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POLITICA
20 marzo 2019
VECCHI E GIOVANI, OGGI E DOMANI
C’è stato un momento della mia vita in cui ho aspettato che una vecchia signora morisse. Non l’odiavo affatto, ché anzi non l’avevo mai vista, ma una certa situazione giuridico-economica si sarebbe sbloccata soltanto con la sua morte. Del resto, fare il calcolo di ciò che sarebbe conseguito a quella fine non era impresa né malevola né peregrina: la povera donna aveva novant’anni ed era paralizzata a letto. Non era certo indelicato pensare alla sua morte.
Ma la signora compì novantuno anni. Novantadue. Novantatré, ed era sempre lì. Costava alla famiglia un bel po’ di denaro, perché aveva bisogno di due badanti, ma compì anche i novantacinque anni. I novantasei. Insomma cominciai a convincermi che fosse immortale. Per farla breve, prima di morire compì cento anni.  Racconto questa storia perché è indicativa di come reagiamo emotivamente ai fatti della vita. Se un episodio assolutamente sicuro comincia a tardare troppo, sotto sotto si insinua il sospetto che forse non si verificherà mai. O comunque si verificherà troppo tardi per avere effetto sul quadro che noi avevamo previsto. 
A queste considerazioni ho pensato, nel momento in cui leggevo che Matteo Salvini propone la flat tax per le famiglie con meno di cinquantamila euro di reddito annuo. Questa somma corrisponde a più di quattromila euro lordi al mese e dunque la quasi totalità delle famiglie, disponendo di un reddito inferiore, dovrebbe beneficiare del nuovo provvedimento e, per rimpiazzare il mancato gettito fiscale, sarebbe necessaria una somma spropositata. Una somma di denaro, che lo Stato italiano assolutamente non ha. e non può recuperare, né tagliando le spese (mai nessuno c’è riuscito), né recuperando somme mirabolanti dalla lotta all’evasione fiscale (mai nessuno c’è riuscito), né aumentando le tasse (in questo sono riusciti tutti, ma è inutile frustare un cavallo morto). 
Insomma, assolutamente non ci sono i soldi per una simile operazione. Al contrario, probabilmente, saremo obbligati dall’Europa ad operare una manovra correttiva, per la quale non si sa dove andare a grattare il fondo del barile. Non che parlare di ulteriori regalie e spese, dovremmo ricordarci che in agguato, in fondo alla strada, ci aspetta il crollo economico del Paese. 
Questo crollo, per come la vedo io, è come la morte della vecchia signora. Se ci sono tutti i presupposti perché un evento si compia; se – per così dire – è del tutto inevitabile, c’è poco da discutere: bisogna rassegnarsi al fatto che avverrà. Certo, se poi passano gli anni e l’evento non si verifica, molti cominciano a pensare, comprensibilmente, che non si verificherà mai. Che colui che ne parla è semplicemente uno iettatore. Forse non vale la pena di occuparsene, forse basta comprare un corno rosso. Addirittura si possono promettere al popolo sussidi in modo da campare senza far nulla, si possono offrire posti di lavoro in un Paese con milioni di disoccupati, si possono abbassare le tasse mentre lo Stato già paga sessanta miliardi l’anno su un debito pubblico che corrisponde al 133% del prodotto interno lordo. Cioè tutta la ricchezza che l’Italia crea in un anno e quattro mesi di attività produttiva.
E allora uno si stanca. Se ragionare e far di conto è attività da empi, ed anzi, come direbbero al piano terra, da iettatori, allora va bene, siamo d’accordo: tutto va bene. Se l’Europa ci  bastona e ci richiede provvedimenti amarissimi, se le Borse ci strangolano, se le agenzie di rating ci declassano, che importa? Noi – imperterriti seguaci di Mussolini – tireremo diritto. O “diritti”, come dicono quelli che escono dalle scuole attuali.
E così noi vecchi diciamo ai giovani che hanno ragione. Siamo dei gufi del malaugurio. Non ci rimane che toglierci di torno, anche per evitargli il costo di tenerci ancora in vita. Ma loro ci rimproverano di essere ancora vivi, non ci rimproverano la cosa peggiore che abbiamo fatta: avere dato all’Italia la mentalità che è ancora la loro. Una mentalità contro la quale non si ribellano affatto. Perché anche a loro sembra giusta. Sicché, in fin dei conti, noi ne avremo beneficiato, loro ne pagheranno il conto, ma se lo meritano, perché non sono migliori di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 marzo 2019 




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POLITICA
18 marzo 2019
L'INSICUREZZA DELLA SICUREZZA
Per l’aereo caduto in Etiopia si fa un’ipotesi agghiacciante, e cioè che l’incidente sia stato causato da un software programmato per evitare che accadano incidenti. La possibilità è stata presa in considerazione perché un incidente dalle modalità del tutto simili si è verificato per un aereo, identico come fabbricante e come modello, caduto in Indonesia. 
Un aeroplano di solito viaggia in orizzontale. Poi, quando deve atterrare, magari cento chilometri prima, comincia a perdere quota, tenendo l’aereo col muso verso il basso, come un’automobile che proceda in discesa. Quando invece decolla, tiene il muso verso l’alto, come abbiamo visto tutti in migliaia di filmati. L’aereo ha interesse a raggiungere al più presto una certa altezza, sia per evitare gli ostacoli a fine pista, sia perché prima arriva ad alta quota, prima comincerà a consumare meno carburante. Ma ecco il problema: fino a che punto l’aereo può cabrare, cioè impennarsi?
Un autobus che procede in salita può superare certe pendenze, ma oltre una certa inclinazione il motore non sarebbe più capace di fare andare avanti il veicolo e questo si fermerebbe. La stessa cosa avviene per un aereo. Se l’angolo verso l’alto è eccessivo, l’aeroplano non avrà più la forza di proseguire l’ascesa e si “fermerà”. Purtroppo la sua strada è l’aria, e giunto a questo momento, chiamato “stallo”, non sarebbe più governabile. Infatti i suoi impennaggi non fenderebbero abbastanza aria per rispondere ai comandi del pilota e l’aeroplano probabilmente cadrebbe a vite, come una foglia morta. E sarebbe la fine per tutti.
Ciò potrebbe verificarsi  perché il pilota è inesperto, perché ha perso i sensi, perché vuole suicidarsi o per qualunque altra ragione e dunque, per la sicurezza dei passeggeri,  il fabbricante sogna di rendere l’errore “impossibile” e inventa un software automatico che obbliga l’aereo a calare il muso, in modo da evitare lo stallo, quand’anche il pilota volesse opporsi. E qui sorge un nuovo problema. E se fosse il software, a guastarsi? In questo caso, il computer “penserebbe” che l’aeroplano rischia lo stallo, mentre in realtà procede in orizzontale, lo obbligherebbe a rimettersi in quella che crede sia la posizione corretta, ma in realtà lo farebbe puntare verso il suolo, con le disastrose conseguenze che abbiamo visto. 
Il problema non riguarda soltanto gli aeroplani ma tutti i sistemi di sicurezza. Quando si vuole essere sicuri che non accada una cosa, si rischia che ne capiti un’altra, altrettanto grave o peggiore. Prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle di New York, la cabina di pilotaggio era aperta. Poi dei terroristi hanno potuto prendere il controllo di quattro aerei contemporaneamente e abbiamo avuto il più grande attentato che si ricordi. Allora si è rinforzata e chiusa la porta della cabina, in modo che nessun estraneo possa entrare in essa, se i piloti la chiudono. Solo che poi, sulle Alpi, un pilota tedesco, rimasto momentaneamente solo,  ha deciso di suicidarsi mandando l’aereo a sbattere contro una montagna. E nessuno, neanche il comandante, momentaneamente uscito dalla cabina, ha potuto fermarlo. La cabina, come da programma, è rimasta inaccessibile, fino alla strage senza superstiti. E allora, come la teniamo, aperta o chiusa, quella porta? 
Torniamo all’episodio recente. Se oggi creassero un software che impedisce al pilota di puntare diritto verso la terra, e poi questo meccanismo si guastasse, il computer potrebbe impedire all’aereo di atterrare, o addirittura farlo andare in stallo. Il risultato sarebbe lo stesso: la morte per tutti. Né si può permettere al pilota d’intervenire, perché un pilota può anche volersi suicidare, mentre un computer non avrà mai questa tentazione. 
Il problema è finalmente chiaro. La sicurezza di cui sogna la gente non esiste. La vita non è mai a rischio zero e non c’è una soluzione definitiva. Si può soltanto scegliere quale rischio correre e bisogna prepararsi a perdonare chi si occupa di queste cose. Sia che si tratti di chi prepara software che impediscono incidenti, sia che si tratti degli operatori che, per sbaglio, provocano disastri. Anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale la coperta rimane troppo corta, per prevedere tutto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 marzo 2019




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POLITICA
17 marzo 2019
IGNORANZA BENEFICA
Ricordate la storia del brutto anatroccolo? Il senso di quella fiaba è che a volte, all’inizio, si considera inferiore qualcuno che un giorno si rivelerà superiore; si prende per negativa una cosa positiva. Nella mia vita c’è stato un anatroccolo del tutto imprevisto: la sensazione della mia ignoranza. 
Tutto è cominciato con una forma di stupore. Da ragazzo mi capitava spesso di essere immerso in un’evidenza corale – qualcosa che tutti conoscevano bene, vedevano nello stesso modo e giudicavano nello stesso modo – mentre io dovevo confessare che non ne sapevo niente, e proprio per questo non osavo pronunciarmi. Naturalmente ne ricavavo una sorta di senso di inferiorità. Quasi invidiavo le certezze altrui. Ma questo non bastava per farmi assumere lo stesso atteggiamento degli altri. Perché su tutto prevaleva la mia coscienza di non saperne abbastanza e la mia diffidenza nei confronti dei giudizi del prossimo.
Questo atteggiamento è rimasto costante anche quando sono cresciuto. Per esempio, non ho mai capito perché si debbano disprezzare le prostitute. Che cosa gli si rimprovera? Di far merce del loro corpo? Ma non è quello che fanno tutti i lavoratori manuali, tutti coloro che sudano, per guadagnarsi da vivere? E comunque, a me che importa, di come si guadagnano da vivere? E infatti, quando mi è capitato di averci a che fare, ho sempre dato loro del lei, anche quando erano “nell’esercizio delle loro funzioni”. Facendo ridere i miei amici, ma non per questo cambiando comportamento.
Fra l’altro, ho sempre trovato ridicola la distanza fra la retorica del lavoro (quello che “nobilita l’uomo”) e la prostituzione. Nell’unico anno in cui ho insegnato nella Scuola Media inferiore, mi sono sentito così umiliato da ciò che ero costretto a fare per vivere, che la parola “prostituzione” non mi faceva più paura. Era la sensazione che avevo. Mi prostituivo per tre-quattro ore al giorno e infine, al suono dell’ultima campana, era come se il mio spirito, simile a quello di una prostituta, facesse una doccia per eliminare le tracce di quel basso servizio. 
E così è andata per gli omosessuali. Non ho avuto molto a che fare, con loro. Una paio di volte, di fronte a qualche goffo approccio, ho reagito gentilmente, col sorriso, facendo capire che non ero interessato. E una volta è stato con un prete. Sarò duro e calloso, ma invece di riportarne i famosi “traumi” di cui si riempiono la bocca (e forse la tasca) i giornali, ho soltanto sentito pietà per quel pover’uomo frustrato.
Non ho mai capito, né da ragazzo né in seguito, la stramaledizione degli omosessuali. Della sessualità altrui non mi importa assolutamente nulla. Al contrario sono eternamente rimasto grato, fino a non dimenticarlo mai, a un omosessuale che, a me ragazzino, fabbricò con le sue mani una maschera da sub: un pezzo di vetro sagomato ovale, e una camera d’aria ritagliata in modo da potersi stringere da un lato al vetro e dall’altro prolungarsi in due strisce annodate dietro la nuca. Non mi chiese mai nulla, non mi toccò con un dito, mi regalò un meraviglioso strumento per le mie immersioni, soltanto per farmi piacere. Non fosse che per lui, non dirò mai male degli omosessuali in quanto tali.
La mia ignoranza mi ha reso estraneo a tutto ciò che la gente crede ovvio senza chiedersi se sia ovvio. Il mio anatroccolo mentale si è trasformato in un cigno. Ho adottato, pressoché naturalmente, il “dubbio metodico” cartesiano. 
Così, invece di irridere chi aveva gusti diversi dai miei, mi sono posto il problema della feroce ostilità all’omosessualità, tanto corrente quand’ero ragazzo. Un’ostilità di primo acchito incomprensibile, come quella nei confronti della masturbazione, dell’onanismo (la pratica del coitus interruptus) e perfino della volontà di non avere figli. È evidente che l’estrema ostilità dell’umanità nei  confronti di questi comportamenti nasce da un’unica causa: la paura dell’estinzione della specie umana. Quando la fame era all’ordine del giorno, quando la vita era breve, quando la mortalità infantile era altissima, l’istinto della specie ha spinto tutti ad avere quanti più figli era possibile. Dunque chi era omosessuale, chi disperdeva il suo seme, chi non metteva al mondo dei figli, mancava al suo dovere nei confronti della specie. Un peccato mortale che, ancora oggi in Iran, qualche demente pensa sia degno di meritare l’impiccagione. 
Ebbene, se smontiamo la severa considerazione dell’omosessualità nei suoi elementi costitutivi, come non vedere che essa oggi è assolutamente assurda? Se un pericolo corre oggi il pianeta Terra è quello dell’iperantropizzazione, non quello dell’estinzione della specie umana. Senza arrivare all’impiccagione di chiunque abbia avuto più di quattro figli – che sarebbe il giusto contrappeso alle impiccagioni iraniane per sodomia – una cosa è certa: fanno meno danno alla collettività gli omosessuali di coloro che fanno figli per poi non essere in grado di nutrirli e tirarli su. I bambini affamati del terzo mondo mi indignano meno dei loro genitori. 
Molti anni fa ho letto – non so nemmeno se fosse vero, ma poco importerebbe - che in Giappone era vietato comprare un’automobile, a meno che non si potesse dimostrare di disporre di una rimessa o di un posto auto. Nello stesso modo tutti – per amore dei bambini – si dovrebbero rendere conto che non basta metterli al mondo, bisogna poi essere in grado di allevarli. E se non si è in grado di farlo, è delittuoso imporre loro una vita di stenti. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      16 marzo 2019



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POLITICA
16 marzo 2019
LAMENTO SULLA PATRIA DI CHURCHILL
Lo spettacolo che sta dando il Regno Unito mi addolora. Da sempre ho un amore speciale, per quel Paese, anche se non me ne nascondo i limiti. E sono parecchi. Ma i meriti superano i demeriti. 
In questi giorni sono costretto a dissotterrare un concetto che spesso si dimentica. Molti, sul Continente, accanto ad un’ingiustificata antipatia per i britannici, coltivano miti sulla loro ragionevolezza, sul loro self-control, sul loro pragmatismo. Certo, gli inglesi quelle qualità cercano di dimostrarle. Ma anche loro sono umani e occasionalmente sono capaci di passioni irragionevoli, di azioni insensate, di incomprensibili eccessi. Se il gentiluomo di Rudyard Kipling è spesso esistito, non sono lontani dall’“inglesità” neppure gli hooligans del calcio. La rissa annegata nella birra del pub fa parte delle tradizioni e se in un dissenso qualcuno spara la famosa domanda: “You’re calling me a liar?”, “Mi stai dando del bugiardo?”, non ci vuol molto perché scorra il sangue. Il pugilato non è nato nelle public school, è nato nelle strade inglesi
Ma qui stiamo parlando della Brexit, dirà qualcuno, non di operai avvinazzati. Parliamo di Westminster. Di scranni sui quali si sono seduti personaggi illustri e indimenticabili. E infatti c’è di che essere tristi. E tuttavia  al riguardo ho la tentazione di azzardare una spiegazione.
Noi continentali teniamo molto conto dell’opinione altrui. L’idea di essere considerati degli originali, di renderci ridicoli, in una parola la paura che la nostra diversità si possa tramutare in disprezzo, fa sì che l’aggettivo  “eccentrico”, in italiano, abbia una connotazione negativa. Gli inglesi invece considerano una sorta di dovere il distacco dall’opinione corrente e la capacità di sorprendere il prossimo. Soprattutto se sono ricchi, famosi o importanti. Del resto, è una faccia del loro famoso humour. Per questo sono capaci di comportamenti irragionevoli. Forse è un eccesso di cielo grigio e di pioggerella sottile che li induce ad essere colorati, anticonformisti e infine, come nel caso della Brexit, irrazionali. Raramente si è vista, come in questa occasione, una tale coralità nell’atteggiamento infantile. Non voglio questo, non voglio quello, e non voglio neanche il loro opposto. Voglio soltanto dire di no, e chi se ne frega delle conseguenze. Rright or wrong, what I said. O forse ciò che mi capiterà di dire domani. 
Purtroppo stavolta gli amici che siedono nelle Houses of Parliament stanno giocando col destino dei loro connazionali. Con la stabilità e la prosperità del loro Paese. Sembrano in preda ad una sorta di indomabile delirio, come avessero improvvisamente peduto il contatto con la realtà. E non è la prima volta. Negli Anni Trenta, quando le nuvole si addensavano nel cielo e la Germania si riarmava pericolosamente, Londra continuò a sperare nell’appeasement. A credere che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva. Non si comportò dunque in maniera ancora più irresponsabile di come stia facendo oggi? 
In quegli anni, malgrado l’evidenza delle ambizioni e delle violenze di Hitler, la Gran Bretagna  ebbe l’incoscienza di non prepararsi allo scontro. Ancora nel 1938 sperò di potersela cavare con i sorrisi e le firmette di Neville Chamberlain a Monaco. Ormai è storia vecchia, ma chi avrebbe detto, nel 1940, che l’Inghilterra sarebbe stata capace di resistere a Hitler, e perfino di battere nei cieli una Luftwaffe che da anni si preparava a dominare i cieli? 
Gli inglesi, messi alle strette, furono ridotti a confidare nella flotta, nelle tempeste della Manica, e in Dio. Poi, certo, ci fu la gloriosa “Battaglia d’Inghilterra”, con l’epico commento di Churchill in lode dei giovani piloti inglesi, di cui tantissimi perirono: “Never was so much owed by so many to so few”, “Non c’è mai stato un debito tanto grande di tantissimi verso pochissimi”. Ma quel detto fa ancora oggi correre un brivido nella schiena, perché ci fa misurare l’entità del miracolo. E poi i britannici dettero la prova di una sorta di eroismo collettivo, oggi francamente improbabile. 
L’Inghilterra ragionevole, pragmatica, prosaica, perfino, mise a rischio per insipienza la propria indipendenza e la propria libertà. Si salvò con un’epopea che forse rappresenta il punto più alto della storia inglese, ma ciò non toglie che gli inglesi siano stati pazzi, veramente pazzi, in quegli anni Trenta. Se Dio non avesse avuto pietà di loro, se non gli avesse mandato Winston Churchill, che da sempre aveva tenuto gli occhi aperti, forse la Gran Bretagna sarebbe stata un’altra Francia, un’altra Danimarca, un’altra colonia.
In questi giorni Theresa May sta mostrando una volontà di ferro, una resistenza coriacea che stupisce, in una donna. Ma stupisce soltanto chi non sa che le donne, per sopravvivere, devono essere più forti degli uomini. Tanto che è molto, molto imprudente sfidare personaggi come Indira Gandhi, Golda Meir o Margaret Thatcher. Se sono arrivate ad un posto di comando, è perché per anni sono vissute a pane e battaglie. E proprio per questo, anche se la sua figura allampanata non suscita simpatie, non si può che augurare alla signora May quel successo che, fino ad ora, le è sfuggito. Per il suo bene, ma soprattutto per il bene di un Paese che ha un posto d’onore nel nostro cuore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 marzo 2019 



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POLITICA
15 marzo 2019
MARX E L'UTILITA' DELLO SCAMBIO
La lettura di una monografia su Karl Marx(1) si è rivelata talmente sorprendente, su un punto della sua teoria, che ho letto alcune pagine almeno tre volte, per essere sicuro di avere capito bene.
Marx nega l’utilità dello scambio. Un principio che per me è sempre stato un’innegabile evidenza economica(2). In sintesi: ammesso che un oggetto costi dieci euro, chi lo compra preferisce l’oggetto a dieci euro, chi lo vende preferisce dieci euro all’oggetto. E dopo la compravendita ambedue sono contenti dell’affare fatto. Si chiama utilità dello scambio. In altri termini, benché abbiano scambiato x contro y, e pur essendo certo che, in termini monetari, x=y, dopo lo scambio è come se il primo avesse x+v, e il secondo y+v, dove “v” è il valore in più attribuito a ciò che si ottiene (diversamente non si avrebbe lo scambio). Dunque è vero che nello scambio di merci di pari valore (anche il denaro è una “merce”) si ha un pareggio, ma Marx non considera che da sola la parità di valore commerciale non determina lo scambio. Se ho in tasca dieci euro, e un libro costa dieci euro, ma io non ho voglia di leggerlo, non lo comprerò. Se lo compro, è segno che il piacere di leggerlo vale più di dieci euro, e quel “di più” si chiama utilità dello scambio. Sorprendentemente, Marx non sembra d’accordo. Provo a dimostrarlo con una citazione. 
Secondo il saggio citato (Pag.110),  “Ogni produttore-possessore di merci le scambia con altre (con la mediazione del denaro) che hanno lo stesso tempo di lavoro incorporato. Di conseguenza, nel mercato, nella circolazione delle merci, ogni produttore esce con lo stesso valore con cui è entrato, avendo solo cambiato tipologia della merce trasportata; portava grano, che aveva in eccesso, ed ora ha lo zucchero, di cui aveva bisogno. Potremmo dire che torna a casa col suo, non porta via niente di niente”. Tutto ciò è completamente falso. Se, scambiando le merci, non ne ritraesse nulla, non scambierebbe le merci. E se le scambia, è segno che ne ritrae un vantaggio. Un surplus di ricchezza.
Quando ho letto questa teoria di Marx, mi sono chiesto se non avessi le traveggole, ma lui prosegue il suo ragionamento applicandolo per giunta in modo asimmetrico al rapporto di lavoro. 
Prima ha parlato di colui che ha delle merci (o denaro) da scambiare al mercato. Poi parla del lavoratore, che ha soltanto la sua prestazione da offrire. E qui si ha lo scambio lavoro-salario, che, secondo Marx, è simile e conforme agli altri scambi. Dunque avviene (o dovrebbe avvenire) sulla base che x è uguale a y, in termini di valore (o di denaro). Il capitalista, per produrre, ha bisogno di macchine e di operai. Egli (Pag.111) “Realizza uno scambio mercantile conforme alla legge del valore. In questa operazione non si appropria di valori altrui, esce con lo stesso valore con cui è entrato, sebbene sotto forma di macchine e di forza lavoro”. Descrive questa (irrealistica) ipotesi per dimostrare che, se il capitalista fosse onesto, non dovrebbe guadagnare nulla. E già questo è sbagliato. Chi compra o vende, non esce dal mercato con lo stesso valore, diversamente nemmeno ci sarebbe andato. Ma andiamo avanti.
Il capitalista acquista macchine, lavoro e produce beni che poi vende. Marx vede dunque tre fasi: il capitalista prima è acquirente di mezzi di produzione (con uno scambio che secondo lui, essendo sempre alla pari, non gli procura nessun vantaggio), poi è venditore (con uno scambio che secondo lui, essendo sempre alla pari, non gli procura nessun vantaggio), e dunque quand’è che guadagna? Guadagna, secondo Marx, quando paga l’operaio meno della ricchezza che quello produce col suo lavoro (lucrando il plusvalore). Da qui lo sfruttamento del lavoratore, il suo risentimento, la lotta di classe e in prospettiva la rivoluzione mondiale. Mai tanta intelligenza fu usata per dire sciocchezze.
Il capitalista diviene più ricco quando compra i macchinari, diversamente non li comprerebbe, quando paga gli operai, diversamente non li pagherebbe, e quando vende la merce prodotta, diversamente non la venderebbe. Ognuno di quegli scambi, liberamente operati e desiderati, ha aumentato la ricchezza complessiva. Sono più ricchi coloro che gli hanno venduto i macchinari, gli operai che hanno ricevuto il salario liberamente pattuito e coloro che hanno comprato le merci prodotte. 
Del resto, come mai Marx non si accorge di essere entrato in contraddizione con sé stesso? Se ogni scambio è a somma zero, come mai soltanto lo scambio lavoro-salario non sarebbe a somma zero? Forse, direbbe Marx, perché bisogna pure spiegare la ricchezza finale del capitalista. Ma le risposte sono due: in primo luogo, non c’è nessun mistero, tutti si arricchiscono; in secondo luogo, se il capitalista si arricchisce di più, è perché la sua personale “produzione” (quella derivante dallo “spirito imprenditoriale”) sul mercato vale di più della capacità di lavorare con le proprie braccia. Infatti guadagna molto di più, per un’ora, il ginecologo o il dentista, del semplice operaio. Perché la sua prestazione è più richiesta. Senza dire che il dentista non corre il rischio di fallire, mentre il capitalista/imprenditore  rischia il suo denaro, se sbaglia il modo di condurre la sua azienda.
Così risulta peregrina ed infondata la perorazione finale che il saggista riferisce, attribuendola a Marx (Pag.113): “Precisamente così si risolve il mistero di questa valorizzazione e della continua crescita del capitale: si fa a spese dello sfruttamento del lavoratore, pagandogli la forza lavoro al suo valore di merce, al suo valore di produzione, e non al valore che questa forza lavoro realmente aggiunge. La ricchezza del padrone, che genera la sua povertà, proviene dal suo lavoro. Lo scontro di classe si rivela inevitabile, dal momento che il capitalismo non può esistere senza valorizzare il capitale, e ciò implica inesorabilmente lo sfruttamento. Pertanto la tesi della lotta di classe e della necessità della rivoluzione resta così fondata oggettivamente nella logica del capitalismo”. Questo è un delirio derivante da una premessa erronea: l’idea che lo scambio sia a somma di ricchezza zero. E dimenticando che, agli occhi del lavoratore, il salario vale più della sua prestazione, diversamente si terrebbe la prestazione e rifiuterebbe il salario, esattamente come avviene per qualunque altro scambio.
Mai avrei creduto che un secolo di marxismo fosse fondato su un errore così banale. Ma la mia ignoranza potrebbe avermi indotto in errore e – appunto per questo – sono qui pronto ad ascoltare chi avrà la bontà di correggermi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 marzo 2019 
(1)Marx, dall’agorà al mercato, di José Manuel  Bermudo, Editore Hachette Fascicoli s.r.l. Milano 2015.
(2) https://giannip.myblog.it/2019/03/12/massaie-e-coccodrilli-qualche-concetto-deconomia/




