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POLITICA
15 agosto 2018
PARALLELO ECONOMICO 2011-2018

L’Italia sta col fiato sospeso. Per fine mese si attende il rating di Fitch sull’affidabilità del nostro debito pubblico. Il 7 settembre arriverà quello di Moody’s. Poi si aspettano le reali determinazioni del governo e, che i mercati siano già inquieti, lo dice lo spread con i titoli tedeschi, già passato da 130 a 280 punti base. Se poi pensiamo che il nostro rating attuale è soltanto uno o due gradini al di sopra dei titoli spazzatura, c’è da temere che potremmo avere una rovinosa fuga dai titoli italiani. Infatti parecchi grandi investitori hanno l’obbligo di non rischiare capitali sui famigerati junk bonds.
Speriamo che non avvenga nulla di tutto questo ma non potremmo esserne sorpresi. Qualcosa del genere è già successo nel 2011. Alcuni dicono che i mercati, le autorità europee, i competenti e tutto il resto dell’establishment si coalizzarono contro Silvio Berlusconi, per costringerlo a dimettersi. E tuttavia, che ci sia stato o no questo “complotto”, è una questione futile rispetto a quest’altra: c’erano motivi obiettivi perché Berlusconi si dimettesse? 
Sul momento non la pensavo così, perché la crisi non era certo colpa sua. Viceversa, col senno di poi, devo riconoscere che sì: non soltanto era inevitabile che Silvio Berlusconi passasse la mano, ma la cosa era utile anche per lui. 
L’Italia in quel momento aveva bisogno di un risoluto colpo di timone e il Paese non avrebbe permesso che lo desse Berlusconi. E se poté darlo Mario Monti fu perché, essendo il suo un “governo del Presidente” (della Repubblica), e cioè “un governo non politico” e soprattutto non “berlusconiano”, tutti i partiti, facendo finta di votare quelle leggi perché le proponeva Monti e non Berlusconi, hanno rimesso l’Italia in sesto. Mentre, se le avesse proposte il centrodestra, il Paese le avrebbero rigettate con sdegno, andando poi in malora.
Quella volta si è tentato di fare non ciò che era “popolare”, ma ciò che era “necessario”. Quanto fossero sgradite le misure di quel governo si è visto dopo, quando Monti, pensando ingenuamente che gli italiani gli sarebbero stati grati per l’opera compiuta, si è presentato alle elezioni ed è stato sonoramente sconfitto. 
A conferma dell’imperitura condanna che ne avrebbe ricavato Berlusconi, basterà fare l’ipotesi che la professoressa Fornero fosse stata una sua ministra. Ancora oggi si sputa fuoco sulla sua legge, quasi che abolendola si farebbe di nuovo scorrere latte e miele nei fiumi. 
La situazione attuale è simile a quella del 2011, con alcune importanti differenze. Allora il problema si era già verificato e si trattava di porvi rimedio; oggi invece, malgrado le avvisaglie dello spread raddoppiato, i guai si tratta soltanto di prevenirli. Allora si poté passare la patata bollente ad un governo neutrale; oggi la maggioranza non ha alternative e se dovesse provare a porre in essere dei provvedimenti impopolari, non potrebbe certo sperare nel sostegno dei partiti all’opposizione. Infine – e forse questa è la differenza più importante – mentre allora per salvarsi fu necessario adottare provvedimenti coraggiosi, oggi per salvarsi basterebbe non dire e non fare sciocchezze. Purtroppo Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Il grande problema dell’attuale governo è la sua totale mancanza di senso del reale. 
Ciò che allarma i mercati è la sostenibilità del nostro debito pubblico. E infatti essi si sentono rassicurati dalle voci che promettono attenzione al bilancio, anche a costo di non realizzare le folli promesse elettorali. Purtroppo si è scritto “le voci”, ma in realtà la voce è soltanto una, quella del ministro Tria. Mentre Matteo Salvini e Luigi Di Maio dicono tutt’altro: che non terranno conto del problema delle coperture; che spenderanno in deficit; che non obbediranno alle autorità europee; che si disinteresseranno delle società di rating e delle reazioni dei mercati. E Di Maio arriva a dire che l’Italia non è ricattabile. In fondo ha ragione: è forse un ricatto quello di non comprare i titoli di Stato italiani? Il problema è però quello delle disastrose conseguenze di un simile fatto sulla nostra economia. 
E allora, chiederà qualcuno, se costoro e i loro sodali delirano in questo modo, come mai la crisi non si è ancora verificata? Il fatto è che il mondo non prende sul serio ciò che dicono i nostri governanti, perché parlano troppo facilmente “a ruota libera”. E i mercati hanno smesso di scervellarsi perché, tanto, questo parlare a vanvera non può continuare indefinitamente. Le scadenze oggettive sono talmente prossime (parliamo di settembre, ottobre) che presto di tutto questo parleremo al passato. Sperabilmente senza avere l’anima a lutto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 agosto 2018




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POLITICA
14 agosto 2018
LAMENTO DELL'ANTICO VIAGGIATORE
“Non ho più voglia di viaggiare”. Ecco una frase che non pensavo avrei mai pronunciato. E invece. 
Certo, sono passati molti anni, da quando ho cominciato a viaggiare, e mentre prima ero infaticabile, oggi sono un vecchio. Poco importa che mentalmente continuerei a fare le capriole ed altre birbanterie: il mio corpo non è dello stesso parere. Il punto interessante però non è che non possa fare passeggiate di chilometri, è che, appunto, non ne ho più voglia. E ciò significa che non sono soltanto cambiato (fisicamente) io, ma sono cambiati anche i posti da visitare. 
Forse ho cominciato a viaggiare su strada nel 1957. In Vespa e in generale a 40kmh: per consumare poca benzina e non strapazzare il mezzo. Questo è forse il miglior modo di viaggiare, sulle grandi distanze: abbastanza comodamente nel senso che non si pedala: fare il Moncenisio in bici è impresa da professionisti, a volte dopati. Inoltre andavo alla giusta velocità, per il turismo: procedendo poco più veloci di una bicicletta, c’è il tempo per guardarsi in giro, per viaggiare rilassati, per non confinare il viaggio a ciò che si va a fare o vedere all’arrivo. 
L’automobile è comunque il mezzo migliore. Si va più veloci, è vero, bisogna stare più attenti (e il panorama ne risente) ma si sfugge alle alee del clima, del freddo, del caldo. E perfino al mal di schiena motociclistico. Ma da principio (e per ben tre viaggi in Vespa, in Francia) io un’automobile non l’avevo. Divenni ricco con la 5oo, anni dopo.
Il mondo allora era diverso. Non che la differenza del numero di abitanti fra allora ed oggi sia grandissima. Ciò che è totalmente diverso è il livello di antropizzazione. Prima, forse perché c’erano molte meno automobili, il mondo era a misura d’uomo. Non soltanto c’erano poche autostrade (la Francia quasi non ne aveva) ma mancavano persino le circonvallazioni. Dunque per andare da un posto all’altro si traversavano tutti i villaggi, tutte le cittadine e persino le grandi città sul percorso. Venendo da Asti e andando verso Susa bisognava attraversare Torino, e ricordo ancora Corso Francia e altre indicazioni che tenevo a mente per la volta seguente. Passato il confine, non soltanto, per andare verso la Bretagna, bisognava attraversare il centro di Chambéry, ma perfino quello di Lione. Il risultato è che il sapore del territorio non si limitava a quello delle campagne, come oggi, ma si vedevano il diverso colore dei tetti, i mercatini rionali, la qualità della vita quotidiana dei singoli posti. Non è che dall’Italia (Aeroporto di Fiumicino o di Caselle) si saltasse all’aeroporto di Lione o di Parigi. Tutto era progressivo: la Toscana diveniva Liguria e poi Piemonte, le Alpi da attraversare non erano soltanto un dato geografico, e infine l’Italia diveniva Francia. La stessa Francia alpina diveniva Centro e poi Ovest, dal caldo si passava al fresco atlantico, magari fino all’immancabile, finissima pioggia bretone. Quella che chiamano “crachin”.
Ma non basta. Ciò che è essenziale è che si aveva la sensazione di essere i benvenuti. Se, sulla strada, mi veniva voglia di vedere o rivedere la rude cattedrale di Bourges, non avevo che da deviare qualche centinaio di metri e andare a parcheggiare di fronte alla Cattedrale, per visitarla dall’esterno e dall’interno, finché non ne fossi sazio. Oggi una cosa del genere è del tutto impensabile. A Bourges, come a Chartres, come a Colonia o a Ratisbona, dovunque per centinaia di metri intorno al monumento non c’è posto per parcheggiare. O, se uno lo trova, non soltanto è a pagamento, ma a tempo limitato. Sicché si va a vedere un capolavoro sentendosi il guinzaglio al collo. 
E può andare anche peggio di così. Mi è capitato in più località – per esempio proprio a Ratisbona o ad Avignone, la seconda volta che ci sono andato, di cercare a lungo un posto in cui lasciare il mio guscio e alla fine mandare al diavolo sia Ratisbona sia Avignone. Arrivederci al prossimo documentario che vedrò in televisione, dalla mia poltrona.
Se penso ad un viaggio, oggi mi vedo come una bestia braccata dai divieti di sosta, dai sensi vietati, dal parcheggio a pagamento, da un traffico soffocante. E tutto ciò  per arrivare ad un posto sovraffollato. Mentre, quando ho cominciato a viaggiare, si aveva quasi la sensazione, arrivando, di trovare altri innamorati venuti da lontano, in cerca di bellezza. Le automobili italiane erano così rare che, incontrandone una, si suonava il clacson in segno di saluto. 
Oggi, se penso ad un viaggio, mi vedo incasellato prima in un aereo, poi in un pullman, con un mandriano che mi fa camminare, mi fa fermare, mi dice quello che devo vedere e per quanto tempo. Un povero animale selvaggio ridotto all’obbedienza. Un turista in batteria. 
Forse non è vero che non ho più voglia di viaggiare. Forse è che mi hanno tolto la voglia di viaggiare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 agosto 2018




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POLITICA
13 agosto 2018
BULLI INTERNAZIONALI
Qualcuno ha detto in modo brillante e soprattutto pertinente che l’errore di Erdogan è stato ed è quello di voler fare il duro con uno più duro di lui: Trump. Ma questo sbaglio ha grandi tradizioni. 
Durante l’assedio di Alesia, quando i galli videro che presto si sarebbero dovuti arrendere per fame, mandarono nella terra di nessuno vecchi, donne e bambini. Così conservavano le residue risorse per coloro che potevano ancora combattere, mentre i romani si sarebbero trovati con un problema in più. Il problema di nutrire, albergare, forse fai passare oltre le loro linee quei poveri disgraziati. Non avrebbero potuto fare diversamente. Si sapeva che Roma era una grande civiltà e lo stesso Cesare era un nobile, un uomo colto e addirittura un letterato. Quello che i galli dimenticavano era che, se Roma era tanto potente, era anche perché era usa “parcere victis” (risparmiare i vinti) ma non mancava di “debellare superbos”. Senza pietà. E infatti Cesare lasciò che quegli inermi morissero di stenti. E Alesia cadde lo stesso. 
Erdogan da anni accumula punture di spillo – o di pugnale – nei confronti degli alleati occidentali e forse ha sempre creduto di poterlo fare impunemente. Gli europei e i loro nipoti americani, si sa, sono tigri di carta. Erdogan potrebbe anche avere ragione, per quanto riguarda gli europei, ed anche per quanto riguarda gli americani di Obama o di Jimmy Carter: ma con Trump, un uomo distesamente cinico, sbaglia indirizzo. Lui segue il principio per cui “a brigante, brigante e mezzo”. O magari due.
Fin qui tuttavia, parlando di politica internazionale, saremmo al chiacchiericcio. Alla visione da pianerottolo condominiale. Se invece andiamo alla sostanza dobbiamo chiederci: quanto vale l’attuale Turchia come “alleato dell’Occidente”? Si direbbe molto meno che in passato. Per decenni Ankara è stata la prima linea di difesa della Nato, e oggi invece tende ad allearsi piuttosto con la Russia che con gli Stati Uniti. Tanto che, in caso di difficoltà, non si può essere sicuri della direzione in cui sparerebbero i suoi cannoni. Non c’è da scandalizzarsi. Come disse quel tale, i trattati sono “pezzi di carta”. Vale molto più un amico affidabile, anche se non c’è niente di scritto, che un trattato firmato da qualcuno che non sappiamo se sia un amico o un nemico. Ma se non si è più amici, non si può pretendere di essere trattati da amici.
Per questo la minaccia di Erdogan di cercarsi nuove alleanze non è di natura tale da spaventare l’Occidente. È come se una donna, dopo essere scappata con un altro uomo, minacciasse il marito di fargli le corna. Oltre tutto in quella regione è cambiato il quadro geopolitico. La Turchia aveva un valore in quanto baluardo del fronte sud, nel caso di un conflitto con l’Unione Sovietica. Ma oggi l’Unione Sovietica non c’è più e se qualcuno può sentirsi seriamente minacciato dalla Russia non è l’Occidente, e meno che meno la Turchia, che non ha mai fatto parte delle mire espansionistiche di Mosca: è piuttosto l’Ucraina, la cui neutralità Mosca considera essenziale per la propria difesa; sono gli Stati Baltici, per circa cinquant’anni sotto il tallone russo; o la Polonia che, mancando di confini naturali, è stata sempre sballottata tra Germania e Russia, essendo rosicchiata da ambedue. La Turchia ormai è periferica, e infatti oggi guarda più a sud che ad ovest o ad est.
 Come non bastasse, con la sua involuzione clericale e autoritaria, si è alienata gli amici occidentali. Dunque le conviene fare attentamente il calcolo di ciò che guadagna e di ciò che perde. Innanzi tutto deve tenere presente che le sue minacce pesano poco. Non soltanto le guerre economiche si vincono in campo economico, ed è proprio questa la difficoltà di Ankara, ma il suo stesso riferimento ad Allah sa di disperazione. È come “raccomandarsi l’anima a Dio”. Né più serio è suonato l’invito rivolto ai turchi di salvare la moneta del Paese dando via il loro oro in cambio di carta straccia. I suoi sudditi non sono tutti dementi. E infatti la reazione delle borse di oggi, lunedì 13, conferma con ulteriori perdite il tracollo della lira turca.
Mentre Washington può fare parecchi danni ad Ankara, non è vero l’inverso. La stessa eventuale alleanza con la Russia non è la manna che crede il dittatore turco. L’amicizia della Russia, per ragioni economiche obiettive, non può tradursi in dollari o in euro.  
Che peccato. La Turchia era l’unico Stato con una popolazione musulmana veramente democratico e veramente laico, come l’aveva voluto Atatürk. A volte le lancette girano in senso antiorario.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
12 agosto 2018
MISINTERPRETING TRUMP
Sul Messaggero (1) Alessandro Orsini, professore alla Luiss, scrive un articolo sull’attacco di Trump all’economia turca.
La causa dello scontro è il fatto che Erdogan mantiene agli arresti domiciliari, con l’accusa di terrorismo, un pastore protestante americano, Andrew Brunson. Dopo infruttuosi negoziati e dopo sanzioni diplomatiche (poi divenute reciproche), Trump si è deciso a raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio turchi, contribuendo largamente ad accentuare la crisi economica della Turchia e della sua moneta. 
In un tweet, secondo Orsini, Trump rivendica “di avere agito intenzionalmente per danneggiare la Turchia”. Egli “è tra i principali protagonisti della crisi in atto”. “Vuole affermare il principio secondo cui gli Stati Uniti decidono e gli altri eseguono”. “Nessuno può dire agli Stati Uniti ciò che devono fare, ma tutti devono fare ciò che dicono gli Stati Uniti. La conseguenza pratica è che un solo cittadino americano agli arresti domiciliari, trattato con riguardo principesco in un Paese straniero, conta più di tutte le economie dei Paesi europei”. 
Sono dolente, ma risulta difficile seguire il prof. Orsini in queste affermazioni. 
Non si tratta di difendere Trump, si tratta di sapere che gli Stati Uniti non sono una “banana republic”. Quel Presidente sarà estroso e persino maleducato, all’occasione, ma non è un cretino e la politica dell’America non è al livello di un bambino che fa i capricci. In realtà la Turchia è da mesi divenuta un problema non soltanto per i turchi (che hanno perso lo Stato laico, la libertà e la democrazia) ma per l’intero quadro geopolitico. Basti dire che, per parecchio tempo, ha finanziato l’Isis comprando il suo petrolio, in violazione dei suoi impegni, e poi ha anche buttato in galera il giornalista che aveva osato documentare la cosa con delle fotografie. Inoltre Erdogan ha chiaramente manifestato il desiderio di divenire il campione dei sunniti (togliendo questo ruolo all’Arabia Saudita) e in prospettiva dell’integralismo islamico. Per ingraziarsi gli estremisti, non soltanto ha posto termine all’ultra decennale sotterranea alleanza con Israele, ma ha fatto comprendere il suo desiderio di mettersi alla testa di una crociata per cancellare quel piccolo Paese dal panorama. Inoltre si è politicamente allineato con la Russia e persino con l’Iran sciita piuttosto che con gli Stati Uniti. E tutto ciò pur essendo membro della Nato. La sintesi è che da parecchi anni la Turchia non è più l’alleato che è stato per tanto tempo. E infatti, se a lungo si è discusso della possibilità di ammetterla nell’Unione Europea (visto la sua notevole parte di territorio europeo, quella su cui si trova anche Istanbul), da quando Erdogan si è trasformato in dittatore, gettando in galera centinaia di migliaia di cittadini, di quell’associazione non si parla più nemmeno lontanamente. Insomma, per un grande Paese democratico che è anche la potenza dominante dell’Occidente i motivi di ostilità non mancano certo. 
Considerando dunque che un Paese serio non agisce per motivi futili, c’è da credere che la storia del pastore protestante non possa che essere un pretesto. Probabilmente non solo Trump, ma lui e tutta la sua Amministrazione hanno ansiosamente aspettato l’occasione per tentare sia di affondare Erdogan, sia di ritrovare se possibile la Turchia di un tempo, democratica e buona alleata. Né può far velo che il pretesto scelto sia stato e sia insignificante: probabilmente a Trump risultava che, tenendo conto dell’orgoglio di Erdogan e della mentalità del Paese, la richiesta di liberazione del pastore era chiaramente irricevibile, e proprio per questo l’ha formulata. Infatti sarebbe da dementi danneggiare gravemente l’economia di un Paese alleato, con un atto di autentica guerra economica, e ciò soltanto per un’impuntatura. Proprio l’entità della reazione dimostra che si tratta di ben altro. 
Anche ad essere vero che Trump pensi che l’America ha il diritto (più esattamente la forza) di dire agli altri quello che devono o non devono fare, questo preteso diritto lo eserciterebbe non certo per la residenza di un religioso ma per uno scopo di maggiore importanza, per esempio per segnalare che allearsi con la Russia, trascurando i legami con gli Stati Uniti e i doveri che discendono dalla lunga alleanza, può costare un prezzo altissimo. Il prof.Orsini banalizza un po’ troppo la politica estera. Neanche nelle operette del primo Novecento sarebbe plausibile lo scenario da lui descritto.  Danilo non avrebbe certo scatenato una guerra pur di sedurre la sua Anna Glavari, una semplice Vedova, seppure Allegra. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 agosto 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=391688734_20180811_14004&section=view




