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POLITICA
17 ottobre 2019
IL FEMMINICIDIO DELLA WHIRLPOOL
La Whirlpool chiude lo stabilimento di Napoli, e Massimo Giannini scrive parole di fuoco contro l'Impresa.  Parla della “spregiudicata impudenza di un capitalismo che straccia accordi aziendali e patti sociali, cavalcando la tigre della globalizzazione selvaggia, sfruttando il dumping salariale, inseguendo il massimo profitto a qualunque costo. Non c'è giustificazione possibile, per un colosso industriale che decide di buttare in mezzo alla strada oltre 400 famiglie”. E parole pressoché altrettanto severe dedica al governo, che non è stato capace di scongiurare questo disastro. 
E tuttavia si può avere un altro punto di vista. Un posto di lavoro è la situazione nella quale qualcuno dice ad un altro: “Se mi offri la tua prestazione ti offro un salario. Naturalmente lo faccio per avere da te un‘utilità economica maggiore di quella che ti offro col salario”. E che cosa dice il lavoratore? “Ho bisogno di quel salario e la tua offerta mi alletta. Dunque accetto nel mio interesse, non nel tuo". Da questo incontro di interessi nasce il contratto di lavoro. Ovviamente il datore di lavoro ha la possibilità di interrompere il contratto, se non ne ricava un’utilità superiore al costo, e il prestatore d’opera ha la possibilità di lasciare il lavoro se altrove gli offrono migliori condizioni.
 Ora passiamo alla patologia. Se gli sgherri del datore di lavoro catturano degli uomini, li incantenano al posto di lavoro e non li pagano, si ha la schiavitù. Se invece i lavoratori impongono al datore di lavoro di continuare a pagarli, anche se costano più di quanto rendano, si ha l’estorsione. La schiavitù non è più di moda, ma l’estorsione prospera. Anche se non a spese dell'Impresa (un’impresa fallita non può pagare salari) a spese dei contribuenti. Infatti, dal momento che in Italia, come dice Giannini, non si può tollerare che si “mettano in mezzo alla strada 400 famiglie”, lo Stato a volte interviene, e lo fa o nazionalizzando l’impresa (con enormi costi per i contribuenti) oppure ripianando il deficit, ma sempre a spese dei contribuenti. E così l’estorsione è stata spostata di una casella, invece di essere a carico dell'impresa, è a carico del contribuente. Ecco come vanno le cose per l’Alitalia (il contrario del pozzo di S.Patrizio) e per tante altre imprese decotte. 
Comunque, il pianto greco per le 400 famiglie è ipocrita. Ammettiamo che in Italia rischino il licenziamento non 400, ma 4.000 lavoratori. Che cosa hanno di speciale i 400 rispetto ai rimanenti 3.600? Soltanto il fatto di poter organizzare il blocco di un’autostrada e di ottenere i titoli dei giornali. Dei molti licenziati ignoti non si occupa nessuno. Eppure il dramma del singolo padre di famiglia che perde il lavoro è lo stesso sia che lo perda soltanto lui, sia che lo perdano altri 399 o altri 3,999. La cosa cambia soltanto dal punto di vista emotivo, sociale  pubblicitario. Ipocrita.
Le parole di Giannini sono demenziali. Che senso ha parlare di inseguire “il massimo profitto a qualunque costo”? Secondo lui, che scopo ha un’impresa , nel momento in cui tiene aperto uno stabilimento? Lo fa per il profitto, anche se non “massimo”, ed è una cosa non soltanto legittima, ma consustanziale alla sua esistenza. Infatti, se chiude, è segno che quel profitto non c’è.
Tutta la vicenda, nel suo fondamentale fraintendimento, è simile al "femminicidio per amore". Qual è la ragione per cui un uomo e una donna condividono la vita? L’amore. E, se non l’amore, almeno il fatto che la convivenza offre più vantaggi della separazione. Ma se per la moglie, per esempio, questo minimo vantaggio non c’è più e vuole andarsene, il marito abbandonato ha il diritto di ucciderla solo perché lui soffre di quell’abbandono?
Nello stesso modo, se la ragione dello “stare insieme”, per la Whirlpool e per i suoi lavoratori, è il vantaggio di ambedue, e se per uno questo vantaggio non c’è più, lo si può forse costringerlo a proseguire la collaborazione? Se un operaio della Whirlpool si licenzia, l’impresa può prenderlo per la cravatta e riportarlo al suo banco di lavoro. Certo che no. E se il lavoratore è libero di andarsene, perché non dovrebbe essere libero di andarsene il datore di lavoro? Perché lo Stato dovrebbe spalleggiare il femminicidio dell’impresa?
Quando in Italia metteremo da parte l’economia del cuore e cominceremo ad adottare quella dei numeri, quando capiremo che lo Stato non può cambiare le leggi eterne dell’economia, chissà che non riusciamo  a vedere la luce in fondo al tunnel. Si tratta soltanto di capire che la Cina comunista. dal punto di vista economico, è moltomeno comunista di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 
16 ottobre 2019




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POLITICA
16 ottobre 2019
"VAFFANCULO" NON È UN P0ROGRAMMA
In questi giorni abbiamo sentito un esponente dei Cinque Stelle dire: “Governeremo per i prossimi dieci anni” e francamente chissà a quanti è venuto da ridere. Ma la domanda seria è: quanto durerà il Movimento? 
Forse, in materia di istituzioni durevoli, una prima risposta la dà il Cristianesimo. Contrariamente alla religione pagana (vaga, su questo argomento), esso prometteva la vita eterna, dichiarando la morte cosa pressoché apparente e seguita da un’eterna beatitudine. Inoltre, a questo fondamentale messaggio di speranza affiancò quello dell’uguaglianza di tutti gli essere umani: uomini, donne e persino schiavi. Ma è soprattutto per quella promessa d’immortalità che essa è durata due millenni.
Qualcosa di analogo si è avuto col comunismo. Il suo messaggio egualitario, protestario e rivendicazionista è stato chiaro anche per i meno colti. Sulla base di esso il mondo è stato disposto a minimizzare, o a far finta di non vedere, gli immensi crimini di Stalin o le enorme sofferenze inflitte al suo popolo da Mao.
Il liberalismo ha anch’esso un messaggio chiaro (la libertà economica e la libertà politica). Nella realtà concreta ha ottenuto risultati migliori sia del Cristianesimo sia del Comunismo, ma da essi è stato spesso battuto perché svantaggiato dalla sensazione che fosse “la teoria dei ricchi”.
In questo contesto, qual è il messaggio di fondo dei Cinque Stelle? Il Movimento non ha né una teoria economica né una teoria politica. E men che meno è una religione. Dunque (non sto scherzando) il suo messaggio fondamentale è: “Vaffanculo”. Non un sì a qualcosa, un no a tutto. La profonda insoddisfazione dei suoi aderenti rispetto al presente si traduce nel rigetto in blocco della classe dirigente e nell’esigenza di un totale rinnovamento. Malauguratamente, “Vaffanculo” esprime un sentimento, non un programma, e in fin dei conti è insignificante. È per questa assenza di un programma positivo che quel Movimento è percepito come qualcosa di impalpabile, di flou, di sfocato. I suoi dirigenti hanno potuto ripetere di non essere né di destra né di sinistra, ma avrebbero potuto altrettanto bene dire icasticamente di non essere “né carne né pesce”.
Questo è un limite esiziale. Chi dice “Basta!”, o realizza una rivoluzione di successo, o si rassegna alla prosecuzione dell’esistente. I Cinque Stelle si sono impegnati a realizzare miracoli impossibili e conseguentemente sembrano destinati a sgonfiarsi. Lo dimostra, paradossalmente, la fenomenale benevolenza con cui il Paese ha tollerato gaffe, contraddizioni, scandali e dimostrazioni di abissale incompetenza. Tutto ciò avviene quando, a fronte di un’evidenza negativa, vi è una grande e ben chiara speranza positiva, come nel caso dell’immortalità. Qualcosa che induce a chiudere gli occhi su tutto ciò che la contraddice. Ma la Fede promette l’immortalità nell’altro mondo, mentre il totale cambiamento (“Vaffanculo”) il Movimento l’ha promesso in questo mondo, e anche subito. Una cambiale da onorare nel breve termine: e questo è un grosso guaio.
Già si è visto alla fine del 2018 quando, dopo aver tuonato contro l’Unione Europea, i giallo-verdi sono tornati a casa con la coda fra le gambe, rinunciando ai loro sogni di deficit spending. Ora siamo allo stesso punto, se non peggio, e il Movimento non vuole darsene per inteso. Da mesi i suoi esponenti escludono il pattuito aumento dell’Iva, e non ci sarebbe niente di male se non avessero assicurato, con uguale foga e mettendosi una mano sul cuore, che non avrebbero aumentato le tasse. E ora, come mantenere gli impegni? Per non fare aumentare l’Iva e per far finta di mantenere almeno in parte le altre promesse, sono necessari trenta miliardi, che non ci sono. L’Unione Europea ci permette (come se le Borse dipendessero da essa) di fare ancora quattordici miliardi di debiti, ma come finanziare il resto della manovra? La gente riuscirà anche stavolta, eroicamente, a dimenticare il momento in cui il fatuo Giuseppe Conte è uscito dal “Palazzo” annunciando: “Abbiamo trovato i 23 miliardi che servono per l’Iva”? Come se fossero stati dimenticati in un cassetto? E ciò mentre, settimane dopo, a poche ore dalla scadenza, si fanno le ore piccole cercando di tramutare il piombo in oro?
Uno degli errori – forse inevitabili – del Movimento, è stato quello di far credere agli italiani che, se prima non si era riusciti ad uscire dall’impasse sociale, era stato perché i governanti erano disonesti e mancavano della necessaria volontà politica. Così gli italiani li  hanno mandati al governo – loro che sono onesti – e ora vorrebbero i risultati concreti. Purtroppo gli onesti si accorgono che la volontà politica non riesce a trasmutarsi in finanziamenti e in queste condizioni, la sopravvivenza del sogno, della suggestione, del sonnambulismo collettivo, difficilmente può durare.
Il Cristianesimo ha scommesso contro la realtà, ma ha a lungo vinto perché non ha mai proposto una verifica. Anche il comunismo ha scommesso contro la realtà, e se non ha perso subito è stato perché si è mantenuto con la forza della dittatura. Invece il  M5s scommette contro la realtà, agisce in democrazia, ed ha promesso la felicità in questo mondo, non nell’altro. Così non si vede che speranze possa avere. Può sopravvivere soltanto divenendo altro da sé.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      15 ottobre 2019



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POLITICA
15 ottobre 2019
IN SIRIA SI CAMBIA SCENARIO
Per otto anni i curdi hanno amministrato una parte della Siria del nord, in un ambiente di sostanziale indipendenza dalla Siria, applicando norme avanzate e approvate dall’Occidente, come la libertà e parità delle donne. Ma ora c’è stato l’attacco dell’esercito turco e contro di esso i curdi non hanno armi sufficienti per resistere. Essi si aspettavano di essere difesi dagli americani ma gli statunitensi si sono defilati. Così, dinanzi alla prospettiva di una sicura sconfitta, hanno rinunziato ai loro sogni e – su pressione e con la mediazione dell’Iran e della Russia – si sono alleati con Bashar al Assad. L’indipendenza curda è tramontata e nel nord interviene l’esercito siriano. E per la Turchia le cose si complicano. Tutto ciò si presta a molte considerazioni.
La prima riguarda l’America. A detta di tutti, essa avrebbe “tradito” i curdi, meritevoli della sua gratitudine in quanto hanno valorosamente combattuto contro lo Stato Islamico. Ma in politica, sin dai tempi di Cesare, la gratitudine non è di moda. E comunque, se il rimprovero è giustificato per l’America, lo è ancor più per l’Europa, molto più vicina alla Siria di quanto sia Washington. E allora come mai, persino negli stessi Stati Uniti, tanti se la prendono con gli Stati Uniti? La risposta è semplice. Per decenni - un po’ per fare i propri interessi, e un po’, stupidamente, per puro idealismo - quel grande Paese si è fatto carico di tutte le rogne del mondo. Ora il pendolo emotivo di quella nazione si è spostato dall’idealismo all’isolazionismo e dunque, di fronte ad un drammatico avvenimento internazionale, il Presidente si è chiesto: “Noi che interesse abbiamo ad intervenire? Meglio essere criticati dai parolai che veder rientrare in patria bare coperte dalla star spangled banner”.
Oltre al dovere morale della solidarietà per quel piccolo e sfortunato popolo, per gli americani non c’è altro. Mentre gli europei avrebbero dovuto pensare alla propria sicurezza. E se non si muove chi è personalmente minacciato, perché dovrebbe muoversi un terzo? Gli stessi americani che oggi sono indignati per l’inerzia di Trump sono quelli che tanto hanno manifestato contro la guerra in Vietnam. 
La seconda lezione riguarda i curdi. Costoro imparano a proprie spese che il principio dell’autodeterminazione dei popoli non vale niente, se non si è in grado di applicarlo con la forza. Se Israele è ancora lì è soltanto perché è capace di difendersi. L’Onu le è sempre stata ostile e, se fosse dipeso da essa, da decenni l’avrebbe consegnata ai boia arabi. Il sogno di indipendenza dei curdi, e di un loro Stato su base etnica, è comprensibile, ma finché non avranno un loro possente esercito, o alleati e una congiuntura internazionale che forniscano loro qualche carta vincente, rimarranno soltanto una spina nel fianco dei Paesi in cui vivono. Lo smembramento del fantomatico Kurdistan operato dalla Prima Guerra Mondiale è stato un errore, ma un vecchio errore diviene normalità.
Il fatto che i curdi abbiano accettato l’alleanza con Assad corrisponde ad una resa ma è anche l’unica speranza di sopravvivenza. E se da vivi si può sperare in qualche rivincita, da morti non si può. Dunque per il momento hanno fatto benissimo a ricorrere ad Assad. Fra l’altro, avere alle spalle la Russia, corrisponde a rovesciare le previsioni del confronto. La Turchia è un gigante, nei confronti dei curdi, ma non lo è contro i nuovi avversari. Quanto all’intervento sottobanco dell’Iran, per la Turchia è qualcosa di urticante al di là di ciò che riescono ad immaginare gli occidentali. Infatti l’Iran è la centrale mondiale degli sciismo, mentre la Turchia avrebbe voluto soppiantare l’Arabia Saudita come campione dei sunniti. Ed ora vede che l’Iran prende sempre più piede nella prevalentemente sunnita Siria, sua vicina di casa. 
Poi molto dipenderà da quanto tecnicamente forte sarà l’impegno della Siria. Certo, se considererà che giuridicamente quella striscia di terra è territorio siriano, non è improbabile che faccia intervenire anche la propria contraerea e la propria aviazione, togliendo ai turchi il sereno vantaggio del dominio del cielo. Se poi i russi (o perfino gli americani) saranno disposti, pubblicamente o sottobanco, a fornire ai curdi armi anticarro o missili terra-aria, i turchi se la vedranno brutta. 
Per Ankara la situazione si è complicata. Un’aggressione è una mala azione, ma quando ha successo è facilmente perdonata. Viceversa, quando è un insuccesso, allo svantaggio si aggiunge il biasimo e la perdita di credibilità. Non a caso, dopo l’aggressione alle Falkland i generali argentini hanno perduto il potere. Conquistandole, avrebbero avuto una bandiera da sventolare, perdendole, e perdendo con essa la gioventù argentina sacrificata sul “General Belgrano”, la vergogna li ha cancellati dal mondo.
Se è lecito aggiungere una noticina, si direbbe che Erdogan ha commesso lo stesso errore di Salvini. Questi reputava impossibile che il Movimento si alleasse col Pd, ed invece è ciò che è successo. Erdogan reputava impossibile che i curdi si alleassero con la Siria, e anche lui ha avuto una brutta sorpresa.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 ottobre 2019



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POLITICA
14 ottobre 2019
LA PRESCRIZIONE
La prescrizione è un istituto del diritto penale estremamente importante, per la sicurezza e la dignità dei cittadini, prova ne sia che la sua esistenza è implicitamente garantita dalla Costituzione. E tuttavia, dei “giuristi" nutriti di furori ideologici sono stati in grado di fraintenderla al punto da abolirla. Se si è condannati in primo grado - e dunque essendo ancora, tecnicamente, innocenti -  non ci sarà più prescrizione.
Volendo partire dal principio, va spiegata l'esistenza del diritto penale. Chi subisce un torto ha tendenza a rifarsi, per esempio ricuperando con la forza il denaro che gli è stato sottratto, o a vendicarsi uccidendo il figlio di colui che ha ucciso suo figlio. Ma questo sistema è imperfetto. Non sempre il danneggiato ha la forza per raddrizzare il torto subito e a volte, al contrario, potrebbe eccedere nella vendetta, per esempio uccidendo tutti i figli di chi ha ucciso suo figlio. Per non parlare della difficoltà che si ha a volte di identificare il colpevole. Così, per la pace sociale, e in nome della giustizia, lo Stato ha avocato a sé il diritto di punire chi commette reati. Ma, attribuendosi questa riserva, si è anche assunto l'obbligo di raddrizzare di torti. La sua "pretesa punitiva" nasce dunque da esigenze sociali, da esigenze di giustizia ed anche da quella di scoraggiare chi pensasse di commettere reati (si chiama "prevenzione geneale") facendogli vedere, a quali punizioni va incontro.
Tuttavia, anche soltanto accusare qualcuno e processarlo è una grande responsabilità. Infatti, per uno scusabile errore umano, si può accusare un innocente. E per un innocente essere processato è una "pena", per non dire un'angoscia, che dura quanto dura il processo. Per questo la nostra costituzione, all'art.111, impone la "ragionevole durata" del processo. Non fissa un termine preciso, ma certo, se è comprensibile che un processo per omicidio non vada in prescrizione dopo dieci anni, non è neppure ammissibile che per un furtarello la prescrizione arrivi dopo quindici anni. E infatti lo Stato ha stabilito delle prescrizioni scaglionate, in base al massimo della pena edittale. Ma è bene vedere anche gli aspetti umani e psicologici della prescrizione. 
Nell'immediatezza del fatto, solo i criminali più incalliti non sono pentiti. Solo i più incoscienti non sono angosciati, che siano colpevoli o innocenti. Ma col passare del tempo gli interessati arrivano, a poco a poco, all'autoassoluzione. Se la punizione arriva troppo tardi è come se fosse sganciata dal delitto cui si riferisce. E infatti in dottrina si legge che, se passa molto tempo, lo Stato "perde interesse" alla punizione del fatto. Questa interesserà poco la parte lesa,  e la società nel frattempo avrà dimenticato l’episodio il delitto.
Da ciò nasce la prescrizione. Questa però deve essere vista come "norma di chiusura", cioè regola da valere quando il sistema non ha funzionato, non come fenomeno frequente, fino a far nascere la leggenda che sia una forma di assoluzione. Addirittura, per i giustizialisti, un modo di “assolvere il colpevole".
Qui, di passaggio, bisogna sfatare un mito, tanto caro ai giuristi improvvisati come Marco Travaglio, secondo cui la prescrizione equivale alla dichiarazione della colpa. E al riguardo si veda come essa funziona. La constatazione che sia passato il tempo utile per processare l’imputato, deve essere dichiarata d'ufficio, anche se l’avvocato dell’accusato non la richiede. Ma l’imputato, se non vuole avere la minima macchia sulla propria immagine ed è sicuro della propria innocenza, può rifiutare la dichiarazione di prescrizione e il processo prosegue. In teoria. Nella realtà, qualunque avvocato carico d’esperienza farà l'impossibile per dissuaderlo da un notevole quanto inutile rischio. 
Viceversa il giudice, se riconosce senza difficoltà e senza ulteriori indagini che l'imputato è innocente, deve dichiararne l'innocenza a preferenza dell’applicazione della prescrizione. Dunque - contrariamente a ciò che credono gli stupidi giustizialisti - la prescrizione non significa "imputato colpevole non punibile", ma soltanto "imputato non tanto solarmente innocente da potere essere assolto senza far proseguire il processo". Per esempio Socrate, Seneca, Tommaso Moro, tanti e tanti altri non avrebbero potuto essere assolti a preferenza della prescrizione.
Una giustizia che voglia essere tale deve essere accurata, ma anche veloce. Come stabilisce la Costituzione (fino al momento in cui è stata smentita dal ministro Alfonso Bonafede) non è ragionevole un processo eterno. Anche perché, come suona il detto , bis dat qui cito dat, chi dà subito, è come se desse il doppio. Anche in materia di legnate.
L’assurdo di voler risolvere il problema delle troppe prescrizioni  è come pensare di curare la febbre rompendo il termometro. Il male non è la prescrizione, il male è la lentezza della giustizia . È questa che bisogna eliminare. 
Probabilmente, entrata in vigore la nuova legge, alla prima occasione, l’avvocato il cui cliente fosse imputato da troppo tempo, solleverà la questione della costituzionalità della nuova legge. Il processo penale è una sgradevole necessità ma “La legge ne assicura la ragionevole durata” (Costituzione (art.111). E dunque, a partire da un certo momento, chi merita di essere punito non è più l'imputato, è lo Stato.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
13 ottobre 2019
LA GIUSTIZIA SOCIALE A SCUOLA
Don Lorenzo Milani, nel 1967, pubblicò un famoso libro dal titolo: “Lettere a una professoressa”. In esso sosteneva che la scuola - com’era allora - promuoveva i figli dei ricchi e bocciava i figli dei poveri. I primi infatti beneficiavano delle nozioni apprese nell’ambito familiare, mentre i figli dei poveri, che come fonte di cultura avevano soltanto la scuola, rimanevano indietro, e per questo erano bocciati. Il risultato concreto fu la tendenza a promuovere tutti, per ragioni di giustizia sociale. Ancora oggi il diploma di scuola media superiore viene rilasciato ad oltre il novanta per cento dei candidati, mentre ai miei tempi, quando eravamo tutti asini, Francesco Monfrini, mio compagno di classe, si presentò tre volte agli esami di maturità classica e inspiegabilmente fu bocciato tre volte. Ai miei coetanei è rimasto il dubbio che allora la “maturità” non la regalassero. 
Quel libro di Don Milani, quando ne ebbi notizia, mi sembrò un’enorme e pericolosa sciocchezza. In tutte le classi che avevo frequentato, i risultati scolastici erano forse influenzati dall’ambiente di provenienza degli alunni, ma erano soprattutto influenzati, ed anzi determinati, dal personale “profitto degli alunni”. In quinta ginnasiale e prima liceo ebbi come compagno di classe Angelo Munzone, figlio di un marittimo costantemente assente, abitante in un basso di periferia e abbandonato a sé stesso, che però batteva tutti con margine. Era il primo della classe, oltre ad essere amato da tutti, ed in seguito è anche divenuto sindaco di Catania. La decima città italiana, per quanto ne so. 
In seconda e terza liceo cambiai sezione, e primo della classe risultò Italo Andolina, talmente un genio degli studi che fu assunto come assistente da un professore di diritto quando era ancora fresco di laurea. Tanto che, nel mio unico anno fuori corso, nientemeno feci esami di storia del diritto romano con lui. Era forse figlio di un arciduca? Nient’affatto, abitava in una scalcagnata casa popolare, non in un castello e studiava come un dannato, note dei libri comprese. E se poi divenne ordinario di diritto all’Università, lo dovette soltanto a sé stesso. 
Chissà quanti, fra i miei coetanei, hanno avuto esperienze analoghe. Cinquant’anni fa l’Italia aveva strane idee. Per avere buoni voti bisognava studiare. Se non si studiava, si era bocciati e non si era chiamati per questo “sfortunati figli di proletari”, ma più sbrigativamente “somari”. Era un mondo barbaro.
Ma parliamone seriamente. La scuola opera per così dire in vaso chiuso. Le conoscenze richieste agli alunni sono quelle che hanno fatto parte delle spiegazioni e che sono contenute nei libri di testo. Infatti, come professore, avendo come libro di testo soltanto un’antologia, spiegavo letteratura avvertendo che avrei interrogato su ciò che dicevo, non su ciò che c’era nel libro. E a scanso di sorprese gli alunni avevano la lista delle domande. Per il resto, come dicevano i giuristi romani, quod non est in actis non est in mundo, ciò che non è nei documenti non esiste. 
Dunque, in generale, per essere promossi non si richiedeva di saper tutto ma soltanto ciò che era stato detto in classe o tutto ciò che stava scritto nel libro di testo. In realtà, il vantaggio di cui parlava Don Milani era un’ubbia derivata dalla sua ideologia di sinistra. È vero che il figlio di un ricco, a dodici o tredici anni avrà già visitato Parigi, ma nessun maestro mai, nessun professore mai avrebbe dato come tema: “L’ultima volta che vidi Parigi”. Quello fu solo un film. Il tema riguarderà esperienze scolastiche o esperienze comuni a tutti. E Angelo Munzone, dopo tutto un ragazzo di strada, in questo era il più bravo.
Nei fatti, Don Milani e i molti che l’hanno pensata come lui, hanno gravemente danneggiato la scuola. Soprattutto i figli dei poveri. Allora,  il figlio del povero, se primeggiava negli studi, si distingueva dal figlio del ricco e magari faceva più strada. Mentre oggi sarebbe indotto, dal fatto che tutti sono promossi, a non strapazzarsi neanche lui. E comunque, anche se lo facesse, i voti non sarebbero poi tanto diversi da quelli degli altri (todos caballeros, cioé poi, da adulti, todos ignorantes). Infine nella lotta per la vita sarebbe scavalcato dal figlio del ricco, che non sa niente ma ha lo stesso suo titolo di studio e disporrà di quella possente raccomandazione che lui non avrà mai. Come diceva un mio ex alunno medico: “La capacità di essere un grande chirurgo è ereditaria. E infatti, negli ospedali i chirurghi giovani hanno spesso lo stesso cognome del primario ”. 
Ecco che cosa hanno ottenuto Don Milani e le altre anime nobili. 
giannipardo1@gmail.com 
Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 




