio. Così finisce lo strazio che mi sto imponendo”. Nello stesso modo il giocatore non riesce a non rovinarsi al tavolo verde, la donna religiosa e morigerata esagera al punto che rimane zitella, il dongiovanni compulsivo esagera fino a rendersi ridicolo. Un amico modenese mi raccontava di avere conosciuto un maniaco delle “avventure”, che aveva tradito sua moglie durante il viaggio di nozze. Non si finirebbe mai. L’ipocondriaco ha paura di malattie cui gli altri non pensano neppure, e la sua vita ne è gravemente limitata. Lo spaccone corre dei rischi inutili soltanto perché non può fare a meno di cercare lo stupore del prossimo. Il mitomane si fa giudicare un imbecille. La nota comune di tutti questi casi è l’incapacità di vedere queste catene, e soprattutto di spezzarle. L’uomo libero è l’eccezione, anche nella più avanzata delle democrazie. Già è difficile la diagnosi, figurarsi la terapia. 
È libero l’uomo fortunato che non ha mai trascurato una coraggiosa autoanalisi ed è stato disposto a contrastare le sue proprie tendenze. 
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
4 gennaio 2017




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POLITICA
3 gennaio 2017
SE L'ATTUALE CRISI ABBIA UN'ORIGINE IDEOLOGICA
Un articolo di José Torreblanca, pubblicato sul País (1) è pregevole perché affronta il problema dell’attuale realtà europea non partendo dal malessere generale, ma dalle idee-forza del momento storico.
Sostiene Torreblanca che la mentalità europea, dopo le due devastanti Guerre Mondiali, non è nata tanto dall’adesione convinta a principi fondamentali, come quelli democratici, ma piuttosto - guardando nello specchietto retrovisore - dal rifiuto dei devastanti errori commessi in passato. Dunque, con i loro piani di cooperazione ed unione, gli europei non hanno mai avuto un progetto chiaro. “In caso di dubbio bastava dare un’occhiata a quello specchio, e contemplare per qualche secondo le immagini del passato. Davanti agli occhi sorgevano allora i cavalieri dell’Apocalisse europea: il nazionalismo, la guerra, i totalitarismi, il colonialismo, il razzismo genocida”. Gli europei dunque, sapendo in che direzione non volevano andare, credevano di conoscere quella in cui volevano andare. Esemplare, in questo senso (anche se Torreblanca non ne parla) il reciproco atteggiamento fra Francia e Germania. Checché accada, queste due nazioni sembrano dire che la loro amicizia non deve essere messa in discussione. Perché? Perché dei loro conflitti l’Europa ha troppo sofferto. È questa, soprattutto all’origine, una delle molle fondamentali dell’ideale europeista.
In realtà, scrive Torreblanca, i risultati hanno deluso ed ecco il populismo disorientato, protestario e minaccioso. I movimenti sono pronti ad adottare alcune delle ricette stramaledette: per esempio le frontiere, il nazionalismo e il protezionismo. Ma tutto sempre senza un piano chiaro e coerente. Per non dire che alcune delle ricette proposte, fra i vari Paesi, sono contraddittorie, e alcune delle accuse all’Unione Europea sono opposte e incompatibili. Per alcuni con Bruxelles si tende ad un burocratismo sovietico, per altri l’Unione è favorevole al liberismo selvaggio e alle multinazionali.
Non pretendo di saperla più lunga di Torreblanca e tuttavia ho il sospetto che il problema sia di livello diverso e forse inferiore perché, se invece di essere in un momento di grave e perdurante crisi, fossimo in un momento di prosperità, nessuno contesterebbe l’Unione Europea e le varie ideologie che oggi vanno per la maggiore. È la crisi economica che fa smaniare gli europei e li spinge a cercare soluzioni diverse. 
Il problema potrebbe inoltre essere di livello superiore. Gli europei, pur denunciandole, non sono ancora guariti delle ubbie del XX Secolo, il Secolo Ideologico. Nel momento in cui affermano di soffrire di certe ideologie – l’europeismo, per citarne una – è ancora una volta nelle teorie che cercano sia la causa dei mali che li affliggono, sia le possibili soluzioni per guarirne. 
L’ipotesi forse degna di essere discussa è che non abbia senso cercare l’ideologia cui dare la colpa. È sbagliato credere che un’ideologia – qualunque ideologia – sia adatta a governare la società. I delusi che accusano l’Europa di colpe contraddittorie non si rendono conto che, passando all’ideologia opposta la situazione non migliorerebbe. L’errore centrale è infatti la pretesa di indirizzare la società in un senso o nell’altro. La pretesa di “dirle che cosa deve fare” è un progetto sbagliato che conduce fatalmente al fallimento.
Non si tratta di anarchismo utopico, si tratta di relegare lo Stato al suo ruolo di arbitro che fa applicare il codice penale, il codice civile, le regole sulla concorrenza e poco altro. La realtà è così complessa che, volendola dirigere dall’alto, fatalmente si sbaglia. Per fornire un esempio, in una grande città servono dovunque delle lavanderie. Se lo Stato decidesse dove devono essere dislocate, fatalmente sbaglierebbe. Se invece ci pensano i privati, e qualcuno apre una lavanderia nel posto sbagliato, fallisce e chiude. Così, alla lunga, si ottiene la distribuzione migliore senza che nessuno l’abbia pianificata e senza costi per lo Stato. Se invece l’avesse decisa l’Amministrazione, non si correggerebbero nemmeno gli errori, perché essa sarebbe sicura di avere usato il metodo giusto.
Lo statalismo è sbagliato quale che sia l’ideologia su cui si fonda. E non si dica che anche questa è un’ideologia, perché lo zero non è una quantità, e l’ateismo non è una religione. 
In Europa tutti i popoli si sono affidati ad ideologie e in tutte le nazioni lo Stato interviene in modo capillare. Il risultato è una sorta di paralisi, una accumulazione di errori che nessuno più riesce a correggere. La sanità è dovunque un enorme problema economico, per lo Stato, eppure sarebbe stato semplice obbligare tutti ad assicurarsi contro le malattie, come siamo assicurati contro la responsabilità civile automobilista. O sarebbe andata bene, o sarebbe andata male, ma in questo caso sarebbe andata come va di già. 
Uno Stato leggero potrebbe risolvere i problemi dell’economia e un’economia florida potrebbe far cessare i furori populistici.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
gennaio 2017
(Nota) Di cui si raccomanda la lettura, Se l’Ue torna al 1917, la Repubblica, lunedì 2 gennaio 2017. Per parte mia lo riporto qui di seguito. 

Lo sconcerto ha preso piede in Europa. Sono ormai in discussione le certezze coltivate per decenni con gran cura. Se guardano al futuro, gli europei non vedono un progetto in grado di organizzare l’agire collettivo, né figure di dirigenti capaci di indicare la via da seguire. Il favore dell’elettorato sembra ormai riservato solo a quelli che «sanno sedurre a parole, ma impugnano un grosso randello», per citare una frase del presidente Theodore Roosevelt. Da Donald Trump a Vladimir Putin, passando per Nigel Farage o Marine Le Pen, è il momento dell’orgoglio patriottico, delle promesse protezioniste, dei proclami identitari, delle pulsioni isolazioniste e delle affermazioni di sovranità.
Jacques Delors aveva descritto una volta il progetto europeo come un Opni, acronimo di «oggetto politico non identificato». E aveva ragione. L’Europa si è costruita senza pianificare granché (dato che mai prima d’allora si era tentato qualcosa di simile) ma con alcune solide certezze sul punto di partenza e su ciò che occorreva evitare a ogni costo. Per prima cosa, i padri fondatori posero alla portata di tutti gli europei un efficace e potente specchio retrovisore: benché la forma finale del progetto non avesse contorni ben definiti (in realtà neppure i più audaci potevano azzardarsi a dire dove, quando e in quali condizioni saremmo arrivati) in caso di dubbio bastava dare un’occhiata a quello specchio, e contemplare per qualche secondo le immagini del passato. Davanti agli occhi sorgevano allora i cavalieri dell’Apocalisse europea: il nazionalismo, la guerra, i totalitarismi, il colonialismo, il razzismo genocida. E quell’immagine serviva a superare i marosi e a dare alla nave europea un nuovo impulso verso il futuro.
Oggi però sembra che lo specchietto retrovisore abbia perso la sua efficacia. Anche se finora l’astronave europea ha superato diverse fasi del suo percorso, non riesce a sfuggire alla gravità della terra. Invece di lasciarsi alle spalle il XX secolo per avviarsi quasi in sordina nel XXI, sull’onda della pax kantiana e del sogno cosmopolita, oggi deve tener testa a forze poderose che vorrebbero riportarla a terra. E poco importa se queste forze, già al comando in capitali come Londra, Varsavia, Budapest e tra pochi giorni anche Washington, siano prive di un progetto concreto: il loro potere non deriva da capacità fondate sulla ragione, bensì dall’abilità di inscenare emozioni e trasmetterle attraverso metafore semplici e pregnanti.
Oltretutto queste metafore, che variano a seconda del luogo in cui vengono formulate, sono contraddittorie tra loro: mentre ad esempio i fautori della Brexit nel Regno Unito descrivevano l’Ue come un mostro burocratico che strangola l’impresa privata e la libertà individuale, la sinistra radicale la dipinge come un progetto neo-liberista al servizio delle lobby imprenditoriali, agenti segreti della globalizzazione finanziaria. Altri ancora paragonano l’Ue alla disciolta Unione Sovietica, descrivendola come una prigione dei popoli retta da un’unica ideologia omologante, che aspirerebbe a eliminare le nazioni in cui l’Europa ha le sue radici profonde, con le sottese identità. Il fatto stesso che un’entità politica sia rappresentata contemporaneamente in tre modi del tutto diversi e incompatibili tra loro illustra bene la complessità della situazione in cui il progetto europeo è oggi impantanato, e la difficoltà per i cittadini dell’Ue di decidere da quale lato di questo triangolo cercare una via d’uscita, prima di essere inghiottiti dal vortice delle sue contraddizioni. Non serve tentare di semplificare. Se si trattasse solo della lotta tra l’Illuminismo e il male, non avremmo di che preoccuparci. Ma il nemico è potente soprattutto perché oltre ad avvalersi della capacità emotiva del romanticismo, è riuscito a catturare e tenere in ostaggio alcuni dei tesori più preziosi dell’Illuminismo: la democrazia, la libertà, l’idea di progresso. Basti vedere come la maggior parte dei partiti xenofobi e anti-europei che pullulano in Europa adottano questi concetti e li utilizzano per presentarsi agli elettori. Come spiegare a un uomo dell’epoca dei Lumi, dirottato per errore nel nostro mondo, che il modo più semplice per non sbagliare nell’urna è fuggire a gambe levate davanti a qualunque partito che prometta democrazia, libertà e progresso? Presentarsi disarmati sul campo di battaglia: ecco il dramma, ecco tutta la profondità della sconfitta degli illuministi e cosmopoliti di oggi. Anziché promettere paradisi lontani e astratti a una platea di elettori disincantati, ripetendo per l’ennesima volta, senza convinzione, le stesse formule del passato, dovrebbero riscattare le proprie idee dai loro nemici, e lottare senza quartiere per dotarle di contenuti reali. Ma per farlo dovrebbero credere in esse con convinzione almeno pari a quella simulata dai loro avversari. Siamo nel 2017, ma sembra di essere nel 1917.
(l’autore è opinionista del quotidiano El País)
José Torreblanca.




