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POLITICA
21 gennaio 2021
IL DILEMMA
Le idee sballate meritano rispetto. Detta così, può sembrare un’affermazione insostenibile: e se invece di “idee sballate” parlassi di “pensiero laterale”? La grande innovazione è al prezzo di un’idea che, prima, sembrava assurda.
In questo campo ho ricevuto una lezione da un coetaneo, quando non avevamo ancora vent’anni. Questo gaglioffo disse semplicemente: “Mi madre è talmente appetitosa che, non fosse mia madre me la fotterei volentieri”. Si esprimeva in modo volgare, ma in quel momento lo ammirai. Quel ragazzo diceva la verità, e la verità, prima di essere brutta o bella, è la verità. L’incesto è vietato ma quel divieto non ci impone di essere ciechi, e di non vedere che una donna è sexy, anche se è nostra sorella.
Personalmente, per ragioni di buon gusto, non avrei mai detto quello che diceva quel ragazzo. Fra l’altro perché l’aspetto di mia madre non me ne dava la minima tentazione: ma la lezione era valida. Molta gente non osa rispondere all’interrogativo di Nietzsche, che ho conosciuto molto più tardi: “Fin dove osi pensare?”
Ancora recentemente, parlando con una donna che aveva mille problemi a causa di una sorella malata, nevrotica, egoista, bugiarda e chissà che altro ancora, io le dicevo che doveva difendersene, e lei mi rispondeva:”Ma io ho il dovere di amarla, è mia sorella!” Io le rispondevo (inutilmente): “In primo luogo, non si ha il dovere di amare chi non ci ama. In secondo luogo, lei può comandare al suo comportamento, non ai suoi sentimenti. Può perfino essere generosa, con sua sorella, ma ciò non vorrà dire che l’ama. Perché non lo riconosce? Lei sua sorella la odia”. Ma lei continuava a rispondermi: “Ma è mia sorella!” Proprio non osava pensare. E ammettere la verità.
Partendo da questo realismo spietato mi sono posto il problema di quale sia “la retta via” per fronteggiare economicamente la crisi indotta dal Covid-19. 
Per cominciare bisogna escludere quelle soluzioni che non sono soluzioni ma pii desideri. Non è una soluzione dire: “Domata la pandemia, ognuno riprenda la vita di prima, cercando anzi di riguadagnare il tempo perduto”.  Come farebbe chi nel frattempo ha chiuso il negozio; ha fatto dei debiti e non riesce a pagarli; ha perso il credito in banca ed ha perfino perso i clienti, che da tempo si sono rivolti ad altri, a riprendere la vita di prima? Come farebbe a riprenderla l’impresa che ha dichiarato fallimento? E tutto  questo senza dimenticare quella che i competenti chiamano la “filiera”. Il negozio che chiude non paga la pigione e come fa il proprietario del locale a ricuperare le pigioni perdute? E se non trova un nuovo commerciante cui affittare il locale, non soltanto non gli arriva più quel reddito, ma gli rimangono le tasse e le spese generali condominiali. Come fanno tutti costoro a riprendere “a tutta birra”, non appena la pandemia è divenuta quasi soltanto un ricordo? 
La mazzata che è stata inflitta all’economia va paragonata – senza esagerare – ad una sconfitta in guerra. In questi casi ci vogliono anni, per recuperare. Non si riprende la vita di prima come dopo un black out elettrico di dodici ore. Infatti Rossellini, girando un film sulla situazione tedesca dopo la guerra, non l’intitolò: “Suvvia, business as usual”, ma “Germania Anno Zero”. Ecco il livello da cui si ripartiva.
Molti suggeriscono tuttavia una soluzione indolore: che lo Stato risarcisca tutti coloro che sono stati danneggiati dalla pandemia. Ma questa è una proposta platealmente assurda. Lo Stato non potrebbe mai risarcire tutti i danneggiati, perché nessuno Stato ha tanto denaro per farlo. Chi era meno indebitato e aveva un po’ di fieno da parte, come la Germania, ha qualche risorsa in più, ma neanche la Germania potrà risarcire tutti, integralmente. Ed anche chi fa meglio, in questo campo, come il Canada, non potrà farlo a lungo. Non parliamo dunque della maggior parte degli Stati, indebitati fino al collo. In questo campo possono soltanto fare la mossa, e non a favore di tutti, come si è visto in Italia. Da noi l’errore aggiuntivo è stato quello della retorica, quando si è promesso di indennizzare tutti e “nessuno sarebbe rimasto indietro”. Infatti indietro è rimasta, tutt’intera, l’Italia. 
E poi, come si diceva, ammesso che uno Stato sappia e possa risarcire tutti per un mese, per due mesi, per tre mesi, può forse farlo per un anno o due? È impossibile. Quanti cittadini onesti, prudenti e senza debiti, hanno tanto denaro da parte da poter vivere due anni senza avere un reddito? E se non possono farlo i cittadini, perché dovrebbe poterlo fare uno Stato, soprattutto uno Stato, come quello italiano, che ha un debito corrispondente a una ventina di mesi di prodotto interno lordo? Se tutti gli Stati si mettessero ad indennizzare interamente tutti i cittadini, ovviamente a debito, chi gli farebbe credito, se in campo ci sono solo richiedenti denaro? 
Qualcuno dirà: “Le Borse, i privati”. Ma i privati già sanno che il debito pubblico non sarà restituito. Il dato di fatto è stato elevato al livello di ovvietà e certezza scientifica con la “Modern Money Theory”, secondo la quale da un lato è certo che il debito pubblico non sarà pagato (come dicevamo) e dall’altro che si possono fare debiti indefinitamente (come solo un imbecille potrebbe pensare). Dunque solo degli idioti presterebbero denaro agli Stati. E comunque, per ciò che qui interessa, una cosa è certa: nessuno presta denaro con la certezza di non riceverlo indietro. Si può truffare qualcuno e guadagnarci qualcosa per qualche tempo ma, come si dice, “non si possono ingannare tutti tutto il tempo”. E infatti basta chiedere ad un consulente finanziario quanti sono i privati che comprano titoli di Stato.
Né ci può far velo la generosità finanziaria dell’Europa. Se, mettendo insieme il debito di parecchi Stati, e con la credibilità che le viene dalle sue dimensioni, l’Europa ha potuto aprire i cordoni della borsa, dal momento che neppure l’Europa può ripagare quei debiti (non avendo fondi, e ancor meno, redditi suoi) ha soltanto rinviato il momento in cui i mercati, oltre a non fidarsi di Paesi come l’Italia, non si fideranno neppure dell’intera Unione Europea. La somma non è migliore dei suoi addendi. 
Il denaro non è ricchezza, la rappresenta soltanto. Se una nazione produce ricchezza, sarà prospera, se non la produce non c’è denaro che possa sostituirla. È vero che Roma, dopo aver conquistato un Impero, visse in larga parte a spese di quell’Impero, ma in primo luogo sul resto dell’impero aveva i diritti del vincitore (diritto che l’Italia non ha nemmeno su S.Marino) e in secondo luogo, quando è divenuta infingarda e parassitaria, quell’impero lo ha perduto.
Tuttavia, nel momento in cui cerchiamo la “vera” soluzione per i danni economici provocati dalla pandemia, non possiamo trascurare un’obiezione di grandissimo peso: “È vero, con i provvedimenti anti-virus gli Stati hanno provocato enormi danni all’economia. Ma che avrebbero dovuto fare, lasciar morire la gente, pur di non danneggiare l’economia?”
E qui finalmente il cielo si schiarisce. Il dilemma è chiaro: se si salva l’economia non si salva la gente, ma se si salva la gente non si salva l’economia. Dunque bisogna smetterla con l’inganno di promettere la Luna. O si spiega ai cittadini che nei mesi e negli anni prossimi il problema sarà quello di non patire troppo la fame, o si spiega ai cittadini che bisogna accettare centinaia di migliaia di morti in più, pur di dare respiro all’economia. Inuiile dire che nessuna delle due opzioni è accettabile. Sarebbe come dire che non è accettabile chiedersi se sia meglio morire improvvisamente o avendo il tempo di prendere i necessari provvedimenti, perché l’unica soluzione accettabile è quella di non morire. Infatti la natura non ci ha mai chiesto di “accettare” che dobbiamo morire: ci fa morire e basta. Nello stesso modo, è inutile dire che non accettiamo il dilemma posto dal Covid-19. Abbiamo soltanto la scelta fra quanta miseria e quanti morti possiamo tollerare, essendo chiaro che quanto più diminuisce una delle due gradezze, tanto più aumenta l’altra.
Lo Stato italiano la smetta dunque di prometterci “ristori” ed altri pannicelli caldi. Ci avviamo verso anni di vacche magre e speriamo che, come nella Bibbia, esse non durino più di sette anni. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
                       21/01/2021



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POLITICA
20 gennaio 2021
LA (POSSIBILE) STRATEGIA DI RENZI
Capire la politica italiana non è la cosa più semplice di cui ci si possa occupare.  E quel ch’è peggio, se qualche volta uno crede di aver capito qualcosa, magari poi si vede smentire clamorosamente. Sicché questo argomento va preso come un gioco di società, un problema che si discute e si cerca di risolvere non per arrivare ad una verità, soltanto per passare il tempo con gli amici. In fondo, è sempre meglio che giocare a briscola. Con queste premesse, diviene lecito vedere quale possa essere la strategia di Renzi e della sua Italia Viva.
La prima cosa da dire è che Renzi può essere insopportabile ma sicuramente non è un cretino. Qualcuno ha anche detto che è “cattivo”, ma questo – a parte che potrebbe non essere vero – in politica sarebbe una qualità: meglio essere temuti che amati, ha detto il Maestro. Dunque bisogna mettere da parte l’idea che lui non abbia una strategia o che questa strategia sia palesemente perdente. Il problema è capire quale sia. Soprattutto considerando che alcuni, ottimisticamente, hanno detto che ha sbagliato tutto, che il vero perdente è lui, e via così, cantando De Profundis e Dies Irae.
Prima domanda: perché è uscito dal governo e – più o meno – dalla maggioranza? Probabilmente si è reso conto che i consensi elettorali previsti calavano e che rimanere nella penombra, potendo essere accusato di avere tenuto il sacco ad un governo incompetente e nocivo, era un suicidio. A questo punto, un’iniziativa clamorosa poteva rilanciarlo o affondarlo completamente. Ma meglio questo che aspettare la fine nell’inerzia.
Posto tutto ciò, qual era la possibile iniziativa? La più semplice sarebbe stata quella di far cadere il governo. La cosa è stata possibile anche ieri, considerando che aggiungendo ai 140 voti del centrodestra i 18 senatori di Italia Viva, la maggioranza sarebbe andata sotto, e a casa. Ma Renzi – almeno, il Renzi che si immagina qui – è troppo intelligente per non chiedersi che cosa sarebbe avvenuto dopo. Italia Viva si sarebbe certamente conquistato, senza vantaggio, l’odio della sinistra, dei grillini e persino dei benpensanti. Né avrebbe potuto sperare di aggregarsi al carro del centrodestra, sia perché lui, Renzi, è sempre stato di sinistra (democristiana) sia perché, nel centrodestra, non l’avrebbero accettato. Dal giorno dopo, politicamente, Renzi sarebbe morto. E se poi si fosse andati alle elezioni, i suoi deputati e i suoi senatori quante probabilità avrebbero avuto, di essere rieletti? 
La seconda possibilità era quella di votare a favore del governo, confermando la maggioranza e lo scampato pericolo. Ma sarebbe stata una soluzione da mentecatti. Anche i cani, per la strada, avrebbero chiesto ad Italia Viva perché mai avevano ritirato le ministre dal governo, se ora votavano a favore di esso. Forse soltanto per evitare il rischio di andare a casa? Ma per evitare questo rischio bastava starsene buoni buoni sin da principio.
Così Iv ha deciso per l’astensione, e può darsi che abbia fatto un affare. In primo luogo, dal momento che Renzi e compagni, il 19 gennaio 2021, hanno risparmiato un governo che avrebbero potuto affondare, nulla vieta possibili ulteriori negoziati, e magari un rientro nella maggioranza, per giunta ponendo le proprie condizioni. E infatti questi negoziati, sia pure sottobanco, sono già cominciati.
Ma c’è di più e di meglio. Rimanendo con un piede dentro ed uno fuori, Italia Viva può votare a favore quando lo reputa giusto (come a proposito dello “scostamento di bilancio”, cioè ulteriori debiti per far fronte alla pandemia) e può votare contro o astenersi, riguardo ad altri provvedimenti, non essendo tenuta alla lealtà di maggioranza, dal momento che non ne fa parte. Questo corrisponde a condizionare l’intera vita del governo. Oltre tutto, tenendo conto che questo governo ha tendenza a governare a colpi di “questioni di fiducia”, se Conte e compagni non sono sicuri del voto di Iv, corrono il rischio che una banale questione di fiducia su un decreto legge qualunque si trasformi in un’autentica Caporetto. 
La maggioranza è infatti risicata. Dei tre senatori a vita la senatrice Segre abita a Milano e non può correre ad ogni votazione, Renzo Piano ha i suoi bravi impegni, e rimane solo Mario Monti. Il quale per giunta potrebbe essere in disaccordo con il provvedimento, senza rischiare nulla, perché è inamovibile dal suo seggio. Dei rimanenti   153, cinque sono “raccogliticci” e inaffidabili.  Dunque, quand’anche Iv assicurasse la propria astensione, rimarrebbe il rischio che il governo cada per i fatti suoi. 
Ulteriore vantaggio di tutto questo, Italia Viva si potrà vantare di tutti i provvedimenti necessari e popolari, che voterà, e potrà dissociarsi da tutti i provvedimenti impopolari. E Dio sa se, fra qualche mese, qualche provvedimento impopolare bisognerà pure adottarlo. Non si possono rinviare indefinitamente il blocco dei licenziamenti e il pagamento delle tasse. Un Paese non può vivere soltanto di debiti, e l’Europa non ci consentirebbe nemmeno di usare il Next Generation Ue per sostituire il gettito dell’erario.
Insomma, da questo momento, Italia Viva e i suoi senatori potrebbero avere più potere di quanto ne avessero prima dell’ultimo passaggio di voto in Senato.
Naturalmente tutto questo potrebbe essere sbagliato, ed essere smentito dai fatti e, per cominciare, dagli amici.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
20/01/2021



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POLITICA
19 gennaio 2021
CHE COSA ACCADE? LO SA IDDIO
Ammaestrato in questo dal famoso giornalista Alistair Cooke, ho sempre sostenuto che non soltanto non sappiamo niente del futuro, ma in grandissima misura non sappiamo niente del presente. Se, per esempio, c’è un summit internazionale, diceva Cooke, sappiamo dove si svolge, sappiamo chi vi partecipa e, se quel summit ha un nome, conosciamo anche quel nome. Ma l’essenziale è ciò che quei signori si dicono una volta che le porte sono state chiuse: e proprio quello non ce lo dice nessuno. Magari, anni dopo, si trova tutto nei libri specialistici di storia ma, sul momento, al massimo potremmo dire il colore dell’auto con la quale è arrivato il delegato giapponese. Né ci dice molto il comunicato ufficiale finale, spesso scritto in “politichese criptico”. 
Lo stesso vale per quanto sta avvenendo in Italia, in occasione dell’attuale crisi. Premetto che tutti i discorsi ufficiali sono un seguito di bugie retoriche, di false lezioni di morale e di insulsi atteggiamenti patriottici. Dunque del tutto inadatti a fare chiarezza. Anche se qualcuno potrebbe chiedere: “Ma chi è tanto stupido da prenderli sul serio?” E qui la tremenda risposta è: “Molta più gente di quanto non si creda”. 
Se il pubblico fosse composto da gente razionale, questi signori temerebbero seriamente di essere fucilati sul posto da una gigantesca pernacchia. E starebbero zitti o direbbero la verità. O almeno non bugie insultanti per l’intelligenza. Invece i politici continuano a dire balordaggini perché la gente non vede che sono balordaggini. E dunque loro ci contano.
Se qualcosa si può tentare di capire non è dai discorsi ufficiali, ma dai particolari significativi. Un po’ come il lapsus nella teoria di Freud. In Unione Sovietica la consegna del silenzio e del mistero era talmente ferrea che, per sapere qualcosa delle sorti della dirigenza, i “kremlinologi” erano costretti a notare chi era presente e chi era assente, sopra il Mausolo di Lenin durante la sfilata del Primo Maggio. E a che distanza ognuno si trovava dallo zar del momento. 
Nello stesso modo oggi mi sono trovato ad astrologare sul fatto che Conte ha chiesto la collaborazione di tutti i “volenterosi” (cioè disposti a reggergli la coda) ma ha continuato a bollare Italia Viva accusandola del peggio. Soprattutto di avere provocato una crisi assolutamente priva di ragioni, come se Renzi, in tutti i talk show cui ha partecipato, non si fosse sgolato per settimane ad illustrarle, quelle ragioni. Ma procediamo, non è questo il punto. 
Perché Conte ha attaccato ancora una volta Iv, mentre ha bisogno del voto di tutti? E perché Iv continua a promettergli l’astensione, mentre sarebbe normale che votasse contro? Qualcuno qui mente. Magari tutti e due, ma vediamo se, da “kremlinologi”, riusciamo a dare un significato a quegli atteggiamenti.
Se parlasse seriamente, domani Conte dovrebbe rinunziare alla partecipazione di Iv ad un nuovo governo da lui presieduto, quand’anche ne dipendesse la formazione. Cosa di cui è più che lecito dubitare. Sappiamo bene che lui non avrebbe scrupoli a rimangiarsi qualunque affermazione, secondo l’utilità del momento. Ma, lo stesso: perché compromettersi? Ed ecco varie ipotesi. Conte potrebbe realmente non credere alla possibilità di Iv di rientrare nell’ambito del potere e allora si concede il piacere di “sciacquarsi la bocca”. D’altra parte, pensando all’ipotesi opposta, potrebbe reputare che comunque, nel caso, dinanzi al proprio interesse né Iv né lui stesso si farebbero scrupolo di allearsi nuovamente.
Quanto a Italia viva, perché non vota contro? Innanzi tutto perché astensione o voto contrario pesano lo stesso, in concreto. Poi perché ci sono più possibilità di tornare al governo se questo governo non cade che se se ne forma un altro. E dunque il segnale è: “Siamo critici, molto critici, al punto da mettere a rischio l’esecutivo, ma nella sostanza siamo interessati ad un miglioramento dello stile e del programma di governo (e ovviamente al potere). Nel frattempo, dimostriamo la nostra disponibilità non prendendo posizione contro un Conte che disprezziamo. Di fatto costui ha talmente rotto le scatole a tutti, con la sua boria, la sua presunzione, e il suo attendismo che, comunque, da questa simil-crisi uscirà largamente ridimensionato. Anche se fischietta per farsi coraggio, è ormai un cavallo zoppo e sa benissimo di camminare sull’orlo del burrone”.
E quanto sono vere queste ipotesi? Chi lo sa. Si accettano scommesse.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
18 gennaio 2021
MISPRONOUNCED ENGLISH WORDS
Seconda puntata
P.e.: Sciopping. P.c.:  ‘?opi?, all’incirca sciopin, con una sola “p” e senza “g” finale. Solo la “n” cambia, che diviene “?”. Questlo suono (“?”) non è affatto misterioso. Se pronunciate la parola “inglese” e vi fermate prima della “g”, sentirete la “?”. “?” è il suono della “n” quando ci si prepara a pronunciare una gutturale come la g o la k. Niente “g”, in shopping. 
Altra cosa: shopping significa andare a fare la spesa, e una signora inglese rideva di cuore avendo sentito che “la regina era andata a fare shopping”. L’aveva immaginata con una sporta pesante appesa al braccio, stanca e sudata. 
A proposito di doppie: O.K, si pronuncia /ou-k?i/, con una sola kappa e dittongando la “o”. In inglese non esistono le doppie consonanti. Per O.K.. ecco la soluzione piùsemplice: dire “Va bene”.
L’innocente sandwich si pronunzia senza “d”, la prima vocale è “æ” e la consonante finale è, a scelta, una “c” (/t?/, come in “cesta”) o una “g” (/d?/, come in “giro”).Dunque “sænwid?”.
Tanti errori dipendono dal fatto che gli insegnanti d’inglese, ammesso che conoscano la pronuncia giusta, si stancano di correggere gli alunni. Così è nato l’inglese degli italiani, che gli inglesi non comprenderebbero (se non dal contesto) o comunque mai approverebbero. 
Gli insegnanti alla fine permettono perfino che i ragazzi pronuncino ”of” (si legge “ov”) come “off” , mentre off ha un altro significato. Ho sentito su “Radioclassica°” pronunciare “Orchestra off London”, che sarebbe come dire “Orchestra lontana da Londra, quanto meno in periferia, dove forse non fa danno. E costei era pagata per pronunciare queste tre parole, all’incirca: “’Ook?str? ov ‘l?nd?n”. E dire che nella Rai si dovrebbe essere assunti per concorso.