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POLITICA
11 agosto 2018
NOTA TELEGRAFICA
I pentastellati e i leghisti  prestano ogni giorno il fianco a smentite, ironie, irrisioni. Ne è nata quasi una letteratura e si recalcitra all’idea di contribuire a questo fiume. Ma quando ci offrono l’occasione di una risata, come resistere?
I senatori Stefano Patuanelli e Massimiliano Romeo hanno depositato il 7 agosto una proposta di legge secondo la quale i vaccini diverrebbero obbligatori (e notate che dicendo “diverrebbero obbligatori” si ammette di già che attualmente non lo sono) “solo se ci sarà un’emergenza”, come leggiamo nel titolo del “Corriere della Sera”(1). Come poi si precisa nel verboso articolo: “La novità sono gli interventi in caso di emergenze. Quando le coperture vaccinali calano e l’immunità della popolazione si incrina fino a poter compromettere la sicurezza dei bambini non protetti dalle dosi per controindicazioni cliniche (ad esempio i trapiantati), può essere utilizzato lo strumento ‘dell’obbligo di una o più vaccinazioni per determinate età o per gli operatori sanitari’ ”.  Avevamo capito bene: i vaccini saranno obbligatori solo se ci sarà un’emergenza. 
E allora ipotizziamola. Ammettiamo che si ammalino di morbillo molti bambini di una città – diciamo Varese – e due di loro muoiano. Se questa è l’ipotesi, rendere a quel punto obbligatori i vaccini è come comprare una cassaforte per metterci il denaro che i ladri ci hanno già rubato. Conclusione inevitabile: la proposta di legge è demenziale. 
Forse i proponenti non ricordano che i vaccini sono stati inventati per prevenire le emergenze, non per mettervi rimedio. Fra l’altro, come mettere rimedio alla morte? Se qualche bambino morirà, sarà segno che si è stati tanto imbecilli da non usare i vaccini. E i provvedimenti successivi saranno soltanto un’ammissione di colpa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 agosto 2018
(1)https://www.corriere.it/politica/18_agosto_11/vaccini-si-all-obbligo-ma-solo-se-c-emergenza-39f298cc-9cdd-11e8-bdf6-1676d51daf16.shtml




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POLITICA
9 agosto 2018
M5S, GIUDIZIO O PREGIUDIZIO?
Come insegnava Socrate, ognuno crede sempre di agire per il meglio, nelle condizioni date. E per conseguenza, aggiungo, si considererà sempre accusato a torto. Sapendo questo, un uomo razionale, anche se crede di avere tutte le ragioni per risentirsi di un’accusa infondata, deve chiedersi se anche lui non stia cedendo alla tentazione socratica di assolversi prima ancora dell’istruttoria. E per conseguenza se al contrario non farebbe bene a prendere sul serio l’accusa.
Nel mio caso, sono stato accusato di un pregiudizio acremente negativo nei confronti del M5S, dei suoi adepti, dei suoi esponenti e del suo governo. C’è del vero, nell’accusa?
Riguardo alle critiche negative, negli scorsi anni, e soprattutto nei mesi più recenti, l’accusa è sicuramente fondata. Ammetto anzi, prima che qualcuno me lo chieda, che mi sono censurato, nel linguaggio. Se fossi stato del tutto sincero, sarei sceso all’invettiva e al turpiloquio. Ma il problema non deve essere se ho criticato i pentastellati, ma se si è trattato di un giudizio o di un pregiudizio.
Il mio allarme è nato da quando Beppe Grillo è passato dalla comicità alla lezione morale. Allora ancora lui non s’interessava di politica, se non “di striscio”, e tuttavia m’è passata la voglia di ascoltarlo. Il collegamento comicità-moralità mi era ben noto ed era occasione più di sospetti che di divertimento. 
La comicità nasce da un forte senso critico unito al coraggio di dire ad alta voce ciò che altri non oserebbero mormorare. Non per nulla si dice che il teatro comico “castigat ridendo mores”, con la risata fustiga i [cattivi] costumi. Il rischio è però che il moralismo prenda la mano, in due direzioni: perdendo la capacità di far ridere e imboccando la via di una perorazione superficiale e insulsa. Una predicazione, che fa misurare la distanza fra i comici e coloro – inclusi i grandi moralisti francesi – che di quelle stesse materie si sono occupati da veri professionisti.
Non c’è da stupirsene. Il comico, come qualunque artista, è abituato a ricercare non la verità ma l’applauso del pubblico. Il rischio è l’incompetenza che pontifica, il semplicismo imbecille, la demagogia pericolosa. Se si prendesse per buono ciò che è detto, tutte le suocere sarebbero degli esseri orribili, tutte le mogli un fardello di cui liberarsi e tutti i carabinieri sarebbero cretini. E ovviamente tutti i politici sarebbero una manica di disonesti e di incompetenti. Con simili teorie non si va lontano.
Ecco perché da moltissimi anni mi sono allontanato da Grillo. Da giovane mi era simpatico, ma crescendo ho visto che si prendeva sempre più sul serio, fino a guastarsi. Quando poi ha aggiunto al suo repertorio lo strumento plautino della parolaccia, il divorzio è stato completo. 
Credevo chiusa la pratica, ma la vita si è incaricata di dimostrarmi che ciò che ad alcuni appariva disprezzabile per altri poteva divenire una filosofia, una religione, un movimento politico. E non un partito politico qualunque, ma un partito che promette il trionfo dell’onestà (dunque un’umanità completamente cambiata), il riscatto dei poveri e di tutte le vittime della società. Una palingenesi nel quadro di un Paese di Bengodi in cui tutti sono ricchi e felici. Senza neppure lavorare. Non dovevo allarmarmi?
Ecco le ragioni della severità nei confronti del M5S. I suoi esponenti sono culturalmente disorientati. Non sono competenti né in storia, né in economia, né in diritto, né in politica e non hanno neppure l’esperienza che dà il lavoro ad alti livelli. Sono soltanto dei fedeli della nuova religione e sanno soltanto ciò che insegna quella religione. Non capiscono che guidare un Paese è tutt’altra faccenda. È vero che, umilmente, chiedono anche il parere dei competenti (spesso paranoici nella loro direzione) ma, alla fine, come cardinali del ‘600, se non li soddisfano, concludono che la scienza non può avere ragione al di là della parola di Dio. Gli si dice che non è l’ “Europa” che non ci consente di fare ulteriori debiti, ma il rischio che le Borse facciano fallire l’Italia, e non ci credono. Se la cavano dicendo che il limite del deficit è un idolo che non può impedire di dare risposta alle necessità del popolo. Come se l’eventuale fallimento del Paese non costasse nulla, a quello stesso popolo. Annunciano, controannunciano, si contraddicono fra loro e da soli. Il mondo intero li guarda perplesso.
In conclusione, i “grillini” umanamente non sono da disprezzare. Sono certo in buona fede, sono persino simpatici, quando non divertenti, ma nel frattempo, quando uno li vede avviare verso la sala operatoria con un bisturi in mano, sarebbe normale cacciarli via a forza di vigorosi calci nel sedere. Per semplice legittima difesa.
Se mi sbaglio lo sapremo presto. E se la risposta della realtà sarà positiva, sarò il primo a tirare un sospiro di sollievo. Ma pare che le operazioni chirurgiche raramente riescano per caso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 agosto 2018




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7 agosto 2018
BEPPE GRILLO, UN PROFETA
Beppe Grillo ha esposto il suo punto di vista su un fatto recente. La società Foodora ha deciso di abbandonare il nostro Paese a causa della scarsa convenienza economica. La società di ristoranti con consegne a domicilio, che fa parte del gruppo tedesco Delivery Hero, in conseguenza del varo del cosiddetto Decreto Dignità, ha stabilito infatti di dismettere l’attività in Italia, mercato considerato non abbastanza redditizio. Scrive il comico(1):
“Foodora ha deciso di lasciare l’Italia, venderà il marchio a qualcun altro. Una foresta di gufi si è assiepata per invocare il Dio del `Turbocapitalismo´ contro le `dissennate politiche del ministro Di Maio´. L’equazione dei gufi è semplice, sempre la stessa: permettere lo sfruttamento in Italia significa maggiore occupazione e incremento della produzione. Sfruttare le persone sarebbe la strada maestra per far andare meglio le cose, ma per chi? Io sono orgoglioso dell’operato di Di Maio, aver creato acque difficili a questi pizzicagnoli del lavoro meriterebbe un giorno di festa nazionale». «Agli italiani non resta che scegliere fra due visioni chiaramente distinte e inconciliabili del futuro di questo paese: chi lo voleva svendere e chi sta cercando di restituirgli una dignità; spero che siano tanti i piranha che seguiranno i su menzionati Ciclosfruttatori; e basta sì, di loro», conclude.
Questo il testo, e dal momento che le idee di Beppe Grillo, ci piaccia o no, sono la spina dorsale dell’attuale governo - non diversamente da come le leggi di Solone lo furono per Atene – dobbiamo prenderle sul serio.
Di quel commento ciò che è sconvolgente è che evidentemente il suo autore è in buona fede. Purtroppo questa buona fede si coniuga con un’incapacità di riflessione degna di attenzione clinica. 
La prenderemo alla lontana. Se qualcuno afferma che “i cormorani sono uccelli pescatori. Tuttavia i cormorani delle Galápagos non volano”, non si può dire a priori se abbia torto o ragione. Bisogna informarsi, in particolare sui cormorani delle Gal?ápagos. Ma se qualcuno dicesse: “In frigo per cena avevo una frittata, ma poiché a me le frittate piacciono con le erbette, quella l’ho buttata, e ora mi aspetto che compaia nel frigo una frittata con le erbette”, chi non si preoccuperebbe della sua salute mentale?
In questo caso infatti non è né necessaria né possibile una verifica. Sia perché nessuno mai ha visto comparire dal nulla una frittata nel frigorifero, sia perché il fenomeno sarebbe contrario alla legge di fisica secondo cui nulla si crea e nulla si distrugge. La frittata che è stata buttata via, infatti, non è stata distrutta: si trova nella pattumiera. E soprattutto, con assoluta certezza, non se n’è creata un’altra, migliore, in frigorifero. Questa seconda frittata potrebbe esserci se soltanto in casa ci fossero altre uova, le erbette, e una persona capace di ben cucinare questi ingredienti. In mancanza, essere sicuri che la frittata si riformerà, e migliorata, è un atteggiamento da dementi.
Quanto detto vale per Grillo. Se avesse sostenuto che Foodora ha abbandonato l’Italia e il suo posto è stato preso da un’altra società che remunera meglio i suoi giovani dipendenti, ne saremmo contenti. Si potrebbe perfino credere che Foodora fosse una società di piranha e di “ciclosfruttatori”. Ma se – come c’è da temere – Foodora non sarà sostituita da un’altra società, l’unica certezza sarà che i suoi dipendenti hanno perso il lavoro e la gente la comodità di ricevere il cibo a casa. 
Ma non ipotechiamo il futuro. Può anche darsi che il Decreto Dignità non sia così letale come l’ha reputato Foodora. Può anche darsi che un’altra società, con una migliore organizzazione, riuscirà ad obbedire al Decreto Dignità e nel frattempo fare profitti, mantenendo i posti di lavoro. Ma soltanto dopo che questa seconda società si sarà presentata ed avrà realizzato il suo piccolo miracolo, potremo essere orgogliosi dell’operato del ministro Di Maio. Non prima. 
Prima è da dementi o da fanatici, a scelta. Oppure da profeti. Probabilmente Grillo è un profeta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 agosto 2018
(1)https://www.corriere.it/politica/18_agosto_07/lavoro-grillo-foodora-lascia-italia-orgoglioso-operato-maio-c78f34d4-9a3e-11e8-b29e-fbb2c6c2bbaf.shtml