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POLITICA
14 marzo 2019
DEL TAV NON SI È PARLATO ABBASTANZA
Si è parlato fin troppo del fatto che il Tav si dovesse fare o non fare, ma non si è parlato abbastanza del fatto che quella discussione era sul nulla. E per questo non poteva avere né vincitori né vinti. L’enorme diatriba è stata soltanto una enorme operazione di disinformazione. E proprio di questo non s’è parlato abbastanza. 
Poiché tutto questo sembra un gioco di parole, mi spiegherò meglio. Immaginiamo che ci sia un uomo molto malato e che i medici al suo capezzale si accapiglino, a lungo, sulla terapia da adottare. Poi qualcuno fa notare che, sin da prima che si mettessero a discutere, il malato era morto, e dunque la discussione è inutile. E ciò malgrado, si continua a discutere della terapia per guarirlo. Ebbene, ecco il punto, per come l’ho capito io: si è parlato a lungo di fare o non fare il Tav, mentre non si è parlato abbastanza del fatto che la discussione è inutile, in quanto la cosa è già decisa.
Che cosa si è fatto credere, agli italiani? 1) Che l’undici marzo si dovesse decidere se realizzare o non realizzare il Tav, in Italia; 2) Che dalla decisione, sulla quale Movimento 5 Stelle e Lega erano su posizioni opposte, dipendeva la sopravvivenza del governo; 3) Che ambedue i partiti erano così fermi nella loro posizione, da essere risoluti a non fare marcia indietro, quali che potessero essere le conseguenze; 4) Che la situazione è stata risolta dal nostro Primo Ministro Giuseppe Conte, il quale – con una lettera inviata alla Telt – ha messo in chiaro che per il momento non si decideva niente, e che l’Italia si riservava di ritirarsi dal progetto, senza spese e risarcimenti da pagare.  5) Che la Telt si è piegata all’ingiunzione dell’Italia, tanto che tutto è stato rinviato e il governo è salvo, mentre il M5s canta vittoria. 6) E comunque, anche ad ammettere che il Tav non sia stato definitivamente affossato, su quell’opera deve pronunciarsi il Parlamento o lo stesso popolo, con un referendum.
Ebbene, non ci si crederà, ma tutte queste affermazioni sono false. Riprendiamole ad una ad una. Primo punto. L’undici marzo non si trattava di pubblicare i bandi per la realizzazione del Tav in Italia, ma la pubblicazione dei bandi per la dimostrazione di interesse a partecipare alla gara (”Avis de marchés”) per la realizzazione del tunnel in zona francese. Gara i cui appalti saranno pubblicati in seguito. Questa è una decisione sulla quale, ovviamente, l’Italia non aveva e non ha alcuna autorità. E infatti l’organo direttivo della Telt (la società italo-francese, con sede a Parigi, che dovrebbe realizzare l’opera) ha votato all’unanimità per la pubblicazione degli  “Avis de marchés” e tutto è andato come previsto. Semplice routine. 
Secondo punto. Dalla decisione non dipendeva affatto la sopravvivenza del nostro governo, perché la decisione stessa non era presa in Italia e non riguardava l’Italia. Riguardava l’adempimento, da parte della Francia, degli impegni assunti . Dunque in Italia – e questo vale per il terzo punto - non ci potevano essere né vinti né vincitori. I vincitori e i vinti ci saranno quando starà all’Italia decidere qualcosa sul Tav, ammesso che ne abbia la facoltà, non prima. 
Quarto punto. La Telt non si è piegata a nessuna ingiunzione, per l’eccellente ragione che ha semplicemente attuato quanto previsto da sempre, senza nessuna modificazione. A che cosa avrebbe dovuto o potuto opporsi? Né ha molto senso parlare del fatto che l’opera possa e debba essere ridiscussa. Infatti può essere ridiscussa e conseguentemente perfino annullata, senza spese, ma  con l’unanime accordo di Italia, Francia e Commissione Europea. E noi sappiamo benissimo che al contrario l’Europa e la Francia sono risolutamente favorevoli alla realizzazione. l’Italia con chi discuterà, la cosa, con sé stessa? 
Punto quinto. Semplicemente falso.
Punto sesto, ecco una versione da ignoranti. I referendum sono vietati dalla Costituzione quando riguardano trattati internazionali.  E qui si tratta appunto di un trattato internazionale, ratificato a suo tempo dal Parlamento italiano. Per revocarlo con un referendum bisognerebbe nientemeno cambiare la Costituzione, in modo da renderlo possibile, e questo  con una procedura lunga e macchinosa. Neanche a parlarne. Oltre tutto il Parlamento a maggioranza è per il Tav (Pd e Forza Italia sono a favore), e comunque non ci sarebbe tempo prima dei bandi italiani, che dovranno per forza essere pubblicati fra sei mesi. A meno di pagare somme astronomiche, e parliamo di miliardi. Per non parlare della nostra rispettabilità internazionale.
Rimane un’ultima domanda. Come mai ci hanno propinato tante panzane? La risposta è semplice. Il Movimento 5 Stelle, dopo tante sconfitte e tante marce indietro, aveva bisogno di dimostrare ai suoi elettori che manteneva i suoi impegni elettorali. E allora ha combattuto una battaglia immaginaria, raccontandoci anche di averla vinta. Con ciò ha dimostrato il più melmoso cinismo e la più totale fiducia nella nostra ignoranza. Questo partito, che ha tanto gridato “Onestà, onestà”, ci ha mentito a tutto spiano. Quella battaglia non poteva vincerla né questo governo, né nessun altro governo, perché l’Italia si è già pronunciata a suo tempo, firmando trattati internazionali e ratificandoli in Parlamento.
Il Movimento pensa dunque che i nodi non verranno mai al pettine?  
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
 
Chi non crede ai dati sui quali si fonda il mio articolo legga il “Corriere della Sera”: https://www.corriere.it/politica/19_marzo_09/tav-lettera-l-ora-presa-giro-0b7909fa-42a4-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml 




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POLITICA
13 marzo 2019
MASSAIE E COCCODRILLI-2
Il lavoro è entrato anche in un’altra interessante discussione: la valutazione dei beni. I pensatori del Settecento distinguevano il valore d’uso di una merce dal suo valore di scambio. Il valore d’uso dello zucchero consiste nel fatto che preferiamo un tè zuccherato a un tè amaro. Il prezzo di un chilo di zucchero può variare nel tempo, ma il nostro piacere del tè zuccherato (cioè il nostro valore d’uso) rimane invariato. Ma se, per il singolo, il valore d’uso è pressoché costante, il valore di scambio di ogni merce varia col tempo e con le circostanze (variazione dei prezzi). Se un chilo di zucchero vale tre chili di grano, diremo che il valore di scambio fra le due derrate ha il rapporto uno-tre. Poi, se lo zucchero diviene scarso, il suo valore di scambio aumenta (e ci vorrà più grano per averlo), e viceversa se diviene abbondante. Il valore di scambio di una merce è misurato con i termini del baratto, o col denaro, che quella merce costa. 
Alla ricerca di un elemento obiettivo per determinare il valore di una merce, David Ricardo - uno dei fondatori dell’economia classica e dunque uno dei miei idoli - ricorse all’idea che questo valore oggettivo fosse la quantità di lavoro necessaria a produrlo. Metro che, essendo sganciato, almeno teoricamente, dal valore di scambio (nel senso che è costante) è “incorporato” nella merce. Secondo Ricardo, in un’economia di mercato equilibrata, valore d’uso e valore di scambio (prezzo) tendono a convergere. Non intendo rivedere le bucce di Ricardo, non me lo potrei permettere, ma se non credo in  niente sarò pure autorizzato a muovere obiezioini.
Innanzi tutto, non vedo a che scopo ricercare il valore oggettivo delle merci. Non serve a niente, e per giunta non è nemmeno detto che un valore oggettivo esista. Quanto al valore d’uso è troppo soggettivo per essere usato come metro del valore oggettivo della merce. Né mi sembra che lo stesso lavoro sia un buon metro, in materia di valore. Se camminando trovo una pepita d’oro da cinquanta grammi, come lavoro mi sarà costata soltanto la fatica di abbassarmi a raccoglierla e come valore di scambio andremmo a parecchie migliaia di euro. Il lavoro “incorporato” in essa è insignificante.  Inoltre il tempo e la fatica necessari alla produzione di un bene variano molto nel tempo e nello spazio. Filare la lana con un fuso di legno significava produrre poco filo in molto tempo, mentre una moderna filanda produce moltissimo filo in poco tempo. Il valore dei beni misurato con il lavoro “incoroprato” in essi, è fuorviante. Il contadino del Burundi che gratta la terra con la zappa si affatica come uno schiavo e ricava poco dalla terra; l’americano della “Corn belt” coltiva i cereali con macchinari moderni, sta comodamente seduto e produce infinitamente più grano del contadino del Burundi. Il lavoro incorporato in un quintale di grano del Burundi è costato molto più sudore di quello incorporato in una tonnellata americana ma non per questo potrà essere venduto ad un prezzo maggiore.
Il riferimento alla fatica del produttore  - oggi così frequente - risponde a mio parere a un pregiudizio morale, che del resto presumo Ricardo non avesse affatto. La gente sarebbe capace di pensare che bisognerebbe rimunerare più generosamente la merce che è costata molto lavoro rispetto a quella che è costata poco lavoro. Perché essa ha “più valore”. Ma è un errore. In questo campo ho ricevuto una lezione indimenticabile. Parlando con un amico del più e del meno mi è capitato di dire che avevo per le mani una traduzione di lingua francese, e mi sentivo come un ladro perché, venendomi molto facile, andavo come un treno. Quasi mi limitassi a copiare il testo. Soprattutto procedevo molto più speditamente che se la traduzione fosse stata di lingua inglese. Forse, dicevo,  dovrei proporre uno sconto al committente. Il mio amico mi smentì con sdegno: “Dici sciocchezze. Al contrario, dovresti chiedere di più. Se per il francese vai tanto veloce significa che sei estremamente competente e il tuo lavoro sarà ottimo. Dunque meriti di essere pagato di più per il francese che per l’inglese”. Aveva perfettamente ragione. Al cliente non importa quanta fatica è costato il lavoro, gli importa soltanto la qualità del risultato.
Non credo nel tempo di lavoro incorporato nella merce come misura del suo valore. Non credo al valore morale del lavoro come elemento che debba influenzarne la remunerazione. Rimane soltanto il valore più pedestre: il prezzo , quale lo determina il mercato. E questo elemento mi basta e avanza, per orientarmi . Il resto è letteratura. 
Tutto ciò vale, al passaggio, per sorridere ancora una volta della nostra Costituzione, quando dice che il lavoro deve “in ogni caso” assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa”. Al datore di lavoro del genere di vita della controparte non importa assolutamente nulla, come al lavoratore non importa nulla sapere se i produttori della merce che compra al supermercato siano stati sufficientemente remunerati, per fargli avere quel prodotto a quel prezzo. 
Il lavoro non deve assicurare niente a nessuno, a parte la remunerazione al lavoratore e la prestazione al datore di lavoro. Il loro quantum – in un mercato libero – dipende dalla domanda e dall’offerta. Se nel villaggio c’è un solo idraulico ed avete la casa allagata, quell’artigiano potrà richiedere qualunque prezzo e voi dovrete pagarlo. Se invece nel villaggio ce ne sono quattro, cioè troppi, voi potrete tirare sul prezzo, magari fino a non assicurare una vita dignitosa a quell’artigiano e alla sua famiglia. Se poi vi facesse pena, dategli un buon consiglio: che cambi mestiere o luogo di residenza. 
Quando si tratta di denaro, la realtà è spietata. E sono spietati anche i moralisti. Costoro sono molto generosi col denaro degli altri o dello Stato, ma al loro badano come tutti gli altri. Nessuno pagherebbe a ciglio asciutto un prezzo abnorme solo per fare vivere dignitosamente la famiglia dell’elettricista o del tappezziere. La realtà non ha mai letto la Costituzione Italiana.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 marzo 2019, fine
Ho letto qualche pagina su Marx e mi riservo di commentarla. Si direbbe che il filosofo di Treviri, nel caso del lavoro  dipendente (che è un caso particolare di scambio) - capisca l’utilità del capitalista (e la chiama plusvalore) e non capisca l’utilità del lavoratore, che per lui è sfruttato. Se ho capito bene, siamo all’assurdità più completa. Ma mi riservo di scrivere un autonomo articolo, al riguardo.




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12 marzo 2019
MASSAIE E COCCODRILLI. QUALCHE CONCETTO D'ECONOMIA
Due articoli
I concetti fondamentali dell’economia divengono astrusi quando si nutrono di coordinate cartesiane, di formule matematiche, di termini tecnici e di teorie complesse. Ma di solito tutto ciò si ha quando si parla di macroeconomia. Quando invece si scende sul quotidiano, e si accenna a quella che, con disprezzo, si chiama “l’economia della massaia”, tutto diviene non soltanto chiaro, ma anche difficilmente contestabile. Se due negozi molto simili vendono la stessa merce a prezzi diversi, si può star sicuri che tutte le massaie del mondo, inclusi i professori universitari di economia, se devono comprare qualcosa, lo faranno nel negozio dove costa meno. Questo perché, al livello di base, l’economia è una legge universale. Chi, per spostarsi nello spazio cerca di seguire la linea retta, perché è la più breve, fa una scelta econimica. La stessa che fa il leone quando può rubare la preda alle iene, invece di cacciarla da sé. È proprio partendo da questa mentalità terra terra che si potrà capire qualcosa di più della ricchezza e del lavoro. 
Per la ricchezza, molti sono convinti che, se qualcuno è molto ricco, e molti altri sono poveri, ciò può essere avvenuto per una sola ragione: perché il primo ha rubato qualcosa ai secondi. Ma è proprio così? Se un tizio sta morendo di fame ed ha soltanto un secchio d’acqua, e un altro tizio ha parecchio da mangiare, ma sta per morire di sete, è ovvio che, procedendo ad uno scambio, staranno meglio tutti e due. Se qualcuno compra un giornale è chiaro che per lui, in quel momento, il giornale vale più di due euro, mentre per l’edicolante il giornale vale meno di due euro, e cedendolo al cliente fa un affare. Quando lo scambio è volontario, dopo lo scambio ambedue i contraenti sono più contenti di prima, e ciò significa che ambedue sono “più ricchi” di prima, non uno più ricco di prima e uno più povero di prima. La ricchezza non è un dato costante, tale che ogni scambio deve essere a somma zero. Dopo lo scambio, tutti i soggetti  saranno più ricchi, e questo in base al principio economico denominato, appunto, “utilità dello scambio”. Del resto ci sono “utilità” che si possono regalare senza che si diminuisca la quantità di ciò che si aveva: per esempio il sapere. 
Il pregiudizio della ricchezza costantemente a somma zero è talmente stupido, che sarebbe capace di smentirlo un rinoceronte. Il bestione permette agli uccelli di stargli in groppa e nutrirsi dei suoi parassiti, esattamente come il coccodrillo tiene la bocca aperta perché un uccello vada, cibandosene, liberandogli i denti dai residui di cibo. Pachidermi, coccodrilli e pennuti sanno di avere interesse allo scambio e sanno anche che nessuno si “impoverisce”, con esso. 
Le cose non vanno diversamente fra gli uomini. Quando Henry Ford ha l’idea di lanciare la Ford T per motorizzare l’intera America, non deruba nessuno. A conclusione dell’operazione lui si sarà arricchito, ma migliaia di operai avranno avuto un lavoro e migliaia di americani avranno avuto un’automobile, anche se piccola e spartana. Ford ha “creato”, non “spostato” ricchezza. E a lui deve andare la gratitudine della nazione, non l’invidia o la condanna. Chi non capisce l’utilità dello scambio (a dir poco, ma si potrebbe dire molto di peggio) non sa nulla di economia.
Purtroppo questo genere di errore si estende anche al mondo del lavoro. Salvo che nel caso della schiavitù e dei lavori forzati, anche quello tra prestazione d’opera e remunerazione è un libero scambio a conclusione del quale nessuno è sfruttato, ma ambedue i contraenti sono più ricchi. Può essere vero che ciascuno tiri la corda dalla sua parte, come in ogni negoziato, ma alla fine, se si accetta il patto, è segno che, anche se esso è un po’ sbilanciato, conviene ancora ai contraenti, diversamente non l’accetterebbero.
Su questo punto non si insisterebbe mai abbastanza. Immaginiamo un primitivo che sia il miglior cacciatore del suo villaggio. Quest’uomo un giorno fa ad un collega molto meno abile di lui questa proposta: “Tu vieni con me a caccia, mi porti le frecce, le lance, le corde, vai a prendere la preda quando la colpisco, mi aiuti a trasportarla a casa. E io in compenso ti darò un terzo della carne”. Se l’altro accetta abbiamo un contratto di lavoro. Prima domanda: costui è stato costretto ad accettarlo? Certamente no. E da che cosa è nato il contratto? Dal fatto che è utile a tutti e due. Infatti in conclusione saranno ambedue più ricchi di prima.
È questa convenienza che ha fatto nascere il lavoro dipendente. Sicché è assolutamente stupido parlare di “creazione di posti di lavoro”. Il lavoro non nasce da una sorta di volontà divina (“Fiat!”, cioè: “Sia fatto!”, come poteva esprimersi l’Onnipontente). Nasce da un accordo fra le parti, in cui ognuno persegue il proprio interesse. . 
 Ovviamente in una società sviluppata e complessa, come quella dei grandi Paesi industrializzati, ci sono molte altre componenti. Il fisco, in primo luogo. Le spese per previdenza e assistenza. L’avidità dei datori di lavoro, con i loro cartelli (vietati dalla legge) e l’avidità dei lavoratori, con i loro sindacati, ma alla fine della fiera se, malgrado tutti questi ostacoli, il lavoro conviene, si avrà l’occupazione. Se invece non conviene, si ha la disoccupazione. Si possono studiare le ragioni del fenomeno e giudicarlo comunque si voglia, ma una cosa è chiara: lo si potrà risolvere soltanto rendendo di nuovo conveniente il lavoro, sia per il datore di lavoro sia per il prestatore d’opera. Sarà un proverbio banale, ma è proprio vero che si possono portare i cavalli all’abbeveratoio ma non si può obbligarli a bere. Nel caso del lavoro, è ancora più semplice: i cavalli hanno sempre sete, e l’unico problema è quello di non annullare la convenienza del lavoro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      1. Continua



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POLITICA
11 marzo 2019
JACQUES BREL E GEORGES BRASSENS
Jacques Brel e Georges Brassens non sono soltanto due autori di canzoni. Sarebbe come definire Galileo e Einstein “due fisici”. Quei due artisti sono stati entrambi così ricchi, così significativi e geniali, da far parte a pieno titolo del mondo della cultura. Hanno soprattutto realizzato un’anomalia, un miracolo: quello della poesia largamente condivisa, fino a lasciare un’impronta viva e indimenticabile nella società. Le loro opere hanno ispirato molti libri e tesi di laurea.  
Citarli insieme è un errore. Li lega il sesso maschile, la lingua usata e la morte precoce, specie per Brel che non arrivò a cinquant’anni. Nient’altro. Uno è belga, l’altro francese. 
I temi che sembrano avere in comune (prevalentemente l’insofferenza per il conformismo, il disprezzo per la società borghese, l’avversione per il potere) sono in realtà generazionali, oltre a far parte di un armamentario connaturato a tutti gli artisti che non siano artisti di corte. Sono abiti collettivi. Uno, Brel, li indossa distrattamente; per l’altro, Brassens, sono troppo stretti. 
Per il poeta belga l’aspetto personale ed esistenziale prevale di gran lunga su quello sociale. È vero che Brel con Les bourgeois ha composto una delle sue opere più riuscite, ma non è “la borghesia” che gli interessa, quanto piuttosto il suo lato filisteo nel racconto dell’evoluzione/involuzione, a seconda dei punti di vista, dei tre amici protagonisti della canzone, da ribelli irridenti e scanzonati a sussiegosi notai. Lui stesso apparteneva ad una famiglia borghese, che abitava una “grande maison”. Gli zii che ricorda (Mon enfance), sono “repus”, satolli, appagati del solo benessere materiale e incapaci di comprendere i sogni di un bambino: “mes oncles repus m’avaient volé le Far West” (i miei zii satolli mi avevano rubato il Far West). Non c’è alcuna valutazione di carattere politico in queste parole, ma la presenza di un ipersensibile che di mestiere fa il poeta. 
Solo apparentemente diverso è il caso di Brassens. L’artista francese è attento al perdente, all’emarginato, al reietto, ma non c’è in lui alcun intento rivoluzionario né idealmente palingenetico. Dirà esplicitamente che “morire per delle idee” (Mourir pour des idées) non fa per lui. È troppo anarchico per accontentarsi di una generica avversione al potere; dell’adesione agli schemi dei poeti maledetti che lui stesso ama; dell’acquisizione di formule e invettive che stanno bene sulla bocca di tutti. Il disprezzo ostentato per i gendarmi e gli slogan (“mort aux vaches”) rimangono moduli non appartenenti alla sua cifra più autentica, che è quella della più totale libertà. Lui stesso è un uomo fuori dagli schemi: visse per una dozzina d’anni in condizioni estreme, senza elettricità, senza acqua calda, senza servizi igienici, e si mostrò fino alla fine indifferente alle lusinghe del denaro e persino della considerazione degli altri. È un poeta randagio che deve poter scandalizzare, con la violenza del gorilla (Le gorille); toccare, con la mitezza di cenere dell’immortale Martin (Pauvre Martin), il vinto dei vinti, ignaro della sua stessa vita; emozionare, con la nostalgia del ricordo che riscalda il cuore, nella Chanson pour l’Auvergnat. (Chanson pour l’Auvergnat).
 In generale, quindi, il tema sociale costituisce per entrambi gli autori una costruzione esterna che mal si concilia con la parte più intima e autenticamente poetica del loro sentire. 
Per Brel è protagonista l’io, per Brassens l’umanità.
 