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POLITICA
2 gennaio 2017
RAGIONANDO SULLA TURCHIA
La comprensione della politica turca è in questo momento particolarmente difficile. Gli stessi osservatori internazionali sottolineano come la politica estera di Erdogan sia ondeggiante, contraddittoria e, a conti fatti, irritante anche per chi, fino a non molto tempo fa, è stato suo alleato. Così si possono soltanto fare considerazioni molto generali. 
L’inerzia dei Paesi è spesso maggiore di quanto non si pensi. Questa tesi è stata magistralmente dimostrata, per quanto riguarda la Francia prima e dopo la Rivoluzione, da Alexis de Tocqueville, in “L’Ancien Régime et la Révolution”. La Turchia fu salvata dal declino e dalla peste dell’immobilismo islamico da quell’uomo della provvidenza (nella specie Allah) che si chiamava Atatürk. Dopo questa cura da cavallo, si sarebbe reputata impensabile la svolta islamista che ha portato e mantenuto al potere Recep Erdogan e il suo partito, e tuttavia è ciò che è avvenuto. Ma se quasi un secolo di kemalismo non ha reso la Turchia laica, siamo sicuri che quindici o venti anni di simil-teocrazia riporteranno la Turchia alla forma mentis ottomana?
Quanto più sembrano totali, tanto più i ribaltamenti sono ingannevoli. Se nella Turchia laica non tutti pensavano che l’Islàm dovesse star lontano dalla vita pubblica, probabilmente è improbabile che oggi la totalità dei turchi pensi che ci debba essere coincidenza fra potere politico e potere religioso. E come Erdogan è riuscito ad ottenere una brusca sterzata verso la religione, domani ci potrebbe essere una brusca sterzata verso il laicismo. Soprattutto dopo che una popolazione che non ne aveva mai fatto esperienza avrà toccato  con mano che cosa significa confondere politica e religione.
Il comportamento di Erdogan inoltre lascia perplessi per molti versi. Innanzi tutto si comporta come un dittatore. Lo fa appellandosi alle necessità determinate dal fallito putsch militare, ma in primo luogo quell’episodio lascia perplessi. È stato organizzato troppo male, ed è stato troppo utile ad Erdogan, per non porsi la domanda: “cui prodest”, a chi è utile? Criterio fondamentale nelle indagini criminali.
In secondo luogo, l’inusitata, esagerata, sproporzionata durezza della reazione governativa non si è limitata a punire i nemici, ha trasformato in nemici acerrimi molti che magari non lo erano, probabilmente fino a spaccare un Paese costretto al silenzio, ma i cui sentimenti non possono essere repressi. Erdogan ha dimenticato una lezione di cui gli antichi romani erano i migliori maestri, e cioè che se è utile vincere, può essere dannoso stravincere. Gli stessi americani si sono molto pentiti di avere smantellato l’esercito irakeno: infatti, quando ne hanno avuto di nuovo bisogno, si sono accorti che non c’era più. Per non parlare dei sovietici che prima sono riusciti ad invadere tutta l’Europa dell’Est, e poi sono riusciti a farsi odiare, perdendo la pace, dopo aver vinto la guerra. Erdogan ha seminato molto vento, e non è detto che gli servirà a gonfiare le sue vele.
In politica interna, i suoi errori sono coperti da una polizia e da carceri che riescono a fare paura, ma in politica internazionale è difficile che la realtà gli faccia sconti. Fuori dai suoi confini egli conta quanto la sua credibilità e il suo esercito, e soprattutto in materia di credibilità ha un bilancio da disastro. 
Prima ha sostenuto lo Stato Islamico in modo indecente, fino a rendersi complice dei crimini di Al-Baghdadi. Tutti coloro che volevano andare a combattere per il “Califfo” passavano liberamente attraverso la Turchia. Lo Stato Islamico aveva difficoltà a vendere il suo petrolio ed Ankara glielo comprava. Finche le colonne di autobotti non furono prima fotografate (e per aver pubblicato le foto un giornalista finì in carcere) e infine distrutte da un devastante raid aereo. 
Per qualche tempo la Turchia è apparsa come il principale sponsor delle ragioni dei sunniti contro i governanti alawiti di Damasco e contro gli sciiti in generale, fino ad arrivare all’idiozia di accollarsi la responsabilità dell’abbattimento di un aereo da caccia russo, seguito dal linciaggio di uno dei due uomini dell’equipaggio.
Ma poi ecco che improvvisamente Erdogan, magari dopo aver visto che il carro del vincitore andava in un’altra direzione,  cambia politica. I russi non sono nemici, sono amici. Con gli sciiti si può collaborare. Lo Stato Islamico è criminale. Ai russi si può chiedere scusa per l’abbattimento dell’aereo e li si può implorare di mandare di nuovo i loro turisti a fare i bagni ad Adalia. E soprattutto ci si può alleare militarmente con loro per combattere contro i ribelli e sostenere Bashar el-Assad. 
Ad ammettere che questo voltafaccia abbia un senso, siamo sicuri che tutti lo capiscano, in quel teatro di operazioni?  Se Erdogan si crede furbo e spregiudicato, è perché non conosce la storia d’Italia. Anche noi siamo stati ripetutamente furbi e spregiudicati, ancora nella Seconda Guerra Mondiale, ma qual è stato il risultato? Meglio non parlarne, per carità di patria.
La chiave di tutti i misteri turchi potrebbe essere la limitatezza intellettuale di Erdogan e il suo incerto equilibrio mentale. Questa tesi forse è azzardata, ma non è assurda. Hitler forse non avrebbe avuto il successo che ha avuto se fosse stato un uomo equilibrato. Per essere un trascinatore di folle non è necessario essere dei geni, basti pensare a Beppe Grillo. Insomma la seria positiva, sulla roulette di Erdogan, non è detto continui.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it
2 gennaio 2017




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POLITICA
1 gennaio 2017
UOMINI E CHIERICI
Ogni tanto gli intellettuali si dànno di gomito. Buttano lì un paio di parole che sono arabo per la maggior parte delle persone normali, e stanno ad aspettare l’occhiata d’intesa del collega, mentre gli altri hanno l’aria smarrita di chi non ha capito che cosa c’era da ridere nella barzelletta. Parlo del “nodo di Gordio”, delle “colonne d’Ercole”, del “rasoio di Occam”, della “canna di Pascal”, della “banalità del male” della Arendt e a tante altre citazioni, spesso oltremodo banali, che hanno soltanto il pregio di essere ignote ai più. 
Una volta ho visto un grosso libro inglese di citazioni il quale aveva in esergo (altra pregevole parola, se volete fare bella figura) questa richiesta: “Non citare, dimmi quello che hai da dire”. Anche se non so più di chi sia questa citazione.
Queste variazioni sul tema possono venire in mente a chi si è sentito citare disinvoltamente “Il tradimento dei chierici”, e si è trovato in obbligo di far di sì con testa, perché veramente sembrava cadere a proposito, nel contesto. Ma tuttavia è poi rimasto a chiedersi: ricordo bene? Non è che per caso ho approvato una citazione sbagliata, come “Eppur si muove”, che Galileo non disse mai, o come “Elementary, Watson”, che non si trova in nessun libro di Conan Doyle?
Così sono andato a vedere su Wikipédia francese. “Il tradimento dei chierici”, cioè il tradimento degli intellettuali, è un’opera di Julien Benda, del 1929, il quale, secondo le parole dell’enciclopedia (che traduco) “rimproverava agli intellettuali di aver lasciato il mondo del pensiero disinteressato e dei valori astratti e senza tempo per darsi alla battaglia politica – e questa era un’arringa contro l’adozione da parte dei ‘chierici’ delle ‘passioni politiche’ di razza, nazione, classe o partito, cioè a dire l’antisemitismo, la xenofobia, il nazionalismo, il militarismo, il nazionalismo ebreo, il ‘borghesismo’, il marxismo e così di seguito, a destra e a sinistra”.
La questione è naturalmente più complessa di così, ma ciò che m’interessa è altro. Premesso che la penso interamente come il Benda del 1929 (in seguito cambiò opinione) ciò che non mi convince è il concetto stesso di “tradimento”. 
Il tradimento è costituito dal venir meno alla parola data, dall’essersi comportati in maniera gravemente incoerente, magari per interesse, insomma dall’essere passato al nemico. Ma gli intellettuali non hanno firmato nessun contratto, con gli ideali. Molti di noi vorrebbero, per la stima che amerebbero avere di loro, che essi fossero al di sopra delle basse passioni, per non parlare degli interessi. Ma che cosa mai ci ha indotti ad avere quella stima, se non le nostre proprie illusioni? Se vogliamo avere una così alta considerazione degli intellettuali è segno che preferiamo idealizzarli che osservarli. Perché, se invece cedessimo all’evidenza, avremmo difficoltà a distinguerli dalle prostitute.
Tutta la “Trahison des clercs” riposa su un equivoco. Studiare non corrisponde a divenire moralmente migliori, più equilibrati, più disinteressati. Corrisponde soltanto a sapere qualcosa di più del volgo. Ma per il resto gli intellettuali non sono né più nobili, né più intelligenti né più coraggiosi del popolo. Ecco perché sono pressoché regolarmente servi del potere. Se per avere una cattedra, una pubblicazione, una medaglia, bisogna essere proni a chi comanda, gli intellettuali - per quella pubblicazione, per quella cattedra, per quella medaglia - venderebbero la loro madre.
Nessuna “Trahison des clercs”, dunque. Soltanto la trahison dell’idea che Benda aveva di loro. Basta non farsi illusioni e la trahison non c’è più. Soltanto così potremo leggere a ciglio asciutto che quasi tutti gli intellettuali comunisti del Secondo Dopoguerra sono stati prima fascisti. E soltanto così potremmo immaginare quanti intellettuali comunisti si sarebbero ridichiarati fascisti, se il fascismo avesse riconquistato il potere.
Nel film “La Grande Guerra”, diretto di Mario Monicelli, due disgustosi tangheri (nel film Vittorio Gassman e lo specialista dell’uomo infimo, Alberto Sordi) dopo essersi mostrati spregevoli, affrontano la morte per non tradire i compagni. Poco m’importa il resto della loro esistenza. Saranno stati stupidi e ignoranti lungo tutto il corso della loro vita, ma si sono dimostrati veri uomini quando hanno scelto di morire. Ecco due veri eroi. 
Se Benda ha usato il termine “clercs”, chierici, è perché nel Medio Evo gli unici che studiavano erano i religiosi. Infatti dovevano conoscere il latino per entrare in contatto con i testi della Chiesa e dire messa. E così chierici passò a significare “persone colte”. Ma questa distinzione riguarda soltanto la cultura ed è tristemente medievale. Mentre i romani distinguevano soltanto homines e viri, uomini e veri uomini. E soltanto da questi ultimi ci si aspetta che non tradiscano.
Gianni Pardo, giannip.myblog.it,.
1 gennaio 2017 




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POLITICA
31 dicembre 2016
GENTILONI DE LI CAPRETTARI
Io non so quale sia l’umore di Hillary Clinton, in questo momento. Ma probabilmente sarà pessimo. Gli ambiziosi non vivono dei traguardi raggiunti, ma di quelli da raggiungere. E quando non hanno più speranze per il futuro, la loro esistenza non ha più senso. 
Un momento analogo, anche se infinitamente meno grave, starà vivendo Matteo Renzi. Da che il suo musetto sbucava da ogni televisione, a qualunque ora del giorno e della notte, ecco che è assente come fosse un cittadino qualunque. Un paio di mesi fa mi chiedevo come potesse non porsi il problema della crisi di rigetto che poteva provocare negli spettatori, e forse la spiegazione era che, per un ambizioso, l’applauso del pubblico non è mai né eccessivo né troppo frequente. 
Il caso di Renzi è tuttavia diverso da quello di tanti altri – in primis Hillary Clinton – perché è relativamente giovane, e per così dire può ancora provarci. Infatti, riguardo al suo futuro, bisognerebbe fare previsioni per i prossimi trent’anni, ed è  impresa che scoraggerebbe anche la Pizia.
Per quanto riguarda l’attualità, tuttavia, ci si possono già porre delle domande. Come mai sembra sparito dalla scena? E Gentiloni sarà soltanto uno che sta lì per tenergli caldo il posto?
Riguardo alla prima domanda bisognerebbe sapere se Renzi in questo periodo stia rifiutando i contatti con i giornalisti (ma nessuno di loro ha scritto una cosa del genere, che io sappia) o se siano i giornalisti che lo considerano ininfluente sugli avvenimenti correnti. È vero che molto dipende da un possibile (ma estremamente improbabile) accordo dei partiti su una nuova legge elettorale, prima che la Corte Costituzionale dica la sua sull’Italicum; è vero che molto dipende dalla natura della legge che la Corte lascerà in vita, nel senso che sia o no immediatamente applicabile, ed altro ancora: ma come mai non vanno a chiedere il suo parere, al riguardo? Non potrebbe dire certo parole d’oro, ma forse dicono parole d’oro, tutti quelli che ne scrivono sui giornali? Insomma, la perplessità è giustificata.
Più interessante è discutere del futuro di Gentiloni. La cosa più allarmante, di quest’uomo, è il fatto che sembra timido e inoffensivo. Persino un personaggio come Mario Capanna, che non metteremmo alla pari né di Dante né di Machiavelli, l’ha a suo tempo considerato una mezza calzetta. Chi è timido e inoffensivo non diviene nemmeno amministratore di condominio. e invece lui, senza farsi notare, è diventato ministro degli esteri. Dunque il nostro Paolo non è da prendere sottogamba. Forse bisognerebbe invece discutere se il miglior modo per affermarsi nel mondo della politica sia quello di irrompere sul proscenio facendo roteare la scimitarra, come Matteo Renzi, o facendo finta di non essere nessuno. 
In un film a episodi, “Signore e signori, buonanotte”, Luigi Magni diresse quello in cui il cardinale Felicetto de li Caprettari (Nino Manfredi) per dieci anni si fa credere morente, ottenendo infine di essere nominato “papa di transizione”. Invece stava benissimo, e subito dopo la proclamazione fece decapitare i cardinali che, più di altri, a forza di assassinii, avevano brigato per quel posto. Anche l’umiltà, la modestia, ed altri atteggiamenti rassicuranti, sono vie per arrivare in alto.
E c’è l’importanza del ruolo. In un altro film, un detenuto qualunque, per aiutare la Resistenza, si fa passare per il Generale della Rovere, e interpreta questa parte tanto fedelmente, da sacrificarle la vita. Ciò si verifica quando l’abito è la rappresentazione visiva di un grande dovere, che si può sposare fino all’eroismo. 
In questo campo il miglior esempio l’ha dato Thomas Becket che, compagno di bisboccia di Enrico II, quando da questi viene nominato primate d’Inghilterra, diviene un tale fedele difensore della Chiesa, che il re alla fine lo fa uccidere. È l’argomento di “Assassinio nella Cattedrale”, di Thomas Eliot, e di “Becket e il suo re”, di Jean Anouilh, da cui fu tratto un indimenticabile film con Richard Burton e Peter o’ Toole.
In altri termini, anche ad essere perfettamente sincero nella sua amicizia per Matteo Renzi, nel momento in cui si troverà a scegliere fra ciò che crede l’interesse della Patria, e ciò che gli chiede il suo amico, siamo sicuri che sceglierà il legame personale? Quale storico mai glielo perdonerebbe, se prendesse coscientemene la decisione sbagliata, soltanto per non dispiacere al suo predecessore?
Del resto – se pure presentate su un drappo di velluto - le avvisaglie ci sono già. Gentiloni ha detto che un governo rimane in carica finché ha la fiducia delle Camere, ed anche che esso è rovesciato “quando demerita”. Ovvietà, naturalmente, ma provate  a ribaltarle: “Non me ne vado volontariamente e se opero bene rimarrò qui fino alla fine della legislatura”. 
Non abbiamo finito di assistere a questo film della storia, che non finisce mai, 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 dicembre 2016