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POLITICA
7 agosto 2018
IL MITO DEGLI INVESTIMENTI PER IL LAVORO
Il lavoro non si crea. Non più di quanto si creino i ferri da stiro o le panchine pubbliche. Il lavoro è una prestazione per la quale qualcuno è disposto a pagare. Il lavoro non nasce dal bisogno di un giardiniere di guadagnare, il lavoro nasce dal bisogno di un condominio di avere un giardiniere. Non bisogna mettere il carro dinanzi ai buoi. 
Se si vogliono avere più occupati, non bisogna “creare posti di lavoro”, espressione assurda, bisogna far nascere il bisogno della prestazione. In altri termini, bisogna avere un giardino per il quale è necessario un giardiniere, non pagare un giardiniere anche se non si ha bisogno di lui. Non sono i muratori che richiedono l’edilizia, è l’edilizia che richiede i muratori. 
Il lavoro deve creare ricchezza, e per ricchezza dobbiamo intendere qualunque cosa che abbia valore economico. È ricchezza un chilo di patate, perché qualcuno l’ha prodotto e qualcun altro, per averlo, è disposto a pagare. È ricchezza un viaggio in aereo, un taglio di capelli, un paio di scarpe, e via dicendo: e infatti in economia si distinguono beni e servizi. Sono beni le scarpe e il chilo di patate, servizi il viaggio in aereo e il taglio di capelli. 
Purtroppo la creazione di ricchezza a volte non è immediatamente trasparente. Si potrebbe pensare che i carabinieri e gli attori di teatro non producano niente e invece i primi producono sicurezza e i secondi divertimento. 
Le cose si complicano quando chi spende è lo Stato. Infatti esso non sorveglia i suoi soldi con l’accuratezza e l’efficacia del privato e a volte non spende per servizi essenziali come i carabinieri. Lo Stato per esempio deve provvedere alle strade e le strade producono una loro forma di ricchezza, chiamata “mobilità”. Ma questo non avviene in ogni caso. Se la strada, una volta creata, ha un buon traffico, è segno che ce n’era la necessità. Se invece rimane prevalentemente deserta, si è sprecato il denaro dei contribuenti e distrutta ricchezza. 
Così arriviamo ai famosi “investimenti dello Stato”, tanto spesso invocati per  combattere la disoccupazione. In questo campo vale il ragionamento fatto per le strade. Se lo Stato crea una fabbrica di mobili componibili per rilanciare l’economia, dà lavoro a circa duecento dipendenti. Ovviamente l’operazione è costosa ma, se i mobili hanno successo, tanto da poter dire che si ricavano più soldi di quelli spesi, l’investimento potrà essere definito azzeccato e tale da contribuire positivamente all’economia del Paese. Si è creata ricchezza e ci sono duecento posti di lavoro in più. Ma ora facciamo il caso inverso, e purtroppo più frequente, che presto ci si accorga che l’industria opera in deficit. In questo caso se lo Stato chiude l’impresa perde tutto ciò che ha speso fino a quel momento e crea un problema occupazionale; se invece continua ad operare in deficit, questo deficit lo ripianerà l’erario, con ciò che hanno versato, con tasse e imposte, altri cittadini. In questo caso non soltanto non si ha produzione di ricchezza, ma si ha distruzione di ricchezza. Ciò che la collettività spende per ripianare il deficit, economicamente equivale a pagare un giardiniere perché non faccia nulla. 
Gli investimenti pubblici sono positivi se producono ricchezza, sono negativi se la distruggono. E se qualcuno si chiede quante siano le probabilità che gli investimenti siano positivi e quante che siano negativi, basterà invitarlo a guardarsi intorno. La quantità di opere pubbliche sbagliate, inutili, costose, e perfino incompiute, è impressionante. Né si può dire che le grandi opere decise in passato (anch’esse per rilanciare l’economia e dare lavoro ai disoccupati) abbiano oggi buona stampa. Non si sente parlare d’altro che di sospendere i lavori della TAV, di non portare a termine il gasdotto pugliese, di non completare il MOSE di Venezia, di chiudere l’Ilva di Taranto, e insomma di liberarsi dalle conseguenze di quegli “investimenti”. 
E allora come si potrebbe mai condividere l’entusiasmo con cui si parla di nuovi investimenti? Chi ci assicura che essi saranno produttivi e non distruttivi di ricchezza? Credo che nessuno possa contestare il diritto ad essere scettici. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 agosto 2018




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POLITICA
6 agosto 2018
L'ILVA VISTA DA BERTOLDO
Ovviamente, per parlare di un problema complesso come quello dell’acciaieria Ilva di Taranto, bisognerebbe avere studiato a fondo il problema. Così come per curare gli animali, bisogna aver conseguito una laurea in veterinaria, che dicono più ardua di quella in medicina. Ma se si ha un asino e non gli si dà da mangiare, è necessario un veterinario per capire di che soffre, e di che cosa morirà?
La notizia di oggi è che il ministro Di Maio trova insufficienti le controfferte della Arcelor Mittal, l’acquirente indiano dell’Ilva, e dunque – dopo aver richiesto il parere dell’Avvocatura di Stato – cercherà di annullare la gara. Ovviamente ciò significa che l’acciaieria continuerà a perdere un milione di euro al giorno (denaro che il governo dovrà trovare, perché i fondi disponibili arrivano fino a settembre), poi indire una nuova gara, trovare un altro compratore, e procedere alla vendita. Tutte cose che qualche difficoltà presentano.
Veniamo al malessere dell’asino. Di Maio e i sindacati vorrebbero che la Arcelor non licenziasse nessuno, mentre quell’impresa deve obbligatoriamente sfoltire il personale, se non desidera rimetterci. Ora qui le cose sono chiarissime.
1 Se è vero che, con quell’eccesso di personale, l’impresa indiana andrebbe in deficit la sua posizione è giustificatissima, e contestarla sarebbe stupido come contestare la Tavola Pitagorica.
2 Se la posizione dell’Arcelor è giustificata, altrettanto lo sarà quella del prossimo acquirente. Dunque l’annullamento attuale della gara non servirebbe a niente.
3 Se invece l’atteggiamento dell’Arcelor è ingiustificato, se cioè nelle condizioni che l’Arcelor rifiuta è possibile far funzionare l’Ilva e realizzare profitti, perché non lo fa lo Stato italiano, nella persona di Luigi Di Maio? E come mai non è stato fatto fino ad ora, se è vero che attualmente l’impresa perde un milione al giorno?
Queste alternative sono ineludibili. E proprio non si capisce che cosa crede di ottenere Di Maio. Forse reputa che esistano grandi gruppi industriali disposti ad acquistare l’Ilva di Taranto per poi perdere un milione di euro al giorno. Chissà.
I sindacati, in questa vicenda, si confermano quelli di sempre. Come si diceva dei nobili francesi dopo la Restaurazione, “non hanno niente appreso e niente dimenticato”. Conservano inalterata la mentalità di almeno un quarto di secolo fa e reputano che domani lo Stato potrebbe nazionalizzare l’impresa e perdere quel milione al giorno. Senza rendersi conto che questo Stato, oggi, queste spese non se le può permettere.
Ma nella loro irragionevolezza hanno un alibi: infatti passano la palla al governo, per tappare i buchi. Viceversa gli scervellati senza giustificazione sono i dirigenti del M5S. Di Maio è colui che, nel caso, i soldi dovrebbe metterceli. E non li ha. Per questa parte, veramente, molta gente ha molto da imparare. 
La vicenda dell’Ilva costituisce il primo momento in cui il nuovo governo, e l’attuale maggioranza, si trovano ad affrontare veri problemi economici. Un conto è non far sbarcare i migranti, basta un atto di coraggio. Un conto è rendere più difficile l’assunzione dei precari, tanto pagano loro e i loro datori di lavoro. Un conto ancora è tentare di depredare i pensionati, ché tanto poi ci penserà la Corte Costituzionale ad annullare il provvedimento. Quando si arriva all’Ilva, si tocca un problema che non si risolve con le parole o con le leggi. Le leggi dell’economia, direbbe un giurista, appartengono al Sein (all’essere, come la legge di gravità), non al Sollen (al dover essere, come le regole morali). E non c’è modo di aggirarle. Chi lancia in aria una pietra, sopra la propria testa, per contestare la legge di gravità, rischia una brutta sorpresa. 
Le velleità gladiatorie di Di Maio finiranno per costar care. Purtroppo non a lui: a noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 agosto 2018




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POLITICA
5 agosto 2018
PROMESSE VERIFICABILI
In filosofia non ci si mette mai d’accordo perché non si può effettuare un esperimento. Una dimostrazione matematica o chimica dello spirito non è concepibile. In scienza invece si comincia con un’ipotesi, la si verifica con un esperimento e, in caso di successo, si accetta una nuova verità scientifica.  
Il vasto popolo non si occupa di filosofia, e della scienza non conosce neppure il metodo. In questo campo non va oltre le quattro operazioni, ammesso che sappia ancora fare una divisione. Mancando di senso critico, è normale che creda le più grandi baggianate. E tuttavia c’è un limite al pessimismo. La gente è capace di sbagliarsi nei campi in cui ci si allontana dai suoi interessi immediati ma si sbaglia sempre meno quanto più ci si avvicina al suo portafogli, alla sua salute, alla sua sicurezza. 
Il caso di Matteo Renzi, in questo senso, è esemplare. Questo politico è un grande comunicatore e mostra una volontà di ferro, quando vuole realizzare qualcosa. Queste qualità hanno indotto gli italiani ad aprirgli un grande credito. Credito che egli stesso si è poi incaricato di dilatare, fino a rischiare di presentare una realtà fittizia. E la cosa ha comunque funzionato per un certo tempo. Poi, quando la gente ha cominciato a confrontare le parole del leader con la realtà economica che aveva sotto gli occhi, il trend si è invertito. Il Renzi degli ottanta euro è passato dal 40% delle “europee” a meno del 20% dei voti di marzo. Fine della parabola.
Si identifica così una regola della democrazia. Non si arriva molto in alto se non si è capaci di colpire la fantasia del popolo, se non si identificano le cose che vuole sentirsi promettere, se non si suscitano grandi speranze. Poi certo, quelle promesse non possono essere mantenute. E tuttavia, se non si insiste troppo su successi inesistenti e se nel contempo si realizza qualcosa, si può anche sperare nella prosecuzione del consenso. È la storia degli statisti durevoli. Se invece si commette l’errore di esagerare con le promesse e le bugie, il popolo si indigna, e appena possibile punisce gli sbruffoni. 
Per le promesse è un problema di scelte. Si può tentare di far gabbato il popolo nelle questioni etiche, nel campo dei diritti umani o nella politica internazionale: tutte cose di cui il popolo non capisce molto e che comunque non influenzano la sua vita quotidiana. Viceversa non bisogna tentare di ingannare il popolo quando si tratta di economia, di salute, di sicurezza. Un uomo che non trova lavoro non è soltanto scontento, è esasperato. Analogamente non perdona nulla se sente minacciata la sua salute, per esempio da servizi sanitari insufficienti o perché è costretto a curarsi a sue spese. Né tollera che sia toccata la sua sicurezza. Ne abbiamo avuto un esempio negli anni recenti. In Italia l’ufficialità politica all’unisono dichiarava moralmente giusta e tecnicamente imparabile l’immigrazione clandestina, mentre il popolo - che con quell’immigrazione aveva da fare - era sempre più irritato. Così ha applaudito fino a spellarsi le mani un “selvaggio” come Matteo Salvini che ha dato voce ai loro sentimenti ed ha agito secondo i suoi desideri. L’intero mondo politico, l’intera Chiesa Cattolica, l’intera intellighenzia italiana non sono riusciti ad averla vinta sul fastidio dei lavavetri ai semafori.
Ecco perché si può guardare con curiosità alla sorte dell’attuale coalizione di governo. Se essa si fosse limitata alle solite promesse, insistendo sul ricambio della classe dirigente e prospettando magari un mutamento di stile, avrebbe avuto qualche possibilità di durare. Invece ha commesso l’errore di formulare promesse concrete e verificabili dai cittadini. Se si parla di diminuire le tasse, si battono le sirene in seduzione auditiva. Se si parla di reddito di cittadinanza, si creano aspettative in tutti coloro che hanno difficoltà a sopravvivere (e sono molti) e perfino negli altri, dal momento che quell’espressione fa pensare che basti essere italiani per incassare il sussidio. Tutte promesse che non richiedono competenti, per essere verificate. Ognuno vorrà vederne la prova nel suo portafogli e ciò costituisce un pericolo che le parole non possono sventare. L’impegno assunto è impossibile, e così o i due partiti al governo non lo manterranno oppure, se ci proveranno contro venti e maree, rischieranno di far naufragare l’Italia. Comunque gli sarà presentato un conto molto salato.
L’imprudenza di questo governo si vede anche nel fatto che i rischi sembra cercarseli. Come sempre a proposito di cose verificabili. Avere permesso ai bambini non vaccinati di iscriversi lo stesso a scuola (o di cavarsela con le autocertificazioni fasulle) è stato un errore.  Se qualche bambino non vaccinabile dovesse morire perché contagiato da un bambino che avrebbe potuto (e dovuto) essere vaccinato, ne potrebbe derivare un’ondata di indignazione nazionale che costerebbe carissima al M5S. Questa mossa è stata supremamente stupida, soprattutto pensando che l’eventuale impopolarità del provvedimento se l’era già caricata la ministra Lorenzin. Forse hanno agito così perché prima hanno contestato anche i provvedimenti giusti e poi si son sentiti in dovere di essere coerenti con la propria imbecillità.
I politici e gli intellettuali si occupano volentieri di astrazioni varie, e dimenticano il proverbio francese che insegna: “Stomaco vuoto non ha orecchie”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 agosto 2018




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3 agosto 2018
LA GERMANIA DIVIENE POTENZA ATOMICA?