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POLITICA
18 gennaio 2021
I LORO O I LORO
Tra oggi e domani, salvo imprevisti, si dovrebbe sciogliere – o almeno cominciare a sciogliere – il nodo dell’attuale crisi di governo. Come quando si assiste ad un’importante partita di calcio, si trepida: “Vinceranno i nostri o vinceranno quei bastardi?”
Vorrei tanto che fosse così anche oggi. Invece mi chiedo: “Vinceranno i loro o i loro?” Si rifarà un governo con questa maggioranza? Sarà presieduto da Giuseppe Conte o da qualcun altro? O si andrà a nuove elezioni?”
L’unica cosa che mi è chiara è che, con qualunque governo, non vorrei più vedere Conte dalle parti di Palazzo Chigi, ma questa è un’antipatia personale, che non conta niente. Dal momento che è estremamente improbabile che si formi un governo sostenuto da una maggioranza di centro-destra, ricadiamo nel dilemma: governo giallo-rosso o elezioni?
Il governo giallo-rosso ha mostrato la sua cifra per un anno e mezzo e soltanto dei fanatici possono difenderlo. Conte ha sempre temporeggiato e rinviato pur di sopravvivere, ma è anche vero che si è trovato spesso fra veti contrapposti, e lui ha sempre scelto la via più personalmente conveniente: quella del rinvio dei problemi. Dunque, se anche si formasse un nuovo governo con un diverso premier, con la stessa alleanza giallo-rossa, cambierebbe poco. Probabilmente avremmo sulla ghirba un nuovo governo incapace o capace soltanto di rinviare. Dovremmo dunque preferire l’improbabile possibilità di nuove elezioni?
In questo caso – dicono tutti – vincerebbe il centro-destra. Ma è un esito da desiderarsi? Con tutta la mia antipatia per il Pd attuale - partito melmoso, accidioso e un po’ vigliacco - con tutta la mia idiosincrasia per quel pallone gonfiato di Conte, con tutto il mio disprezzo per quel simil-partito di disorientati che è il M5S, non riesco a desiderarlo. L’Italia accumula problemi da decenni. Da un anno, mentre il prodotto interno lordo andava giù dalla piattaforma dei dieci metri, il governo è stato soltanto capace di aumentare il debito pubblico e vietare per decreto la produzione di ricchezza. Conte e compagni vi diranno che sono stati obbligati dalla pandemia, ma se nel frattempo fosse al potere una maggioranza di centro-destra forse che le fornirebbero quell’esimente? 
Giuseppi e compagni tengono tanto a rimanere al governo? Che ci rimangano. A questo punto bisogna dirsi che la cosa migliore è che mieta chi ha seminato. Non è chissà che regalo. È una concessione tanto velenosa quanto quella di permettere a un sedicente medico di operare un paziente a cuore aperto. Il malcapitato ci lascerà le penne, è ovvio, ma l’impostore finirà in galera per omicidio. E nel nostro caso, forse, il paziente ci avrebbe lasciato le penne anche con un governo di centro-destra.
La conclusione è dopo tutto incoraggiante. Come detto da principio, qui non si può dire “vinca il migliore”, perché fra i papabili non c’è nessun migliore. E non mi sentirei di dire nemmeno “vinca il popolo italiano”, perché questo popolo è quello che ha mandato al governo i Cinque Stelle. Dunque che tutto il pacchetto rimanga insieme, e governi fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica e oltre. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  




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POLITICA
17 gennaio 2021
DIVAGAZIONI
Tutti conoscono le peregrinazioni di alcuni termini. Per dirne una, certi lavoratori cominciarono col chiamarsi spazzini, termine che non era né incongruo né insultante, dal momento che quegli uomini lavoravano con la scopa. Poi, chissà perché, quel termine non piacque più: e gli spazzini divennero netturbini. Personalmente non vedevo il guadagno, perché è difficile maneggiare sia la nettezza che l’urbe, mentre con la scopa ci si riesce. Ma presto anche questo secondo termine puzzò e gli spazzini divennero operatori ecologici Gente dall’incerto mestiere, dal momento che operano nell’ecologia anche illustri professori universitari. Non vorremmo essere costretti a distinguerli dagli spazzini per il fatto che non impugnano una scopa. E in fondo neanche questo basterebbe, perché neppure gli autisti dei camion che raccolgono la spazzatura impugnano la scopa. Questo mondo cominciava ad essere difficile da comprendere, per me.
Ma la tendenza era inarrestabile. Almeno, nella faccenda degli spazzini, c’era una componente di puzza che può orientare, se uno è disposto ad andare a naso. Mentre non serve niente a proposito dei ciechi, dei quali non risulta che puzzino particolarmente. E tuttavia, anche per loro, si considerò che chiamarli ciechi fosse un insulto. Come se io mi offendessi se qualcuno mi dice: “Lei è un uomo di bassa statura”. Osservazione cui risponderei: “Che cosa glielo fa pensare?” 
Comunque, se l’altro insistesse, spiegandomi dottamente che, in termini politically correct, intendeva dire che sono “verticalmente svantaggiato”, gli risponderei che lo sono anche orizzontalmente, se è per questo. Quando vado a letto.
Ma andiamo avanti con i ciechi i quali, per cessare di essere ciechi, non furono indotti a vedere – impresa di cui molti di loro si rivelarono incapaci – ma furono chiamati, con sottile spirito di osservazione, “non vedenti”. Definizione ambigua, da quando mi sono accorto che anch’io, al buio, non vedo niente. “Vuoi vedere che sono diventato temporaneamente cieco?” Che dico, “temporaneamente non vedente?” Comunque, dall’angoscia mi ha salvato la certezza che i ciechi non esistono più. Uf!
Scusate le divagazioni, ma era per raccontarvi un apologo, con protagonista un uomo dalla squisita sensibilità politically correct.
Quest’uomo, passeggiando nella savana, assistette alla caccia che alcuni leoni dettero ad una gazzella, riuscendo infine ad abbatterla e a divorarla, seduti in tondo come buoni compari. Avevano cominciato a morderla, la povera gazzella, mentre ancora scalciava e soltanto il vecchio leone – forse allo scopo di farla stare ferma e non disturbare il pranzo – la strangolò tenendole stretto il collo nelle sue fauci.
L’uomo era indignato. Si avvicinò e apostrofò il vecchio felino crinito facendogli presente che la loro caccia era stata poco sportiva. Infatti si erano messi in molti contro una sola preda; poi non avevano nessun diritto di uccidere una bestia che non gli aveva fatto nessun torto; infine li rimproverò tutti per non averla uccisa in modo più rapido e pietoso. Il leone capo, che si sentiva in dovere di replicare all’intruso, inghiottì il grosso pezzo di carne che aveva in bocca e gli rispose umilmente:
- Lei non ha tutti i torti. Ma, vede, noi siamo dei carnivori. Io ed i miei amici, qui, o mangiamo carne o moriamo di fame. Sarà un brutto sistema, in questo posso darle ragione, ma non l’abbiamo inventato noi. Se vuole, posso anche chiedere pubblicamente scusa a tutti gli erbivori, ma noi siamo dei leoni, e non possiamo farci nulla.
L’uomo non lo degnò di un più approfondito dibattito e se ne andò scuotendo la testa.
Qualche giorno dopo però il caso volle che il leone scoprisse l’uomo che, con una carabina, andava a caccia di cinghiali. Anzi ne aveva appena ucciso uno. E la cosa lo indignò:
- Ma come, lei mi ha fatto la predica, perché ho ucciso una gazzella per necessità, e uccide un cinghiale senza averne bisogno? Infatti lei, con tutta la sua boria, rimane un onnivoro. Non si vergogna?
L’uomo lo guardò con cipiglio:
- Come si permette di giudicarmi? Non lo sa che io sono l’uomo, il re della natura, l’animale più intelligente del creato? Io ho tutti i diritti, su tutti i mammiferi, su tutti i pesci e perfino su di lei. Io potrei anche spararle, qui e subito, e nessuno potrebbe condannarmi.
Il leone per un momento rimase sbalordito da tanta iattanza, ma presto si riprese.
-Egregio uomo, se un furfante uccide per vivere, e non pretende di avere il diritto di farlo, forse lo si può perdonare. Se invece pretende di avere il diritto di farlo, non è più un furfante, è un arrogante, un cretino, uno che fa i suoi comodi e per giunta si crede moralmente migliore degli altri. E allora sa che le dico? Che rivendico il mio diritto, quello del più forte, e le insegno a mio modo la buona educazione. 
Ciò detto, prima che l’altro potesse riaversi dallo stupore, gli balzò addosso e lo uccise. Poi ne mangiò una buona parte e lo trovò migliore di ciò che si aspettava. Magari ci avrebbe provato con qualche altro re del creato. Ma gli rimase il dubbio. Che cosa avrebbe portato agli altri leoni?
Optò per il cinghiale. Almeno quella non era la carne di un ipocrita. Come ha detto qualcuno, “l’uomo è l’unico animale che fa il proprio interesse, ma pretende anche di farlo per ragioni morali”. E “de fil en aiguille”, come dicono i francesi, cioè risalendo dal filo all’ago, continuo nelle mie riflessioni. 
Come è noto, i nostri parlamentari non hanno il “vincolo di mandato”. Anche se un deputato è stato eletto per favorire una certa politica, poi è libero di battersi per la tesi opposta, se la sua coscienza gli avrà mostrato che i suoi sostenitori e lui stesso, prima, avevano torto. Dunque l’assenza del vincolo di mandato è nata per favorire gli onesti. Se viceversa un deputato accetta denaro per votare contro le convinzioni dei suoi elettori, commette un grave reato: si chiama corruzione. Cambiare opinione per denaro non si può dire che corrisponda ad una crisi di coscienza. La conseguenza di tutto questo è che tutti coloro che hanno disertato il campo di partenza sono stati guardati con severità, e molti si sono spinti a dire che l’ideale sarebbe che esercitassero questo diritto dimettendosi dal Parlamento. Ma nessuna comprensione si è avuta per coloro che hanno cambiato bandiera per interesse. Costoro sono stati chiamati traditori, cani sciolti, venduti e, quando è andata bene, voltagabbana.
Ma c’è una vecchia osservazione ineludibile. Se un tizio lascia loro e viene da noi, è un convertito. Se uno dei nostri ci lascia per andare con loro, è un traditore e un apostata. E così è andata in Parlamento.  
Più di frequente, tuttavia, il fenomeno si è avuto quando i parlamentari hanno temuto di andare a nuove elezioni, rischiando il prezioso cadreghino. A questo punto alcuni, allettati da qualche vantaggio politico od economico (un bel posto di sottogoverno), altri magari per il solo stipendio di parlamentare, hanno voltato la gabbana votando per il governo e dicendo che lo facevano per “senso di responsabilità” verso le istituzioni. Un senso di responsabilità che non avevano avuto quando avevano lasciato il loro partito, e che ora non costituiva il minimo impaccio, per tornare a servirlo col proprio voto. 
La cosa più divertente è però stata che non soltanto gli interessati si giustificano ribattezzandosi con un termine nobile, “responsabili”, ma lo stesso termine usano i beneficiari del loro voto, gli ex traditi e abbandonati, che prima li hanno trattati come una puzza. Perché a caval donato, o comprato a buon prezzo, non si guarda in bocca. E per questo sono stati disposti a ribattezzarli, da traditori prezzolati e indegni voltagabbana a “responsabili” e ad ogni altro sinonimo positivo di proteiforme.
Ma si sa, come la scopa ha fatto puzzare lo spazzino, anche la responsabilità alla lunga ha fatto puzzare le banderuole e dunque, prendendo a prestito una parolina sfuggita al Presidente della Repubblica, oggi i beneficiari li chiamano “costruttori”. Costruttori del bene del Paese, della stabilità, del buongoverno, insomma della loro propria serenità economica, con lo stipendio di parlamentare.
Io ho un concetto di ferro della politica e mi trattengo a stento dal citare Rino Formica. Per questo non dico male di chi cambia orientamento, per qualunque motivo lo faccia. Ma mi secca che gli attuali soloni al governo strapazzino il vocabolario. La lingua italiana non gli ha fatto nessun male, e loro stessi non hanno nessun interesse a fargliene, soprattutto dal momento che appena la conoscono. 
Ora io non dico male né dei voltagabbana, che da sempre fanno il loro interesse; e neppure dei loro beneficiari, che li accolgono perché anche loro fanno il loro interesse. Dico male di quelli che ne dicono male quando non ne beneficiano, e bene quando ne beneficiano. Fino a cambiare la loro definizione da traditori a salvatori o termine analogo. A costoro sarei lieto di riservare la sorte peggiore, magari chiedendo a padre Dante di apparirmi in sogno e suggerirmi il contrappasso adeguato. Quello che potrebbe fare un leone di passaggio forse non basterebbe. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
17/01/2021



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POLITICA
14 gennaio 2021
CRISI DI IDEE
Che brutto mestiere, quello dell’editorialista professionista. Tutti hanno aspettato col fiato sospeso quello che avrebbe fatto Renzi, per sapere se avrebbe veramente provocato la crisi, ed ora che l’ha provocata tutti si aspettano che gli editorialisti spieghino ciò che succederà. E gli editorialisti – che pure sono obbligati a scrivere il loro “pezzullo” – non possono dirglielo. Perché non lo sanno. Perché nessuno lo sa. E tuttavia, nella confusione, molti ci sopraffanno col frastuono delle loro dichiarazioni indignate e solenni. Sembrano credere che si possa esorcizzare la realtà dicendo che è brutta e cattiva, e per conseguenza dovrebbe non esistere. Per poi constatare che la realtà non soltanto è brutta ma è anche sorda alle loro parole.
Dire, come fanno in tanti, che non si poteva scegliere momento peggiore, per una crisi di governo, non serve a niente. Anche perché questo momento dura almeno dal febbraio dello scorso anno. E in una democrazia si può sospendere la politica a tempo indeterminato, soltanto perché c’è una pandemia o perché piove più del solito?
Poi dicono - apparentemente convinti - che questo governo e questa maggioranza non hanno alternativa. Dunque, di riffa o di raffa, bisogna continuare a governare come prima. Alcuni addirittura si spingono fino a dire che ciò deve avvenire con lo stesso Presidente del Consiglio, mentre questo signore – sottobanco – da mesi è oggetto di severissime critiche. Per esempio da parte del Pd. E dimenticando soprattutto che non si governa se non si ha una maggioranza in parlamento. E, fatto banale,  in questo momento la maggioranza non ha i numeri in Senato.
Infine tutti passano il tempo a stramaledire Renzi. Come non si sapesse che in politica ciascuno fa i propri interessi. Nel caso specifico l’uomo di Rignano ha scelto un eccellente momento per le sue rimostranze: non solo è in grado di snocciolare le malefatte dell’attuale governo senza che nessuno in buona fede possa contraddirlo, ma può addirittura mostrare, a sua giustificazione, l’ultimo Recovery Plan, a detta di tutti migliore di quello che Conte ha presentato ad inizio di dicembre. Del vecchio persino il mite ex ministro Giovanni Tria, che con Conte ha pure governato, ha detto peste e corna in televisione. In termini tanto violenti che comportavano non la bocciatura di chi l’aveva redatto, ma addirittura la retrocessione alla scuola elementare. Per giunta Conte contava di applicarlo da solo, coi consigli di quattro ministri fidati e l’accompagnamento musicale, ininfluente, di trecento consulenti, scelti da lui e cui avrebbe chiesto soltanto di dire “sì”. Oppure non avrebbe tenuto il minimo conto del loro parere, come si è visto col piano Colao. Conte chiama Solone per un consiglio, e poi nemmeno l’ascolta.
Renzi in questa occasione prima gli ha fatto rimangiare quel piano folle e infine gli ha imposto di riscriverlo sotto dettatura, migliorandolo molto. E in questo caso Conte è rimasto senza difesa: se il suo primo piano era buono, perché non lo ha mantenuto? E se era cattivo, ed ha dovuto cambiarlo, ora come fa a dare torto a Renzi, che ha preteso quel cambiamento?
Non basta. Molti si grattano la zucca a sangue perché, dal novero delle soluzioni, escludono le nuove elezioni. Ma non sanno che a volte esse si impongono a chi vorrebbe tenerle lontane. E comunque con quale soluzione evitarle? Il primo problema è: come sostituire i senatori di Italia Viva che abbandonano la maggioranza in Senato? Molti parlano dei senatori usciti dai partiti, cani sciolti che  molti amano chiamare “i responsabili”, come se sostenessero un governo che non è il loro per il bene del Paese. Mentre tutti sanno che, se lo facessero, lo farebbero per non perdere il loro seggio. Responsabili sì, ma nei confronti delle loro famiglie. Per giunta questao è un rimedio che potrebbe rivelarsi peggiore del male. 
In primo luogo, sappiamo che non piace al Presidente Mattarella. Questi potrebbe benissimo non accettarlo e sciogliere le camere senza aggiungere verbo. In secondo luogo, per avere una probabilità di essere accettati da Mattarella, questi senatori dovrebbero costituirsi in partito, ma non è detto che sia facile, dal momento che, già uscendo dai loro partiti, si sono dimostrati dei ribelli. E se infine ci riuscissero, il governo potrebbe vivere più tranquillo di quanto Conte sia riuscito a vivere con Renzi? Senza dire che se, al posto di Renzi, si cercano i “responsabili”, al posto dei “responsabili” chi si cercherebbe?
A naso, le elezioni sembrano inevitabili, ma sembravano inevitabili anche nell’agosto del 2019. E allora auguri, non si può dire altro.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
14/01/2021



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politica estera
13 gennaio 2021
SALTO NEL BUIO, MA DA 30cm
In questa giornata di crisi, che probabilmente sarà seguita da parecchie altre giornate simili, molti si chiedono che cosa ne sarà dell’Italia. In particolare,  della lotta al Covid-19 e degli indennizzi per chi è in difficoltà. Sottintendendo – molti - che, proprio per la presenza di queste importanti e pressanti preoccupazioni, sarebbe meglio tenerci il governo che abbiamo. Infatti molti vedono la crisi come un salto nel buio, dalle imprevedibili conseguenze. Come fosse la prima volta che in Italia cade un governo.
Lodevole preoccupazione, soprattutto pensando alla pandemia, che tuttavia la saggezza popolare non prende sul serio. Ce lo dicono i proverbi: “morto un papa, se ne fa un altro”; “i cimiteri sono pieni di persone indispensabili”; “chi muore giace e chi vive si dà pace”; “dopo la pioggia c’è sempre il bel tempo” e via così. E, se vogliamo essere cinici, anche “di necessità (ananke) si fa virtù”.
Se cade il governo, ci sarà – come sempre – qualche giorno di maretta e scorreranno fiumi di saliva, ma dopo qualche tempo si farà un nuovo governo. Il governo è come un abbeveratoio. Anche se attualmente è deserto, si può star certi che la sete (di potere) farà arrivare molti animali.
Del resto, quanto a perdere tempo, aproprio il principale partito attualmente in Parlamento detiene una sorta di record: i Cinque Stelle, dopo aver vinto le elezioni nel marzo del 2018 (ottenendo quasi il 33% dei voti) un governo lo hanno formato in giugno, dopo tre mesi. Dunque, calma e gesso.
Certo, rimane l’ansia di sapere che tipo di governo avremo, e con quale Presidente del Consiglio. Ma forse è un’ansia infondata. Ogni popolo ha il governo che merita, e noi ne avremo comunque uno all’italiana. Infatti non c’è speranza che da qui a qualche mese cambi il popolo italiano. Ed anche la nostra classe politica è quella che è: da un pruno non ci si può aspettare che improvvisamente si metta ad offrire dei fichi. Il massimo che possiamo sperare, se si andasse a nuove elezioni, è che ci si liberi degli incompetenti, degli ignoranti e degli scappati di casa che oggi sono maggioranza in Parlamento. Ma ricordiamoci che neanche i politici professionali del passato ci hanno reso felici. Fra i democristiani non c’erano ignoranti o dilettanti, e tuttavia moltissimi (incluso il sottoscritto) hanno vissuto la Democrazia Cristiana come una cappa di piombo, una maledizione cui si contrapponeva soltanto la flebile speranza di “non morire democristiani”.
La conclusione è placida: non c’è da disperarsi. L’unico piacere, per chi l’ha in antipatia, potrà essere quello di non vedere quotidianamente il naso sbilenco e la capigliatura scolpita dell’avv.Giuseppe Conte. Ma più che un piacere, in fondo, sarebbe la fine di una sofferenza. Senza dire che l’incubo potrebbe protrarsi fino ad imporci un Conte 3, 4, 5… putroppo la serie dei numeri naturali è infinita.
Naturalmente siamo nel campo delle opinioni, e ognuno ha diritto alla sua. Personalmente, a parte un’irriducibile ostilità per l’incompetenza al potere, rimprovero a questo governo, o più esattamente a questa maggioranza, di non esistere. Una maggioranza è un insieme di partiti che si alleano per governare in nome di ciò che hanno in comune, rinunciando  a quella parte di programma che li divide. Naturalmente, quanto più grande è la piattaforma condivisa, tanto più solido è il governo. Viceversa, se il governo nasce esclusivamente per non far perdere ai parlamentari il seggio in Parlamento, andando a nuove elezioni, come nel caso concreto, la piattaforma comune è inesistente e non abbiamo una maggioranza, ma un’accozzaglia di parassiti inutili che si batte strenuamente per tenere in vita l’ospite inutile che li nutre. E questo è troppo persino per un Paese politicamente scalcagnato come l’Italia.
Dunque, amici, non temete nulla. Grazie al cielo, siamo caduti così in basso che, arrivando per terra, non ci faremo male.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
13/01/2021