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29 dicembre 2016
LA COINCIDENZA CHE PARALIZZA
Da anni, in un crescendo tanto surrettizio quanto implacabile, l’intervento della magistratura è stato sempre più invasivo. Tempo fa, gli inquirenti sembrarono perseguitare soprattutto una fazione politica, ed anzi un solo uomo, Silvio Berlusconi. Era già abbastanza scandaloso, ma in seguito questa intrusione si allargò a tutti i fenomeni in cui si poteva riscontrare un “côté” giuridico, finché è finita che alcune leggi sono state completamente stravolte, altre ribaltate (per esempio in materia di procreazione assistita) e anche oggi molte decisioni che avremmo ritenuto di esclusiva competenza del legislativo, per esempio le leggi elettorali, sono passate nelle mani di questi funzionari togati. Professionisti tanto onnipotenti quanto irresponsabili.
Probabilmente il fenomeno ha avuto la sua causa nascosta nel disgusto del popolo per i politici, giudicati in blocco degli incapaci, ad andar bene, o più semplicemente dei ladri. Ma qui non importa stabilire quanto sia giustificata questa condanna, e quanto qualificato sia il popolo ad emetterla. Importa soltanto che alla base di tutto c’è una diffidenza totale nei confronti di chi ha il potere. Così istintivamente si ricorre ad un’autorità superiore, astratta, non corrotta e neutrale, cioè la legge scritta. E naturalmente, per la sua applicazione, al magistrato ritenuto per sua natura colto, onesto, imparziale ed estraneo alla materia del contendere. Infatti la gente ignora che anche la giustizia cammina sulle gambe degli uomini.
Questo schema – nato dalla scoperta della corruzione, cioè dell’acqua calda, al tempo di “Mani Pulite” – nasce dalla perniciosa illusione che si possa condensare la vita in un codice. Se fosse vero si potrebbero abolire il Parlamento, e la democrazia, lasciando che il Paese sia guidato da un “Regolamento” che ha previsto ogni ipotesi, una volta per tutte, tanto che rimane soltanto il compito di sbattere in galera chi ne viola il minimo comma.
Si dimentica che il potere esecutivo è diverso dal potere legislativo proprio perché, mentre quest’ultimo non si occupa di minuzie, l’esecutivo, in tutte le sue infinite ramificazioni, è chiamato ad occuparsi della realtà nelle sue mille sfaccettature. Magari imprevedibili nel momento in cui fu emanata la norma che regola la materia.
Nella realtà, se invece del bene della nazione ci preoccupiamo in primo luogo di “arrestare i mariuoli”, come si disse negli Anni Novanta, e se moltiplichiamo regolamenti e controlli, da un lato freneremo l’azione dell’Amministrazione, dall’altro allungheremo i tempi e moltiplicheremo i costi. Per non dire che – quando la legge è minuziosissima – si finisce col punire anche chi ha agito in buona fede: col risultato che molti galantuomini esiteranno a mettere una firma dovuta, bloccando l’iter di un’azione utile alla collettività. E non si può nemmeno dire che siano stupidi. Qualche pubblico ministero, in base a qualche legge dimenticata, potrebbe sempre reputarli colpevoli di qualcosa. 
Si direbbe che in Italia si siano realizzati un paio di contrasti tanto inverosimili quanto dannosi. Il primo luogo abbiamo una legislazione così impegnata a combattere la corruzione da riuscire a paralizzare l’azione dell’Amministrazione, mentre non elimina lo stesso la corruzione. In secondo luogo si ha una diffidenza così grave nei confronti dei politici, da consegnare troppo potere ai magistrati, dimenticando che mentre almeno i politici sono responsabili di fronte all’elettorato, i giudici non sono responsabili di fronte a nessuno. Tanto che possono porre in atto attività sostanzialmente politiche, magari nocive, senza pagare pegno.
Il massimo contrasto è comunque fra la richiesta di una straordinaria moralità nei personaggi pubblici, da parte d’un popolo che non è più morale di loro. Troppi impiegati pubblici – e sono milioni – battono fiacca. Troppi firmano il registro di presenza e vanno a fare gli affari loro. Troppi profittano, nella misura in cui possono, del loro “posto” statale, ed hanno, nel loro piccolo, gli stessi vizi che vorrebbero vedere puniti nei politici. I quali politici, del resto, vengono dal popolo, non dalla Luna. 
La volontà del popolo di continuare a fare i propri comodi, anche contro la legge e il buon senso si vede nel fatto che esso si è dato delle norme che lo proteggono in tutti i casi. I sindacati infatti hanno difeso anche quegli impiegati dell’aeroporto che frugavano nei bagagli dei viaggiatori per rubare ciò che valeva qualcosa. Gli stessi magistrati del lavoro, facendosi eco della volontà popolare, sono pregiudizialmente a favore dei dipendenti e contrastano appena possono tutti i provvedimenti disciplinari, e si oppongono anche a licenziamenti a volte più che ragionevoli. Il popolo si organizza per evadere le tasse, fin dove può, e poi invoca Dracone per gli evasori. Che sono sempre gli altri. In queste condizioni, che speranze vogliamo avere? 
Non è un pessimismo di facciata. È che nel nostro caso c’è coincidenza fra il moralizzatore, cioè il popolo, e chi ha bisogno di essere moralizzato, cioè lo stesso popolo. Se c’è un immenso conflitto d’interessi, nel nostro Paese, è questo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
29 dicembre 2016




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POLITICA
28 dicembre 2016
"NOI" E "LORO". MEGLIO "IO"
Una delle pulsioni fondamentali dell’uomo è la paura. Ed è benedetta, perché senza di essa chissà in quali guai ci metteremmo. 
La paura - l’aspetto emotivo dell’istinto di conservazione - si manifesta in particolare quando siamo soli. Se di notte mi accorgo di star percorrendo a piedi una strada non illuminata, ho paura. Sono sicuro che, se soltanto mi attaccano in due, non sarò in grado di difendermi. Mentre se siamo in tre, forse rideremo e scherzeremo. “Io” ha molto più paura di “noi”. 
Non c’è da stupirsene. L’uomo è un animale sociale e nella solitudine non è a suo agio. Inoltre “io” ho forse torto, “noi” abbiamo certamente ragione. Anche se il fatto di darcela reciprocamente non dimostra nulla. E c’è di più. Se “noi” abbiamo ragione, ci sono dei “loro” che hanno torto. A volte a tal punto che gli muoviamo guerra, per sterminarli.
Da giovane mi accorsi che questo meccanismo in me funzionava male. Mentre in molte situazioni mi chiedevo che cosa dovessi fare, mi accorgevo che gli altri sembravano sempre saperlo. La spiegazione che mi detti allora fu che in ognuno di noi coabitano un “io personale”, quello che decide di testa sua, e un “io impersonale”, il quale si comporta come farebbe chiunque altro. Io, constatai,  “soffrivo di un’insufficienza di io impersonale”. E così risultavo imprevedibile, balzano, o semplicemente, come dicevano i miei coetanei, “un pazzo”.
L’io impersonale cementa il gruppo, lo conferma nei suoi schemi mentali, trasforma le abitudini in imperativi ed offre dei vantaggi. Chi si comporta come tutti non rischia critiche. 
Ci sono campi in cui addirittura si esagera. Alcune regole della buona educazione assurgono a norme talmente severe, che la gente si preoccupa di non seguirle abbastanza fedelmente. “Ho degli ospiti a cena. Il cucchiaio va a destra del piatto, mi hanno detto, ma a destra o sinistra del coltello? In che ordine vanno messi i bicchieri? Quale va a destra, quello dell’acqua o quello del vino?” Sono problemi insulsi, eppure ci sono interi libri, su questi argomenti, e quelli che si preoccupano non hanno tutti i torti: infatti c’è chi ride di chi ha messo le forchette con i rebbi verso il basso.
Il gregge è rassicurante per i membri, e ostile agli altri. Ecco perché, se si vuole la pace, bisogna evitare la presenza, in una determinata società, di persone che per qualche verso sono “loro”. Ciò potrebbe infatti innescare una guerra. Fiamminghi e valloni sono da secoli vicini di casa, ed ora anche connazionali, ma i fiamminghi sono “loro” per i valloni, come i valloni sono loro per i fiamminghi. E contro questa frattura non c’è rimedio. Né vale l’esempio della Svizzera, dove pure i “loro” sono numerosissimi: perché quel Paese, pure minuscolo, è talmente montagnoso che i “noi” hanno ben pochi rapporti con i “loro”. Se Zurigo fosse metà tedesca e metà francese, le cose andrebbero diversamente. Anche se è vero che tutti sono riuniti sotto la superiorità di un “noi”, l’essere svizzeri. Ma per favore non confondete i cantoni.
Il “noi” è una delle caratteristiche negative dell’umanità. È la radice dell’intolleranza, dei pregiudizi, dell’odio razziale, di molta parte delle distinzioni sociali. Esercita una pressione talmente forte,  che a volte chi ne sarebbe immune è costretto ad adottarne i moduli. Magari per semplice legittima difesa. Un ebreo che sia sopravvissuto ai campi di sterminio merita qualche comprensione, se odia i tedeschi.
Bisogna coltivare il proprio io personale, e guardare con sospetto il proprio io impersonale. Perfino il sorriso di complicità di chi ci considera parte del suo “noi” è pericoloso. Rischia di falsare il giudizio fra le nostre ragioni e quelle degli altri.
Il nostro sforzo di porci al di sopra delle fazioni incontra un limite naturale: noi non ce l’abbiamo con loro, ma se “loro” ce l’hanno con “noi”, allora right or wrong, my country, come diceva quello. Se tu mi vuoi uccidere, io uccido te senza scrupoli. Non per quello che sei, ma per quello che vuoi fare a me.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 dicembre 2016