Christian Hacke – politologo tedesco – dimostra in questo articolo uno straordinario realismo. Leggendolo si ha la sensazione che si può non essere d’accordo, ma per obiettare bisognerebbe essere capaci di contrapporre fatti e ragionamenti a quelli usati da lui. In altri termini, quand’anche non si fosse d’accordo sulla sostanza, è il metodo, che nel testo è esemplare, ed è per levarmi il cappello dinanzi a questo metodo che ho tradotto l’articolo. Non guasta neppure un certo tono appassionato, e a volte colloquiale, che elimina ogni atteggiamento cattedratico. In coda l’originale.
G.P
FALSE SPERANZE SUL DOPO-TRUMP.
Christian Hacke
Durante il suo viaggio in Europa il Presidente americano Donald Trump si è abituato a stare in scena nel suo solito modo poco diplomatico: nei confronti dei suoi alleati ha condotto il gioco come un maestro di scuola; mentre di fronte all’autoritario Vladimir Putin ha fatto l’effetto di uno scolaretto. In questo modo capovolge la diplomazia occidentale e in particolare quella americana, disturbando gli alleati come non mai. 
L’idea che Trump ha del ruolo dell’America nel mondo, come anche la sua personalità narcisistica rendono pressoché impossibile, per i suoi amici tradizionali, ottenere che le loro argomentazioni trovino ascolto a Washington. Al contrario si fregano le mani già da mesi i furbi autocrati e dittatori, da quando il Presidente americano va in giro con la spensieratezza di un sonnambulo: come meravigliarsi che nei loro incontri con Trump essi possono mietere un successo dopo l’altro? Inoltre essi sono capaci di lisciare il pelo agli americani senza di fatto concedergli nulla: 
il capo di Stato della Cina, Xi, nel negoziato commerciale con gli Stati Uniti continua ad avere in mano le briscole grazie alla forza della Cina e alla debolezza dell’America;
il nordcoreano Kim ha ottenuto prestigio internazionale a Singapore per la prima volta, attraverso l’ingenuità e l’incapacità di fare dei calcoli  di Trump. Lo Status di potenza nucleare della Corea del Nord, a causa del suo successo, potrebbe proporla come un modello per altre dittature, nel mondo;
Vladimir Putin ad Helsinki ha potuto superare in modo spettacolare il suo isolamento diplomatico. Senza fare concessioni, lui ha guadagnato prestigio ed ha fatto sì che il Presidente americano facesse un’impressione negativa. 

L’Unione Europea come principale concorrente economica
L’atteggiamento semi-autoritario di Trump e la sua palese compagnoneria con i nemici della democrazia rende più tagliente la domanda, se l’Occidente non minacci di cadere a pezzi. Infatti il Presidente incontra gli alleati un tempo apprezzatissimi con manifesta arroganza, e non si trattiene nemmeno dal fargli delle pubbliche lavate di capo.
Così fino ad ora ha incontrato il capo del governo canadese Justin Trudeau, il Primo Ministro inglese Theresa May o la Cancelliera federale tedesca Angela Merkel. Come si spiega questo comportamento?
L’ “America first” di Trump corrisponde a indebolire gli allearti o addirittura a dividerli. Così Trump corteggia senza neppure nasconderlo i populisti di destra, in Europa, li incoraggia ad uscire dall’Unione Europea oppure tenta di mettere economicamente sotto pressione l’Ue attraverso la sua politica dei dazi.
Soprattutto l’Ue è per lui una spina nel fianco. Trump la teme come principale concorrente sui mercati internazionali. Dal momento che Trump si mette sotto i piedi i valori e gli interessi dell’Occidente, si sta giocando il ruolo degli Stati Uniti come potenza leader dell’Occidente. Dal momento che vuole ingraziarsi i dittatori, fa perdere agli Stati Uniti l’aspetto della potenza d’ordine mondiale e sembra attribuire valore a zone d’influenza, che potrebbero portare a preoccupanti modificazioni di potenza assolutamente nocive per il mondo libero.

La lunga tradizione dell‘isolamento
Un’occhiata alla storia, più o meno al tempo fra le due Guerre Mondiali, mostra che l’isolazionismo e il protezionismo sono antichissimi modi di comportamenti americani. L’internazionalismo liberale degli Usa durante la Guerra Fredda si può vedere come un’eccezione. Vista così, Trump si rifà ad una tradizione popolare. Dunque ciò che egli fa non è nuovo, ma rivoluziona la politica estera americana come mai era avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale: gli amici diventano avversari, mentre ai nemici della Democrazia si srotola il tappeto rosso. Per conseguenza Trump rappresenta un’America che c’è sempre stata, ma che noi europei, e in particolar modo noi tedeschi non abbiamo conosciuto e la cui storia abbiamo intenzionalmente soppresso.
Osserviamo dunque, attualmente, in America, lo scontro violento di due culture politiche. L’America che conosciamo e che ci è cara, quella liberale e internazionale, è in conflitto con la sua variante materialistica, protezionistica e piena di sé. Una giornata passata guardando i teleschermi dà l’impressione di due Americhe, di cui ciascuna  non vuole  avere nulla in comune con l’altra. Attualmente sembra che l’America isolazionista domini nello Stato e nella società.   

La situazione speciale della Germania è finita.
Questa frattura culturale intra-americana colpisce in modo particolarmente duro gli alleati, e specialmente la Germania. La Repubblica Federale è stata per più di sessant’anni l’alleato europeo preferito, e così oggi essa acquista un nuovo status speciale: è considerata il nemico intimo numero uno di Trump. Questo voltafaccia nella politica tedesca dell’America è privo di riscontri nella storia moderna. Anche per questo la Germania fa un’impressione sconvolgente. In molti posti non ci si capacita di questa degradazione e di questo decadimento.
Corrispondentemente è sbagliata la stroncatura di Trump in Germania. Ma è intelligente? La Cancelliera federale para le stroncature di Trump con l’atteggiamento di superiorità. Ma al contrario la Germania si lamenta, invece di chiedersi: dov’è che Trump potrebbe persino avere ragione? In che cosa bisognerebbe seguirlo? E al contrario ci si concentra su che cosa e come lo si può criticare oppure perfino renderlo ridicolo.

Lo scroccone tedesco
Alcuni idealisti benintenzionati dimenticano purtroppo che l’arroganza moraleggiante non è un succedaneo della politica intelligente. Per giunta, in tutti i campi, in caso di contrasto gli Usa hanno il coltello dalla parte del manico. La Germania ha bisogno degli Usa perché sia garantita la sua sicurezza e il resto dei suoi interessi molto più che l’inverso. Inoltre il Presidente americano ha ragione quando si lamenta che per decenni la Germania si è sistemata molto comodamente, quanto a politica della sicurezza. La Germania ha approfittato unilateralmente della garanzia di sicurezza americana e per questo viene vista negli Stati Uniti – e non soltanto da Trump – come uno scroccone ingrato, che per giunta si è defilato, quando è stata richiesta solidarietà militare. 
La critica alla Germania tuttavia si concentra non soltanto sull’insufficiente contributo alla difesa nel quadro della Nato. Ancor più preoccupante suona la situazione catastrofica dell’esercito tedesco: niente vola, niente naviga e niente cammina nella truppa. Questa armata non appare capace di difendere il Paese. Le riforme rimangono a metà. Purtroppo domina un pubblico disinteresse riguardo alla politica della difesa. Per conseguenza manca un’esigente discussione riguardo alla politica della sicurezza nello Stato e nella società.

Speranze ingannevoli riguardo all’era post-Trump
La maggior parte delle persone a Berlino pensa e agisce secondo il detto “Chiudere gli occhi e avanzare”, e sperano in tempi migliori dopo Trump. E tuttavia questo calcolo potrebbe rivelarsi ingannevole. Trump ha modificato il clima politico, negli Usa, in modo più sostenibile per i suoi interessi di quanto gli europei capiscano. La sua politica estera incontra una crescente approvazione. La sua diplomazia populistica secondo il semplice e fuorviante modello: “Amicizia con i possenti autocrati e distanza dagli alleati inutili” trova negli Usa più incoraggiamento di quanto gli europei immaginino. Gli americani sono stanchissimi, dopo diciassette anni di insuccessi nella guerra al terrorismo. Dal momento che percepiscono che Trump, meglio oggi che domani, si ritirerebbe volentieri dal mondo, dal punto di vista militare, la sua popolarità appare intatta, malgrado tutte le sue carenze caratteriali.
Questo punto di vista si trasforma spesso in Germania in una stroncatura unilaterale di Trump. Anche le conseguenze nella politica di sicurezza per la Germania sono discusse unilateralmente. Così il ministro degli esteri tedesco critica pubblicamente il Presidente americano, si batte per il trattato di non proliferazione nucleare ed anche per Global Zero e per il ritiro delle armi nucleari americane dalla Germania. Ma poi qualcuno pensa seriamente che con questa politica tanto critica degli americani viene rinforzata a Washington la disponibilità ad impegnarsi per la sicurezza della Germania? Molto di più è da temere, che questa tendenza alla fuga dal nucleare annacqui sempre di più la già pressoché squagliata disponibilità degli Usa per una aumentata garanzia di deterrenza nucleare.

Pensare secondo categorie strategico-militari
Che cosa si dovrebbe, che cosa si potrebbe fare, affinché gli alleati come la Germania siano visti come meritevoli di difesa? Berlino dovrebbe venire incontro agli Usa là dove appare necessario. Così, ad esempio, Berlino dovrebbe finalmente aumentare le sue spese per la difesa, come promesso da anni. Di ciò già si vedono a Berlino segni, anche se non entusiastici. Ma la Germania deve fare di più. E neanche questo basta: la Germania deve sviluppare una adeguata cultura della politica della sicurezza e corrispondentemente divenire attiva nell’alleanza.

Attualmente ci sono tre alternative
Con riguardo alle sue qualità come Soft-Power, la Germania agisce in modo esemplare. Ma a Berlino manca la volontà e la capacità di pensare o agire secondo categorie strategico-militari. Mancano dibattiti all’incirca sulla sicurezza dei suoi interessi politico-commerciali, che sarebbero urgenti con riguardo alle nuove sfide. Manca totalmente una politica nazionale della difesa, che si fonda sull’alleanza, ma non si nasconde dietro le strutture comuni dell’alleanza stessa. In questa situazione della politica della sicurezza alla Germania si offrono tre alternative:
1 Continuare come s’è fatto fino ad ora
Berlino se ne frega come fino ad ora e spera che le cose vadano meglio dopo Trump. Ma con questa posizione la garanzia di deterrenza americana diviene giorno dopo giorno meno credibile. Le più recenti dichiarazioni del Presidente Trump con riguardo all’adesione come membro della Nato del Montenegro, rafforzano il dubbio che gli Stati Uniti si impegneranno totalmente per la sicurezza degli alleati europei. Proprio la Germania, come nuovo modello di nemico del Presidente Trump non può affatto contare ancora sul fatto di avere gli americani accanto a sé. Ciò costringe a nuove e radicali considerazioni:

2 Collaborazione nucleare
Una garanzia nucleare europea potrebbe divenire un sostituto della deterrenza americana, in corso di sparizione. Da mesi se ne discute a Berlino, e viene vista come una possibile alternativa. La Germania in questa prospettiva potrebbe sostenere il progetto dichiarandosi pronta a co-finanziare programmi di armi nucleari francesi o inglesi, se ambedue le potenze si dichiarano pronte a proteggere la sicurezza della Germania come una allargata garanzia di deterrenza nucleare. Per questo potrebbero o dovrebbero anche essere stazionate in Germania armi nucleari francesi o inglesi.
E tuttavia si sollevano dei dubbi. Oggi come sempre in Francia è valida la massima di De Gaulle: “La forza nucleare è difficile da condividere”. E in Gran Bretagna si pensa nello stesso modo. L’Europa aspetta invano già da settant’anni una politica di difesa comune. Essa rimarrà illusoria anche in futuro, a causa dei diversi interessi nazionali. Per di più né la Francia né la Gran Bretagna sono inclini a garantire la sicurezza della Germania con le proprie forze atomiche. Un ombrello nucleare francese o britannico che si prenda cura della sicurezza della Germania, è un’alternativa altamente dubbia. Per conseguenza si rafforza, anche riguardo alla variante europea della deterrenza, l’impressione che Berlino tenda a rifugiarsi nelle illusioni.

3 La Germania potenza atomica
Se anche la garanzia nucleare americana è divenuta dubbia, ed appare probabilmente che non sia realizzabile nessuna variante europea di deterrenza, diviene inevitabile vedere l’elefante nel corridoio: come la mettiamo con una possibile Germania potenza atomica?
Vi sono parecchie buone ragioni per le quali, in passato, la Germania ha intenzionalmente rinunciato alle armi di distruzione di massa. Ma tutti i doveri contrattuali, morali e politici possono, anzi debbono, essere riconsiderati alla luce dei nuovi sviluppi e delle nuove conoscenze. Lo sviluppo critico degli anni passati negli Usa, nell’alleanza e nel mondo, costringono a ciò i responsabili. A questo appartiene anche la riflessione, se e a quali condizioni la Germania potrebbe divenire potenza atomica, per rinforzare la propria sicurezza e quella dell’alleanza.

Il dibattito è appena possibile
Purtroppo questo problema, per ragioni di political correctness, e per mancanza di coraggio civile e di riflessioni strategico-militari, fino ad ora è stato totalmente soppresso. Al contrario, riguardo a questa questione, ci si comporta come le tre scimmie: non dir nulla, non sentir nulla, non veder nulla. E tuttavia la Germania deve porsi questo problema e deve discuterne pubblicamente senza pregiudizi e senza paraocchi. Lo stato d’animo fondamentalmente pacifista ha in questo campo una parte decisiva. E tuttavia sarebbe poco intelligente, se una dirimente questione di sicurezza fosse diffamata pregiudizialmente come militaristica.
Al riguardo bisogna anche occuparsi delle decisioni passate su questi argomenti.  Perché corresponsabile per l’attuale orrenda situazione della politica della sicurezza è anche l’abbandono del servizio militare. Ciò ha durevolmente indebolito il morale, l’ancoraggio politico-sociale e la capacità difensiva delle forze militari.
Per giunta il frettoloso abbandono dell’energia atomica dopo Fukushima ha portato con sé una conseguenza particolarmente fatale: La Germania con questo si è spensieratamente giocata nel mondo il suo ruolo esemplare come potenza atomica civile. Anche nel dibattito a favore o contro l’energia nucleare è necessaria una nuova apertura.