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politica estera
12 gennaio 2021
AMARE, O NO, LA SCUOLA
Montaigne è rimasto famoso per lo studio del suo io, ma non è mai stato “self centered”, incentrato su sé stesso. Se studiava il suo “moi” è perché, essendo anche egli  un uomo, studiando sé stesso poteva studiare l’umanità. E dire cose che interessassero anche agli altri. 
Pensando a lui mi è venuto in mente questo interrogativo: “Come mai ho una così acre antipatia per la scuola, soprattutto dal momento che in essa non ho seriamente sofferto né da alunno né da docente?”
La prima constatazione è che ci sono istituzioni che, per la loro stessa natura, non possono evitare di avere aspetti negativi. Un cimitero è un luogo in cui si incontrano persone che soffrono per la perdita di familiari e anici, e certo fra quei marmi e quei vialetti non ci si può aspettare molta allegria. Analogamente non è certo in ospedale che si troveranno persone in buona salute, che non soffrono di niente. Dunque avere antipatia per una certa organizzazione non corrisponde a giudicarla colpevole dei suoi lati negativi. L’ospedale è triste ma è una necessità, e se non ci fosse il mondo soffrirebbe anche di più.
Anche la scuola soffre di alcuni ineliminabili difetti. Il primo è che, mentre dovrebbe insegnare il senso critico, sostanzialmente vieta di mettere in discussione ciò che insegna. Già i ragazzi, essendo “tabula rasa”, non hanno tendenza a sollevare obiezioni, ma i docenti dovrebbero incoraggiarli a farlo, eventualmente spiegandogli perché le loro obiezioni sono infondate, ma senza irriderli. Invece la maggior parte di loro non vuole essere infastidita, mentre dispensa il verbo. Dunque la scuola insegna il conformismo. 
Né si potrebbero facilmente prendere provvedimenti dall’alto. Se temiamo che un certo professore di storia, essendo tendenzialmente un rivoluzionario, nasconda agli alunni gli orrori giuridici e umani della Rivoluzione Francese, non è mettendo al suo posto un altro professore, che parlerà di quella Rivoluzione come del trionfo dell’empietà e della crudeltà, che avremo risolto il problema. 
Inoltre c’è un altro dato che non si può trascurare. Dal momento che la scuola opera in perdita, ed è sovvenzionata dallo Stato, essa diviene un organo di diffusione dell’ideologia di chi la finanzia. Oggi l’Italia è arrabbiatamente democratica, perché tale si sente il Parlamento, ma è stata coralmente fascista, quando fascista era il governo. Né le cose cambiano se le scuole, invece di essere finanziate dallo Stato, sono finanziate da privati. Infatti le scuole cattoliche insegnano anche ad essere religiosi.
Ma il difetto che trovo più insopportabile è che il prodotto della scuola, la cultura, viene visto come un peso, una seccatura, qualcosa che bisogna imparare a memoria per andare a snocciolarlo al professore, se interrogati. In realtà la cultura è un priilegio, un piacere ed anzi una passione, ma non a dodici o sedici anni. A quell’età l’insieme dello scibile è visto come una seccatura, qualcosa da imparare in modo da essere promossi ed evitare problemi con papà e mamma. 
Dunque il primo risultato che la scuola ottiene è quello di falsare l’oggetto del suo lavoro. Già non riesce a rendere chiaro che andare a scuola è una fortuna che miliardi di ragazzi non hanno avuto. Un tempo l’età lavorativa era quella dei sei anni. Inoltre che la vera persona informata la cultura l’acquisisce per il piacere di conoscere, di sapere, di rendersi conto delle leggi della realtà. Di sentirsi orientati nel tempo e nello spazio. Se i giovani non lo capiscono, peggio per loro. Al massimo li si può perdonare in nome dell’età. Ma rari sono i professori che riescono a far trasparire il loro amore per la cultura, in modo da mostrare almeno un esempio di quel mondo su cui i discenti si affacciano.
La scuola, come i cimiteri, gli ospedali, le carceri, è un’istituzione negativa che non può evitare di essere negativa. È inutile che l’ipocrisia collettiva voglia dipingerla con colori idilliaci. Certo, capita che ci siano professori eccezionali. Io ne ho avuti un paio che venero nel tabernacolo del mio cuore, e le cui spiegazioni erano seguite nel silenzio religioso dei concerti dei grandi artisti. Ma so di essere stato molto fortunato, in questo. Anche un solo professore carismatico, un vero maestro, è una fortuna che non tutti hanno avuto.
Considerata la media, bisogna onestamente manifestare ai ragazzi una fraterna comprensione, se sentono una grande antipatia per quel carcere con lavagna. Così come spero di essere capito se dico che, da pensionato, non c’è stato un giorno in cui abbia rimpianto l’insegnamento. 
E dire che insegnare mi piace moltissimo. Ma è bello insegnare a chi vuole imparare, a chi chiede il privilegio di condividere con i più anziani il piacere delle conoscenze. Lo sforzo dell’apprendimento trova la sua mercede in ciò che si è appreso, e questo sforzo non ha ore e giorni comandati, perché dura per tutta la vita. 
La scuola che insegna a leggere e scrivere, e fornisce i mezzi per imparare un mestiere, sta alla cultura come la prostituzione sta al vero amore.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
12 gennaio 2021
TEMA IN CLASSE
Come si dice: “Io la butto lì”. Nel senso che non intendo annunciare un’incontrovertibile verità, quanto esprimere un’idea che è soltanto un seme, non la pianta che da esso può nascere.
La domanda è: che cosa bisognerebbe fare, se si fosse incaricati di far fronte al Covid-19, non dal punto di vista sanitario, ma dal punto di vista economico?
So benissimo che questa domanda potrebbe atterrire anche un macroeconomista di fama mondiale, mentre io non sono nessuno, ma non far parte dell’esercito permette di dare del tu a un generale. Si rischia soltanto di sentirsi definire maleducati, rischio accettabile. Nello stesso modo, non essendo un economista, ho la “licenza di uccidere”. Cioè di dire sciocchezze.
Cominciamo dai fatti. A causa del Covid-19, e dei provvedimenti reputati necessari per contenerlo, bisogna mettere in conto una caduta verticale del prodotto interno lordo. Soprattutto tenendo presente che del pil fanno parte anche le spese dello Stato, che come esborsi non vengono affatto meno, mentre si inaridiscono le fonti fiscali derivanti dalla creazione di ricchezza. Ecco perché un’ufficiale caduta del pil del 10% è ingannevole, in termini di impoverimento. La realtà è molto peggiore. E infatti il concetto stesso di “prodotto interno lordo”, come è calcolato oggi, è discutibile. Infatti in esso sono incluse le spese dello Stato che sono prevalentemente consumo, non creazione di ricchezza. Per fornire degli esempi: in questi giorni non hanno chiuso gli uffici comunali, le caserme dei carabinieri e non si sono neppure fermati gli stipendi degli insegnanti soltanto perché le scuole sono chiuse da circa un anno. E tuttavia queste spese (certo necessarie) fanno parte del pil, sissignore. Come fossero produzione di ricchezza. Mentre in realtà sono venute meno le tasse che prima versavano le imprese oggi chiuse, ferme o fallite.
A fronte ad una tragedia economica come quella attuale, è inutile pensare a “ristori”, indennizzi, prestiti e mancette. Ovviamente, aiutando i disoccupati, si fa opera di solidarietà umana, ma ciò non rilancia l’economia. Ed è di questo rilancio, che abbiamo bisogno. 
Tanto per fare la prima mossa, scrivo che il mio piano consisterebbe fondamentalmente in due provvedimenti: un potenziamento delle mense pubbliche, in modo che nessuno muoia di fame, e un drastico taglio delle tasse per tutte le imprese danneggiate dai provvedimenti adottati per contrastare il virus. Ad esempio tutti i negozi, tutti i ristoranti, tutti gli alberghi. Il governo Conte ha speso circa centoquaranta miliardi per aiutare i singoli, io (tolto quello che spenderei per il cibo degli affamati) quei miliardi li avrei considerati “denaro sostitutivo del gettito fiscale”, in modo da compensare quello che non proviene più dalle imprese che chiudono, e in modo da sgravare almeno di questo peso quelle che, non appena sarà possibile, proveranno a risorgere.
Naturalmente questo può essere un piano ingenuo, irrealizzabile, controproducente e chissà che altro. Ma ditemi perché e mi avrete fatto un favore.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
11 gennaio 2021
OROSCOPO DELLA SIGNORA ITALIA
Mi avventuro in un esercizio periglioso. Che cosa ne sarà dell’Italia, se – come pare – a giorni cadrà il governo?
So benissimo che fior di politologi hanno trattato questo argomento, formulando una tale quantità di ipotesi che diviene difficile ricordarsene una. E infatti non è del nuovo governo, che vorrei occuparmi, ma dell’Italia stessa. Mi chiedo in particolare se questa sarà l’occasione per capire che il futuro non è un’ottusa fatalità ma anche – se non completamente – il risultato della nostra volontà applicata. Della nostra risolutezza e, in conclusione, della nostra azione.
Il male profondo del governo Conte, derivato dalla sua intrinseca debolezza, e dal sostegno di due partiti sostanzialmente in conflitto, è stato l’immobilismo. La tendenza alla sottovalutazione, al compromesso al ribasso, al rinvio, quando non alla semplice inerzia. La situazione maltgrado tutto è comprensibile. A tutti, e soprattutto a chi lo ha formalmente capeggiato il governo, è stato chiaro che era troppo alto il rischio che crollasse tutto, se appena ci si muoveva. Dunque era meglio “troncare e sopire”, a momenti sospendere anche il respiro, dal momento che l’unico imperativo era quello della sopravvivenza. 
È questo il motivo per cui mi provoca un  profondo fastidio veder apprezzare, con lodi ditirambiche, il modo in cui il governo ha affrontato il Covid-19. Per qualche tempo anzi si è usata audacemente l’espressione: “Ci ha tirato fuori dal virus”. In realtà questo governo, facendosi forte di un’improvvida (forse anche “presunta”) “autorizzazione” di Bruxelles, ha saputo soltanto aumentare il debito pubblico distribuendo mancette a destra e a manca per decine di miliardi, senza risolvere nessun problema. Men che meno mettendo in atto qualche provvedimento per riprendere la vita economica, quando il peggio sarà passato. 
Ancora oggi si parla soltanto di “manovre di scostamento”, cioè di contrarre ancora e ancora miliardi e miliardi di debiti. Dunque non vedo la ragione degli apprezzamenti. Con la borsa piena e le mani bucate (tanto pagano i nostri figli e i nostri nipoti) non è difficile avere un buon indice di gradimento. Ma il tempo passa, e potrebbe presto presentare il conto. Per non parlare di quello che ha già presentato e che noi copriamo con un velo di carta velina.
Ecco perché la caduta del governo potrebbe costituire l’occasione di una riflessione nazionale. I governi sono fatti per governare, non per galleggiare. Per attuare una politica e non per impedire che i partiti avversi vadano al potere. E poi, questo esecutivo come conta di rispondere alla gigantesca disoccupazione che ci aspetta, alle centinaia di migliaia di piccole imprese, in particolare negozi, che hanno chiuso? A Palazzo Chigi credono di poter vivere eternamente a credito, a spese di altri? Non lo sanno qual è, fatalmente, l’esito di una simile politica dissennata?
Ma l’idea che l’Italia rifletta e cambi rotta non è nemmeno una speranza, è soltanto un’ipotesi. E non la più realistica. La più realistica è che si riesca a fare un governo persino peggiore del governo Conte. Non ci vorrebbe molto: basterebbe fare Presidente del Consiglio Alfonso Bonafede. Così, senza nulla guadagnare in competenza, perderemmo anche la buona educazione.
Dal momento che parliamo di competenza, vale anche la pena di esaminare il nome che circola con insistenza, con un’attesa pressoché messianica: quello di Mario Draghi. L’ex presidente della Banca Centrale Europea viene visto come colui che saprebbe che cosa fare, ed anche come farlo. Una mosca bianca. Dimenticando che un Paese non è come un autobus che, per quanto grande, ha un solo autista e un solo volante. Nella nazione il volante lo tengono contemporaneamente decine, anzi centinaia di persone. Tanto che “l’autista in capo” è spesso paralizzato. 
Lo stesso Mario Monti, nominato Presidente del Consiglio per salvare l’Italia dal baratro, riuscì a governare coraggiosamente per un paio di mesi (tanto che io allora sperai in un riscatto liberale) ma ben presto fu sopraffatto dall’Italia di sempre. Al punto che prima la sua azione si fermò e poi, quando finalmente uscì di scena, non lo rimpiansi affatto. Per dirne una, Elsa Fornero, che realizzò una meritoria riforma del sistema pensionistico, non ha affatto avuto tributi di gratitudine. Chi l’ha seguita non ha osato cambiare niente di sostanziale, in quella riforma, e cionondimeno si è fatta oggetto la sua autrice di una costante lapidazione. In questa azione si è particolarmente distinto Salvini. Draghi si tenga lontano dalle pietre, se va a palazzo Chigi.
Comunque, per quanto mi riguarda, mentre non dubito della competenza di Draghi, dubito della bontà della sua filosofia economica. Questo illustre economista ha favorito la tendenza allo sperpero dell’Italia, tenendo anormalmente bassi i tassi d’interesse. Fino ad assassinare il risparmio. E nel frattempo ha favorito l’aumento del nostro debito pubblico a livelli allarmanti. Che cosa farebbe al governo, una politica keynesiana con uno Stato imprenditore che ci porterebbe forse al fallimento?
Comunque tengo a rassicurare gli amici: ipotizzando Alfonso Bonafede, come Presidente del Consiglio, scherzavo. Non sto pensando al suicidio.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
                     11/01/2021



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POLITICA
10 gennaio 2021
IL CORAGGIO DEI CONDANNATI
La scena di una fucilazione lascia sgomento qualunque animo sensibile. E tuttavia, se ci si fa caso, la maggior parte delle volte i condannati non tentano di fuggire, non si mettono a piangere, non chiedono pietà: insomma muoiono da coraggiosi. Come si spiega tutto ciò?
A mio parere – ma spero di non essere chiamato a darne dimostrazione – quello non è tanto coraggio quanto rassegnazione. Se ci fosse modo di chiedere pietà, e qualche speranza di ottenerla, la scena sarebbe diversa. Se invece i condannati hanno già visto fucilare altre persone, o sono comunque certi che non saranno risparmiati, muoiono con dignità perché stavolta la dignità ha lo stesso prezzo della viltà.
A queste macabre considerazioni sono indotto dalla situazione politica italiana, secondo le notizie che ne fornisce l’Ansa riguardo all’attività governativa di ieri. Una cosa è certa: non c’è dubbio che Italia Viva, fino ad oggi considerata con ironia per le sue magre prospettive elettorali, abbia ottenuto parecchio, dal governo, in materia di Recovery Fund. 
Ora, se la sua lotta fosse stata “per ottenere qualcosa”, oggi Renzi non avrebbe ragione di continuare la guerriglia. E se si fosse fidato del governo, avendo ricevuto la sintesi in tredici pagine del progetto di piano per il Recovery Fund, non avrebbe preteso la copia in extenso (di centotrenta pagine). Viceversa, come la maggioranza protesta, seccata, sembra che Matteo Renzi e i suoi accoliti, avendola avuta vinta su un punto, ne tirino subito fuori un altro. E questo lo considerano pressoché un atto di malafede.
Ma fanno male a lamentarsi. Innanzi tutto la malafede in politica è buona fede o almeno buona politica. Poi dimenticano che sarà pure vero che Renzi ha già chiesto tutto ciò di cui oggi si parla, ma ha nche chiesto parecchio di più, con la lettera inviata a Giuseppe Conte in dicembre. Dunque – si può legittimamente sostenere -  non sono punti nuovi, ma conferme di richieste già espresse. 
Naturalmente la maggioranza potrebbe ribattere, scandalizzata: “Ma chi si siede ad un tavolo per ottenere un compromesso poi non può pretendere tutto ciò che aveva chiesto!”. Ma potrebbe sentirsi rispondere da Renzi: “E chi vi ha detto che io volessi raggiungere un compromesso?”
La maggioranza, non credendo alla disponibilità di Renzi a rischiare le urne, ha pensato (e lo hanno scritto tutti i commentatori) che volesse ottenere qualche modifica di dettaglio e qualche poltrona in più. Ne sono stati sicuri ed hanno sbagliato.
Capisco che sia difficile decrittare il comportamento di Italia Viva ma, insegna Klausewitz, in guerra bisogna sempre prendere in considerazione l’assoluto peggio, da parte del nemico. E prepararsi anche a questo assoluto peggio. Non si può pretendere che il nemico combatta col nostro regolamento. Per questo, nei panni di Giuseppe Conte, avrei temuto e temerei che Renzi intenda prima tirare la corda, ottenendo il massimo per i suoi elettori, e poi tirarmi comunque il collo. Come era nei suoi programmi sin da principio. E allora, come i condannati a morte di cui dicevamo, non avrei concesso nulla. Se veramente  credevo nelle mie posizioni, sarei morto in piedi.
Lo so, in questo campo tutti brancolano nel buio, ma – direbbe ancora Klausewitz – se non si può evitare di combattere al buio, bisogna essere i più bravi a combattere anche così, invece di ballare a marcia indietro al piffero di Renzi. Già in dicembre Conte  avrebbe dovuto dire: “Se volete un compromesso, io offro questo e niente più. Se non l’accettate domani salgo al Quirinale”. A quel punto sarebbe stato Renzi a dovere lottare al buio: “Conte lo dice. Ma parla sul serio? Lo farà? E se lo fa, mi conviene andare subito a nuove elezioni?” Infatti il rischio era che la campagna di Conte, dei Cinque Stelle e del Pd, sarebbe stata tutta incentrata sull’irresponsabilità di Italia Viva.
Purtroppo, come dice un proverbio, chi è tondo non può morire quadrato. Conte è più furbo che intelligente ed ha creduto, anche in questa occasione, di poter continuare a galleggiare, facendo fesso Renzi. Questi però, essendo più coraggioso di lui, e forse anche più furbo di lui, sta vincendo la partita. Infatti oggi, che faccia o no cadere il governo, può vantarsi di importanti modificazioni ai piani del governo dovuti alla sua opposizione, nell’interesse degli italiani. E comunque ormai a nessuno verrebbe da ridere, pensando a Italia Viva. 
Matteo Renzi e i suoi hanno la marcia in più che dà il coraggio. E poco importa che quel leader sia antipatico a tanti. La Russia passa ancora per una grandissima potenza, mentre non lo è, soltanto a causa della risolutezza e dell’aggressività  di Putin. Dove si vede quanto pesa il carattere, in politica. E, come diceva Montanelli, che un uomo di carattere è molto spesso un uomo di cattivo carattere.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
          09/01/2021