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POLITICA
27 dicembre 2016
IL NUMERO DI RENZI
Il futuro è un giocattolo meraviglioso, per chi ama l’enigmistica. Ci si cimenta con un problema molto difficile, e la ricompensa è esclusivamente la riuscita. Mentre se non si riesce non se ne fa certo un dramma: si è comunque passato il tempo. È in questa chiave che è interessante occuparsi del futuro di Matteo Renzi, naturalmente mettendo in chiaro che quel futuro non lo conosciamo noi, e non lo conosce neppure lui.
Quando comparve sulla scena, non suscitò nessun entusiasmo. Era soltanto un giovane in carriera, abile e felpato, molto addentro al mondo della politica. Sembrava qualcuno che difficilmente si sarebbe messo a correre, ma ancor più difficilmente si sarebbe fermato. E infatti Andreotti non s’è mai si fermato, fino all’estrema vecchiezza. Dentro o fuori dalla vita attiva, rimase ironico, sottile, pieno di humour. Evidentemente intelligente e tuttavia mai sopra le righe. Si sarebbe detto che giocasse a mostrarsi da meno di quello che era. Quell’umiltà, quella semplicità avrebbero dovuto farlo apparire uno che appena “se la cavava”, uno che “tirava a campare” (“sempre meglio che tirare le cuoia”), mentre in realtà nascondevano armi capaci di abbattere giganti. Lui che diceva che “il potere logora chi non ce l’ha”, dimostrò che non fu logorato neanche dai lunghi periodi in cui ne fu privato.
Il viaggiatore un po’ imbecille che in aereo si fosse trovato per caso a sedere accanto al simpatico Gino Bramieri forse avrebbe ceduto alla tentazione di chiedergli: “Me la racconta, una barzelletta?” Perché per lui Bramieri era “quello che racconta barzellette”. Il suo numero era quello di far ridere. Andreotti invece non era di quelli che sono obbligati – come Cacciari, come Mughini, e come tanti altri – ad “eseguire il numero”. Era troppo complesso per essere ripetitivo.
Volendo collocare Matteo Renzi in questo quadro, ci si accorge che, purtroppo per lui, è uno di quelli da cui ci si aspetta sempre lo stesso tipo di prestazione. È un po’ come Sgarbi che, se non si indigna, se non insulta qualcuno ripetendo: “capra, capra, capra!”, ci induce quasi a chiedere indietro il prezzo del biglietto.
Renzi, almeno come immagine, è un innovatore radicale. Ed è questo che deve sempre fare. Purtroppo, mentre chi racconta barzellette può sempre raccontarne una nuova, l’innovatore in canna ha un solo colpo. Se ci ha provato per tre anni, a cambiare tutto, e poi si ripresenta con lo stesso programma, o si pensa che non ne sarà capace, perché diversamente l’avrebbe già fatto prima, o si pensa che magari ci proverà di nuovo. Certo la prima volta non ce l’ha fatta. Strada in salita.
I cambiamenti radicali non avvengono soltanto perché un uomo li vuole: è necessario che congiurino molti fattori, spesso da lui indipendenti. Atatürk non avrebbe potuto rivoluzionare la Turchia se essa non fosse stata profondamente umiliata ed estremamente bisognosa di un riscatto. Per quanto riguarda l’Italia e Renzi – che sia o no colpa sua, e probabilmente non lo è – oggi gli italiani non stanno meglio di come stessero tre anni fa. E lo stesso vale per le promesse. Se se ne fanno di magnifiche e grandiose, fino a renderle una parte essenziale del proprio “numero”, poi il dilemma diviene amaro: o se ne fanno di ancor più grandi e ancor più grandiose, ammesso che ne esistano, col rischio dello scherno, o si viene meno alle aspettative del pubblico. 
Ecco il problema di Renzi. È un politico di razza: manca di scrupoli, è spietato, è risoluto, è vigoroso, ha un’ambizione sconfinata. Dunque è inverosimile che abbandoni la vita politica. Ma ha scelto un numero difficile da presentare per molto tempo. Naturalmente tenterà di ritornare, e tenterà di farlo ai massimi livelli: ma sarà in grado di cambiare copione? 
Tutti sanno che gli attori comici sono all’occasione eccellenti attori tragici. Infatti è più facile far piangere che far ridere. E tuttavia il comico che, anche con grande successo, fa un’incursione nel tragico (per esempio Aldo Fabrizi in “Roma città aperta”, di Rossellini) vive soltanto un episodio della sua carriera, dopo il quale è costretto a tornare al suo normale repertorio. Renzi, per il suo ritorno, potrebbe dunque avere più difficoltà del previsto. Fra l’altro perché si è fatto una tale quantità di nemici che la metà basterebbe. E tuttavia, mai dire mai. Se veramente riuscisse a decodificare gli errori commessi, se riuscisse ad elaborare un migliore programma, e se la fortuna l’assistesse, per questa Italia disastrata potrebbe anche rappresentare un’autentica speranza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
dicembre 2016




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POLITICA
26 dicembre 2016
IL PRINCIPIO DI PETER NON STA IN PIEDI

A partire dal 1969, lo psicologo Laurence J.Peter si è reso famoso nelmondo per avere formulato, fra il serio e il faceto, il seguente “Principio diPeter”: “ In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al propriolivello di incompetenza”. La tesi è efficacemente chiarita da Wikipedia nelmodo che segue: “i membri che dimostrano doti e capacità nella posizione in cuisono collocati vengono promossi ad altre posizioni. Questa dinamica, di voltain volta, li porta a raggiungere nuove posizioni, in un processo che si arrestasolo quando accedono a una posizione poco congeniale, per la quale nondimostrano di possedere le necessarie capacità: tale posizione è ciò che gliautori intendono per «livello di incompetenza», raggiunto il quale la carrieradel soggetto si ferma definitivamente, dal momento che viene a mancare ogniulteriore spinta per una nuova promozione”.

In altri termini, l’impressione che un po’ tutti abbiamo, che i grandicapi non siano all’altezza dei compiti loro assegnati, non è un’impressine: èuna fatale realtà. Infatti – sostiene Peter – se si dimostrassero eccellenti,in quella posizione, sarebbero promossi ad un incarico superiore. E se sono lì,è perché non si sono dimostrati eccellenti.

Se la tesi non fosse stata brillante, non avrebbe ottenuto rinomanzamondiale. E tuttavia, è fondata?

Abbiamo cento operai. Essi non possono essere inferiori alla mediaperché la media è dedotta dall’esame delle prestazioni di quei cento operai. Odi tutti gli operai in generale, ma poco cambia. All’interno di quei cento cene saranno ottanta normali, dieci sotto la media e dieci sopra la media. Ilrisultato generale rimane invariato. Immaginiamo ora che di ogni centolavoratori se ne debbano scegliere dieci per incarichi superiori. Per esempiocaporeparto. L’ideale sarebbe che si scegliessero i dieci migliori, ma ciò nonsempre avviene. Ammettiamo che se ne  scelgano nove fra i dieci migliori e uno fragli altri. Avremo dei “dirigenti” la cui media, ancora una volta, corrisponderàal valore medio dei dirigenti di quella fascia.

Suddividendo questi dirigenti per valore, secondo la stessa curva diGauss sopraccennata, ne avremo uno fra i peggiori (che sia quello che nonmeritava la promozione o un altro) e nove normalmente competenti per quellavoro. E così, dovendo procedere ad ulteriori promozioni, si sceglie quelloche si considera il migliore dei nove. Il meccanismo non cambia. Ma tutto ciò nonprova il principio di Peter ed anzi lo smentisce. Infatti non è vero che ognunosi ferma al livello della propria incompetenza. Infatti questa incompetenza non riguarda le funzioni che ognuno svolge, maquelle che svolgerebbe se fosse promosso. E non tutti sono promossi. Ilconcetto merita di essere ulteriormente chiarito.

. Ripartendo dai cento operai iniziali, dopo la promozione di dieci diloro non è che gli altri ottanta divengano di botto incompetenti: al massimo lamedia si abbasserà del 9%, mentre il principio di Peter sosteneva che “tutti”sono al livello della propria incompetenza. Una volta che (da mille operai, peresempio) si hanno cento “promossi” ancora una volta avremo la divisione inottanta normali, dieci over e dieci under. E gli sono sufficientementecompetenti per le funzioni che esercitano.

Il principio di Peter esigerebbe che tutti fossero perfetti, nel lorolavoro, mentre gli uomini sono soltanto umani. La qualità media degli operai èla qualità media degli operai, e la qualità media dei dirigenti è la qualitàmedia dei dirigenti. Non è più complicato di così.

Al massimo possiamo accettare che – data una percentuale costante dipromossi fra quelli che non lo meritavano – avremo in ogni gruppo dirigente unapercentuale costante di persone che non meritano il posto che hanno. Vero. Maciò non stupisce e lascia non soltanto la libertà di sperare che nove su diecisiano sufficientemente competenti per quello che devono fare, ma perfino che cene siano alcuni che meriterebbero un posto migliore. Cui magari sarannopromossi.

Non si può affermare, come fa Peter che, se i funzionari fossero capaci,sarebbero certamente promossi a funzioni superiori, e se non lo sono è perchésono degli incompetenti: se per caso i meritevoli di promozione sono dieci, e iposti superiori sono cinque, certamente ci saranno cinque iperqualificati perla funzione che continueranno a svolgere. Pensiamo ad un professore di liceo:per quanto possa essere geniale, un professore di liceo non può fare carriera.Se diventasse preside rischierebbe di scendere di livello (intellettualmente),esattamente da filosofo (poniamo) ad amministratore; e se tentasse di divenireprofessore d’università, essendo la nostra università organizzata come èorganizzata, non ci riuscirebbe. Perché da noi non si diviene professorinemmeno per chiara fama.

Insomma il “principio di Peter” non sta in piedi.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

Dicembre 2016

Ieri, per tutta la giornata, il Cannocchiale è stato inaccessibile. Badare alla scritta in rosso a destra, prendendo nota di quell'indirizzo e-mail. Il Cannocchiale funziona decisamente male.




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POLITICA
24 dicembre 2016
IL SALVATAGGIO DEL MPS
Lo Stato salva il Monte Paschi di Siena e riconosce che la condizione generale delle banche italiane è così florida, che il Parlamento, invece di stanziare soltanto i cinque miliardi che servono per salvare la banca toscana, ne ha stanziati venti, in previsione di altri naufragi.
Ci si può scandalizzare? Nient’affatto. Non soltanto l’Italia ha una lunga tradizione, quando si tratta di accollare allo Stato le passività dei privati, ma altri Stati, più importanti e pesanti di noi, come la Germania e gli Stati Uniti, hanno investito miliardi e miliardi per salvare qualche loro banca. Dunque, nihil novi.
Stavolta non ci si può neppure scandalizzare per il fatto che questi “risanamenti” siano operati a spese dei contribuenti, perché lo Stato si limiterà a fare ancora debiti. Tanto, abbiamo circa 2.300 miliardi di debiti, che volete che siano venti di più? Saranno venti di più che non rimborseremo, come gli altri. Ché anzi, perché non aboliamo il fisco e viviamo di debiti?
Negli Stati Uniti, quando c’è stata la crisi dei “subprime”, per prima cosa, in obbedienza ai principi dell’economia classica, il governo lasciò fallire la Lehman Brothers. Poi, spaventato, scese a più miti consigli e salvò il resto del sistema. A credito. E tuttavia pare che sia stato abbastanza abile per limitare i danni o addirittura non perderci, in qualche caso. L’operazione è infatti rimasta nel ricordo come una delle mosse di successo di Obama. Ma non altrettanto pare possa dirsi degli analoghi salvataggi operati in Germania e in altri Paesi e comunque – francamente – nessuno pensa che il nostro governo sia capace di risanare il Monte Paschi fino a renderlo produttivo e perfino a guadagnarci. 
Programmatico pessimismo anti-italiano? Semplice esperienza. L’America ha una cultura imprenditoriale diversa dalla nostra e una mentalità meno statalista. E tuttavia, se è vero che stavolta lo Stato non ci ha perso molto, è un miracolo. E i miracoli non sono la regola. Anche in Italia ne abbiamo avuto uno: il governo affidò l’Eni a Enrico Mattei perché lo liquidasse, e lui lo trasformò invece in un efficiente gigante petrolifero. Ma da noi la regola pressoché assoluta è stata che “nazionalizzazione” ha sempre significato “deficit cronico”. Anche i salvataggi formalmente “a spese dei privati”, sono stati dei disastri, basti pensare all’Alitalia.
È soltanto quando i regolamenti europei hanno posto un freno a questa panacea di Stato che è nato il problema di come salvare le grandi imprese decotte. Decotte ma con molti dipendenti, aventi peso politico: i piccoli possono anche schiattare. E ora il governo dice alle banche, con gli occhi umidi: “Noi vi aiuteremmo, ma non ce lo permettono”. Ed anzi, nel caso del Mps: “Non ce lo permettono, ma lo facciamo lo stesso. Eventualmente qualcun altro raccoglierà i cocci”.
Il problema è: l’Europa è sadica o ha ragione? Se un’impresa – qualunque impresa – stabilmente incassa meno di quanto spende, se cioè è tecnicamente fallita, o le condizioni di mercato sono cambiate talmente, che per quel tipo di impresa non c’è più posto, oppure essa è incapace di sopravvivere per ragioni sue. In ogni caso, bisognerebbe lasciarla fallire. È inutile operare un malato che si prevede morirà comunque entro un mese. È vero, a volte imprese in pericolo sono “rilevate” da altre imprese, più capaci dal punto di vista imprenditoriale, e ridivengono produttive. Ma lo Stato può pretendere di essere migliore amministratore dei privati? 
Non soltanto abbiamo constatato mille volte che in concreto non lo è, ma non lo è nemmeno teoricamente. Mentre l’impresa ha come unico scopo il profitto, lo Stato ha preoccupazioni etiche, sociali e politiche che non sempre si conciliano con la redditività. Dunque ogni nazionalizzazione si risolve in un peso sul bilancio pubblico. Non soltanto oggi rischiamo di versare cinque miliardi statali per salvare il Mps, ma rischiamo di doverne versare altri, in futuro, come del resto ne abbiamo già versati in passato. Il Mps è una banca che produce soltanto deficit.
L’Europa non ha ragione, ha mille volte ragione. Il fatto che abbia permesso dei salvataggi bancari in Germania, in Spagna e altrove, non prova affatto che prima abbia fatto bene. Al contrario dimostra che nella nostra epoca non ci si rende conto che accumulando errori non si arriva alla soluzione, si arriva soltanto ad un errore più grande. Noi in particolare accumuliamo debiti come se non esistesse il semplice concetto fisico di “punto di rottura” e forse, un giorno o l’altro, la realtà ci costringerà ad un ripasso scolastico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 dicembre 2016