Un nuovo inizio nella politica della difesa
Riassumendo si può dire: La prevedibile perdita della deterrenza allargata attraverso la potenza nucleare americana, la mancanza di una deterrenza nucleare europea, il ruolo sempre meno significativo delle istituzioni comunitarie dell’Occidente, come la Nato e l’Unione Europea, ed una insufficiente cultura politica della difesa in Germania richiedono un nuovo inizio nella politica della difesa. E al riguardo si pone anche la questione centrale: a quali condizioni e con quali costi la potenza centrale dell’Europa potrebbe divenire una potenza atomica?
E tuttavia queste questioni dovrebbero essere discusse senza isteria. Si tratta molto seriamente di preoccupazioni di sicurezza di lungo periodo in un mondo sempre più indecifrabile e, in vista di egoismi nazionali che crescono, svanisce la solidarietà dell’alleanza. La Germania può occuparsi con successo della propria sicurezza, soltanto se rimane comunque fedele all’alleanza. Per questo deve collaborare in modo più risoluto e costruttivo di quanto abbia fatto fino ad ora alla pianificazione nucleare dell’alleanza. Detto in breve: la Germania deve proteggersi meglio dal punto di vista militare per essere in grado di dominare in modo convincente le crisi avvenire.
Christian Hacke
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
Verteidigungspolitik - Falsches Hoffen auf die Zeit nach Trump 
EIN GASTBEITRAG VON CHRISTIAN HACKE am 20. Juli 2018 
Zuerst bei Cicero Online erschienen, jetzt bei Welt am Sonntag als Aufmacher: Der Debatten-Beitrag von Christian Hacke zu einer möglichen deutschen Atombombe hat eine Diskussion entfacht
Auf seiner Europareise hatte sich der amerikanische Präsident Donald Trump auf gewohnt undiplomatische Weise in Szene gesetzt: Gegenüber den Verbündeten gerierte er sich wie ein Schulmeister; aber gegenüber dem autoritären Wladimir Putin wirkte er wie ein Schuljunge. Damit stellt er die westliche und insbesondere die amerikanische Diplomatie auf den Kopf und verstört die Verbündeten mehr denn je.
Trumps Vorstellungen von Amerikas Rolle in der Welt sowie seine narzisstische Persönlichkeit machen es den traditionellen Freunden fast unmöglich, ihren Argumenten in Washington Gehör zu verschaffen. Dagegen reiben sich die gewieften Autokraten und Diktatoren schon seit Monaten die Hände, seit der amerikanische Präsident mit schlafwandlerischer Ahnungslosigkeit sie umwirbt: Kein Wunder, dass sie bei ihren Treffen mit Trump einen Erfolg nach dem anderen verbuchen können. Zudem verstehen sie es, dem Amerikaner zu schmeicheln ohne ihm jedoch sachlich entgegenzukommen:
- Chinas Staatschef Xi hält im Handelstreit mit den USA dank chinesischer Stärke und amerikanischer Schwäche weiter die Trümpfe in der Hand
- Nordkoreas Kim hat erst durch Trumps Naivität und Unberechenbarkeit internationales Prestige in Singapur erlangt. Nordkoreas Nuklearstatus könnte wegen seines Erfolgs zum Modell für andere Diktaturen in der Welt avancieren. 
- Wladimir Putin konnte in Helsinki seine diplomatische Isolation spektakulär überwinden. Ohne Zugeständnisse zu machen, gewann er an Prestige und ließ den amerikanischen Präsidenten schlecht aussehen.
Die EU als wirtschaftlicher Hauptkonkurrent
Trumps semi-autoritäre Attitüde und seine unverhohlene Kumpanei mit den Feinden der Demokratie verschärft die Frage, ob der Westen zu zerbrechen droht. Denn Präsident Trump begegnet den einstmals geschätzten Verbündeten mit unverhohlener Arroganz, ja er scheut nicht einmal davor zurück, sie öffentlich abzukanzeln.
So traf es bislang den kanadischen Regierungschef Justin Trudeau, die britische Premierministerin Theresa May oder die deutsche Bundeskanzlerin Angela Merkel. Wie lässt sich dieses Verhalten erklären?
In Trumps „America first“ gilt es, die alten Verbündeten zu schwächen oder gar zu spalten. So hofiert Trump unverhohlen die Rechtspopulisten in Europa, animiert sie zum Austritt aus der EU oder er sucht die EU ökonomisch durch seine Schutzzollpolitik unter Druck zu setzen.
Besonders die EU ist ihm ein Dorn im Auge. Trump fürchtet sie als Hauptkonkurrenten auf den internationalen Märkten. Weil Trump zentrale Werte und Interessen des Westens mit Füßen tritt, verspielt er die Rolle der USA als Führungsmacht des Westens. Weil er sich bei Diktatoren anbiedert, verschleudert er außerdem das Ansehen der USA als Weltordnungsmacht und gibt Einflusszonen preis, die zu bedenklichen Machtverschiebungen zuungunsten der freien Welt führen können. 
Lange Tradition der Isolierung
Ein Blick in die Geschichte, wie etwa in die Zeit zwischen den beiden Weltkriegen, zeigt, dass Isolationismus und Protektionismus uramerikanische Verhaltensweisen sind. Den liberalen Internationalismus der USA während des Kalten Krieges kann man so gesehen als Ausnahme verstehen. So gesehen knüpft Trump an populäre Traditionen an. Was er tut ist also nicht neu, aber revolutioniert die amerikanische Außenpolitik wie nie seit dem Zweiten Weltkrieg: Aus Freunden werden Gegner, während den Feinden der Demokratie der rote Teppich ausgerollt wird. Trump repräsentiert folglich ein Amerika, das schon immer da war, das wir Europäer und besonders wir Deutsche aber bislang nicht gekannt und dessen Geschichte wir geflissentlich verdrängt haben.
Wir beobachten also derzeit in Amerika ein Aufeinanderprallen von zwei politischen Kulturen: Das uns bekannte und lieb gewonnene liberale und internationale Amerika liegt im Streit mit der materialistischen, selbstgerechten und protektionistischen Variante. Ein Tag am amerikanischen Fernsehbildschirm vermittelt den Eindruck, als ob es zwei Amerikas gäbe, die miteinander nichts zu tun haben wollten. Gegenwärtig scheint das isolationistische Amerika in Staat und Gesellschaft zu dominieren. 
Der deutsche Sonderstatus ist vorbei
Besonders hart trifft dieser inneramerikanische Kulturbruch die Verbündeten, insbesondere Deutschland. War die Bundesrepublik mehr als sechzig Jahre lang der bevorzugte europäische Verbündete, so nimmt sie heute einen Sonderstatus ein: Sie gilt als Trumps Intimfeind Nummer eins. Diese Volte in der amerikanischen Deutschlandpolitik ist in der modernen Geschichte beispiellos. Auch deshalb macht Deutschland einen geschockten Eindruck. Vielerorts will man diese Degradierung und Bloßstellung einfach nicht wahr haben.
Entsprechend wütend fällt das Trump-Bashing in Deutschland aus. Aber ist das klug? Die Bundeskanzlerin pariert die Ausfälle von Trump souverän. Aber ansonsten lamentiert Deutschhland, anstatt sich selbstkritisch zu fragen: Wo könnte Trump vielleicht sogar Recht haben? Wo sollte man ihm folgen? Man konzentriert sich hingegen nur darauf, wo und wie man ihn kritisieren oder gar auch lächerlich machen kann.
Der deutsche Trittbrettfahrer
Manche gutmeinenden Idealisten vergessen dabei aber, dass moralisierende Arroganz kein Ersatz für kluge Politik ist. Zudem sitzen die USA im Streit auf fast allen Ebenen am längeren Hebel. Deutschland braucht die USA zur Wahrung seiner Sicherheit und seiner übrigen Interessen mehr als umgekehrt. Außerdem hat der amerikanische Präsident Recht wenn er beklagt, dass sich Deutschland jahrzehntelang sicherheitspolitisch bequem eingerichtet hat. Deutschland hat von der amerikanischen Sicherheitsgarantie einseitig profitiert und wird deshalb in den USA – nicht nur von Trump – als undankbarer Trittbrettfahrer gesehen, der sich außerdem oft versagte, wenn militärische Solidarität gefordert war. 
Die Kritik an Deutschland konzentriert sich jedoch nicht nur auf den unzureichenden Verteidigungsbeitrag im Rahmen der Nato. Noch bedenklicher stimmt der katastrophale Zustand der Bundeswehr: Nichts fliegt, nichts schwimmt und nichts läuft in der Truppe. Diese Armee scheint nicht verteidigungsfähig. Reformen bleiben halbherzig. Leider dominiert öffentliches Desinteresse in der Verteidigungspolitik. Folglich mangelt es an einem anspruchsvollen sicherheitspolitischen Diskurs in Staat und Gesellschaft.
Trügerisches Hoffen auf die Post-Trump-Ära
Die meisten in Berlin denken und handeln nach der Devise „Augen zu und durch“ und hoffen auf bessere Zeiten nach Trump. Doch diese Rechnung könnte sich als trügerisch erweisen. Trump verändert das politische Klima in den USA nachhaltiger zu seinen Gunsten, als den Europäern bewusst ist. Seine Außenpolitik stößt zunehmend auf Zustimmung. Seine populistische Diplomatie nach dem simplen und irreführenden Strickmuster „Freundschaft mit den mächtigen Autoritären und Distanz zu den unnützen Verbündeten“ findet in den USA mehr Zuspruch als die Europäer vermuten. Die Amerikaner sind erschöpft nach 17 Jahren erfolglosem Anti-Terror-Krieg. Weil sie spüren, dass Trump lieber heute als morgen sich militärisch aus der Welt zurückziehen würde, scheint – trotz aller charakterlichen Mängel – seine Popularität ungebrochen.
Diese Sichtweise geht aber im oft einseitigen Trump-Bashing in Deutschland unter. Auch sicherheitspolitische Konsequenzen für Deutschland werden nur einseitig erörtert. So kritisiert der deutsche Außenminister den amerikanischen Präsidenten öffentlich, plädiert für Nichtweiterverbreitung von Atomwaffen oder gar für Global Zero und für Abzug amerikanischer Nuklearwaffen aus Deutschland. Glaubt denn jemand im Ernst, dass mit dieser amerikakritischen Politik in Washington die Bereitschaft gestärkt wird, für Deutschlands Sicherheit einzustehen? Vielmehr ist zu befürchten, dass dieser Nuklear-Eskapismus die ohnehin geschmolzene Bereitschaft der USA für eine erweiterte nukleare Abschreckungsgarantie noch mehr ausdünnt.
Denken in militärstrategischen Kategorien
Was sollte, was muss getan werden, damit Verbündete wie Deutschland wieder als verteidigungswürdige Alliierte angesehen werden? Berlin muss den USA dort entgegenkommen, wo es notwendig erscheint. So etwa sollte Berlin seine Verteidigungsausgaben, wie seit Jahren abgesprochen, endlich erhöhen. Halbherzige Ansätze deuten sich in Berlin ja schon an. Aber Deutschland muss mehr tun. Es muss die Qualität seine Streitkräfte verbessern bzw. modernisieren. Aber auch das reicht nicht aus: Deutschland muss eine anspruchsvolle sicherheitspolitische Kultur entwickeln und im Bündnis entsprechend aktiv werden.
Derzeit gibt es drei Alternativen
In Hinblick auf seine Soft-Power-Qualitäten agiert Deutschland vorbildlich. Aber in Berlin fehlt der Wille und die Fähigkeit, in militärstrategischen Kategorien zu denken oder zu handeln. Geopolitische Ansätze, etwa zur Sicherung seiner handelspolitischen Interessen, die angesichts neuer Herausforderungen dringlich wären, fehlen. Eine nationale Verteidigungspolitik, die sich auf das Bündnis stützt, sich aber nicht hinter Bündnisgemeinsamkeiten versteckt, fehlt völlig. In dieser ernsten sicherheitspolitischen Lage bieten sich für Deutschland drei Alternativen an:
1. Weiter wie bisher
Berlin wurschelt weiter wie bisher und hofft auf bessere Zeiten nach Trump. Doch mit dieser Einstellung wird die amerikanische Abschreckungsgarantie von Tag zu Tag unglaubwürdiger. Die jüngsten Äußerungen von Präsident Trump mit Blick auf das Nato-Mitglied Montenegro bestärken die Zweifel, dass die USA noch für die Sicherheit der europäischen Verbündeten voll einstehen werden. Gerade Deutschland als neues Feindbild von Präsident Trump kann wohl kaum noch auf amerikanischen Beistand rechnen. Das zwingt zu radikalen Neuüberlegungen:
2. Nukleare Zusammenarbeit 
Eine europäische Nukleargarantie könnte zum Ersatz der schwindende amerikanischen Abschreckung werden. Sie wird seit Monaten in Berlin ins Gespräch gebracht und von vielen als brauchbare Alternative angesehen. Deutschland könnte dieses Projekt dadurch unterstützen, dass es sich bereit erklärt französische und/oder britische Nuklearwaffenprogramme mitzufinanzieren, wenn sich die beiden Mächte im Gegenzug bereit erklären, für Deutschlands Sicherheit mit einer erweiterten nuklearen Abschreckungsgarantie zu bürgen. Dazu könnten oder müssten auch französische oder britische Nuklearwaffen in Deutschland stationiert werden.
Doch Zweifel sind angebracht. Nach wie vor gilt in Frankreich de Gaulle's Maxime: „Nukleare Gewalt ist schlecht zu teilen“. In Großbritannien denkt man ähnlich. Europa wartet nun schon seit 70 Jahren vergeblich auf eine gemeinsame Verteidigungspolitik. Sie wird auch in Zukunft wegen der unterschiedlichen nationalen Interessen illusorisch bleiben. Weder Frankreich noch Großbritannien ist geneigt, zusätzlich mit seinen nationalen Atomstreitkräfte Deutschlands Sicherheit zu garantieren. Ein französischer oder britischer Nuklearschirm, der für Deutschlands Sicherheit sorgt, ist also eine höchst fragwürdige Alternative. Folglich verstärkt sich auch mit Blick auf die europäische Abschreckungsvariante der Eindruck: Berlin neigt zur Flucht in Illusionen.
3. Atommacht Deutschland
Wenn also die amerikanische Nukleargarantie zweifelhaft geworden ist und vermutlich auch keine europäische Abschreckungsvariante realisierbar erscheint, dann wird der Blick auf den Elefant im Raum unvermeidlich: Wie halten wir es mit einer potenziellen Atommacht Deutschland?
Es gibt viele und gute Gründe, dass in der Vergangenheit Deutschland bewusst auf Massenvernichtungswaffen verzichtet hat. Doch alle vertraglichen, moralischen und politischen Verpflichtungen können, ja müssten im Lichte neuer Entwicklungen und Erkenntnisse überprüft werden. Die krisenhafte Entwicklung der vergangenen Jahre in den USA, im Bündnis und in der Welt zwingen die Verantwortlichen dazu. Dazu gehört auch die Überlegung, ob und unter welchen Bedingungen Deutschland Atommacht werden könnte, um seine eigene Sicherheit und die des Bündnisses zu stärken.
Die Debatte ist kaum möglich
Leider ist aus Gründen der Political Correctness, wegen fehlender Zivilcourage und mangelhafter militärstrategischer Überlegungen diese Frage in Deutschland bislang total verdrängt worden. Stattdessen verhält man sich in Bezug auf diese Frage wie die drei Affen: nichts sagen, nichts hören, nichts sehen. Doch Deutschland muss sich dieser Frage stellen und sie öffentlich ohne Vorbehalte und Scheuklappen diskutieren. Die pazifistische Grundstimmung spielt dabei eine entscheidende Rolle. Doch es wäre unklug, wenn brisante Sicherheitsfragen von vornherein als militaristisch diffamiert werden.
Hinzu kommt, dass auch vergangene Entscheidungen in diese Erörterungen miteinbezogen werden müssen. Denn mitverantwortlich für die derzeitige sicherheitspolitische Misere ist etwa die Aussetzung der Wehrpflicht. Sie hat Moral, gesellschaftspolitische Verankerung und Verteidigungsfähigkeit der Streitkräfte nachhaltig geschwächt.
Zusätzlich hat der überstürzte Ausstieg aus der Atomenergie nach Fukushima eine besonders fatale Konsequenzen nach sich gezogen: Deutschland hat dadurch seine Vorbildrolle als zivile Atommacht in der Welt leichtfertig verspielt. Auch die Debatte über Pro und Contra der Nuklearenergie bedarf der Neueröffnung.
Verteidigungspolitischer Neubeginn
Zusammengefasst lässt sich sagen: Der absehbare Verlust der erweiterten Abschreckung durch die Nuklearmacht USA, das Fehlen einer europäischen Nuklearabschreckung, die schwindende Bedeutung der westlichen Gemeinschaftsinstitutionen wie Nato und EU und eine mangelhafte verteidigungspolitische Kultur in Deutschland erfordern einen verteidigungspolitischen Neubeginn. Dabei geht es auch um die zentrale Frage: Unter welchen Bedingungen und zu welchen Kosten könnte die Zentralmacht Europas Atommacht werden?
Doch sollten diese Fragen ohne Hysterie erörtert werden. Es geht vielmehr um langfristige Sicherheitsvorsorge in einer zunehmend unübersichtlichen Welt, angesichts wachsender nationaler Egoismen schwindet die Bündnissolidarität. Deutschland kann aber nur dann erfolgreich für seine eigene Sicherheit sorgen, wenn es unter allen Umständen bündnisfähig bleibt. Es muss deshalb entschiedener und konstruktiver als bisher an der nuklearen Planung des Bündnisses mitwirken. Kurz und gut: Deutschland muss sich militärisch besser wappnen, um künftige Krisen souverän meistern zu können.