 
Brel è la passione viva, l’uomo senza armi di fronte alla vita. È il poeta della nudità e dell’eccesso. Osa dire quello che gli altri tacciono. Ci vuole partecipi e ci rende complici. È il gladiatore dell’anima che conduce ad ogni esibizione un gioco mortale. Le sue “guerre”, come lui stesso le ha definite nella canzone dedicata all’amico Jojo (Jojo), comportano una fisicità destinata di solito alla vita privata: sudore, lacrime, tremiti, agitazione, grido, simulazione dell’orgasmo negli applausi deliranti che suscitava, nella frenesia della condivisione che sollecitava. Chi accetta il suo gioco ne esce maltrattato. Brel ha bisogno di questa empatia bruciante, di questo coinvolgimento indecoroso e doloroso, fino ad un’autoesaltazione che gli si perdona perché si è temuto per lui. Il poeta, l’interprete e l’uomo coincidono. 
Non è mai leggero. I temi che gli sono più congeniali, (l’amicizia, l’amore, il dolore, la morte, i vecchi) sono sempre segnati da un sentimento di sconfitta che diventa di volta in volta amarezza, rimpianto, commozione, implorazione, nostalgia, ribellione aperta, mai ironia lieve, tanto meno sorriso. Piuttosto, una sorta di sarcasmo acre e devastante ispira certe sue composizioni al di fuori dei temi citati, rendendole urticanti e persino inadatte ad essere definite canzoni (Ces gens-là, Les bonbons, ecc.). 
Brel è un poeta visionario, quindi ricchissimo di immagini e di inventiva. Il rischio che corre è quello della sovrabbondanza e persino del cedimento sul piano della coerenza. E infatti le sue composizioni presentano qualche sfocatura. Prendiamo per esempio una delle sue canzoni più intense e drammatiche: Le dernier repas. Perché mai un re seduto sul trono dovrebbe aspettare “le sue vestali”? perché l’uomo che sta per morire dovrebbe voler vedere “qualche cinese in guisa di cugino”? Ma poi, quando l’uomo dice “nella mia pipa brucerò i miei ricordi d’infanzia, i miei sogni incompiuti, i miei resti di speranza”, ci tocca con la semplicità della grande poesia, e le parole dei versi che conducono alla fine della canzone (“poi guarderò il sommo della mia collina, che danza, che si indovina, che finisce per sprofondare”) ci fanno condividere, nell’incertezza della luce rimasta, la nostalgia straziante della vita che sta per spegnersi. Non siamo lontani dalla sommità: “E la lucciola errava appo le siepi”, dice Leopardi, e ugualmente ci fa piangere. 
E, nella famosissima Amsterdam, perché i marinai dovrebbero girare nella loro rude danza “come soli sputati”? Ma si è disposti a perdonare a Brel i soli sputati e qualche altro verso non felice, per poi ricordare per sempre gli incontenibili e incontinenti marinai di Amsterdam e i loro denti capaci di masticare la fortuna, di staccare a morsi la luna dal suo asse, di divorare i cordami. Non si erano mai viste in una canzone parole del genere, così come Ne me quitte pas e Le plat pays possono competere, vincendo, con qualsiasi poesia d’amore. 
Tanto per sfiorare un altro tema, “Est-ce d’avoir trop ri que leur voix se lézarde quand ils parlent d’hier” (è per avere troppo riso che la loro voce si spezza, “si crepa”, quando parlano di ieri) è un verso sublime, con un verbo sublime a comparare le crepe che si aprono nei muri con la voce che si spezza nella nostalgia del passato. Brel lo ha inventato per parlare dei vecchi, in una poesia/canzone che è difficile ascoltare fino alla fine, per eccesso di commozione. È quello che Brel voleva. È l’effetto che produce la condizione umana mostrata e condivisa. 
Gli amici sono parte di lui, non come idea astratta, ma con i loro nomi, Jef, Pierre, Jojo, Fernand. Con le loro debolezze, con la morte, che se li porta via. “Lui nella sua ultima birra-bara(1)/io nella mia nebbia/lui nel suo carro funebre/io nel mio deserto”, così dice il giorno dei funerali di Fernand (Fernand). E ancora “Muoio dalla voglia/di svegliare delle persone/ti inventerò una famiglia/proprio per il tuo seppellimento/e poi se io fossi il Buon Dio/credo che non sarei contento di me/lo so si fa ciò che si può fare/ma c’è modo e modo./ Sai, ritornerò/ritornerò spesso/ in questo puttana di campo/in cui devi riposarti/l’estate ti farò ombra/berremo silenzio/alla salute di Costanza/che irride la tua ombra”. 
“Adesso piangerò”, dice, semplicemente, alla fine. Brel vuole sempre condividere. Ma ha pianto tutto il tempo. I suoi versi sono un’autentica marcia funebre, e la musica è adeguata.
J’arrive (arrivo), dice in un’altra canzone che ha lo stesso titolo (J’arrive), parlando della sua morte imminente, “ma quanto avrei desiderato ancora una volta trascinare le mie ossa fino al sole, fino all’estate, fino alla primavera, fino a domani”. E ancora “ma perché io, perché ora, perché già e dove andare”. Avrebbe desiderato “ancora una volta riempire di stelle un corpo che trema e cadere morto bruciato d’amore, il cuore in cenere”. Ecce Homo. Vinto ed esposto. La sua corona di spine è quella di tutti. È terribilmente nostro fratello.

(1)Il temine “bière” è identico per “birra” e “bara”. L’autore fa un gioco di parole intraducibile. Scegliendo “ultima birra” si esclude il significato di bara, scegliendo “ultima bara” si dice qualcosa di illogico.

Alcuni titoli: Le plat pays, Ne me quitte pas, La chanson des vieux amants, Le dernier repas, Les bourgeois, Amsterdam. J’arrive, Jef, Jojo, Fernand, Mon enfance, Quand on n’a que l’amour, Grand Jacques, L’ivrogne, Voir un ami pleurer. 


Si entra in un mondo dai parametri differenti parlando di Brassens.
Siamo di fronte a un artista schivo, solitario, anarchico per formazione e per scelta di vita, mai in cerca di consenso. 
Come di Brel si percepisce innanzi tutto la passione, di Brassens si coglie subito una lingua “diversa” da quella di tutti gli altri: colta, ricca, piena e mordace. Molto difficile. L’ha inventata lui. Il suo francese è rivolto non tanto alla vasta comunicazione quando alla funzione cui esso deve rispondere nel mondo poetico dell’autore. E per questo egli non si cura dei destinatari, prova ne sia che gioca su tutti i registri. Oltre al francese normale, usa quello periferico: i termini colti, gli aggettivi rari, gli avverbi sorprendenti. Dal francese alto scende alla lingua familiare – forse la più usata – e poi, giù giù, fino all’argot, al gergo. Come non bastasse, del gergo è capace di impiegare non soltanto quello corrente, ma anche quello in voga anni prima. Infine, a coronare questo edificio linguistico, in linea con la sua adesione al Medio Evo, si serve di parole ormai andate fuori dall’uso, che soltanto i francesi colti capiscono, per aver letto Montaigne o Rabelais. Tutto ciò significa che la comprensione della lingua di Brassens implica una completa immersione nel mondo francese a tutti i livelli di cultura e di epoca. Una condizione non del tutto frequente. Lo straniero colto, che conosce mediamente la lingua, può aspirare ad una comprensione di non più dell’ottanta per cento dell’opera di Brassens. Difficilmente ne percepirà la complessità e insieme il fascino sui generis, come se le sue composizioni fossero state riscaldate dal fiato del tempo e insieme fossero sorprendentemente nuove. Come se avessero attraversato le biblioteche e i mercati, riportandone il sapore della vita e il profumo della favola atemporale.
L’uomo Brassens non entra in sintonia con il pubblico. Arriva, si accompagna con la chitarra e se ne va dopo un breve inchino. Ci lascia con i suoi personaggi, con i suoi bozzetti squisiti, con i suoi colti e avveduti understatement, con le sue vertiginose invenzioni e allusioni, con l’ironia a volte dolce a volte amara, con il pianto e il rimpianto sempre contenuti, ma non per questo meno toccanti. È graffiante, irriverente fino allo sberleffo, non risparmia invettive, insulti, epiteti politicamente scorretti, bestemmie attenuate e turpiloquio. A volte esagera e il buon gusto ne risente. Ma in genere seduce chi lo ascolta, via via che si entra nel suo mondo e nelle sue parole. Dà sempre l’impressione di un livello in più da conquistare. Brel è “étalé” (esibito), Brassens è “à découvrir”(da scoprire). Brel è squarciato e ci fa piangere sulle sue inequivocabili ferite, che sono anche le nostre. Brassens allunga verso di noi i tentacoli della sua intelligenza e del suo disincanto. Lui la condizione umana non la rappresenta. La dà per scontata e la supera nelle sue nostalgiche o dolenti ironie, (Les copains d’abord, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète) nei suoi indimenticabili paradigmi (Pauvre Martin) nei suoi giochi, a volte veri e propri nonsense, (La cane de Jeanne).
Non ci sono sfocature in Brassens. Le parole sono sempre funzionali, secondo le intenzioni dell’autore, pur nella loro difficoltà. La sua è una poesia autenticamente intellettuale, e l’accento ribelle è imbrigliato da una metrica e un classicismo scrupolosi. La sua versificazione perfetta è frutto di uno studio di anni e di una accurata opera di limatura. Tuttavia egli non appare mai né un letterato né un vuoto funambolo, ma un vero poeta che delle parole si serve per esprimere l’emozione che il racconto della vita comporta.
La poesia di Brassens non è esente da difetti. Una certa disuguaglianza di livello, in primo luogo. Accanto ad autentici capolavori, come Pauvre Martin, Chanson pour l’Auvergnat, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète, L’orage, Putain de toi, Le parapluie, Une jolie fleur, vivono canzoni più di maniera. E poi, il modulo medievale scelto per la rappresentazione della donna non ammette deroghe, e questa coerenza diventa nello stesso tempo un’ingessatura. La donna è vista come fanciulla leggiadra, come appetibile contadinotta, come immagine astratta nella sua grazia, come generico oggetto di desiderio, come esplicita compagna di sesso egoista, dominatrice, perfino crudele (“sputava sulle mie violette e faceva cattiverie ai miei gatti”), mai come essere umano dotato di anima e volontà proprie. L’intero universo femminile si riduce a un’unica dimensione: quella di “pretesto” per il poeta che se ne serve nei suoi mille giochi e fuochi d’artificio e a volte non nasconde il suo ironico commento: “Per l’amore non è necessario chiedere alle ragazze di avere inventato la polvere da sparo”. Certo, si tratta dello schema a cui l’autore è fedele fino in fondo ma, ugualmente, in un poeta della ricchezza di Brassens (per giunta insofferente degli schemi), la mancanza di una sola canzone o poesia d’amore si avverte.

Alcuni titoli: Pauvre Martin, Chanson pour l’Auvergnat, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète, Les copains d’abord, L’orage, Putain de toi, Le parapluie, Une jolie fleur, Mourir pour des idées, Je me suis fait tout petit, Dans l’eau de la claire fontaine, La mauvaise réputation, Philistins, Le temps ne fait rien à l’affaire, Jeanne, La chasse aux papillons, Les sabots d’Hélène, J’ai rendez-vous avec vous.    
 
Qualcuno, dopo aver ascoltato Le plat pays, mi ha detto: “Il testo è molto bello, la musica è piatta come il Paese rappresentato”. 
Nessuna meraviglia. I testi hanno un valore molto elevato in entrambi gli artisti ed era difficile trovare linee melodiche che fossero all’altezza. Non è che la musica non ci sia, soprattutto in Brel che si avvale anche dell’orchestra: manca l’emozione musicale, non c’è il motivo che rimane in mente come di solito avviene per le canzoni che tutti conoscono, non c’è l’attacco che determina la commozione e la voglia di cantare. Nessuno “canticchia” le canzoni di Jacques Brel, nessuno si serve del tema per fare delle variazioni, perché il contenuto emozionale di quelle canzoni sta altrove, è in quello che comunicano le parole. 
Ancora più netto è il contrasto che si rileva in Brassens. Privata delle parole, la musica di questo autore appare monotona: marcette, ballate, accordi, in linea con la funzione di puro accompagnamento che le attribuivano i trovatori e i menestrelli. In genere, essendo elementari, i motivi sono facilmente individuabili e servono ad identificare le canzoni cui si riferiscono, per richiamarne alla mente le parole e cercare di cantarle insieme all’autore. Ma, se ascoltata da lontano, la musica di Brassens può risultare persino irritante. E può avvenire anche che alcune canzoni, come ad esempio Les amoureux des bancs publics, dal testo dolceamaro e certo non insignificante, o la divertente Auprès de mon arbre, finiscano col diventare sgradite perché la musica è risolutamente brutta.
Non vedo però perché si debba cercare in questi artisti quello che non hanno voluto darci. Le loro composizioni sono “giuste” così. La musica la possiamo trovare nella vastissima produzione sinfonica e cameristica dei secoli scorsi e nelle bellissime canzoni di “musica leggera”, da quelle napoletane dell’ ‘800 agli standard americani, a Gershwin. Oltre che nelle raffinate invenzioni dei miti del jazz. 
Brel e Brassans sono molto più che autori di canzoni: ci danno le emozioni della mente e del cuore, come tutti i poeti. 
  Alida Pardo, alida.pardo@libero.it




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POLITICA
10 marzo 2019
CHE COSA SI È VERAMENTE DECISO PER IL TAV
Sono convinto che molti non hanno capito niente, di ciò che è stato deciso per il  Tav. In particolare che cosa si è fatto per passare dal pericolo che il governo cadesse, se Di Maio o Salvini non avessero fatto un passo indietro, alla tranquillità attuale, per la quale va tutto bene madama la marchesa. E la prima cosa da dire è che non ci ho capito niente neanch’io, fino a stamattina. Ora dispongo di uno spiraglio di luce e lo condivido con gli amici.
Tutto parte da un articolo di Marco Imarisio, sul Corriere della Sera, che riporto integralmente in calce perché, se qualcosa non dovesse corrispondere a verità, non se ne dia a me la colpa. E se non mi limito ad invitarvi a leggere quel testo, è perché a volte non mi sembra sufficientemente chiaro.
Procediamo con ordine. La questione di cui si parlato in questi giorni, fino a mettere a rischio la tenuta del governo, “Cedi tu ché tanto io non cedo in nessun caso”, è stata quella dei “bandi”. I “bandi di gara”, ovviamente, sono la richiesta alle imprese di offrire la loro collaborazione, per l’esecuzione dei lavori del Tav. Bandi sì, bandi no. E come è finita?
La domanda è stata posta troppo presto. Infatti, come scrive Imarisio, “I bandi di gara, appalti da 2.3 miliardi, [sono] per la costruzione dei 45 chilometri della tratta francese del tunnel di base”. In altri termini, che essi siano pubblicati o non siano pubblicati, la cosa non influenza i lavori in Italia. Questi non sarebbero comunque subito partiti, quale che fosse stata (e sarà) la decisione riguardante la Francia. 
Ora vediamo più da vicino in che cosa consistano questi bandi di gara. Nel caso specifico, essi consistono in due successivi passaggi. In un primo momento la società incaricata dei lavori del tunnel, in questo caso la Telt, fa sapere in giro che ci sono questi lavori da fare e che raccoglierà i nominativi delle imprese che desiderano partecipare ed eseguire una parte di quei lavori. In un secondo momento – sei mesi dopo – la Telt invierà alle società prescelte i capitolati d’appalto sulla base dei quali le imprese potranno partecipare alla gara. Tutto questo deve essere ben chiaro. 
Dunque, che cosa si deve decidere al più tardi domani, lunedì 11 marzo? La pubblicazione da parte della Telt dell’invito alle imprese a presentare la loro candidatura per l’esecuzione dei lavori. E che cosa ha fatto Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per bloccare “i bandi” e far contenti i Cinquestelle? Semplice. Ha scritto una lettera alla Telt “diffidandola” dall’inviare i capitolati. E la Telt è stata facilmente d’accordo, dato che l’invio dei capitolati è previsto fra sei mesi, quando sarà stilato l’elenco delle imprese ammesse alla gara. In questa occasione si limiterà a pubblicare gli “Avis de marchés” (avvisi di mercati). E che cosa sono gli “Avis de Marchés”?
Questo per me è stato un passaggio essenziale. Infatti non mi fido mai, quando si tratta di lingue straniere. Dunque sono andato a cercare “avis de marché” su Google, e tutte le traduzioni rinviano a “bandi” per concorrere a delle imprese di lavoro. Bisogna digitare “avis de marché” nulla riga “questa esatta parola o frase” e si otterranno parecchie conferme di ciò che è stato appena scritto. Un link fra gli altri: “https://context.reverso.net/traduzione/francese-italiano/avis+de+march%C3%A9”. Dunque è sicuro che la Telt pubblicherà gli avis de marchés ed è sicuro che gli avis de marchés sono i bandi, seppure soltanto la prima parte della procedura, come previsto da sempre. Per conseguenza, la “diffida” di Conte a non inviare i capitolati sarà suonata, in Francia, come l’ingiunzione a non fare ciò che essi non avevano nessuna intenzione di fare. Più o meno come dire ad un eterosessuale di astenersi dal sesso omosessuale. Che obiezione avrebbe potuto fare, la Telt, se era stabilito da sempre che sarebbe andata così?
A questo punto qualcuno potrebbe dire: d’accordo, ma tutto questo riguarda il lato francese del tunnel. Conte e compagni hanno bloccato i bandi per l’Italia. Ma neanche questo è vero.  “I 5 Stelle – scrive Imarisio sul “Corriere della Sera” - fingono di esultare per aver fermato i bandi di gara italiani, in realtà previsti per il 2020”. E allora, di che si è discusso, in tutti questi giorni?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 marzo 2019 


Tav e lettera, l’ora della presa in giro
«Giovanotto... carta, calamaio e penna, su avanti, scriviamo». «Un momento!» «Signorina, veniamo, veniamo noi con questa mia addirvi...».
Scegliete a libero piacimento se far interpretare Totò oppure Peppino, i due fratelli Caponi originali, a Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, o viceversa. Ma l’effetto rimane uguale. Nella loro lettera, indirizzata a Telt, la società incaricata di realizzare la Tav, ma in pratica rivolta alle malefemmine Francia ed Europa, i due epigoni moderni si esibiscono in un testo da azzeccargarbugli che non cambia nulla, non decide nulla su questa benedetta Tav. Una colossale presa in giro, con la complicità un po’ ipocrita della Lega, che certo non ne esce bene. 
“Noio vulevàn savuar”. Nel mondo, se non conosci le lingue sei fregato. E Di Maio-Conte, modestamente, le conoscono. Nella lettera che la presidenza del Consiglio invia a Telt, siccome la parola “bandi di gara” è diventata un’altra ossessione dei Cinque Stelle, ecco la gran trovata. I bandi di gara, appalti da 2.3 miliardi per la costruzione dei 45 chilometri della tratta francese del tunnel di base, non si chiamano più così. Palazzo Chigi diffida Telt dall’invio alle imprese dei capitolati, che in realtà rappresentano la fase successiva a quella iniziale del lancio della gara. Telt risponde che sarà così. Ma per salvare i finanziamenti europei legati ai bandi,Il Consiglio di amministrazione procederà a pubblicare gli “avis de marchés” per i lotti francesi del tunnel. E come si chiama in francese la prima fase dei bandi di gara? Avis de marchés, ovvero inviti a presentare la candidatura. Tra sei mesi, secondo il diritto d’Oltralpe, si deciderà quali imprese hanno diritto a partecipare, e solo allora verrà il momento di mandare i capitolati con la spiegazione in dettaglio dei lavori richiesti.  A quel punto, Telt chiederà ai governi italiano e francese che intendono fare. Ma anche questa non è una conquista, e neppure una novità. L’azienda aveva già fatto sapere a dicembre della propria disponibilità a procedere in questo modo. 
Che farsa. I 5 Stelle fingono di esultare per aver fermato i bandi di gara italiani, in realtà previsti per il 2020. I veri militanti No Tav vedono invece compiersi quel passo iniziale mascherato però da un fumoso giro di parole, e questa volta sarebbero i più autorizzati a sentirsi presi per i fondelli. Chi sostiene l’opera rimane come prima, tra coloro che son sospesi. Ma il governo nella sua interezza può trionfalmente scavallare le elezioni europee, tanto poi si vedrà, non importa se esponendo il nostro Paese all’ennesima figura da peracottari. Firmato, i fratelli Caponi, che siamo noi. 
Marco Imarisio




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POLITICA
10 marzo 2019
CUORE E RAGIONE DISCUTONO DEL GOVERNO
Le persone normali discutono i fatti politici con gli amici. Io, che non esco di casa se non per andare al supermercato, non posso discutere con le cassiere, che hanno altro da fare, e dunque mi confido con voi. Forse anche per chiedere aiuto. Perché non so che pesci prendere ed è una sensazione angosciosa, per uno abituato a vivere col Sole nel cervello.
Si tratta del governo, ovviamente. E ne abbiamo già parlato più volte. Ma stavolta veramente siamo stati a un passo dalla crisi ed ha senso chiedersi: “Ma io personalmente, che cosa desidero, che il governo cada o che il governo non cada?” 
In questi casi scoprire che non si è capaci di dare una risposta chiara e risoluta è umiliante. Si ha un bel dire che il problema è complesso, che le conseguenze sono da un lato positive e dall’altro negative, alla fine quella domanda non tollera lunghi discorsi. Vvuole un “sì” o un “no”. Giusto. Ma chi osa decidersi? Forse bisogna soltanto ammettere che la soluzione desiderabile non è ragionevole, e ciò che è ragionevole non è desiderabile.
Nel giudicare la realtà, sono affetto da un violento pregiudizio morale. Ogni volta che qualcuno ha gravi torti, ne desidero la rovina con tutte le mie forze. Quand’anche fosse necessario pagare alti prezzi. Quando gli americani attaccarono l’Iraq, nel 2003, mi chiedevo come tutti se fosse una buona idea e sostenevo che soltanto il tempo avrebbe finito col dare una risposta incontestabile. Ma questo razionalmente. Sentimentalmente ero entusiasta perché desideravo con tutto il cuore che Saddam Hussein, emulo del Duca Valentino, pagasse per i suoi innumerevoli crimini.
Poi i fatti si sono incaricati di dimostrare che avevo torto. Non nel senso che Saddam Hussein fosse un gentiluomo, questo era impossibile, ma nel senso che l’Iraq non era maturo per la democrazia. Forse quell’orrendo tiranno era il più adatto al Paese. 
Il desiderio non sempre è un buon consigliere. Nella situazione attuale, il comportamento politico dei Cinque Stelle è tale da meritare, se non l’impiccagione, come per Hussein, certo l’esclusione perpetua dalla politica, aggiungendoci, se possibile, la damnatio memoriae. Dunque desidero fervidamente di veder cadere il governo e di veder scomparire all’orizzonte questa Armata Brancaleone. Un’accozzaglia di incapaci capaci di tutto, in particolare di danneggiare gravemente la nazione. Ma se questo dice il sentimento, che cosa dice la ragione?
La ragione è molto più prudente. E forse anche più perfida. La caduta di un governo nocivo è sempre una benedizione, quando esso può essere sostituito da un governo benefico. Ma è possibile, questo? Se ne può dubitare. Innanzi tutto, la situazione è troppo degradata per metterci rimedio con gli strumenti normali. In secondo luogo, se la situazione richiedesse, per il suo raddrizzamento, strumenti drastici e anormali, il popolo italiano sarebbe d’accordo per adottarli? Sicuramente no. Cambiando il governo prima si sarà condannato un governo inetto, e poi si condannerà un governo che non sarebbe stato inetto, se lo si fosse lasciato fare. E così la fredda ragione ci dice: “Nella situazione attuale, il meglio è che questo governo raccolga ciò che ha seminato”. In questo modo non soltanto pagherà l’intero conto del suo modo di governare, ma non fruirà della scusa di non avere avuto il tempo di attuare il suo programma. Tutto ciò (forse) insegnerà agli italiani quanto sia pericoloso affidarsi agli arruffapopolo incompetenti e ai visionari semi-analfabeti. Ovviamente in questo caso il prezzo da pagare sarebbe altissimo, ma siamo sicuri che ci sia modo di evitare di pagarlo, chiunque sia al governo? 
Inoltre la ragione potrebbe aggiungere: “Ardevi dal desiderio di punirli? E chi ti dice che la massima punizione, per loro, non sia rimanere al potere?” Ed è vero. Il tempo potrebbe anche essere severo con Salvini, il cui cattivo gusto demagogico grida vendetta dinanzi all’Altissimo.
Così finalmente ho le idee chiare. L’economia, la politica e la decenza morale, perfino, richiederebbero che questo governo vada via. Ma sarebbe fargli un favore. E sarebbe  fare un favore agli italiani digiuni di economia e di politica, quelli che hanno votato per il Movimento 5 Stelle e potrebbero ancora trovargli delle scusanti. Così mi rimangio (inghiottendo a fatica) la mia voglia di veder cadere il governo e tifo per Di Maio e Salvini. Per favore, mettetevi d’accordo, a costo di fare o di non fare il Tav: tanto al punto in cui siamo all’inferno possiamo andarci anche a bassa velocità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 marzo 2019 