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POLITICA
12 ottobre 2019
LE RAGIONI DELLA TURCHIA
Quando vedo un titolo di giornale come “Le ragioni della Turchia che l'Europa non vede” (sul Messaggero, a firma di di Alessandro Orsini, 1) che contrasta vivamente con le mie idee, a meno che l’autore non sia un personaggio come Marco Travaglio, ho una ragione in più per andare a leggere il testo. Ed è il caso di questo articolo .  
Le ragioni della Turchia?, ho pensato dapprima. Dove c’è un dittatore che mette in galera giornalisti, magistrati, militari, e chiunque sia sospettato di non essere un suo sostenitore? Quello che forse ha orchestrato un finto tentativo di colpo di Stato a suo danno? Quello che ha portato la Turchia ad una tragica crisi economica? Quello che ha trasformato la mia nostalgia di Efeso in orrore? Ma l’articolo, anche se smaccatamente favorevole a Erdogan, adduce argomenti concreti. E val la pena di vederli. 
“Erdogan fu a lungo accusato di non voler combattere contro l'Isis, ma poi i soldati turchi andarono all'attacco, mentre l'Europa restava a guardare”. L’Europa avrebbe dovuto impegnarsi in “una mediazione diplomatica per favorire il ritiro pacifico dei curdi”. Invece “Europa e Stati Uniti [, che] hanno tradito, con un colpo solo, prima i turchi e poi i curdi”. Così “Erdogan ha avviato una campagna militare per liberare il nord della Siria dai curdi”. “I curdi, che erano stati i migliori alleati dell'Occidente nella lotta contro l'Isis, oggi vengono attaccati da Erdogan con il consenso di Trump”. “Gli Stati Uniti hanno cercato di fondare un'entità statale curda nel nord della Siria”, “dove stabilire un'eventuale base militare”. “In un primo momento hanno cercato di rovesciare il dittatore della Siria” e, non riuscendoci “hanno detto: ‘Se non possiamo prendere tutta la Siria, ne prendiamo almeno un pezzo’ ”. “Nel 2015, Stati Uniti ed Europa invocavano l'intervento della Turchia contro l'Isis, Erdogan chiedeva la garanzia che, liberato il nord della Siria dai jihadisti, gli Stati Uniti e l'Europa non avrebbero cercato di sostituire lo Stato islamico con uno Stato curdo”, e a questo scopo “i soldati turchi si massacravano in combattimenti truculenti” contro l’Isis. Ma “Trump ha [infatti] provato a incoraggiare la creazione di un proto-Stato curdo nel nord della Siria, [ma] ed Erdogan, che non voleva una guerra con i curdi, ha chiesto che fossero mantenuti i patti”. “Per la Turchia, l'edificazione di uno Stato curdo è ciò che gli americani chiamano «minaccia esistenziale» e cioè un pericolo che minaccia l'integrità del territorio nazionale o la vita dei concittadini”. Ciò giustifica l’iniziativa di Erdogan.
A queste argomentazioni – espresse con fin troppo calore – non è difficile rispondere. Innanzi tutto, sorprende che la Turchia sia presentata come un’eroina nella lotta contro lo “Stato Islamico”. Io ricordo perfettamente che, almeno all’inizio, essa ha guardato con favore a questo embrione di califfato, e lo ha anche sostenuto economicamente, per esempio comprando illegalmente il petrolio di quello “Stato”. Cosa talmente vergognosa che, quando un giornalista la dimostrò, pubblicando le foto dei camion cisterna che, come processionarie, portavano in Turchia quel petrolio, il risultato fu che il malcapitato finì in carcere. La Turchia, per parecchio tempo, ha sostenuto, non combattuto lo “Stato Islamico”. 
Se fosse vero che gli Stati Uniti avevano questo vitale interesse ad avere una base militare nel nord della Siria, sarebbe bastato che ora resistessero militarmente ai turchi, e avrebbero confermato la loro presa su quel territorio. Ma Trump ha chiaramente dimostrato di non tenerci affatto. Orsini non ha dunque notato il nuovo isolazionismo americano, cominciato già con Obama?
Inoltre, quali che siano le ragioni della Turchia, in punto di diritto nulla – se non la pura forza – l’autorizza a penetrare in un altro Stato in nome dei propri interessi. Dunque, formalmente, la Turchia ha certamente torto. Ma in politica internazionale io non sono formalista. Se Erdogan ha la forza e la risolutezza per fare ciò che sta facendo, affari suoi. Ma altrettanta libertà Orsini dovrebbe riconoscere agli Stati Uniti, all’Europa e a tutti gli altri attori della vicenda. In questo genere di problemi, citare il diritto internazionale, l’umanità, i trattati, le promesse e tutto il resto, è una pura perdita di tempo. E proprio per questo non cerco di dimostrare la validità giuridica del mio punto di vista. Io avrei tanto voluto che gli Stati Uniti, o il Diavolo in persona, dessero una sonora bastonata sul muso a Erdogan, fino a detronizzarlo, e ciò perché ho simpatia per i curdi e, una volta, l’avevo per la Turchia kemalista. Dunque Orsini sostenga pure il suo punto di vista, ma come me, umilmente, senza questa aria di Catone. Il clima del Medio Oriente non si adatta alla salute di quel grande Censore. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 ottobre 2019
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=460328767_20191011_14004&section=view




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POLITICA
11 ottobre 2019
PERCHÉ TAGLIEREI QUELLA TESTA
Sulla Terra, la massima parte degli esseri viventi ignora l’autocoscienza. Ne sono esenti tutti i vegetali, ne sono esenti anche i microbi, gli insetti e insomma pressoché tutti gli animali, con l’unica eccezione (forse) dei mammiferi superiori. Infine si può ragionevolmente affermare che, fra tutti gli esseri viventi, mammiferi superiori compresi, soltanto l’uomo sa di dover morire. Egli è sufficientemente intelligente da dedurre, dal fatto che tutti coloro che sono nati centocinquant’anni prima sono morti, che morirà anche lui. 
Pessima notizia. Se si ha un grave incidente, se si verifica un forte terremoto, se il motore del nostro aeroplano ha un’avaria, non sappiamo se stiamo vivendo gli ultimi minuti della nostra vita o un episodio fra gli altri, che poi racconteremo agli amici. In qualunque momento di difficoltà conserviamo almeno una piccola speranza del “dopo”, ma quanto al fatto di evitare l’esito finale, non c’è speranza alcuna. Come dicevano i romani, certus an, incertus quando: è sicuro che il fatto si verificherà, soltanto non sappiamo il quando. Questa nozione, che non condividiamo con nessuno degli esseri viventi, è uno svantaggio non da poco. Gli scimpanzé sono più spensierati di noi. Ed ecco che a questo punto si può giocare con la fantasia. Ma comincerò con un ricordo di gioventù.
Quand’ero ragazzo ponevo delle domande tremende. Ai teologi amici chiedevo: “Se Dio è perfetto, e dunque non gli manca niente, che bisogno aveva di creare l’uomo?” E loro, invece di mandarmi ad una loro vecchia conoscenza, il Diavolo, mi spiegavano che Dio aveva creato l’universo come contorno della Terra, la Terra come dimora dell’uomo e l’uomo per il piacere di renderlo felice. “Per la verità, osservavo, non mi pare proprio, che l’uomo sia felice”. “Ma lo era Adamo, e se l’uomo non lo è ancora oggi è perché, avendolo creato Dio libero, è stato libero di peccare”. “Che brutto regalo, la libertà di peccare! È come la libertà di sbagliare le curve, guidando l’auto a velocità”, obiettavo. E proseguivo, sempre a proposito di automobili: “Ammettiamo che un’auto si schianti contro un muro perché si sono rotti i freni. È ovviamente un difetto di fabbrica, no? E allora perché non dovrebbe essere lo stesso per l’uomo? Se ha peccato, non potrebbe essere colpa di chi lo ha creato libero?” I teologi, all’ipotesi di una colpa di Dio, aggrottavano la fronte ed io sviavo il discorso, tornando all’inizio: “Perché Dio ha creato l’uomo?” “Dio è il Bene, scolpivano quelli, e bonum est diffusivum sui, il Bene ha tendenza ad espandersi, È lieto di donarsi”. Belle parole, che però non mi convincevano. “Se ho voglia di far felice un goloso – ipotizzavo -  non gli regalo tre torte di cui una avvelenata, dicendogli di stare attento. È più semplice non regalargli una torta avvelenata”. Insomma, già dall’adolescenza, si vedeva che  non ero nato per essere credente. 
Così, continuando a giocare con la fantasia, invece di interessarmi dell’origine dell’uomo, provo ad immaginare che il Dio di cui parla la Bibbia sia morto, come sostenne oltre un secolo fa Nietzsche. Immagino pure che l’universo. a causa di una serie d’intricate vicende genealogiche, sia stato ereditato, senza beneficio d’inventario, da uno che era al trecentounesimo posto, in linea di successione. Un certo Gianni Pardo. 
Il poveraccio, che fino al giorno prima era assolutamente un nessuno, fu tutt’altro che lieto della carica. Diversamente da certi politici attuali, non si reputava all’altezza del compito affidatogli, ma quando ti mettono in mano il timone, non è che si migliorino le cose, se si lascia che la nave vada alla deriva. Così G.P. cominciò a chiedersi come potesse mettere rimedio al disastro che aveva davanti. 
Cominciò dalla savana. Essendo dotato di poteri straordinari, poteva eliminare l’angoscia delle vittime abolendo la predazione. Ma gli rimaneva il problema di come nutrire i predatori. Pensò di abolire la morte, e subito gli prospettarono il problema della sovrappopolazione di tutti gli esseri viventi. Ogni volta che ipotizzava un grande cambiamento, l’Arcangelo Ecologista gli faceva notare le conseguenze impreviste della decisione, tanto che alla fine, dopo un paio di mesi di studio, G.P. decise che il problema era insolubile. Non si trattava di un difetto di fabbrica: era sbagliata l’idea stessa di creare la Terra. E così gli venne in mente un episodio attribuito a Caligola. Una volta l’imperatore disse: “Vorrei che il popolo romano avesse una sola testa”. “E perché?”  “Perché taglierei quella testa”. Che fosse questa la soluzione? In fondo, non soffre mai soltanto chi non la capacità di soffrire. Non soffre mai soltanto chi non esiste.
“Chiamatemi l’Arcangelo Ingegnere”, disse G.P. E, quando questi fu venuto, gli chiese se ci fosse modo di eliminare la Terra d’un sol colpo, senza far soffrire nessuno. L’Arcangelo scosse la testa: “Lei non ha letto il Manuale delle Istruzioni che Le ho fatto avere. Diversamente, non mi avrebbe fatto questa domanda”, disse l’Ingegnere. “Basta che Lei pigi il tredicesimo pulsante rosso, sulla destra, quello con una ‘X’ sopra”. G.P. non se lo fece ripetere. Un attimo dopo aveva risolto i problemi di tutti gli esseri viventi, che ne fossero più o meno coscienti. 
Né Saturno, né Giove, né Marte sentirono la mancanza della Terra.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 ottobre 2019




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POLITICA
10 ottobre 2019
IL SENSO DEL TAGLIO
Ogni volta che un politico propugna per motivi ideali una certa legge, un certo provvedimento, una certa riforma, io mi chiedo: “Ma a lui che ne viene? E se non a lui, che ne viene ai suoi amici e ai suoi elettori?” Un vecchio detto suonava: “Cherchez la femme”, io dico: “Cherchez l’intérêt personnel”. 
Nel caso del voto plebiscitario per la riduzione dei parlamentari, l’unanimismo è più che sospetto. Se tutti sono d’accordo, è segno che la cosa conviene a tutti i politici (del Paese è inutile parlare). Né conta il risparmio che ne viene all’erario, sbandierato dal M5s, come sempre fiducioso nell’ignoranza dei cittadini: infatti, secondo Carlo Cottarelli, si tratta dello 0,007% della spesa totale. Bisogna cercare altrove. E trovare non è difficile.
Se c’è qualcosa che interessa indistintamente a tutti i parlamentari, è non essere rimandati a casa prima del tempo. A questo scopo, qualunque mezzo è lecito e qualunque compromesso è accettabile. Si può anche provocare qualche grande problema al Paese, purché futuro. Per questa ragione M5s e Pd si sono acconciati ad un’alleanza contro natura e da loro stessi smentita come assurda fino al giorno prima. Ed è la stessa molla che ha spinto Matteo Renzi a contraddirsi platealmente, soprattutto perché temeva che l’attuale Segretario del partito non ricandidasse né lui né i suoi amici, alle elezioni anticipate. E poi, immediatamente dopo la costituzino9e del governo, “per mettere il chiavistello alla porta”, ha provocato la scissione. Così è stato sicuro di rimanere in scena, anche se si andasse a nuove elezioni fra un mese.
Se questo è stato il motivo per costituire un governo giallo-rosso, qual è la molla per votare in coro il taglio dei parlamentari? Teoricamente si sa che quella riduzione non è un provvedimento che possa essere adottato da solo, sic et simpliciter, perché comporta tutta una seria di aggiustamenti istituzionali che sarebbe stato utile adottare prima, o almeno contemporaneamente. Parliamo della legge elettorale, della diversa strutturazione dei collegi e dei soggetti titolati a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica. Se non si è proceduto così, è per due precise ragioni.
In primo luogo, se fosse rimasto il vecchio numero dei parlamentari, e fosse caduto il governo, si sarebbe potuti andare immediatamente a nuove elezioni, ed è esattamente ciò che non vogliono gli attuali titolari degli scranni. In secondo luogo, se prima si fosse tentato di porre mano alla legge elettorale, al nuovo disegno dei collegi elettorali ed altro, nel frattempo il governo sarebbe potuto cadere. Ecco la soluzione d’emergenza: in tanto si riduce il numero dei parlamentari, così, anche se cade il governo, si potrà dire: “Bisogna formare un governo purchessia perché, dato che il futuro numero dei parlamentari non sarà armonico con le strutture esistenti, bisognerà prima votare la legge elettorale, e questo e quello”. Dunque niente elezioni, e intanto nessuno perde il seggio.
Insomma, questo voto, nelle intenzioni dei parlamentari, è un’assicurazione che non si andrà a nuove elezioni all’inizio del 2020 o poco dopo. La speranza è anzi quella di tirare fino alla fine della legislatura. 
Questo argomento non è del tutto nuovo ed è convincente. Con un limite. Chi ha votato questa legge disarmonica soltanto perché gli conveniva, domani potrebbe voler andare a nuove elezioni – quale che sia la situazione istituzionale - perché gli conviene. E quali che siano i costi per gli altri. Non dimentichiamo che la coalizione comprende un dinamitardo dal dente avvelenato come Matteo Renzi. Non soltanto i parlamentari hanno come unica Stella Polare il loro interesse, ma soffrono anche della sindrome dello scorpione in groppa alla rana. 
Senza dire che questo plebiscito porta con sé un’oggettiva minaccia. L’alleanza giallo-rossa è innaturale e incoerente. La situazione economica è drammatica. Sono prevedibili grandi problemi internazionali con gravi ripercussioni anche nel nostro Paese. Insomma questo permanere della legislatura e dell’attuale governo potrebbe determinare, a carico del M5s e del Pd, una tale impopolarità (già oggi non è maggioranza nel Paese), da pagare poi a caro prezzo l’attuale mossa. Per esempio - ed è soltanto un esempio – se questa impopolarità non si estendesse al partito di Renzi, questi potrebbe benissimo togliere la fiducia al governo, solo per andare a incassare il dividendo elettorale previsto.
Qualcuno ha osservato un frequente e ironico fenomeno politico. Qualunque maggioranza abbia modificato la legge elettorale a proprio vantaggio, in previsione delle future elezioni, ha poi avuto la brutta sorpresa di vedere che avvantaggiava qualcun altro. Perché nel frattempo le condizioni erano cambiate. Nello stesso modo, questo plebiscito in favore della riduzione del numero dei parlamentari, senza nessun’altra bandiera che l’interesse contingente degli attuali eletti, potrebbe rivelarsi un boomerang. Di solito vincono i cattivi, ma a volte la storia si diverte a fargli ricadere sul muso la loro stessa mancanza di scrupoli.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
10 ottobre 2019