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POLITICA
23 dicembre 2016
L'EROE IN GALERA
Non starò a descrivere le circostanze dell’uccisione del terrorista tunisino a Sesto San Giovanni. Mi interessa infatti soltanto un particolare sentito in televisione, poco dopo il fatto: Luca Scatà, il poliziotto siciliano, avrebbe sparato ad Anis Amri mentre costui, dopo avere ferito l’agente Cristian Movio, tentava la fuga. È proprio andata così?
Se la notizia è vera, ce ne fornirà la certezza l’autopsia dello sciagurato giovane. E purtroppo, se risultasse che Amri è stato colpito alla schiena, Luca Scatà sarebbe colpevole di omicidio volontario. 
Intendiamoci, Scatà ha schiacciato un verme velenoso; egli ha realmente diritto alla gratitudine della nazione, gratitudine che gli hanno espresso addirittura il Ministro dell’Interno e lo stesso Primo Ministro: ma nondimeno la sua azione costituirebbe un omicidio volontario.
Rimane lecito sperare che la notizia sia inventata. Che l’averla lanciata dimostri soltanto l’ignoranza, l’incoscienza e la superficialità di un giornalista. Cosa che non ci stupirebbe, vista la considerazione che abbiamo della categoria. Ma sarebbe lo stesso allarmante. Che egli se ne sia reso conto o no, le sue parole corrispondono a dare dell’assassino a un galantuomo, se la notizia non è vera. E se invece è vera - e come l’ho sentita io l’avranno sentita altri – essa procurerà al Paese una grana di non poco conto. 
Infatti il governo, per ragion di Stato, potrebbe essere tentato di tenere segreto il risultato dell’autopsia, in modo da non rendere pubblico il particolare “giuridico” dell’operazione. Infatti sa benissimo che l’intero popolo italiano insorgerebbe, vedendo processare “un eroe”. Un grosso problema avrebbero pure il ministro Minniti e lo stesso Premier, che avrebbero praticamente onori nazionali a qualcuno che poi viene licenziato dalla polizia e si condanna ad anni ed anni di carcere. 
Quel ch’è peggio, è che la nostra legislazione non offre scappatoie. E al riguardo può essere opportuno stabilire il parallelo fra il nostro concetto di legittima difesa e il concetto statunitense. Secondo il nostro codice, intanto si può uccidere qualcuno, in quanto questo sia, almeno presumibilmente, l’unico modo di salvare la propria o l’altrui vita. Invece, per esempio a New York, si può essere assolti per avere agito in preda ad un’emozione così forte, da togliere lucidità e senso di responsabilità. Dunque a New York Scatà quanto meno potrebbe essere assolto, in Italia no. Perché un uomo che fugge, se pure dopo avere sparato per uccidere, non mette in pericolo né la vita di chi gli spara né di nessun altro.
Brutta faccenda, veramente. È vero che il codice penale non è un decalogo dettato al legislatore sul Sinai, ma è un testo che la gente percepisce come il presidio dei più sacri principi. Sarebbe grave se l’intero sentimento della nazione andasse in una direzione e la sentenza della magistratura in un’altra.
E tuttavia, se quel giornalista non ha parlato a vanvera, non basterebbe nascondere i risultati dell’autopsia. In democrazia i fatti finiscono sempre col venire a galla. Fra l’altro, in un caso del genere le persone a conoscenza del fatto sarebbero tante, da non potere garantire la segretezza. Così, oltre alla cattiva figura di avere frettolosamente onorato e additato all’ammirazione della nazione un assassino, lo Stato rischierebbe l’accusa (fondata) di essersi servito del suo potere per ingannare i cittadini e proteggere il colpevole di un gravissimo reato.
Non mi era mai capitato di sperare tanto che il giornalista che ha fornito quella notizia sia un mitomane. E mai il mio pessimismo, riguardo a quella categoria di lavoratori, mi aveva dato tante speranze.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 dicembre 2016




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POLITICA
23 dicembre 2016
IL FASCINO DEL FOREIGN FIGHTER
Come è noto, “l’esercito” dello “Stato Islamico” (ma da ora ci risparmieremo le virgolette) per rimpolpare le sue file ha beneficiato di combattenti stranieri, inutilmente designati in Italia come foreign fighters. Questi volontari lasciano i Paesi d’origine e vanno a rischiare la vita in un posto sconsolato, prevalentemente desertico, agli ordini di selvaggi, per partecipare a degli orrori di cui magari un giorno si pentiranno, se nel loro cervello dovesse tornare la luce della ragione. E ci si può chiedere quale perverso meccanismo li spinga a tanto.
La spiegazione più ovvia è il fanatismo religioso. Gli integralisti musulmani dovrebbero essere pronti a sostenere con le armi lo Stato Islamico perché primo nucleo di quel Califfato che dovrebbe nascere, in obbedienza alla dottrina islamica, per poi conquistare e dominare tutto il Dar al-Islam. Il Dar al-Islam è quella parte del mondo in cui domina la vera fede. Con quale gioia dei governi attualmente al potere è facile immaginare. Ma non dovrebbe essere diversa la sorte degli altri territori. A Dar al-Islàm si contrappone Da al-hard, il territorio della guerra, dove l’Islàm non ha ancora trionfato, ma dovrebbe trionfare, in seguito ad una conquista militare. Non diversamente da come gli immediati successori del Profeta conquistarono il Vicino Oriente, l’Africa Settentrionale e la Spagna. Ecco perché sentiamo parlare di issare la bandiera del Profeta sul Vaticano.
Ovviamente si tratta di progetti inverosimili, ancorati a sogni di un millennio e mezzo fa, e tuttavia essi sono capaci di far partire dei ragazzotti disinformati da Stoccolma o da Lisbona, per andare a morire a Mosul o Al-Fallujah. 
La spiegazione del fenomeno potrebbe essere meno difficile del previsto. Durante le guerre ci sono i volontari e i richiamati, e naturalmente il numero dei primi diminuisce nel corso del conflitto, perché quando l’esperienza concreta della guerra irrompe nella realtà, gli entusiasmi si raffreddano. Ci sono le notizie che dànno i giornali, quelle che dànno coloro che tornano dal fronte - magari feriti nel corpo e nell’anima, quando non invalidi per tutta la vita - e c’è il dolore per quelli che dal fronte non tornano affatto. Come dice il proverbio, altro è parlar di morte, altro è morire.
Invece, su ciò che è realmente una guerra, i futuri combattenti stranieri per lo Stato Islamico non hanno notizie da nessuna fonte. I Paesi in cui si trovano sono in pace; essi stessi non hanno contatti con persone che quell’esperienza l’hanno già fatta, salvo gli stessi reclutatori; inoltre non hanno nessuna esperienza culturale, come l’avrebbero avendo letto Tucidide o, più semplicemente, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Dunque sul piano del realismo hanno una motivazione debole, e se la loro vita si fa veramente dura, possono sempre accorgersi che la guerra è una cosa sporca e in grande misura irriferibile; possono ricordarsi che non stanno combattendo per il loro Paese e soprattutto sono costretti a dirsi che non era questa la vita che si aspettavano. Se poi per giunta si annuncia una sconfitta, la tentazione di abbandonare la nave che affonda diviene pressante. E infatti il regime è severissimo con gli stranieri che pensano di andarsene. Li considera traditori e non gli fa certo sconti. 
Si sarebbe tentati di dire “peggio per loro!”, ma forse siamo di fronte ad una tragedia più generale. Tutti prendiamo delle decisioni senza essere in grado di valutarne le conseguenze lontane. Chi parte volontario in guerra potrebbe essere uno sciocco idealista, ma nel caso della scelta di un lavoro? Nel caso di un matrimonio? Non raramente i risultati sono molto lontani da quelli sperati. 
Forse dovremmo perdonarci per le scelte sbagliate che non potevamo sapere sbagliate, e batterci il petto per quelle in cui abbiamo ceduto alle nostre illusioni. E dire che la regola è semplice e chiara: nel dubbio, astenersi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 dicembre 2016

Colgo l’occasione per augurare Buon Natale ad amici e corrispondenti.
G.P.




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POLITICA
21 dicembre 2016
RENZI E IL BLIND
L’impressione, secondo quanto si sente in giro, è che Matteo Renzi, al pari di Matteo Salvini, dei Fratelli d’Italia, ed anche dei “grillini”, desideri le elezioni anticipate. Al più presto. Alcuni pensano che lo faccia perché teme che, se passa il tempo, rischia di sparire. Altri pensano che veramente crede di potere sfruttare quel 40% che ha votato “sì” al referendum. E qualcuno arriva addirittura a dire che ha brigato perché il governo apparisse come una fotocopia sbiadita del suo,  zavorrandolo per giunta con nomi – come quello della Boschi o di Lotti – che non sono di natura tale da aumentarne la solidità, proprio per renderlo transitorio. Si dice. Se negli ambienti di Roma e dei “giornaloni” siamo ai “si dice”, figurarsi quanto ne può sapere chi vive lontano e di politica non parla nemmeno con i suoi condomini. E tuttavia alcuni dati permettono di ragionare su queste ipotesi.
La prima perplessità è: quanto durerà il governo Gentiloni? È vero che, in un certo senso, questo governo è nato soltanto per fare un paio di cose e togliersi di mezzo. Ma è anche vero che proprio queste sue caratteristiche potrebbero renderlo inamovibile. Un governo “forte” suscita grandi speranze, ed anche grandi opposizioni, un governo debole fa meno ombra, e ognuno, prima di tentare seriamente di batterlo, si chiede che utilità ne trarrebbe.
Comunque, sarebbero gravemente sfavoriti i parlamentari di nuova nomina, perché perderebbero l’appetitoso “vitalizio” (la pensione di parlamentari): e, attenzione, di nuova nomina sono tutti gli appartenenti al M5S. Dunque, anche rispetto alla loro voglia di far cadere il governo, bisogna intendersi. Un grande partito d’opposizione non può che tendere a rovesciare l’esecutivo, dunque si può contare sulla sua richiesta di elezioni subito, ma non sulla sincerità del desiderio. I “grillini” potrebbero poi insistere per ottenere “una buona legge elettorale”. E passerebbero i mesi.
La condizione perché il M5S desideri veramente la caduta del governo, è la realistica possibilità di succedergli a Palazzo Chigi. Come sarebbe avvenuto se si fosse votato con l’Italicum e si fosse arrivati al ballottaggio col Pd. Ma, mentre Renzi e il Pd, quando pensavano di poterne beneficiare, si sono battuti a colpi di fiducia per fare passare questa legge, ora che hanno perso un bel po’ di ballottaggi con i “grillini”, i loro entusiasmi si sono molto calmati. E  probabilmente sono felici dell’inapplicabilità tecnica della nuova legge, perché ora abbiamo un Senato nella pienezza delle sue funzioni. Per non parlare della sentenza della Consulta. Dunque, per i “grillini”, niente Italicum, niente ballottaggio, niente possibile conquista del potere. La richiesta di elezioni subito potrebbe essere soltanto una facciata.
Gli altri partiti che dichiarano di voler andare alle urne lo fanno perché sono  all’opposizione, e non pesano molto, al riguardo. Mentre interessante è soprattutto il caso del Pd. 
L’idea che questo partito abbia in tasca i “sì” ottenuti al referendum pare assolutamente delirante. Come nel “no” sono confluiti i voti di personaggi assolutamente agli antipodi, anche nel “sì” ci sono stati centinaia di migliaia di voti di persone che il Pd non l’amano neanche in fotografia. Questa del 40% sembra una vanteria per farsi coraggio. Appare invece più verosimile il timore di Renzi di vedere appannata la sua immagine e la sua presa sul Paese, nel caso rimanga a lungo lontano dai riflettori. Ma gli conviene veramente, questo ritorno immediato sulla scena? 
Forse lui pensa che la gente abbia nostalgia del suo faccino in televisione, e invece gli italiani potrebbero ricordargli mille volte  che, durante la campagna per il referendum, lui ha detto che, se avesse perso, si sarebbe ritirato non soltanto dal governo, ma persino “dalla politica”. Non è facile che lo dimentichino due o tre mesi dopo il 4 dicembre. E questo particolare potrebbero ricordarglielo continuamente gli oppositori del suo stesso partito, i quali avrebbero invece voluto – con qualche ragione - che si dimettesse da Segretario. Altri si sono dimessi per sconfitte di minore gravità, e senza aver promesso prima passi indietro.
E comunque, per andare alle urne è necessario far cadere il governo Gentiloni, malgrado la necessità di nuove leggi elettorali (che potrebbero richiedere parecchio tempo), malgrado gli impegni internazionali e la necessaria stabilità per far fronte ai marosi delle  crisi. A cominciare da quella delle banche. Come giustificherebbe Renzi, agli occhi dell’elettorato, la pugnalata alla schiena di un governo che è sostanzialmente un monocolore Pd? Forse spera che siano gli altri, a far cadere il governo. Ma se conviene agli altri, non conviene al Pd, e se conviene al Pd non conviene agli altri. Che senso ha l’attuale politica di Renzi?
Il personaggio è caratterizzato da hybris e da un’audacia spinta fino all’imprudenza. Può darsi che, come a volte si fa giocando a poker, stia “aprendo al buio”, cioè correndo più rischi degli altri, per intimidirli. Ma non ha nessuna garanzia che la sorte lo assista. E infatti quello che noi italiani chiamiamo “buio” in inglese si chiama “blind”, cieco. E qualunque vero cieco vi dirà che, malgrado ogni prudenza, chi non ha la vista sbatte piuttosto spesso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 dicembre 2016