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POLITICA
9 marzo 2019
PARDO RIMBECILLISCE
C’è un verbo italiano che pensavo, invecchiando, mi potesse riguardare, una volta o l’altra: rimbecillire. Non ci sarebbe da vergognarsene: tutto il corpo invecchia e il cervello è una parte del corpo. Uno supera gli ottant’anni, ha di che congratularsi con se stesso per non essere morto prima, ma in inglese l’aggettivo “senile” (s-nail) già da solo significa “affetto da demenza senile”. Per non parlare del pericolo dell’Alzheimer. 
Quello che non m’aspettavo, avendo almeno fino ad ora schivato l’Alzheimer, era che il verbo rimbecillire fosse anche un verbo transitivo. Cioè rendere imbecille qualcuno, come il verbo inglese “stultify”. E purtroppo è quello che mi sta capitando.
Quando l’età e gli acciacchi sconsigliano il jogging ed altri sport strapazzosi, e nel contempo il pensionamento offre una notevole libertà dagli impegni, è normale che ci si dia alla lettura e ci si tenga informati sui fatti del giorno. Naturalmente, se per formazione ci si disinteressa del pettegolezzo, di delitti e della cronaca cittadina, fatalmente finisce che ci si occupi di politica nazionale e internazionale, di economia e, all’occasione, di storia, dal momento che il passato è la premessa del presente. E non potendo comprare dieci giornali al giorno (sia per la spesa, sia per la distanza dell’edicola, considerando le nostre capacità motorie) è naturale che si divenga affezionati clienti delle rassegne stampa, televisive e radiofoniche. E fin qui tutto bene.
Il guaio comincia quando anche le rassegne stampa più professionali e più politiche, come quella famosa di Radioradicale (sempre ringraziamenti, a quella benemerita emittente) cominciano più a rimbecillirci che ad informarci. Non è che lo facciano apposta, certo. Giornalisti come Massimo Bordin o Marco Taradash meritano tutta la nostra stima. Anche perché, essendo all’occasione apertamente faziosi, ci offrono un prodotto onesto ed equilibrato. Purtroppo negli ultimi mesi, evidentemente non per colpa loro, gli amici di Radioradicale mi stanno facendo sentire un imbecille. Ecco ciò che avviene. Il giornalista di turno comincia a parlare di ciò che contengono i giornali. Parte dal primo e il mio cervello automatico reagisce con un secco: “Questo non m’interessa”. E stacca. Aspetto che si cambi articolo e, mentre il primo parlava di Di Maio, questo parla di Salvini. E il mio cervello, secco: “Questo non m’interessa”. E stacca. Poi riesco a sentire qualcos’altro, lo capisco, ma mi dico: “Che stupidaggine”. E stacco. Insomma il fatto è che, non raramente, dopo quasi un’ora e mezza di ascolto, mi accorgo di non avere capito niente. E non è essere imbecilli, questo?
Per legittima difesa, e per aggrapparmi a quel che resta della mia autostima, sono così costretto a dividere le mie sedici ore di veglia in quattordici ore e mezzo in cui sono una persona normale e un’ora e mezzo in cui sono un imbecille. Per giunta un imbecille con Schlechtes Gewissen, mala coscienza. Vuoi vedere che anch’io scrivo cose che fanno sentire il prossimo un po’ più imbecille di quanto non fosse quando ha cominciato a leggere le mie righe? Che l’imbecillità sia contagiosa?
Mi rimane solo la flebile speranza che il colpevole sia il maggiordomo. Intendo né io, il primo sospettato, né i giornalisti che si occupano della rassegna stampa, ma le vicende narrate. Se le beghe, le prese di posizione, le dichiarazioni, le promesse e persino le zuffe dei politici sono tanto noiose da intontirci, non potrebbero essere loro, i colpevoli? I francesi chiamano i fatti totalmente privi di senso “des histoires à dormir debout”, storie da farvi addormentare in piedi. Ora, se io ascolto la rassegna stampa a letto, posizione tanto più comoda, per dormire, è strano che finisca col distrarmi? È un miracolo quando non riprendo sonno, pur avendo già avuto la mia razione di sonno notturno.
Per esempio, riguardo al Tav sono arrivato alla tentazione di andare a Lourdes, se necessario su una sedia a rotelle, per implorare la grazia che non me ne parlino più. La facciano, non la facciano, buttino giù il governo o rilascino a Luigi Di Maio il diploma di “deliciae humani generis”, come a Tito, ma basta, per favore, basta. Come del resto ha detto il ministro Toninelli, “Che ci andiamo a fare, a Lione?” Precorso in questo atteggiamento dai giacobini che, volendo decapitare Lavoisier, a chi segnalava la grande qualità di quell’uomo, risposero : “La République n’a pas besoin de savants”, la Repubblica non ha bisogno di scienziati. 
E forse io dovrei seguire questi grandi esempi. Forse dovrei non ascoltare più la rassegna stampa e interessarmi al Festival di Sanremo. Insomma, a cose serie. Tanto, se l’Italia crolla come un edificio fatiscente, farà abbastanza rumore perché ne sia informato.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       9 marzo 2019



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POLITICA
8 marzo 2019
L'ALTA VELOCITA' NON È SOLTANTO UN PO' INCINTA
Una vecchia battuta diceva di una ragazza che era incinta, “ma soltanto un po’”. Lo scherzo irride la pretesa che si possa mediare su tutto. Mediare significa incontrarsi a metà strada, ma se a volte c’è un medio (“Mi devi cento, dammi cinquanta”) a volte non c’è. E invece molti sono convinti che la mediazione sia in ogni caso una cosa virtuosa, ed è una stupidaggine. Se qualcuno ha rubato cento, come potrebbe essere “giusto” che restituisca soltanto metà della refurtiva?
E tuttavia è una battaglia difficile da vincere. Quando c’è una controversia, i terzi cominciano col sostenere che “la ragione non è mai tutta da una parte”. E questo è falso. È così in generale, ma escludere a priori che uno possa avere interamente ragione e l’altro interamente torto corrisponde a dire che, nella faccenda della crocifissione, anche Gesù ha avuto i suoi torti. Bisogna avere il coraggio di tagliare il nodo gordiano, di ragionare risolutamente, quando è il caso. E ciò vale, per esempio, a proposito del Tav. 
Al riguardo, non c’è una via di mezzo. O la nuova linea Torino-Lione si realizza, o non si realizza. E, quanto alle caratteristiche, a parte il fatto che sono già state ampiamente studiate, i tunnel moderni si fanno in un certo modo e basta. Quanto alla famosa valutazione costi-benefici, è ovviamente una presa in giro. Innanzi tutto perché in passato ne sono già state fatte sette od otto, anche a livello europeo. E poi è uno specchietto per le allodole perché in un’opera del genere conta la politica, cioè la visione che si ha del futuro. Nessuno, oggi,  può affermare che quell’opera sarà sicuramente utile, come nessuno può affermare che sarà sicuramente inutile. Si prevede che sia l’una cosa o l’altra, ma l’ultima parola la dirà  il tempo. Oggi nessuno si sognerebbe di dichiarare inutile l’Autostrada del Sole, ma se quando l’hanno fatta ci fossero stati i No-Tutto attuali, quanti di loro non avrebbero detto che era inutile, che serviva soltanto per i signori con le macchine di grossa cilindrata che non volevano avere il fastidio di dover seguire piccole automobili di proletari o puzzolenti autocarri? 
Bisognerebbe avere il coraggio di dire alla controparte: “Risparmiami le tue opinioni. Che vinca il più forte, colui che batte l’altro al braccio di ferro politico”. Ma – dirà qualcuno – nel nostro caso si correrebbe il rischio di far cadere il governo. Ebbene, che c’è di strano? Fa parte del gioco. Per questo si è detto “vinca il più forte”. E il più forte è colui che non teme neanche la caduta del governo. 
Tutte le ore perse a negoziare e discutere sono state e sono chiaramente inutili, sin da principio. Salvini si è troppe volte dichiarato a favore del Tav per fare marcia indietro senza perdere la faccia. Inoltre, se cade il governo, ha ancora la possibilità di tornarci insieme col centrodestra. Di Maio e i Cinque Stelle, invece, hanno già dovuto tante volte rimangiarsi gli impegni, che farlo anche sul Tav potrebbe provocare un terremoto, nella base ed anche in Parlamento. E per giunta l’eventuale caduta del governo per loro si tradurrebbe in un addio al potere probabilmente definitivo. I “grillini” non hanno, né attualmente né in prospettiva, soluzioni di ricambio. Sono in una posizione negoziale molto più debole di quella della Lega e per loro ogni scelta risulta costosissima. Inoltre in politica il fatto di essere in difficoltà maggiori della controparte non autorizza affatto ad aspettarsi un trattamento di favore. La politica è una savana in cui ci si mangia l’un l’altro senza il minimo scrupolo e senza mal di stomaco. 
Per come la vedo io, Di Maio e i Cinque Stelle, se Salvini non cede, il problema lo devono discuterlo fra loro, non con lui o con Conte. Non sono costoro la loro la controparte. La controparte è il loro stesso elettorato. E il futuro del Movimento.
Come si diceva all’inizio, il compromesso non sempre è possibile e, se Salvini manterrà la sua posizione, i Cinque Stelle non potranno che cedere. Magari orgogliosamente dichiarando finita l’esperienza del governo giallo-verde, uscendo di scena e dall’intera commedia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      8 marzo 2019



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POLITICA
7 marzo 2019
BABBO NATALE MANCA ALL'APPUNTAMENTO
Attualmente i giornali sono pieni della decadenza, della contrazione, della perdita di voti e di appeal  del Movimento 5 Stelle. Non tutti sono lieti di questo fenomeno, ma esso rimane innegabile. Lo dicono i risultati di tutte le elezioni regionali; lo dicono i sondaggi; lo dicono perfino gli indicatori economici che certificano il fallimento – fino ad ora, e prevedibilmente anche nel prossimo futuro – dell’azione di governo. E tuttavia rimane lecito interpretare questo fatto in modo diverso dal solito. Un modo che in parte discolpa lil Movimento.
Partiamo dalla “decadenza” della sinistra. Negli Anni Settanta del secolo scorso era nozione corrente, fra gli intellettuali, che si stesse avvicinando a grandi passi il momento in cui si sarebbero avverate le profezie di Marx. Il percorso del comunismo appariva accidentato e marchiato da autentiche tragedie, come lo stalinismo o i massacri cambogiani, ma rimaneva inarrestabile, del resto in coerenza con le teorie “scientifiche” di Marx. Anche per questo tanti o votavano per i comunisti o si proclamavano comunque di sinistra. L’umana tendenza a salire sul carro del vincitore toccava uno dei suoi apogei. I più sciocchi davano addirittura del fascista a chiunque non fosse di sinistra. Come stupirsene? È il classico “pensiero corale”. Meno di mezzo secolo prima l’intera Italia era stata fascista e tutti l’avevano dimenticato. Ora erano tutti convintamente di sinistra.
Poi, proprio a partire dal momento in cui era sembrato che il comunismo fosse a un passo dal trionfo finale, a poco a poco cominciò ad andare sempre indietro, con un’improvvisa e travolgente accelerazione con l’implosione dell’Unione Sovietica . Quella religione subì un colpo irreparabile. Fu perfino costretta a cambiare nome e a mimetizzarsi da socialismo. Ciò non le impedì tuttavia di continuare ad essere il sottotesto di un’ideologia fondata – come il Romanticismo – su una forma di sensibilità e perfino di etica. Molti dei capisaldi del marxismo erano stati smentiti dalla storia ed erano caduti, ma persisteva una “mentalità di sinistra” i cui connotati  erano in linea con quell’“umanesimo marxista” che rimaneva la parte più decente, anche se utopica,  del comunismo. Da allora i partiti di sinistra possono perdere le elezioni, ma non perdono la loro anima, e una resurrezione è sempre possibile.
Molto di quanto si è detto può essere affermato – se pure in forma più blanda - anche a proposito del liberalismo. Il liberalismo corrisponde più da vicino alla natura umana normale, ed è pressoché spoglio di ogni ideologia, a parte l’amore della libertà. È più antico del marxismo e probabilmente esisterà sempre perché è la posizione di default di quel politikòn zoon che è l’uomo.
Viceversa il caso è del tutto diverso quando la spina dorsale di un partito è  una conclamata utopia o uno stato d’animo momentaneo. Infatti le emozioni non durano a lungo, e le utopie finiscono con l’entrare in contrasto con la realtà, sbriciolandosi nello scontro; si pensi al socialismo utopistico francese dell'Ottocento. Tutti i tentativi di creare nuovi tipi di società – anche quelli dei santoni religiosi –  si concludono regolarmente con un fallimento. E quelli che riescono a durare per qualche tempo, come le feroci e sanguinarie dittature stalinista e cambogiana, lo fanno esercitando la più spietata violenza e prescindendo completamente dal consenso del popolo. 
Lo sfaldarsi del Movimento 5 Stelle dunque non è soltanto colpa della sua dirigenza. Questa è incompetente e raccogliticcia, ma quand’anche fosse stata piena di buon senso e intelligenza, non avrebbero potuto fare molto di meglio. Perché sono insostenibili i presupposti politici del partito. Se si avesse la pazienza di allineare i principi fondamentali del suo programma, si vedrebbe che essi offrono soltanto un’alternativa: o non sono applicabili, o provocano danni, e in ambedue i casi il popolo condanna il partito, dimenticando che esso stesso l'ha votato proprio in nome di quel programma. Ma così va la politica. 
Il popolo non perdona i partiti che raddrizzano la barca con provvedimenti impopolari e figurarsi se può essere clemente con i partiti che commettono gravi errori e peggiorano la sua vita quotidiana. Sono fortunati per qualche tempo i partiti che approfittano dei momenti di bonaccia per viziare gli elettori ma poi torna inevitabilmente il tempo delle vacche magre e chi si trova a governare non deve aspettarsi la gratitudine del Paese. Neanche se salva la baracca.
I partiti “emozionali” fanno parte della teratologia della politica. Se dunque ad un certo momento, come l’Uomo Qualunque, si sgonfiano, non c’è da stupirsi. Chi va a caccia dell’unicorno torna a casa senza avere nemmeno un coniglio, nel carniere. Tutti abbiamo ogni tanto la tentazione di sognare, ma la realtà è implacabile e al sogno segue inevitabilmente il risveglio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 marzo 2019