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2 agosto 2018
SALVINI, ANDREOTTI E L'EROINA DEL POTERE
Il potere ha qualcosa di magico. O forse, più semplicemente, è collegato ad un istinto molto forte. Lo si vede nel modo come i maschi di tante specie combattono per essere l’animale alfa e per il diritto ad accoppiarsi con le femmine. Fino a divenire imprudenti. 
Il potere è una passione che dà alla testa. È simile all’eroina, la droga che fa credere di essere degli “eroi” capaci di qualunque impresa, fino a perdere la percezione del pericolo. Gli ambiziosi smarriscono il senso del limite morale. Macbeth e sua moglie commettono una serie di crimini tali che prima lei impazzisce, poi ambedue perdono la vita. A questa sorta di follia i greci hanno dato un nome, hybris, l’eccesso, l’unico peccato che gli dei, benché tutt’altro che modelli di virtù, non perdonavano. Né di diverso parere sono stati i cristiani. Dovendo ipotizzare il motivo per il quale Lucifero fu dannato, pensarono ad un peccato di eccesso: il più bello degli angeli si era creduto superiore a Dio. E infatti ancora oggi, nelle nostre chiese, sullo scudo dell’arcangelo che lo scaccia dal paradiso, c’è scritto: “Quis ut Deus?”, “Chi come Dio”?
L’uomo normale ha difficoltà a capire la passione per il potere. E tuttavia essa è tanto forte da turbare l’equilibrio mentale delle sue vittime. Gianfranco Fini, pressoché un enfant prodige della politica, si comporta da ingrato, insidia il potere di Berlusconi e attua una ribellione assolutamente priva di sbocco. E tutto ciò perché stanco di aspettare una normale successione per via dinastica. Il risultato è stato la sua morte politica. 
Un secondo caso è quello di Matteo Renzi. Anch’egli è stato protagonista di una prodigiosa carriera politica ma la passione del potere in lui è presto divenuta sfrontatezza, arroganza, mitomania. Soprattutto capacità di procurarsi il massimo numero di nemici. Atteggiamenti che non potevano non portarlo alla rovina. E così, velocemente come era andato in testa alla corsa, si è trovato nella pattuglia di coda. 
Il difficile, riguardo alla passione per il potere, è dominarla senza farsene dominare. In questo campo il modello insuperato è Andreotti: una persona mite, ironica, sorniona. Non soltanto incapace di atteggiamenti gladiatori o provocatori, ma rispettoso con tutti. E tuttavia quest’uomo in tono minore è stato sempre ai vertici dello Stato. Renzi ha avuto all’incirca tre anni di successo, Andreotti quanti anni, trenta? Quaranta? 
E oggi si profila il caso di Matteo Salvini. Anche lui ha avuto un inizio folgorante. Il suo primo mese come ministro è stato un successo senza precedenti. Ma il suo sentimento di onnipotenza rischia di trascinarlo nell’abisso. Dimentica che il suo exploit non è costato un euro e, se riuscirà a bloccare l’immigrazione, presto tutti considereranno la cosa acquisita e si dovrà passare ad altro. Già dal mese prossimo si profilano scadenze che non si sa come affrontare. Inoltre non si vede con quali fondi mantenere le infinite promesse fatte. Infine la Lega si trova a governare con un partito da cui ci si possono aspettare follie. Non soltanto esso ha promesso l’impossibile, ma basti vedere come sta affrontando i nodi dell’Ilva, della TAV, dell’Alitalia, dei vaccini, del lavoro. Se ci saranno le conseguenze negative previste, si può star certi che l’intero governo sarà ritenuto corresponsabile. 
Non solo Salvini si è messo con un alleato che non sa nuotare e rischia di trascinarlo al fondo, ma per giunta si aliena sempre più l’alleato col quale governa la metà più ricca della nazione. Ha cominciato col proporre, per la Presidenza del Senato, un nome diverso dal candidato ufficiale della coalizione di centrodestra ed ora ha continuato designando Marcello Foa come presidente della Rai. Ancora una volta senza nemmeno avvertire il Cavaliere. Ma se questi, stringendo i denti, per il Senato gliel’aveva fatta passare, stavolta ha detto no. Enoug is enough.
E qui si arriva al capolavoro. Quello che fa pensare ad un destino modello Fini.  Prima l’irruente ministro designa Foa senza dire niente a Berlusconi, poi viene a sapere che questi è irritato, ma non se ne dà per inteso. Non gli telefona nemmeno. La mattina stessa del voto in Commissione, quando finalmente si è reso conto che l’alleato veramente gli avrebbe fatto mancare la maggioranza, si è precipitato da lui di persona, andando a trovarlo in ospedale, per chiedergli di tornare sui suoi passi. E ovviamente ha ottenuto un rotondo “no”. Se l’anziano Cavaliere, all’ultimo momento, avesse fatto marcia indietro, avrebbe fatto ridere l’Italia. 
L’episodio dimostra che Salvini non domina la sua passione per il potere, ma ne è dominato. Se fosse stato un uomo equilibrato avrebbe cominciato con l’essere collaborativo e conciliante. Non sarebbe stato difficile mettersi d’accordo con Berlusconi. Soprattutto a proposito di un uomo che non gli è nemmeno sgradito. Se invece, con un comportamento degno di Renzi, era risoluto a trattar male l’alleato per fargli pesare la sua subalternità, una volta scoperto l’errore avrebbe lo stesso dovuto mantenere l’atteggiamento assunto. Un uomo serio, quando ha fatto una frittata, se ne assume la responsabilità. Invece Salvini ha tentato di metterci rimedio quando ormai era troppo tardi ed è riuscito a farsi umiliare senza neppure salvare l’unità del centrodestra. 
Il suo barometro non volge al bello. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
31 luglio 2018
IL M5S È DI SINISTRA ECCOME
Per molto tempo non è stato chiaro se il Movimento 5 Stelle fosse di destra o di sinistra. Non solo esso stesso rifiutava di fregiarsi di una delle due etichette, ma i suoi programmi sembravano a volte di sinistra e a volte di destra. E tuttavia: si può sfuggire a questa dicotomia?
Storicamente, le parole “destra” e “sinistra” sono nate con la Rivoluzione Francese e designavano la posizione presa nell’aula del parlamento dai partiti presenti alla Convention Nationale. Gli estremisti stavano a sinistra, i conservatori a destra, e da allora i due termini sono passati a designare due atteggiamenti “eterni”, nel senso che preesistevano alla Rivoluzione ed esisteranno anche in futuro.
Tutto parte dall’insoddisfazione del presente. Se gli uomini fossero contenti della loro condizione, non ci sarebbero mutamenti sociali, non ci sarebbero rivoluzioni e forse non ci sarebbe nemmeno il progresso tecnico, perché nessuno ne sentirebbe il desiderio. Invece dal costante malessere deriva che l’umanità tenda, sempre e dovunque, a stare sempre meglio. E infatti, prima delle elezioni, i partiti promettono cose bellissime. 
Il desiderio di miglioramento è il dato comune, il modo di realizzarlo distingue la destra e la sinistra. Il conservatore teme che i nuovo possa essere peggiore del vecchio, dunque reputa che bisogna certo innovare, ma con prudenza, tastando il terreno prima di avanzare. E pensa anche che, se gli si fosse dato ascolto, si sarebbe evitata la maggior parte delle catastrofi storiche.
Il progressista invece è convinto che si debba cambiare risolutamente l’esistente. L’accettazione dell’errore e del rischio è condizione del successo: Colombo avrebbe scoperto l’America, se fosse stato prudente? Inoltre ricordiamoci che sono contro il cambiamento coloro che stanno già bene, magari a spese di chi sta male. Per ristabilire la giustizia, bisogna togliere a chi ha di più e dare a chi ha di meno.
L’uomo di destra, a sentire queste parole, ha tendenza a prendersi la testa fra le mani. Un po’ perché (è vero) questa politica potrebbe effettivamente intaccare il suo reddito, molto perché queste tesi sono già costate carissimo all’umanità. Se si perdono di vista i dati obiettivi poi la realtà presenta il conto. Spesso soprattutto ai più poveri. I contadini sono stati peggio sotto Stalin di come stessero sotto lo zar. 
In sintesi, la destra è realista mentre la sinistra è idealista. E proprio per questo sono eterne: perché ci saranno sempre realisti ed idealisti. Addirittura le stesse persone possono passare dall’uno all’altro campo. Come recita un vecchio adagio: “Chi non è comunista a vent’anni non ha cuore, chi non è liberale a cinquanta non ha cervello”. 
Ora è facile dire perché il M5S è di sinistra. Non importa che non abbia un’ideologia, l’essenziale è che il suo sia “il governo del cambiamento”. I suoi sogni vanno realizzati comunque, anche se non ci sono i soldi per realizzarli. Per ogni problema – Ilva, Alitalia, TAV - non si guarda alle possibilità e alle conseguenze concrete, ma allo scopo da raggiungere. Chi ragiona con i numeri, chi chiede quanto costa, è uomo di poca fede. 
La cosa è dimostrata anche dal famoso “Contratto” del M5S.  Non solo, per le riforme immaginate, non sono stati reperiti i fondi, ma questi fondi non sono stati né conteggiati né citati. “I soldi si troveranno”. Ecco una frase assolutamente di sinistra.
Quanto detto spiega anche la decadenza del Partito Democratico. La sinistra italiana ha da sempre venduto ideali e promesse. È stata il partito del riscatto, della giustizia sociale, della ridistribuzione della ricchezza. E tutto è andato bene fino a quando – come ho scritto – mentre loro promettevano la Luna, è arrivato qualcuno che prometteva la Luna con panna. Nella corsa all’irrealtà, il M5S è a sinistra del Pd.
Ovviamente questa avventura non può che finir male. Marx, dimenticando il naturale egoismo degli esseri umani, sperava che gli operai avrebbero lavorato per la comunità come lavoravano per sé stessi. E ovviamente la realtà gli ha dato torto. Poi il profeta di Treviri sognava uno Stato che avrebbe preso da ciascuno secondo le sue possibilità, dando poi a ciascuno secondo i suoi bisogni, e i suoi seguaci hanno realizzato una società in cui lo Stato richiedeva da ciascuno tutto ciò che gli serviva, per poi non dargli neppure il necessario per sopravvivere decentemente. E così, quando infine, dopo settant’anni, è stata ridata la parola al popolo, il comunismo – dove lo si era applicato in concreto - non si è limitato a morire, è divenuto inconcepibile.
Ma a lungo termine l’esperimento italiano potrebbe avere conseguenze interessanti. Quando sarà passata questa ventata di sinistrismo decerebrato, e si sarà pagato l’enorme prezzo richiesto, l’Italia guarirà dal suo idealismo infantile? 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 luglio 2018.




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POLITICA
30 luglio 2018
O È MATTO LUI, O SONO MATTO IO
Non vorrei parlare ancora di Luigi Di Maio, ma sono costretto a farlo per ragioni sanitarie. Il giovane politico infatti mi ha indotto a dubitare della mia salute mentale e almeno da solo, almeno dialogando col mio computer, devo discutere la cosa. 
In politica le differenze d’opinione sono del tutto normali. Prendiamo il cosiddetto “Decreto dignità”. Non l’ho letto, d’accordo. Da ciò che ho sentito dovrebbe essere molto controproducente, ma poiché, dopo tutto, le critiche provengono dall’opposizione, aspettiamo pure i fatti. 
Ora facciamo invece l’ipotesi che Di Maio proclami che, col nuovo anno scolastico, nelle scuole italiane si tornerà all’insegnamento del Sistema Tolemaico. Infatti il Sistema Copernicano è erroneo, come stabilito dalla Rete. Quale effetto avrebbe la notizia su coloro che sanno leggere e scrivere?
In un caso del genere, di primo acchito non si sa da che lato affrontare il problema. Per cominciare vengono in mente una folla di domande. Che non sia vero, che l’ha detto? Chi me l’ha riferito afferma di avere sentito la notizia direttamente dalla sua voce. Ma forse, lo stesso, ha capito male? Guardiamo il calendario: non è che per caso sia il primo aprile? Forse quel ragazzo (che non si è rovinato gli occhi sui libri) chissà che cosa crede che sia il Sistema Copernicano. E quando infine, eliminate tutte le possibili fughe dall’assurdo, si dovesse riconoscere che veramente – dicesi veramente – il giovanotto intende introdurre quella modifica nell’insegnamento della geografia astronomica, che cosa potremmo pensare? Molti direbbero: “Qui uno dei due è matto, o lui o io”. E lo direi anch’io.
Di fronte allo stravolgimento dei dati culturali più assodati, più condivisi, più incontestabili e banali, come rispondere? Questa non è una semplice differenza d’opinione, come nel caso del “Decreto Dignità”. Qui siamo di fronte ad una tale diversa percezione della realtà, da arrivare a quel dubbio sconsolato: “O è matto lui, o sono matto io”.
Lasciamo ora l’ipotesi fantastica e torniamo alla realtà. Ecco che cosa ha detto Di Maio: “I vincoli di bilancio? Deve essere chiaro che reddito di cittadinanza e flat tax insieme alla abolizione della legge Fornero sono emergenze sociali. Si devono realizzare il prima possibile. Anzi, subito”. Crystal clear, come dicono nei film americani. Purtroppo sappiamo che l’Italia non ha riserve, ha pesanti scadenze in vista (per circa ventidue miliardi, ha detto il Tg5 di stamattina) e non può ricorrere al credito: sia perché l’Unione Europea non lo permette, sia perché ciò facendo potrebbe allarmare i mercati con conseguenze catastrofiche. A questo punto, come è possibile che Di Maio dica che quei programmi si devono realizzare subito? Il suo partito parla anche di bloccare la TAV, nazionalizzare l’Alitalia e di rompere la trattativa con gli indiani disposti a comprare l’Ilva. Il tutto senza licenziare nessuno. Ma non basta: c’è in vista – entro settembre – la Legge di Stabilità, con cui si deve decidere quello che realmente si vuole fare, e con quali fondi (mentre già mancano i miserabili trecento milioni per il Decreto Dignità). Ovviamente, se il ministro Tria manterrà ciò che ha sempre detto, “non ci sarà trippa per gatti”. E allora le parole di Di Maio che senso hanno? Sono cose che danno le vertigini. 
Forse perché vengo dal popolo e non sono mai stato ricco, ho sempre pensato che per fare certe cose ci vuole il denaro. E se quel denaro non si ha, non si possono fare. Nel caso dell’Italia, il denaro non c’è e nessuno ce lo dà. Sarà un dato banale ma, come il Sistema Copernicano, ha qualche buona ragione dalla sua.
E allora come fa quell’ineffabile giovanotto ad essere così sicuro di sé? È matto? O reputa matti noi? Comunque, il principio per cui non si può spendere il denaro che non si ha, e che nessuno ci dà, vale anche per i matti. A meno che la riforma della Tavola Pitagorica, insieme con quella delle quattro operazioni, non faccia parte del famoso “Contratto”.
Perché spararle tanto grosse? Ammettiamo che qualcuno predica la fine del mondo per il 2028. Noi non ci crediamo ma quel tale potrebbe beneficiare del dubbio per dieci anni. Se invece dicesse che la fine del mondo è per il quindici settembre, uno sarebbe tentato di rispondere: “Non me lo dire. Ed io che ho l’abbonamento al tram fino alla fine dell’anno!”
Ecco perché Luigi Di Maio è divenuto un serio problema personale. Che io mi debba rassegnare all’idea di essere matto? Che mi abbiano imbrogliato, a scuola, col dare e l’avere, il passo più lungo della gamba, il desiderare e il potere? Dovrebbe trattarsi di un complotto che comprendeva anche la mia maestra di prima e seconda elementare, buonanima. Gesù, ma chi ce l’ha mandato, questo?
Già, potrebbe essere stato Beppe Grillo. Quello che i parlamentari li sceglierebbe – anzi, li ha già scelti – per sorteggio, con la foglia di fico di qualche decina di “Like”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 luglio 2018