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POLITICA
20 dicembre 2016
LA RAGGI, COLPEVOLE O VITTIMA
Che sia perché mi disgusta lo spettacolo di venti cani dietro una volpe, o perché tengo sempre molto conto della buona fede o infine, molto più banalmente, perché Virginia Raggi è una bella donna, certo è che le sue vicende mi rendono triste.
Ho seguito poco la sua vicenda. Ma ho avuto da fare abbastanza a lungo con i giovani per sapere quanto siano poco informati, quanto siano suggestionabili, quanto possano prendere sul serio le “verità” di moda. E se scuso gli adolescenti della Hitlerjugend, figurarsi se non posso perdonare l’incultura politica di una giovane avvocata romana. Alla sua età non si sa ancora a che punto la politica è “sangue e merda”, come diceva Rino Formica. A che punto essa sia un intrico di falsità, interessi, tradimenti, imprevisti, eccessi di moralismo ed eccessi di immoralità. Dunque, come rimproverare in particolare lei di avere creduto che ad amministrare la Cosa Pubblica bastasse il buon senso di una massaia, se questo non soltanto lo proclamava alto e forte il suo movimento, ma sembravano crederlo milioni e milioni di italiani, i quali per giunta non avevano votato per una massaia piena di buon senso, ma per un comico specialista in turpiloquio?
Ora molti dicono che Virginia si è dimostrata inadeguata. E sia. Ma non era questo, che ci si attendeva da lei? Non è forse vero che è stata scelta perché nuova, perché non specialista della politica, perché non inserita nei giochi, non avvezza a frequentare i corridoi, quando  non i lupanari. della politica? E allora siamo sicuri che sia lei la causa del disastro di Roma, e non piuttosto quelli che l’hanno mandata avanti, dandole per tutto corredo politico e militare la sua buona fede e la sua buona volontà?
Qualcuno l’accusa di non aver dato sufficiente ascolto a Beppe Grillo, ma dimentica che se lei l’avesse fatto, la si sarebbe accusata di essere un burattino nelle mani del leader. “E che vi aspettavate da una donna, bella e giovane per giunta, che fosse una sorta di Talleyrand?”, avrebbero detto i maschilisti nostrani. Ammesso che sapessero chi fu Talleyrand.
Se fosse stata mia figlia le avrei caldamente sconsigliato, otto mesi fa, la scalata al Campidoglio. E forse lei non avrebbe ascoltato il parere di un vecchio insignificante. Di uno che, a forza di schivare in anticipo i colpi del destino, non ha combinato niente nella vita. Eppure ancora una volta l’esperienza avrebbe avuto ragione. In politica come in guerra si è giudicati dai risultati e poco importa se essi sono dovuti a meriti o demeriti. O anche semplice frutto del caso. È un mondo in cui l’ambizione e l’interesse prevalgono su qualunque cosa e in cui, troppo spesso, gli slogan sono presi sul serio soltanto dagli ingenui.
Governare Roma! Ripulire Roma! Contrastare un andazzo di inefficienza giunta a livelli di opinio iuris et necessitatis, se non di religione.  Ercole si sarebbe schermito. Dracone avrebbe temuto di non essere preso sul serio. Forse si può lottare contro Cosa Nostra, ma in una città piena di Alberto Sordi, legati da un’alleanza oggettiva, che speranze si hanno?
A Roma, come ha detto Paola Taverna,  il destino ha complottato con i nemici del M5S per farlo vincere. E si parla di disastro mentre ancora si discute della squadra di comando. Che farà, la Raggi, quando si tratterà di affrontare i problemi? In politica si vincono le elezioni promettendo di risolverli, poi se ne misura l’insolubilità e soltanto i più abili riescono a sopravvivere al confronto con la realtà. E con la delusione degli elettori. Ecco perché alcuni personaggi su cu si tende a fare dell’ironia, come Giulio Andreotti, sono dei giganti della politica. E forse della storia.
Se i partiti fossero organizzazioni serie, dovrebbero prima conoscere bene i problemi di una grande città. Poi avere una precisa idea degli interventi possibili e del modo di realizzarli. Infine, magari promettendo l’impossibile – come d’uso – mandare avanti una figura seducente, anche una giovane come Vir
ginia Raggi, lasciandole soprattutto l’incarico di tagliare i nastri delle inaugurazioni, e poi incaricare gli oscuri competenti di realizzare il programma studiato, spiegando nel frattempo ai cittadini che era impossibile fare di più. Nella realtà invece siamo all’improvvisazione. All’iniziativa dei più ambiziosi. All’errore imperdonabile di credere alla propria stessa retorica. 
Il Movimento di Grillo non sa quanti ceri dovrebbe portare alla Madonna di Pompei per ringraziarla di avergli consentito di fare l’esperimento con una sola città, seppure grande. Se questi filodrammatici parrocchiali avessero avuto le leve del potere centrale, c’è da chiedersi se sarebbero bastati i decenni, a riparare i danni e a calmare la rabbia degli italiani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 dicembre 2016



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17 dicembre 2016
IL JOBS ACT MINACCIA RENZI
Uno spettro s’aggira per le stanze della sede centrale del Pd, lo spettro di un referendum. Non quello del 4 dicembre, ma quello – nuovo di zecca e proposto dalla Cgil - per l’abolizione della nuova legge sul lavoro - pardon, m’è scappata la designazione italiana - del “Jobs act”, voluto da Matteo Renzi. Per chiedere questo referendum il sindacato ha raccolto la bellezza di tre milioni di firme: segno che le otteneva facilmente. Ed oggi si associano al progetto di abolizione persino improbabili alleati come Forza Italia. Renato Brunetta ha addirittura proclamato che in questo secondo referendum le cose non andranno come in dicembre: “Stavolta vinceremo settanta a trenta”.
Panico nel Pd. Una seconda e disastrosa sconfitta in primavera potrebbe essere la pietra tombale sulla carriera politica di Renzi. Ecco perché in molti sarebbero contenti di riuscire a votare entro giugno  (malgrado l’ostilità dei nuovi eletti, che perderebbero la pensione da parlamentari): perché in questo caso il referendum slitterebbero di un anno. 
Chiunque non sia stupidamente idealista, ha il dovere di mostrarsi tollerante nei confronti di chi fa il proprio interesse. Purtroppo in politica le cose vanno diversamente e a spese altrui sono tutti moralmente inflessibili. Quella fuga in avanti sarebbe letta come un’offesa alla volontà dei lavoratori da parte di un partito che da sempre si è dichiarato il loro paladino. Il Pd potrebbe pagarla cara.
Il rischio, già grosso, è stato aggravato dal ministro Giuliano Poletti, che si è lasciato sfuggire queste parole: “Se si va al voto prima del referendum, il problema non si pone. Ed è questo lo scenario più probabile”. Ciò ha portato l’iniziativa della Cgil in primo piano, ha svelato il gioco e insomma ha messo il Pd in un bel guaio.
Il “sì” di Forza Italia per abolire la legge sul lavoro induce a qualche riflessione. Come può un partito liberale votare per il ripristino del famoso e rovinoso art.18 dello Statuto dei Lavoratori? Questo totem è stato rovesciato dopo una lotta titanica durata anni, tanto che il successo ha rappresentato la scalata, finalmente riuscita, dell’Olimpo, e ora lo si risuscita?
L’ipotesi più semplice è che, vista l’aria che tira, l’annullamento del Jobs Act si avrebbe anche senza il concorso di Forza Italia: e allora perché far parte dei perdenti quando, per lo stesso prezzo, si può far parte dei vincenti? Anche se rimane la curiosità di vedere come dei liberali ci “venderanno” questo loro sì. 
La sostanza del problema, e per conseguenza della consultazione, è l’ostilità a Renzi. Serpeggia ancora nel Paese un’irritazione che si è sentita ulteriormente legittimata dal referendum di dicembre. Prima ognuno si sentiva un eretico isolato, poi ha capito di avere milioni di colleghi. Quanto alla Cgil, dopo che Renzi ha osato sfidarla, ha trovato una buona leva (anche se demagogica) per fargliela pagare. Per una volta, sarei tentato di essere dalla parte dell’ex Primo Ministro, nell’interesse dell’Italia, ma rimane imperdonabile la colpa delle sue inutili provocazioni al sindacato. Chissà, forse Nettuno avrebbe perdonato Ulisse: dopo tutto aveva agito per legittima difesa. Quello che non gli perdonò fu l’irrisione del Ciclope accecato. Renzi l’ha letta l’Odissea?
Il problema è anche tecnico. Si avrà una nuova legge elettorale in tempo per votare a giugno? Si sa che i partiti, in materia, non si mettono mai d’accordo. Nel nostro caso al quesito potrebbe rispondere già la Corte Costituzionale, se la legge risultante dalla sua sentenza si dimostrasse compatibile con un voto. In questo caso potremmo votare. Se invece fossero necessari aggiustamenti per armonizzare le norme per le due Camere, i partiti avrebbero la buona volontà di farlo velocemente? 
I nuovi eletti, votando a giugno, perderebbero il vitalizio, e potrebbero dunque opporre valide resistenze ad ogni ipotesi di voto anticipato. Che potrebbero addirittura tradursi in plateali tradimenti del partito di appartenenza. Si potrebbe, pur appartenendo alla maggioranza, votare contro, e si potrebbe, pur appartenendo all’opposizione, votare la fiducia al governo, per non farlo cadere. 
Infine c’è l’azione di Matteo Renzi. Qualcuno lo sospetta di lavorare per far cadere il governo, cosa che renderebbe obbligatorio andare alle urne ed eviterebbe il referendum. La sconfessione della legge forse non sarebbe in sé gravissima - perché Il nostro problema non è la legge sul lavoro, è la mancanza del lavoro - ma di essa lui si è vantato tanto che, soprattutto dopo il referendum di dicembre, la sua bocciatura potrebbe essergli letale.
Molte ipotesi, molte possibilità, molte incertezze. Una cosa è sicura: con la sua improvvida uscita, il ministro Poletti si è comportato come il bambino che commentava gli abiti nuovi dell’imperatore. Aveva ragione Gramsci, la verità è rivoluzionaria. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 dicembre 2016