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POLITICA
6 marzo 2019
SONO STANCO DI DIR MALE DEL M5S
Sono stanco di dir male dei Cinque Stelle e per questo proverò a dirne bene. Del resto, quel partito ha molti meriti e molte qualità, ed è onesto riconoscerli. 
Per cominciare, il Movimento è egalitario. Ciò significa che non soltanto tratta tutti nello stesso modo, ma non attribuisce capacità diverse ai cittadini in base alle loro qualificazioni professionali. Del resto si sa che la scuola tende più a formare che ad informare e infatti attualmente gli studenti lasciano la scuola secondaria “formati” ma senza sapere niente, perché sapere qualcosa non è di alcuna utilità. 
Proprio per questo i competenti dovrebbero smetterla di darsi delle arie. Pretendono di saperne di più soltanto perché hanno titoli di studio, mentre i rappresentanti del Movimento, anche a livello ministeriale, non hanno studiato e non per questo sono inadatti alla carica. Infatti sono stati alla scuola della vita. Sono capaci di andare allo stadio, di prendere un ascensore, di comprare un paio di ciabatte al supermercato e perfino di lanciare idee nuove in politica. Per esempio potrebbero proporre: “Aboliamo le ringhiere dei balconi che limitano la nostra libertà. Del resto non somigliano alle grate delle carceri?” Oppure: “Dal momento che non ci devono essere differenze fra uomini e donne, anche gli uomini dovranno tutti portare il reggiseno”. Questo fra l'altro contribuirebbe al fatturato di quelle benemerite industrie. 
Il Movimento certo non manca di idee. Per esempio, quando i dirigenti hanno scoperto che potevano mandare le loro donne di servizio a far la spesa nei giorni feriali,  hanno proposto di chiudere i supermercati la domenica. Fra l'aItro così obbligano gli impiegati a riposarsi e nel contempo provano a liberarli da quella deleteria brama di denaro che li spingeva a lavorare anche nel giorno del Signore. 
E per arrivare a questi grandi progetti non hanno dovuto scomodare i competenti, confermando così che lo studio è una cosa inutile. Né possiamo dimenticare che, secondo Lenin, sarebbe bastata la sua cuoca, per sapere come si governa. Anche se è vero che non ci sono più le cuoche di una volta. E infatti l’Italia si è dovuta contentare di Danilo Toninelli, un uomo dagli occhi pensosi e forse sognanti, per non dire che ha dei magnifici occhiali.
L’egualitarismo del Movimento comunque è un vero dono del cielo. È qualcosa di coraggioso, di radicale, di giacobino. Spira in esso il vento di quegli ideali che incendiarono la Bastiglia. Esso offre finalmente la dovuta parità a coloro che amici e colleghi considerano degli asini. Oggi lo status asinino non impedisce più di divenire assessore, sindaco o ministro. Da noi la cuoca di Lenin è Presidente del Consiglio dei Ministri. 
La dottrina del Movimento presenta i suoi vantaggi anche in economia. Dal momento che uno vale uno, che si abbia un milione o un miliardo di euro, sempre uno è, e questo è molto utile in sede di reperimento dei fondi per i grandi programmi del Movimento. . È così che è riuscito a regalarci il reddito di cittadinanza, per la tenacia dell’ottimo Luigi Di Maio: uno che non salta mai un taglio di capelli, che sfoggia completi di classe e facesse bella figura dovunque. Anche se temo che il condizionale “facesse” stavolta sia sbagliato. 
Anche nel campo dei lavori pubblici il Movimento è innovatore. Per cominciare, è risolutamente contro le opere inutili, per esempio ponti, strade, edifici. Ma – dirà qualcuno - ci saranno pure ponti, strade ed edifici che non sono inutili. Ed è vero. Infatti il Movimento ha stabilito un preciso criterio distintivo: sono utili le opere che piacciono a Toninelli. Il metodo è scientifico, chiaro, incontestabile e di facile applicazione.
Il Movimento è poi contro la crescita. Questa è una mania contemporanea contro la quale è giusto reagire con tutte le proprie forze. A parte il fatto che la crescita dei capelli neri, per una donna che si tinge i capelli da bionda, è una bella seccatura, chi dice che la gente tenda ad avere sempre di più? La stessa gente, direte voi. Ma che c’entra, che importa ciò che pensa la vostra gente? Nella piattaforma Rousseau si sono dichiarati contro la crescita 84 su 140 intervenuti nella discussione, ben il sessanta per cento.
Il Movimento contribuisce in modo possente alla cultura sostanziale del Paese. I suoi rappresentanti – i quali, in omaggio al principio che uno vale uno, valgono ognuno quanto il vostro pompista o il vostro barista – aderiscono tuttavia ad una filosofia. Infatti la sede centrale del loro partito si chiama “Rousseau”. Uno che di decrescita felice se ne intendeva. Anche se il buon selvaggio non poteva più decrescere perché era già nudo ed affamato. Comunque nessuno, nel Movimento, ha letto una riga di Rousseau. Tanto che parecchi “grillini” credono che in realtà si tratti di un italiano, un signor Russo, che in Francia ha cambiato accento e grafia del suo cognome. 
La politica economica del Movimento poi è una sorta di capolavoro. Prima del suo arrivo al potere  l’Italia declinava. Aveva un debito pubblico altissimo, una disoccupazione preoccupante, un fisco pesante e mille altri malanni. Appena al governo ii “grillini” si sono attivati per cambiare tutto ciò. Convinti che i mali del passato siano stati la conseguenza della malvagità e della vigliaccheria dei precedenti politici, hanno avuto il coraggio di realizzare , quattro mesi dopo il loro insediamento, un miracolo che non era riuscito nemmeno a Gesù Cristo: hanno abolito la povertà. Stalin, non altrettanto bravo, si era limitato ad abolire per legge (nel senso di punire penalmente) la disoccupazione, ma la povertà se l'era tenuta. Abolendo la povertà il Movimento invece ha risolto anche il problema della disoccupazione, perché chi non è povero non ha bisogno di lavorare.  
Comunque sia, questo atto di governo diverrà un'icona delle conquiste dell’umanità ed è giusto celebrarlo ricordandone il geniale artefice. Era il settembre del 2018 e dopo ore ed ore di lavoro – era già notte – Luigi Di Maio apparve sul balcone di Palazzo Chigi e annunciò alla folla in attesa,  simile agli ebrei che aspettavano Mosè ai piedi del Sinai: “Abbiamo abolito la povertà”. Mirabile sintesi. In bocca ad un altro, il proclama sarebbe potuto suonare incredibile ma Di Maio, come avrebbe dettp il Marcantonio di Shakespeare, è  uomo d’onore. E così molti, dimenticando i vantaggi della decrescita, furono felici. 
Non io, purtroppo. Rimasto un po’ indietro, mi ero lasciato convincere dal progetto della decrescita felice e avevo progettato di spogliarmi di tutti i miei averi, come San Francesco. E ora? Dopo tutta questa fatica non avrei nemmeno avuto diritto al titolo di povero? E pensare che, se avessi insistito, forse avrei corso il rischio di essere abolito. 
Ma ormai è cambiato tutto. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha detto che il 2019 sarà un anno "bellissimo", e forse non saranno aboliti soltanto i poveri, ma anche quelli così così, e saremo tutti ricchi e biondi. 
Per la verità, gli indicatori economici, nazionali e internazionali, annunciano tempesta. Ma non sono da prendere sul serio. Le loro tesi sono tendenziose, interessate e denigratorie del Movimento.  Recessione, crisi, miseria? “Questo lo dice lei”, risponderebbe Laura Castelli, Sottosegretaria d'assalto al Ministero dell'Economia. Et de hoc satis.
In campo sanitario il Movimento è contro i vaccini nei giorni dispari, a favore nei giorni pari, e la domenica è a favore dei vaccini, ma annacquati. Nessuna precisa imposizione. L’obbligo è flessibile e si può ianche nvertire l'ordine dei giorni dispari e dei giorni pari. 
Questa è una meritoria risposta all’oppressione scientifica. A lasciarli fare, i competenti non ci concederebbero alternativa. Invece in questo modo possiamo scegliere, possiamo avere o non avere una malattia, possiamo contagiarla o non contagiarla al prossimo, possiamo far sopravvivere o morire i nostri figli e i loro compagni di classe. Ecco la vittoria sull’arroganza degli scienziati. Meglio prendere esempio da quello studente di Oxford che, nel Settecento, si vide chiedere se fosse il Sole a girare intorno alla Terra o l'inverso e rispose saggiamente: "A volte l’una, cosa, a volte l'altra". L'Inghilterra è la vera patria della democrazia.
Il Movimento, oltre che maestro di economia, è un grande maestro di morale. Per questo ha sempre avuto l’idea che allearsi con qualcuno, prima delle elezioni,(per vincerle), o dopo le elezioni (per formare una coalizione di governo) fosse assolutamente contrario all’etica. Ciò avrebbe costituito una contaminazione, nel senso più settico del termine. Un modo di entrare nello sporco  gioco dei partiti. Non per niente l’organismo si chiama movimento e non partito. Così, a lungo ha detto di tendere al 51% dei voti, una volta o l’altra. Ma visto che quei voti non sono arrivati né l'una, volta, né l’altra, vinte le elezioni del 2018 il Movimento, riconfermando così i suoi principi, si è alleato con la Lega: infatti la Lega è una Lega, mica un partito. E proprio per questa ragione in futuro, se necessario, il Movimento potrà allearsi anche con Forza Italia e Fratelli d’Italia, dal momento che nessuna di queste forze si chiama partito. Per il Pd si aspetta soltanto che cambi il significato della sigla, da Partito Democratico a Proposta Democratica. 
So che questo testo è già troppo lungo e dovrei mettere punto. Ma mi accorgo che non ho ancora lodato l’attuale Ministro di Grazie e Giustizia Alfonso Bonafede. Anche se forse l’omissione nasce dalla mia coscienza di essere inadeguato a cantarne i meriti giuridici ed estetici. Altri momenti storici hanno conosciuto autentiche glorie giuridiche, come il Corpus Iuris Iustinianeum, o il Codice Napoleone, ma nell'epoca moderna nulla è comparabile alle sue riforme, in particolare nel diritto penale. Molti ci prepariamo a studiarle ed apprezzarle nei lunghi anni di detenzione che egli ci procurerà con reati di cui ancora non abbiamo idea, che tuttavia ci consentiranno, come avvenne a Severino Boezio, di trasformare in riflessione e creazione quel tempo che per altri sarebbe soltanto di crudele espiazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
5 marzo 2019
VIVA L'ITALIA!
C’è una crudele verità che riguarda i mariti sfortunati. Ciò che c’è di veramente doloroso nella loro situazione non è tanto il fatto che la moglie vada a letto con un uomo che non è suo marito. Infatti la cosa non può essere eccezionale, dal momento che tanti mariti vanno a letto con donne che non sono le loro mogli e non è probabile che tutte loro siano zitelle o vedove. Quello che rende veramente triste la sorte dei mariti traditi è il fatto di non saperlo. E ciò mentre tutti ne parlano, sottovoce, e ne ridono, mentre il pover’uomo continua magari a colmare di gentilezze la fedifraga.
Considerando che l’infortunio potrebbe capitare a tutti, sarebbe bello se tutti ci astenessimo da questa forma di perfido divertimento. Ma sarà più facile perdonarci se la vittima ci mette del suo, per rendersi ridicolo. Se, per esempio,  malgrado fatti evidenti e persino franche rivelazioni, si ostina a negare l’infortunio. È l‘argomento di una famosa commedia di Fernand Crommelynck, “Le cocu magnifique”, il magnifico cornuto. 
Il “cocu” è un’esagerazione scenica ma è vero che un po’ tutti, finché possono, cercano di non vedere ciò che non gli piace. È umano. Una donna obesa si definisce “robusta” e, se proprio non ne può fare a meno, “sovrappeso”. “Io obesa? Mica peso duecento chili!” Ma del resto, siamo sinceri, se l’umanità fosse afflitta da una vera chiarezza di visione, riguardo a sé stessa, ne soffrirebbe la sopravvivenza della specie.
Tutto ciò vale per popoli interi e in particolare per noi italiani. Noi viviamo in vaso chiuso. Il Paese ha confini poco permeabili e la maggior parte del territorio è circondata dal mare. Dunque abbiamo pochi contatti con i vicini di casa. Inoltre non parliamo nessuna lingua straniera, non leggiamo testi che non siano in italiano e spesso, andando all’estero, andiamo in gruppo con la guida, perché da soli non sapremmo come fare. Ciò fa sì che la nostra idea dell'Italia, e soprattutto l'idea dell’idea che gli altri si fanno dell'Italia, sia del tutto falsata. 
Per fortuna. Come i mariti traditi, ci è utile non sapere come stiano le cose. Fra l’altro, essendo personalmente simpatici, tutti ci sorridono. Così pensiamo di essere stimati più o meno quanto gli altri, anzi èiù di tanti altri. E invece. Invece il livello di disprezzo di cui è fatto oggetto il nostro Paese è tale da indurre perfino me a protestare. Non in nome dell'Italia, in nome della verità. 
Vedere considerare una nazione come la nostra, che tanto ha dato al mondo, soltanto come un Paese di voltagabbana, di pulcinella, di traditori, di piccoli imbroglioni, di vigliacchi, mi ha fatto veramente male. In Francia, volendo dire che Mitterand era falso come un biglietto da due dollari, si limitavano a chiamarlo “il fiorentino”. Quando ho fatto notare ad una signora inglese – che era molto severa con i tedeschi – che durante la guerra anche noi italiani avevamo avuto le nostre responsabilità, mi rispose sorridendo: “Gli italiani? Ma gli italiani sono un popolo d’artisti. Lo sapevamo che non erano fatti per la guerra. Nessuno ce l’ha con gli italiani”. Come se in guerra fossimo andati con le pistole ad acqua. In Francia ho visto gente che, soltanto perché ero in grado di capire le minime sfumature di ciò che dicevano, stava attenta a come parlava, ma era evidente che nessuno aveva dimenticato niente, a partire dalla dichiarazione di guerra del 1940. Se qualche espressione di simpatia ho colto, è stato per il modo come abbiamo amministrato la piccola parte di Francia invasa dagli italiani. Rispetto a quella invasa dai tedeschi, era un’oasi di libertà. Si sa, noi italiani non facciamo niente secondo il regolamento.
L'Italia è un Paese che nessuno prende sul serio, al punto che ne beneficiamo in termini di benevolenza. Ci si perdonano cose che non si perdonano ad altri, come a dei ragazzi che l’età rende naturalmente irresponsabili. E quando penso a tutto questo, ho la sensazione di sprofondare senza appigli, come Alice nel pozzo di Wonderland. 
L’Italia merita di essere considerata peggio di come pensano gli italiani ma gli stranieri esagerano nella direzione opposta. Tanto che, all’estero, ho la tentazione di difenderla. Poi lo scoraggiamento mi vince. Se c’è una battaglia persa in partenza è quella contro il pregiudizio. Del resto, anche coloro che hanno una grande stima dell'Italia - per la sua importanza nell’arte, nella musica, nella letteratura e perfino nella scienza (basti dire che ne siamo praticamente gli inventori) - pongono sempre una cesura nettissima fra il nostro passato e il nostro presente. L’Italia? È un Paese bellissimo, da ammirare e poi andar via. È il Paese delle vacanze. 
E dire che forse siamo i veri vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Se non avessimo costretto Hitler a ritardare la campagna di Russia per venirci a salvare dalla sconfitta contro la Grecia, chissà che quel criminale non avrebbe vinto la guerra. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
4 marzo 2019
ANCORA A PROPOSITO DEI DEBITI
Rispetto al problema di chi pagherà di debiti del mondo, un amico mi ha posto interessanti interrogativi. Che lezione trarre, moralmente, da una situazione in cui chi si è comportato male, prima della catastrofe, se l’è almeno goduta, e chi si è comportato bene, prima, non per questo starà meno male degli altri? Qui la risposta è semplice. Non soltanto non sempre la vita è giusta, ma nessuno ci ha mai promesso che lo sarebbe stata. Inoltre, se al prodigo a volte va bene e al prudente va male, ancor più spesso avviene l'inverso.
E che giudizio dare degli Stati che si sono comportati come il figliol prodigo, spendendo soldi che sanno di non poter mai restituire? mi chiedeva. Semplicemente – rispondevo - osservando che gli Stati sono un’astrazione. E in concreto quelli che si sono comportati da delinquenti, indebitando l’erario fino alla catastrofica situazione attuale, sono esseri umani che lo hanno fatto per interessi politici ed elettorali. La democrazia guarda al breve, non al lungo termine. E nel breve termine gli Stati opportunisti, imbroglioni e scialacquatori sono sommersi dagli applausi, mentre gli Stati che risanano i conti sono spesso visti come nemici del popolo. Basti vedere in che termini oggi si parla della Legge Fornero.
Ma soprattutto, scriveva il mio amico, come possiamo dir male di questo genere di spesa, se tutti gli “esperti” (le virgolette sono sue) dicono che non c’è crescita senza indebitamento? E questo vale anche e soprattutto per gli imprenditori. A quanto dicono, senza credito (e corrispondente debito) non ci sarebbe progresso economico. Io contesto tutte queste affermazioni.
A mio parere, che non ci possa essere crescita senza indebitamento è un pregiudizio di coloro che, stravolgendo Keynes e le sue teorie, applaudono gli Stati che distribuiscono regali per vincere le elezioni. Basti vedere che ci sono Paesi, come la Svizzera, praticamente senza debito pubblico, e che tuttavia non hanno le pezze sul sedere.
Né il principio vale per l’economia privata. Non è vero che “Gli imprenditori devono indebitarsi, se vogliono la crescita”. Ma per confutare queste affermazioni dobbiamo metterci comodi.
Se un’impresa è florida ed ha raggiunto le dimensioni ottimali, non si vede perché dovrebbe crescere ulteriormente. Conosciamo tutti la favola della rana che voleva divenire grande come il bue. Quella dell'indefinita espansione sembra il sogno di un workaholic maniaco del successo. Prima che la distruggessero, la Fiat è stata per anni la più grande industria italiana, più o meno sempre con le stesse dimensioni, e se la cavava benissimo.
Ma vediamo se è tecnicamente vero che in tanto ci si può espandere, in quanto si facciano dei debiti. Immaginiamo che una grande industria abbia un fatturato x e pensi di poterlo radoppiare con nuovi macchinari. Per poterli comprare contrae un debito con una banca, ottiene il denaro, compra le macchine, e comincia a rimborsare il debito in tre anni. Questo è lo schema che dicono normale.  
Purtroppo non sempre va tutto bene. Il mercato per esempio potrebbe cambiare e l’aumentata produzione potrebbe rivelarsi più uno svantaggio che un vantaggio. Fino alle più drammatiche conseguenze economiche. 
Ipotizziamo invece un altro schema. Un imprenditore non contrae nessun debito, comincia a mettere da parte ogni anno una parte del profitto, e tre anni dopo, quando avrà raccolto l’intera somma necessaria, comprerà i macchinari. Quale sarebbe la differenza?
In primo luogo, comprerebbe i macchinari quando ha il denaro per comprarli e dunque, o farà un affare, se potrà incrementare il fatturato, o non farà un affare, ma non fallirà, se il mercato diverrà sfavorevole. Lui al massimo avrà qualche macchinario in più del necessario mentre quello che ha contratto debiti potrebbe fallire.
Inoltre, chi contrae un debito paga degli interessi su quel debito mentre chi accumula denaro in vista della spesa, fino al momento del pagamento incasserà degli interessi sul proprio denaro investito in Borsa. 
In conclusione, chi fa debiti per la crescita vuole semplicemente anticipare il momento della crescita, e stima questa crescita talmente conveniente, da potersi caricare la spesa per gli interessi . Ma se sbaglia la previsione? Viceversa, chi aspetta di avere i soldi per l’investimento, ritarda il momento della crescita, ma attua l’operazione a ragion veduta e senza rischi.
Dunque l’indebitamento non è un’imprescindibile necessità: è soltanto una scelta imprenditoriale, in base alla quale accollarsi o no un rischio. In generale, l’uomo prudente preferisce avere i soldi prima di spenderli. 
A questo punto qualcuno dice che per l’imprenditore è praticamente impossibile accantonare le somme per i nuovi acquisti. Bella obiezione. E se non può accantonarle prima, come mai potrebbe pagarle dopo, per rimborsare il debito? Chiaramente, si tratta di pregiudizi.
Ecco perché anche i famosi “investimenti pubblici”, per rilanciare l'economia, sono spesso una costosa chimera. La spesa è certa, il rilancio no. E poiché lo Stato è un pessimo imprenditore, l'unica speranza del galantuomo è che esso non prentenda di riuscire là dove non sono riusciti i privati. Perché diversamente provocherà, come in Italia, spese improduttive e un debito pubblico mostruoso.
La politica di non spendere il denaro che non si ha è quella della Svizzera, la quale non soltanto ha un debito pubblico risibile ma, l'anno scorso, ha avuto un superavit del bilancio pubblico di molto superiore al previsto. Ci si aspettava un surplus di 0,3 miliardi di franchi e si è avuto un surplus di 2,9 miliardi. Mentre per il 2019 è previsto un surplus di 1,3 miliardi. È permesso a un Bertoldo come chi scrive preferire il piatto buon senso dei filistei svizzeri alla brillantezza economica italiana?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      4 marzo 2019



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POLITICA
3 marzo 2019
ELLE APOSTROFO ANAZIONALITA'
James Nansen è un ex diplomatico americano che vive da decenni in Italia, tanto da scrivere un eccellente italiano, ed è una delle rare persone con cui si può parlare delle proprie nazioni senza incontrare mai denigrazione o autodenigrazione. Recentemente, avendo confermato il mio amore per gli Stati Uniti, ho parlato del “lato provinciale e patriottico (per non dire bigotto) di certa America”, e lui mi ha scritto: “Anch’io trovo il mio paese a volte ‘provinciale e bigotto’. Il patriottismo di maniera però non mi sorprende quanto l’anazionalismo italiano, unico nella mia esperienza anche rispetto agli altri paesi europei”. 
Il concetto di “anazionalismo” è interessante e sono grato a James di avermelo regalato. Sappiamo tutti che cos’è il nazionalismo; sappiamo che cos’è l’internazionalismo e sappiamo anche che ambedue sono forme di amore: una per il proprio Paese, una per tutti i Paesi. L’“anazionalismo” invece sarebbe una forma di insensibilità allo stesso concetto di nazione. Il francese internazionalista dice all'Italiano: "Io sono francese, tu sei italiano, ma io ti tratto esattamente come se tu fossi francese". L'italiano invece dice al francese: "Non ho capito quello che hai detto. Ma perché parli in modo così strano, non conosci l'italiano?"
Il concetto di nazione ci riporta innanzi tutto ad un dato geografico. Se un lattante pakistano o argentino è adottato da una coppia inglese, crescendo sarà un perfetto inglese, non un pakistano o un argentino. Dunque la nazionalità è l'insieme della lingua, della cultura, degli usi e in generale dell'imprinting  che si riceve vivendo in un dato posto. Il dato è accentuato dalla percepita differenza con gli altri, dalla coscienza di un "noi" rispetto a "loro", anche quando si parla la stessa lingua, come avviene tra valloni e francesi, austriaci e tedeschi, spagnoli e messicani. Addirittura, per quanto riguarda la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, accennando al diverso modo di pronunciare l’inglese, si dice scherzando che sono due Paesi "separati dalla stessa lingua".
Come mai noi italiani avremmo un così basso sentimento nazionale, soprattutto considerano che l’italiano lo parliamo soltanto noi? Il punto è probabilmente che il sentimento di nazionalità, oltre che nascere dall'imprinting di cui si diceva, nasce dall’adesione intima, a una data nazionalità. L’austriaco sa che l'Austria di oggi è un nulla, rispetto a ciò che è stata prima del 1918, ma non può avere complessi nei confronti dei tedeschi. Costoro sono dei parvenu, sulla scena internazionale, tanto che la loro ricchezza e la loro potenza non compensano certo la storia gloriosa di Vienna. Inoltre gli austriaci possono stimare il loro Paese perché è ben amministrato, pulito, civile, decente. Una delle difficoltà che incontrò il Risorgimento, nel Lombardo-Veneto, fu che i benpensanti italiani non erano affatto scontenti dell’amministrazione austriaca. Recentemente si è parlato di “Roma ladrona”, mai in passato si è parlato di “Vienna ladrona”.
Così arriviamo al nostro anazionalismo. L'Italia, in quanto Paese unito, non ha la stessa storia gloriosa dell’Austria o della Francia. Lo Stato attuale è giudicato inefficiente e corrotto, con una Pubblica Amministrazione capace di farsi odiare. Infine, pur parlando la stessa lingua, l’italiano  non sente di avere molto in comune con gli abitanti delle altre regioni. Già tutto il meridione non si sente italiano allo stesso titolo dei piemontesi o dei lombardi. Non soltanto l’unificazione dell'Italia è recente, ma è stata fatta senza la partecipazione del popolo. Inoltre è stata seguita da una repressione violenta che ha ulteriormente separato le due parti della nazione. Come se non bastasse, i settentrionali disprezzano i meridionali e questo accentua il sentimento di "noi" e "loro". 
Ma questa tendenza alla separazione si manifesta anche all’interno dei due grandi blocchi Nord-Sud. Un tempo l'accento veneto di una donna, a Milano, faceva pensare che si avesse a che fare con una cameriera. Al minimo cambiamento di accento o di abitudini, rinasce il sentimento di "noi" e "loro". I siciliani sono compagni di sfortuna con i calabresi, ma li giudicano diversi e inferiori. Fino ad una frammentazione estrema della nazione, ad uno sbriciolamento che, passando dal campanilismo, sfocia nel puro individualismo. 
Noi italiani ci troviamo per caso a vivere qui, e siamo soltanto i coinquilini della penisola. Né abbiamo una grande stima della nostra Patria. L’ultimo dei pericoli che corre l'Italia è quello dello sciovinismo. Ché anzi, uno dei motivi del successo del comunismo, in Italia, è stato il suo programmatico internazionalismo. Con l’internazionalismo da noi pioveva sul bagnato. Se potessero, gli italiani farebbero emigrare l’Italia, con Alpi, Mediterraneo e tutto, fino ad attaccarla a qualche altro Paese, se possibile grande, ricco e vincente. 
Non soltanto l'Italia nel suo complesso non ha neppure il sentimento di nazionalità, ma la personale separatezza del singolo dal resto della comunità è così forte, che non ci costa nulla dire il peggio dell’Italia. Perché la cosa non ci riguarda. Gli abitanti degli altri Paesi tendono a distinguere "noi" olandesi da "loro", i tedeschi; l'italiano tende a distinguere sé stesso da tutti gli altri.
L’amico James Nansen ci ha azzeccato. Noi siamo “anazionali”. Ovviamente, chi ha un minimo di cultura non può non essere pieno di stima per il contributo che questo piccolo Paese – a lungo diviso – ha dato alla civiltà. Ma questo ha ben poco a che vedere con l'Italia attuale. Si tratta di un patrimonio universale come la vittoria dei greci sui persiani a Maratona, la scoperta dell’America o l’Illuminismo. Per non parlare del lascito di Roma.
Del nostro contributo a quella civiltà che abbiamo perso per strada - dai tempi di Dante fino ad oggi - abbiamo conservato soltanto la litigiosità, la capacità di dividerci in fazioni per poi azzuffarci da mane a sera.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 marzo 2019



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POLITICA
2 marzo 2019
CHI PAGHERA' I DEBITI DEL MONDO?
Qualcuno ha posto una bella domanda: se il mondo intero è sommerso dai debiti pubblici, chi è il creditore? Se scoppiando ciò che chiamerò fenomenale “inflazione congelata” si avesse uno tsunami economico planetario, chi pagherebbe il conto?
Prima di rispondere bisogna precisare che cosa intendo con “inflazione congelata”. Se lo Stato concede aumenti salariali o finanzia lavori pubblici con denaro preso a prestito dai mercati (emettendo titoli pubblici) immette nel circuito più denaro di quanto ne incassa col fisco. Si ha dunque, accanto al denaro corrispondente alla ricchezza prodotta, consumata e scambiata, una massa di denaro “fermo”, in quanto detenuto dai risparmiatori che per il momento non intendono spenderlo, come non lo spendono le banche che lo usano come garanzia della loro solvibilità. 
Già a questo punto bisogna fare un’osservazione elementare. Ammettiamo che il “denaro fermo” di un Paese corrisponda al prodotto interno lordo di un anno, come è il caso della Francia. Ovviamente, se quel denaro fosse improvvisamente riversato nel mercato (per esempio perché i detentori, temendo un’inflazione, desiderano trasformarlo in beni prima che si svaluti) l’immediata conseguenza sarebbe un’enorme inflazione e dunque (almeno) il dimezzamento del valore del denaro circolante. Questo pericolo è scongiurato soltanto finché la gente si contenta di una cartella che la dichiara creditore dello Stato. Se invece si allarmasse, con le conseguenze già indicate, chi pagherebbe il conto? Si pensi che nel mondo la quantità di questa “inflazione congelata”, considerando i debiti pubblici e i risparmi privati, è in media addirittura maggiore di quella italiana (qualcuno dice da cinque a sei volte maggiore). Dunque non stiamo parlando di un’eventuale tragedia italiana, ma di un problema che riguarda il pianeta Terra.
La prima, ovvia constatazione è che se, improvvisamente, un piccolo risparmiatore, e un paio di miliardi di piccoli e grandi risparmiatori come lui, a un certo momento si dicessero: “Tanto vale che mi compri qualcosa, con questo denaro”,  tutto andrebbe a catafascio. Perché tutti si accorgerebbero di non averlo affatto, quel denaro. Avrebbero soltanto qualche inutile pezzo di carta. E così abbiamo saputo che la domanda posta da principio - “chi pagherà per quei debiti?” - non è quella giusta. Quella giusta è: “Quei debiti saranno rimborsati?”. E la risposta è: “No. I creditori resteranno con un palmo di naso”.
Qualcuno però ha notato che la Terra è unica e dunque, se essa è indebitata, non può esserlo che con sé stessa. Sembra un’osservazione acuta, ma val la pena di fare un esame più da vicino. Immaginiamo una famiglia in cui il figlio maggiore lavora e mette denaro da parte, mentre il minore non guadagna, spende molto e fa debiti per una somma simile a quella messa da parte dal fratello. Se improvvisamente lo Stato fallisce, per la famiglia non succede niente, perché va in pareggio. Ma per i due figli le cose vanno ben diversamente. Il maggiore non s’è goduta tutta la ricchezza che ha prodotto, e il suo credito si è volatilizzato, mentre il minore si è goduta una ricchezza che non ha prodotto, ed il suo debito si è volatilizzato. Ambedue sono nella condizione di nullatenenti, ma non con lo stesso stato d’animo. 
E così abbiamo chiarito il mistero. Se un giorno questa enorme bolla di debiti scoppierà, saranno fortunati i debitori, gli scialacquatori, gli irresponsabili, e la pagheranno cara i prudenti, i risparmiatori, i creditori di qualunque genere. Avranno fortuna coloro che posseggono beni, non denaro ma appartamenti, gioielli, terreni, quadri di valore. Qualunque cosa che si possa dare in cambio di qualcos’altro. Mentre saranno alla disperazione i percettori di reddito fisso come i pensionati e gli impiegati, i creditori di denaro e, ovviamente, i detentori di Buoni del Tesoro.
Sembra strano, ma questo destino non è del tutto immeritato. I furbi, a conti fatti, sono gli irresponsabili che riescono a godersi la vita prima del diluvio. Mentre chi è prudente e pensa al futuro può essere la vittima di una realtà che a volte si diverte ad essere immorale. Esopo ci narrò la favola della cicala e della formica, e forse ci indusse in errore. La Fontaine invece, da grande poeta e uomo di mondo, visse a Parigi ospite di famiglie ricche (che se lo contendevano, talmente era persona gradevole) e per questo cominciò la sua favola con le parole: “La fourmi n’est pas prêteuse, c’est là son moindre défaut”, alla formica non piace prestare denaro, ecco il più piccolo dei suoi difetti. 
Questi discorsi sembrano apocalittici perché, viziati dalla stabilità dell’euro, abbiamo dimenticato che cos’è l’inflazione. Una volta, prima di Craxi, si arrivò al 22% annuo. Chi viveva di reddito fisso inseguiva trafelato, e a volte affamato,  i primi prenditori del denaro nuovo. Del resto, durante la guerra e nell’immediato dopoguerra,  i panettieri e i macellai erano i signori, gli impiegati dello Stato i pezzenti.
Purtroppo per lui, il galantuomo non è capace di sprecare. Dunque aspetta che il denaro glielo sottragga lo Stato o l’inflazione, forse per conservare la magra soddisfazione di non averlo buttato dalla finestra e di poter dare la colpa a qualcun altro. Mentre la cicala se l’è goduta. Ma nessuno cambia la propria natura. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
2 marzo 2019