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POLITICA
10 gennaio 2021
SORGI L'INGENUO
A proposito della soluzione da dare all’attuale crisi politica, molti commentatori seguono pazientemente tutti i ghirigori e gli arabeschi che la fantasia riesce ad inventare per astrologare sulle reali intenzioni dei politici e sulle possibili soluzioni concrete del nodo istituzionale. 
E uno degli editorialisti più chiari, in questo campo, è Marcello Sorgi. Ma se ogni tanto sonnecchiava Omero, figurarsi un editorialista. Infatti oggi, sulla “Stampa”, Sorgi mostra come a volte anche le migliori menti stentino a capire la nostra realtà. 
È vero, la politica italiana è talmente complicata che decenni fa Henri Kissinger confessò, ironico, di non essere abbastanza intelligente per capirla. Ma buona parte della difficoltà nasce dall’ingenuità dei profani. Coloro che la osservano prendono in considerazione l’interesse del Paese, le ideologie politiche, e i programmi a suo tempo sbandierati. Certo, tengono anche conto degli interessi dei singoli protagonisti, ma li mettono ib secondo piano, dal momento che sono meno importanti delle sorti del Paese. E con questo dimostrano che non hanno capito il nocciolo della questione.
Una dimostrazione di questo errore prospettico la fornisce l’articolo di Sorgi di oggi, “L’ultimo tentativo di evitare la crisi”, in cui scrive che Franceschini, strenuo difensore di Conte, ha prospettato per l’attuale crisi questa soluzione: bisogna “portare in Parlamento al più presto il piano per il Recovery Fund per ottenerne l’approvazione e inviarlo a Bruxelles. Subito dopo - Conte s’impegna solennemente - si aprirebbe il negoziato sul rafforzamento del governo”. Queste parole mi hanno letteralmente tramortito. 
Io sono più vecchio di Sorgi, ma neanche lui è un ragazzino. Come si può pensare che una persona realista – e scottata – come Renzi, possa prendere sul serio un impegno solenne di Conte? Già è un dogma incontestabile che la buona fede, e il rispetto delle promesse, in politica valgono zero. Ma valgono meno di zero quando sono in campo due personaggi come Conte e Renzi. Conte è un uomo senza principi, se non quello del proprio interesse, e a questo interesse sacrificherebbe qualunque cosa. Figurarsi una promessa fatta al nemico. Renzi per parte sua è un figlio legittimo di Niccolò Machiavelli, e un cugino alla lontana, ma sempre un cugino, del duca Valentino Borgia. E Sorgi si mette a parlare di impegni solenni? Qui è necessario scadere dal mondo serio della politica a quello plebeo della farsa, esclamando, con Totò: “Ma mi faccia il piacere!”
Sorge per giunta è inescusabile perché quelle parole non gli sono sfuggite inavvertitamente. Infatti poco dopo definisce quella di Conte un’“offerta accomodante”, perché essa “vede il premier per la prima volta ammettere con chiarezza mai vista prima che il governo ha bisogno di una messa a punto generale”. Senza capire che con questo incruento sacrificio verbale sull’altare dell’interesse Conte non si impegna a nulla. Assolutamente a nulla. Domani continuerebbe come prima, caso mai ridendo dell’ingenuità di Renzi, quasi a dirgli: “E tu, fiorentino, ti dimostri più pugliese di me?”
Sorgi veramente era in una “giornata no”. Infatti sostiene che quell’offerta ha “una faccia assai meno morbida e indisponibile ad ulteriori rinvii come quelli chiesti da Renzi negli ultimi giorni”. Sembra non capire che è Conte ad avere interesse a tirare tutto in lungo. Perché più dura la manfrina, più lui rimane a Palazzo Chigi. 
Viceversa Renzi non ha mai chiesto rinvii, e insiste da tempo per risposte complete ed immediate, anche se sa che Conte non può dargliele. Approfitta di un po’ di tira e molla per avere visibilità, ma presto deve concludere, perché questa visibilità dura finché rimane credibile la sua minaccia al governo. Se si prolungasse indefinitamente - “Al lupo, al lupo!” - presto la gente non l’ascolterebbe più. E lui rimarrebbe senza cartucce.
Longanesi sosteneva che sul bianco della bandiera italiana bisognerebbe scrivere “Tengo famiglia”. Ma in una situazione come quella attuale ci si potrebbe rivolgere al dialetto: “Accà nisciune è fess”.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
10/01/2021




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POLITICA
9 gennaio 2021
WASHINGTON TRAGICOMEDY
Qualcuno ha detto: “Ho molte idee brillanti, ma non le condivido tutte”. È un paradosso che fa pensare a Oscar Wilde ma è più serio di quanto non si creda. Si può avere un’opinione e tuttavia temere che non sia sufficientemente fondata. Che possa indurre gli altri a giudicarci severamente. E per questo siamo tentati di tacerla, o almeno di attenuarla. Ecco un esempio: uno scienziato francese, prima di Lavoisier, intuì la famosa “legge di Lavoisier” ma la pubblicò dotandola di un prudente “quasi”. “Quasi costanti”. Credo parlasse delle quantità che entrano in una reazione, e del risultato della stessa reazione. Lavoisier, più sicuro di sé, ebbe il coraggio di superare quella prudenza e quel principio porta ancora oggi il suo nome.
Una mia idea che sono stato tentato di non condividere è stata che la manifestazione violenta dei fan di Donald Trump, di quelli che hanno invaso il Campidoglio di Washington, non è stata quell’avvenimento drammatico, al limite tragico, che tutti vogliono descrivere, Mi è sembrato eccessivo che si parlasse di “attacco alla democrazia”, quasi di “un tentato colpo di Stato”, e via così, strappandosi le vesti. Gli scalmanati spesso sono così ignoranti da non potere nemmeno concepire cose del genere: vogliono soltanto menar le mani contro i loro “nemici”. E infatti credo che presto di questo episodio non si parlerà più e, se non sarà dimenticato, sarà perché tutti se ne ricorderanno quando si tratterà di tagliare politicamente le gambe a Trump.
Dal punto di vista storico è stato soltanto uno stupido e violento moto di piazza che non poteva portare a nulla. Qualcuno ha pensato, sia pure per un momento, che quella folla avesse un capo cui contava di consegnare il potere? Fra quelle migliaia di persone forse nessuno era armato e se anche lo fosse stato, in breve tempo la polizia e la Guardia Nazionale l’avrebbero fatto a pezzi. La manifestazione, se a stento aveva un senso per gli stessi interessati, certo non aveva nessuna speranza. E infatti l’unico danneggiato dall’episodio è stato Trump. Il tycoon ha avuto l’imprudenza e il cattivo gusto di alzare troppo i toni ed ha rischiato per questo, e ancora rischia, di essere cancellato dalla politica. Si può immaginare punizione più severa? 
“Colpo al cuore della democrazia”? Ma non diciamo sciocchezze. C’è forse stato un solo momento in cui le istituzioni sono state a rischio? Qualcuno ha pensato che, in conseguenza di quella protesta, Trump sarebbe stato riconfermato Presidente? 
Le manifestazioni di piazza, in democrazia, hanno un senso molto diverso, a seconda dello stato d’animo dei molti che non vi partecipano. Se i motivi della protesta sono largamente condivisi, anche in assenza di qualsiasi eccesso, il sistema ne tiene conto. Abbiamo un esempio storico. La follia comunista e sindacalista (cioè di un sindacato “cinghia di trasmissione” a servizio del Partita Comunista Italiano che ancora sognava la rivoluzione proletaria) era giunta al punto che anche gli italiani più di sinistra avevano aperto gli occhi. Il sistema Italia era a rischio. E infatti la famosa “Marcia dei Quarantamila”, a Torino, benché calma e silenziosa, cambiò per sempre il clima aziendale in Italia. Al contrario, la maggior parte delle manifestazioni violente (incluso il terrorismo omicida delle Brigate Rosse) non ha condotto a nessun cambiamento. Ché anzi alla fine lo stesso Pci è arrivato al rinnegamento della rivoluzione del proletariato in forma violenta. Ritrovando così la prudenza di Togliatti, nell’immediato dopoguerra.
Né miglior sorte ha avuto la resistenza violenta – stavolta di destra – degli abitanti di Reggio Calabria, quando è stato tolto loro il titolo di capoluogo di regione in favore di Catanzaro. E dire che i governi italiani temono la piazza.
Dunque a Washington abbiamo assistito soltanto a una manifestazione di teppismo politico, di competenza di chi si occupa di ordine pubblico, e con una sola vera vittima: Donald Trump. Ma una vittima indifendibile, perché capace di troppi eccessi verbali.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
                9 gennaio 2021



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POLITICA
7 gennaio 2021
PERPLESSITA' SU TRUMP
Per principio, bisogna identificare la verità confrontando un’affermazione e la realtà, non chiedendo: “Chi l’ha detto?” Come fa chi vuole sapere se si tratta di un amico, e dargli ragione, o di un nemico, e dargli torto.
Sono stato contento dell’elezione di Trump, perché per l’America reputo i democratici più nocivi dei repubblicani e perché l’ho visto osteggiato da tutti, incluso il suo partito. Ma questo non mi ha indotto a dare un giudizio positivo del nuovo Presidente. Per questo ho atteso i fatti, e non sono stato sicuro di averli capiti. Così non ho saputo che giudizio dare di Trump. Ho approvato la sua politica estera, e sono stato contento dei successi dell’economia americana durante il suo mandato, ma per il resto, anche come giudizio storico, mi sono sempre detto che bisognava aspettare la sentenza del tempo. Fra l’altro, in questo esame sono sempre stato intralciato dalla feroce antipatia dell’Italia bene (dunque di sinistra) e dei media americani, nei suoi confronti. Come depurare le notizie, se la maggior parte delle fonti sono inquinate dalla faziosità?
Fornisco un esempio attuale. Nei deplorabili incidenti di Washington è morta una donna, vittima di un colpo di pistola. Ora ditemi, perché tutti i media italiani si affannano a nascondere che il colpo l’ha esploso un poliziotto? Se i manifestanti fossero stati democratici, si sarebbe taciuto questo particolare, quando gli Stati Uniti sono stati percorsi da ondate di simil-guerra civile per qualche rivoltellata esplosa da un poliziotto, magari contro un delinquente nero? Tutto ciò non è serio. Io difenderei l’agente, stavolta, perché i poliziotti erano pochi e i manifestanti molti, ma ho avuto tendenza a difendere i tutori dell’ordine, sei difendibili, anche negli altri casi. Perché nessuno esce di casa dicendosi: “Oggi per divertirmi farò secco un nero, anche se rischio la perdita della pensione, l’espulsione dalla polizia e  la galera”. Ma in Italia ci sono intellettuali che, se uno bastona un altro, guardano il colore del bastone. Se il bastone è nero, orribile violenza, se è rosso, comprensibile reazione ad una provocazione.
Trump ha uno stile pessimo. Ma se questo stile piace almeno alla metà degli americani, amen. E comunque un politico non si giudica dallo stile, diversamente dovrei stimare Conte. È la sostanza che importa, e questa sostanza è più che mai dubbia, oggi.
Secondo quanto risulta ufficialmente. Biden ha vinto le elezioni e Trump le ha perse. Ma Trump sostiene di avere vinto e che le elezioni sono state truccate. Chi ha ragione? La prima cosa da dire è che, nel dubbio, bisogna pragmaticamente considerare vera la versione ufficiale, per la pace e la stabilità del Paese. Ma questo non risolve il problema: in realtà, chi ha vinto le elezioni? Questo lo dirà la storia. Attualmente disponiamo soltanto delle domande cui essa dovrà rispondere.
La prima. È possibile che le elezioni siano state truccate? Certo che sì. Anche perché i democratici, come tutti gli uomini di sinistra, sono talmente convinti di essere dal lato del bene, che sono disposti ad imbrogliare per farlo trionfare, secondo l’insegnamento di Lenin.
La seconda. È probabile che l’America intera abbia congiurato e imbrogliato per rubare la vittoria a Trump? Francamente no. Dunque la sua tesi è in salita.
La terza. Trump è in buona fede, nella sua denunzia? Forse sì, perché è un uomo “sopra le righe”. Ma speriamo di no: perché questo deporrebbe a favore della sua sanità mentale. Nessuna delle due ipotesi è assurda.
Quanto alla quarta domanda, se sia utile la sua contestazione, penso di no. Se si è persa una causa dinanzi al Giudice di Pace, e l’unico rimedio è un ricorso in Cassazione, meglio lasciar perdere. Trump avrebbe dovuto quietamente prepararsi alla rivincita nel 2024, invece di far sorgere dubbi sulla sua salute mentale.
Ora rimangono delle preoccupazioni sul futuro dell’America, perché purtroppo la mentalità dei democratici, soprattutto spinti da uno spirito di rivincita, non fa sperare nulla di buono. Biden è stato scelto perché era il meno allarmante dei candidati, ma la presenza di tanti democratici “fuori di testa” nelle file del partito, e nell’elenco dei partecipanti alla lotta per la nomination, lascia temere il peggio. Infatti un commentatore ha detto che una delle ragioni della rabbia repubblicana per la sconfitta di Trump è il timore della politica economica dei democratici. Per non parlare della politica estera (cedimenti all’Iran e forse anche alla Cina), della politica dell’immigrazione e di tanto altro.
La notizia più grave, per quanto riguarda il futuro è che i due senatori della Georgia, eletti giorno 5, sono passati ai democratici. Cosa pressoché inaudita, perché la Georgia era considerata uno Stato prevalentemente repubblicano. Ma il peggio è che se uno dei due senatori fosse stato repubblicano, i repubblicani al Senato sarebbero stati 51 contro 49, mentre così pareggiano e, col voto del Presidente, vincono i democratici. Pessimo presagio per l’impossibilità di bloccare leggi demenziali. 
In America, cosa che molti ignorano, i democratici sono pieni di buone intenzioni ma danneggiano l’economia e non raramente danno inizio a guerre, mentre i repubblicani (si pensi a Reagan) sono più pragmatici e (si pensi a Nixon) concludono le guerre che hanno cominciato i democratici. C’è da incrociare le dita.
God bless America, non si può dire altro.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
                  07/01/2021



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POLITICA
6 gennaio 2021
CRONACHE DA TEDIOLAND
Passano i giorni e non scrivo una riga. Per farlo, bisognerebbe che qualcosa cambiasse nella situazione presente. E non succede. Oppure che fossi sicuro di ciò che avverrà in futuro. Ma non soltanto non ne sono sicuro io - che non sono nessuno – non ne sono sicuri né i politici, né i commentatori, né gli astrologi. Ecco perché gli editoriali di tutti i giornali – ed anche quello che state leggendo – sono di una noia affliggente. Tutti aspettiamo che, da questa sospensione, se ne esca. A destra, a manca, di sotto o di sopra, ma basta. E invece continua questa eterna sala d’aspetto.
Lo ammetto, forse perché sono vecchio non sono di facile contentatura. Col digitale terrestre spazzolo ogni sera quelli che mi sembrano i migliori canali, sono circa una trentina, e alla fine magari spengo o, per disperazione, ascolto un dibattito, o miglioro la mia scarsa cultura con qualche documentario zoologico. Un disastro. Mi sembra una suprema perdita di tempo stare a studiare le più piccole molliche della politica o i sospiri o gli aggrottamenti di fronte di alcuni politici che stimo un soldo (non ciascuno, l’intero lotto). Meglio le avventure di un’orsa seguita dai suoi due cuccioli.
Del resto, non sopporto neppure alcune certezze che sembrano avere corso legale. Per esempio tutti dicono che, in un momento drammatico come questo, non si può andare a nuove elezioni. E con quale coraggio si può dire una cosa del genere? Anche ad ammettere che andare alle elezioni oggi fosse un disastro, il fatto che qualcosa costituisca un disastro ha mai fermato i nostri politici? Nel 1978, quando vararono l’Equo Canone, io - quello stesso che non è nessuno oggi e non era nessuno già allore – dissi: “Ma bravi, hanno distrutto le locazioni e in buona misura l’edilizia”. Più o meno da quel tempo gli stessi politici, quelli che oggi si preoccupano del dramma della pandemia ma non pianificano niente in tempo, hanno sperperato il denaro pubblico mettendoci sul groppone – anzi, sul groppone dei nostri nipoti – un debito che potrebbe schiacciarci come mosche. E nel momento in cui “Bambole, non c’è una lira”, forse che non hanno varato la quota 100, il Reddito di Cittadinanza e mille regalie inutili? E mentre rischiamo di non presentare in tempo a Bruxelles un piano credibile delle somme del Next Generation Ue, e dunque di non riceverle, ci stiamo forse preoccupando di questo ritardo? Avete forse visto Giuseppe Conte spettinato, per l’ansia che gli provoca questo problema?
Smettiamola dunque con questa untuosa, ipocrita preoccupazione per le elezioni anticipate. Caso mai, la preoccupazione è quella di sapere quale gruppo di parlamentari terrorizzati all’idea di essere costretti a tornare al lavoro vero (quello faticoso e mal pagato) si metterà insieme, per far finta di governare. Il vero problema, per loro, sarà quello di sapere chi sarà invitato al banchetto e chi ne sarà escluso. 
Agli ideali della politica non credo più. Ho la sensazione che i politici, quelli che sembrano maestri di morale più seri di Seneca, all’occasione venderebbero la loro madre per trenta denari.
Né mi preoccuperebbe l’assenza di un governo, per un mese o due. Forse che l’abbiamo, oggi, un governo? Di chiudere i ristoranti è capace il primo Arcuri che passa. Forse, un governo che non c’è, almeno non fa danni.
Ora aspettiamo di vedere se ci libereremo di Giuseppe Conte (l’uomo convinto di essere il Presidente del Consiglio) ma questo non ci autorizza a sperare in un governo migliore. E dire che – data la qualità dell’attuale – non dovrebbe essere difficile.
Gli italiani, già da anni, sono talmente indignati e talmente disperati, da essere stati capaci di cedere, nel marzo del 2018, al più ferale cupio dissolvi. Ora hanno visto che “dissolvi” non è piacevole. Ma può meritare pietà, un popolo che ha votato per Alfonso Bonafede come Ministro di Grazia e Giustizia? O un’Italia che ha come Ministro degli Esteri Luigino Di Maio?
Sì, lo ammetto, aspetto con ansia spasmodica di vedere lo show down di Matteo Renzi, se ci si arriverà. Ma non perché ci sarà una svolta verso il meglio, solo perché ci si sarà finalmente qualcosa di nuovo di cui parlare, dal momento che il gossip sta a zero perfino nel mio condominio.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
06/01/2021