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POLITICA
9 ottobre 2019
CONTE NELL'ACQUARIO
L’ho confessato più volte: quando in televisione appare un personaggio del quale so che non mi dirà niente di valido, e mi farà per giunta arrabbiare, tolgo l’audio. All’inizio i personaggi “banditi” dal sonoro (fra cui il Papa) erano un paio o poco più, ma col tempo la schiera si è tanto infittita, che la televisione a volte si trasforma nell’anti-radio. Alla radio si sente tutto ma non si vede niente, nella mia televisione spesso si vede tutto ma non si sente niente. E così Luigi Di Maio non è più loquace di un pesce in acquario. Dio conceda lunga vita al benefattore che ha inventato il tasto “mute” sul telecomando. Io ormai lo trovo ad occhi chiusi.
Una recente acquisizione fra gli afoni è quella di Giuseppe Conte. Il professor Conte che per me è rimasto il professor Conte. Cesare compì tali imprese che il suo nome divenne il titolo degli imperatori romani, ma molti imperatori della decadenza, pur nominati Cesare, non furono per questo degni dell’eponimo. È l’uomo che deve dare lustro al titolo, non il titolo all’uomo. Perfino il cinema se ne è accorto, con la famosa battuta: “Sei tutto chiacchiere e distintivo”. In questo caso il distintivo è un aggravante. Se un docente ignorante sale in cattedra a spiegare letteratura italiana, susciterà il sarcasmo dei liceali e a salvarlo non basterà il titolo di professore. 
L’essenziale dei politici, in democrazia, è che siano votati. Poi, se un peón  della Camera dei Deputati vorrà acquistare un reale peso, dovrà primeggiare fra i colleghi, influenzarli col proprio parere, presentarsi come un loro rappresentante, fino a divenire capo-corrente, capo-partito, ministro. Diversamente rimarrà soltanto uno che, a comando,  schiaccia un pulsante. I suffragi sono necessari per l’elezione, non sufficienti per le alte cariche.
Ebbene, Giuseppe Conte non ha compiuto nemmeno il primo, umile passo di questo cursus honorum. Non è stato eletto nemmeno assessore in un paesino; non è stato eletto deputato; non è stato eletto senatore; non è un capo corrente; non ha un partito e si trova dove si trova perché indicato dal M5s. Troppo poco per fare la ruota. 
Naturalmente le cose sarebbero andate diversamente se, appena divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri, avesse cominciato almeno a dire parole d’oro. Ma non è andata così. Ogni volta che ha aperto bocca ha dato l’impressione di avere imparato, della politica, soltanto il peggio:  le promesse impossibili, i trucchi verbali e le banalità. Fino ad una saturazione (in me procedimento velocissimo) che lo ha messo nella categoria dei pesci in acquario. 
Né tende a riscattarsi. Un titolo di giornale come quello del “Corriere della Sera” di oggi(1) azzera ogni possibile ripensamento: “Conte e gli attacchi dei due ‘Matteo’: ‘A me non piacciono i prepotenti’ ”. Una frase che fa cadere le braccia. Che i prepotenti non piacciano è naturale. Non piacciono neanche a me. Per anni ho sperato che Matteo Renzi ricevesse sul muso la bastonata politica che meritava. Né mi è mai piaciuto l’atteggiamento da gradasso di borgata di Matteo Salvini. Ma il fatto che non piacciano a me è del tutto ininfluente. Come se dicessi “A me non piacciono le lasagne”. Viceversa il verbo piacere ha ben altro significato quando a pronunciarlo è l’autorità. Basti pensare che gli avvocati quando fanno istanza di un provvedimento,  si esprimono così: “Piaccia al giudice ordinare la revoca dell’atto...”. Perché ciò che piace a chi comanda è legge, per il popolo. Se io dico che Matteo Renzi non mi piace, la sua salute e la sua carriera politica non ne risentiranno. Ma se l’imperatore lo dice di un senatore, quel senatore dovrà essere pronto a fare le valigie per il Ponto Eusino. Se gli va bene.
Quando Conte dice che non gli piacciono i prepotenti minaccia - da prepotente - sia Matteo Renzi sia Matteo Salvini. Cosa ben poco democratica. Infatti i due “Matteo” non hanno alcun dovere di piacergli. Addirittura, in quanto parlamentari, hanno – a termini di Costituzione – il diritto alle loro opinioni politiche, quand’anche fossero espresse in termini violenti ed offensivi. La rivoluzione, affermava Lenin, non è un pranzo di gala e la politica, diceva Rino Formica, è “sangue e merda”. Altro che piacere a qualcuno.
Ma questo non è tutto. Perché, se Conte rivela, con quelle parole, la propria arroganza, non rivela certo la propria acutezza. Infatti, mentre lui non ha nessun potere su Matteo Renzi (e figurarsi su Salvini), Matteo Renzi lo tiene per la gola, per non dire altro.  Se Renzi ritira il sostegno dei suoi senatori, il governo cade domattina. E se non lo fa non è perché gli piaccia, o gli debba piacere, Conte, ma perché insieme col governo cadrebbe anche lui.
 Con una differenza, tuttavia: che Renzi ha una prova d’appello nelle prossime elezioni: è noto come politico, s’è fatto un partito ed ha un suo personale peso. Mentre Conte, sì e no, ritroverà la monotonia della sua cattedra. .
Conte è anche capace di dire piccole o grandi baggianate. Per esempio: “Nessuno deve avere la golden share sul governo”. E questa fa parte delle grandi. Preliminarmente, dal momento che Conte si rivolge alla parte eletta della nazione, e parla di golden share, mentre io ho amici umilmente italiani, spiego che, in una società per azioni, la golden share è quel pacchetto di azioni che costituisce l’ago della bilancia nelle decisioni sociali. Ora, come nelle società per azioni qualcuno può avere la golden share, altrettanto bene qualcuno può averla nel governo. È un fatto. E contro i fatti non c’è niente da fare. Dire “Nessuno deve avere la golden share del governo” è come dire: “Nessuno deve morire di cancro a vent’anni”. Voto comprensibile, ma purtroppo inutile. Se contro qualcosa non si può lottare, che senso ha deprecarla, se non quello di sottolineare la nostra impotenza, un’impotenza che non si riscatta con le parole?
Conte rimprovera poi a Renzi di accusare il governo di non aver fatto, in poco tempo, quello che lui stesso non ha fatto in quattro anni di governo. Ed avrebbe ragione, se la gente tenesse conto della storia. Invece la gente bada al presente, e ciò che è avvenuto due mesi fa è archeologia. Basti dire che tutti rimproverano a Salvini l’errore di aver fatto cadere il governo, mentre prima erano innumerevoli quelli che gli chiedevano di fare questa mossa. Ed ora sono spariti. Ha sbagliato soltanto Salvini. È così che va la politica. Dunque Conte non deve rispondere, con la storia, a Renzi, deve rispondere coi fatti ai cittadini, se può. Se no incassi e basta. E invece in un certo senso lui provoca, sprizzando ottimismo da tutti i pori. Se la nave stesse affondando, lui direbbe: “Fra poco avremo abbondanza d’acqua”.
Quell’uomo non ha il senso delle proporzioni. Ha anche detto: “Io non sono il servo di nessuno. Sono più duro perfino di quanto fu Bettino Craxi a Sigonella”. Il prof.Conti ignora la distanza che lo separa da Craxi. E le sue parole – lo sappia uno che ha deprecato lo stile di Salvini - suonano sbruffoneria. Craxi non fu soltanto il protagonista dell’episodio da lui citato (e in cui io personalmente sono stato dalla parte degli americani) ma il detentore, per molti anni, della golden share fra due giganti, la Dc e il Pci, che avrebbero schiacciato chiunque. Come del resto in fin dei conti alla fine schiacciarono anche lui.
Forse a Conte non bisognerebbe togliere soltanto l’audio. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)https://www.corriere.it/politica/19_ottobre_08/franco-contecorriere-web-sezioni-25675798-e936-11e9-a351-0f862d63c352.shtml?refresh_ce-cp




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POLITICA
7 ottobre 2019
RENZI E IL GIOCO DEL TRENO

       C’è un gioco in cui vince chi si scansa per ultimo prima che il treno lo travolga. Sempre che la sua vittoria non sia postuma. Qualcuno dirà che è un gioco per imbecilli, ma i giovani un po’ lo sono. Come ha scritto Rabelais, quella è l’età in cui “si piscia controvento”.
Prescindendo dal giudizio del buon senso, deve dirsi che, intellettualmente, quella sfida rientra di diritto nella teoria dei giochi. Secondo Wikipedia, “La teoria dei giochi è una disciplina della matematica applicata che studia e analizza le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti rivali (due o più) finalizzate al massimo guadagno di ciascun soggetto”. Per esempio quando si fanno delle offerte in busta chiusa per un appalto pubblico, sapendo già che la più bassa e la più alta saranno sicuramente escluse. O quando si dice a un prigioniero: “Siete tre: se dici la verità ti lasceremo in vita, mentre se gli altri due prigionieri non la dicono, li uccideremo. E se un altro dice la verità, ma non è la tua stessa verità, vi uccideremo tutti. E se dite tutti la verità uccideremo uno di voi tre, scegliendolo a caso”. Che cosa conviene fare al prigioniero? Magari questo caso non sta in piedi, è stato appena inventato, ma dà un’idea dei problemi posti da quella teoria.
E qualcosa del genere si può verificare anche in politica.  Ne abbiamo attualmente un caso di scuola. Matteo Renzi è l’indispensabile junior partner della maggioranza di governo e dunque potrebbe sempre farlo cadere, soprattutto al Senato. E allora, che cosa gli conviene fare? Il suo potere somiglia a quello dell’ape che, se punge, fa molto male ma muore anch’essa. Se Renzi fa cadere il governo finisce anche il suo potere. Mentre se si limita alle minacce può ottenere qualcosa. Certamente visibilità, per cominciare. Ma che altro? E come reagirà il resto della maggioranza? Reputerà la sua minaccia credibile – e dunque cederà – o la giudicherà un bluff, e risponderà con una risata? E se facesse essa stessa cadere il governo, in un momento in cui a Renzi non conviene?
Domande cui è impossibile rispondere, ma una luce c’è, tuttavia. Tutto il problema è dominato dall’interesse. Sia Renzi, sia il resto della maggioranza, tendono a trarre il massimo vantaggio dal potere, dunque – teoricamente – a nessuno converrebbe far cadere il governo. Il problema – sempre teoricamente – si risolve affermando che il governo cadrà quando per uno dei suoi sostenitori la sua caduta offrirà un dividendo maggiore di quello attuale. Per esempio quando i sondaggi dovessero indicare ad uno dei partiti importanti che, andando a nuove elezioni, la sua fetta di potere si allargherebbe invece di restringersi. Anche se, per una cosa del genere, rimane la doppia alea della validità dei sondaggi, e quella rappresentata dal tempo intercorrente fra la caduta del governo e il giorno delle elezioni. Chi riuscirà a scansarsi per ultimo, quando il treno arriverà?
Quando non si riesce a risolvere un problema, se lo si è posto correttamente, si sono ottenuti lo stesso due risultati: lo si è precisato, nel senso che si sa che cosa non si sa, e diviene molto più facile smontare le soluzioni sparate a caso da chi non ci ha riflettuto sopra. 
Renzi, oltre all’eventuale vantaggio elettorale, in caso di nuove elezioni, per far cadere il governo ha anche un altro movente: la vendetta. Ed essendo lui un uomo privo di scrupoli, questo movente peserà parecchio. Renzi potrebbe infliggere un colpo pressoché mortale al Pd, che lo ha esautorato e messo ai margini per anni, e al M5s icohe disprezza come si disprezza la carogna di un ratto. Se qualcosa lo trattiene, è che non ha affatto un temperamento autolesionistico. Dunque attualmente il Conte 2 gli conviene. Diversamente non l’avrebbe nemmeno fatto nascere. E lo ha fatto perché, andando a nuove elezioni, il Pd non avrebbe ricandidato né lui né i suoi. Ma ora possono ricandidarsi da soli e il problema della caduta del governo ritorna d’attualità. 
La conclusione è lapidaria: Renzi farà cadere il governo quando gli converrà farlo cadere. E questo non è ancora il momento. Ma quando sarà il momento? Non rimane che stare a guardare.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 ottobre 2019