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POLITICA
1 marzo 2019
IL VINO DI SALVINI
Tutti i giornali hanno riportato una risoluta dichiarazione di Matteo Salvini secondo la quale lui “mai ritornerà col centrodestra”. E l’hanno commentata adeguatamente. Perdendo il loro tempo. Infatti, per evitarsi una fatica inutile, sarebbe bastato ricordarsi che non ha senso chiedere all’oste se il suo vino è buono. 
Quel detto non si limita ad una sorridente constatazione, ma ha una sua precisa logica. L’oste non è un enologo, non ha interesse a mostrarsi competente e a dare un corretto giudizio sul suo vino: ha soltanto interesse a venderlo. E chi mai direbbe che la propria merce è cattiva? Nello stesso modo, per Salvini, la domanda giusta non è: “Pensa veramente ciò che dice? E perché lo dice?” ma: “Ci guadagnerebbe o ci perderebbe, se affermasse qualcosa di diverso?” Insomma, se si vuole arrivare ad un briciolo di verità, bisogna badare più alla qualità della merce, con giudizio autonomo, che alle parole di chi ne parla.
Attualmente Salvini è al governo, e questo è sorretto da una comoda maggioranza, nella quale tuttavia la Lega ha una quota minoritaria. Dunque non potrebbe sperare in nulla di meglio. Soprattutto dal momento che – anche a causa delle recenti elezioni regionali e di ciò che dicono i sondaggi – attualmente la Lega ha nel governo un peso molto maggiore di quello che giustificherebbe il suo numero di deputati e senatori. Dunque il vino attuale è buono. Ottimo. Tanto da non pensare di cambiarlo. 
Qualcuno a questo punto potrebbe dunque pensare che Salvini sia sincero, in ciò che dice, ma sarebbe una conclusione superficiale. La sincerità, la spontaneità e l’ingenuità sono difetti che un bravo politico non si può permettere, e Salvini è un bravo politico. Nel momento in cui pronuncia quelle parole, non si pone per nulla il problema della loro verità. Gli basta sapere che è utile dirle, attualmente, per rassicurare i suoi partner di governo. Poi, dopo le elezioni europee o anche prima, se succede qualche incidente, o in ogni caso in qualunque momento ciò gli dovesse convenire, cambierà musica. Né teme di offendere Berlusconi, con quelle parole. Perché se domani al Cavaliere converrà allearsi di nuovo con lui, non esiterà a farlo. E se invece non gli converrà, lo manderà al diavolo condendo l’invito col ricordo che lui “mai” sarebbe tornato col centrodestra. Neanche Berlusconi è un chierichetto.
Salvini in futuro si alleerà con Berlusconi, oppure con il Pd, oppure con ciò che resterà dei Cinque Stelle, oppure col Diavolo e perfino, superata qualche perplessità, con l'Acqua Santa. In questo senso è un genio. D’Alema è stato un notevole politico, ma col difetto di essere di sinistra. Berlusconi è stato un bravo politico, ma col difetto di essere un liberale. E questo più o meno vale per tutti. Invece Salvini è ateo. Non ha un’ideologia politica, non ha una teoria economica, non è per il Nord e non è per il Sud, non ha amici e non ha nemici, ha soltanto ambizioni personali. E ciò lo rende prezioso. Dal momento che ha come Stella Polare il proprio interesse, e questo interesse sarà meglio servito da un grande successo che da un grande insuccesso, si chiederà sempre che cosa gli farà riscuotere più applausi.  Ciò ne fa un inguaribile pragmatico e dunque l’unico sufficientemente privo di pregiudizi o scrupoli per fare la cosa giusta al momento giusto. Anche se fino ad un momento prima avesse detto il contrario. 
Matteo Salvini – sia detto a sua lode - è il politico più amorale che si veda in giro. Tanto amorale da riuscire ad allearsi con un partito, come quello fondato da Grillo, che ha principi pressoché religiosi, del tutto avulsi dalla realtà e perfino autolesionistici. Principi contrari, in particolare, a quelli che Salvini ha professato fino a questo momento, ma cui è disposto a rinunciare anche per meno di un piatto di lenticchie. Questo politico non è un essere umano normale, è una sorta di grimaldello. Uno strumento indifferente alla propria legalità e preoccupato soltanto della propria efficacia. 
Naturalmente ha una coscienza, come ogni essere umano sano di mente, ma essa non interferisce col suo comportamento. Prendiamo la sua demagogia. Se io fossi nei suoi panni, da quello stupido che sono, ogni tanto mi bloccherei: “No, questo non lo dico. Questa panzana è troppo grossa. E se mi ridessero dietro mi vergognerei come un ladro”. Invece Salvini da un lato ha più fiuto di me, e conosce meglio di me le dimensioni delle stupidaggini che la gente è disposta ad ingoiare, dall’altro, nel caso per una volta facesse cilecca, e i giornali lo condannassero per quello che ha detto, lui tirerebbe diritto. “Mi andrà meglio la prossima volta. E poi la gente comunque dimentica. Qual è il problema di oggi?”.
Ecco, se fossi così pazzo da darmi alla politica, e mi vedessi battuto da un Di Battista, o da un Alfonso Bonafede, forse cadrei in depressione. Se viceversa mi battesse Salvini, correrei a stringergli la mano dicendo: “È sempre giusto che vinca il migliore, e il migliore sei incontestabilmente tu”. 
Ma io non voterò per lui.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° marzo 2019



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POLITICA
28 febbraio 2019
M5S . UNA SERIE D'ERRORI - 2 Fine
I sacri testi
Altro errore del Movimento è quello di credere che i sacri testi abbiano più autorità della realtà. Se una cosa è scritta nel “Contratto di governo” è giusta quand’anche la realtà dicesse che essa è sbagliata. Come pare dicesse Lenin, “Se la realtà ci dà torto, ebbene, tanto peggio per la realtà”. 
Questo è un errore che è costato carissimo a miliardi di persone, nel mondo islamico. I musulmani credono che realmente Dio abbia mandato un angelo a dettare il Corano a Maometto, e per conseguenza chiunque dubita di una frase di quel testo sbaglia. O, più sbrigativamente, sia degno di morte. Purtroppo, quel testo insegna anche l’abbandono alla volontà di Dio, e la conseguenza è stata l’inerzia di interi popoli. Fino a rimanere molto indietro nel cammino della civiltà. Invece gli Occidentali sono per temperamento più pragmatici. Anche se nel Vangelo è scritto che l’uomo non si deve preoccupare di ciò che mangerà o degli abiti con cui si vestirà, perché Dio penserà a loro, di fatto hanno creato un’agricoltura e un’industria estremamente produttive, fino a dotarsi di tutto ciò che rende comoda la vita in quell’Occidente in cui i musulmani desiderano venire, dovesse loro costare la vita.  Forse i “grillini” sono musulmani. E se il ministro Tria dice che, se l’Italia non mantiene fede ai patti internazionalI, come per esempio a proposito del treno veloce fra Torino e Lione, nessuno più vorrà concludere contratti con l’Italia, che gli risponde il ministro Toninelli? Che nel “Contratto di govereno” la realizzazione del Tav non è compresa. Dunque “che Tria se ne faccia una ragione”. In altri termini, noi che non crediamo più molto al Vangelo, dovremmo credere ciecamente al “Contratto di governo” che Toninelli  sostiene inginocchiandosi in direzione della Mecca.
Errori politici autoinvalidanti.
Fra gli errori politici del Movimento ce ne sono alcuni che sarebbero apparsi evidenti anche ad un bambino, e soltanto un fanatismo quasi-religioso poteva indurre ad ignorare. In una democrazia governa chi ottiene almeno il 51% dei seggi in Parlamento. Ma questo “chi” ben raramente può essere un solo partito, e dunque la regola andrebbe così modificata: “Governa la coalizione che ha ottenuto il 51% dei seggi”. E quando mai potrebbe andare al governo un Movimento che ha, come principio di fede, per preservare la propria purezza, quello di non allearsi con nessuno? In queste condizioni, o si condanna eternamente ad avere una mera funzione di testimonianza politica, o si condanna all’incoerenza e all’infedeltà nei confronti degli elettori, alleandosi ad altri partiti dopo le elezioni, pur di andare al governo. Il Movimento – che non è un partito, attenzione, altrimenti somiglierebbe agli altri, no? - ha scelto questa seconda strada, e molti elettori bigotti ne sono stati scontenti. L’errore è stato quello di predicare, prima, un principio assurdo.
Il governo del cambiamento 
La lista dei principi (e degli errori) dei Cinque Stelle sembra infinita, e a volerla ripercorrere tutta, si rimane sempre col dubbio di averne dimenticato qualcuno. Ma forse non importa, perché tutti gli errori si riportano ad un peccato originale: quello di aver fatto nascere il Movimento non su una base razionale, politologica ed economica, ma su una base puramente mitologica, quasi disincarnata e religiosa. “Governo del cambiamento” non significa nulla, se non si dice in quale direzione va il cambiamento, se esso sia possibile, e come possa essere concretamente realizzato. Diversamente si cade nei vacui proclami di un personaggio ben poco consistente come Barack Obama, quando diceva: “Yes we can”. Che significa, che “possiamo farlo”? Perché la prima cosa che potremmo fare è una rapina in banca, di cui forse nessuno ci sarebbe grato. Ma, direbbe quel Presidente: “Io intendevo altro. Che noi possiamo fare ciò che voi ritenevate impossibile”. Anche qui applausi, ma meglio precisare. Se no il programma potrebbe essere la rapina di prima, più qualche omicidio. Dunque poniamo la domanda a Luigi Di Maio, e al suo “Governo del cambiamento”. Che cosa ritenete che per voi sia possibile, mentre non lo era per altri? Il reddito di cittadinanza? Ma voi credete dunque che fare debiti sia soltanto un atto di coraggio di cui i vili non sono capaci? Guardate che ne sono stati capaci tutti, dagli Anni Settanta in poi, fino al disastro attuale.
Il reddito di cittadinanza
E parliamone, di questo reddito di cittadinanza. Innanzi tutto la somma ipotizzata per finanziarlo è stata dimezzata, e il Movimento ha sostenuto che il progetto non cambiava. Il che è semplicente pazzesco. Corrisponde a sostenere che si comprino le stesse cose con cento euro e duecento euro. Poi la somma (teoricamente) promessa è sproporzionata, se è vero che molta gente non la guadagna neppure sgobbando. E a quel punto, se ne avesse la possibilità, non sarebbe normale che scegliesse la disoccupazione finanziata con 780€, piuttosto che un duro lavoro che ne rende settecento?
Ma già, il progetto condiziona il sussidio ad una tale quantità di controlli, che da un lato i possibili beneficiari si sentiranno vessati al di là del sopportabile, dall'altro sarà necessario assumere migliaia di nuovi impiegati (illicenziabili anche quando il loro incarico avrà termine) il cui costo divorerà buona parte del denaro che era destinato ai “poveri”. Ma appunto, questi poveri sono veramente tali? I disoccupati sono quelli che non lavorano o quelli che lavorano in nero? Recentemente, appoggiandosi a notizie di giornali,  Maurizio Crozza ci ha informati in un suo spettacolo che, secondo la Guardia di Finanza, sono falsi nove poveri su dieci. I nuovi impiegati incaricati dei controlli avranno un bel lavoro da fare. E forse anche i giudici penali. 
Nessuno dice che non ci siano poveri, in Italia: ma certo sono più numerosi coloro che cercano di fregare lo Stato che i veri indigenti. L’inevitabile risultato sarà che i giornali strepiteranno denunciando sussidi concessi ad imbroglioni che non li meritavano, e sussidi non concessi a veri poveri che li meritavano. Si immagini con quale profitto politico per il Movimento che tanto ha voluto questo rovinoso provvedimento. 
Inoltre, Di Maio e compagni vivono come se il futuro non arrivasse mai. Sono capaci di dire: “Il primo maggio il sole sorgerà a sud-ovest” come se quel giorno non dovesse arrivare mai a sbugiardarli.  Infatti, a proposito del reddito di cittadinanza continuano a dire che entrerà in funzione il primo aprile (se non ricordo male) mentre ancora non hanno completato nemmeno un terzo o un quarto di ciò che è necessario per farlo funzionare. Non solo non sono stati assunti i controllori, ma non è stato nemmeno pubblicato il bando, o quello che è, per assumerli. E, una volta assunti, non bisognerà spiegargli quello che devono fare, facendogli seguire un lungo corso? E coloro che dovranno insegnarglielo l’hanno a loro volta già imparato? E quando, dove? Ma veramente c’è gente capace di credere che da fine febbraio ad inizio aprile si possano fare miracoli? E dall’altra parte,  veramente c’è chi pensa che la gente si accorgerà, in aprile, in maggio, in giugno, che le promesse non sono state mantenute?
Il blocco del lavoro
Si può guardare al momento presente con occhi stralunati, perché la stessa evidenza è divenuta incredibile. Come si possono bloccare tutti i grandi cantieri, in un momento in cui il Paese è in recessione, e di tutto avrebbe bisogno salvo che di un fermo del lavoro? Come si può facilitare il pensionamento degli anziani – in odio alla legge Fornero, e chissà perché bisognerebbe odiare una legge lodata da tutti i competenti, in Italia e all’estero – quando nel nostro Paese la piramide delle età si è capovolta e presto ci saranno più vecchi da nutrire e curare che giovani che lavorano e possono pagare per loro?
Ma già, questo corrisponde all’idea che si segnalava prima. Per i Cinque Stelle la ricchezza si produce da sé, e lo Stato ha soltanto la preoccupazione di distribuirla. Se possibile generosamente. Speriamo che qualcuno, prima di promuoverli e mandarli in Terza Elementare, gli spieghi che non è così.
La quantità di assurdità cui questo governo ci fa assistere è tale che mentre prima erano soltanto i più avvertiti a pronosticare che sarebbe finita male, ora pare se ne stia accorgendo anche la massa. Moltissimi non vanno a votare, altri vanno a votare ma dimostrano d’avere perso la voglia di protestare e di sperare che il Movimento Cinque Stelle possa fare qualcosa per loro. Le elezioni regionali, una dopo l’altra, ci dicono questo. La gente sarà pure stupida, come pensano (giustamente) i demagoghi, ma non c’è nessuno abbastanza scemo da non capire quando lo toccano nel portafogli. E la recessione è qualcosa che tocca una troppo grande quantità di italiani, perché non se ne veda l’effetto nelle urne. 
E allora, dove va, l’Italia? Se la protesta si affloscia, se torniamo ai partiti di prima – quelli che ci hanno portati ad una situazione che ha determinato una comprensibile protesta – chi ci dice che staremo meglio? Non soltanto non si vede la luce in fondo al tunnel ma, come si dice: “E se quella che crediamo di vedere fosse un treno che ci viene incontro e ci travolgerà?”
Personalmente reputo che il nostro modello socio-economico è sbagliato e dovremmo tornare ad un modello liberale e liberista, ma sono anche convinto che gli italiani non vorranno neanche sentirne parlare. E allora?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2-Fine
26 febbraio 2019



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POLITICA
27 febbraio 2019
M5S, UNA SERIE DI ERRORI - 1
Le cause degli attuali – e futuri – problemi del M5s vanno ricercate nella sua stessa essenza e nella lunga lista dei suoi errori. Questo, in un certo senso, giustifica la dirigenza di quel partito: infatti nessun pilota, per quanto bravo, vincerà una gara se ha una macchina pessima. E figuriamoci quando il pilota è lungi dall’essere bravo. 
Mancanza di cultura e progetto
Il M5s non è nato nella mente di un politico. Il competente, anche quando non è un genio, conosce “le regole dell’arte”, cioè beneficia della propria e dell’altrui esperienza. Sa per esempio che certe soluzioni, anche se a prima vista sembrano ottime, non vanno adottate, perché si è già visto che poi si rivelano sbagliate. Per esempio quando, nel 1993, si è svirilizzata l’immunità parlamentare, si è creduto di fare un passo verso la moralizzazione del Parlamento, e così si è data l’ultima parola alla magistratura, in politica. Ma l’incompetente non si fida della cultura. Non conosce la storia di quell’istituto, non ne comprende la funzione e aspetta di fare sulla sua pelle l’amara esperienza di quell’errore. L’ignorante, non essendo avvertito, è costretto a rifare tutta la strada da principio, perdendo tempo e provocando danni. E dire che bastava studiasse un po’.
Tutta l’impostazione politica del Movimento Cinque Stelle sembra improntata a dei discorsi fatti in trattoria, fra i fumi delle sigarette e dell’alcool. Infatti praticamente tutti i loro articoli di fede sono sbagliati.
Uno vale uno
Cominciamo dalla prima regola, “uno vale uno”, cioè qualunque uomo vale quanto qualunque altro uomo. Questa è vera democrazia, secondo il Movimento. Un bel principio, non c’è che dire. Soprattutto per chi teme di valere meno degli altri. Ma se in aereo il pilota si sente male, lo sostituiremo con uno qualunque dei passeggeri, magari il più onesto, o ringrazieremo Dio che ci sia un secondo pilota? E se questo esempio appare paradossale, chi dice che guidare un Paese sia più facile che guidare un aereo?  
Uno vale uno nega la natura, la realtà, il buon senso. Se già i lupi hanno un capobranco, se perfino nelle condizioni della più forzata uguaglianza, come nelle carceri, fra i detenuti nascono dei capi, si vuole andare contro la natura? Lasciati liberi, gli uomini un capo se lo scelgono. E se quel capo è saggio, fanno un affare. Del resto il capo naturale comanda senza opprimere. Basti pensare a Pericle e ad Ottaviano, che faceva finta di essere soltanto il consigliere del Senato ed era il padrone dell’Impero. Ancora oggi Putin guida la Russia senza essere né lo zar né un dittatore. Ecco perché il M5s, non che contrastare l’avvento di un vero capo, avrebbe dovuto disperatamente cercarsene uno bravo. E invece ha lasciato spazio a personaggi inconcludenti e pericolosi come Alessandro Di Battista, o a giovanotti inadeguati come Luigi Di Maio. Per non parlare del rischio che in concreto il Movimento sia diretto, dall’esterno, da un privato che non ha nessuna legittimazione per farlo. 
L’opportunità di un capo non è dimostrata soltanto dalla natura, ma è provata anche dalla razionalità.  Se dieci persone devono agire tutte insieme, la loro azione sarà più  efficace se lo fanno alla spicciolata e  senza coordinarsi, o se il più abile di loro espone un piano intelligente cui tutti devono collaborare?
E se questo vale nei campi più triviali, si vuole che non valga in quella difficilissima arte che è la politica? Proprio qui quasi mai uno vale uno. Neville Chamberlain, quello che ha fatto rischiare alla Gran Bretagna di divenire una provincia del Terzo Reich, valeva dunque quanto Winston Churchill, quello che  ha vinto una guerra che il suo Paese ha affrontato essendo militarmente impreparato, a parte la flotta? Senza De Gaulle, o con Pétain,  la Francia avrebbe concluso la guerra ottenendo un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'Onu? E, per andare più indietro nel tempo, senza Ottaviano Roma avrebbe conosciuto il felice periodo della Pax Augustea? Non bisogna essere contrari al capo, bisogna essere contrari al capo inadeguato, e ringraziare il Cielo quando si ha un capo che merita di essere tale.   
La sfiducia nell’establishment
Un’altra regola, la sfiducia nell’establishment. Questa sfiducia è apparsa come evidentemente giustificata. La situazione di crisi in Italia dura da decenni e quell’establishment non è affatto riuscito a risolverla. Ma, se la diagnosi è giusta, la terapia è sbagliata. Non è perché il medico non ha saputo guarire la piaga che la guariremo coprendola di escrementi, invece che badare all’asepsi. O dobbiamo rinnegare anche l’apporto prezioso, e pagato con grande sacrificio personale, di Semmelweiss? Di fronte ad un male che non si riesce a guarire, o si trova un medico migliore, o si riconosce che la medicina è impotente: comunque, non è prendendo a calci un paralitico che lo si indurrà a camminare speditamente. 
E non era questo il senso di una brutale legge di stabilità che dilatava ulteriormente il nostro debito pubblico, annunciando la cosa come una conquista nei confronti dei nemici europei? E se questo non è il colmo dell’ignoranza economica, che cos’è?
La sfiducia nella competenza
Ma la sfiducia del M5s nei confronti della competenza è stata un articolo di fede. Al punto che si è estesa a campi impensati, come la scienza più consolidata. La campagna anti-vaccini, ad esempio, è nata dalla sfiducia nella medicina, e c’è da trasecolare, se si pensa che in passato contro di essi si manifestò la più grande diffidenza, fino a doversi arrendere dinanzi all’evidenza dei risultati. Ma già, questa gente ha sfiducia nella cultura e nella storia. Per gli ignoranti anche il sistema eliocentrico è una novità che è lecito mettere in discussione. 
La sfiducia nei politici
Ovviamente questa sfiducia non poteva non estendersi ai politici, soprattutto in un’epoca in cui si reputa stupidamente che lo Stato debba essere responsabile di tutto e debba risolvere tutti i problemi. La conseguenza di questo atteggiamento è stata in primo luogo il criterio di reclutamento. Non si è richiesta la preparazione culturale di base e la cooptazione di coloro che già avevano acquisito una competenza, ma la gioventù, l’essere simpatici sul Web, l’onestà, la buona volontà. Tutte qualità che non bastano nemmeno a fare un suonatore di clarino o un elettricista. E infatti molti personaggi dei Cinque Stelle sono stati ironicamente definiti dalla stampa “scappati di casa”. Ragazzotte e ragazzotti disoccupati senza arte né parte, che non si vede in che modo potrebbero esercitare responsabilmente e fattivamente attività di governo. Fino al ridicolo di certe gaffe di Toninelli o della signora Castelli che hanno fatto la felicità dei comici.
Non più di due mandati
Ma l'avversione verso la competenza ha portato ad un'altra delle regole demenziali dei "grillini": il divieto di più di due mandati. Quasi si dicesse: "Non soltanto reclutiamo degli incompetenti, ma ci guardiamo dal rischio che diventino competenti mandandoli a casa dopo che avranno imparato qualcosa". E infatti già ora parlano di cambiare questa regola, anche perché attualmente il primo della lista che ne sarebbe la vittima, se cadesse il governo, sarebbe Di Maio. 
Purtroppo, il rischio che corre il Movimento è quello che, correggendo prima questo errore, e poi quell’altro, e riconoscendo che certe cose sono troppo costose per poterle fare, ci si accorga che, cambiando questo e cambiando quello, alla fine l'unico vero, utile cambiamento, sarebbe la sparizione del Movimento stesso. Ma torniamo alla nostra enumerazione.
La paura delle novità
Altro errore fondamentale del Movimento, ancora questo ben radicato nella natura umana, è la paura della novità. Non a caso il loro "sacro blog", come lo chiama Massimo Bordin, si è autodenominato Rousseau. Infatti con Rousseau condivide un'illusione che rimonta alla più  alta antichità, e cioè che l'uomo primitivo fosse felice e che tornando alle sue condizioni di vita staremmo tutti meglio. Dimenticando che quel poveraccio lavorava dall’alba al tramonto per riuscire a sopravvivere e moriva in media intorno ai trenta/quarant’anni. Se quello era il loro genere di felicità, preferisco il mio, da ottantenne col frigorifero pieno e l’aria condizionata. 
Ma nulla si può contro l’illusione del ritorno alle origini. La pulsione è così forse che, quando la massa si sente infelice, e vuole ribellarsi, non lo fa in direzione del nuovo e del diverso, ma nella direzione dell’antico. La parola rivoluzione ha questo significato. La rivoluzione è proprio quella della Terra intorno al Sole, e l’anelato cambiamento è il ritorno al punto di partenza. Ritorno che si è visto anche in parecchie eresie cristiane – per esempio quella catara – in cui la Stella Polare, nella ribellione alla Chiesa,  era il ritorno alla semplicità del Vangelo.
Dunque i "grillini" si chiedono a che servono i viadotti, i ponti, i gasdotti, le gallerie, e persino le industrie. Per la loro la parola più sacra è “no”, e ne hanno una vera libidine. Opporsi a qualunque cambiamento non può che corrispondere alla via della morale e della purezza. Per loro, la ricchezza si crea da sé e allo Stato rimane soltanto il compito di distribuirla. I ricchi paghino le tasse e i poveri vivano a spese dei ricchi. Come questo progetto possa funzionare non è questione che li riguardi: gli basta pensare che esso sia "morale" per applaudirlo e sostenerlo. Né riescono a concepire che, se il Paese si inabissa nella recessione, ciò avvenga anche per colpa loro. “Per colpa nostra? Forse che ci abbiamo guadagnato qualcosa, personalmente, forse che abbiamo rubato un solo euro? Noi vogliamo soltanto che il Paese sia più buono e più giusto”. E del resto, quand’anche l’Italia divenisse ancor più povera, chi dice che per questo sarebbe più infelice, e non ritornerebbe invece alla serenità di una vita frugale e forse agreste? Quei profeti non hanno forse parlato di “decrescita felice”? Infatti attualmente abbiamo una grande crescita  (non è vero?) e siamo infelici.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1-Continua