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POLITICA
3 gennaio 2021
ALLA VIGILIA DELLO SCONTRO FINALE
La vicenda Conti-Renzi fa pensare al film “I duellanti”, che molti hanno giudicato un capolavoro ma che ha annoiato me, spettatore incompetente. Se due energumeni vogliono scannarsi e ci provano ripetutamente, è normale che ci riescano ben prima che passino i cento minuti che dura il film. Perfino se si sfidassero con spade di legno.
E di questo sono così convinto che la serenità con cui molti guardano al dissidio (“Finirà come sempre a tarallucci e vino”) mi trova in disaccordo. Non bisogna mai giocare alla guerra, perché in quel caso dal gioco a fare sul serio ci corre meno che non si pensi. Non dico che effettivamente scoppino guerre per una “Secchia Rapita”, come nel poema eroicomico di Tassoni, ma poco ci manca. La stessa guerra di Troia – che probabilmente nella realtà scoppiò per motivi commerciali – Omero ce la presenta come nata dalla dignità di Menelao offesa da Paride. Segno che questa seconda ipotesi, per il grande pubblico, era più plausibile di quella vera.
Tutti si chiedono se Matteo Renzi, personaggio molto più machiavellico del povero Niccolò, stavolta faccia sul serio. E la cosa è interessante, dal momento che tutti i membri del suo piccolo partito e lui stesso hanno da mane a sera proferito le peggiori minacce, forse già da un mese. Quando si dice la credibilità. E tuttavia stavolta potrebbe essere vero che Renzi intende più che abbaiare, non perché sia cambiato l’uomo, quanto perché sono cambiate le circostanze.
Renzi probabilmente non avrebbe voluto Conte come Presidente del Consiglio già nel luglio del 2018. Come tutti i professionisti, probabilmente mal sopporta avere fra i piedi un dilettante. La sua disistima si sarà trasformata in personale disprezzo quando in fretta e furia ha proposto un governo giallo-rosso nell’agosto del 2019, e in Parlamento Conte ha aggredito Salvini, perché caduto, nel modo più acre, mordace e maramaldesco. Dimenticando che, nel caso il leader leghista avesse commesso delle gravi scorrettezze, proprio lui, Presidente del Consiglio, ne era stato complice. Renzi è troppo coraggioso per non disprezzare i codardi. Prima forse ha apprezzato Conte perché, nella posizione più infamante di segnaposto, era riuscito a conservare qualche dignità; ora sapeva che quell’uomo non era né mite né conciliante, ma soltanto debole. Sarebbe bastato dargli un po’ di potere e avrebbe fatto rimpiangere Caligola.
Tutta questa è ovviamente fantastoria, ma una cosa è certa: Conte, a poco a poco, si è ammalato della malattia che ha finito con l’estromettere dal potere proprio il suo rivale Renzi. Più il tempo è passato, più si è accaparrato potere. Non appena è esplosa la pandemia, non ha fatto che dire “io”. Io ho deciso, io ho disposto, io farò questo, io farò quello. L’Italia non ha più avuto un governo e men che meno un Parlamento, ha avuto Giuseppe Conte, improvvisamente divenuto – in regime di emergenza – colui che tutto determina e tutto può. L’ombelico d’Italia. E ne ha goduto fino ad ubriarcarsene, facendo aumentare i critici – se non nel grande pubblico, nell’ambiente che lo ha messo dov’è – e creandosi un’infinità di nemici. 
Ma, è noto, non c’era una facile alternativa, e lo stesso tentativo di cercarla, col rischio di andare a nuove elezioni, e dunque definitivamente a casa, ha spinto decine di parlamentari a preferire Conte a qualunque altra ipotesi. E dunque a Renzi non è rimasto che abbaiare. 
Conte ha avuto la vita facile e avrebbe potuto, anzi dovuto, approfittarne. Ma la hybris, la tendenza all’eccesso provocatorio, che ha a suo tempo perduto Renzi, ha attaccato anche lui. Tanto che l’irritazione contro di lui è divenuta endemica e Renzi oggi sa che, se pure nessuno vuole andare a nuove elezioni, troppi sono disposti a correre qualche rischio pur di rimettere la toga sulle spalle di Conte e mandarlo a fare il suo mestiere. Con l’intenzione di non rivederlo mai più.
Ecco perché stavolta Renzi potrebbe anche mordere. Perché in questo il suo alleato è Conte che, ubriaco del suo potere, non vuole cederne neanche una briciola. Senza rendesi conto che per mantenere la briciola potrebbe perdere l’intero pane. 
Naturalmente, tutto ciò che appare ovvio in questo pomeriggio di domenica, può essere smentito nel pomeriggio di domani. Come si dice, la convergenza degli interessi potrebbe condurre a “mettere una pezza” anche allo sbrego peggiore. Ma, almeno a mio parere, la situazione è così sbilanciata, che difficilmente potrebbe non produrre i suoi effetti. La teratologia insegna che i mostri normalmente non sono vitali.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
03/01/2021



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POLITICA
3 gennaio 2021
IL PRESENTE A FISARMONICA
Nessuno è immortale. Si può morire da giovani, si può morire da vecchi, ma nessuno sfugge alla morte. Queste parole, che sembrano il colmo dell’ovvietà, nella natura sono un’eccezione. Soltanto l’uomo sa di dover morire. Tutti gli altri esseri, anche ad assistere alla morte di un congenere, non ne deducono che toccherà anche a loro. Sicché l’uomo è l’unico che sa di essere mortale. 
Con questa coscienza non è detto che facciamo un affare. Infatti la mancata nozione del nostro comune e infame destino rende gli animali spensierati e, per così dire, immortali. Del resto, neanche noi esseri umani abbiamo una uguale consapevolezza della nostra condizione. I giovani, per esempio, ne hanno sentito parlare, ma credono che la cosa riguardi gli altri. Sia insomma tanto lontana dal loro presente che non valga la pena di occuparsene. Morire è compito dei vecchi. Per questo si sentono immortali, non temono i pericoli, ed hanno perfino tendenza a non chiedersi in che modo si procureranno da vivere a quarant’anni. La teoria è che bisogna lavorare, per vivere, ma in realtà essi vivono senza lavorare, essendo alloggiati, nutriti, e amati dai loro genitori.
La percezione del presente è una variabile. Per il bambino è semplicemente puntuale; per l’adulto spazia sulle settimane e i mesi; per il pensatore infine si allarga ai secoli. Lo storico che vede una ragazza in minigonna pensa che nell’ ‘800 avrebbe destato scandalo, ma anche noi ci scandalizzeremmo se vedessimo gli atleti gareggiare nudi, cosa che i greci trovavano normalissima. Ed ecco che l’episodio minimo si allarga a dismisura nel tempo. Come potrebbe un simile uomo non pensare alla propria morte? Quand’anche essa fosse probabile venti o trent’anni dopo, che cos’è questo lasso di tempo, nella storia?
Ricordo un vecchio intercalare dei siciliani anziani. Ogni volta che so parlava di un progetto futuro, aggiungevano l’inevitabile “Se ci campiamo”. Ragazzo, trovavo la cosa insulsa, e invece era forse l’eco di una precarietà dell’esistenza, che allora era èiù evidente di oggi. Del resto mia madre, abbastanza in buona salute per andare in crociera da sola, ne tornò dentro una cassa. Risparmiandosi l’angoscia del vedersi morire.
Non ci si crederà, ma tutte queste funeree considerazioni nascono dalla volontà di “scrivere finalmente un articolo ottimistico”. Purtroppo il buon proposito si è subito scontrato con un’ovvietà: ottimista è chi non pensa al futuro. La cicala della favola sarebbe stata ottimista se, all’inizio dell’inverso, si fosse accorta di non avere messo da parte nessuna provvista?
In questo noi italiani siamo dei campioni. Mussolini entrò in guerra contro la Francia perché nelle due o tre settimane precedenti sembrava che la Francia avesse perso la guerra e con essa tutte le potenze che si opponevano a Hitler. E perché la Spagna, dopo aver subito il tragico salasso della Guerra Civile, evitò quello della Seconda Guerra Mondiale? Perché nessuno, nemmeno Hitler personalmente, riuscì a piegare la diffidenza di Franco nei confronti di una facile vittoria. Decisione per la quale il mondo occidentale, e ovviamente in primo luogo la stessa Spagna, dovrebbero eternamente dire grazie a Franco. Invece lo stramaledicono come dittatore. In realtà, la dittatura è un pessimo regime, ma non tutti i dittatori sono uguali.
Franco era presbite, Mussolini miope. E la sua miopia sembra un malanno nazionale, se consideriamo il presente. Le nubi si addensano sul nostro futuro e tutti credono di scansarle con un po’ d’ottimismo e un’alzata di spalle. Le ammonizioni dei vecchi non nascono dal piacere di avvelenare la vita dei giovani, quanto dalla disperazione di vederli avviare cantando verso il fronte. 
Anche in questi giorni abbiamo un patente esempio di insufficiente percezione della realtà. Gli ebrei, dopo la Shoah, hanno imparato che il peggio non è impensabile, e men che meno impossibile. Per questo, pur di sopravvivere, impongono per due o tre anni a tutti, uomini e donne, il servizio militare. Un fischio e milioni di israeliani si trasformano da civili in guerrieri. È questa la ragione per la quale Israele è ancora lì. E non basta. Noi – oggi due gennaio 2021 – abbiamo vaccinato 45,000 italiani su sessanta milioni, gli israeliani un milione di connazionali su nove. Se le cose si mettessero male, sopravvivrebbero percentualmente più israeliani o più italiani?
Noi non abbiamo subito la Shoah, ma non abbiamo nemmeno avuto in dono il buonsenso. Continuiamo a credere che “tutto si aggiusterà”, “tutto andrà bene”, “una soluzione si troverà” , sia per la pandemia sia per la miseria economica. 
L’Italia intera mi ricorda una barzelletta. Un napoletano era devoto di S.Gennaro e andava a pregarlo tutti i giorni. Gli faceva sempre presente quanto era povero, quanto aveva bisogno di denaro, quanto avesse bisogno di vincere alla lotteria. “San Genna’ – gli diceva – ne fanno ‘n sacche de lotterie. Cente, mille estrazioni, e ie nun vinche maie, maie, maie!” Finché un giorno San Gennario si stancò e gli rispose: “Ma tu, figlie mie, u bligliette, ogni tante, o potreste accatta’!”
Ecco: noi non compriamo neppure il biglietto.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
03/01/2021



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POLITICA
2 gennaio 2021
SCIOCCHEZZE OBBLIGATORIE
Giuro di non avere nulla contro il Presidente Sergio Mattarella. Lo considero anzi il migliore dei presidenti degli ultimi decenni. È vero, parla in un modo stentoreo e quasi ultimativo, ma è il suo stile. Probabilmente non può farci niente. Non più di quanto Franco Locatelli sia colpevole del suo modo comico di parlare, che Maurizio Crozza ha reso immortale. Né l’intonazione di Mattarella né il salmodiare di Locatelli sono strumenti adeguati per giudicare il più alto magistrato italiano o un accademico d’Italia, che è anche Presidente del Consiglio Superiore di Sanità. 
Inoltre Mattarella, per servizio istituzionale, è obbligato a snocciolare sciocchezze speranzose e benedicenti, e va notato a suo merito che non ce ne propina più dell’assoluto minimo. Infatti il suo discorso di avant’ieri sera è durato solo quattordici minuti. Mentre altri Presidenti hanno annoiato anche le mucche con discorsi interminabili. 
L’affermazione che il Presidente dice sciocchezze non è ingiuriosa. Se al contrario dicesse cose significative, coraggiose e, per ciò stesso, divisive, non soltanto formalmente esorbiterebbe dal suo compito istituzionalmente super partes, ma sostanzialmente farebbe venir meno la fiducia nella sua imparzialità. 
Il difetto è nel manico: nell’allocuzione di fine anno. Come diceva Wittgenstein, di ciò di cui non si può affermare nulla di ragionevole, è meglio tacere. Ecco perché, se fossi il Presidente, starei ancor più zitto del primo Cossiga. Del resto Mattarella non rischia di essere scambiato per un uomo di paglia. Ha già dimostrato di essere capace di azioni energiche e risolute quando – essendo poi minacciato, non ridete,  di “impeachment”, non ridete, da Luigi Di Maio – rifiutò di controfirmare la nomina a ministro di Paolo Savona. 
Purtroppo la tradizione italiana è quella che è: se agli italiani piacciono gli sproloqui resistenziali di Sandro Pertini, amen. In democrazia, comanda il popolo. I discorsi in partenza dal Quirinale sono un male necessario, ma da qui a prenderli sul serio, ce ne corre. 
Il Presidente ha invitato i politici italiani a sfuggire alla tentazione di “illusori interessi di parte”. Che è come invitare le iene a resistere alla tentazione di mangiare carne di venerdì. Chi può credere che le ipotesi di crisi che percorrono Roma in tutte le direzioni dovrebbero fermarsi dinanzi all’emergenza pandemica? Mattarella fa finta di non sapere che, se il governo dovesse cadere, malgrado l’attaccamento alla poltrona di tutti i parlamentari, sarà perché essi non saranno stati capaci di resistere, anche se sostenuti dal più forte degli istinti, quello della sopravvivenza. Figurarsi quanto badino alla pandemia. Se già in tempo di pace non hanno previsto che i vaccini non soltanto bisogna averli, ma anche inocularli. A milioni.
A proposito di vaccini, è in corso in Italia una sceneggiata surreale. Si parla di renderli obbligatori, mentre è chiaro che non basteranno per tutti. Che sarebbe come obbligare mille persone ad entrare in una stanza di quattro metri per quattro. E poi hanno condito questo problema con un errore di comunicazione: i cittadini sono stati invitati a vaccinarsi per il bene della nazione, di cui non importa niente a nessuno, mentre sarebbe stato sufficiente ricordare: “Chi non si vaccina rischia di morire. Se non volete morire e assassinare i vostri cari col contagio, cercate di vaccinarvi. Purtroppo di vaccini non ce n’è abbastanza per tutti”. Ecco un discorso che avrebbe trovato orecchie attente: perché fa realisticamente appello all’interesse dei singoli.
Né diversamente vanno le cose riguardo all’invito del Presidente a non sperperare gli oltre duecento miliardi (spalmati su cinque anni) che aspettiamo dall’Europa. Come se, dagli Anni Settanta del secolo scorso, i politici italiani fossero capaci di altro. Basti dire che, in occasione di questa pandemia, il governo ha già speso (in deficit) oltre centoquaranta miliardi in sussidi, senza un piano per rilanciare l’Italia e la sua economia. Fra qualche mese, quando la pioggia di banconote dovrà fermarsi, ne vedremo delle belle.
Ascoltiamo Mattarella: “Il piano europeo per la ripresa, e la sua declinazione nazionale - che deve essere concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse - possono permetterci di superare fragilità strutturali che hanno impedito all'Italia di crescere come avrebbe potuto". Mi piacerebbe poterlo prendere a parte e chiedergli: “Presidente, lei è un galantuomo. Crede realmente di potere usare senza ridere espressioni come ‘concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse’?” 
Il 2021, proclamano tutti, deve essere l’anno della ripartenza. Per me sarà l’anno in cui anche i ciechi e i sordi si accorgeranno dei guasti del 2020 e - a mano a mano che passeranno le settimane – di quelli del 2021.
È l’ora dei costruttori. Sarà pure l’ora, ma all’appello mancano proprio i costruttori. Fra l’altro, con la pandemia, molti di loro sono falliti senza colpa. Inoltre, quando i politici parlano di rilanciare l’economia, piuttosto che pensare a lasciare ai costruttori la libertà di lavorare, pensano keynesianamente agli investimenti in deficit dello Stato. Cioè a nuovi debiti e nuovi sperperi. Fanno parte dei costruttori quelli che tengono in piedi l’Alitalia o sovvenzionano l’Ilva di Taranto?
Il polso dell’Italia ce lo dà Giuseppe Conte il quale ha commentato il discorso del Presidente con queste parole: “Sono certo che ce la faremo” E pensando che nel 2019 aveva detto che il 2020 sarebbe stato “un anno bellissimo”, sappiamo cosa aspettarci.
Ossignùr, in che mani siamo.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
2 gennaio 2021
SCIOCCHEZZE OBBLIGATORIE
Giuro di non avere nulla contro il Presidente Sergio Mattarella. Lo considero anzi il migliore dei presidenti degli ultimi decenni. È vero, parla in un modo stentoreo e quasi ultimativo, ma è il suo stile. Probabilmente non può farci niente. Non più di quanto Franco Locatelli sia colpevole del suo modo comico di parlare, che Maurizio Crozza ha reso immortale. Né l’intonazione di Mattarella né il salmodiare di Locatelli sono strumenti adeguati per giudicare il più alto magistrato italiano o un accademico d’Italia, che è anche Presidente del Consiglio Superiore di Sanità. 
Inoltre Mattarella, per servizio istituzionale, è obbligato a snocciolare sciocchezze speranzose e benedicenti, e va notato a suo merito che non ce ne propina più dell’assoluto minimo. Infatti il suo discorso di avant’ieri sera è durato solo quattordici minuti. Mentre altri Presidenti hanno annoiato anche le mucche con discorsi interminabili. 
L’affermazione che il Presidente dice sciocchezze non è ingiuriosa. Se al contrario dicesse cose significative, coraggiose e, per ciò stesso, divisive, non soltanto formalmente esorbiterebbe dal suo compito istituzionalmente super partes, ma sostanzialmente farebbe venir meno la fiducia nella sua imparzialità. 
Il difetto è nel manico: nell’allocuzione di fine anno. Come diceva Wittgenstein, di ciò di cui non si può affermare nulla di ragionevole, è meglio tacere. Ecco perché, se fossi il Presidente, starei ancor più zitto del primo Cossiga. Del resto Mattarella non rischia di essere scambiato per un uomo di paglia. Ha già dimostrato di essere capace di azioni energiche e risolute quando – essendo poi minacciato, non ridete,  di “impeachment”, non ridete, da Luigi Di Maio – rifiutò di controfirmare la nomina a ministro di Paolo Savona. 
Purtroppo la tradizione italiana è quella che è: se agli italiani piacciono gli sproloqui resistenziali di Sandro Pertini, amen. In democrazia, comanda il popolo. I discorsi in partenza dal Quirinale sono un male necessario, ma da qui a prenderli sul serio, ce ne corre. 
Il Presidente ha invitato i politici italiani a sfuggire alla tentazione di “illusori interessi di parte”. Che è come invitare le iene a resistere alla tentazione di mangiare carne di venerdì. Chi può credere che le ipotesi di crisi che percorrono Roma in tutte le direzioni dovrebbero fermarsi dinanzi all’emergenza pandemica? Mattarella fa finta di non sapere che, se il governo dovesse cadere, malgrado l’attaccamento alla poltrona di tutti i parlamentari, sarà perché essi non saranno stati capaci di resistere, anche se sostenuti dal più forte degli istinti, quello della sopravvivenza. Figurarsi quanto badino alla pandemia. Se già in tempo di pace non hanno previsto che i vaccini non soltanto bisogna averli, ma anche inocularli. A milioni.
A proposito di vaccini, è in corso in Italia una sceneggiata surreale. Si parla di renderli obbligatori, mentre è chiaro che non basteranno per tutti. Che sarebbe come obbligare mille persone ad entrare in una stanza di quattro metri per quattro. E poi hanno condito questo problema con un errore di comunicazione: i cittadini sono stati invitati a vaccinarsi per il bene della nazione, di cui non importa niente a nessuno, mentre sarebbe stato sufficiente ricordare: “Chi non si vaccina rischia di morire. Se non volete morire e assassinare i vostri cari col contagio, cercate di vaccinarvi. Purtroppo di vaccini non ce n’è abbastanza per tutti”. Ecco un discorso che avrebbe trovato orecchie attente: perché fa realisticamente appello all’interesse dei singoli.
Né diversamente vanno le cose riguardo all’invito del Presidente a non sperperare gli oltre duecento miliardi (spalmati su cinque anni) che aspettiamo dall’Europa. Come se, dagli Anni Settanta del secolo scorso, i politici italiani fossero capaci di altro. Basti dire che, in occasione di questa pandemia, il governo ha già speso (in deficit) oltre centoquaranta miliardi in sussidi, senza un piano per rilanciare l’Italia e la sua economia. Fra qualche mese, quando la pioggia di banconote dovrà fermarsi, ne vedremo delle belle.
Ascoltiamo Mattarella: “Il piano europeo per la ripresa, e la sua declinazione nazionale - che deve essere concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse - possono permetterci di superare fragilità strutturali che hanno impedito all'Italia di crescere come avrebbe potuto". Mi piacerebbe poterlo prendere a parte e chiedergli: “Presidente, lei è un galantuomo. Crede realmente di potere usare senza ridere espressioni come ‘concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse’?” 
Il 2021, proclamano tutti, deve essere l’anno della ripartenza. Per me sarà l’anno in cui anche i ciechi e i sordi si accorgeranno dei guasti del 2020 e - a mano a mano che passeranno le settimane – di quelli del 2021.
È l’ora dei costruttori. Sarà pure l’ora, ma all’appello mancano proprio i costruttori. Fra l’altro, con la pandemia, molti di loro sono falliti senza colpa. Inoltre, quando i politici parlano di rilanciare l’economia, piuttosto che pensare a lasciare ai costruttori la libertà di lavorare, pensano keynesianamente agli investimenti in deficit dello Stato. Cioè a nuovi debiti e nuovi sperperi. Fanno parte dei costruttori quelli che tengono in piedi l’Alitalia o sovvenzionano l’Ilva di Taranto?
Il polso dell’Italia ce lo dà Giuseppe Conte il quale ha commentato il discorso del Presidente con queste parole: “Sono certo che ce la faremo” E pensando che nel 2019 aveva detto che il 2020 sarebbe stato “un anno bellissimo”, sappiamo cosa aspettarci.
Ossignùr, in che mani siamo.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  