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POLITICA
6 ottobre 2019
LA POLITICA SGANCIATA DALLA MORALE
 La nostra mente sembra naturalmente inadatta a comprendere la realtà. Affermazione da intendere però nei suoi giusti termini. Quando vediamo un bel panorama, siamo convinti di vedere qualcosa di oggettivo, nel senso che quel panorama è come ci appare. Ma questo è vero solo in rapporto al nostro organo della vista. Infatti alcuni animali vedono il mondo in bianco e nero, altri hanno i colori stravolti, altri vedono l’ultravioletto. Insomma, vedono altro. E forse nessuno “vede tutto”.
Ciò è vero anche per il nostro cervello. Noi siamo abituati ad influire sulla realtà (“Questa sedia è sul passaggio, meglio la metta di lato”) e dunque il nostro schema mentale è: “Se accade qualcosa, qualcuno ha voluto che accadesse”. Così, per un romano,  se qualcuno parla in pubblico e c’è un lampo, è segno che qualche divinità sta lanciando un avvertimento. Bisogna trovare qualcuno capace di interpretare questi segni. I romani infatti non intraprendevano nulla se non dopo avere consultato gli auguri e gli aruspici. Del resto l’esercito ateniese finì massacrato perché Nicia, il suo comandante, credette che l’eclissi di luna gli sconsigliasse la ritirata in quel momento, che pure appariva quello giusto. E la cosa costò la vita a migliaia di ateniesi ed anche a lui. 
Qualcuno dirà: “Cose di oltre duemila anni fa”. Vero. Ma non abbiamo gran che cambiato opinione. Sotto traccia l’animismo è ancora vivo e vegeto. Così si spiegano frasi come: “Il terremoto ha ucciso duecento persone”. Infatti il terremoto non uccide nessuno; al massimo – per chi vede la differenza - “provoca la morte”. Lo sforzo di eliminare l’animismo urta, fra l’altro, contro il fatto che una visione puramente scientifica della realtà, come l’ateismo, ci fa sentire orfani. 
L’animismo deriva dall’antropomorfismo ed è la religione naturale dell’uomo. Ne sono prova frasi come: “La mia solita sfortuna”. E non c’è trattato di scienza che possa sradicare la fede nella sfortuna. Come non c’è modo di dimostrare che il caso non può essere malevolo, semplicemente perché, non essendo un nume, non può avere un’intenzione. Invece ancora oggi, se qualcuno scampa per un pelo ad un grave pericolo, non soltanto non si pensa al caso, ma si dice espressamente che il tizio si è salvato“per miracolo”. Cioè per intervento di Dio. Dimenticando che, se fosse vero, nel caso non si fosse salvato, sarebbe stato obbligatorio dare la colpa a Dio. Oppure affermare che meritava di morire. Come i bambini sepolti sotto le macerie del disastro di Lisbona del 1756, di cui parlava Voltaire.
La mentalità dell’uomo tende alla semplificazione, cioè ad un ordinamento della realtà secondo i nostri pregiudizi. Noi ci aspettiamo che non si muoia da giovani, che le persone mantengano i patti, che il comportamento del prossimo sia prevedibile, e mille altri schemi che avranno una loro frequenza ma sono tutt’altro che certi e “naturali”. La realtà tende alla complessità e (per noi)  all’imprevedibilità. Fino a un secolo fa, che piovesse o no, era del tutto un caso. E credo sia stato nientemeno che il grande Helmuth Moltke che ha detto: “Nessuna battaglia si svolge mai nel modo previsto”.
 E tuttavia, nei rapporti interumani, gli uomini hanno bisogno di prevedibilità, di ordine e di armonia, in modo che, nell’interesse di tutti, la convivenza possa attuarsi proficuamente. A ciò provvede, molto prima che nascesse il concetto di diritto, la morale. Il singolo avrebbe naturalmente una mentalità belluina  ma l’adulto, anche quello primitivo, si rende conto che il massimo di prosperità e di pace si ha in una società ben ordinata. Per questo gli omicidi devono essere rari, il frutto della caccia deve essere diviso equamente e via dicendo. Lo si vede anche nel campo di altri mammiferi superiori, come i leoni, le scimmie, le orche, i delfini, i licaoni, e i tanti predatori che agiscono in gruppo, per massimizzare i risultati.  La morale nasce dall’interesse della specie, non da un superiore principio etico. E la parola viene da “mores”, costumi, abitudini ritenute doverose da parte di tutti, non da Dio o dall’imperativo categorico. 
Una caratteristica dell’umanità è quella di reputare assolutamente dovuti i comportamenti morali. La prova il fatto che, per quanto quelle regole siano mille volte violate, mille volte si condanna il colpevole. L’uomo uccide l’uomo dai tempi di Caino, ma l’omicidio ha ancora oggi l’onore dei titoli dei giornali. Rimane notizia e monito.  E questo si spiega: la morale (insieme col diritto, che ne è il braccio armato) è ciò che rende possibile l’ordinata convivenza umana, in linea col fatto che l’uomo è un animale sociale (politkòn zoon, diceva Aristotele).
Ma queste regole non si applicano a tutti. Il primo che ne è esente, per natura, è il bambino. Questi nasce tabula rasa e deve imparare tutto. Alcune le impara presto, facendosi male. Per esempio sbattendo o cadendo. Ma, per quanto riguarda l’alterità, il piccolo è un perfetto asociale: è serenamente egoista, prevaricatore, all’occasione crudele, talmente l’empatia gli è estranea. Insomma rappresenta perfettamente l’uomo come sarebbe se la società non lo domasse e non gli spiegasse l’utilità di certe regole. Naturalmente, crescendo, arriva ad un suo personale compromesso tra le regole morali e ciò che gli torna utile, ma da piccolo la differenza fra lui e un criminale professionista, magari malato di mente, è pressoché impercettibile. C’è voluto Sigmund Freud, per fare uscire l’umanità dalla retorica del “bambino innocente”. Oggi è chiaro a tutte le persone razionali che il bambino è “nocente” ma non ne ha nessuna colpa. È soltanto un minuscolo apprendista.
Al compromesso fra l’egotismo infantile e la solidarietà umana sfugge il criminale. Questi, o a causa di un imprinting particolarmente devastante, o a causa di gravissime condizioni di bisogno, o infine perché non ha raggiunto l’equilibrio dell’adulto, si comporta come il bambino piccolo. Prende la cosa altrui con l’unica giustificazione che gli serve. È violento e non ha scrupoli di alcun genere. La stessa reazione della società (il carcere o, un tempo, la pena di morte) è per lui semplicemente un rischio del mestiere. È un asociale.
Il comportamento deviante è tanto più probabile quanto meno  la società è organizzata per reprimerlo. Il mare ad esempio, con la sua vastità e la sua mancanza di leggi, è stato l’occasione per far prosperare intere comunità dedite alla pirateria. Un flagello che, sin dalla più remota antichità, ha reso pericolosi i viaggi per mare. Infatti i malcapitati naviganti non rischiavano soltanto di essere depredati di tutto, ma anche di essere personalmente venduti come schiavi. Soltanto Pompeo, con una costosa e inconcepibilmente grandiosa operazione di polizia, riuscì a ripulire il Mediterraneo dai pirati. Anche perché cancellò dalla faccia della Terra i pirati, le loro famiglie e le loro città. Il ragionamento di quel grande romano fu infatti molto semplice: se è difficile trovarli e colpirli sul mare, li colpiremo nelle loro basi. Eliminandole. 
Nella società – in qualunque società – rimane comunque un certo spazio per la criminalità. O perché lo Stato è incapace di pacificare e governare il territorio (così è nata la mafia), o perché anche la polizia è corrotta, come un tempo a Chicago, o infine perché alla natura di alcuni individui, per educazione o squilibrio mentale, ripugna l’idea di adattarsi alla normale convivenza civile.
All’imperativo della morale (e oggi del diritto) sfuggono i bambini, per età, e i criminali, per scelta. Ma non sono i soli. Se delinquono i criminali, pur rischiando molto, figurarsi se non “delinquono” coloro che non hanno nulla da temere, perché sono loro stessi che formulano le leggi. E le formulano, con l’intenzione di applicarle agli altri, non a sé stessi, Stiamo ovviamente parlando dei governanti. Il sovrano assoluto, il dittatore, è, per definizione, legibus solutus, cioè non sottoposto alle leggi.
Ma qualcosa di analogo avviene pure in democrazia, anche se stavolta il sovrano non è più un singolo ma – formalmente – il popolo, e sostanzialmente l’oligarchia che governa. E tuttavia, prima di saltare ad una frettolosa e indignata condanna di chi detiene il potere, anche nel caso della democrazia, va esaminata la natura della politica. 
La guida dello Stato non è un problema tecnico. Poiché i desideri della collettività, come del resto quelli del singolo, sono infiniti, ed è dunque impossibile soddisfarli tutti, la politica è essenzialmente l’arte delle scelte. Che cosa fare e che cosa non fare. Sapendo che ci sarà sempre qualcuno che avrebbe preferito l’opzione che si è trascurata. E queste scelte, derivando da un giudizio di opportunità, non possono essere sottoposte a nessuna regola fissa e preordinata. Se per caso fossero contro le leggi, basterà cambiare le leggi.
Fra l’altro, da un lato i cittadini esigono i risultati che gli convengono, anche se ottenuti in modo immorale (per esempio depredando dei cittadini colpevoli soltanto di essere ricchi), e dall’altro poi pretendono che i politici siano morali. E men che meno capiscono la politica internazionale, nella quale i rapporti fra Stati non sono diversi da quelli di criminali appartenenti alla stessa banda (quando sono in pace) o di bande criminali diverse, in caso di guerra. Gli ateniesi si comportarono in modo crudele e peggio che criminale con i Meli, e tuttavia l’unico problema che si pone la storia è se fecero bene o male per la politica di Atene. E questo atteggiamento è eterno. Quando si è in guerra, il popolo vuole che la guerra sia vinta, anche se con mezzi illeciti. Tanto, i vincitori sono poi quelli che scrivono la storia ed hanno sempre ragione. 
In materia di politica internazionale i motivi per concludere o non concludere dei negoziati, per adottare l’uno o l’altro comportamento, non sono mai detti in pubblico, perché troppo spesso sono inconfessabili. Comprensibilmente, in Italia quelle decisioni non sono nemmeno sottoponibili a referendum, talmente si reputa il popolo lontano dal comprendere la grande politica.  I governanti non si fidano l’uno dell’altro e in questo balletto di segreti, interessi sporchi, pugnalate alle spalle, vendite al migliore offerente, finte e controfinte, finiscono con lo smarrirsi persino gli attori principali.  Figurarsi che cosa può capire il cittadino. Ovviamente neanche i giornalisti ci capiscono qualcosa, anche se fanno finta (o, peggio, credono) di capire tutto.
 E tuttavia, proprio questa mancanza di regole fisse per le scelte della politica, richiede che  il decisore non sia legato da regole. Ecco perché la politica è il mondo della libertà come la si intende nella savana. I politici possono insultarsi vicendevolmente, mentire senza scrupoli, tornare sui loro passi, tradire, fare tutto ciò che vogliono, con l’unico limite – almeno in democrazia – di rendere infine conto dei loro risultati agli elettori. 
Malgrado questa esperienza quotidiana, la rigidità della mente umana fa sì che gli uomini siano convinti che l’onestà e la giustizia dovrebbero guidare la società. E per questo giudicano male i politici. Dimenticando che quelli si muovono in un mondo in cui la morale non ha alcun peso. In cui vince chi vince, anche se vince perché ha tradito. 
Ecco perché la diffusissima severità nei confronti del “Palazzo” è ingiustificata. Non si possono disprezzare i politici ignoranti, incompetenti o demagoghi, perché chi è colpevole della loro presenza nelle istituzioni è chi li ha eletti. Il famoso popolo sovrano. La gente li accusa dicendo che usano la loro libertà di comportamento non per “fare qualunque cosa nell’interesse della nazione” ma per “fare qualunque cosa nel loro proprio interesse”. Ora, a parte il fatto che molti di loro, pur facendo i propri interessi, cercano di fare anche il bene dei loro elettori, quanto sarebbe verosimile che, pur di fare gli interessi dei loro elettori, fossero disposti a comportarsi da delinquenti e poi, per sé stessi, pur potendo ottenere un grande vantaggio, se ne astenessero per scrupoli morali? Il mestiere che hanno imparato è soltanto uno e quel mestiere non è molto onesto. Sta agli elettori “punirli”, alle prime elezioni, se esagerano. Ma probabilmente non lo faranno, perché dimenticano. Anche questa è una caratteristica della democrazia. 
Si deve tuttavia ammettere che la natura ferina della politica – quale ce la raccontano la storia greca o la storia romana - è oggi un po’ modificata dal fatto che viviamo in un’epoca di grande comunicazione. Dunque se qualcuno si comporta in modo “immorale”, c’è più che in passato la possibilità che gli elettori lo sappiano, lo ricordino e ne tengano conto. La conseguenza di ciò non è che i politici siano più morali che in passato, semplicemente oggi terranno un po’ più conto del consiglio di Machiavelli, secondo il quale il Principe deve sembrare che abbia tutte le virtù che in realtà non ha. A costo di essere effettivamente morale. Ma il lupo al massimo perde il pelo.
E tutto questo vale anche per l’attuale crisi di governo.
      Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
4 ottobre 2019
IL CANNONE PER AMMAZZARE LE ZANZARE
Un amico americano mi invia i risultati di una ricerca sul perché coloro che esercitano la stessa attività tendono a concentrarsi in un determinato posto. Fleet Street per i giornali, a Londra, il Quartiere Latino per gli studi, a Parigi, o la Silicon Valley per l’informatica.
Innanzi tutto devo ammettere la verità del fenomeno. Addirittura, nella mia città, un tempo (ora non so più) i negozi di tessuti si trovano in prevalenza in Via Manzoni, quelli di orologi in Via Vittorio Emanuele, non lontano dal Duomo, e quelli di ferramenta in via Marchese di Sangiuliano. 
I due professori americani attribuiscono quella tendenza alla concentrazione al fatto che, operando nella stessa zona, gli addetti possono ritrovarsi al bar, dove bere qualcosa e scambiare delle idee con i colleghi, aumentando così la loro creatività. Al punto che, durante il proibizionismo, si ebbe un calo nel numero di nuovi brevetti. Un’idea brillante, e tuttavia non posso nascondere il mio fastidio per questa tendenza moderna a portare sul piano della scienza (le famose “ricerche” universitarie) le osservazioni più banali. Negli Stati Uniti la cosa si spiega anche con l’esigenza dei cattedratici di pubblicare qualcosa, per non essere licenziati dai loro atenei. Ma noi in Europa non abbiamo lo stesso sistema universitario (da noi si può essere professori universitari per cinquant’anni senza fare un tubo) e dunque non abbiamo nessuna seria ragione di seguire quell’insana tendenza.
Infatti, a mio parere, per riprendere l’esempio della ricerca sulla concentrazione dei professionisti di un dato ramo di attività, si potrebbe sostenere la stessa tesi con altri argomenti. Effettivamente, la gente si potrebbe riunire negli stessi quartieri perché, incontrandosi, al bar o dove che sia, si avrebbe qualcuno con cui parlare, dal momento che si dispone costantemente di un argomento comune. Ma esistono anche altri possibili motivi. Il primo, e più importante, è che, se in città ci si forma l’idea che, in un certo quartiere, c’è la massima concentrazione di un certo tipo di negozi, se si ha una richiesta speciale (cui non potrebbe rispondere il piccolo negozio sotto casa) si va lì; e lo stesso se si vogliono confrontare molte offerte, molte condizioni di vendita e  molti prezzi.  Questo aumenta la quantità della clientela, per gli esercenti e il vantaggio potrebbe essere tanto grande, da compensare la compressione dei prezzi dovuta alla vicinanza della concorrenza e alla facilità dei paragoni. Chi apre un negozio in quelle zone sa di dover affrontare i colleghi in una lotta in cui alla lunga potrà sopravvivere o con migliori prezzi o con una superiore qualità. E comunque non essendo inferiore alla media. 
Probabilmente, ragionandoci su, o parlandone con gli interessati, si potrebbero trovare molte altre ragioni, per le concentrazioni. E forse è più importante segnalare che la sociologia, oggi imperante, tende a presentare col sussiego serioso del mondo accademico semplici osservazioni di buon senso. osservazioni su minuti fatti insignificanti; e infine osservazioni infondate, che un altra ricerca potrebbe benissimo contraddire. Negli Anni Quaranta del secolo scorso tutti gli uomini andavano in giro col cappello, oggi nessuno va in giro col cappello, e ci sarà sicuramente un perché; ma è permesso dichiarare che di questa spiegazione non ci importa nulla? Se ce la danno, grazie, ma non per questo raccomanderemmo il benefattore per una cattedra universitaria. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 settembre 2019 
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POLITICA
3 ottobre 2019
DE CROCODILIS
Trump avrebbe suggerito di fortificare il confine tra Messico e Stati Uniti con un fossato d’acqua pieno di coccodrilli. Lo scrive il New York Times, citando fonti della Casa Bianca”.
Se Trump querelasse il Nyt ed io fossi il giudice incaricato di emettere la sentenza, ne emetterei una tanto severa da fare il pelo e il contropelo al giornale nuovayorkese. Fino a togliergli il vizio di straparlare. Non in difesa di Trump, ma in difesa della deontologia giornalistica, della verità, e del rispetto del prossimo.
Per giunta la notizia di Gramellini per me è incompleta: io avevo letto altrove che si trattava di coccodrilli e serpenti velenosi. Il New York Times è il più importante giornale statunitense. Domanda: quanta gente farebbe caso al condizionale di Gramellini (“avrebbe suggerito”) e non lo interpreterebbe come “Trump vuole”? Non bastasse, il giornale indica come fonte (innominata, ma ovviamente autorevole, un giornale autorevole si fida soltanto di fonti autorevoli) qualcuno che lavora alla Casa Bianca e che, verosimilmente, quella proposta l’ha sentita con le sue orecchie. A questo punto, quanto vale la smentita di Trump? Zero, ovviamente. E da questo la mia condanna pesante.
Ma la notizia è anche evidentemente falsa e un giornale non serissimo, e nemmeno serio, ma non inferiore a un giornaletto scolastico di Terza Media, non dovrebbe per questo pubblicarla. La frontiera fra gli Stati Uniti e il Messimo è lunga 3.200 chilometri, cioè 3,200.000 metri. A un coccodrillo ogni dieci metri, bisognerebbe trovare 320.000 coccodrilli, impacchettarli e spostarli su quella frontiera. E già mi chiedo se sul pianeta Terra ci siano, con l’attuale antropizzazione, trecentoventimila coccodrilli. Ma, anche a trovarli, trasportarli negli Stati Uniti non sarebbe un’impresa da niente.
Ma c’è di più. I coccodrilli sono animali acquatici e la frontiera non è piatta come il mare. Come si farebbe dunque a far stare l’acqua sui rilievi? Forse bisognerebbe fare una vasca ogni dieci metri, alimentarla in acqua, depurarla, fare i necessari rabbocchi, ecc. E poi, se nella vasca si mettono i serpenti velenosi, chi dice che quei poveri ofidi non anneghino? O non muoiano di fame? O non siano divorati dai coccodrilli? Bisognerebbe insegnargli a convivere pacificamente. E soprattutto bisognerebbe reclutare un esercito di veterinari (la buona salute di 320.000 coccodrilli non è garantita) e bisognerebbe anche provvedere ai loro accoppiamenti. Dei coccodrilli, non dei veterinari. Ma già, questo è il meno, rispetto al problema del caldo o del freddo. Non è che i coccodrilli possano vivere a qualunque temperatura, se no ci sarebbero anche nell’Artico. Dunque quell’acqua andrebbe riscaldata o raffreddata, secondo i bisogni del rettile. E, per le femmine, bisognerebbe provvedere anche ad un entroterra, accanto alla vasca, in cui andare a fare il nido e deporre le uova. E poi bisognerebbe difendere i coccodrilli appena nati dai serpenti velenosi sopravvissuti.
Ma non basta. Certo, se gli emigranti accorressero in folla a buttarsi nelle vasche dei coccodrilli, il problema della loro alimentazione sarebbe risolto. Ma se non lo facessero? Quanta carne bisognerebbe acquistare e distribuire, per nutrire quell’esercito di mostri affamati? Trecentoventimila coccodrilli mica si accontentato di uno spiedino di pollo. E quanto personale bisognerebbe assumere? Forse non basterebbero nemmeno tutti gli imbecilli che hanno preso sul serio la notizia, approfittandone per ridere di Trump.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
3 ottobre 2019
(1)https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_ottobre_03/crocodile-trump-793cf7ba-e549-11e9-b924-6943fd13a6fb.shtml



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POLITICA
3 ottobre 2019
ABBASSO CARLO MAGNO
Il lamento sulla scuola è universale. Da quando esistono statistiche internazionali, e l’Italia viene classificata sempre malissimo, si è cominciato a rendersi conto che il nostro sistema educativo non funziona. I nostri giovani escono dalle scuole secondarie con un diploma e molti sono ancora “analfabeti funzionali”. Del resto, lo si nota anche essendo lontani dagli istituti scolastici: basta ascoltare i giornalisti televisivi, e gli errori non si contano. Soprattutto fanno orrore le parole orecchiate, sintomo del fatto che si legge poco e non si ha una conoscenza tecnica della lingua. Diversamente nessuno direbbe “una manciata di secondi”, “paventare” per fare paura, “inerme” per inerte, “piuttosto che” per “come anche” e cose simili, con una tale frequenza da indurre una persona colta a sentirsi straniera, in questo Paese.
Da tutto ciò si deduce che bisognerebbe salvare la scuola. Investendo di più nell’educazione  – dicono - migliorando i sussidi educativi, i laboratori, l’informatizzazione. Ovviamente bisognerebbe riqualificare i docenti ed anche pagarli meglio, per avere una migliore selezione, invece di avere coloro che si contentano di una paga di operaio non specializzato. E si potrebbe continuare, senza mostrare di avere visto il nocciolo del problema.
Il nocciolo del problema è un altro: non è quello che si insegna, è quello che si impara. Se la scuola offre molto, ma non chiede niente per promuovere i ragazzi all’anno seguente, essi non impareranno (quasi) niente, salvo alcuni appassionati che forse sarebbero divenuti persone colte anche standosene a casa.  Viceversa, se un professore carogna non spiega mai (e contravviene al suo dovere) ma interroga e boccia sulla base di ciò che i ragazzi possono imparare sul libro di testo, otterrà migliori risultati di un eccellente professore che spiega benissimo ma promuove tutti. Infatti può anche succedere che, mentre lui spiega, dispensando perle di cultura, il ragazzo del quarto banco studi il libro di testo per poter rispondere al professore battifiacca. O incapace di spiegare.
Tutto il guaio (dal famoso Sessantotto in poi) nasce dalla lotta contro il nozionismo e contro lo sforzo di imparare richiesto agli alunni. E dire che è anche questo il significato di “studio”, come del resto si vede anche in un’espressione come “studiarsi di essere chiari”.
L’avere estromesso dalla scuola la severità, e con essa il latino, la storia, la filosofia e la geografia corrisponde ad avere una società di analfabeti culturali. Non capisco perché non tolgano dai programmi anche la matematica, sostituendola con “Storia delle telenovelas”. Del resto, chissà quanti applausi riceverebbe questa frase, nei talk show: “Sopprimiamo la matematica. Io non l’ho mai capita. Anzi, nessuno la capisce. Richiede studio e non serve a niente. Ma chi diamine l’ha inventata?
In questo i ragazzi francesi sono più fortunati e più radicali dei nostri. Poiché a loro insegnano che la scuola l’ha inventata Carlo Magno, sanno chi maledire. I nostri, poverini, non possono avere neanche questa innocente soddisfazione. Perché non hanno mai sentito parlare di Carlo Magno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
2 ottobre 2019
GIUDIZIO IMPARZIALE SULLA NADEF
La legittima difesa è quell’istituto del diritto penale che esenta da ogni responsabilità chi abbia compiuto  un’azione anche costituente reato, come l’omicidio, per salvare la propria vita. Ed è un peccato che le norme penali non si possano applicare per analogia. Infatti, per legittima difesa contro l’ccessiva quantità di bugie dei politici, sarei autorizzato a considerare falso qualunque cosa dicano.  
Anzi, riflettendoci, dal momento che considerare falso qualunque cosa dicano i politici non costituisce reato, mi autorizzo da me. Di fatto, forse perché sono vecchio, vado anche oltre. Non è che questa cosa io l’abbia decisa: l’ho soltanto constatata. Quando i politici parlano, non mi chiedo se ciò che dicono sia vero o falso, semplicemente, ogni volta che coniugano un verbo al futuro - “Faremo questo, faremo quest’altro” - mentalmente stacco. E se qualcuno mi chiedesse: “Che hanno detto?”, non saprei rispondere.
Il mio pilota automatico è stato tarato in modo da deviare su altro l’attenzione ogni volta che in televisione usano il futuro, il congiuntivo e il condizionale. Cosicché non mi chiedo che cosa ci sia di vero nella Nota Aggiuntiva al Documento di Economia e Finanza, varato in questi giorni. Visto che è scritto al tempo futuro, lo considero interamente falso e mi dispenso da ogni ulteriore esame. 
Posto che la Nadef è una sequela di bugie, il quesito diviene un altro: non quanto il documento sia serio, ma quanto l’Europa sia disposta a far finta che lo sia. Già l’essenziale, la parte percentualmente più importante, tredici o quattordici miliardi, è costituita da ulteriore deficit. E questo dalle parti di Palazzo Chigi viene considerato una sorta di diritto, dal momento che costituisce la flessibilità normale e prevista. Naturalmente dimenticando che il problema non è l’assenso di Bruxelles, ma quello degli altri membri dell’eurozona.  e quello della nostra credibilità, come debitori, agli occhi dei mercati. Ma andiamo avanti. Nel documento si parla enfaticamente di lotta all’evasione, e se ne attendono sette miliardi. Si tratta ovviamente di una grossa panzana, ma Bruxelles che farà, aggrotterà la sopracciglia o farà finta di credere alla Fata Turchina? E così per tutto il resto. 
Ho sempre pensato che fosse impossibile tirare fuori dall’asfittica economia italiana i miliardi necessari per disinnescare l’aumento dell’Iva, e questo tanto per il governo attuale, quanto per quello giallo-verde, se fosse stato ancora in carica, o per un governo di centrodestra. La possibilità di cavare sugo da una pietra non dipende dall’abilità di chi prova a farlo. Secondo me, questa potrebbe essere la ragione (nata dalla disperazione) per la quale Bruxelles potrebbe fare finta di credere che abbiamo disinnescato l’Iva e il resto. Ovviamente penserà che in questo modo è sempre più a rischio l’Italia, l’euro e la stessa Unione Europea, ma si dirà che, intanto si va avanti, poi si vedrà. Eventualmente, se ci fosse un patatrac, si direbbe che è un imprevisto. Non si faranno certo un problema per una bugia in più.
Divertente è pure pensare che, se andrà come si è detto, Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti, Matteo Renzi e tutti gli altri al governo, si vanteranno di avere ottenuto un risultato storico. Ed avranno ragione: avranno battuto il record delle bugie, costringendo perfino gli altri a mentire insieme con loro e ad applaudirli.
Ve lo dicevo che ormai non credo una parola, di tutti costoro. Se, in un giorno di sole, Giuseppe Conte mi dicesse “Buongiorno”, aprirei l’ombrello.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
2 ottobre 2019
GENIO E FOLLIA
Non ho seguito tutto il battage e tutto il clamore fatto in questi giorni sull’iniziativa della giovane Greta Thunberg a proposito di ecologia, ma sono stato colpito dal fatto che i giornali hanno scritto che – quanto meno in parte – il movente fondamentale dell’attivismo della ragazzina è il fatto che soffre della sindrome di Asperger. Ed è di questo che voglio parlare. Non per sostenere che Greta è una pazza, ma al contrario che qualche anomalia è necessaria, perché sbocci la persona eccezionale.
Poi lascerò da parte il caso dell’attivista svedese, che reputo piuttosto un caso di suggestione collettiva, ma riporto  - per chi avesse delle curiosità - la definizione della sindrome di Asperger che si legge su Wikipedia: “La sindrome di Asperger è un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico; non comportando ritardi nell'acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive, è comunemente considerata un disturbo dello spettro autistico «ad alto funzionamento»”. “Gli individui portatori della sindrome di Asperger, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti”. La ragazzina infatti non andava a scuola, o più esattamente ci andava, ma rimaneva fuori, col suo cartello ecologista, invece di entrare e studiare. Tanto che credo di ricordare che l’hanno anche bocciata.
Come si vede, si tratta di una sorta di malattia. Ma è una malattia anche quella che fa nascere la perla nell’ostrica. Una piccola impurità, all’interno delle due valve, fa sì che il mollusco se ne difenda, creando intorno ad essa ciò che poi noi chiamiamo perla e consideriamo come una pietra preziosa. 
Non ogni malattia ha soltanto conseguenze negative. E questo vale anche per gli uomini. Al riguardo basterà porsi questo interrogativo: chi può sperare di portare a termine un’impresa titanica? La risposta più seria non è: “un uomo intelligentissimo”, o “un uomo di particolari qualità”. La risposta più semplice è: “un presuntuoso”. Infatti un uomo intelligentissimo ed equilibrato si pone mille problemi, non presume troppo di sé, ha spirito critico e finisce col non far molto. Ecco un esempio. 
Come si sa, prima che Cristoforo Colombo scoprisse l’America, si discuteva parecchio, sulla Terra. Si pensava che fosse sferica e si presumeva che si potesse circumnavigare: ma quant’era grande? I pareri erano discordi. Mentre Eratostene di Cirene, morto circa duecento anni prima di Cristo, aveva misurato con eccellente approssimazione le dimensioni del nostro pianeta (col semplice ausilio di un bastone conficcato nel terreno), alla fine del Quattrocento quelle dimensioni erano ignote. In particolare c’era chi considerava la Terra molto grande, tanto che era pericoloso cercare di circumnavigarla, e c’era chi, come Colombo, sbagliando i calcoli, la considerava molto più piccola. Così, benché qualcuno l’avvertisse che rischiava troppo, tanto insistette che alla fine, ottenute le caravelle, poté tentare l’impresa. Era tanto convinto che sarebbe arrivato a “buscar el Levante por el Poniente” - cioè alla Cina andando verso ovest - che quando, parecchio più a sud, arrivò su un’isola, pensò facesse parte dell’India. E infatti ancora oggi parliamo di “Indiani d’America”, che di indiano non avevano niente.
Chi era dunque lo scienziato, fra Colombo e i suoi oppositori? Sicuramente non Colombo che, senza le Antille, sarebbe morto in mare insieme con tutti i suoi marinai. Chi può pensare che sarebbe arrivato vivo dopo aver traversato anche il Pacifico, se non ci fossero state le Americhe? Ammesso che sia partito dal decimo meridiano ovest, le Antille sono all’incirca al settantesimo meridiano ovest. Invece la Cina di cui lui parlava è al 125° est, cioè avrebbe dovuto attraversare, lungo il quarantesimo parallelo, ancora 110 meridiani, fino alla linea di cambiamento di data, e ancora 55 meridiani, fino al 125° est. per un totale di 165, quasi la metà della Terra, che corrisponde a centoottanta meridiani soltanto. Colombo era un presuntuoso, ma passerà per un genio immortale, nei secoli, mentre i suoi oppositori erano soltanto persone che sapevano far di conto e abbiamo dimenticato i loro nomi.
Il collegamento tra genio e follia non è assurdo. Spesso, per fare carriera, o per compiere imprese memorabili, bisogna essere squilibrati, narcisisti, privi del senso delle proporzioni e illusi sulle proprie capacità. I geni equilibrati, come Aristotele, Augusto, Montaigne o Bach, sono tutt’altro che la regola. Lo stesso Socrate, un grande pensatore e un grande uomo, se mai ce ne fu uno, era talmente equilibrato che non scrisse una riga e sarebbe stato completamente dimenticato, dopo la morte, se non fosse stato per Platone. 
Gli esempio di squilibrati che si sono dedicati fanaticamente ad una sola impresa, e sono divenuti celebri, sono infiniti. Modigliani, giovane e bello, se avesse resistito alla voglia di ubriacarsi e di affermarsi come pittore, sarebbe vissuto meglio e sarebbe morto di vecchiaia. Gli storici dell’arte diranno che noi abbiamo fatto un affare, ma l’ha fatto Amedeo?
Il successo si può dunque misurare su parecchie scale, ma la più insignificante di esse è la gloria postuma, come nel caso di Van Gogh. La stragrande maggioranza degli esseri umani, quella che vive ignorata in vita e in morte, dovrebbe forse comprendere che la scala più importante non è né il successo né la ricchezza, ma la felicità. Il vero vincitore non è né Alessandro Magno né Napoleone, è il vecchio saggio ignorato che, morendo, può dire di avere vissuto una vita felice.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       1° ottobre 2019