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POLITICA
16 dicembre 2016
GLI APOTI E LA SIRIA
Tanti anni fa, Giuseppe Prezzolini fondò ironicamente un’ideale Società degli Apoti, “quelli che non la bevono”. In democrazia, “non bersela facilmente” (la propaganda) è una precauzione che si tende a dimenticare, perché la pluralità delle fonti di informazione preserva dai falsi più smaccati. Invece, nei Paesi autocratici, dove la “verità di regime” è martellante, per i meno ingenui non credere a tutte le panzane diviene una tale necessità, che molti reagiscono semplicemente non credendo più a niente. 
Indimenticabile un episodio. Chiesero a Natasha Stefanenko, ingegnere minerario ai tempi del comunismo, come mai in Russia fosse permessa la visione di film americani. La risposta fu indimenticabile: le autorità sapevano benissimo che i russi, abituati alla totale falsità  dei film sovietici, non credevano a nulla di ciò che vedevano, a proposito degli americani. Presumevano semplicemente che quella fosse la menzogna del regime americano, analoga a quella del loro.
E tuttavia, anche nei Paesi in cui i media sono liberi, avviene che l’intera stampa si lasci trasportare dall’emotività, fino a stravolgere i fatti e piegarli alle sue fantasie. Disprezzando la realtà, Fidel Castro è stato idealizzato oltre ogni decenza. È vero, ha liberato Cuba da un padrone corrotto, come Batista, ma per un’eternità i cubani sono poi stati molto più miserabili, molto più infelici e molto meno liberi con lui di quanto lo fossero con Batista. Con Batista una delle principali industrie dell’isola era il gioco d’azzardo, con Castro è stata la prostituzione per pochi soldi. Infatti tutti i turisti, a confronto dei cubani, sembravano nababbi. 
In tempi più recenti, l’odio per Berlusconi fu tale, che all’estero non si capacitavano che gli italiani potessero votare per un simile pagliaccio. Probabilmente non erano capaci di intendere e di volere.
Recentemente tutta la stampa italiana e tutta la stampa estera hanno parlato del possibile successo del “no” al referendum come del giorno del giudizio, da cui forse né l’Italia né l’intera Europa sarebbero riuscite a risollevarsi. E infatti tutti a consigliare il “sì”, in tutte le sedi, dal Presidente Obama in giù. Poi i fatti hanno detto la loro.
Riguardo a questa capacità di stravolgere la realtà il più notevole esempio, in tempi recenti, è rappresentato dalla Siria. Alcuni anni fa, dimostrando di non capire assolutamente niente degli Stati arabi, Obama favorì e osannò la cosiddetta Primavera Araba. Alcuni Stati ne uscirono malconci, la Libia addirittura distrutta, ma quando le acque si sono calmate è rimasto irrisolto il nodo della Siria. In quell’infelice Paese si è scatenata una guerra civile fra  il regime alawita di Bashar el-Assad, e i ribelli che hanno cercato di impadronirsi del potere partendo da nord. Non ci sono riusciti e da anni infuria una guerra civile che forse si concluderà soltanto per il risoluto intervento esterno di Mosca.
Quale esito si poteva sperare, per la Siria? Una persona serena avrebbe detto che il regime di Damasco non era l’ideale, ma rappresentava la stabilità. I ribelli sarebbero stati da favorire se avessero rappresentato una speranza di democrazia, ma erano estremamente lungi dall’esserne dei campioni. Prova ne sia che da una loro costola è nato il sedicente Stato Islamico. La conclusione più onesta sarebbe questa: in Siria non ci sono i buoni e i cattivi, ma probabilmente i cattivi e i cattivissimi, ognuno scegliendo a chi attribuire le designazioni. Poi, ogni guerra civile – e si sottolinea “ogni” – è tremenda. In essa si combattono soltanto i cattivissimi contro i cattivissimi.
Ma è stata questa la posizione assunta dall’Occidente? Assolutamente no. Sin dall’inizio tutti, e in particolare gli Stati Uniti di Barack Obama, hanno assegnato tutte le colpe a Bashar el-Assad (l’aggredito) e tutte le ragioni ai ribelli (gli aggressori). Anche se, aiutandoli, gli Stati Uniti si sono fatti accusare di avere finanziato la nascita dello Stato Islamico. Ciò per dire la qualità democratica di questi loro pupilli. E comunque si sono scritte e ripetute sciocchezze enormi, del tipo che l’aviazione “uccideva i bambini”, come se da un aeroplano si potesse  mirare a loro. Si sono accusate le truppe siriane di ogni sorta di nefandezze, mentre non si sono mai accusati i ribelli di fare altrettanto. Si sono date per sicure notizie tremende a carico dei governativi, mentre non soltanto non si sono date per sicure le notizie tremendo a carico dei ribelli, ma di solito non sono state nemmeno riferite. 
Quando sono stati usati dei gas asfissianti, i ribelli ne hanno dato il torto ai governativi, i governativi ai ribelli, ma i media occidentali, statunitensi inclusi – senza nessuna prova in un senso o nell’altro - hanno in coro creduto ai ribelli.
Durante tutta la battaglia per riconquistare Aleppo, non si è fatto che parlare delle sofferenze dei civili (e soprattutto dei bambini, naturalmente) a causa dell’assedio dei governativi, senza mai – assolutamente mai – citare il fatto che, se i governativi usavano le armi, sicuramente le usavano contro combattenti di opposta fazione. Che non rispondevano certo agitando fiori. Ma della presenza di una forza armata anti-governativa non si è mai parlato. I governativi combattono contro i bambini. Un’esagerazione così scandalosa – e dire che la nostra la chiamiamo “stampa libera”! – che alla fine non ho più creduto nessuna notizia che venisse da Aleppo. 
Oggi il “Corriere della Sera” pubblica un articolo della palestinese Rula Jebreal(1), la cui obiettività avevo conosciuto quando parlava di Israele, e che comincia il suo testo con queste parole: “Ad Aleppo regna l’orrore, lo stupro è un’arma del regime contro le donne per instillare terrore. Molte donne si suicidano per non essere stuprate. La ribellione che ha portato alla guerra civile in Siria è nata da una richiesta pacifica di pane, giustizia sociale e libertà”. 
Non so come prosegua l’articolo, non l’ho letto. E non ho sete.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
16 dicembre 2016
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_dicembre_15/strage-contro-l-umanita-4d81b36a-c23b-11e6-bb17-ed756927e6e7.shtml




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POLITICA
15 dicembre 2016
A CHE SERVE LA SCUOLA
Per la scuola va come per la morale, non esistono incompetenti. E in fondo la cosa si spiega: ognuno ci ha avuto da fare, sicché un’opinione ce l’ha. Cionondimeno questa frequentazione, anche quando è stata lunga, non impedisce cantonate monumentali. In particolare perché la scuola suggerisce falsi ragionamenti così suggestivi, che ben pochi riescono a non farsene ingannare. E qui l’errore più frequente si commette quando si tratta di stabilire a che cosa serve. 
Lo scopo generale viene indicati da tutti – giustamente – come una preparazione alla vita. E infatti un analfabeta infatti ha ben poche possibilità di avere una vita comoda e prospera. Poi, quanto maggiori sono le conoscenze e il livello di educazione, tanto più facile sarà che si viva bene. Lo scopo primario è una certa somma di conoscenze di base, dall’alfabetizzazione al far di conto: il programma delle scuole elementari, insomma. Poi, quanto più si va avanti negli anni, tanto più lo scopo diviene non la preparazione “di base”, alla vita, quanto la preparazione “professionale”, all’attività economica. 
Questo mutamento di indirizzo è reso evidente dall’esistenza stessa delle università, che si chiamano così perché comprendono l’insieme, l’universitas degli studi. Ciò però non significa che esse pretendano di insegnarli tutto a tutti, ché anzi sono divise in facoltà eminentemente settoriali. Un giovane che si iscrive nella facoltà di medicina non studierà altro e non si limiterà a cercare di avere ottime nozioni sul corpo umano, soltanto per amore della conoscenza: vorrà divenire un dottore e vivere di quella tecnica.
La discussione più accanita nasce a proposito della scuola secondaria. Questa non si limita alle conoscenze di base e nel frattempo non è a vocazione essenzialmente settoriale. Rappresenta un compromesso e molti si chiedono (soprattutto a proposito del liceo classico) perché un giovane di diciannove anni, già pronto al lavoro come muscolatura, come maturità e come “cultura”, debba conoscere  due lingue morte e tre letterature senza poi  essere in grado di esercitare nessuna attività produttiva. “Ha studiato per tredici anni,  perché non deve avere un mestiere, per le mani?” 
Ciò che non si comprende è che la migliore scuola secondaria non ha lo scopo di insegnare “qualcosa”:  essa insegna ad imparare. Alla fine degli studi il giovane non sa usare un cacciavite o riparare una tapparella ma spesso, come insegna un luogo comune, i migliori ingegneri provengono dal “classico”. Il diplomato imparerebbe a  riparare le tapparelle in meno tempo e meglio di chi ha soltanto lavorato con le proprie mani e nel frattempo sarebbe in grado di leggere e capire un libro di diritto o di biologia. 
Sembra inverosimile, ma una parte fondamentale dell’istruzione consiste nel comprendere la propria lingua. Soprattutto quella scritta. Infatti la maggior parte delle persone, qualunque apparecchio compri, non prova neppure a leggere le istruzioni: perché sa in anticipo che non le capirebbe. La scuola con loro ha fallito.E spessissimo non le capiscono neanche coloro che hanno seguito corsi tecnici. È l’intera scuola italiana, che ha fallito. Infatti non si può certo star sicuri che questi “letterati” capiscano sul serio Dante. E i test Invalsi ce lo dimostrano.
Insegnare un mestiere ad un ragazzo di sedici anni va benissimo se se ne vuole fare soltanto un falegname. Se invece frequentasse una buona scuola, domani potrebbe scegliere se divenire un falegname - e in questo caso imparerebbe il mestiere in metà tempo - oppure se frequentare l’università e divenire un raffinato professionista.
Il più alto livello dell’intelligenza non è la tecnica, è la comprensione dell’arte e l’astrazione,. Ne è prova il fatto che a quest’ultima i ragazzi non giungono prima dei quattordici anni. E non perché siano stupidi: è soltanto che il loro cervello non è ancora sufficientemente maturo. Del resto, anche in seguito all’astrazione arrivano soltanto coloro che sono adeguatamente sollecitati. Ecco a che serve la filosofia, ecco a che serve la matematica e addirittura il bridge o gli scacchi: quelle materie che a molti superficiali sembrano “inutili” e invece stanno alla conoscenza come l’atletica sta al corpo umano. Chi si allena per i 1.500 metri “non va da nessuna parte”, ma ha un corpo incomparabilmente più efficiente del sedentario.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it