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POLITICA
1 gennaio 2021
RENZI, UN TOSCANO DEL RINASCIMENTO
Inizialmente Matteo Renzi mi è stato simpatico perché è un abilissimo comunicatore. Poi, nel 2016, mi è divenuto antipatico per la sua intollerabile invadenza in difesa della riforma costituzionale che proponeva. Poi è stato sconfitto, è passato all’opposizione e un po’ dell’antipatia è sbollita. Non tanto perché lui fosse divenuto più simpatico quanto perché lui è un uomo, con tutti i suoi difetti, mentre gli altri sono degli erbivori. 
Nel 2016 sbagliò pesantemente campagna elettorale e propose una riforma coraggiosa e pericolosa. Così molti fummo felici di mandarlo a casa. Sarebbe un’imprudenza facilitare la produzione legislativa di un Paese che già oggi fa troppe leggi, spesso pessime. Forse sarebbe stato preferibile un sistema tricamerale, se fosse esistito, solo per impedire a questa manica di incapaci di fare danni e spendere il denaro che non hanno.
Ma il progetto, ed anche lo stile col quale il toscano ci si gettò a corpo morto, dimostrarono un grande coraggio e una grande visione. Matteo Renzi fu sconfitto combattendo, Giuseppe Conte non è stato ancora sconfitto perché non propone nulla e non affronta nessuno. Se c’è un pericolo, scappa. Se c’è un problema lo ignora, lo rinvia, lo passa ad altri. E questo mentre, ancora nel 2019, nel giro di un mese, Renzi ha preso l’iniziativa di far nascere un governo di coalizione Diavolo/Acqua Santa. E poi lui stesso si è dissociato tanto dal Diavolo quanto dall’Acqua Santa, fondando un proprio partito. Ma anche questo, probabilmente, fu un calcolo sbagliato. Infatti quelli che lo seguirono furono molti meno di quanti lui sperava, soprattutto considerando quanto litigioso fosse il Pd, e quanto pochi in esso fossero i personaggi dotati di carisma. Ma andò come andò. Le intenzioni di voto per il nuovo partito si sono dimostrate scoraggianti. Per molto tempo esso non si è schiodato dal 3%, ed oggi pare che non arrivi nemmeno a quella cifra.
Un altro si sarebbe ritirato a casa, a piangere in solitudine. Ma Matteo, con tutti i suoi difetti, rimane con la cresta sulla testa e gli speroni pungenti dietro le zampe. Non è stato allevato in batteria ed è stato l’unico in questa palude che ha alzato la voce per contestare una surrettizia dittatura. Un’autocrazia che, invece che con i metodi della tirannide, ci governa col metodo del cedimento. Conte, per far contento il fiume, si posiziona sempre nel punto più basso del terreno, per essere sicuro di non rimanere all’asciutto. E se in questo modo fa incamminare il fiume verso la cascata, poco importa. Quando giungerà al disastro, al governo ci sarà qualcun altro e intanto lui avrà profittato pe qualche mese in più del potere.
Renzi ha capito che, rimanendo inerte, la realtà lo avrebbe macinato, chiudendolo infine nello stanzino delle scope. E allora si è detto: “Conte si fa forte della debolezza di un Parlamento che non vuole andare a casa , e allora anch’io mi farò forte di questa debolezza. Contesterò un governo indecente, e lo farò per motivi validissimi. Qualunque cosa ne verrà fuori, per me sarà meglio che morire d’inedia”.
E vediamo dunque che cosa potrebbe essere questo “qualunque cosa”. Potrebbe essere un semplice rimpasto nel quale Renzi stesso ottiene più di quello che ha. Con in più l’enorme visibilità che gli darà l’aver raggiunto questo risultato. Oppure potrebbe essere la formazione di un nuovo governo, di cui Renzi sarà stato ancora una volta l’artefice. Magari mandando a casa Conte e facendo felice chi andrà a sedersi al suo posto. Senza dire che, se questo governo dovesse governare meglio dell’attuale, Renzi potrebbe vantarsi di esserne stato la levatrice. O potrebbe non ottenere nulla, ma sarebbe poco male. Oggi non ha più nulla da perdere. E tuttavia l’ipotesi più saporita è la quarta. E cioè che, scosso l’albero, tutti i frutti cadano a terra, non si riesca a rimetterli sui rami, e si vada a nuove elezioni. 
Renzi questa parte del suo gioco l’ha studiata bene. Infatti non potrà essere accusato dello sconquasso perché va gridando ai quattro venti che lui non vuole far cadere il governo. Non soltanto lui non vuole andare a nuove elezioni, ma nessuno altro le vuole. Dunque questa ipotesi non si avvererà in nessun caso. Ovviamente lui sa benissimno che il futuro e imprevedibile. Tutti i vecchi osservatori sanno che da una verifica o un rimpasto si può sempre arrivare a nuove elezioni. Ma a quel punto il senatore di Rignano potrà sempre dire: “Chi, io, mettere a rischio la nazione? Ma se dicevo che non si sarebbe andati in nessun caso a nuove elezioni! E forse che non lo dicevate anche voi tutti? Tutti ritenevamo la cosa impossibile”.
Renzi probabilmente pensa effettivamente che non si andrà a nuove elezioni ma – diversamente da tutti gli altri, salvo Giorgia Meloni – sa di non avere personalmente niente da temere. Se rimane fermo, è perso comunque. Se si muove, o se fa cadere il governo, può ancora giocarsela. E questo è un ragionamento da vero combattente.
Rimango ostile a Renzi, un uomo a proposito del quale ho usato non so quante volte la parola hybris (l’eccesso punito dagli dei). Ma se perderà, ancora una volta, gli renderò l’onore delle armi. Forse non ha nessun altro genere di onore, ma quello gli è dovuto. La Toscana può essere fiera di questo condottiero del Rinascimento che va in giro con la spada e non scansa nessuna rissa.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
       31/12/2020



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POLITICA
30 dicembre 2020
LE PAROLE D'ORO DI CONTE
Da quando l’ho assaggiato, Giuseppe Conte non riesco a deglutirlo. E per evitare che mi rimanga sul gozzo, non lo ascolto mai. Ma oggi leggo sull’Ansa questo titolo: “Conte: accelerare la verifica”. E allora mi dico che c’è qualcosa di nuovo. Qualcosa che forse val la pena di esaminare. 
Leggo l’articolo sotto quelle parole e ne ricavo la convinzione che Conte è una delle persone che meno riuscirei ad apprezzare, perché sotto la fuffa di una retorica di maniera, mente spudoratamente, contando sull’imbecillità del prossimo senza mai dare un’occhiata allo specchio, per vedere se per caso non faccia parte del prossimo.
Comincia col dire che occorre “accelerare” la cosiddetta verifica di maggioranza, così da affrontare “nei primi giorni di gennaio" il Recovery Plan. E invece no, caro avvocato,  la verità è che lei non riesce più a rifiutare questa verifica, che accetta perché costretto, e senza nessun riguardo per il Recovery Plan. E nemmeno per il buon Dio, se entrasse nella faccenda. Anche le pietre, in Italia, sanno che l’unica cosa che le interessa è Lei stesso. E sanno anche che è capace di dire le cose più platealmente false, come questa di oggi: “Non possiamo permetterci di galleggiare”. Come se le suddette pietre non sapessero che è quello che lui fa da mesi, forse da anni, con una vocazione così inconcussa che, rispetto alla sua, un tappo di sughero è come piombo.
Poi cita Aldo Moro per dire che non riesce “a far suo” il principio degli ultimatum. E con ciò dimostra che non soltanto lui è capace di dire scemenze, ma ne era capace anche Moro. Per quanto riguarda gli ultimatum, bisogna distinguere chi li impone e chi li subisce. Se qualcuno, potendo imporre un ultimatum, non l’impone, lo applaudiremo. E gli concederemo anche il diritto di non “far suo” quello strumento. Se invece prendiamo in considerazione chi gli ultimatum li subisce, la sua opinione al riguardo non vale un fico secco. Per lui la questione è un’altra: se può ignorare l’ultimatum, che lo faccia. Se non può ignorarlo, che ceda. Dire “a questo gioco io non gioco” è come se, fermato di notte in una strada solitaria da tre energumeni armati che mi chiedono il portafogli, gli rispondessi: “Eh no, a questo gioco non ci sto. Sono contro le estorsioni”.
Ulteriore bugia monumentale: “Sono qui per programmare il futuro”, quando l’immobilismo di questo governo, e la sua mancanza di prospettive, sono evidenti lippis et tonsoribus. Lui programma il futuro? Lui che non osa spingere i propri piani oltre il mese?
Poi Conte ipotizza nuove elezioni dicendo che le esclude, perché “Non potrei distogliermi da questi impegni per impegnarmi in una campagna elettorale”. Dimentica che di quegli impegni (cui egli fino ad ora non ha risposto) potrebbe benissimo occuparsi qualcun altro? O si crede a tal punto il miglior fico del bigoncio da essere assolutamente insostituibile, più di quanto siano stati Giulio Cesare, Churchill e De Gaulle, che addirittura si dimise volontariamente?
Ma Conte è soprattutto impagabile nel presentare come trionfi anche le ritirate. Infatti dice: “Se verrà meno la fiducia di un partito andrò in Parlamento". Come se fosse una sua gentile concessione. E poi: se verrà posto il problema del rimpasto "lo affronteremo".  Un atto di coraggio, veramente. Se mi rompo una gamba, me la farò ingessare. Sono o non sono un eroe, più o meno come Enrico Toti, a proposito di gambe?
Infine la sua mancanza di realismo trionfa perfino in materia sanitaria. Infatti invita a vaccinarsi dicendo: “Compiamo un atto di solidarietà verso tutta la comunità nazionale, sottoponiamoci al vaccino". Non capisce che chi è anti-vax in buona fede se ne astiene per proteggersi, e questo è il suo primo interesse. Che sia sbagliato qui non importa. Un Presidente del Consiglio avrebbe dovuto dire: “Chi vuole ammalarsi di Covid-19 è libero di farlo, ma puniremo, o escluderemo dal lavoro, chiunque, non vaccinandosi, rischia di contagiare il prossimo”. Ma già, questo non sarebbe stato galleggiare. E quando uno è un supertappo di sughero, non può farci niente. È la sua natura. Come disse lo scorpione.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
30/12/2020



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POLITICA
30 dicembre 2020
EUFORIA DA DEFICIT
La tendenza al deficit è una costante italiana. Non per caso Einaudi insistette, durante i lavori della Costituente, perché nella legge fondamentale fosse inserito il dovere di indicare, per ogni proposta di spesa, il modo di farvi fronte (art.81). Naturalmente senza concludere nulla, come si è visto nei successivi settantatré anni. Ora, in occasione della pandemia, avendo qualche sventato affermato che in una simile occasione non si può badare a spese, siamo addirittura arrivati all’“euforia da deficit” (copyright di Carlo Cottarelli).
Il riferimento alla pandemia, come scusante, è meno valido di quel che non si creda. Se, per cercare di guarire dal cancro, devo spendere tanto da vendere la mia casa, potrò farlo, e magari dovrò farlo, se la casa è mia. Ma il mio cancro non mi autorizza, se non ho una casa da vendere, a divenire un ladro, un ricattatore o un assassino. E infatti la maggior parte dei malati di cancro non per questo si mette a delinquere. Dunque spendere sì, ma l’assoluto minimo, senza lasciarsi andare alla totale spensieratezza che ci ha già fatto spendere centoquaranta miliardi o giù di lì, soltanto in sussidi. E infatti non abbiamo programmato nulla per i mesi futuri, con un’ebbrezza spendereccia da marinai ubriachi. L’articolo di Cassese che trovate in calce è al riguardo prezioso. 
L’Italia è un Paese irrazionale. Con la pandemia ha creduto di avere ricevuto l’autorizzazione a spendere il denaro che non ha, un po’ come uno scemo che si mettesse a rubare perché gli hanno detto che è stato abolito il reato di furto. Dimenticando che non è stata però abolita la fucilata del derubato, che potrebbe farlo secco. Ciò che deve frenare il prodigo non è la mancanza di un’autorizzazione a spendere, ma le conseguenze delle spese nel proprio futuro, sia che provi a rimborsare i debiti, sia che non ci provi neppure.
La pandemia non equivale all’accollo di un terzo. Non basta distinguere i “debiti fatti per follia”, da quelli “fatti per necessità”, perché sempre debito sono. E non basta battezzarli diversamente. 
Gli assatanati del debito, oltre alla pandemia, hanno comunque avuto un’altra fortuna. Alcuni economisti, per giustificare anche “scientificamente” la tendenza a spendere come se il giorno del giudizio non dovesse arrivare mai, hanno creato la Modern Money Theory, MMT. Questi studiosi tentano la quadratura del cerchio affermando che si può spendere indefinitamente senza aver prima guadagnato, e senza potere rimborsare il debito. I privati cittadini questo non possono farlo, ma gli Stati sì, sostengono. 
Ho provato a capire questa tesi e non ce l’ho fatta. È troppo tecnica per i miei livelli di conoscenza. Ma se coloro che l’hanno formulata sono dei competenti, è anche vero che moltissimi economisti, ai massimi livelli, altrettanto competenti se non più, la considerano falsa e farlocca. La cosa non mi meraviglia. In materia di macroeconomia gli economisti dissentono da sempre. Diversamente il marxismo economico non sarebbe nato. Dunque prescindo dalle technicalities ed esamino la MMT dall’esterno. Partendo nientemeno da Kant.
Le verità si distinguono in “a priori” (non “appriori”, è latino) e “a posteriori” (non apposteriori). A priori sono quelle che sono verità anche prescindendo dall’esperienza, se diamo un certo significato alle parole. Per esempio, un triangolo non può avere quattro lati. Se gliene aggiungiamo uno non sarà un triangolo con quattro lati ma un quadrangolo. Viceversa le affermazioni a posteriori possono essere vere o false. Io posso avere uno zio che si chiama Filippo, e posso anche non averlo, senza che nessuna delle due affermazioni sia assurda. Il triangolo con quattro lati è un assurdo, mentre né l’esistenza né l’inesistenza di mio zio sono un assurdo. 
Il debito, per definizione, è “il dovuto”. Se mi regalano diecimila euro, non ho nessun obbligo nei confronti del donatore, se non quello della gratitudine. Se invece mi prestano diecimila euro, prima o poi quel denaro glielo devo ridare. Dunque un trasferimento di denaro che non si deve restituire può benissimo aversi, ma si chiama regalo, non debito. Il debito, per definizione, va restituito.
Naturalmente è anche vero, come sostiene la MMT, che nessuno può costringere uno Stato a pagare. Ma, se questa è una verità, non è tutta la verità. E comunque la teoria è entrata in contraddizione con sé stessa. Se lo Stato contava di restituire quel debito, e non l’ha fatto, ciò non trova giustificazione nella MMT: infatti il debito, per definizione, va restituito. Se invece la  restituzione non era nelle sue intenzioni, non si tratta di un debito ma di qualche altra cosa, riguardo alla quale la teoria del MMT (che riguarda i debiti) non dimostra nulla. Rimane soltanto da capire che cos’è questa “altra cosa”. 
Se uno Stato stampa puramente e semplicemente molta più cartamoneta di quella necessaria alla vita normale della nazione, si ha inflazione. E il riferimento alla cartamoneta è necessario, in quanto in regime di circolazione aurea (gold standard) l’inflazione è impossibile. La quantità dell’oro è un limite invalicabile mentre, essendo la cartamoneta carta, lo Stato può stamparne quanta ne vuole. Ma ciò facendo, come potere d’acquisto, la moneta fittizia varrà sempre meno. Se lo Stato stampa il doppio di fintemonete, ciò che prima costava duecento fintemonete costerà quattrocento fintemonete. E questa inflazione, mentre premia i primi prenditori delle nuove fintemonete (perché possono spenderle mentre ancora i prezzi non sono aumentati) danneggia i creditori e i percettori di redditi fissi, che si ritroveranno in possesso di fintemonete con un minore potere d’acquisto. L’inflazione non è indolore, soprattutto per i soggetti economicamente più deboli.
E qui ci avviciniamo alla MMT. Lo Stato può realizzare l’inflazione in due modi. Il primo – l’abbiamo appena visto – è la stampa di nuove fintemonete. Il secondo è il caso dello Stato che offre dei titoli (pezzi di carta) ai risparmiatori, agli investitori, o alle stesse banche, promettendo la restituzione di quel denaro, con l’intenzione di non farlo mai, e così potendo spendere a volontà. Sembra l’uovo di Colombo ma, se cadono a terra, le uova si rompono. 
Il sistema si regge finché i risparmiatori, gli investitori e le banche si fidano dello Stato e comprano i suoi titoli. Ed anche se è vero che lo Stato può imporre questo acquisto alle banche nazionali e perfino ai privati, non può imporlo agli investitori esteri. Con conseguenze catastrofiche. Inoltre non si può imporre la propria moneta nei mercati internazionali, e se i venditori non si fidano delle fintemonete di uno Stato, chiederanno il pagamento in monete forti. Oppure oro, un metallo incapace di imbrogliare il prossimo. Se poi lo Stato non emetterà nuovi titoli (perché nessuno li compra) e non rimborserà quelli in scadenza, l’insolvenza si chiamerà default, cioè fallimento. 
Ora ammettiamo che un’economia operi in vaso chiuso e, per far piacere alla MMT, ammettiamo che uno Stato venda i suoi titoli esclusivamente ai propri cittadini, cui può imporre qualunque cosa. Più o meno come avviene in Giappone. In questo caso è vero che il default è escluso, potendosi stampare cartamoneta all’infinito, ma non è esclusa l’inflazione. Infatti, se c’è una crisi di fiducia, non soltanto i risparmiatori non compreranno i nuovi titoli, ma correranno a convertire i loro titoli scaduti o a scadere in denaro sonante e beni, a costo di svenderli, realizzando il paradigma della legge di Gresham. Cioè, anche in vaso chiuso, lo Stato non potrà evitare l’inflazione. Il risultato sarà fatalmente che aumenterà in modo esponenziale il circolante. Se si emette troppa moneta (anche l’emissione di titoli per effettuare delle spese è stampa di moneta) l’inflazione si potrà ritardare, non eliminare. Essa sarà iscritta nel Dna del Paese come la morte in tutti gli esseri umani. 
La verità è che contrarre debiti, chiunque lo faccia, è la premessa di inevitabili guai. Lo Stato può non pagare i suoi debiti, ma non può evitare l’inflazione o il fallimento. Niente di raccomandabile.
Nemo dat quod non habet, nessuno può dare quello che non ha. La teoria del MMT somiglia a uno di quei giochi intellettuali che sembrano brillanti ma incantano soltanto i gonzi, come la catena di S.Antonio. La vittima ci sarà comunque.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  

In Italia esiste una “euforia” da deficit (copyright Carlo Cottarelli, su “Repubblica” del  24 dicembre) e Sabino Cassese (sul “Corriere” del 29 dicembre) conferma il fenomeno parlando del bilancio di previsione dello Stato italiano per il 2021. L’articolo è imperdibile. 
Il bilancio di previsione dello Stato italiano per il 2021, che il Senato è stato chiamato a ratificare in quattro giorni, è la sagra del corporativismo. 450 pagine (senza contare le tabelle), 20 articoli, il primo suddiviso in 1.150 commi, è solo formalmente un provvedimento unitario. Vi dominano il settorialismo e la non-pianificazione. L’Ufficio parlamentare di bilancio l’ha definito un coacervo di misure senza un disegno, un collage di interventi pubblici di favore. È il frutto di «euforia da deficit» (Carlo Cottarelli, Repubblica, 24 dicembre): infatti, per 24,6 miliardi è finanziato in deficit. 