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POLITICA
29 luglio 2018
LA FINE DELL'ITALIA
Quando un’opera è famosa, l’effetto sorpresa non c’è più. Si vede il film tratto dall’ “Otello” di Shakespeare sapendo che Desdemona morirà, si legge “Delitto e castigo” sapendo che Raskolnikov non la farà franca (del resto, con quel titolo…), e al teatro lirico si è già avvertiti che Mimì (“Ma il mio nome è Lucia”) ci farà piangere ancora una volta.
Per questo, ricordo ancora con infinito piacere la sera in cui da ragazzo, senza che nessuno mi avesse avvertito, sapendo poco di Shakespeare e non avendo letto una riga dell’Amleto, ne ho visto la rappresentazione filmica di Laurence Olivier, con occhi vergini come dovevano averli avuti gli spettatori londinesi alla prima dell’opera. Fu così che m’innamorai d’un sol colpo e definitivamente di Amleto e di Shakespeare. Conservando infinita gratitudine a Sir Laurence, per aver trasposto la tragedia in film con estrema fedeltà.
Analoga fortuna ho avuto riguardo ad un’opera di valore minore, e certamente infinitamente meno nota: “Romolo il Grande”, di Friedrich Dürrenmatt, di cui non avevo nemmeno sentito parlare, prima. Perché soltanto così ho interamente potuto capirne il senso, e non dimenticarlo mai. 
Per quel che ricordo, sono passati molti decenni, Dürrenmatt descrive Romolo Augustolo come un Imperatore stravagante, ben poco preoccupato della sorte dell’Impero Romano. I messi vengono continuamente a riferirgli notizie preoccupanti, ma lui rifiuta di riceverli. Gli viene detto e ripetuto che i barbari si avvicinano a Roma, e lui continua a passare il tempo occupandosi della sua passione, le galline. Da giovane, allevato nella religione di Roma, con le orecchie incollate alla radio, mi facevo cattivo sangue. Conoscevo la storia, sapevo com’era andata a finire, ma perché questo imbecille assisteva a ciglio asciutto e senza muovere un dito al crollo del più grande Impero dell’Occidente? Qualcosa su cui l’Europa avrebbe pianto per secoli, tenendo in piedi la mummia del caro cadavere fino all’inizio del Novecento, chiamandolo Sacro Romano Impero? E soprattutto perché Dürrenmatt mi imponeva così pervicacemente lo spettacolo di questo tradimento, di questa ignavia, di questa vigliaccheria?
Lo capii alla fine, quando i barbari arrivarono non soltanto a Roma, ma nel palazzo di Romolo Augustolo e i famigli annunciarono Odoacre. Ed ecco la scena chiave dell’opera. Romolo è felice di accogliere Odoacre e di consegnargli l’Impero. Un Impero che probabilmente reputava insalvabile e forse neppure degno di essere salvato; di cui comunque poteva finalmente passare la cura ad un altro. 
Odoacre dunque non è tanto il conquistatore quanto il successore. Colui che aveva l’imprudenza di accettare quell’eredità. Colui che forse, da ora, avrebbe perso il sonno: forse sarebbe stato assassinato; probabilmente sarebbe stato spodestato da un altro barbaro. Mentre Romolo, divenuto un nessuno, avrebbe potuto finalmente occuparsi senza problemi delle sue galline. E l’Impero Romano avrebbe avuto ciò che meritava.
Non ho mai dimenticato quest’opera perché è esemplare di un’estrema esperienza umana: la stanchezza del dolore. Non è strano che alcune persone arrivino al suicidio. Si può resistere a lungo, si può resistere perfino a ciò cui si pensava di non poter resistere, ma alla lunga ci si stanca. Soprattutto se viene meno la speranza. A quel punto la cosa più desiderabile è la fine del dolore, non la prosecuzione della vita. 
I Radicali Italiani hanno sempre avuto ragione, quando hanno mostrato comprensione per il desiderio di por fine alle proprie sofferenze manifestato da uomini sfortunati come Piergiorgio Welby o Dj Fabo. Si può difendere anche il diritto al suicidio assistito come parte dei diritti dell’uomo, ma esiste certamente un’altra via, quella della pietà. Quando, nel film “A million dollar baby”, il personaggio interpretato da Clint Eastwood, uccide la sua protetta, lo fa con estremo strazio, perché è un supremo atto d’amore. Un modo di dire sì, costi quel che costi, al suo ultimo desiderio. Perché, appunto, ci si può stancare di soffrire. 
Mi piace pensare che Romolo Augustolo fosse arrivato a quell’atteggiamento dopo avere per decenni avuto l’atteggiamento opposto. Dopo avere a lungo e invano sognato di prendere armi contro il destino. E se ora si lasciava andare a quell’inerzia di pietra e d’argilla, era perché era arrivato alla conclusione che il malato era in fase terminale. Prolungare d’un giorno o d’un mese la sua agonia non avrebbe avuto senso.
Ci si stanca di soffrire e ci si stanca anche di amare. Da questo forse è nata la massima che ho formulato meno volentieri: “Per quanti mali possano soffrire gli italiani, non ce ne sarà uno che non avranno meritato”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 luglio 2018




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POLITICA
28 luglio 2018
NEI PANNI DI LUIGI DI MAIO
In Italia, quando si chiede comprensione, si dice: “Mettiti nei miei panni”. Ed effettivamente l’esercizio è salutare, se si desidera essere obiettivi. Ma non sempre chiarisce del tutto il problema. Tra uccidere il mio debitore e fargli causa non ci sono dubbi, gli faccio causa. Ma se so che domani Tizio verrà ad uccidermi, ed io ho l’occasione di ucciderlo oggi, che devo fare? Uccidere preventivamente, lo so, non è legittima difesa. Ma molti mi darebbero ragione.
Penso a questi dilemmi mettendomi nei panni di Luigi Di Maio. Lo so che lo farei con meno grazia di lui, dal momento che l’ultima volta che ho indossato una giacca, la mia barba era ancora nera. Ma andiamo con ordine. 
Il caro Luigi ha ereditato dal Movimento 5 Stelle una somma di impegni che nemmeno Ercole potrebbe mantenere. Il partito infatti ha promesso il taglio retroattivo dei vitalizi dei parlamentari che rischia (molto) di essere anticostituzionale. Ha promesso, insieme con la Lega, il taglio - o almeno il consistente ridimensionamento - della Legge Fornero. Ha promesso il reddito di cittadinanza. Ha promesso il salvataggio dell’Ilva di Taranto e la piena occupazione di tutti i suoi dipendenti. Ha promesso la soppressione della TAV piemontese, del gasdotto pugliese ed altre cose ancora. Tutte caratterizzate dall’essere spesso irragionevoli e sempre costosissime. Di Maio, una volta arrivato al governo, e fatti quattro conti, avrebbe dovuto dire: “Ragazzi, abbiamo scherzato. Non c’è una lira e per giunta molti di questi provvedimenti farebbero più male che bene”. 
Questo in un mondo in cui la Logica, la Verità, e qualche altra maiuscola – tipo la Tavola Pitagorica – avessero corso legale. Ma siamo in Italia. Da noi, soprattutto in politica, vige il principio per il quale il leader dice: “Sono il loro capo e dunque li seguo”. Di Maio non può contraddire quei programmi sia perché non sarebbe più il capo, sia perché tutti gli chiederebbero, con accompagnamento sonoro irriferibile, perché quei programmi non li ha esaminati anche prima delle elezioni. Allora sì avrebbe dovuto denunciarne l’assurdità. Insomma la sua posizione è del tutto indifendibile. 
Comunque, mi sforzerò ancora una volta di vincere il senso del ridicolo e, indosserò un doppiopetto cucito con maestria da un sarto di Pomigliano d’Arco. Insomma cercherò di comprendere la posizione del giovanotto, il quale potrebbe chiedermi: “Ma sarei arrivato dove sono arrivato, sarei dietro questa scrivania, se invece di accarezzare il pelo al popolo, avessi detto soltanto la verità?” E io dovrei dargli atto che la sua difesa è valida. 
Il gioco della politica è sporco. E vince chi è disposto a giocare più sporco degli altri. Proseguendo la sua difesa, Di Maio (permettetemi di sognare) potrebbe dirmi che, a suo parere, io sarei più qualificato di lui, per andare al governo. Ma potrebbe anche aggiungere (e qui smetto di sognare) che, con il mio carattere, non sarei diventato neanche assessore al mio paese. E dal momento che avrebbe ragione, dovrei arrendermi.
C’è di peggio. Risalendo la corrente del ruscello logico, si arriva alla domanda: “Che cosa si deve essere disposti a sacrificare, per ottenere un risultato di grande valore?” Il caso paradigmatico è quello del Doktor Faust. Per ottenere la conoscenza, quello scienziato mitologico promise a Mefistofele la propria anima e ovviamente, dal punto di vista della Fede, fu da condannare. Ma che dire di Edward Jenner che provò i vaccini su suo figlio? Inoltre – nel caso di Di Maio – il prezzo da pagare è stato molto meno alto. Per lui la domanda è stata: “Sei disposto a rinunciare alla tua dignità di galantuomo pur di avere successo in politica?” 
Io direi risolutamente di no, ma il Di Maio della mia fantasia potrebbe insistere: “Ma ti rendi conto delle conseguenze della tua posizione? Dato che la politica funziona come funziona, seguendo i tuoi principi tu condanni il Paese ad essere governato dai peggiori invece che dai migliori. Se tu amassi la Patria, dovresti lanciarti in politica, magari comportandoti da figlio di puttana più degli altri figli di puttana, in modo che, una volta arrivato al governo, potessi finalmente comportarti da galantuomo e fare il bene del popolo. Perché il popolo, se poi vuole i benefici possibili, prima vuole essere autorizzato a sognare. E vota per i poeti, non per i ragionieri. Puoi negarlo?”
Comincio ad essere stanco, di questo gioco. La prossima volta, se mi riesce, cercherò di dialogare col vero Luigi Di Maio. Temo che quello della mia fantasia sia troppo sottile per me.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 luglio 2018




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POLITICA
27 luglio 2018
AVVENIMENTI LUMACA
A volte gli avvenimenti corrono così velocemente che gli si vorrebbe chiedere una pausa per avere il tempo di comprenderli e digerirli.  Uno di questi casi fu l’attentato alle Torri Gemelle. Mentre lo vedevamo in diretta, sul televisore, continuavamo a ripeterci che una cosa del genere avrebbe avuto conseguenze di portata storica ma non sapevamo assolutamente quali. Avevamo proprio bisogno di tempo.
Viceversa ci sono avvenimenti che vanno avanti così lentamente che alla fine si è impazienti. Ci aspettiamo una tempesta, può darsi persino che essa si stia verificando già ora, ma in modo impercettibile all’occhio umano, per così dire al rallentatore. E infatti gli articoli di giornale sembrano ripetitivi. I forzati della penna sono costretti a commentare le minime increspature di un mare che forse col tempo farà crollare le falesie, ma attualmente sembra soltanto lambirne i piedi. 
Non c’è dubbio: il 4 marzo del 2018 in Italia si è avuta una rivoluzione politica. Prima al governo c’erano stati i competenti di destra o di sinistra, poi abbiamo dovuto acconciarci all’idea che al governo avremmo avuto degli incompetenti di cui non era chiaro nemmeno se fossero di destra o di sinistra. Sapevamo soltanto che avevano intenzione di “cambiare tutto”. Cioè di provocare disastri.
Ma proprio da quel momento, invece di assistere alla rivoluzione, abbiamo rischiato l’asfissia per noia. Il tempo si è messo a fare lo sciopero dello zelo. Prima tre mesi di proposte e controproposte, poi, formato il governo, i primi due mesi se ne sono andati per gli adempimenti di rito e per spartirsi le poltrone. Infine arrivano le ferie e in conclusione, a sei mesi dal voto, non sapremo ancora “di che morte dobbiamo morire”, come si dice.
L’incertezza è totale. Infatti i problemi sembravano insormontabili e sono stati superati facendo finta che non esistessero. Come armonizzare i programmi dei due partiti di governo, tanto diversi? Semplice. Tu vuoi il bianco, tu vuoi il nero? Noi faremo sia il bianco sia il nero. Come rispondiamo a chi ci chiede come finanzieremo questo mastodontico programma? Semplice: non ne parliamo. Come chi stabilisse il percorso di un grande giro turistico in automobile, trascurando il fatto che non ha né l’automobile né il denaro per la benzina. Le settimane passano e tutto va avanti indefinitamente. “Come se”.
Le premesse sono assurde e tuttavia non si può essere sicuri di nulla. Il futuro rimane imprevedibile anche quando tutti gli indicatori sono rivolti verso lo stesso punto dell’orizzonte. Quando una persona intelligente come Renato Brunetta afferma che questo governo durerà sì e no qualche mese, si rimane perplessi. Sta gufando o ha precise ragioni per dire ciò che dice? E ci azzeccherà, o fra qualche mese ci spiegherà come mai si sia sbagliato? Per non dire che Angelo Panebianco, sul Corriere, vaticina che i cattivi governi, favorendo i gruppi nocivi ma organizzati, hanno probabilità di durare più a lungo dei buoni governi perché la grande massa dei cittadini, pure scontenta, rimane disorganizzata e inascoltata.
Comunque, i primi contatti con la realtà danno qualche sollievo alla fiducia che si può avere nella ragione. Non appena cominciano a muoversi, i ragazzotti al potere si accorgono di quanto sia difficile governare. Luigi Di Maio si è creduto furbo quando ha cominciato ad agire sfondando porte aperte ma presto si è accorto che anche le porte aperte possono rivelarsi impervie. E dire che fino ad ora, dal momento che si è occupato di vitalizi e di lavoro precario, non ha dovuto fare i conti con l’erario. Ma si profilano la difficile legge di stabilità, la fine del Quantitative Easing, la necessità di disinnescare l’aumento dell’Iva, la manovra correttiva richiesta dall’Europa e chissà che altro ancora: “E se non piangi, di che pianger suoli?” L’azione di governo richiede soldi, soldi, soldi, e il ministro dell’economia, che quei soldi non li ha, risponde sempre: “No, no, no”. E se lui si dimette c’è rischio che le Borse vadano in fibrillazione e cada il governo. Non soltanto le nozze non si fanno coi fichi secchi, ma forse in questo momento non abbiamo nemmeno i fichi secchi.
Il finale della commedia che va in scena è ignoto sia agli attori, sia agli spettatori. Con l’aggravante che essa ci tramortisce a forza di sbadigli: basti dire che il primo atto è durato cinque mesi, e non è successo niente. Ma non è detto che duri così. Fra qualche tempo, di fronte all’accelerazione degli avvenimenti, tutti i giornali che oggi ci inducono al sonno, ci diranno che c’erano tutte le premesse perché quegli avvenimenti si verificassero. Loro stessi li avevano previsti. E in fondo avranno ragione, perché oggi tutti prevedono tutto e il contrario di tutto. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 luglio 2018