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POLITICA
1 ottobre 2019
IL LUPO E L'AGNELLO IN BRASILE
Pare che Jair Bolsonaro, Presidente del Brasile, abbia detto che l’Amazzonia è di proprietà del Brasile, il quale può farne ciò che vuole. Può darsi che l’espressione, così brutale, sia una libera elaborazione di un giornalista malevolo (non ne mancano) ma giuridicamente essa sarebbe difendibile anche formulata così.
Nelle settimane scorse l’immensa Amazzonia è stata devastata, per larghe zone, da incendi che hanno distrutto molti chilometri quadrati di foresta. Il mondo ha reagito con allarme. Innanzi tutto ha attribuito la responsabilità, non si sa con quali prove, al Presidente del Brasile, probabilmente colpevole, come Trump, di essere antipatico; in secondo luogo ha reclamato una decisa azione contro il disastro perché l’Amazzonia è il “polmone verde” del mondo (in quanto immette una buona parte dell’ossigeno nell’atmosfera). Tutti si sono sentiti personalmente minacciati da quella catastrofe ed hanno trattato quel grande Paese come un ragazzo discolo al quale si minacciano bacchettate. Il Brasile invece, per bocca del suo Presidente, pur facendo sapere che farà il possibile contro gli incendi, ha affermato che si tratta di un suo affare interno . L’Amazzonia non è – come si dice enfaticamente - “patrimonio dell’umanità”, è soltanto patrimonio di quella Nazione.
Il Brasile ha incontestabilmente ragione. Nel mondo attuale si parla troppo di leggi, trasformandole in una sorta di feticcio, di Moloch al di sopra della volontà degli uomini e al di sopra delle frontiere. In realtà non è così. Ciò che domina i rapporti umani non sono le leggi, è la forza. Gli uomini tuttavia si sono accorti che, se è vero che il più forte della tribù può imporsi su qualunque altro uomo, non può imporsi all’intera tribù, se essa agisce unitariamente. Questo ha dato origine alla legge. Essa è lo strumento con cui – all’interno di un singolo Stato - l’insieme dei deboli diviene più forte dei singoli forti. Dunque la legge, che sembrava l’incarnazione di un superiore principio di morale o di giustizia, è in fondo una riconferma della norma generale, anche se stavolta il più forte è la comunità nel suo complesso.
Purtroppo, proprio questa constatazione dimostra i limiti di quel benefico principio. Se il mio vicino si appropria di una parte del mio campo, estendendo il suo a mio danno, posso ricorrere al giudice perché ristabilisca i giusti confini (actio finium regundorum, la chiamavano i romani). Ma se è la Russia che si appropria la Crimea, l’Ucraina a quale giudice può ricorrere? A nessuno. E questo giudice, se esistesse, in tanto potrebbe restituire la Crimea all’Ucraina, non in quanto riconoscesse il suo buon diritto, ma in quanto fosse più forte della Russia. Inoltre, se qualcuno fosse abbastanza forte da potere imporre la propria volontà alla Federazione Russa, in tanto lo farebbe, in quanto avesse un proprio interesse a imporla, affrontandone i costi economici ed umani. Diversamente lascerebbe – come del resto avviene – che il pesce più grosso mangi il più piccolo. Fra l’Ucraina e la Russia, vige nella sua brutale nudità la legge del più forte.
È questa la ragione per la quale ogni serio giurista è infastidito quando, ad ogni piè sospinto, giornalisti e anime nobili si appellano al “diritto internazionale”. Credono che questo fantomatico diritto sia capace di condannare qualcuno o di ristabilire la legalità se non, addirittura, la giustizia. La maggioranza della gente ignora che il diritto internazionale vale quanto valgono le regole di vicendevole comportamento nel Far West dei film. Anche in quel mondo di vaccari le regole erano utili per mandare avanti la Società, ma se qualcuno le violava, non rimaneva che reagire con la forza. O soccombere.
Fra gli Stati, le consuetudini del diritto internazionale sono accettate finché, e nella misura in cui, convengono ad ambedue i contraenti. Ma possono essere revocate in qualunque momento, possono essere violate impunemente, fino a passare da una pacifica convivenza ad una guerra totale o di sterminio.
È ovvio che, anche ad essere l’Amazzonia il polmone verde del mondo, essa è sottoposta alla sovranità del Brasile. Chi volesse imporgli la propria volontà, anche per i migliori scopi immaginabili (come la salute dell’umanità) dovrebbe essere capace di vincerlo in battaglia, o comunque di scontrarsi duramente con esso. Finché ciò non si verifica, finché non si costituisce un’immensa coalizione mondiale pronta a minacciare la guerra al Brasile in modo convincente, quello rimane un Paese sovrano e Bolsonaro ha diritto di dire che i brasiliani possono fare dell’Amazzonia ciò che vogliono. Che piaccia o no ai terzi.
Questa idea che tanti hanno, che il fatto di essere dal lato della giustizia conferisca chissà che diritti e chissà che potere, è semplicemente stupida. Come avvertiva già Fedro con la favola del lupo e dell’agnello.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
25 settembre 2019




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POLITICA
30 settembre 2019
GLI INAFFIDABILI
Abbiamo un nuovo governo, dalla formula inedita e imprevedibile, e tuttavia la pubblicistica langue. I giornali sono noiosi e i grandi editorialisti sembrano non sapere che cosa scrivere. E li capisco. Persino io che, non essendo pagato da nessuno, non sono legato da vincoli di fedeltà o da obblighi di autocensura, non so che dire. E forse, rispetto agli altri “blogger”, ho un motivo in più.
La prenderò alla lontana. Quando si progettò l’euro, scrissi non so quante volte che, in ogni caso, l’Italia non ne avrebbe mai fatto parte. Per prudenza? No. Percné non le conveniva economicamente o perché qualche potente Stato europeo voleva tenerci fuori? No, neanche per queste ragioni. Semplicemente perché fra le condizioni dell’ammissione vi era l’assoluta conditio sine qua non che il debito pubblico non superasse il 60% del prodotto interno lordo. E dal momento che l’Italia aveva un debito superiore al 100% del pil, io ero sicuro. Uno sforamento di qualche punto forse sarebbe stato concepibile, ma un debito di oltre il 70% superiore al massimo consentito, era un ostacolo insormontabile.
Mi sbagliavo. Al dunque l’Europa fece finta di essere demente e di credere che, in breve tempo, una volta nell’eurozona saremmo rientrati nei parametri. Cosa che ovviamente non avvenne, né poco dopo né nei molti anni seguenti. E cosa che avrebbero potuto prevedere anche i meno intelligenti, i quali infatti, come me,  la previdero. Ma come non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. L‘Europa ci voleva nell’euro – forse per non subire la nostra concorrenza dall’esterno – e le conditiones sine quibus si rivelarono acqua fresca. Obblighi che non obbligavano, come quelli dei vaccini per una ministra pentastellata.
La lezione fu indimenticabile. Pensavo che i politici italiani fossero capaci di mentire più facilmente di un venditore levantino di tappeti, ma non avevo immaginato  che l’intera Europa fosse bugiarda quanto e più di loro.
Imparai quella volta ad usare con grande cautela l’aggettivo “impossibile”. In politica non si ragiona come nel mondo della scienza o in quello dei sani di mente. Se un ministro, disponendo di un milione, promette cinquantamila euro a testa a trenta cittadini, non gridate che è impossibile. Perché gliene darà di meno e dirà lo stesso di avergli dato cinquantamila euro a testa; oppure darà quella somma soltanto a venti ma griderà che venti sono trenta e i giornali della sua stessa corrente politica gli daranno ragione. Oppure dirà che non è vero, non ha mai detto che avrebbe dato quella somma a trenta cittadini. Insomma, se c’è qualcuno che fa una cattiva figura è l’imbecille che aveva proclamato che 1.000 diviso 30 fa circa 33.
Ammettiamo che un politico vi ponga questa domanda: “Tre amici al ristorante vogliono pagare alla romana e il conto è di 120€. Quanto devono pagare ciascuno?” Attenti, non affermate: “Quaranta”. Perché il politico vi potrebbe rispondere: “Ti sbagli, trenta. Perché gli amici erano quattro”. Come avere ragione con gente che parla così?
La notizia di oggi è che, secondo il ministro dell’economia Gualtieri, la manovra sarà di trenta miliardi, ma niente tagli alla scuola, alla sanità, all’università. Non si toccherà Quota Cento, il reddito di cittadinanza, niente di niente, ed anzi ci saranno incentivi (cioè altre spese) per le carte di credito, per diminuire il cuneo fiscale ed altro ancora. E comunque, sostiene Di Maio, non bisognerà aumentare di un centesimo nessuna tassa. Gualtieri, bontà sua, ha anche parlato di “margini ulteriori per rendere più efficiente la spesa” (cosa che non significa affatto tagli a questo e a quello, che cosa avevate pensato?) e, secondo il “Corriere”, non dice altro riguardo al reperimento dei fondi. Forse spera che qualcuno, sbadatamente, dimentichi su una panchina pubblica trenta miliardi di euro.
A questo punto dobbiamo dire: “impossibile”? Nient’affatto. L’Europa potrebbe fare un’impressionante marcia indietro. I nostri governanti potrebbero dirci di avere fatto ciò che non hanno fatto. Potrebbero tassarci a morte dicendo di non averlo fatto. I mercati potrebbero intervenire per mandare a catafascio tutti i piani europei, e in particolare quelli dell’Italia. La situazione fa pensare a quei vecchi rompicapo: “Su un’isola ci sono degli arancione e dei turchese. I turchese dicono sempre menzogne, gli arancione sempre la verità...” Solo che qui il problema è più difficile: “In Italia ci sono politici di sopra e politici di sotto, solo che tutti mentono”. E l’indovinello diviene irresolubile.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      30 settembre 2019



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POLITICA
29 settembre 2019
MONNAIE DE SINGE
Un povero mendicante guadagnava troppo poco per potersi permettere la carne. Così, ad ora di pranzo, andava a mangiare il suo pane dinanzi alla porta di una rosticceria, usando il profumo dell’arrosto come companatico. Il proprietario, avido, gli chiese di pagare per quel profumo e il mendicante gli dette ragione: meritava un compenso adeguato. Così, estratta una moneta, la sbatté sul marciapiede, spiegando: “Tu mi hai dato il profumo della tua carne, ed io ti ho compensato col suono della mia moneta”. 
Prima di chiedere il compenso per qualcosa, è meglio vedere se per caso la controparte non abbia una risposta possibile che ci lascerà a becco asciutto e beffati per giunta. Come si sa, i giornali sono in grande crisi di vendite. Tra televisione, rassegne stampa, e soprattutto Internet, la gente non compra più i giornali cartacei. Molti si abbonano alle testate online, ma moltissimi vogliono leggere i giornali senza pagare, con l’idea che su Internet è tutto gratis. Mentre gli editori devono lo stesso pagare i giornalisti. Così, comprensibilmente,  fanno il possibile per costringere gli utenti a pagare per il loro servizio ma molti ci rinunciano. Io stesso ho letto per anni “il Foglio”, quando lo si poteva fare gratis, e l’ho perso di vista da quando è divenuto ermeticamente a pagamento. Non che io non riconosca le buone ragioni degli editori, semplicemente, per avere la disponibilità di un tempo, dovrei abbonarmi a una decina di giornali e forse più. A parte il fastidio, non posso permettermelo.
L’ultimo episodio riguarda comunque uno scontro fra giganti. La Comunità Europea impone a tutti di pagare per la lettura dei giornali, e la Francia per prima ha cercato di applicare la norma anche a Google. Ma Google ha risposto picche. Ha sostenuto che la comparsa su Google del link, del titolo dell'articolo, e di un suo breve riassunto, costituisce un’ottima pubblicità, per i giornali. Se non sono d’accordo, pubblicherà soltanto il link e il titolo dell’articolo. Ma questo ovviamente penalizzerebbe molto i giornali, in materia di visibilità, e i quotidiani protestano. Parlano di “ricatto”. 
Quando ho letto questa notizia – purtroppo riportata in modo per me poco chiaro – m’è venuto da sorridere. Per me è come se, dicendo a un ristoratore, “Non vengo a mangiare nel tuo ristorante perché per me è troppo caro”, gli stessi facendo un’estorsione. Se i giornali si sentono defraudati perché Google pubblica materiale di loro proprietà senza pagarli, è giusto che chiedano di essere pagati. Ma se Google non pubblica nulla e non gli fa pubblicità, non si devono lamentare. E se invece quella pubblicità gli interessa, al punto che parlano di estorsione, perché vogliono essere pagati, invece di pagare loro per quella pubblicità? La legge comunitaria impone l’obbligo di pagare se si pubblica materiale altrui, ma certo non può obbligare nessuno a pubblicare materiale altrui. Sicché l’unica cosa ragionevole, per gli editori di giornali, sarebbe stata intavolare una discussione con Google dicendo: “Qui abbiamo ambedue un’utilità. Lasciamo perdere le discussioni, e indaghiamo sul quantum delle rispettive utilità. Eventualmente, ci sarà un conguaglio”. 
A proposito di Francia, in francese esiste una divertente espressione, “payer en monnaie de singe”, pagare con moneta di scimmia. Pare che un tempo il re Luigi IX abbia permesso ai giocolieri che esibivano scimmie di pagare il pedaggio di un ponte della Cité  “con le smorfie divertenti di quegli animali”. Oggi l’espressione significa “non pagare affatto” ed è il modo in cui rischiano d’essere pagati gli editori francesi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       29 settembre 2019



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POLITICA
28 settembre 2019
NOI GIOVANI SALVIAMO LA TERRA
Non sono un appassionato ecologista. Se mi riuscisse di credere al cambiamento climatico (mi basterebbe essere in buona salute e seguire le effemeridi per i prossimi cinquecento anni) mi rimarrebbe ancora un dubbio sulla causa di quel cambiamento, e sulla possibilità di quell’essere insignificante che è l’uomo di metterci rimedio. Detto questo, si immagini quanto possa prendere sul serio una ragazzina disorientata come la piccola Greta svedese. E come potrei prendere sul serio suoi coetanei che preferiscono fare casino in strada piuttosto che andare a scuola. Per questo nobile scopo accetterebbero di “scioperare” anche per chiedere una morte pietosa per le zanzare. Sicché il problema diviene un altro: come mai i media prendono tanto sul serio Greta e gli altri ragazzi? Ed io ho una risposta.
La specie umana non è diversa dalle altre, per quanto riguarda la riproduzione. Come gli altri animali siamo disposti a fare follie, pur di accoppiarci, e poi siamo disposti a fare follie per i piccoli, perché ne va della sopravvivenza della specie. Non soltanto ci sembrano belli e intelligenti i nostri figli (mentre troppo spesso non sono né l’una né l’altra cosa), ma ci sembrano teneri, da proteggere e da amare tutti i piccoli. “Piccoli” che oggi  secondo la tendenza corrente – sono tali mentre  da molti anni hanno tutto lo strumentario per la riproduzione, ma poco importa. Sono sempre bambini. Con l’unica speranza che, sbadatamente, le bambine non facciano a loro volta bambini. 
I piccoli sono necessari alla sopravvivenza della specie ma ciò non impedisce che, nei primi anni, siano un peso morto e un costante problema. Poi crescono ma non diminuiscono le difficoltà e le spese. Infine quei ragazzi arrivano al liceo, e spesso sono un disastro. Come si dice, figli piccoli, piccoli problemi, figli grandi, grandi problemi.
Qualcuno dirà che questo è il discorso di un vecchio bisbetico. E invece no. Passi per il bisbetico, non per il vecchio. Perché la mia disistima dei piccoli cominciò all’asilo (lo giuro). Continuò per tutti gli anni di scuola, tanto che, a poco a poco, passai dal primo al secondo banco e infine, pur avendo buoni voti, all’ultimo banco, senza compagno e cambiando fila, spesso. Meglio soli che male accompagnati.
Nell’adolescenza i miei coetanei mi sono sembrati incomprensibili e la maggior parte delle volte sono apparso incomprensibile a loro (“Gianni è un pazzo”). Li consideravo poco intelligenti e poco informati e, se ero cordialissimo con loro, era per la buona ragione che li disprezzavo. Poverini, che colpa avevano di essere com’erano? 
La mia vita è divenuta più vivibile da adulto. Ero nato vecchio (come i cammelli, a quanto dicono) e per questo, a mano a mano che gli anni passavano, aumentava il numero di persone che divenivano miei coetanei, fino al momento in cui gli altri mi hanno superato in vecchiaia, ed io sono rimasto quello che ero: un pazzo.
Se dunque giudico severamente le masse che seguono la piccola Greta, ed anche la piccola Greta, ovviamente, è perché sui giovani non sono mai riuscito a farmi illusioni. Questi ragazzi parlano di clima e di ambiente, ma se di clima e di ambiente sanno ciò che sanno delle loro materie di studio, si può star certi che non sanno niente. Lo so perché ho insegnato ai ragazzi di quell’età e mi hanno costantemente deluso. Alcuni, rivisti dopo decenni, non soltanto dimostrano di non sapere molto, ma non sanno niente nemmeno di ciò che io ho creduto di insegnare loro, a suo tempo. 
I giovani che sfilano per le strade non sanno nemmeno di essere involontariamente ipocriti. Nel loro ingenuo misoneismo non si accorgono che tendono sempre a moralizzare gli altri, ma loro sarebbero disposti a stare senza riscaldamento, in inverno? Rinunzierebbero facilmente all’automobile, all’aeroplano per i lunghi viaggi, a Internet, e a quel telefonino al quale stanno costantemente attaccati come patelle? E credono che tutte queste cose vadano avanti ad energia eolica? La piccola Greta si è sentita virtuosa perché è andata in America in barca a vela, ma avrebbe potuto dedicare tanto tempo alla traversata turistica, se ci fosse dovuta andare per lavoro?
Dunque i giovani che sfilano per me sono soltanto ragazzi che hanno marinato la scuola. Quand’ero ragazzo io, se c’era l’occasione di scioperare, non me lo facevo dire due volte. Ma ai miei compagni coi calzoni corti, che scioperavano per “Triste italiana”, chiedevo sarcastico: “State intimorendo il Maresciallo Tito, non è vero? Così riavremo Trieste”. 
Ora questi ragazzi cambieranno un mondo che non conoscono. Cambieranno il clima senza aver studiato climatologia, o avere un’idea dei tempi degli eventuali mutamenti della Terra. Cambieranno l’ambiente senza avere studiato ecologia. Parlano di provvedimenti importanti senza avere un’idea dei costi, delle possibilità della tecnologia, di niente di niente. E infatti non concluderanno nulla. I grandi faranno finta di dargli ragione, gli compreranno un lecca lecca, e per il resto tanto loro quanto i ragazzi continueranno allegramente ad inquinare.  
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
28 settembre 2019