Inoltre porta il disavanzo complessivo al 10,8 per cento e il debito al 158 per cento del Prodotto interno lordo. Questo repertorio indigesto di norme definisce la complessa nozione di «ristorante italiano», nonché il difficile concetto di «preparazione alimentare», e istituisce la «Conferenza nazionale - Stati generali della ristorazione italiana nel mondo», spingendosi a regolare e finanziare cori, bande e musica jazz, corsi di «formazione turistica esperienziale», recupero della fauna selvatica, veicoli di interesse storico e collezionistico, bonus idrico, l’ottavo centenario della prima rappresentazione del presepe, il voucher per occhiali da vista, fino al «piano nazionale demenze». Persino il ministro dell’economia e delle finanze ha riconosciuto che si tratta di spese «troppo settoriali e specifiche» (voleva forse dire inutili e avrebbe dovuto dire illegittime, perché inserite nella legge di bilancio). Gli autori non hanno, evidentemente, avuto paura del ridicolo. Ma c’è di molto peggio, come la moltiplicazione di uffici dirigenziali, l’assunzione di nuovo personale nei ministeri e di idonei non vincitori di concorsi e di lavoratori «socialmente utili», purché abbiano superato la sola scuola dell’obbligo (provvedimenti accolti con entusiasmo dal M5S, che poi lamenta l a scarsa qualità della pubblica amministrazione), decine di elargizioni e mance, la istituzione di molti fondi e la previsione di finanziamenti fino al 2036, così parcellizzando il bilancio e irrigidendolo. Questo fritto misto è poi scritto in modo difficilmente comprensibile: ad esempio, sono numerosi i periodi che contengono sei o più rinvii ad altre leggi. Chi l’ha redatto, forse per evitare di doversi vergognare, si è nascosto dietro i peggiori arzigogoli normativi. Come si è potuto arrivare a tanto? Il governo è partito, in ritardo di un mese, con una proposta zeppa di mance (229 articoli). Le opposizioni hanno proposto 250 emendamenti. La Ragioneria, con 34 pagine di rilievi, ne ha bocciati 80. Ma la legge di bilancio è passata tra gli scogli di un rimpasto e quelli di una crisi (il M5S non ha votato il rinnovo del contratto di programma sulla Tav, passato con il voto dell’opposizione). Secondo una consuetudine, vi erano «risorse assegnate alla gestione parlamentare» (Luigi Marattin, presidente della Commissione finanze della Camera dei deputati, Il Foglio, 16 dicembre), quelle usate dai governi per tacitare le voci più critiche delle opposizioni. Da 800 milioni, queste sono lievitate a 4,6 miliardi, con cui il governo ha comprato la benevola neutralità dei parlamentari (anche) di opposizione. Il relatore di maggioranza ha parlato di «proficua triangolazione istituzionale tra maggioranza, opposizione e governo». Il leader della Lega ha esultato: «seppure all’opposizione, il centrodestra ha ottenuto misure per 10 miliardi» (Corriere della Sera, 22 dicembre). Così l’opposizione «non è stata pregiudizialmente contraria»: «ci siamo confrontati rispettandoci», ha detto in Parlamento un autorevole deputato di opposizione. Le proposte di quest’ultima, salvo gli interventi per lavoro autonomo, digitalizzazione, emergenze, sono state «frammentate in piccoli interventi di qualche milione di euro, per rinsaldare l’unico meccanismo di selezione che conti, un bacino elettorale (territoriale o settoriale) in grado di garantire la rielezione» (così il presidente della Commissione finanze della Camera, già citato). Insomma, la maggioranza, divisa al suo interno, ha superato il potere di interdizione delle opposizioni accattivandosele con la distribuzione di risorse destinate alle loro constituencies, ma a spese della collettività e di coloro che, in particolare, dovranno pagare domani, con le tasse, il peso del debito aggiuntivo. Ora, il dialogo governo-opposizioni è utile, anzi necessario, ma non se si svolge a danno del Paese, che ne paga il costo. Come ha dichiarato il vice ministro dell’economia Misiani, le risorse a disposizione delle opposizioni non erano mai tanto lievitate come quest’anno. Il bilancio 2021 accolla alle generazioni future un debito aggiuntivo, acceso per finanziare in larga misura spese correnti, senza lasciare, a loro beneficio, almeno una dotazione di beni in conto capitale (scuole, ospedali, verde attrezzato, linee ferroviarie, uffici pubblici meno decrepiti). Tutte queste elargizioni si aggiungono ai numerosi «Decreti ristori» e alle ulteriori spese del «Milleproroghe» e graveranno su anni dopo il 2022 (o il 2023), quando finirà la sospensione dei vincoli del patto di stabilità. Come si spiega questa apoteosi del corporativismo in salsa populista? La chiave l’ha fornita qualche anno fa il nostro maggior sociologo, Alessandro Pizzorno, riprendendo da Bagehot la metafora del teatro, sul cui palcoscenico si svolge la funzione gladiatoria dei partiti e prevale la politica simbolica, mentre dietro le quinte agiscono gli interessi concreti e isoggetti che ne sostengono le domande, brokers, lobbies e organizzazioni di categorie, in un circuito coperto, dominato dagli interessi a breve termine. Insomma, il contrario di un discorso politico aperto. 
Sabino Cassese



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POLITICA
28 dicembre 2020
THE WASTE
Giorni fa l’“Economist” mi ha offerto una consolatoria citazione di Milton Friedman: “I say thank God for government waste. If government is doing bad things it’s only the waste that prevents the harm from being greater”. Ringrazio Dio per gli sprechi dello Stato. Se il governo fa cose cattive, è soltanto lo spreco che impedisce al danno di essere ancora più grande”. Tutto ciò personalmente l’ho sempre pensato e l’ho spesso scritto, pur sapendo di espormi alla critica di chi può rimproverarni un fanatismo anti-statale. Ma, secondo l’Economist, se io sono un pazzo, non sono il solo.
Ovviamente, quando si legge una frase paradossale non bisogna mai dimenticare che non conosciamo il contesto, e non sappiamo neppure se l’autore parlava seriamente. Anche perché una visione peggio che sconsolata della possibile azione dello Stato fa sorgere un interrogativo: perché i governanti dovrebbero danneggiare la nazione, guidando male lo Stato e sprecando ricchezza? E per questo cominciamo dal principio. 
Lo Stato è un’assoluta necessità. Le strade, la polizia, l’esercito, l’amministrazione della Giustizia e tante altre cose non possiamo affidarle che allo Stato. Ed esso, per occuparsene, non può che chiedere denaro ai cittadini. Parecchie di queste benemerite istituzioni sono necessariamente tenute in vita in pura perdita. Il beneficio della scuola, ad esempio, si vede decenni dopo. E si ha la prova “a contrario”: col famoso Sessantotto si è distrutta la scuola ma il danno è stato evidente trenta o quarant’anni dopo. Quando gli alunni sono a loro volta divenuti docenti e sono saliti in cattedra. Oggi l’ignoranza dei laureati è scandalosa.
Lo Stato amministra male il Paese fondamentalmente per due ragioni. La prima è che le sue decisioni sono affidate, per la loro adozione e per la loro applicazione, ad una miriade di persone che dovrebbero agire per senso del dovere. E poiché questo senso, se non è contrario alla natura umana, è meno forte della pigrizia e dell’interesse personale, il risultato l’inefficienza. Dunque non è che lo Stato non faccia niente di buono: è che, se fa qualcosa di buono, costa il doppio di ciò che sarebbe costato a un privato, impiegando almeno il doppio del personale. 
La seconda ragione per l’inefficienza statale è che, mentre per alcune funzioni si opera necessariamente in rosso, questa mentalità si estende all’intera azione dello Stato. Esso agisce costantemente senza fare calcoli economici, seguendo di volta in volta ideali più o meno fumosi. È come un figlio di famiglia che se la spassa, “tanto paga papà”. I singoli responsabili limitano le loro spese in base alle loro entrate, lo Stato può girare ad altri il conto da pagare. L’inefficienza dello Stato è dunque quasi programmatica.
Molti decenni fa Luigi Einaudi, per mettere un freno a questo malvezzo, fece introdurre in Costituzione (art.81) il principio secondo cui il parlamentare che propone una spesa dello Stato deve indicare i mezzi per farvi fronte, ma i parlamentari lo aggirano indicando fonti fantasiose di finanziamento: “il ricupero dell’evasione fiscale” o  l’aumento del gettito fiscale che (dicono loro) produrrà lo stesso provvedimento di spesa. Come dire il benevolo intervento di Babbo Natale. Non si tratta di corruzione (c’è anche quella) quanto del fatto che la politica si nutre di ideali monetizzabili in voti, con totale disinteresse dei costi. Quando lo Stato pensa di intervenire nell’industria non si preoccupa di sapere se l’impresa andrà in nero o in rosso, ma quanti posti di lavoro richiederà e quale vantaggio ne possono ricavare i politici. Solo questo spiega la scandalosa sopravvivenza dell’Alitalia.
Queste considerazioni risolvono anche la vecchia querelle tra destra e sinistra. Anche ammettendo che gli ideali della sinistra siano più belli di quelli della destra, dal momento che lo Stato agisce sempre con costi esorbitanti, i costoi di qualunque iniziativa sono superiori ai ricavi. Con sostanziale distruzione di ricchezza. Qualunque dipendente privato produce quanto tre o quattro impiegati dello Stato. E questo perché, diversamente, rischia il licenziamento. Nell’Amministrazione dello Stato tutto ciò è impensabile.
Né Milton Friedman né io odiamo lo Stato. Ci limitiamo a vederlo com’è. E al riguardo faccio un paragone irriverente. Ammettiamo che un uomo abbia un figlio psicolabile che è un cuor d’oro. È sempre pronto a dare una mano e a togliersi i vestiti di dosso se vede qualcuno che ha freddo. È buono come San Francesco e innocente come un bambino di tre anni. Ma una volta che il padre gli ha dato la lista della spesa e il denaro per gli acquisti è tornato a casa senza un soldo e senza niente nella sporta. Aveva dato tutto ai mendicanti. Il padre, sapendo che “non ha tutta la sua testa”, l’ha perdonato ma certo non lo incaricherà mai più di fare la spesa. 
Se sprecare è nella natura dello Stato, l’unico rimedio è quello di affidargli la minima quantità possibile di incarichi. È la lezione che ci ha dato il comunismo. Anche se la teoria economica di Marx fosse giusta, di fatto provoca miseria: gli uomini infatti producono diversamente quando lavorano per sé stessi o per lo Stato. L’Unione Sovietica ha vinto la guerra contro Hitler, ma l’ha perduta contro l’economia classica. Così, ogni volta che lo Stato progetta di intervenire nell’economia, bisognerebbe sempre gridargli un corale “No!”. È questo che voleva dire Friedman.
La ricchezza non è il risultato di una legge, ma dell’attività dei singoli. Dunque il primo problema non è quello della sua distribuzione ma quello della sua produzione. Ed è per questo che i Paesi più prosperi non sono quelli più preoccupati di giustizia sociale (come l’Italia) ma quelli che si preoccupano soprattutto di non intralciare la produzione di ricchezza (come la Svizzera). Se se ne produce molta, prima o poi ne godranno tutti. Se invece se ne produce poca, seppure in nome dei massimi ideali, il risultato è la miseria generalizzata.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  




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POLITICA
26 dicembre 2020
LE INTENZIONI DI RENZI
Renzi fa sul serio o bluffa? Vuol far cadere veramente il governo o cerca soltanto visibilità? E se cadrà il governo, chi ne trarrà vantaggio, chi rischierà di essere cancellato dal panorama politico?
Se vi aspettate risposte sarete delusi. Non tanto perché io non disponga di informazioni privilegiate, quanto perché la risposta a quelle domande non l’ha nessuno. E il perché è presto detto.
Il futuro umano è inconoscibile. Qualunque astronomo saprà dirvi quante eclissi di luna ci saranno nel 2120, ma nessuno, quale che sia la sua qualifica, può dirvi se il matrimonio di quei due sposi che avete visto uscire dalla chiesa, passando in macchina, durerà o non durerà. Già per questa parte il tentativo di divinazione è vano. E nel caso specifico c’è una ragione in più, per non azzardare previsioni. Gli attori non sono chierichetti o buoni amici che parlano col cuore in mano: sono giocatori di poker che cercano di fregare l’avversario. E quale giocatore di poker confesserebbe mai di quali carte dispone? 
Persino i pochi dati che possediamo non sono affidabili. A quanto dicono tutti, i rapporti personali fra Matteo Renzi e Giuseppe Conte sono pessimi. E non ho difficoltà a crederlo. Renzi è un corsaro, coraggioso per giunta, mentre Conte è un democristiano, al massimo furbo. Il primo si sente legittimato da una prestigiosa carriera politica, il secondo è un abusivo della politica, e del governo. Si potrebbe continuare, ma sarebbe inutile, perché i rapporti tra i due non dipendono dalla considerazione che ognuno ha dell’altro. Se gli convenisse baciarsi rumorosamente in pubblico, quei due lo farebbero immediatamente. Ma appunto, che cosa gli conviene fare?
Né può illuderci il fatto che Conte abbia ritirato l’inaccettabile progetto della mega struttura extraparlamentare per pianificare l’uso dei famosi 209 miliardi. Imponendogli la marcia indietro, Renzi ha fatto opera meritoria, ma se la sua intenzione era comunque quella di eliminarlo, presto  troverà un altro pretesto. Come dicevano i lombardi ai tempi di Giuseppe Verdi: “Noi non vogliamo che l’Austria diventi più buona, vogliamo che se ne vada”. Insomma è ben possibile che tra un “Buone Feste” e l’altro, il fuoco covi sotto la cenere.
Guardando all’essenziale, di Conte sappiamo che ha un unico scopo: rimanere il più a lungo possibile Presidente del Consiglio. Magari fino al momento in cui il governo affonda, e con esso l’Italia: purché la riva sia abbastanza vicina perché lui possa raggiungerla a nuoto. Mentre per quanto riguarda Renzi sarebbe già un miracolo se, sulle sue intenzioni, avesse le idee chiare lui stesso. Non bastasse, la situazione si evolve di giorno in giorno, e ciò che era vero a metà novembre potrebbe non essere vero a metà dicembre o a metà gennaio.
Renzi cammina sulla corda. Se non fa nulla, si rende partecipe dei pochi meriti, e soprattutto dei molti demeriti dell’attuale esecutivo. E al prossimo giro di boa potrebbe trovarsi in mutande. E già oggi deve tormentarlo parecchio che il suo partitino non si sia potuto schiodare dal 3%. Soprattutto considerando che intenzioni di voto simili ha il solitario ed elettoralmente poco credibile Carlo Calenda e la residuale Emma Bonino. Se farà cadere il governo, avrà certo l’applauso dell’opposizione, ma il panorama sarà peggio che incerto. In caso di elezioni, verranno a mancare o quasi i Cinque Stelle, e bisognerà vedere dove andranno i loro voti. Sempre che non ingrossino le file dell’astensione. E il Pd sarà premiato o punito? La Lega si confermerà, magari ingrandendosi, o si sgonfierà? E soprattutto, che ne sarà di Italia Viva?
Renzi avrà chiarissimo che qualunque cosa decida (anche l’immobilità) potrebbe rivelarsi un irreparabile errore. Dunque è inutile dargli addosso. Se i commentatori non sanno che cosa gli convenga fare, può benissimo non saperlo neanche lui. Per non parlare delle variabili obiettive esterne, sulle quali possiamo influire ben poco, in primo luogo la pandemia e l’economia. E non so quale sia la più pericolosa, fra le due. 
L’Italia somiglia ad una signora seduta in una sala d’aspetto in cui non può che sfogliare settimanali polverosi o studiare i quadri da quattro soldi attaccati alla parete di fronte. E soprattutto annoiarsi. Ma annoiarsi, se non fosse lì per aspettare il risultato del referto: tumore benigno o cancro? A volte la calma piatta si chiama “occhio del ciclone”. L’impotenza nella quiete, aspettando che si scateni il finimondo.
Una cosa va detta. La lunga lettera che Renzi ha inviato a Conte è del tutto condivisibile. Anche nello stile, semplice, corretto e chiaro. Purtroppo Renzi è Renzi e nulla ci assicura che creda in ciò che ha scritto o che sia disposto al minimo rischio personale, per sostenere quelle idee. La lettera depone a favore della sua intelligenza, ma a favore del suo carattere e del suo amore per la nazione, è difficile trovare testimoni. 
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
24/12/2020



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POLITICA
25 dicembre 2020
BREXIT, UN ACCORDO MISTERIOSO
Quando vedo qualcuno che azzarda precise previsioni sul futuro mi viene da sorridere. Non soltanto perché il futuro è inconoscibile, ma perché in larga misura è inconoscibile anche il presente. E ne abbiamo un buon esempio sotto gli occhi.
Leggo sull’Ansa che è stato finalmente raggiunto l’accordo tra Unione Europea e Regno Unito sulle condizioni della Brexit. È stato scongiurato il “no deal” (nessun accordo) e le dichiarazioni, sia “europee” sia “inglesi”, sono trionfalistiche: ma al di là della retorica, non dicono niente.
Quando si dice che la Gran Bretagna rimane un partner, che partecipa ad una zona di libero scambio, ma non sappiamo a quali condizioni; che è stato raggiunto un accordo anche per quanto riguarda la pesca, ma non sappiamo quale; quando non ci si dice niente di preciso riguardo alla frontiera tra Ulster e Irlanda, è segno che non sappiamo dove si situa la linea di accordo. Potrebbe trattarsi di una totale calata di brache dell’Europa come potrebbe trattarsi di una finta Brexit. E poi qualcuno cerca di indovinare il futuro.
La storia di questi quattro anni di trattative ha proprio questo senso: che la separazione rischiava di danneggiare molto seriamente una delle due parti. O peggio (“no deal”) tutte e due. E la grande, grandissima difficoltà sarà stata proprio quella di individuare un punto di compromesso. 
La lunghezza delle trattative una cosa dimostra chiaramente: che ambedue le parti si sono trovate dinanzi alla richiesta di cedere su un punto non negoziabile, su un interesse o un principio irrinunciabile. Possiamo esserne sicuri perché l’Unione Europea, che non è “un cuor di leone”, è notoriamente incline al compromesso. Dunque, se ha resistito per quattro anni, ha avuto le sue buone ragioni. Nello stesso modo di tutto si può accusare il Regno Unito, ma non di mancare di spirito pragmatico. E allora come mai, fino ad ora, non ha accettato il compromesso?
Il compromesso non è accettabile quando qualcuno è irragionevole, esoso e chiede la resa senza condizioni della controparte. Posso fornire un facile esempio. Gli israeliani vorrebbero soltanto che i palestinesi non li aggrediscano e non permettano ad altri eserciti di passare sul loro territorio per aggredire Israele. In altri termini, Israele vuole soltanto la pace. E che cosa vogliono i palestinesi? Che gli israeliani abbandonino la Palestina, all’occasione anche chiusi in casse da morto, e i palestinesi dispongano di tutto il territorio ad ovest del Giordano. Dimenticando che da un lato gli israeliani non hanno dove andare, dall’altro che non sono disposti a farsi ammazzare e scomparire soltanto per far piacere ai palestinesi. In conclusione, gli israeliani potrebbero aderire alla “proposta” palestinese se vinti in guerra e posti dinanzi all’alternativa tra la morte e l’esilio, e un’alternativa simile può imporla soltanto una (feroce) potenza militare vincitrice. Cosa che i palestinesi non sono. Forse sono feroci, ma non sono  vincitori.  Dunque ogni discorso sulla Palestina è inutile. Se ne riparlerà quando i palestinesi si renderanno conto che la loro proposta è irricevibile e che insistere su di essa produrrà danni soltanto a loro, non certo ad Israele.
Tornando alla Brexit, se per quattro anni le due parti non sono riuscite a mettersi d’accordo, è stato probabilmente perché, agli occhi di ambedue, c’era una o più condizioni su cui la controparte insisteva e su cui non era in nessun caso disposta a cedere. Ma qual era questa condizione? E se essa non ammetteva un compromesso (come non l’ammette, per gli israeliani, l’alternativa tra vivere o morire) come mai ora vi si è giunti? Quale delle due parti ha perso il negoziato, quale ha rinunciato all’interesse irrinunciabile? È per caso questa la ragione per la quale gli annunci sono trionfalistici ma nello stesso tempo vaghi riguardo ai contenuti? 
Dicono che l’accordo sia scritto in duemila pagine. Duemila pagine che non leggerei, nemmeno a pagamento. Mi basterebbe che mi si dicesse, in un paio di righe, la soluzione che è stata data ai punti irrinunciabili. Allora saprei chi ha vinto e chi ha perso. I negoziatori attualmente non ce l’hanno detto, ma nascondere queste cose è come nascondere il cielo col crivello: di quanto è avvenuto in questo dicembre 2020 la storia ci dirà tutto.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
25/12/2020