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POLITICA
25 febbraio 2019
L'ANATRA PUO' INGANNARCI
Detti, massime, proverbi. Pillole di saggezza miste ad umorismo. O – almeno – così amerebbero descriversi. E invece bisogna guardarsene, distinguendo quelli che dicono realmente qualcosa, e quelli che non dicono niente e rinviano a qualcosa. Meglio essere chiari. Avverto comunque che tutte le citazioni sono “a memoria” e potrebbero essere imperfette
Nella categoria dei detti che realmente dicono qualcosa si situano parecchie delle massime di La Rochefoucauld. Quando il “moraliste” scrive che “tutte le virtù si perdono nell’egoismo come tutti i fiumi si perdono nel mare” afferma qualcosa di molto chiaro, e cioè che il comportamento di quasi tutti gli uomini è dominato dall’egoismo. Cosa che vale anche e soprattutto per coloro che si riempiono la bocca di ideali. Infatti, quando poi gli ideali entrano in conflitto con gli interessi, sono spesso gli  interessi che vincono. Lo stesso vale per quest’altra massima: “I vecchi biasimano moralmente i peccati che non sono più in grado di commettere”. Anche questa idea vale per sé e non rinvia a nulla. Quasi dicesse: “Se non ci credete, controllate”. 
Al contrario non serve a niente un famoso detto arabo (sempre che sia un detto arabo): “Allah, dammi la forza di sopportare i mali che non posso evitare; Allah, dammi la forza di contrastare i mali che posso contrastare; Allah, dammi la saggezza di distinguere gli uni dagli altri”. Ottimi principi, ma se Dio non mi dà quella forza, a che mi sarà servito sapere che è inutile lottare contro l’inevitabile, ed è stupido non lottare contro l’evitabile?
Per non parlare dei proverbi che si contraddicono: “L’unione fa la forza” e “La pentola in comune non bolle mai” o anche: “Meglio soli che male accompagnati”. Il singolo è lasciato dinanzi al dilemma se associarsi o agire da solo. 
I detti e i proverbi per la maggior parte non valgono affatto quanto le massime di La Rochefoucauld, che non per caso è il campione della categoria. Infatti la fortuna delle correnti “pillole di saggezza” non nasce tanto dal loro intrinseco valore quanto dal desiderio di molti di avere risposte semplici a problemi complessi. Invece bisognerebbe dirsi una volta per tutte che la realtà ha il brutto vizio di essere complessa. Non si può generalizzare. Bisogna esaminare ogni caso per sé stesso, con pazienza ed umiltà. 
Mogli e buoi dei Paesi tuoi? Un buon consiglio, ma soltanto se significa che, quando si associa la propria vita ad uno straniero o ad una straniera, bisogna ben considerare il peso del diverso condizionamento culturale e sociale. Nulla dimostra che, soltanto perché uno dei due è nato e vissuto all’estero, non si possa essere felici a lungo insieme. Prudenza non significa rifiuto pregiudiziale. Ma anche queste mie ultime parole hanno un brutto sapore di ovvietà.
Queste riflessioni sono nate dal fatto che ho ritrovato l’originale di un’espressione tante volte sentita, e che trovo particolarmente saporita: “If it looks like a duck, swims like a duck, and quacks like a duck, then it probably is a duck”. Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra, starnazza come un’anatra, probabilmente è un’anatra. Il detto significa che dalla concretezza si può risalire alla definizione, e non è necessario partire da quest’ultima. Se nessuno ha detto che Guglielmo è un egoista, ma io posso dimostrare che in parecchie occasioni si è comportato da egoista, come non concludere che Guglielmo è un egoista? Se mancava soltanto l’etichetta, gliela appiccicheremo noi.
Il principio ha un indiscutibile valore. Del resto si riaggancia al famoso “rasoio di Ockham”, secondo il quale se, per un fatto, c’è una spiegazione semplice, logica e credibile, prima di cercarne un’altra bisogna contentarsi di quella. Ma il rasoio di Ockham fa parte dei principi utili o dei principi inutili? A mio parere, fa parte dei principi inutili. Da un lato è inutile, come dice un proverbio francese, “cercare mezzogiorno quando sono già le due”, dall’altro la prima impressione può farci sbagliare. Dunque sta a noi distinguere se siamo dinanzi ad un’accettabile verità o al rischio di essere superficiali e sbagliare. E non posso certo andare a chiedere lumi ad Ockham. Soprattutto perché è morto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 febbraio 2019 




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POLITICA
23 febbraio 2019
ATHENS AND JERUSALEM
Cari Amici, 
mi è stato mandato da un cortese corrispondente un testo di uno dei fondatori della geopolitica, George Friedman. Testo, che ho trovato interessante, ma sul quale non sono stato del tutto d’accordo. E poiché egli ha chiesto ai lettori di inviargli le loro eventuali osservazioni, è quello che ho fatto. 
Di seguito troverete il mio testo inglese, il mio testo italiano e infine l’articolo di Friedman, che ovviamente dovreste leggere per primo. Ma poiché il totale impegnerebbe parecchio tempo, ciascuno si regoli come crede. 
Gianni Pardo

      ATHENS AND JERUSALEM
What George Friedman writes is, as always, interesting, yet it seems questionable in its starting point. The idea of looking for the origin of the European mind, and of the importance that Europe has had in the world,  is of course to be appreciated, but one can object to the starting point of this enquiry. Friedman makes his analysis begin in the I Century a.C., and on the contrary it should begin largely before. As for Greece, at least at the IX Century b.C. and as for Rome with the chasing of the Etruscan kings, i.e. in the VI Century b.C. It seems appalling that one could oversee the presence of Rome, in this context.
Even if the Roman mind was greatly influenced by the Greek one, it stays true that, if Europe has known the Greek culture it depends on Rome. Without Rome, maybe Europe would never have known the Greek culture. Without Greece there would not have been Italy, as for culture, but without Rome there would not have been a Europe as we know it. Probably there would not have been a Great Britain, with its sensitiveness for freedom, with its sense of the State, with its pragmatism and its tendency to constitute an empire. The Roman mentality was much more matter of fact than the Greek one. No wonder that, in the world, the Roman law has been by and far the most influential. I imagine that Friedman has the intention of speaking of that later, but I don’t see why we should not begin from the beginning.
Second point. As I see it, Friedman gives too much importance to Jerusalem. Jerusalem belonged to the periphery of the empire, and Rome hardly perceived its very existence, if not as a little spot capable of creating some trouble. Until the final punishment, with the diaspora. 
It is true that Christianism, little by little, conquered Rome and “was in command” thereafter, from the middle of the IV Century until the Renaissance. But it was not the final victory. To begin with, by becoming Roman, Christianism became also intellectual, what certainly was not in Jerusalem. Then, as Friedman himself says, Rome tried to reconcile the narrow and self-righteous Jewish horizon with the Greek philosophy (gnosticism, in particular) and, above all, Aristoteles. Thomas Aquinas was aristotelic to the point that, even today, they say that the philosophical structure of Christianism is “aristotelic-thomist”. All that does not seem very Jewish.
 Another important difference is that Hebraism is not Catholic, i.e. it does not have the tendency to become universal and to convert other ethnic groups to Hebraism. A proof of this is that convertions to Hebraism are not encouraged, and in addition they are submitted to a lot of exams and conditions, whereas Christianism, right from the start, presented itself as being universal. Exactly as universal was Rome, that was in no sense a racist power. 
Finally, whereas the layer of Hebraism-Christianism has been very important between the IV and the XV Centuries a.C., the “western” mind started with Homerus and. after the interruption I have spoken of, started recovering stamina with Humanism  and Renaissance. So as to reach, in the contemporary times,  a substancial lack of interest for religion. Exactly as it happened in republican and imperial Rome, until Constantine epoch.
For the Hebrews all that was worth knowing was written in the Bible, for the Greeks it was written in the world, and it was by knowing the world, not the Holy Scripture, that man would known more about it. Empedocles, Archimedes, Eratostenes and many more have been the first scientists of mankind.The Greek mythology itself constitutes an attempt of fantastic explanation of all natural phenomena, and this – if it false as an explanation – shows nevertheless an authentic thirst of an explanation of those phenomena. Not to quote Aristoteles’ contribution to all kinds of science. So much that, even today, the history of most sciences begins with Aristeteles’ opinion and writings in that field. 
The Greeks were the first to feel the drive towards science. A drive that most other people didn’t perceive.  
In a word, I disagree with Friedman (an  author that I have been reading for years, that I appreciate and respect)  when he wishes to speak to us of Athens and Jerusalem. As the origin of the Eutopean mentality. In my eyes, our world is the son of Athens and Rome.
Gianni Pardo, Italy

Testo italiano
      
Quello che Friedman scrive è, come sempre,  interessante, ma mi sembra discutibile nell’impostazione generale. Giusto ricercare l’origine della mentalità europea e dell’importanza che l’Europa ha avuto nel mondo, ma mi sembra sbagliato il punto di partenza di questa ricerca. Friedman fa cominciare la sua analisi dal I Secolo, mentre essa dovrebbe cominciare molto prima. Per la Grecia almeno all’Ottocento avanti Cristo, e per Roma con la cacciata dei re etruschi, e siamo ancora nel Sesto Secolo a.C. Non vedere che c’è Roma, in tutto questo contesto, mi sembra veramente strano. 

Benché la mentalità romana sia stata grandemente influenzata da quella greca, rimane vero che se l’Europa ha conosciuto la cultura greca è stato a causa di Roma. Senza Roma l’Europa forse non avrebbe conosciuto la Grecia. Senza la Grecia non ci sarebbe stata l’Italia, culturalmente parlando, ma senza Roma non ci sarebbe stata l’Europa come la conosciamo. Forse non ci sarebbe stata nemmeno la Gran Bretagna, col suo senso di libertà, col senso dello Stato, col suo pragmatismo e con la sua tendenza a costituire un impero.La mentalità romana era molto più concreta di quella greca. Non è un caso che, nel mondo, il diritto romano sia stato senza dubbio il più influente. Immagino che Friedman si riservi di parlare di tutto ciò dopo, ma non vedo perché non cominciare da principio. 
Secondo punto: a mio parere, Friedman dà troppa importanza a Gerusalemme. Gerusalemme faceva parte della periferia dell’impero, e Roma quasi non  si accorgeva di essa, se non come piccolo posto capace di dare fastidio. Fino alla definitiva vendetta, con la diaspora. 
È vero che il Cristianesimo, a poco a poco, conquistò Roma e “imperò” poi, dopo la metà del Quarto Secolo, fino al Rinascimento. Ma non fu una vittoria definitiva. Innanzi tutto, divenendo romano, il Cristianesimo divenne anche intellettuale, quello che certo non era a Gerusalemme. In secondo luogo, come dice lo stesso Friedman, Roma cercò di conciliare lo stretto e bigotto orizzonte ebraico con la filosofia greca (lo gnosticismo, in particolare) e soprattutto Aristotele. Tommaso d’Aquino fu talmente aristotelico che, ancora oggi, si dice che la struttura filosofica del Cristianesimo è “aristotelico-tomista”. Tutto ciò non mi sembra molto ebraico. 
Altra differenza importante. L’ebraismo non è “cattolico”, cioè non tende ad essere universale e a convertire altre etnie all’ebraismo. Il “popolo eletto” è soltanto quello, ed ebrei si è soltanto perché si è usciti da un utero ebreo. Prova ne sia che le conversioni all’ebraismo, non che essere incoraggiate, sono sottoposte ad esami e condizioni, mentre il Cristianesimo, sin dal primo momento, si propose come universale, esattamente come universale, non razzista in nessun senso, fu il potere romano. 
Infine, mentre la patina di Ebraismo-Cristianesimo è stata molto importante fra il Quarto e il Quindicesimo secolo, la mentalità “occidentale” cominciò con Omero e, dopo la parziale interruzione che ho appena segnalato, si riprese con l’Umanesimo e il Rinascimento, fino ad arrivare, nell’epoca contemporanea, al sostanziale disinteresse per la religione, esattamente come avveniva nella Roma repubblicana ed imperiale, fino a Costantino. 
Per gli ebrei, tutto ciò che c’era da sapere era scritto nella Bibbia, per i Greci era scritto nel mondo, ed era conoscendo il mondo, non le scritture, che se ne sarebbe saputo di più. Empedocle, Archimede Aristotele, Eratostene e tanti altri sono stati i primi scienziati dell’umanità. La stessa mitologia greca costituisce una spiegazione fantastica di tutti i fenomeni naturali, e ciò – se è falso come spiegazione – dimostra tuttavia una vera sete di spiegazione di quei fenomeni. Per non parlare di Aristotele e del suo contributo ad ogni genere di scienza. Al punto che ancora oggi la storia di mote scienze comincia parlando delle opinioni e degli scritti di Aristotele in quel campo. La molla della scienza, di cui tanti altri popoli non hanno sentito la spinta.
 I greci per primi hanno sentito la spinta verso la scienza. Una spinta che la maggior parte dei popoli del mondo non hanno percepito. 
In una parola, sono in disaccordo con Friedman (che leggo da anni con stima e rispetto) quando ci vuole parlare di Athens and Jerusalem come origine della mentalità europea. A mio parere il nostro mondo è figlio di Atene e di Roma. 
Gianni Pardo 
ATHENS AND JERUSALEM
It is time for me to write the book I always wanted to write, the book that may have no readers but that sums up my work. My book on America, “The Storm Before the Calm,” will be out in September, freeing me to write the book that has no title yet. The intent of this next book is to embed geopolitics, my life’s work, with philosophy, my love; I want to imagine that geopolitics derives from the great minds I read. My other books I have written alone. The writing of this one, or at least the thoughts that give it life, will be shared with my readers. And they, being in my mind far wiser than all the professors of philosophy I have met, will point out my errors and inconsistencies and will enrage me until I do better.
Each week I will write about a fragment of thought that I have been mulling over. Some will be polished; most – such as this one – will not have reached the clarity worthy of the reader. But each fragment is meant to be a prism through which I can understand important things in due course. The pieces will appear each Thursday.
It may be that most people will object to its obscurity and carelessness. If so, I will return to my cave and mutter.
This week’s fragment of thought is on the relationship between geopolitics and the shaping of the human soul. It traces Europe to Christianity, Christianity to Athens and Jerusalem, and these cities to wars between Babylon and Persia. It also traces the tension between the dictums “know thyself” and “I am the Lord thy God.” It is only a first sketch, so don’t expect too much of it.
European civilization has a unique place in world history. It was Europe, through exploration and conquest, that forged the global understanding that there is a single humanity living in multiple hemispheres and made that notion common knowledge. Until then, humanity had lived with a different and false map of the world, ignorant of its breadth and variability. Since Europe was the continent of Christianity, it spread Christianity. But Europeans’ realization of the many different cultures that existed, worshipping so many different gods, ultimately weakened the self-confidence of Christianity and of European civilization. But that is a story to consider at a later date. For now, the question is why it was Europe and not some other civilization that tore the veil away and revealed the breadth of the world.
All of this is a geopolitical problem. Religion would seem not to be part of geopolitics any more than philosophy is, but geopolitics is complex. It is about the relationship of humans to a place, but the nature of a place is shaped by complex forces – which, in this case, include Christianity. And Christianity itself emerges from two cities that are both near and very far apart: Athens and Jerusalem. It is there that we must begin.
Athens was the city in which reason came to know itself as man’s highest moment, and in which Aristotle said, “Knowing yourself is the beginning of all wisdom.” Jerusalem is the city that enshrined the commandment “I am the Lord thy God … Thou shalt have no other gods before me.” Athens was the city of logos – reason and discourse. Jerusalem was the city of awe not of men but of God and his law. The Gospel of John begins with the proclamation, “In the beginning was the Word [logos], and the Word was with God, and the Word was God.” In that phrase, John sought to unite reason and revelation, the principles of Athens and Jerusalem. Athens held the core belief that to know thyself was the highest of goods; Jerusalem, that knowing God’s law was the greatest of things. Christianity obsessed over the soul and the self at the same time that it obsessed over God’s will. The Christian scholar Thomas Aquinas struggled with this tension, as did the Jewish philosopher Maimonides and the Muslim scholar al-Farabi. The dilemma of Athens and Jerusalem embedded itself in Eurasia. The tension between reason and revelation defined the region.
From a purely geopolitical point of view, it is striking that all of this played out along the rim of the Mediterranean, a small region within a far vaster world. It is hard to imagine two cities more distant in spirit than Athens and Jerusalem. Athens was built above a port, Piraeus. Ships from all over the Mediterranean arrived daily, delivering luxuries from around the basin. Athens was a wealthy city and, as some have said, corrupt and even weak because of its wealth. Jerusalem rested on a hill, overlooking a hard land where luxuries were few and held in suspicion. Athens luxuriated in the good life. Jerusalem luxuriated in a hard and jealous God. Athens knew many truths; Jerusalem, only one.
The one thing that bound them together was Persia. Persia threatened the Athenians’ very existence – but they were saved first by the Spartans (who were more Hebrew than Athenian) and then by their own navy. The Israelites were not threatened by the Persians but rather saved by them. The prophets had warned the Israelites that their failure to adhere to God’s laws would cause the fall of Jerusalem. In the end, this is what happened. They were conquered by Babylon (roughly located in present-day southern Iraq), the Israelites were exiled, and many wound up in Persia. Persia and Babylon fought a war – or, more precisely, an episode of a war that is ancient if not eternal. After defeating Babylon, King Cyrus allowed the Israelites to return to Israel and rebuild the temple in Jerusalem.
The Athenians had allies. The Spartans and the Athenians had a common interest in avoiding being subjugated by Persia. The Israelites lived on difficult land and struggled with one other – one of the reasons for God’s aforementioned warning. And because the land was hard, there were few allies available, and because the Israelites were meant to focus on God, diverting their attention to subtle statecraft could be difficult. Their relative poverty and limited ports also meant they were not embedded in the wider world of the Mediterranean. So, the Athenians won, the Israelites lost – yet, they recovered what was lost because of Persia’s war with Babylon and the Israelites’ ability to shape Persian policy toward them.
Greece defeated Persia because it had strategic depth: a navy that could strike the Persian flank and rugged hills to retreat into. The Greeks, moreover, did not have to unite until war broke out. Their own fragmentation increased their defensive capability. Israel faced a different problem. It had hills in the north and desert to the south, but there was little to protect it in the east. Therefore, the Israelites had to maintain constant vigilance and unity, for a threat could materialize quickly. The Israelites did not have the Greek comfort of strategic depth. Greece had luxury – even Sparta was luxurious compared to Israel. The Greeks had the luxury to think about knowing themselves. Israel, united by the commandment to honor God and his laws, could mass and win. Divided by a lack of piety, they could be crushed – and they were. The moral problem and the geopolitical reality merged. Or, more precisely, geopolitical reality generated a moral principle essential to survival.
Athens and Jerusalem were in many ways forged in the Persian-Babylonian crucible. But their most significant effect was not to the east but to the west and north, in Europe. Athens and Jerusalem served as the foundation for post-pagan Europe and dominated it. Europe dominated the creation of a single world as well. Part of Europe’s hunger came from searching for discounts in India. But the Christian components of the European surge into the world should not be neglected. And therefore, Athens and Jerusalem must not be neglected.
As I’ve said, this is not intended to be anything more than a fragment of thought. But it is the beginning of the question: What is the relationship of geopolitics to the intellectual tradition? I do not regard geopolitics as a mechanistic tool designed to predict next week. I see it as part of a very old discussion of how we humans should understand the things we do and the things we have done. I regard global self-awareness as a giant punctuation mark in human history that can be traced back to Christianity, Christianity to Athens and Jerusalem, and Athens and Jerusalem to Persia and Babylon – one of the axes of the world.
There will be more to follow



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POLITICA
22 febbraio 2019
IN CHE COSA CREDIAMO VERAMENTE
Trovo per caso alcune mie righe scritte nel 1996: “Pensa da adulto chi è disposto ad ammettere che vede solo quello che vede e capisce solo quello che capisce. Chi crede solo ciò che è ragionevolmente provato da una reiterabile realtà. Se invece crede che l’anima esista, anche se non ce n’è la prova; che gli uomini sopravvivano alla morte, anche se i morti non tornano mai; se crede che ci sia una giustizia in terra, mentre l’esperienza prova il contrario; se crede che si può scoprire l’universo guardando il proprio ombelico o mettendosi in una certa posizione, purché scomoda, allora non potrà più arrivare al pensiero adulto. L’individuo sarà come un bimbo che, dinanzi ad una brutta realtà, chiede alla mamma di smentirla raccontandogli una bella favola. 3 aprile 1996” Oltre vent’anni dopo vorrei aggiungere qualcosa. 
Tanti anni fa distinguevo il pensiero adulto dal pensiero immaturo, e sarebbe lecito ritenere che le persone si possano distinguere secondo ciò che dicono. Per esempio, possiamo credere che una persona reputi realmente che non ci sia nulla, assolutamente nulla, dopo la morte ma, se poi ha paura dei fantasmi o non entrerebbe mai in un cimitero di notte?
In realtà, “ammettere che si vede quello che si vede”, e che non ci sia praticamente nulla, oltre ciò che si vede, è più difficile di ciò che si potrebbe pensare. Un secondo esempio. Se qualcuno dichiara di credere nella medicina e di non credere ai poteri dei guaritori, ma poi di fatto, una volta che gli hanno annunciato che ha un cancro letale, si rivolge a qualche guaritore (“Male non mi può fare”) in realtà dimostra di avere dei dubbi sulla medicina (e fin qui, passi) ma anche di non essere sicuro dell’inefficacia e della natura mitologica dei poteri dei guaritori. Non si sta giudicando severamente quel povero disgraziato: di fronte alla prospettiva della morte a chiunque può capitare di perdere i pedali. Ma con quel gesto dimostra di attribuire alla scienza un valore opinabile non lontano da quello degli oroscopi. Ben difficilmente un oncologo, ricevuta la stessa pessima notizia, si informerebbe sull’esistenza di qualche guaritore.  
La tesi generale è che dimostriamo le nostre convinzioni non con le parole , ma con le azioni . In questo campo l’affermazione più paradossale, e addirittura estrema, l’ha espressa Ernest Renan col suo famoso aforisma: “Ho conosciuto parecchi furfanti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto moralisti che non fossero furfanti”. Ma il principio cessa di essere un paradosso, se lo si esprime così: la distinzione fra furfanti e moralisti non consiste in ciò che dicono, ma in ciò che fanno. 
E sempre guardando alla sostanza delle cose, si interpreta meglio una famosa massima di La Rochefoucauld: “L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. Di solito si pensa che abbia questo significato: chi agisce male e tuttavia proclama i valori della virtù, almeno riconosce la loro validità e implicitamente la rimproverabilità del proprio comportamento. In realtà l’ipocrita a quei valori non crede affatto. Li riconosce formalmente, da quel furfante che è, per realizzare un ulteriore profitto, quello di nascondere i suoi veri intendimenti. Onesto è chi si comporta onestamente, non chi si profonde in lodi dell’onestà. 
Fu seguendo decenni fa lo sciopero dei minatori inglesi del carbone che imparai l’espressione inglese: “Votare con i piedi”. La signora Thatcher resistette imperterrita ad uno sciopero interminabile e devastante e alla fine i minatori, prima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, tornarono al lavoro. Votarono “con i piedi” e decretarono di avere perso la guerra contro i prezzi internazionali del carbone. Scioperando contro le leggi del mercato o si perde, o si impone un esborso ai propri concittadini. 
Si può rendere più universale il principio formulandolo così: ogni battaglia contro la “realtà effettuale”, come l’avrebbe chiamata Machiavelli, è una battaglia persa. Ma anche queste sono parole inutili. Chi è arrivato a questi principi, li applica già. E chi mi dà ragione, ma continua a comportarsi come prima, mi offre un omaggio verbale ma nel frattempo vota con i piedi in un’altra direzione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 febbraio 2019 