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POLITICA
27 settembre 2019
I "BENEFICI" DELL'EVASIONE FISCALE
Nel format “Di Martedì” del 24 settembre 2019, condotto da Giovanni Floris, fra gli ospiti c’era Salvatore Rossi, eminente economista ed ex Direttore Generale della Banca d’Italia. Naturalmente, essendo questi un grande competente ed una persona educata, ha parlato poco ed è stato poco ascoltato. Molto meno, ad esempio, di una petulante Concita De Gregorio. E tuttavia ha detto una verità così pesante che avrebbe dovuto far saltare sulla sedia tutti i presenti e, il giorno dopo, tutti i giornali. E invece nessuno ha fiatato.
Cominciamo dal Vangelo corrente. Secondo questo Vangelo, l’Italia risolverebbe tutti i suoi problemi economici se riuscisse ad azzerare l’evasione fiscale. Su questo non soltanto sono d’accordo tutti i commentatori televisivi, ma lo sono anche tutti i politici e tutti i presidenti del consiglio incaricati. Nell’atto di chiedere la fiducia alle Camere, costoro, con la mano sul cuore, promettono sempre  la lotta all’evasione – ovviamente una lotta senza quartiere, senza tregua e senza pietà, fino al successo finale. Si tratta infatti della più invocata fonte di finanziamento dei sogni .
L’evasione fiscale, in Italia, è fra le più alte del mondo. Secondo alcuni sale a centoventi miliardi di euro, e secondo il concorde parere degli ospiti della trasmissione di Floris è quanto meno di cento miliardi. Questo il dato di partenza. E l’enormità della somma induce a chiedere con la massima insistenza il recupero almeno di una parte di queldenaro. E fin qui, business as usual.
La bomba è scoppiata (soltanto per me) quando, mentre si parlava di un bilanciamento fra recupero dell’evasione e diminuzione del carico fiscale, l’economista Salvatore Rossi, con la sua aria tranquilla, ha confermato da un lato che la pressione fiscale in Italia è altissima, dall’altro che l’evasione è all’incirca di cento miliardi di euro. Ma ha proseguito sostenendo che, anche se l’evasione fosse soltanto di cinquanta miliardi: “Se per miracolo si recuperasse tutta l’evasione fiscale, quei cinquanta miliardi, aggiunti ad una pressione fiscale già alta, diventerebbero insopportabili”. Cioè l’Italia collasserebbe, come ha confermato facendo crollare ambedue le braccia. Ma nessuno ha fatto una piega, per la buona ragione che forse nessuno ha capito le implicazioni di quelle parole.
Un’evasione di cinquanta miliardi corrisponde a dire che ci sono dei contribuenti infedeli che non pagano cinquanta miliardi. Ma chi sono costoro? Sono per la maggior parte dei piccolissimi contribuenti (l’idraulico di un paesino, il fisioterapista che ti viene a casa, la donna di servizio non a regola, e via dicendo). Costor, evadendo le tasse non si arricchiscono, si limitano a sopravvivere. Mentre, se dovessero pagare tutto ciò che dovrebbero pagare, o non troverebbero lavoro o dovrebbero chiudere bottega. Questo perché - come ha cominciato col sottolineare l’ex Direttore della Banca d’Italia - le tasse sono troppo alte perché tutti possano pagarle. Il risultato è che da noi molta gente lavora in nero, rinunciando alle normali guarentigie e forse anche all’assistenza e alla previdenza. Ma tutta questa gente, pur evadendo il fisco, produce ricchezza per la nazione e, se non paga le imposte dirette,  paga tutte le tasse indirette (l’Iva, in particolare). Perché anche gli evasori fiscali, se vanno al supermercato, i beni li comprano “Iva compresa”.
Tutto questo significa da un lato che il lavoro neropaga le tasse indirette, dall’altro che la pressione fiscale in Italia è tale che, per parecchie attività, si ha la scelta fra lavoro nero e nessun lavoro. Ecco perché l’economista Rossi (non un pericoloso sovversivo liberale come il sottoscritto) avvertiva che, se improvvisamente si eliminasse tutta l’evasione fiscale, l’Italia, invece di partire a razzo verso la prosperità, non reggerebbe al colpo. 
È vero che “Tutti devono pagare le tasse”, ma bisognerebbe correggere così il principio: “Tutti coloro che sono in condizione di pagare le tasse devono pagarle”. E quanto più è ampia la platea di “coloro che sono in condizione di pagare le tasse”.tanto più le tasse sono basse. Prima di scagliarsi a morte contro i piccolissimi evasori fiscali, bisognerebbe diminuire le spese dello Stato e abbassare le tasse, in modo che evaderle divenga “immorale”, non “inevitabile”. 
Nella trasmissione si citava la Svizzera (credo) in cui ad ogni ricupero dell’evasione fiscale corrisponde un abbassamento delle tasse. In altri termini, quel recupero non va ad incrementare gli introiti dell’erario, ma a beneficio di chi le imposte già le pagava. Qualcuno ha il coraggio si sperare che altrettanto si farebbe in Italia? Se ci piovessero dal cielo cinquanta miliardi, non basterebbero ancora per il programma che Conte ha illustrato alle Camere.
I nostri governanti – da mezzo secolo in qua - ci hanno portato al punto che soffochiamo sotto una paralizzante pressione fiscale, e nel frattempo dobbiamo pregare perché sopravviva la produzione di ricchezza e il gettito delle imposte indirette derivante dal lavoro nero. Un capolavoro.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 settembre 2019



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26 settembre 2019
MILLE E UN RUBICONE
Il Rubicone è soltanto un piccolo corso d’acqua, divenuto famoso perché attraversandolo Giulio Cesare si pose in contrasto col Senato e accettò il rischio della guerra civile. Oggi il Rubicone è divenuto il simbolo di una decisione molto sofferta e gravida di conseguenze. Ognuno di noi incontra il proprio Rubicone, e spesso più d’uno.
Decidere è un verbo tremendo. Non a caso la sua etimologia latina rimanda a “tagliar via”. Decidere è amputarsi dell’altra metà di futuro, rinunziare ad una possibilità in favore di un’altra, magari poi per dover rimpiangere ciò che si è condannato all’inesistenza. Come non bastasse, spesso decidere significa cambiare anche la vita di altri. Chiunque si sia separato dal coniuge, conosce questo strazio. Perché non si è mai del tutto sicuri di star facendo la cosa giusta, per sé e per altri. 
Qualcuno ha detto: “Decidi e pentiti”, cioè “Decidi e metti in conto che ti pentirai della tua decisione”. L’invito implica che, anche prendendo la decisione opposta, ci si sarebbe pentiti. Cosa che dopo tutto potrebbe anche essere consolante. Le onde dell’oceano nel quale siamo naufraghi sono troppo alte per sapere dove realmente stiamo andando. 
Chi decide alla leggera è uno sciocco ma chi riflette a lungo, pesando l’alternativa e le sue conseguenze, non può per questo pretendere, alla fine, di avere adottato la decisione giusta. Cesare normalmente decideva in fretta e metteva in atto con estrema velocità ciò che aveva deciso, caratteristica che gli fu utilissima, già nella campagna di Gallia. Spesso sorprese i suoi nemici comparendo, lui e i suoi legionari, dove ancora nessuno si aspettava di vederlo. E tuttavia quest’uomo risoluto e coraggioso, quando si trattò di entrare a Roma con i suoi soldati, esitò a lungo. Un suo storico dice che, se alla fine decise che avrebbe sfidato il Senato, non fu per motivi ideali, ma perché si rese conto che i suoi avversari avevano deciso di troncare la sua carriera politica, malgrado gli enormi successi riportati in Gallia. L’alternativa fu dunque, per lui, quella che sarebbe stata il motto del Duca Valentino: “Aut Caesar, aut nihil”. E Cesare, diversamente dal Valentino, invece di divenire un nulla, divenne Cesare.
 Drammatico è pure ciò che segue la decisione. Perché i terzi valutano disinvoltamente col senno di poi. Lodano la decisione se i suoi frutti furono positivi, la condannano se furono negativi, dimenticando di notare che il protagonista, al momento di decidere, non poteva conoscere quelle conseguenze con altrettanta chiarezza. Cercava certo di diagnosticarle, ma la nebbia permaneva. Infatti la dicotomia non è fra decise bene/decise male; è piuttosto una quadritomia, decise bene e gli andò bene, decise bene e gli andò male, decise male e gli andò bene, decise male e gli andò male. 
Anche nella cronaca politica recente abbiamo esempi di decisioni capaci di cambiare la Nazione. Nel 1993, la Democrazia Cristiana si era totalmente sgretolata e il Partito Comunista, che aveva anche avuto l’abilità di togliersi di dosso l’imbarazzante aggettivo, sembrava non poter incontrare ostacoli, sulla via del successo alle elezioni. Il suo stesso leader, Achille Occhetto, l’aveva definito “una gioiosa macchina da guerra”, e avrebbe anche potuto definirlo, senza eccessiva  vanagloria,  “un gioioso carro trionfale”. Quante probabilità avrebbe avuto un outsider, uno che non aveva mai fatto politica, che non aveva ancora un partito, e che pochi, dopo tutto, conoscevano, di battere un’armata sterminata, come quella dei persiani nel 490 a.C.? Eppure Silvio Berlusconi ci provò. Nel momento in cui stava per decidere, coloro che gli erano vicini, in particolare Indro Montanelli, fecero di tutto per dissuaderlo, prospettandogli non soltanto la sconfitta, ma gli infiniti guai in cui si sarebbe messo. “Ti distruggeranno”, gli dicevano. Ma Silvio tenne duro e sappiamo come andò. E tuttavia, possiamo dire che sul momento Montanelli avesse torto?  
In altri casi è andata ben diversamente. Un esempio emblematico è quello di Gianfranco Fini. Sul momento, quando stava per decidere, non mi capacitavo che potesse progettare un simile passo. Il caso che mi sembrava di gran lunga il più probabile, era quello di un totale fallimento. E l’ho anche ripetutamente scritto. Le probabilità di annullare di botto Berlusconi erano insignificanti e lui non aveva alternativa. Se fosse andata male, non avrebbe assolutamente avuto dove andare. Insomma segava vigorosamente il ramo su cui era seduto. E tuttavia c’erano molti che lo incoraggiavano, gli antiberlusconiani puramente per interesse. 
Andò come andò. Fini risultò in fin dei conti un ingrato che aveva morso la mano che l’aveva beneficato, un traditore che non era stato bravo a tradire. Fino all’umiliazione, fino all’ignominia. Con una discesa agli inferi così crudele da indurre più alla pietà che alla condanna.
Gli uomini coraggiosi gettano il cuore oltre l’ostacolo e a volte realizzano imprese che altri non avrebbero osato nemmeno sognare, ma bisogna tenere da parte una grande dose di pietà per i molti che vanno a sbattere. Come, da ultimo, rischia di fare Boris Johnson.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 settembre 2019




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POLITICA
25 settembre 2019
CETERUM CENSEO
L’intervento dello Stato nell’economia nazionale
       Scrivendo ad un amico economista, mi son lasciato andare a scrivere questa frase: “Ogni intervento nella macroeconomia è nocivo”.  Messo il punto mi sono accorto dell’enormità di ciò che avevo detto. Ma ne rimanevo convinto e dunque dovevo spiegare il mio punto di vista. 
La macroeconomia – secondo Wikipedia - è “un ramo dell’economia politica che, diversamente dalla microeconomia (che studia i comportamenti dei singoli) studia  il sistema economico ‘a livello’aggregato’, cioè sociale”. In altri termini, studia la politica dello Stato in materia di economia. Naturalmente partendo dall’idea che lo Stato possa meglio dirigerla di quanto farebbe da sola. E “La nascita della macroeconomia moderna, intesa come approccio sistematico e coerente ai fenomeni economici a livello aggregato, viene fatta risalire alla pubblicazione nel 1936 dell'opera di J.M.Keynes, The general theory of employment, interest and money”.
Keynes è stato talmente importante che da quasi un secolo gli economisti si sono divisi in keynesiani (la stragrande maggioranza) e anti-keynesiani (eretici attardati. Sarei anch’io un eretico attardato, se fossi un economista). E una cosa va detta: la teoria di Keynes di cui qui si parla non è quella che ha concepito il suo autore, ma quella che hanno immaginato i politici. E per loro la teoria si riassume nel dovere dello Stato di spendere facendo debiti, suppostamente per rilanciare l’economia. 
Ovviamente la teoria non ha funzionato. Ma ciò non è stato sufficiente a convincere nessuno. La possibilità di spendere facendo debiti all’infinito è troppo affascinante. L’Italia entusiasticamente keynesiana dagli Anni Settanta in poi ha speso come una pazza ed oggi ha un debito pubblico di proporzioni inimmaginabili. Tanto inimmaginabili che la gente non le immagina. E tuttavia gli economisti continuano ad invocare investimenti pubblici. In deficit. I “virtuosi” parlano di “investimenti produttivi”, i più “disinvolti” (tipo Luigi Di Maio) invocano investimenti e basta, per regalare soldi alla gente. Per rilanciare l’economia, dicono, in realtà per ottenere voti alle elezioni.
Che tutti costoro sbaglino, quelli della foglia di fico dell’aggettivo “produttivi” e gli altri, è provato dal fatto che più o meno l’intera Europa è in crisi. E più in crisi di tutti è lo Stato che più entusiasticamente ha seguito la teoria del deficit spending, cioè l’Italia. Ma oggi vado oltre. Non sostengo che sia sbagliato il deficit spending, sostengo che sia sbagliato qualunque intervento dello Stato nell’economia nazionale. 
Dimostrare questa tesi può essere difficilissimo, perché il destinatario delle argomentazioni ha sempre, dietro la testa, questa risposta: “Ma se tu avessi ragione, tutti gli altri avrebbero torto?” Ed io rispondo: preferisco credere all’evidenza che ad un’opinione universale. Tutti sono per l’auto elettrica e io continuo a pensare che è troppo costosa, ha un’autonomia limitata, non si può fare velocemente rifornimento e dopo una decina d’anni bisogna sostituire le batterie, che corrispondono come costo alla metà del valore della macchina nuova. Che so, trentamila euro su sessanta. E infatti le auto elettriche non si vendono. Senza dire che, a livello globale, inquinano più di un Diesel, dal momento che per produrre un kw di elettricità si consuma più energia dell’equivalente in carburanti fossili, e conseguente inquinamento. E non parliamo delle centrali elettriche che vanno a carbone. 
Ma torniamo all’economia. L’economia del singolo non abbisogna di commenti. È quella della massaia, che calibra le sue spese sulle sue entrate e in tutto e per tutto segue il buon senso. L’economia di uno Stato invece parte da altri presupposti. Innanzi tutto non spende denaro proprio, ma denaro dei contribuenti. Poi, in teoria, persegue fini sociali, fini morali, in una parola fini politici. Per esempio, dare un contributo alle famiglie numerose. Purtroppo, questa esigenza di bene collettivo anche a costo di danneggiare il bilancio dello Stato incoraggia i peggiori sprechi, le operazioni più antieconomiche e perfino la corruzione. Lo Stato troppo spesso lo spende male e sorveglia malissimo il proprio denaro.  E proprio per questo i liberali sognano uno “Stato leggero”, che faccia l’assoluto minimo. 
Facciamo un paio di esempi. Immaginiamo che l’economia cominci ad andar male e il governo si chieda in che modo può raddrizzarla. In questo caso interviene (appunto) la macroeconomia. 1 Poiché, per certi beni, la produzione straniera è troppo concorrenziale, fino a strangolare le nostre imprese, lo Stato impone dei dazi per rendere più competitive le merci nazionali. 2 Lo Stato si accorge che le comunicazioni sono troppo costose, per esempio perché il Paese  è lungo e le merci devono percorrere distanze eccessive, e allora sovvenziona le ferrovie. Queste ora opereranno in deficit ma assicureranno un servizio pubblico a buon mercato. 3 E può anche avvenire che, per fini sociali, lo Stato adotti una legge che all’erario non costa un centesimo, come nel caso dell’ “equo canone”, ma modifica le condizioni del mercato. Sviluppiamo gli esempi. 
1 Con i dazi, i consumatori pagano più cara una merce che potrebbero pagare meno cara. Pensiamo a quanto dovremmo pagare tanti beni prodotti in Cina, se fossero prodotti in Italia. Ma a volte gli Stati rendono i prezzi artificialmente alti (reprimendo il contrabbando) per far sopravvivere imprese tecnicamente fuori mercato, che normalmente dovrebbero o migliorare la loro produzione, divenendo concorrenziali, oppure chiudere. Naturalmente la vita di quelle imprese si traduce in un aggravio di costi per i cittadini e in totale in una distruzione di ricchezza. Per giunta, la manovra non migliora l’industria che non è costretta ad innovare e migliorare il suo sistema produttivo. L’intervento dello Stato si traduce in un costo per la collettività.
2 Se lo Stato induce le ferrovie ad operare in deficit, accollandosi quel deficit, non solo a sua volta lo pone a carico dei contribuenti, ma le ferrovie, una volta perduta la bussola del pareggio dei conti, diverranno inefficienti, spendaccione e corrotte.  Un pozzo senza fondo tipo Alitalia. L’intervento dello Stato si traduce in un costo per la collettività. 
Ovviamente lo stesso avviene quando lo Stato nazionalizza un’impresa agonizzante. Posto che il caso che riesca a risanarla e rimetterla sul mercato sia assolutamente eccezionale, qualunque impresa che viene statalizzata rimane di Stato per sempre ed è autorizzata a sprecare. Anche quando l’intervento dello Stato è effettuato con le migliori intenzioni del mondo, per esempio per non lasciare a spasso centinaia di padri di famiglia, essi si traduce in un costo per la collettività.
3 Ma lo Stato è capace di far danni anche senza costi per l’erario. Anni fa, partendo dall’idea che il padrone di casa è sempre un ricco nullafacente, e l’inquilino un poveraccio bisognoso di un alloggio, si impose un canone precostituito, ovviamente molto inferiore a quello libero. Era una gravissima distorsione del mercato, oltre che un gravissimo attentato al diritto di proprietà, ma quale fu l’esito? I proprietari di case furono posti in una condizione economica tanto negativa, che preferirono vendere le loro case che locarle. Così chi voleva un tetto, in Italia, dovette comprarselo. E infatti oggi circa l’80% degli italiani vive in casa propria, spesso pagando un mutuo mensile succhiasangue. Lo Stato è riuscito ad assassinare l’edilizia per fini di lucro e a lasciare senza casa chi non può comprarsela. L’intervento dello Stato si traduce in un costo per la collettività. 
Ma torniamo alla teoria. L’economia è qualcosa di diverso dalla morale. Per la morale, il più forte deve aiutare il più debole; per la natura (e per l’economia) il più debole deve o rinforzarsi o morire. In ogni caso, la sua vita è affar suo. Del resto, è impossibile aiutare tutti coloro che hanno bisogno. Anche in un Paese sostanzialmente cattocomunista come il nostro, la nazione si commuove soltanto se rischiano di rimanere senza lavoro cinquecento o mille lavoratori, mentre nello stesso periodo perdono il lavoro, individualmente, migliaia e migliaia di operai di piccole imprese cui nessuno bada, migliaia di piccoli artigiani e di piccoli imprenditori, come i negozianti. E lo Stato, non che aiutarli, continua a pretendere che paghino le tasse.
Anni fa (non so oggi) se qualcuno aveva due case, e una la teneva chiusa, lo Stato gli raddoppiava le tasse, perché trovava immorale che non utilizzasse quell’appartamento, mentre tanta gente ne cercava uno. Poi quello affittava la casa, l’inquilino non pagava e lo Stato non lo metteva fuori da quell’appartamento, perché aveva pietà del povero moroso. Però nel frattempo il padrone di casa non guadagnava nulla, doveva pagare il condominio, doveva pagare le spese condominiali straordinarie, doveva pagare le spese legali per l’infinita procedura dello sfratto e infine doveva pagare le tasse sulla pigione che non aveva riscosso. Se questo non è falsare il mercato, forse non so che significa falsare il mercato.
Tutte le osservazioni che ho fatto, nel corso di una lunga vita, mi hanno condotto a credere fermamente che l’intervento dello Stato in economia dovrebbe essere ridotto all’assoluto minimo. Lo Stato deve fare soltanto ciò che assolutamente non possono fare i privati, per esempio dotarsi di un esercito. Ma per il resto, meno fa e meglio è. Anche quando i cittadini ricevono un beneficio dall’azione dell’Amministrazione Pubblica, per esempio col Servizio Sanitario Nazionale, e credono che almeno quella sia un’istituzione buona,  nel complesso quel servizio lo pagano più caro che se se lo fossero pagato privatamente. Ché del resto, anche col SSN, se non vuole morire, molta medicina deve pagarsela da sé anche oggi. Catone concludeva tutti i suoi discorsi con queste parole: “Ceterum censeo, Carthaginem esse delendam” (del resto penso che bisogna distruggere Cartagine) e io concluderei sempre che l’intervento dello Stato in economia si traduce praticamente sempre in un costo per la collettività. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      24 settembre 2019