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POLITICA
13 dicembre 2016
IL SEX APPEAL DI M.E.BOSCHI
C’è forse qualche mesta considerazione da fare a proposito della parabola politica della giovane Maria Elena Boschi. La sua notorietà, ed anche il suo peso nella vita pubblica, sono legati alla proposta di riforma costituzionale. Un po’ per competenza funzionale, un po’ per fedeltà al capo, si è battuta senza risparmio per il successo dell’iniziativa. E quando questa è finita male, è stato normale che il fallimento si riverberasse anche su di lei. E infatti con Gentiloni non solo è passata da ministro a viceministro, ma i più si sono stupiti che sia rimasta nel governo. Ed inoltre è difficile sfuggire alla tentazione di pensare che, in tutta questa vicenda, abbia pesato negativamente il suo esibito sex appeal.
Bisogna qui sgombrare il campo da alcuni possibili errori. La venustà non è un handicap o qualcosa da nascondere. La bellezza, direbbe un credente, è un dono di Dio. Inoltre sarebbe un errore stabilire un legame inverso tra bellezza e qualità intellettuali: ci sono donne belle e intelligenti e donne brutte e stupide. Sarebbe infine un errore fare del moralismo, dicendo per esempio che una ministra non deve essere appariscente. Il problema è piuttosto se le convenga o no approfittare del diritto di mostrare le cosce. 
Riguardo ai diritti, non ci sono dubbi. Una giovane donna può benissimo andare da sola, indossando una minigonna vertiginosa e una camicetta scollata, in un quartiere malfamato. Ma poi non dovrebbe meravigliarsi se viene presa per una prostituta e se le vengono rivolte frasi peggio che volgari. Se subisse molestie, quand’anche dei carabinieri di passaggio le dessero una mano, difficilmente si asterrebbero poi dal dirle, bonariamente: “Ma lei, santa donna, che viene a fare, così vestita, in questo quartiere?” Lecito non sempre corrisponde ad opportuno.
In molte specie sono le femmine che scelgono il partner, e i maschi si fanno belli per sedurle. Da noi sono i maschi che scelgono, e se non loro, sono i padri delle future spose.  Solo abbastanza recentemente alle donne è stato concesso il diritto di dire di no. Comunque, per partecipare alla riproduzione, le donne badano al loro aspetto più di quanto (di solito) non ci badino gli uomini. 
Ecco perché una donna deve stare attenta al messaggio che invia col proprio aspetto. Se si rende volontariamente molto attraente deve rendersi conto che la sua attrattiva sarà interpretata in chiave sessuale. Per molti uomini con ciò lei si starà offrendo, se pure riservandosi poi di scegliere l’eletto. Se invece una signora si dà un aspetto elegante ma sobrio, non connotato sessualmente, il messaggio sarà diverso: “Sono una bella donna, ma sono qui per altro”.
Il nostro aspetto è il nostro biglietto di presentazione, e bisogna stare attenti a dove lo si usa. Nel mondo politico un uomo non è molto penalizzato, se è anziano, sovrappeso, calvo o piuttosto brutto. Nell’epoca della televisione sarà magari meglio somigliare a John Kennedy che a Richard Nixon, ma dopo tutto la cosa è secondaria. Se invece una donna si presenta volontariamente molto appetitosa, come ha fatto Maria Elena Boschi, poi non dovrà meravigliarsi se gli uomini baderanno di più al suo corpo che a ciò che dice. Se è in minigonna mentre rilascia lunghe dichiarazioni, molti, invece di ascoltarla, guarderanno le sue gambe. E per giunta, dopo, faranno dell’ironia su di lei. L’istinto prevale sulla ragione. La giovane signora avrà esercitato il suo incontestabile diritto ad essere bella, ma professionalmente si è danneggiata.
Se si vuole avere un’idea di ciò che qui si intende, basterà pensare a Margaret Thatcher. Fisicamente una bella donna, non aveva l’aspetto modesto e quasi trasandato da nonna di Golda Meir, ma non sembrava offrirsi agli uomini, in nessun momento. Conoscendola, sembrava più pronta a morderli che a baciarli. Mentre la Boschi è sempre sembrata fuori parte. Tanto che molti, col governo Gentiloni, si aspettavano – e quasi esigevano - che fosse messa da parte.
La giovane Maria Elena forse non meritava il sentimento di rigetto che ha provocato in tanti uomini, e in tante donne, ma è lei che ha distratto tutti da ciò che diceva. Tanto che, alla fine, si è notato soltanto il suo aspetto e il suo impegno perfino eccessivo nel lottare per il successo del suo dante causa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 dicembre 2016




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POLITICA
12 dicembre 2016
PRIMA IMPRESSIONE (NEGATIVA) DI GENTILONI
Se, dieci giorni fa, mi avessero chiesto che cosa sapevo di Paolo Gentiloni, avrei risposto che porta i capelli con la scriminatura in mezzo. E se avessero insistito avrei risposto che non lo conoscevo: “Però mi è simpatico. Sembra calmo, misurato, garbato. Nella nostra Italia sguaiata c’è molto bisogno di uomini come Gentiloni”. Ora ho letto qualcosa, su di lui, ma saperne di più non gli è giovato. Rimane pacato, calmo, garbato, ma per il resto non tutto è gradevole. 
Volendo delineare il quadro di riferimento, non si può dimenticare che per decenni, in Italia, per trovarsi la strada spianata, la cosa più semplice è stata dichiararsi comunisti. Con questo marchio, se appena alfabetizzati,  si diveniva giornalisti e si cominciava – volendo – a fare politica. Oltre tutto la militanza non impediva, all’occasione, di cambiare casacca: era noto che quella posizione iniziale era stata spesso frutto di conformismo. Sono innumerevoli quelli che sono passati dalle barricate alle scrivanie, e perfino dalla guerriglia urbana alle prebende.
Secondo i dati forniti dal Corriere(1), sembra che Gentiloni abbia abbracciato con sincero entusiasmo le cause di moda. In particolare quelle che, pur offrendo l’aura del rivoluzionario, conducevano al successo. Da ragazzo, fu sedotto dal Movimento Studentesco, e questo ad un’età in cui dei coetanei più riflessivi ironizzavamo sul velleitarismo di certi adolescenti. Poi, a sedici anni, ecco la grande prodezza del nostro giovanissimo rivoluzionario: Senza il permesso dei genitori, va da Roma a Milano per assistere alla commemorazione della strage di Piazza Fontana. E qui le colpe si moltiplicano. Chi ha un forte senso del reale non può prendere sul serio la celebrazione di un anniversario. Né uno sbarbatello può credere tanto importante la propria presenza, da fare centinaia e centinaia di chilometri. Ma ciò che è soprattutto inammissibile è farlo senza permesso. Un figlio rispettoso non si permetterebbe mai di dare una simile preoccupazione, ai genitori. 
Comunque, dal momento che quest’uomo per il resto della vita non ha dimostrato una particolare propensione al rischio, si finisce col pensare che quell’atto di audacia sia stato compiuto perché il ragazzo sapeva di non dover temere nulla, dai suoi genitori. E comunque non aveva problemi di denaro. 
A proposito di coraggio, interessante quanto riferisce Ermete Realacci, suo amico d’infanzia: Paolo “Per dire che uno è cretino può usare giri di parole di mezz’ora”. E qui c’è qualcosa che non quadra. Da un lato tanta prudenza con le parole, dall’altro la passione per i movimenti di estrema sinistra. Da un lato la partecipazione alle occupazioni scolastiche, dall’altro il sospetto che si sia prima preoccupato che non ci fossero rischi. Chissà, visto che Gentiloni sembra un uomo onesto, forse ha una speciale buona fede che riesce a non dimenticare i suoi interessi. 
Poi cresce ed ecco l’università. Scienze Politiche. La classica laurea inutile di chi studia da Lenin. Seguono i primi passi come giornalista in fogli di estrema sinistra ed ecologisti. In quegli anni Paolo esibiva la completa panoplia del movimentista ma si direbbe che tendesse ad arruolarsi nell’esercito vincente, tenendosi nel bel mezzo delle schiere, per non prendere freddo sulle ali, in testa o in coda. 
L’antico entusiasmo non si spense neanche con la partecipazione alla reale vita politica. Infatti quando fu assessore. e Castro venne a Roma, chiese pressantemente a Rutelli di farglielo incontrare. Come non appuntarsi sul petto la medaglia di avere stretto la mano ad un tiranno che aveva lasciato marcire in galera centinaia e centinaia di oppositori? Ma la giustificazione di questo gesto fatuo è stata probabilmente il fatto che Fidel Castro era un personaggio alla moda, nella sinistra. Insomma quella di Paolo fu la piccola vanità di chi riduce la storia ad una raccolta di figurine.
Comunque Gentiloni, per paura del freddo  non ha mai rinnegato la sua appartenenza alla nobiltà “papalina”. Così ha conservato ottime relazioni con la Chiesa, fino ad essere l’Assessore romano al Giubileo. Se invece di avere a che fare con la moderna Chiesa “de sinistra”, avesse avuto a che fare con Pio XII, che cosa avrebbe scelto, la croce o la falce e martello? 
Quanto al suo sodalizio con Renzi, va subito detto che non è stato interessato. È stata una simpatia umana, anzi, una sintonia, che si è manifestata già anni fa, in tempi non sospetti. Purtroppo ciò dimostra la tendenza a subire il fascino delle personalità suggestive, degli incanti della retorica, della realtà di cartapesta. L’umanità a volte ha pagato caro questi atteggiamenti.
Se il futuro non ci smentirà, Gentiloni rischia di essere un eccellente Presidente del Consiglio. Potrebbe dimostrarsi duttile, pragmatico, e assolutamente privo di principi. Il migliore campione di tutti gli ideali correnti, e il miglior Principe che Machiavelli avrebbe potuto inventare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 dicembre 2016
(1)http://www.corriere.it/politica/cards/storia-politica-paolo-gentiloni-lotte-lega-ambiente-primarie-romane-fino-ministeri-prodi-renzi/dal-liceo-tasso-primi-impegni-politici_principale.shtml




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POLITICA
11 dicembre 2016
L'ITALIA RADOTE. E ANCH'IO
In francese “radoter” significa ripetere sempre le stesse cose ed essere rimbambiti. Per conseguenza, finché si può, bisognerebbe astenersene. E tuttavia può verificarsi una situazione paradossale. Il singolo può avere l’impressione che siano gli altri, a farlo. Sicché ha soltanto la scelta tra stare zitto e rispondergli ogni volta, finendo con l’aver l’aria di “radoter”. Brutta alternativa.
È chiaro che parlo del mio caso. Può darsi che mi sbagli, in ciò che ripeto: ma non per questo riesco a cambiare opinione. Se tendo l’orecchio, ho l’impressione che in Italia si ripeta instancabilmente: 1. che siamo in crisi; 2. che dalla crisi ci possa trarre fuori la politica e 3. che, chissà, proprio i cambiamenti politici cui assistiamo in questo momento potrebbero operare il miracolo. Di questi punti è vero soltanto il primo: per il resto, tutte sciocchezze. 
Per molto tempo l’Europa, credendo nel liberismo economico, è stata sempre più prospera. Pensiamo al periodo che va dall’inizio della rivoluzione industriale più o meno alla fine del XIX Secolo. Che quella prosperità derivasse o no dalla teoria economica seguita, non è quello che ora interessa. Poi sempre di più si cominciò a dubitare di quel modello, e l’ideologia cui si appesero le speranze per il futuro fu il marxismo. Il marxismo, si badi, non si contrapponeva ad una ideologia fallita: piuttosto  ad una ideologia vincente nel presente, ma da battere nel futuro. 
Per tutto il tempo in cui è esistita l’Unione Sovietica c’è stato un mondo miserabile – quello in cui si tentava di mettere in pratica il marxismo – e un mondo prospero, quello Occidentale. Ma a quest’ultimo mondo faceva concorrenza un mondo ancor più prospero, e sicuramente più moralmente e socialmente giusto, quello costituito dall’ideale che avrebbe dovuto realizzare il marxismo. La suggestione era così forte, che lo stesso mondo libero, spinto dalle speranze della gente, abbandonò via via la fedeltà al liberismo, fino a divenire dovunque “socialista”.
Poi è implosa l’Unione Sovietica, l’umanità finalmente si confessò i guasti prodotti da quel sistema illiberale, e si pensò anche (la famosa “fine della storia”) che non ci fosse più nulla da aspettare. Si era raggiunto il modello perfetto. Purtroppo, facendo un dispetto a Fukuyama, la storia è andata avanti e ci ha portati al presente. Quello che mi induce a “radoter”. 
Le società contemporanee non credono più nel comunismo. Non credono più nel liberismo. Sono oppresse dalla pressione fiscale e dallo statalismo provocati dal loro amore per il socialismo, e tuttavia non hanno idea della direzione da prendere. Sono così convinte di avere il modello giusto, che i difetti li cercano dovunque, e mai nel modello stesso. Ecco perché l’idea che la politica ci possa trarre fuori dalla crisi è sbagliata. I politici non possono proporre nulla, sia perché non hanno idea di che cosa proporre, sia perché la gente comunque non li ascolterebbe: vorrebbe un cambiamento, a patto che non si cambi.
Oggi siamo nel pieno di una crisi di governo e molta gente si chiede che cosa farà Paolo Gentiloni di nuovo e diverso. Domanda futile. In primo luogo abbiamo un partito che veleggia intorno al 30% e utilizza questa potenza soltanto per parlare a vanvera. Il M5S aspetta di ottenere da solo più del 50% dei voti, per guidare il Paese, e non si rende conto di essere fuori dalla realtà. Fra l’altro, se il Diavolo gli regalasse Palazzo Chigi, si accorgerebbe che nessuno può fare l’impossibile. Che al governo ci sia Gentiloni, un dipendente di Beppe Grillo o chiunque altro, l’alternativa è tra: “fare come” e “fare peggio”. Il cammino del governo è libero quanto lo è quello del viaggiatore che attraversa le gole di Petra.
Il M5S è in frigorifero, Forza Italia non vuole partecipare al governo, dunque l’unica maggioranza possibile è quella uscente, come lo stesso Gentiloni ha subito e  lealmente riconosciuto. Dunque rivedremo - se non esattamente tutte le stesse facce - certo la stessa maggioranza, la quale tirerà a campare fra impossibili, o quasi, accordi sulla nuova legge elettorale; crisi di banche; crisi di borsa; crisi comunitarie, e ciò sperando che non crolli tutto. Navigando a vista – come non mi stanco di ripetere, nel mio “radotage” – fino all’evento risolutivo. Certo, non sappiamo quale sarà esattamente, ma, al contrario di Fukuyama, siamo convinti che la storia non possa fermarsi e al massimo possa provocare disastri cui non avevamo pensato. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 dicembre 2016




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