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POLITICA
25 dicembre 2020
IL KILLER A RIPOSO
I tre giovani si riposavano, dopo la lunga nuotata, prendendo il sole. Dal momento che lo scoglio non era molto grande Gilles, che era arrivato per ultimo, aveva chiesto il permesso di salire e stare accanto a loro. Dopo il primo malinteso dovuto alla lingua, tutto era stato messo sul piano di un disteso cameratismo.
Il giovane si chiamava Archie, ed era inglese, lei si chiamava Mariah, ed era americana mentre Gilles, evidentemente, era francese. E per fortuna parlava inglese.
- Eh già, disse poi loro ridendo. Per voi anglosassoni, studiare lingue è inutile. Sono gli altri che devono imparare l’inglese.
- Sì, disse Mariah. E con questo ci consideriamo autorizzati ad essere analfabeti per il resto.
Gilles rise di cuore. Questa Mariah trentenne era uno splendore di donna, ma portava in giro la sua quieta bellezza come fosse una caratteristica di tutti, che nessuno avrebbe notato. E che invece esercitava su Gilles un fascino urgente e pressoché indiscreto, come se stesse perdendo tempo, come se avesse già dovuto dirle che lei era bellissima e degna di essere adorata. 
Archie era più giovane di lei, solo ventisei anni. Vigoroso, sorridente, gentile. Sembrava più di lei conscio del proprio bell’aspetto, dei suoi muscoli lisci e possenti, dell’armonia del suo corpo. “Che mi fa pensare a Prassitele”, si disse intimamente Gilles.
Ora stavano in silenzio e con gli occhi chiusi, come per assaporare il rito dell’estate e il calore del sole, che già faceva evaporare le goccioline d’acqua fredda che erano rimaste sulla loro pelle gelata. Gilles pensava che, in quel quadretto, coi suoi quarant’anni ben portati, lui era un abusivo. “Loro sono dei giovani, io sono un uomo. Visti da lontano siamo quei tre, mentre in realtà siamo quei due giovani e quell’altro”.
- Lei, mi scusi se glielo dico, sembra più gentile degli altri francesi, disse Archie, quando ripresero a parlare.. - Ma Gilles rise:
- È soltanto che la maggior parte degli altri francesi non parla inglese. In realtà sono più pericoloso della media. Gli altri forse sono cani che abbaiano e non mordono, io sono un cane che morde più degli altri, ma non ha più voglia di mordere. Quasi un killer a riposo.
- Lei è un killer a riposo? - chiese allarmato Archie, sforzandosi di sorridere.
- Ma no, forse un ladro. Anzi, un ex ladro. Di anime.
Mariah, di professione insegnante, era abituata a capire, e a chiedere spiegazioni, quando non era sicura di avere capito. 
- Un ex ladro di anime. Che cosa intende dire?
Gilles si pentì delle proprie parole. Aveva ceduto alla vanità, al piacere di sorprendere il prossimo con frasi allusive. Quasi invitandolo a chiedergli ad andare più a fondo, di dare spettacolo.
- “It’s a long story”, come dite voi. Veramente vuole sentirla? Non è meglio che continuiamo a prendere il sole, e quando siamo ben caldi torniamo a riva, e ciascuno per i fatti suoi?
- Se mi annoio glielo dirò.
- Lei è proprio americana. Una francese quelle parole non le avrebbe dette. O avrebbe finto un interesse che non sente, o avrebbe detto che allora – “peccato!” - sarebbe stato per un’altra volta, visto che si è fatto tardi. Invece lei è stata semplice e sincera. Ma allora ci conto: se si annoia me lo dirà?
- Certamente.
Gilles rimase in silenzio a guardare una patella, forse morta, attaccata allo scoglio. E quando infine rialzò gli occhi sembrava un altro uomo, invecchiato di colpo.
- Sono stato imprudente. Non avrei dovuto dire ciò che ho detto. E ora mi trovo impegnato a spogliarmi di ogni convenzione, di ogni riserbo. Con l’unica giustificazione di chi, confessandosi in un vagone ferroviario, sa che, dalla prossima fermata, il suo dirimpettaio non lo rivedrà mai più.
Vede, Mariah, io sono nato con un concetto sbagliato dei rapporti umani. Per la maggior parte delle persone stare insieme significa venir bene uno accanto all’altro nella fotografia. Molti scambiano la contiguità fisica per amicizia, e la togetherness per superamento della solitudine. Ricorda il grande raduno di Woodstock, tanti anni fa? Un’intera generazione ha creduto che bastasse dire “Fate l’amore e non la guerra”, “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, “Facciamo che dichiarino la guerra e nessuno ci vada”. E poi l’anticonformismo del vestiario, la libertà sessuale, la droga. Rubbish.
Io invece, sin da ragazzo, all’altro essere umano, in particolare alla donna, ho voluto dire tutto, di me stesso, e sapere tutto di lei, e condividere tutto, e superare l’egoismo, l’incomprensione, la solitudine, appunto. Non si tratta di un patto di vicinanza e non belligeranza, ma dell’impegno a vibrare insieme dinanzi al panorama, ai versi di un grande poeta, o a lasciarci incantare da Schubert, ad occhi chiusi, o perfino violentare da Ciajkovskij. Una comunicazione, una compartecipazione così totale, che la gente non ne ha nemmeno idea, e da cui sarebbe forse spaventata, se la percepisse. E questo rapporto invasivo e totalizzante – soprattutto da giovane - ho teso ad averlo con tutti. In questo senso, mia cara Mariah, io sono ancora oggi innamorato di lei, e vorrei fare l’amore con lei, ma non mi fraintenda. Vorrei fare altrettanto con Archie, se appena fossi omosessuale, ed avere anche con lui una storia d’amore. E sarei felice di catturare le vostre anime e darvi la mia. E poiché tutto questo è demenziale, ovviamente mi sono nascosto, ma non ho potuto nasconderlo a me stesso. Non farò la corte a Mariah, mi dico, ma ciò non impedisce che la nostra sia una storia d’amore interrotta, forse addirittura abortita, ma di cui ho intravisto tutta la bellezza.
Fece una pausa e infine Mariah non temette di interromperlo:
- Ed ha mai realizzato auesto rapporto?
- Proprio questa è la mia disgrazia. L’ho realizzato, interamente, proprio come l’ho descritto, e forse anche meglio, con una donna. Avendo così la dimostrazione che non avevo sognato, che la pietra filosofale esiste, o almeno può esistere. E tutto questo è durato finché lei non è scomparsa. La morte non è sensibile alla bellezza. E così, non credendo ai miracoli, come ladro di anime mi sono messo a riposo.
Ma un ladro rimango. E per questo, se devo essere sincero, non posso che dirle la verità, cara Mariah: io sono follemente innamorato di lei.
Detto questo si tuffò in acqua e presto, a grandi bracciate, scomparve dalla loro vista. 
Gianni Pardo



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POLITICA
24 dicembre 2020
REPETITA IUVANT?
Un caro amico mi ha fraternamente fatto notare che il governo e la politica italiana,  per non parlare dell’epidemia, come argomento di editoriali, sono ripetitivi e noiosi. Cosa che costituisce un implicito invito a parlare d’altro. E poiché io la penso come lui, sarebbe normale non soltanto che gli dessi ragione, ma seguissi in concreto il suo consiglio, chiudendomi nel silenzio.
Purtroppo, il fatto che siamo in due a pensarla nello stesso modo non dimostra niente. Al contrario, qualcosa potrebbe dimostrare il fatto che tutti gli altri la pensano all’opposto. Me ne accorgo leggendo gli editoriali dei principali quotidiani. Se i giornali si occupano di questo, è segno che di questo i loro lettori vogliono che gli si parli. 
Vale anche per l’epidemia. Magari sarò il solo in Italia a trovare questo argomento insopportabilmente noioso - soprattutto nel momento in cui, andando su qualunque canale, si parla di questo - ma è ovvio che, dopo mesi e mesi, i telespettatori non si sono stancati di numeri, virologi e infettivologi. L’argomento è noioso per alcuni, non lo è per molti. 
Qui però devo essere chiaro. Quando dico noioso non dico poco importante. Dico che, sapendo quali sono le precauzioni da prendere, se uno le ha prese, non ha molto altro da sapere. Quanto ai rischi, una volta che ha evitato quelli che poteva evitare, e limitato quelli che non poteva evitare, che altro c’è da sapere o da discutere? Né serve a molto stare a sottolineare ciò che il governo ha fatto bene e ciò che il governo ha fatto male, ché tanto non cambierà comportamento sulla base di ciò che pensa il telespettatore. O persino l’editorialista di rango. “Sei scontento dell’attuale governo? Al prossimo giro, vota per qualcun altro e amen”.
Ma tutti questi ragionamenti sono armi spuntate. Perché non si tratta di una questione teorica. Se il criterio fosse culturale, ascoltare infiniti dibattiti sull’epidemia non ci trasformerebbe in competenti di epidemiologia. Dunque il talk show, in questo senso, è inutile. Ma se il criterio, invece di essere culturale, fosse – come è – emotivo, e si trattasse di preoccupazione per la propria salute, di paura per i propri cari, di ansia per il futuro ed anche per il proprio reddito – allora di certe cose non si parlerà mai abbastanza. 
E lo stesso vale per la politica. Gli attori in commedia sono spesso dei “cani”, come si dice nel gergo del teatro, il canovaccio che recitano sembra scritto da un demente, ma rimane il fatto che ciò che decide quella compagnia di guitti determina il nostro presente e il nostro futuro. Anche in questo campo la mia noia ha però una possente giustificazione: non credo a una parola di ciò che dicono i politici, non credo ci sia nulla che possa salvare l’Italia e per giunta da anni ormai non mi sento più di versare una lacrima sulla sua sorte. E in questo sono favorito dalla mia età. Il futuro non mi riguarderà e se, come dice un detto francese, “come si fa il proprio letto, così si dorme”, io non sarò il compagno di letto di nessuno. E il mio letto, finché dura, non è malaccio.
Qui normalmente dovrei mettere punto e la firma. Ma non mi sentirei onesto, se lo facessi. Non è vero che non m’importa niente di tutti gli altri. Fra tutti gli altri ci sono tante persone cui voglio bene, e voglio bene anche agli sconosciuti senza fisime, che non chiedevano altro che di vivere, indisturbati, del proprio lavoro. Ma non c’è modo di salvare l’umanità dalla sua follia. Per anni ho chiesto a destra e a manca le cause della Prima Guerra Mondiale, visto che non le capivo, e per anni non sono stato soddisfatto delle risposte. Tanto che infine ho letto un intero libro sulle cause della Prima Guerra Mondiale, ricavandone soltanto di poter dire: le cause furono molte e la principale di esse fu l’incoscienza. Basti dire che tutti pensavano che sarebbe stata una guerra lampo, coronata dalla vittoria. L’unica cosa che posso fare, è cercare di definire che cosa intendo per follia umana. 
Gli uomini non credono a ciò che hanno sotto gli occhi ma pressoché sempre, e in qualche caso a rischio della loro vita, a ciò che non esiste e in particolare a un futuro fulgido e felice. Per questo quasi ogni guerra comincia con manifestazioni di giubilo in piazza. Soltanto i militari sono seriamente preoccupati, perché hanno studiato polemologia. Ma il popolo pensa sempre alla svolta, al riscatto, al trionfo. La Germania degli Anni Trenta soffriva della propria sconfitta, della propria frustrazione e delle proprie difficoltà economiche ed ha creduto di risolvere tutti i problemi con un solo colpo di poker, dando le carte a Hitler. Sappiamo com’è finita. 
Quanto all’Italia, da moltissimi decenni crede a Babbo Natale, ai pasti gratis, alla possibilità di tutti di vivere a spese degli altri (quali altri, se abbiamo detto “tutti”?). Per questo ha rinunziato una volta per tutte alla mentalità “ragionieristica”. Quella di chi – come gli odiati svizzeri – fa di conto, non fa il passo più lungo della gamba, e chiede a tutti piuttosto severamente di fare il loro dovere, prima di parlare di diritti. Gente dappoco, questi svizzeri.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
24/12/2020 - Buon Natale



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POLITICA
22 dicembre 2020
SE SIA POSSIBILE FAR CADERE IL GOVERNO
Mia madre era una donna estremamente pragmatica, e questo amplificava la sua intelligenza. Non aveva avuto abbastanza stimoli culturali per liberarsi del tutto del condizionamento del suo tempo (era nata nel 1898) ma ogni volta che quel condizionamento era smentito dall’intelligenza, dava la preferenza a quest’ultima. Per esempio, per contestare un’ipotesi o un progetto, aveva cominciato con l’usare uno stilema  di condanna molto corrente, a quei tempi. “E quando mai s’è detta, una cosa del genere?” Ma quando, seguendo i suoi innumerevoli esempi di anticonformismo, le ho risposto: “Oggi, mamma. L’ho appena detto io” non ha più usato quell’argomento. Ai suoi occhi la tradizione doveva arrendersi dinanzi alla logica.
Con simili esperienze nel lontano passato non è strano che, di fronte ad un’evidenza collettiva, mi allarmo più di quanto non mi senta rassicurato. “Se tutti la pensano in questo modo, è segno che nessuno controlla la validità dell’assunto”. E mi sento in dovere di farlo io. Nel mio stesso interesse.
Oggi una frase non sottoposta a dogana è. “Non si può aprire una crisi di governo nel momento di una grande pandemia”. Tutti d’accordo, dunque verità rivelata. Dunque sospetto di imbroglio. Ma nel mio disgusto della politica, e nel mio schifo dell’attuale governo (un governo che abolisce la povertà e la prescrizione penale) non mi son dato la pena di dimostrare perché quel mantra era assurdo. Mi bastava che lo fosse per me, e a me stesso non sono tenuto a dare dimostrazioni. Tutto questo fino al momento in cui Pierferdinando Casini, in un talk show, ha detto queste parole d’oro: “È assurdo far cadere il governo nel momento di una grave crisi, perché il governo ha il compito di farvi fronte. Ma se quel governo non vi fa fronte, cade anche la necessità di non farlo cadere, perché a quel punto qualunque altro governo sarebbe migliore”.
Folgorazione. Ecco un’argomentazione imbattibile. Dal dogma che non si può discutere si è passati alla valutazione del governo. Prima dimostrate che è indispensabile, e poi lo sosterremo. L’indispensabilità è un presupposto che va dimostrato, non un assioma. E nel caso specifico si tratta di una dimostrazione difficilissima.
A questo punto, visto che l’arma definitiva mi è stata offerta graziosamente da uno dei più vecchi parlamentari della Repubblica, mi sono divertito a vedere se ci fossero ulteriori dimostrazioni, come è avvenuto per il Teorema di Pitagora, che ne ha a iosa. 
A chi piace questo governo? Non ai Cinque Stelle, che anzi si stanno liquefacendo; non al Pd, che è stato ripetutamente menato per il naso; non a Renzi, in perdita di velocità; non ad un’opposizione invelenita per l’impensabile voltafaccia dell’agosto del 2019. Insomma non piace a nessuno, salvo a Conte, per il quale esso si è trasformato in poltrona- E tuttavia tutti dicono che non può cadere perché nessuno vuol rischiare le elezioni, e andare a casa. Con un’estrema probabilità di non essere rieletto.
Ma anche qui, come nel caso evidenziato da Casini, c’è una contraddizione. Se il governo è tenuto in piedi dalla paura di essere mandati a casa, se cadesse il governo questa paura verrebbe meno? Certamente no. E allora, appena caduto il governo, tutti si darebbero da fare per mettere su un’alleanza qualunque, per creare un governo qualunque e sventare il pericolo della perdita della cadrega.
Qualcuno dirà che ci sono differenze ideologiche e vecchi rancori; che non si possono mettere insieme il Diavolo e l’Acqua Santa. Ah sì, come non si potevano mettere insieme il Pd e il M5s. Come diceva la buonanima, “Ma mi faccia il piacere!”.
Altra obiezione: non c’è la legge elettorale. Semplice, o la si fa, o si va avanti con quello che c’è, tanto del governo del Paese, o della rappresentatività del Parlamento, non frega niente a nessuno.
Potrei continuare, ma non ne vale la pena. Tutte le opinioni che sentiamo sono soltanto l’eco degli interessi di chiunque parli. L’unico, vero, sostanziale interesse che domina l’Italia non è né l’economia, né la salute, né la necessità di evitare un possibile default, ma soltanto quello di non perdere il seggio parlamentare prima del 2023. Se cadesse il governo e si andasse a nuove elezioni, sarebbe in seguito ad un incidente, come è accaduto altre volte in passato. Ma tutti, finché potranno, si inchioderanno alle poltrone, quand’anche i chiodi dovessero essere arrugginiti e quand’anche il Paese dovesse pagare un prezzo insopportabile. Basterà costituire il “Partito di quelli che non vogliono andare a casa” e si riceveranno un mare di adesioni, in Parlamento, fino a creare non una Große Koalition, ma una Sehr große Koalition. Grandissima.
Noi non abbiamo un governo dell’Italia ma un governo dei parlamentari. L’Italia non ha un governo.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
22/12/2020



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POLITICA
21 dicembre 2020
PERCHÉ L'ITALIA HA UNA BASSA PRODUTTIVITA'
Sono grato ad Occam per avere legittimato il pensiero semplice. Quel filosofo ha infatti sostenuto che, quando la soluzione di un problema appare evidente, bisogna prenderla in seria considerazione, perché non è improbabile che sia la giusta.
Questo principio, a mio parere, dovrebbe avere la sua massima applicazione in economia. Qui vediamo il successo costante della “economia della massaia” (cioè quella del buon senso e delle quattro operazioni) e il frequente insuccesso dell’“economia di Stato”, benché guidata da soloni della materia e dalle migliori teste politiche del Paese. 
La “macroeconomia” segue le teorie dei grandi intellettuali, dispone della forza cogente dello Stato e dunque, operando nelle migliori condizioni, dovrebbe dare i migliori risultati. Di fatto non è così. Perché allo Stato manca il correttivo del mercato. L’artigiano incompetente, se sbaglia prezzi o qualità del suo lavoro, esce dal mercato, mentre gli Stati passano troppo spesso da un insuccesso all’altro, da una crisi all’altra e spesso se la cavano aggravando il peso del fisco sui veri produttori di ricchezza.
È partendo da queste considerazioni che provo ad affrontare un problema che angustia l’Italia. Perché essa ha una così bassa produttività? Perché, diversamente da altri Paesi, ha così poche imprese di grandi dimensioni? Perché è in una crisi economica interminabile, da cui non riesce ad uscire? Per giunta, probabilmente il Covid-19 l’aggraverà fino a livelli peggio che drammatici.
La mia risposta è molto semplice: l’Italia non funziona perché gli italiani non sono liberi di agire economicamente. Ed è inutile dare la colpa ai politici. Costoro, con i loro progetti dirigisti e collettivisti, si adeguano alla mentalità della gente. Se gli italiani, invece di essere scioccamente invidiosi e malevoli verso i ricchi, fossero autentici liberisti, anche i governanti lo sarebbero. Ecco perché qui non si ricerca un colpevole, ma soltanto la causa di un fenomeno.
Il primo fardello che paralizza l’economia è lo Stato stesso. Ha troppi dipendenti e non li giudica mai in base alla loro efficienza. E dunque essi sono indotti a fare pochissimo. L’impiegato allo sportello si suda lo stipendio al punto che forse dovrebbe essere pagato di più, mentre nelle stanze interne tanti passano il tempo a leggere il giornale, a parlare con i colleghi o andando a prendere il caffè. “Il dottore è fuori stanza”. Una burocrazia inefficiente lavora poco e quasi blocca il lavoro altrui. In questo hanno le loro colpe i sindacati, soprattutto quelli, potenti,  di anni fa, quando molti ancora sognavano la rivoluzione comunista.
In Italia tutto è complicato. Quando identificano un problema, gli italiani credono di risolverlo con una nuova legge, più minuziosa delle precedenti, e il risultato è una foresta inestricabile di disposizioni che paralizza il Paese. Ed avviene anche che dei funzionari onesti, pur essendo in perfetta buona fede, fermino la macchina della nazione per paura di finire in galera mettendo una firma.
Lo Stato si impiccia di troppe cose e per farle ha bisogno di un mare di soldi. Il risultato è che opprime i cittadini con un carico fiscale eccessivo e contrae una tale quantità di debiti, che un giorno i cittadini lo stramalediranno, rimpiangendo di non poter impiccare molti degli illustri politici morti.  Infatti essi dovranno pagare quei debiti, o patire le sofferenze inaudite di un default.
Lo Stato rapace sarebbe tollerabile se, con la sua azione, restituisse ai cittadini una gran parte della ricchezza sottratta. Purtroppo in concreto la sua azione si traduce in un grande danno per la nazione. E con questo arriviamo al nocciolo del problema: perché l’Italia produce poca ricchezza? Semplice: perché per i cittadini è estremamente difficile arricchirsi. Il fisco diviene punitivo non appena il reddito supera il minimo e per conseguenza l’operatore economico non tende a divenire un grande imprenditore. Perché, più produrrà, più lo Stato gli chiederà,  trattandolo per giunta più da sfruttatore del prossimo che da benefattore della società. Gioca inoltre un elementare calcolo economico: data la progressività delle imposte, percentualmente meno si produce e meno si paga. 
La  redditività dell’impresa – e del singolo lavoratore – dipendono anche dal livello tecnologico della produzione. Se si ha un buon margine di guadagno, si adotteranno i macchinari e i metodi produttivi più moderni ed efficienti. Se invece si sopravvive a stento, ci si contenterà di macchinari obsoleti e metodi tradizionali di produzione. 
Il nostro è uno Stato pronto a punire le imprese di grande successo e pronto a sostenere, con sussidi e nazionalizzazioni, le imprese decotte. Insomma punisce i capaci e premia gli incapaci. A questo punto penso che Occam mi darebbe ragione: l’Italia è povera perché odia la ricchezza e gli italiani non sono liberi di arricchirsi.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com  
20 dicembre 2020



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