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POLITICA
22 settembre 2019
LA DECOSTRUZIONE
La Fede cattolica – ma se è per questo anche quella ebraica o musulmana – non sono soltanto pratiche salvifiche, sono anche, e forse soprattutto, una Weltanshauung, una visione del mondo. Credere, per le Religioni del Libro, significa che il creato ha un senso. Che siamo immortali, anche se non lo è il nostro corpo. Che nel lungo termine la giustizia trionferà. Che, almeno noi cristiani, non siamo mai soli, dal momento che Dio (o più precisamente Gesù), ci è sempre accanto. Perfino l’amicizia fra credenti è nobilitata dalla comune appartenenza al Corpo Mistico. 
È tutto questo che rende difficile il passaggio dalla Fede all’ateismo, anche se pienamente giustificato dalla razionalità. Quando si riconosce che tutta quell’impalcatura è falsa, non si deve soltanto smettere di andare in chiesa, o di pregare, si devono ribaltare tutte le verità consolanti su cui ci si era appoggiati fino a quel momento. Morendo facciamo i vermi e nient’altro. Non siamo più immortali di un carciofo. Nel mondo non c’è giustizia, o soltanto in misura insufficiente. Se c’è una legge che non conosce eccezioni, è quella del più forte. E soprattutto ognuno è solo, murato nel suo povero egoismo. Dinanzi alla più tremenda tragedia è inutile aspettarsi l’intervento di una Volontà superiore: il mondo è dominato esclusivamente dalla legge di causalità e – dal nostro punto di vista – dal caso. 
L’ateismo implica una visione totalmente disincantata della realtà, che non è nulla di più di ciò che si vede. Non c’è niente dietro, oltre, dopo. Non c’è nessun mistero. Niente che dia un senso alla realtà. L’uomo prima non c’era, poi non ci sarà, e infine la Terra sarà bruciata dal Sole, quando questa piccola stella esploderà. 
Questa prospettiva, acquisita nell’adolescenza, ha influenzato la mia mentalità anche nei campi che non riguardano la metafisica. Unica debole luce nel buio profondo dell’Universo, la scienza. La morale non ha nessun principio trascendente, ma deriva dall’utilità, per gli uomini, di una convivenza sufficientemente regolare, rispetto ad una conflittuale. Machiavelli ha scritto soltanto una serie di geniali banalità. Gli uomini sono egoisti, e non sono affatto colpevoli di esserlo, perché gli serve per sopravvivere e prevalere nella riproduzione. Come tutti gli altri mammiferi. E via dicendo. Un punto di vista di ferro, di argilla, e forse di una materia peggiore. Su me come individuo questo quadro ha avuto una profonda influenza. Tutto è stato svalutato. In questo deserto è sopravvissuta – simile a quelle colonne isolate, che sole danno testimonianza di un grande tempio sparito -  un’unica, grande passione: quella della verità. 
Da quando lo spirito critico mi ha svuotato il Cielo, ho visto il mondo nella sua nuda sostanza. Mentre gli altri erano ambiziosi, e cercavano di ottenere gli allori che la vita offre a chi li merita, e a volte a chi non li merita, quegli allori – in questo non avendo cambiato opinione rispetto al periodo in cui ero credente – io li disprezzavo. Ero rimasto fedele al concetto di vanitas vanitatum et omnia vanitas: vanità delle vanità, e tutto è vanità. La vanità di una vita breve, priva di senso e che non lascia traccia. Questo mi ha completamente tolto il gusto di ogni impresa. A che scopo essere un ufficiale, e magari un generale, se l’intero esercito è destinato alla sconfitta? E perché rinunciare allo spettacolo della luna piena sul mare, soltanto perché domani ho un esame, all’università? Importa di più un voto alto o la bellezza del presente? Con questa mentalità, come non sorridere dell’ambizione, del denaro, delle cariche, degli onori, e di tutti i pennacchi per i quali tanti vendono la propria anima? Già allora dicevo che avrei attraversato la vita da turista. E un turista è uno che spende, non uno che guadagna. Uno che guarda ciò che gli altri hanno costruito, non uno che costruisce. Io sarei sempre stato “alla finestra”.
Questo disincanto, questo coraggio nell’accettare la verità del peggio, mi ha anche costantemente messo di fronte ad uno specchio impietoso. Sei pensoso, ti credi chissà chi, e non sei nessuno. Il tuo vicino ti considererebbe molto di più se ti fossi arricchito. Invece ti considera un mezzo pazzo perché, da vecchio, vai ancora in bicicletta, vesti quasi da straccione e sei perfino piccolo di statura. Inoltre non sei un vero competente in nulla, tu che ami tanto la cultura. E non hai mai guadagnato un soldo, con tutte le tue qualità: che prove hai, della loro esistenza?
La nascita di Internet è venuta a confermare tutto questo. Prima scrivevo qualcosa e lasciavo i fogli battuti a macchina in qualche cassetto, con Internet quei fogli sono usciti dal cassetto e si sono moltiplicate le lodi. Lodi che non ho preso sul serio - perché la mia intera vita dice il contrario - e che mi sento in dovere di smontare. 
Quando i miei articoli ottengono il plauso di qualcuno, è regolarmente perché in quegli articoli quel qualcuno vede delle verità. Ma appunto, se le vede, non è perché le conosceva già? E allora perché mi loda? Soltanto perché ho il coraggio di scriverle? Basterebbe, per essere pari, che anche lui avesse il coraggio di non nascondersi nessuna evidenza. Per quanto sgradevole. 
Prendiamo la politica. L’esperienza quotidiana  ci spinge a credere piuttosto all’interesse che all’ideale. Così, leggendo la realtà, bisogna cercare sempre i moventi più elementari, più bassi, al limite miserabili. Che la gente se li confessi o no. E naturalmente, con questi standard, si cade praticamente sempre in piedi, perché la realtà è quanto di più lontano si possa immaginare dalle favole. Se tanti si lasciano ingannare, è perché l’umanità adora farsi delle illusioni. Del resto tutta l’organizzazione sociale congiura ad ingannarlo. In tutti i film, chi sogna di vendicarsi riesce a vendicarsi; chi pratica uno sport, alla fine diviene un campione; se una servetta si innamora di un principe, alla fine il principe la sposa. E vincono sempre i deboli, i buoni, i sognatori, mentre nella realtà accade regolarmente l’opposto. La pubblicità, infine, mostra costantemente un mondo in cui il problema è come spendere, non come guadagnare. 
È vero, la realtà smentisce quotidianamente tutto ciò, ma non riesce a svegliare l’umanità. Questa ha un tale bisogno di essere ingannata, che dalla più remota antichità una delle più grandi molle della politica, forse la più importante, è la demagogia, come la più grande molla della religione è l’illusione che si sopravviva alla morte. 
Se l’intelligenza è la capacità di capire ciò che è arduo e complesso, io non sono intelligente. Sono soltanto coraggioso. Non passo il tempo a costruire teoremi, ma a demolire fondali di cartone. Non spiego perché gli abiti nuovi dell’imperatore sono tecnicamente e perfino artisticamente bellissimi: mi limito a ripetere, ogni giorno, testardamente, che l’imperatore è nudo. E sono nudi anche sua moglie, i suoi figli, il ciambellano, i cortigiani, e noi tutti,  l’immenso popolo che fa ala al corteo. La realtà è nuda. E non è un bello spettacolo.
Ovviamente, questo atteggiamento spietato offre qualche dividendo. Chi non si illude non può essere deluso. Chi sa di valere poco non soffre, se qualcuno gli dice che vale poco. E se è costretto a riconoscere che nella vita non è andato lontano, può facilmente consolarsi dicendo che a dorso d’asino o col jet personale, si va sempre verso la morte.
Non sono un genio, sono solo un solvente. Un solvente che, se cade sul tessuto del sogno, lo buca.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 settembre 2019




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POLITICA
21 settembre 2019
IPOCRISIA
A Don Giovanni Tenorio, il personaggio di Tirso de Molina, piacciono le donne. E piacciono pure a Tartuffe, il personaggio di Molière. Ma, mentre Don Giovanni se ne vanta, Tartuffe predica le virtù cristiane e cerca di portarsi a letto la moglie dell’uomo che lo ospita a casa sua. Il gentiluomo spagnolo si assume le sue responsabilità, anche nei confronti del Commendatore, ed è assolutamente leale. Tartuffe invece è spregevole perché, da uomo di Chiesa, è in contraddizione con sé stesso e i suoi principi.
E qui vale la famosa definizione di La Rochefoucauld, per il quale essa è “l’omaggio che il vizio tributa alla virtù”. Don Giovanni, essendo superiorem non recognoscens – cioè sovrano e padrone di sé stesso -  ha come legge il proprio piacere e non obbedisce al settimo comandamento. Tartuffe invece rende omaggio alla santità di questo imperativo, e lo contraddice col proprio comportamento; è dunque un ipocrita.
Purtroppo possono essere ipocriti interi partiti. L’esempio l’abbiamo sottomano. Da circa un mese, dopo la sfiducia al governo, Pd e M5s hanno dichiarato di mettersi insieme per salvare l’Italia democratica dal rischio di autocrazia prospettato da Matteo Salvini, perché questi ha detto che con le elezioni chiedeva i “pieni poteri”. Naturalmente in modo da realizzare il programma della Lega senza la palla al piede del Movimento che diceva no a tutto. Questa storia dei “pieni poteri” è stata ripetuta ogni giorno, da tutti, con un’insistenza degna di miglior causa, fino alla noia. Nella convinzione che bastasse da sola a giustificare qualunque alleanza contro natura, qualunque ribaltone ed anzi qualunque ribalderia. Ma si è trattato di una bugia monumentale e di un monumentale atto di ipocrisia. 
Se Salvini avesse desiderato essere il dittatore d’Italia, non avrebbe cercato di ottenere le elezioni. Infatti chi chiede le elezioni rimane interamente all’interno del sistema democratico. Sperava soltanto di ottenere una grande messe di voti. E invece si è disonestamente insistito nel creare l’equivoco tra “pieni poteri” (nel senso di maggioranza assoluta in Parlamento) e dittatura. E questa è una sfacciata menzogna.
Ma non meno grande è l’ipocrisia. Infatti chi, prima di Salvini, ha chiesto i “pieni poteri” parlamentari? Un certo Silvio Berlusconi. Quando andò al governo, il Cavaliere suscitò grandi aspettative, perché per un momento i liberali sperarono che l’Italia smettesse di essere catto-comunista. Non se ne fece niente, e ciò perché, come sostenne lui stesso, Berlusconi fu frenato dai suoi alleati. E infatti aggiunse, pubblicamente, che se gli italiani avessero veramente voluto le riforme che anche lui amava, avrebbero dovuto dargli la maggioranza assoluta in Parlamento. E benché fosse allora di moda l’antiberlusconismo più selvaggio , nessuno lo accusò di voler essere un dittatore. Nessuno nemmeno ci pensò. Perché il 51% non l’ha mai ottenuto nessuno.
Ma è soltanto un singolo, il sig.Silvio Berlusconi, ad avere parlato di “pieni poteri”? Assolutamente no. Chi ne ha parlato per anni ed anni, senza mai contraddirsi, fino ad epoche recenti, è stato l’intero Movimento 5 Stelle. Questo partito, proponendosi come antesignano di una rivoluzione, e cioè di una tale palingenesi da non potersi contaminare col sistema, con l’establishment, con altre formazioni politiche, ha sempre sostenuto che non si sarebbe mai alleato con nessuno. Infatti nel 2013, anche dopo avere ottenuto un notevole successo elettorale, rifiutò l’alleanza col Pd. Il programma era quello di aumentare costantemente il proprio consenso, fino ad arrivare ad avere la maggioranza assoluta in Parlamento – i famosi “pieni poteri” – in modo da governare da soli. E infatti nel 2013 rimase all’opposizione. Nel 2018 i suoi consensi sono ulteriormente aumentati, fino ad un fantastico 32,7% e i pentastellati, con un inatteso sussulto di buon senso, si sono detti “ora o mai più”. Così si sono alleati prima col diavolo Salvini, e recentemente col superdiavolo Partito Democratico. Li giudicheremo moralmente? Certo che no. Hanno il diritto di allearsi con chi vogliono. Esattamente come don Giovanni aveva il diritto di andare a letto con qualunque donna fosse disposta a dirgli di sì. Ma hanno commesso il crimine di avere stramaledetto questo genere di connubio, e dunque si sono comportati come Tartuffe. Hanno condiviso legittimamente il potere con Salvini, lo condivideranno con Zingaretti, Bersani e Renzi, ma sono degli ipocriti. Assolutamente non hanno il diritto di criticare la richiesta di “pieni poteri” da parte di Salvini, perché è ciò che loro hanno chiesto più a lungo di tutti.
Va bene contare sulla mancanza di memoria e di senso critico degli italiani, ma bisognerebbe non oltrepassare i limiti della decenza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 settembre 2019 




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POLITICA
19 settembre 2019
IL GOVERNO DI PAPERINO
Si dice giustamente che le Borse non amano l’incertezza. Esse preferiscono un cattivo governo prevedibile ad un buon governo imprevedibile o, ancora peggio, nessun governo. Lo dicono chiaramente con le quotazioni, mettendoci non “la faccia”, sarebbe poco ma, ancor più seriamente, i soldi degli investitori. E neppure i cittadini amano l’incertezza. Lo si vede dall’interesse col quale seguono la cronaca politica quotidiana. In un momento come l’attuale, attira più lettori l’ennesimo articolo sulla scissione di Renzi (di cui abbiamo già fatto indigestione) che un dotto articolo sul trasformismo in generale o sui limiti della democrazia. E ciò perché il dibattito sulla democrazia è eterno, mentre dalle sorti dell’attuale governo dipendono anche le nostre condizioni di vita. 
E tuttavia questo affannarsi è vano. Se coloro che cercano di indovinare i numeri del Lotto che usciranno domani sulla ruota di Bari sono due imbecilli al bar o duecento esperti di statistica in un convegno, avranno la stessa possibilità di azzeccarci. Perché quei numeri sono del tutto imprevedibili. Diversamente il Lotto, e oggi il Superenalotto, non sarebbero più “la tassa sui fessi”. Né ci si può giustificare sostenendo che studiamo i minimi fenomeni, per identificare i segni premonitori di ciò che avverrà. Infatti, anche a spendere tesori di competenza e di intelligenza, il futuro politico rimane inconoscibile. I dati che entrano in gioco sono troppo numerosi, ciò che avviene dipende dal comportamento di troppe persone e non mancano neppure i fenomeni naturali e gli avvenimenti internazionali. È un’insalata troppo ricca per essere analizzata.
Ovviamente, nessuno nega che un vaso di coccio è più soggetto a rompersi di un vaso di ferro, ma siamo nell’ambito della probabilità. Chi fuma come un turco ha più possibilità di ammalarsi di cancro ai polmoni di uno che fuma. E infatti di questo è morta Oriana Fallaci. Ma ciò non impedisce che ci si possa ammalare di cancro ai polmoni non avendo mai fumato o morire a novant’anni, avendo sempre fumato, dai dieci anni in poi. Ed è per questo che un saggio proverbio siciliano avverte che “la brocca fessa non si rompe mai”. Ci si aspetta che vada in pezzi, si è anche disposti ad accettare l’evento senza dispiacersi troppo (“Tanto, era fessa”) e magari si rompe la brocca nuova, quella  che abbiamo appena urtato. Ma chi si occupa di brocche, oggi.
Così, tutto quello che possiamo dire, rispetto all’attuale governo, è che si tratta di una brocca fessa. Ha tutte le ragioni per rompersi alla minima scossa e dunque, secondo il calcolo delle probabilità, non dovrebbe durare neanche tre mesi. Cionondimeno può darsi che non si rompa fino al 2023. Non chiedete lumi ai grandi commentatori, non ne sanno più di voi.
I commenti si possono fare per divertimento. Sempre ammesso che ci si possa divertire mentre sono in ballo i nostri soldi, il nostro lavoro, le nostre tasse e la nostra salute. Ma qualcuno ha detto che l’umorismo ebraico è nato dall’esigenza di quel popolo di sopravvivere, anche con l’umorismo, alle sopraffazioni di cui è stato fatto oggetto. Così possiamo sorridere facendo l’ipotesi che, mentre i commentatori dei grandi giornali prendono molto sul serio questo governo, questo governo non prende sul serio sé stesso. Lo dimostra una semplice esperienza. 
Qualunque venditore competente vi dirà che, se un cliente accetta molto facilmente il prezzo e le condizioni proposte per una notevole spesa, per esempio l’acquisto di una casa, probabilmente è un truffatore. O comunque qualcuno che non conta di pagare quanto pattuito. Mentre se fa mille difficoltà e tira a morte sul prezzo, sarà magari qualcuno attaccato al denaro, certo è intenzionato a pagare quello che avrà pattuito. Il più generoso degli uomini è colui che non conta di mantenere le promesse.
Nel caso del nostro governo, abbiamo di fronte l’imbroglione. Uno che non si prende sul serio, che parla sperando che l’altro non abbia il minimo senso critico.  Lo si vede dal fatto che il programma esposto in Parlamento, per chiedere la fiducia, è un enorme libro dei sogni in cui non ci si preoccupa mai di indicare con quali fondi si realizzeranno quei sogni. Addirittura, non si specificano nemmeno le somme richieste. Il programma elenca ciò che Babbo Natale amerebbe regalarci, non ciò che ci regalerà in concreto. E del resto, chi si occupa di sapere quanto guadagnavano i servitori del castello della Bella Addormentata? E Paperino, quanto paga di pigione? E, a proposito, che mestiere fa? Domande da gente prosaica. Comunque da non fare a Giuseppe Conte.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 settembre 2019