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POLITICA
21 febbraio 2019
WIN WIN, LOSE LOSE
La decisione del Tribunale dei Ministri di Catania di chiedere l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il reato di sequestro di persona aggravato è stata opinabile, ed infatti è stata molto discussa. Ma – al di là dei motivi puramente giuridici - potrebbe essere interessante esaminare la ragione per la quale quei magistrati potrebbero essere stati indotti, magari inconsciamente, ad adottare quella decisione piuttosto che un’altra. 
Bisogna innanzitutto avere chiaro che cos’è il Tribunale dei Ministri. Si tratta di un  collegtio di tre magistrati scelti a sorte nel distretto della Corte d’Appello in cui è stato commesso il presunto reato. Questi magistrati non sono selezionati con particolare cura o con speciali procedure, come avviene per i giudici costituzionali, e non sono al culmine di una carriera in cui si siano illustrati. Sono soltanto tre onesti magistrati il cui merito fondamentale è quello di essere stati scelti a caso e non per favorire o danneggiare la maggioranza al potere. Fra l’altro, essi durano in carica due anni e le possibilità di essere chiamati ad emettere un giudizio per un fatto che avvenga nella loro circoscrizione, soprattutto al di fuori di Roma, sono bassissime. Sicché di solito si tratta di una carica puramente formale. 
Questi magistrati hanno ovviamente le loro idee politiche e nell’emettere il loro giudizio, soprattutto in un caso opinabile, possono essere influenzati dalle loro convinzioni. E che la fattispecie in questione fosse, come minimo, opinabile, è dimostrato dal fatto che un parere diverso dal loro aveva già espresso la Procura di Catania, proponendone l’archiviazione. 
Ecco perché è lecito chiedersi quali ragioni possono avere indotto i tre magistrati ad esprimere un giudizio di segno opposto. Ovviamente hanno contato le ragioni giuridiche da loro stessi esposte nella motivazione del loro provvedimento. Ma potrebbero esserci stati altri motivi, anche inconsci? 
Mi scuso se involontariamente potrei avere l’aria di calunniare i magistrati di Catania, di cui non conosco nemmeno i nomi. Sostengo soltanto che, oltre ai motivi giuridici, tutti abbiamo pulsioni subliminali, di cui non siamo coscienti e che potrebbero pesare in un caso dubbio. Non intendo affatto dire che essi si siano comportati in un certo modo, o con determinati fini: intendo soltanto fare delle ipotesi teoriche.
Senza voler trarne chissà quali conclusioni, si può notare che, per puro caso (essendo essi stati estratti a sorte), tutti e tre i giudici risultano iscritti a “Magistratura Democratica”, cioè alla corrente di sinistra della magistratura. E se il semplice fatto di segnalare questo particolare può suonare calunnioso, è facile rispondere che la magistratura si sarebbe evitato questo pericolo se avesse vietato che i magistrati si schierassero pubblicamente dal punto di vista politico. 
Dunque il problema che ci si può porre è: se quei magistrati, in perfetta buona fede ma influenzati dalle loro convinzioni di sinistra, avessero voluto favorire o danneggiare qualcuno, che cosa avrebbero dovuto decidere?
Ecco le ipotesi. Rigettando l’idea di processare il Ministro dell’Interno, come aveva già fatto la Procura, non avrebbero né danneggiato né avvantaggiato nessuno. Chiedendo invece il processo, i casi erano due: o il Senato avrebbe autorizzato il processo contro Salvini, e questo non soltanto avrebbe danneggiato il ministro, ma forse avrebbe fatto cadere il governo, cosa certo non sgradita al Pd. Se invece il Movimento 5 Stelle avesse detto no al procedimento, sia in commissione, sia in Senato, il governo sarebbe certo sopravvissuto (come certamente sopravvivrà) ma chi ne sarebbe uscito seriamente ammaccato sarebbe stato il Movimento. Un problema senza soluzione. Infatti, si ripete, se avesse collaborato per portare Salvini dinanzi al giudice penale, avrebbe forse fatto cadere il governo, e si torna all’ipotesi precedente. E se invece avesse protetto Salvini, come ha fatto, si sarebbe squalificato agli occhi di gran parte dei suoi elettori, subendo qualche altra brutta botta elettorale, come attualmente pare probabile. Cosa, anche questa, che certo non danneggerebbe il Pd.
Nessuno dice che il Tribunale dei Ministri abbia adottato la decisione per questo motivo, né che esso ne sia stato coscientemente influenzato. Ma oggettivamente è un caso win-win, vinco-vinco, come si dice compiaciuti oggi (“Lo vedi, come conosco bene l’inglese?”). Che andasse in un dato modo o nel modo opposto, il profitto per il Pd era assicurato.
Morale della favola: quando si tratta di ministri, sarebbe meglio affidare qualunque giudizio sul loro conto (anche penale) allo stesso Parlamento, come prevedeva la legge precedente. Infatti sarebbe comunque opportuno tenere lontani i magistrati da decisioni che possono avere grande importanza politica, perché queste decisioni potrebbero apparire come indebite interferenze del giudiziario nell’esecutivo e in generale nella politica, con grave pregiudizio delle esigenze della separazione dei poteri, e ledendo al passaggio il prestigio della magistratura. .
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 febbraio 2019




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POLITICA
19 febbraio 2019
IL M5S E LA MAGISTRATURA
Un giovane parrucchiere ha svelato a mia moglie una verità sconvolgente: lo studio della storia non serve a niente. Qualunque persona colta a questo punto potrebbe fare un salto sulla sedia, ma saltare sulla sedia non basta: bisogna saper dimostrare ciò che è ovvio, e non sempre è possibile. Ne è prova che Euclide ci rinunciò, chiamando assiomi i punti di partenza della sua geometria. Per fortuna invece ci sono ovvietà che si possono dimostrare. Per esempio, per quanto riguarda la rotondità della Terra le “evidenze” sono tante che la difficoltà consiste solo nella scelta delle più chiare. E appunto, per la storia, siamo agli assiomi o alla rotondità della Terra?
Goal a porta vuota. Il passato non è “una parte” di ciò che conosciamo, è “tutto” ciò che conosciamo. Se sappiamo che il fuoco brucia è perché, quando avevamo un anno, abbiamo teso il ditino verso la prima candela sulla torta. Se sappiamo riconoscere il viso di nostra madre, se sappiamo usare un telefono e ritrovare la via di casa, è perché tutte queste esperienze fanno parte del nostro passato. E che cos’è la storia se non la memoria del passato della collettività? Il nostro passato personale ci insegna che non dobbiamo toccare la fiamma, il passato della collettività ci insegna che non tutti sono buoni e non tutti sono cattivi, che nella politica internazionale conta la forza e che è meglio fidarsi degli interessi che degli ideali del prossimo. Chi non vuole tenere conto di questi insegnamenti, faccia pure. E non si meravigli se alla fine la realtà gli presenta il conto. 
Un conto che il Movimento 5 Stelle potrebbe ricevere a domicilio. Parleremo di un solo esempio: il rapporto fra magistratura e politica. In questo campo l’umanità è arrivata ai principi attuali in base all’esperienza. La teoria della separazione dei poteri, che si attribuisce sempre a Montesquieu ma che è molto più antica, insegna che la libertà del popolo è preservata soltanto se nessuno dispone di troppo potere. Così chi fa le leggi (il Parlamento) non le applica, chi le applica (il governo) non le fa, e chi giudica i cittadini affida all’esecutivo l’applicazione dei suoi dettati. Nessuno ha, da solo, il potere di fare le leggi, di applicarle e di giudicare sulla loro eventuale violazione. 
È tenendo conto di questi principi che sin dalla Rivoluzione Francese si sono stabilite guarentigie per il Parlamento, per esempio che la magistratura non possa procedere contro un parlamentare se non a ciò autorizzata dalla Camera di appartenenza. Potrà farlo soltanto quando sia terminato il suo mandato. Da noi questa norma fu abolita con Mani Pulite, a furor di popolo e per bassa demagogia, senza capire che essa non garantiva “i parlamentari disonesti”, come ancora pensano i “grillini”, ma la democrazia. 
L’autorizzazione a procedere mirava ad impedire che i giudici, squalificando, perseguendo o mettendo in galera qualche parlamentare, determinassero la linea di governo.  E invece, in Italia , moltissime carriere sono state stroncate dai magistrati. Ai tempi di Mani Pulite bastava un “Avviso di garanzia” per decretare la morte politica di qualcuno. E così abbiamo visto dei magistrati d’assalto che – non importa se e quanto in buona fede – prima sono intervenuti a gamba tesa nel funzionamento del Parlamento e poi hanno approfittato della notorietà acquista per entrare loro stessi in politica e dare sfogo alla loro ambizione. 
Questa anomalia italiana è nata dall’infantile convinzione - ancora oggi proclamata dal M5s - dell’infallibilità dei magistrati. Un’infallibilità  in cui non crede la Costituzione, che per ritenere qualcuno colpevole vuole una sentenza definitiva; in cui non crede il codice di procedura penale, che prevede più gradi di giudizio, e cui non crede nessuno che abbia avuto a che fare con i Tribunali. 
L’Amministrazione della giustizia è una necessità imprescindibile, ma ciò non vuol dire che essa sia esente da errori. I magistrati sono esseri umani come gli altri, e per questo, il processo concludendosi giunge alla “verità giudiziaria”, non alla “verità storica”, che potrebbe essere tutt’altra. Diversamente Socrate sarebbe un delinquente degno della pena di morte.
Ecco perché ho sempre disprezzato l’idea di Marco Travaglio secondo la quale Giulio Andreotti fu un mafioso, perché  il magistrato estensore della sentenza scrisse che l’imputato era innocente dei reati ascrittigli ma era stato mafioso nel periodo precedente, quello coperto dalla prescrizione. Ma quella parte della motivazione è assolutamente, completamente ed evidentissimamente  priva di ogni valore giuridico. 
Se Andreotti fosse stato condannato, avremmo avuto la “verità giudiziaria” della sua colpevolezza, ma non per questo la “verità storica”. Qui non abbiamo neppure la “verità giudiziaria”, ma solo l’opinione indimostrada di un magistrato, e si vorrebbe spacciarla per verità storica? Se al passaggio quel magistrato avesse scritto che il sole è quadrato, questo astro si sarebbe fatto quadrato per fargli piacere? 
 Per parecchi versi, dagli Anni Novanta viviamo in pieno delirio giuridico e una volta o l’altra anche il M5s, se non scoppia prima, se ne accorgerà. Perché se il saggio può inciampare su un sasso, lo stolto inciampa già sui suoi propri piedi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 febbraio 2019



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POLITICA
18 febbraio 2019
SALVINI E IL SEQUESTRO DI PERSONA
In questi giorni ho sentito molte persone discutere del caso Diciotti/Salvini partendo da una loro personale evidenza. I possibili immigranti sono stati privati della loro libertà personale (quella di sbarcare) e dunque il nostro Ministro dell’Interno ha evidentemente commesso il reato di sequestro di persona. Fra l’altro perché questa è l’imputazione formulata dal Tribunale dei Ministri costituito a Catania. Poiché queste teorie sono sostenute anche da professoroni (meglio non far nomi), ed avvocati, prendiamole sul serio. 
Il Codice Penale, all’art.605 stabilisce: “Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. La pena è della reclusione da uno a dieci anni”, se il reato è aggravato dall’“abuso dei poteri inerenti alla propria funzione. 
Privare qualcuno della libertà personale è espressione che può prestarsi ad equivoci. Se pretendo di entrare alla Scala di Milano senza il biglietto, e l’ingresso mi viene vietato, non sono certo vittima di un sequestro di persona. Io non ho la “libertà” di entrare a casa altrui. Non posso nemmeno entrare nell’Ufficio Anagrafe, che pure è “pubblico”, fuori dagli orari consentiti. E certo non posso salire su una nave militare. Dunque per libertà personale bisogna intendere la libertà di andare soltanto dovunque la legge non ci vieti di andare. E ovviamente nessuno ci deve impedire di allontanarci da qualunque luogo, salvo ciò avvenga su decisione dell’autorità, come nel caso del carcerato.
Inoltre, mentre io ho il diritto di andare dovunque, sul territorio nazionale (diritto che non avevano i sovietici, per i quali esisteva anche il “passaporto interno”), questo diritto non si estende al territorio degli altri Stati. Questi possono sottoporre il mio ingresso a condizioni (passaporto valido) e addirittura negarmelo, senza dover fornire spiegazioni (negazione del “visto” consolare). La sintesi è che, quando si parla di “sequestro”, si ha l’immagine di una persona cui si impedisce di uscire da una stanza, non di una persona cui sia impedito di entrare in uno spazio altrui. Dunque, tornando a Matteo Salvini: siamo dinanzi ad un caso di sequestro di persona?
In primo luogo nella fattispecie dobbiamo notare che non si è trattato di impedire a nessuno di “uscire” da un dato luogo, ma di “entrare” in un dato luogo, in particolare il territorio nazionale italiano. E già a questo punto potremmo dire che non è stato commesso nessun reato. Non più di quanto ne avrebbero commesso uno gli Stati Uniti se mi avessero negato il visto.
In secondo luogo, il fatto che, sbarcando, si sarebbe entrati in un porto, aggrava la posizione degli arrivanti. Infatti l’ingresso nel porto non è consentito nemmeno agli italiani, a meno che non dimostrino di avere una ragione precisa per farlo. Vivendo a Catania lo so per esperienza. La Guardia di Finanza presidia l’ingresso del porto e per passare bisogna dimostrare di avere un valido motivo, andare nella Capitaneria di Porto, avere una barca ormeggiata, o andare a prendere una nave in partenza. Chi dicesse: “Vado a passeggiare” si vedrebbe vietare l’ingresso. E figuratevi se dicesse: “Vengo dall’estero e non ho documenti”.
Ora facciamo l’ipotesi di una nave con a bordo duecento passeggeri che, minacciata dal mare grosso, chieda di riparare nel porto di Catania. Probabilmente la Capitaneria di Porto le permetterebbe di entrare, ma potrebbe benissimo vietare lo sbarco dei passeggeri e invitare la nave, cessata la tempesta, a riprendere il viaggio. E, durante il tempo del soggiorno nel porto, non si sarebbe attuato nessun sequestro di persona. Infatti nessuno avrebbe costretto i passeggeri a venire a Catania, e nessuno ha attribuito loro il diritto di rimanervi: è stato loro concesso un momentaneo riparo, e nessun ulteriore diritto. 
Ma - qualcuno potrebbe dirmi - nel caso della Diciotti tutti questi ragionamenti non valgono nulla, perché quella è una nave militare, e chi mette piede a bordo di una nave militare italiana, quand’anche fosse a Hong Kong, è entrato in Italia. E questo è vero. Ma è vero fino ad un certo punto. Se l’Amerigo Vespucci (nave militare italiana) ormeggiata ad Hong Kong, permette la visita, con ciò stesso permette l’accesso momentaneo sul territorio italiano, ma nessun cinese, a fine visita, sarebbe autorizzato a dire: “Bella nave. Ho deciso di rimanere a bordo”. Dunque la Diciotti, ammesso che abbia salvato dei “”naufraghi” non aveva nessun dovere (e persino nessun potere) di sbarcarli in Italia. Ché anzi il rifiuto di ingresso di stranieri sul proprio territorio via mare è vecchia prassi. Il drammatico caso della “Exodus” è rimasto esemplare. 
Dunque importa sapere a che titolo si sia su una nave militare. Se si accoglie uno straniero a bordo per salvarlo dal naufragio, si ha nei suoi confronti soltanto il dovere di depositarlo in un porto in cui non rischi la vita. Per esempio, nel caso della Diciotti, Tunisi, Alessandria d’Egitto o Marsiglia. Non necessariamente Catania, se l’Italia dice di no. Il Paese ha il diritto di vietare l’ingresso a stranieri privi di documenti e di mezzi di sostentamento.
E tuttavia, obietterà ancora qualcuno, quegli stranieri sulla Diciotti erano dei futuri “richiedenti asilo politico”. Vero anche questo. Ma innanzi tutto per la stragrande maggioranza sono immigranti economici. Poi non si può mettere il carro dinanzi ai buoi. Ha diritto di rimanere in Italia chi, essendo sul territorio italiano, “ha ottenuto” il diritto d’asilo, non chi “potrebbe ottenerlo”. Soprattutto visto che gli stranieri, una volta entrati, essendo senza documenti, non si riesce a rispedirli a casa. 
Ma non abbiamo finito. La domanda fondamentale è: un Paese sovrano ha sì o no il diritto di limitare un flusso incontrollato d’immigrazione? Se sì, questa decisione è sì o no politica? E nell’applicarla un Ministro attua una direttiva politica o compie un’azione delittuosa nel suo interesse personale? Perché se ha agito in conformità alle direttive dell’attuale maggioranza di governo, la sua azione, quand’anche normalmente costituisse reato, è sottratta al giudizio della magistratura e il processo non può neanche cominciare. Si ricordi che grandi democrazie come gli Stati Uniti od Israele hanno soppresso con “omicidi mirati” (per esempio con droni) degli assassini che si erano rifugiati in Stati loro complici. E ciò senza che nessuno si sia sognato di processare qualche ministro. 
Per concludere, una nota “di colore”. Salvini prima si è dichiarato dispostissimo a farsi processare, poi ha cambiato opinione. Che cosa è successo? È molto semplice. In un primo momento, sicuro della propria innocenza, è stato pronto ad affrontare i giudici. Poi ha parlato con degli avvocati competenti e questi hanno raffreddato i suoi entusiasmi. L’illustre Piero Calamandrei – gli avranno detto – affermava che, se, da innocente, fosse stato accusato di avere rubato la Madonnina del Duomo di Milano, si sarebbe dato alla latitanza. Il giurista esperto, accusato a torto di incauto acquisto, si informa sul costo dei biglietti per Rio de Janeiro.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
18 febbraio 2019



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POLITICA
17 febbraio 2019
QUANDO CADRA' QUESTO GOVERNO?
Il fatto che si parli continuamente dell’imminente caduta di questo governo può far sorridere. Il giorno dopo ce lo si ritroviamo sempre lì. E infatti qualcuno ha fatto dell’ironia su un giornalista come Francesco Verderami, del “Corriere”, che di questo annuncio è sembrato il costante araldo. 
“Ma in realtà questo governo resisterà a lungo o cadrà presto? E in questo caso, quando?” Ecco la legittima domanda di chi crede i competenti siano informati molto più di lui. In realtà nessuno può rispondere né alla prima né alla seconda domanda. E non soltanto perché si tratta di un mondo – quello della politica – in cui le componenti sono estremamente numerose, ma perché operano copertamente, e non è possibile indovinare quando avranno la sufficiente efficacia causale perché il fenomeno si verifichi. Né quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso. Forse ci si può spiegare con un esempio.
Una trave di cemento armato è teoricamente in grado di sopportare un certo peso, ma gli ingegneri fanno dei calcoli in modo che quella trave sia progettata per un peso molto superiore. Questo perché può intervenire qualche fattore che la indebolisca, perché qualche calcolo potrebbe essere risicato, perché la trave potrebbe essere chiamata a sostenere le sollecitazioni di un terremoto. Ma anche ad averla progettata più solida del necessario, è ovvio che esiste comunque un carico – imprevedibile – sotto il quale cederà. Al di là di un certo peso, qualunque trave collassa.
Quando un governo ha al suo interno molte contraddizioni, quando è incapace di fronteggiare una situazione oggettivamente difficile, quando le tensioni e persino le liti sono all’ordine del giorno, è come se già fossimo andati al di là del normale livello di tolleranza, Ciò non significa tuttavia che esso debba collassare. Siamo nel “range” di crollo ma non nella certezza del crollo, e ancor meno possiamo annunciarne il momento.
Fin quasi a dubitarne. Quando un malato ha superato il primo ed anche il secondo momento in cui i medici lo davano per spacciato, si comincia a formare la taciuta convinzione che magari se la caverà e supererà tutte le crisi. Poi avviene che al terzo o al quarto peggioramento il malato effettivamente muore e tutti sono sorpresi. Come se non avessero dovuto aspettarsi quell’evento da un momento all’altro.
Questo governo potrebbe cadere fra due giorni o fra due anni, ma quando, fra qualche tempo, si saprà quale delle due possibilità si sia avverata, molti ci spiegheranno come fosse inevitabile che andasse proprio in quel modo. In realtà, sono i soliti profeti del passato. Di fatto l’evento è stato imprevedibile fino all’ultimo momento. Del resto, anche quelli che parlano di inevitabilità non sono stati in grado di annunciarlo con due giorni di anticipo. 
La dirigenza del M5s (se esiste) ha lasciato alla base la decisione di votare sì o no, in Parlamento, all’autorizzazione a procedere contro Salvini. Alla consultazione si è arrivati perché Di Maio e compagni si sono resi conto che, se dicono di votare no, possono scontentare la base; se dicono sì, può darsi che facciano cadere il governo. Quelli che la sanno lunga proseguono informandoci che, probabilmente, in tanto si sono rivolti alla base, in quanto sono convinti che il referendum consiglierà il no, il che salverà il governo e li solleverà dalla responsabilità di aver detto un no tanto contrario alla tradizione “grillina”.
Ottimo. Ma chi dice che la base voterà no? Quand’anche ci fossero dei sondaggi, chi dice che non siano sbagliati? E al contrario, chi dice che, se il Parlamento voterà sì, effettivamente il governo cadrà?
Da giovani abbiamo pensato che coloro che hanno fatto la storia fossero perfettamente informati della situazione in cui agivano, e delle conseguenze delle loro decisioni. Poi uno studio della storia appena un po’ più approfondito di quello del Liceo, ci ha insegnato quanta casualità, ignoranza, quanti calcoli e informazioni sbagliate abbiano influenzato quelle decisioni. 
Proprio non sappiamo che ne sarà di questo governo. È vero, è instabile, è drammaticamente non all’altezza del suo compito, ma il futuro rimane inconoscibile. E ciò che può consolarci, nella nostra incertezza, per non dire nella nostra ignoranza, è il fatto che a Roma, nelle redazioni dei giornali  e nei palazzi del potere, non ne sanno molto più di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 febbraio 2019 




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POLITICA
15 febbraio 2019
AIUTIAMO IL SUD AD AIUTARSI
Ho la fortuna di essere un meridionale. Anzi, un insulare. Non che sia un gran piacere, dato che questa è l’Italia che non funziona, ma c’è un momento in cui essere del Sud è una fortuna, ed è quando si vuol essere severi col Meridione. Infatti posso permettermi di dire che, se esso è povero, è colpa sua. Con lo stesso territorio gli israeliani avrebbero creato una seconda Olanda.
Forse a causa di un territorio che non favorisce gli scambi fra regioni, l’Italia non è un Paese unitario. Superato il limite meridionale della Toscana, si ha l’impressione di entrare in una nazione diversa. Una nazione che parla lo stesso italiano sbracato, abborracciato e televisivo diventato koinè, ma ha mentalità e capacità diverse.
A partire da questa constatazione, si aprono le ostilità. Infatti i meridionali cercano di negare l’evidenza: “Il Sud arretrato? Quando Siracusa era una metropoli colta e sviluppata, voi...” E poi, dopo avere dato la colpa al Nord dell’arretratezza del Sud, tendono la mano per essere aiutati. Sterile, infantile diatriba.
È vero, è certamente lecito chiedersi come mai il meridione, duemila e passa anni fa, fosse la parte più colta e più progredita della penisola, mentre oggi è l’opposto. Ma la domanda giusta è: “E che importanza ha? È così e tanto basta. Piuttosto ci dobbiamo chiedere che cosa si deve fare per cambiare questa situazione”. 
La speranza è lodevole, ma purtroppo la discussione di solito parte dalla ricerca di ciò che gli altri – non gli stessi meridionali – dovrebbero fare per risollevare il Meridione dal suo ritardo. Ed è proprio su questo che non sono d’accordo. Forse perché sono un dannato liberista, forse perché ho una visione pressoché calvinista della responsabilità individuale, non considero doveroso che il più ricco dia al più povero, lo considero soltanto generoso. E la generosità non si può imporre per legge. I meridionali dovrebbero smettere di dare ad altri la colpa della loro arretratezza e dovrebbero tentare di uscire dal ritardo con le loro forze. 
Non sono le regioni del Nord che sono egoiste, se vogliono tenersi i loro soldi; sono le regioni del Sud che sono avide, se vogliono i soldi altrui. E se li ricevono, che dicano almeno grazie. Perché non hanno affatto esercitato un diritto, ma beneficiato del lavoro altrui.
Bisogna dire onestamente che in questo campo tutti hanno cercato di ingannarli. Tutti dicono che il più forte deve aiutare il più debole, il più ricco deve dare al più povero, mentre in natura le cose non vanno affatto così. Lo stato di bisogno non dà nemmeno diritto a un bel funerale. È la democrazia – che Dio ce la conservi – la causa di questo abbaglio. Questo tipo di governo dà in tutti i casi ragione ai più, e chi vuole essere eletto deve accarezzare i molti secondo il verso del pelo. Così, dal momento che i deboli sono più numerosi dei forti e i poveri sono più numerosi dei ricchi, la demagogia li induce a credere che hanno dei “diritti” nei confronti dei forti e dei ricchi. E questa, anche se la dicono in milioni, è una sciocchezza. La verità non è statistica. Il fatto che la solidarietà sia una bella virtù non significa che sia giusto imporla. O allora si chiama estorsione. 
Il piagnisteo meridionale ha fatto il suo tempo e ai meridionali bisognerebbe fare un discorso molto chiaro. “Non dovete scambiare la vostra avidità per un diritto. Dovete prendere in mano il vostro destino e rimboccarvi le maniche, o sarà peggio per voi. L’unica cosa che lo Stato può e deve concedervi, è di pagare molto meno tasse di quelle che si pagano al Nord, proprio perché quello stesso Stato vi fornisce obiettivamente servizi peggiori di quelli che sono forniti al Nord. Quand’anche ciò avvenisse per colpa vostra. Non abbiamo forse detto, da principio, che in politica non importa la causa dei fenomeni, ma soltanto la loro esistenza?”
 Il Sud merita di avere salari più bassi, sussidi meno generosi ma anche un fisco molto, molto più mite. Cioè quelle stesse condizioni che avrebbe se fosse indipendente. Nulla di più. E se questo vale per una parte dell’Italia, figurarsi quanto sia ragionevole delirare, pensando di salvare l’intera Africa.
Se è vero che sulla penisola italiana ci sono due Paesi molto imperfettamente saldati insieme nel 1860, concediamo a questi due Paesi di corrispondere alle loro caratteristiche oggettive, senza pretendere che Licata sia identica a Sassuolo. Se diviene meno costoso produrre nell’Italia meridionale, chi dice che degli industriali del Nord, invece di delocalizzare in Romania, non vadano in Puglia o in Calabria? 
I meridionali non sono affatto pigri, quando si tratta di guadagnare. Basta vedere la produttività di quelli che operano in nero. Bisogna permettergli di lavorare legalmente con lo stesso ardore e il Sud potrebbe decollare. Ché se poi non lo facesse, non si vede perché altre regioni dovrebbero finanziarlo. Il denaro di Stato fa troppo spesso la fine di quello che si dà alla Regione Sicilia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 febbraio 2019



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