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POLITICA
18 settembre 2019
NESSUN MISTERO PER RENZI
La decisione di Matteo Renzi di uscire dal Pd e di fondare un suo partito sta facendo scorrere fiumi d’inchiostro. Alcuni dichiarano addirittura di non capirla mentre in realtà è chiarissima e razionale. Al massimo si presta ad alcune considerazioni riguardanti lo stile e il modo di far politica.
In occasione delle trattative per formare il nuovo governo, Zingaretti ha detto che il Pd poneva come conditio sine qua non la discontinuità e in particolare che non ci fosse Conte a capo del governo. Precisando: “Se Di Maio insiste non si va da nessuna parte”. In quell’occasione, con un articolo del 31 agosto (1), io l’ho vivamente criticato. Un vero leader non aspetta che l’altro “insista”, reagisce e basta. Diversamente dà all’altro la sensazione di non essere risoluto. E in effetti Zingaretti non lo era. In quel momento scrivevo: “Zingaretti sarà un buon capo partito, ma non ha idea di come ragionassero Giulio Cesare o Napoleone. Il grande condottiero non soltanto fa mosse coraggiose, e al limite audaci, ma soprattutto le fa con tale rapidità da lasciare sconcertato e non raramente timoroso l’avversario. Per giunta, mentre Cesare in Gallia rischiò molte volte la pelle, Zingaretti non rischiava nulla: se il M5s ha interesse all’accordo, tornerà alla carica, anche dopo aver subito uno schiaffo. E se non tornasse alla carica, sarebbe segno che aveva già cambiato opinione”. Matteo Renzi invece è un vero capo. Risoluto, imprevedibile, cinico e un po’ figlio di puttana. Ecco la spiegazione del suo comportamento. E lo dico io che ho pregato la notte perché fosse allontanato dal governo. Ma la verità vale più più delle nostre antipatie.
Il comportamento di Renzi ha stupito tanti, a partire da Nicola Zingaretti, ma non è affatto stupefacente. È logico e – ovviamente – privo di scrupoli. Ciò che ha tratto in inganno tanti è forse che, nelle settimane scorse, mentre si trattava per la formazione del nuovo governo, sembrava che contassero soltanto il M5s, il Pd e Conte. E Renzi se ne stava buono buono in un angolo. Nomi sì, nomi no, fiducie in Parlamento, giuramenti nelle mani del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei Ministri. E Renzi sempre buono buono in un angolo. Perché?
Semplicemente perché, se si fosse mosso prima, non avrebbe ottenuto due ministri e quattro sottosegretari. Oggi Conte, contrariato, si dichiara sorpreso: “Avrebbe dovuto avvertirmi prima”, dice, dimostrando così la propria ingenuità. Ad essere benevoli. Siamo sicuri che avrebbe nominato due ministri e quattro sottosegretari renziani, se avesse saputo che quelli stavano per costituire un partito con cui l’avrebbero tenuto sotto la minaccia di una pistola puntata? E con quale fiuto politico ha potuto credere che Renzi fosse un servizievole portatore d’acqua? Non aveva visto il cinismo con cui aveva consigliato in Parlamento l’alleanza col M5s, suo acerrimo nemico? Renzi ha aspettato che il governo fosse costituito, ha aspettato di incassare ciò che poteva incassare e poi è passato all’azione. Così oggi può dire a Conte: “Non devi fare i conti con il mite Zingaretti, devi farli con me. E stai attento a quello che fai”. Del resto, per lui Conte non pesa nulla. L’unica arma che ha è quella che non userebbe mai: le dimissioni. 
Ma anche Zingaretti e Di Maio devono stare attenti. Sia a causa della personalità da condottiero rinascimentale di Renzi, sia perché egli combatte per la sua sopravvivenza. Da segretario del Pd ha candidato soltanto amici suoi e infatti oggi, in Parlamento, pesa ben più di quanto normalmente dovrebbe. Ma il rovescio della medaglia era che, se si fosse andati alle urne, il Pd guidato da Zingaretti gli avrebbe reso la pariglia. Per questo ha fondato un suo partito, “Italia Viva”: anche ad ottenere soltanto un 5% dei voti, sarà l’unico veicolo con cui potrà tornare in Parlamento.
Naturalmente, dopo la nascita del partito di Renzi, il governo è più fragile di prima. Non è più bipolare, è tripolare. Se M5s, Pd e Renzi avessero un credibile programma comune (con pochi provvedimenti seriamente finanziati) potrebbe anche durare. Ma questo saggio atteggiamento è lontano dagli istinti politici. Dunque la prevedibile situazione sarà diversa. Posto che tutte e tre le formazioni non si curano affatto dell’Italia e tutte e tre sanno che il governo potrebbe cadere in qualunque momento, cercheranno soltanto di posizionarsi al meglio per le future elezioni. E queste probabilmente si avranno quando uno dei tre compari esclamerà: “Ah no, questo provvedimento non posso votarlo. Ho perso la fiducia nel governo. Alle urne”. 
In realtà non è che quel provvedimento non possa votarlo per motivi ideologici (di cui si impipa) è soltanto che si è accorto che quella legge è profondamente invisa al popolo e allora, cavalcando la tigre, quand’anche la legge fosse necessaria, sosterrà untuosamente: “La crisi è un danno per il Paese ma quel provvedimento vi avrebbe danneggiati ancora di più. È per difendervi che abbiamo lasciato le poltrone e tutto. Votate per noi”. 
È per poter fare questo discorso che Renzi si è creato un partito. E ovviamente sarà il più pronto a cogliere la buona occasione. Per conseguenza è anche il più pericoloso per il governo. Come non bastasse – come i dittatori della Corea del Nord – si è fatto l’utile fama di folle: sicché le sue minacce saranno sempre prese sul serio. 
In conclusione, non è successo niente di stupefacente. Renzi ha fatto dei calcoli da cui è risultato che, non avendo speranze per il futuro nel Pd (vi si sente un “estraneo, un “intruso”, un “abusivo”, ha detto) non gli rimane che portare all’incasso la cambiale di cui dispone (la necessità dei suoi senatori per la sopravvivenza del governo) e poi farsi il suo partito. Se gli altri non ci hanno pensato prima, è perché non sono furbi nemmeno la metà di lui.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 settembre 2019
(1)https://giannip.myblog.it/2019/09/01/zingaretti-ha-perduto-lautobus/



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POLITICA
17 settembre 2019
PAZZI AL POTERE
“Pazzo” non è un termine psichiatrico. Nondimeno è parola usatissima, e copre un’amplissima serie di soggetti: si va dal tragico idiota (in senso tecnico) a colui che è normalissimo per tutto, salvo il fatto che è imprudente in motocicletta o che non sopporta oggetti non allineati sulla sua scrivania. 
Un tempo, quando la gente era molto lontana dal vedere pazzi dappertutto, di qualcuno di cui non si capiva il comportamento si diceva che era “strano”. Il contatto con i “pazzi” è infatti caratterizzato da un senso di disorientamento. Oggi siamo più smaliziati di una volta e se qualcuno, quando ci incontra, ci dice sempre male, a scelta, degli ebrei, degli americani, dei cinesi, dei ricchi, degli islamici, diciamo che è “paranoide”. Così, invecchiando e divenendo ogni giorno più sospettosi, arriviamo al punto che, quando con una persona il contatto non è semplice e naturale, diagnostichiamo che quello è “pazzo”. E probabilmente abbiamo ragione. 
Ricordo un uomo che ho frequentato per decenni, che non mi ha mai né minacciato né torto un capello, e che io ho giudicato un violento semplicemente perché, avendo a che fare con lui, mi si presentava alla mente la scena di lui che mi aggrediva. E dal momento che non mi succedeva con gli altri, mi sono detto che, come i cani, dovevo aver fiutato la sua sotterranea violenza.
Un’altra persona che non ho giudicato normale è stato un amico che mi dava sempre ragione. Ed io non mi sentivo a mio agio. Dal momento che non sono infallibile, deducevo dal suo atteggiamento che era “pazzo”. Aveva paura del prossimo? Certo si comportava come gli orientali, l’alternativa per lui non era tra sì e no, ma tra sì e indubbiamente, naturale, ovvio, certo. Poi bisognava indovinare quale di queste risposte corrispondeva a no.
Come regola pragmatica si potrebbe stabilire che una persona “strana”, con la quale abbiamo l’impressione di non riuscire ad entrare in sintonia,  è probabilmente qualcuno che ha problemi mentali. Dunque, attenzione.
Ovviamente tutto questo è tutt’altro che scientifico. Fra l’altro mi dicono che la parola nevrosi non è più di moda. Anche se di nevrotici ne vedo parecchi, in giro. La nevrosi dei miei tempi era caratterizzata da uno scollamento più o meno grave dalla realtà. Ed è questo scollamento che dà il senso di disorientamento. Come se si desse un diverso significato alle parole.
Discutendo con un comunista, mi rendo conto che abbiamo opinioni diverse. Ma, se qualcuno mi parla seriamente dei problemi che danno i vaccini e spiega la loro diffusione con l’avidità delle case produttrici, che sono riuscite a comprarsi scienziati e farmacisti, io alla prima occasione gli dico che ho un impegno. E così pure faccio, se mi si parla di un inquinamento elettromagnetico che nulla dimostra. Sono persone con cui non val la pena di parlare.
Altro esempio significativo: se un uomo fuma pressoché ininterrottamente, e poi si preoccupa dell’olio di palma, per me è fuori di testa. Preoccuparsi molto di cose insignificanti, e poco di cose importantissime, è segno di squilibrio. E purtroppo di questo genere di squilibrati ne vedo parecchi al governo. Anzi, ne vedo tanti che arrivo ad una conclusione imprevista: essendo convinti di parlare ad una massa di imbecilli (il cosiddetto popolo sovrano) parecchi di loro, semplicemente per interesse,  si fingono anche loro imbecilli. Andate a sapere. 
L’esempio massimo riguarda le finanze. Come può Giuseppe Conte esporre dettagliatamente un monumentale programma di governo (che qualcuno ha definito “brevi cenni sull’Universo”) senza mai indicare le fonti di finanziamento? Per fare tutto ciò che lui ha promesso occorrerebbero cinquanta, forse cento, forse duecento miliardi di euro. Mentre noi assolutamente non sappiamo dove andare a cercare i soldi non per nuove imprese, ma  per far fronte alle inevitabili spese di fine anno. È un discorso da persona sana di mente?
Altro esempio di follia, più o meno finta. Tutti parlano di ottenere dall’Europa il permesso di fare ancora debiti (pudicamente chiamato flessibilità) come se il problema fosse quel permesso, e non i mercati che dovrebbero assorbire quei titoli. Mercati che potrebbero allarmarsi e lasciarci in mezzo a una strada. Inoltre l’Europa non cerca di frenarci per motivi astratti, ma perché teme le Borse e rigetta la nostra pretesa di inflazionare l’euro a spese dell’eurozona. Diversamente, che gli importerebbe se l’Italia si indebita per dieci volte il suo prodotto interno lordo? Chi mai va a rivedere le bucce dell’indebitatissimo Giappone? Ma il Giappone ha lo yen e i suoi debito sono fatti suoi. 
Altro esempio di demenza. La richiesta di non conteggiare nel deficit le spese per investimenti riguardanti l’ecologia. Come se i debiti contratti per fini plausibili, o addirittura morali, non dovessero poi essere rimborsati. Questa gente ragiona come un borseggiatore che volesse essere assolto perché, col denaro rubato, contava di fare beneficenza. Non dà la sensazione di avere a che fare coi pazzi, tutto questo?
Il governo attuale galleggia al di sopra della realtà, nel regno del sogno. Racconta favole inverosimili e fa finta di crederci. Non tiene conto dei numeri e non tiene conto del dare e dell’avere. Quando Tria obiettava che per un certo progetto non c’erano i soldi, Di Maio gli rispose che: “Un bravo ministro i soldi li trova”. “Mamma, voglio il trenino elettrico e se non hai i soldi non m’importa”. Con la differenza che i bambini sotto i tre anni sono dispensati dalla razionalità.
Quando penso all’attuale governo, sono obbligato ad ipotizzare un disturbo mentale. Sperando che sia il suo e non il mio. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com




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POLITICA
16 settembre 2019
TORNA A CASA, LASSIE
La scissione dei renziani, di cui prima si è parlato a parole coperte e in termini esitanti, è divenuta l’argomento del giorno. Leggo sul Corriere(1) che sono contrari, con appelli più o meno strazianti, Dario Franceschini, Nicola Zingaretti, Franco Mirabelli, Marina Sereni, Stefano Ceccanti, e chissà quanti altri ancora. Naturalmente, oltre al dibattito quotidiano, si è scomodata anche l’intellighenzia, rivisitando la storia delle scissioni, e mettendone in luce i reali inconvenienti: di solito, a conti fatti, si rivelano negative sia per chi va via sia per chi rimane. Ma si dimentica che questo caso è diverso. Le parole rimangono d’oro, la sostanza è vile come l’argilla, per non dire di peggio.
Già molti hanno parlato di una “separazione consensuale”. E, a parte il fatto  che nessuna separazione è veramente “consensuale”, questo aggettivo, nei Palazzi di Giustizia, significa soltanto che quel provvedimento è richiesto da ambedue le parti. Dunque è tutt’altro che una dichiarazione d’amore. Nella specie, il Pd e i renziani non erano uniti neanche prima. Renzi ha mantenuto la sua libertà d’azione, sia quando, nel 2018, ha impedito perfino il tentativo della coalizione col Movimento, sia nell’agosto scorso, quando lui stesso, pubblicamente, in Parlamento, ha aperto allo stesso Movimento. 
E si comprende. Lui  comanda ai parlamentari del Pd (che sono tutti amici suoi, avendoli lui candidati al Parlamento), mentre Zingaretti ha soltanto la bandiera del partito, la carica di Segretario, e il diritto di parlare. E non molto altro. Se non si sono separati prima, anche formalmente, è perché il partito, per contare, ha bisogno dei suoi parlamentari, e questi ultimi – fino ad ora – non hanno avuto interesse ad andare da soli. Né potevano farlo finché non si fosse costituito il nuovo governo. Il M5s non poteva che trattare col Pd, e il Pd faceva volentieri finta di essere padrone dei suoi parlamentari. Ma una volta ottenuto il risultato di non andare alle urne (e, per i renziani, a casa) si torna alla realtà brutale, senza sconti. E in questa realtà i renziani sanno di essere odiati in casa Pd. Altro che separazione consensuale. 
Per queste ragioni suonano surreali gli appelli sentimentali e accorati di leader come Franceschini, il quale si lascia andare alla mozione degli affetti come un penalista di provincia, e si rivolge retoricamente allo stesso Renzi, assente: “Non farlo. Non farlo. Il Pd è di tutti, la tua casa, la nostra. Il popolo della Leopolda è una parte importante del grande popolo del Pd. Non separiamoci, non indeboliamoci, sfidiamo uniti la destra”. Clap clap.
Matteo Renzi è un maestro non soltanto del realismo, ma perfino del cinismo. Non si nasconde che il Pd aspetta soltanto l’occasione di liberarsi di lui e degli amici suoi, e l’avrebbe fatto se si fosse andati a nuove elezioni, non candidandoli. Ma una volta che si è costituito il nuovo governo, Renzi pensa che, se prima non si poteva fare a meno del Pd perché era questo partito che doveva trattare col M5s, ora il M5s sa che la sua sopravvivenza dipende dal beneplacito dei parlamentari renziani. E con loro deve fare i conti sostanziali. Con questa grande differenza: che se si fosse andati a nuove elezioni, i renziani al massimo avrebbero potuto costituire un partito del 5%, mentre una volta al potere essi sono una componente al 50%, perché negando il loro voto al governo lo farebbero cadere.
Ecco perché, in fondo, questa faccenda della scissione, è secondaria. Formalmente c’è la dicotomia renziani-dentro-il-Pd e renziani-fuori-dal-Pd, sostanzialmente non c’è nessuna dicotomia: i renziani hanno la chiave del governo, e la usano sia contro il M5s sia contro il Pd. L’unico rischio che corrono è che, se esagerano, cade il governo e vanno a casa. Ma dopo tutto non sarebbe stato comunque il loro destino, se si fosse andati a nuove elezioni? E non sarà il loro destino, quando si andrà alle elezioni? Dunque cercano di trarre il massimo vantaggio dalla situazione attuale, magari provocando un rimpasto che li avvantaggi, una volta o l’altra. Oltre a partecipare da “ricattatori” al festival delle decine di nomine di sottogoverno in programma per il prossimo futuro.
Ecco perché la mozione degli affetti di Franceschini e di tutti gli altri membri del Pd suona inverosimile. Non hanno capito o fanno finta di non capire? Questo è un governo a perdere con una componente a perdere, quella dei renziani. Che dunque sono pronti a tutto, come l’assediato quando sa che l’assediante non farà prigionieri.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
16 Settembre 2019
(1)https://www.corriere.it/politica/19_settembre_16/scissione-fatto-drammatico-pd-fa-muro-contro-piani-renzi-e3140274-d7e7-11e9-9016-c6193fcbf5c4.shtml




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POLITICA
15 settembre 2019
LA POSSIBILE SCISSIONE DEI RENZIANI
Ciò che ha reso stabile la politica italiana, dalla fine della guerra all’inizio degli Anni Novanta, è stata l’inamovibile centralità della Democrazia Cristiana. Ma la Balena Bianca non governava da sola. E non è che tutti i suoi alleati l’amassero di vero amore, qualcosa che del resto non esiste in politica. Ciò che univa Dc, Pri, Pli, Psli, Psi e gli altri era un incrollabile principio profondamente condiviso: sbarrare la strada ai comunisti e rimanere uomini liberi. 
Viceversa, ciò che rendeva deboli e inaffidabili le Compagnie di Ventura nel Cinquecento era che quegli eserciti privati, prima che a un’idea, obbedivano al denaro. E poiché l’interesse economico era la loro bussola, bastava che qualcuno offrisse di più, o semplicemente non potesse pagare il pattuito, e quelle compagnie cambiavano bandiera. 
L’interesse è un pessimo legame. Mentre l’ideale rimane valido anche quando non offre dividendi, l’interesse è mutevole e non costituisce un ostacolo al cambiamento di alleanze. Forse non è un caso che la Dc sia durata fino all’implosione dell’Unione Sovietica. Se fosse stata  veramente “Cristiana”, forse sarebbe durata anche dopo, come è durato il Cristianesimo; invece era soltanto anti-sovietica, ed è caduta insieme al suo nemico.
Questo genere di considerazioni può servire nel momento in cui ci si interroga sul futuro dell’attuale governo. Non per arrivare a previsioni sicure – che non esistono – ma per azzardare linee di tendenza. E poiché in questo futuro ha una grande parte il Partito Democratico, è di esso che conviene occuparsi. Infatti il M5s non soltanto non ha idee, ma si vanta di non averne. Inoltre – nelle intenzioni di voto – si vede condannato ad un drammatico ridimensionamento, e dunque non ha come Stella Polare l’interesse, ma in cielo vede soltanto quella stella.
Naturalmente, per quanto riguarda il Partito Democratico ci sono degli specialisti che a studiarlo hanno dedicato una vita. Tuttavia alcune considerazioni sono lecite anche all’osservatore qualunque.
L’attuale coalizione di governo  non si è formata in nome di idee comuni, I due partiti che la compongono fino a ieri si sono combattuti con tutte le armi leali e sleali, senza neppure rifuggire dal disprezzo e dalla calunnia (“Il partito di Bibbiano”).  Ciò che li tiene insieme è l’interesse e questo, come si è detto, può svanire da un momento all’altro. Come se non bastasse, anche il Pd, tradizionalmente litigioso e scissionista, è tutt’altro che solido. E al riguardo è bene tornare indietro di un paio d’anni.  
Nel 2016 Matteo Renzi ha ricevuto una formidabile batosta che lo ha azzoppato, ma non tanto da non lasciargli la forza di compilare le liste dei candidati del Pd alle elezioni del 2018. In questa occasione, spregiudicatamente (non per niente è fiorentino), egli ha messo in lista soltanto suoi fedelissimi. Tanto che, ancora oggi la maggioranza del Pd ha come segretario Nicola Zingaretti, ma la sua rappresentanza parlamentare è nelle mani della minoranza renziana. Renzi è dunque il capo dei parlamentari piddini. 
Questo fatto spiega la politica del Pd, dal marzo 2018. Sul momento Renzi ha potuto escludere l’alleanza col Movimento sia perché lo disprezzava politicamente, sia perché pensava che l’abbraccio con Grillo potesse essere la tomba del Pd. Infine reputava i pentastellati totalmente incapaci di governare, sicché non sarebbero durati. Non prevedeva – non la prevedeva nessuno – l’alleanza con la Lega. Che invece si è avuta. 
Poi Matteo Salvini ha fatto cadere il governo e i renziani si sono detti che, se si fosse andati a nuove elezioni, l’attuale segretario forse non avrebbe ricandidato nessuno di loro. Tanto che l’alternativa era tra “baciare il rospo”, cioè sostenere un’alleanza col Movimento 5 Stelle, o andare a casa. Definitivamente. E per questo, quando ancora il governo precedente era in carica, in Parlamento  Renzi ha dichiarato la disponibilità propria e dei suoi amici a sostenere qualunque governo che impedisse il ritorno alle urne.
Così si è progettata la nuova coalizione. Il Pd, sempre in rotta con i renziani, sapendo che costoro erano obbligati a votare la fiducia al governo (perché costretti dal loro interesse) li ha usati senza dar loro niente in cambio. Né un ministro, né un vice ministro, né un sottosegretario. Costoro sostenevano il governo per non andare a casa? E allora soltanto questo avrebbero ottenuto.
Ma in questa guerra senza esclusione di colpi, il Pd, e il suo segretario Zingaretti, forse non hanno calcolato tutte le mosse. Infatti si parla di una possibile scissione dei renziani. Una scissione che viene smentita, ipotizzata, dichiarata probabile, assolutamente esclusa o ritenuta inevitabile, ma di cui si parla troppo per non prenderla sul serio.
Riprendiamo il filo del discorso, sempre sulla linea dell’interesse. I renziani sono assolutamente necessari alla sopravvivenza del governo. Se essi ritirassero la fiducia a Giuseppe Conte, il governo cadrebbe domattina. È vero che con questo essi dovrebbero poi andare a casa, ma la minaccia rimane credibile. E se domani essi attuassero la scissione, potrebbero dire al Movimento: “Noi non siamo più del Pd. Noi siamo il PdR, il Partito di Renzi, vi sosteniamo, ma vogliamo posti di governo. Vogliamo un corposo rimpasto, nel quale noi contiamo quanto contava l’intero Pd. Diversamente vi metteremo i bastoni fra le ruote e, in prospettiva, faremo cadere il governo”. Ed effettivamente essi detengono le chiavi della maggioranza.
È possibile che attendano la fine dell’anno in modo che, se c’è da scottarsi le dita, se le scottino il Pd e il Movimento per poi riscuotere la cambiale. 
Una cosa è sicura: questo governo è forse il più cinico che abbiamo avuto dall’unità d’Italia. E i governi cinici non durano molto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 settembre 2019
P.S. Mi sono sbagliato. Pare che, dopo le prime difficoltà, Renzi sia riuscito a portare a casa due ministri e tre sottosegretari. Ma, a quanto pare, la voglia di vendetta non gli è sbollita. E poi vorrà anche partecipare da protagonista al festival delle nomine nei posti di sottogoverno.
G.P.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/9/2019 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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