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POLITICA
26 luglio 2018
COSTITUZIONE INCOSTITUZIONALE
Se qualcuno avesse la tentazione di saperne di più sul reato di falso, leggendo il codice si sentirebbe girare la testa: tante sono le precisazioni e le articolazioni di quel testo. A questo punto gli incompetenti ricorrono ad un parola che dovrebbe spiegare tutto: “cavilli”. E spiega soltanto quanto sono digiuni di diritto. 
È vero che una norma estremamente particolareggiata si presta a scappatoie, distorsioni e cattive interpretazioni; non per nulla i romani dicevano che il sommo della giustizia si trasforma in ingiustizia. Ma è forse meglio una norma generale, per poi lasciarne l’interpretazione al magistrato? Sicuramente no. Perché ci affideremmo all’arbitrio di un singolo.
La Common Law viene compresa dai nostri studenti come un sistema in cui non ci sono codici ma impera la tradizione, e dunque la libera interpretazione. In realtà le cose non stanno così. Noi ci riferiamo ad un articolo di legge, loro a un caso che a suo tempo ha portato alla giurisprudenza consolidata. La differenza è che noi richiamiamo un numero e loro un cognome. In America la “Miranda warning” è l’obbligo degli agenti di avvertire l’arrestato che ha il diritto di rimanere in silenzio. Noi, se avessimo la stessa norma, la designeremmo col numero di una legge. 
La ragione per la quale nei Paesi democratici le regole sono particolareggiate, è che una legge generalissima è una legge morale, la cui applicazione si presta a servire un regime totalitario o teocratico, privo di guarentigie per i cittadini. Se la norma unica e generalissima fosse: “Chiunque si comporti male sarà messo in carcere” il giudice potrebbe mettere in carcere, e tenercelo, chiunque lui personalmente, per le sue fisime, reputi si sia comportato male. Per esempio, avendo riso del creazionismo. L’unica (imperfetta) garanzia contro gli arbitri è una legge particolareggiata, unita alla possibilità di un giudizio di secondo grado.
Purtroppo, una delle peggiori leggi del nostro ordinamento giuridico è quella fondamentale, la Costituzione. Essa contiene una parte “tecnica”, concernente il funzionamento degli organi costituzionali, contro la quale non c’è nulla da dire, e purtroppo una parte iniziale, “ideologica”, che invece è pericolosissima proprio perché vaga e generica. Certo, non ci sarebbe nessun male nell’esprimere ideali, se fosse chiaro, e formalmente precisato, che si tratta di formulazioni di puro valore morale. Viceversa in Italia anche quella prima parte è reputata “giuridica” e se ne affida il corretto adempimento alla Corte Costituzionale. Tutto ciò potrebbe dar luogo ad inimmaginabili abusi. Proprio perché si tratta di norme giuridiche di ambito imprecisato, se ne possono ipotizzare tremende distorsioni. Che la Repubblica sia “fondata sul lavoro”, potrebbe indurre un giudice a condannare i disoccupati a pagare un’ammenda, dal momento che non si sono trovata un’occupazione. Non è pura fantasia: nella Russia Sovietica c’era la piena occupazione perché dichiarandosi disoccupati si finiva incarcere. La Costituzione (art.2) parla di “doveri inderogabili di solidarietà economica” e un giudice potrebbe espropriare di metà dei suoi averi chiunque possieda beni per un milione di euro, per destinare il ricavato alla beneficenza. Un altro giudice potrebbe condannare al carcere l’imprenditore che ha licenziato un dipendente, perché così avrebbe violato il suo diritto al lavoro. Non si finirebbe mai. 
Se aberrazioni del genere non si sono verificate, è perché i nostri giudici (inclusi quelli costituzionali) provano ad essere ragionevoli e democratici. Ma se domani in Italia, a Costituzione invariata, andasse al potere un Erdogan, i giudici troverebbero nella Costituzione ampio sostegno ai loro arbitri. Il principio dell’uguaglianza dei cittadini ha già dato luogo a sentenze molto discutibili, che non val la pena di andare a cercare, ma esso potrebbe autorizzare le decisioni più folli. In fondo, Procuste attuava il principio dell’uguale altezza di tutti i suoi ospiti. 
Sembra un paradosso ma, se un giorno volessimo violare i nostri più sacri principi, la Costituzione sarebbe un eccellente strumento di cui disporre. 
In realtà, il miglior modo di favorire i cittadini è mediante le leggi ordinarie mirate. Quelle coi “cavilli”.  Per la Costituzione, essendo tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge, un pedofilo condannato e poi riabilitato, avrebbe diritto ad essere nominato maestro d’asilo. Una legge ordinaria invece potrebbe stabilire che “nessuno, se riabilitato, può essere escluso da un ufficio pubblico solo perché condannato per reati sessuali, salvo il lavoro riguardi contatti con minori degli anni quattordici”. Invece l’attuale art.3 della Costituzione non ci protegge da questo pericolo. 
La parte della Costituzione concernente “Diritti e doveri dei cittadini” potrebbe essere pressoché totalmente eliminata, senza danno alcuno. E soprattutto evitando danni futuri. E per giunta ci libereremmo di una Corte Costituzionale, che formalmente ha attività giurisdizionale, e sostanzialmente è un organo politico. Inevitabilmente.
Forse non è un caso il fatto che la Gran Bretagna, che pure dicono sia una democrazia, sia priva di Costituzione. Come diceva Henry Ford dei pezzi dell’automobile: “Ciò che non c’è non si può guastare”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
luglio 2018




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POLITICA
24 luglio 2018
NEVER TOO BIG TO FAIL
La parola “pregiudizio” è più esplicita di quanto non sembri. Significa: “affermazione data prima di avere sufficienti ragioni per darla”. E tuttavia esso rimane seducente. Orienta le opinioni, semplifica i problemi, fa sentire al sicuro e ben corazzati contro i dubbi. E proprio per questo chi lotta contro i pregiudizi fa un po’ figura di don Chisciotte. Ne so qualcosa anch’io, perché da anni lotto contro un’idea: “l’Italia non rischia nessun disastro”. Fino ad ora ho solo ottenuto di essere considerato un menagramo. “Lo annunci da anni e non è successo niente”.
Il fatto che un disastro non si sia ancora verificato non significa nulla. Se in linea di principio esso fosse fatale, non si verificherà soltanto se si cambiano le condizioni date. Ecco un esempio. La Tour Eiffel fu progettata e costruita per celebrare il centenario della Rivoluzione Francese, nel 1889. La struttura fu giudicata un obbrobrio da tutti gli artisti e gli intellettuali francesi, e si contava di abbatterla dopo quella data. Poi si sa com’è andata, e la Torre è ancora lì. Ma come mai non è stata mangiata via dalla ruggine, in centovent’anni? La risposta sta nella manutenzione. Dal momento del montaggio essa è stata costantemente ridipinta, per proteggerla dall’ossidazione, ed è soltanto per questo che abbiamo la Tour. Non importa che sia il simbolo di Parigi, non importa che sia alta oltre trecento metri, ciò che importa è il costante lavoro di riverniciatura. Di fronte a qualunque organismo, non bisogna chiedersi quanto sia grande e quanto sia glorioso, ma se la manutenzione è sufficiente.
L’Italia è un Paese dal valore storico e artistico straordinario. Ma la sua grandezza è garanzia che non crolli, che non fallisca? Nient’affatto.
Ai tempi dell’imperatore Adriano, l’Impero Romano era immenso ma male amministrato, gravemente corrotto ed esoso in materia fiscale. Col tempo aveva perso le sue grandi qualità militari, e tuttavia era tanto amato (anche dai popoli che aveva conquistato) che si reputava inimmaginabile che potesse venir giù. Non soltanto era too big to fail, troppo grande per fallire, ma persino i suoi nemici sognavano più di impadronirsene che di distruggerlo. Ma la manutenzione era pessima e si arrivò all’inevitabile esito finale. Chi è too big crolla eccome, con l’unica differenza dell’entità del tonfo. 
La Fiat era ritenuta troppo grande per fallire e per questo i sindacati l’attaccavano con la serena coscienza di chi sa che, comunque, non farà un gran danno. E invece quella grande impresa è arrivata al fallimento. Se Sergio Marchionne l’ha salvata, è perché l’ha tirata fuori dall’Italia e l’ha portata in un ambiente in cui nessuno cercava di assassinarla. Soltanto così l’ha potuta salvare. Mentre, se il problema si ponesse per l’Italia stessa, non si può certo concepire di portarla altrove. 
Sono venuti giù l’Impero di Alessandro Magno, quello di Roma, quello di Bisanzio, quello dell’Austria e quello della Gran Bretagna: smettiamola con il feticcio del too big to fail. Chiediamoci seriamente se sì o no l’Italia sia in pericolo, senza fermarci al pre-giudizio. 
L’attuale governo è in carica da due mesi e sarebbe stupido azzardare bilanci. Siamo ancora agli annunci, alle promesse, alle previsioni. La maggior parte dei verbi sono coniugati al futuro. Ma sono coniugate al futuro anche le difficoltà. E alcuni dati permettono di azzardare previsioni.
Governare è oggettivamente più difficile di quanto generalmente si creda. “Le idee camminano sulle gambe degli uomini” e analogamente l’azione politica si attua attraverso la Pubblica Amministrazione dello Stato. Questa è un gigantesco mostro senza testa, armato di prassi, regolamenti, controlli, bolli e controbolli, già per sua natura pigro e torpido, e dunque estremamente difficile da guidare. Come non bastasse, dal momento che le sue alte cariche si sono spesso costituite quando al governo c’erano altri partiti, non raramente il mostro attua una resistenza passiva. Basta un’applicazione volutamente miope delle regole e l’effetto frenante è garantito. 
In Parlamento l’azione della maggioranza è poi continuamente sorvegliata dalle opposizioni che ovviamente non perdono occasione per criticare, denunciare goffaggini, errori tecnici e danni per alcune categorie di cittadini. Spesso in malafede, ma è il normale gioco della democrazia. Dunque l’impopolarità comincia già in Parlamento. 
Il governo è anche sorvegliato, non sempre benevolmente, dai membri della sua stessa maggioranza. Mentre chi decide a volte punta al bene del Paese, i parlamentari si preoccupano della reazione del loro elettorato e dunque delle prossime elezioni. Da noi ci sono sempre “prossime elezioni”. Sarà pure vero, come dicono a Napoli, che comandare è il più grande piacere, certo è un piacere scomodo.
E questi limiti sono nulla rispetto al più grande di essi: la realtà. Se la politica è l’arte delle scelte è perché i desideri sono infiniti e i soldi sono pochi. Quanto all’Italia è in un momento in cui ha disponibilità minime, se non nulle. Chi ha una scarsissima libertà di manovra deve scegliere che cosa fare e che cosa no, preparandosi a fronteggiare l’insoddisfazione della nazione. Infatti i fischi saranno sempre più sonori degli applausi. Ecco perché pressoché ad ogni legislatura si cambia maggioranza.
Per giunta la gente, con mentalità infantile, pensa che, se qualcosa non si attua (per esempio contrarre ulteriori debiti) ciò avviene perché c’è Qualcuno che dice: “Ti vieto di farlo. Guai a te se lo fai”. E molti hanno la tentazione di rispondere: “Ed io lo faccio lo stesso”. In realtà le cose non vanno affatto così. Se un segnale, prima della curva, ci prescrive come velocità massima 50 kmh, e noi andiamo a 100 kmh, non è che il cartello ci sculacci o pianga sulla nostra perdita. Se ci rompiamo l’osso del collo è colpa nostra, non sua. Il pericolo è la curva, non il cartello. E nell’azione politica non è Qualcuno che ci limita, sono i dati di fatto. 
L’Italia è in crisi economica e non ha riserve da spendere. Per spendere, dovrebbe contrarre debiti, e i mercati potrebbero dubitare della nostra solvibilità. Potrebbero dunque non comprare i nostri titoli, richiedere uno spread a 700/800 punti, farci fallire o forse soltanto imporci la Troika. Per non parlare della fine dell’euro ed anche dell’Unione Europea. 
Chi deciderebbe quella crisi di fiducia? Nessuno. La Borsa è dominata, in tutto il mondo, da una infinita miriade di teste pensanti, ognuna delle quali è preoccupata soltanto del proprio interesse. Queste teste sono soggette ai dati obiettivi ma anche alla loro emotività e il risultato totale è l’imprevedibilità. Ovviamente, se si dà ai mercati qualche ragione per essere ottimisti, saranno ottimisti, e viceversa se si dà loro l’occasione di essere pessimisti, ma sempre con notevole aleatorietà. E sia l’ottimismo, sia il pessimismo tendono a fare valanga. 
A parere degli esperti, la situazione italiana è tale che una minima spinta negativa potrebbe far scoppiare il putiferio. Il governo non era ancora in carica (o lo era da qualche giorno) e per un commento economico maldestro lo spread è passato da 130 punti a 240. Ed è fermo lì, perché nessuno ha sufficientemente rassicurato gli investitori. I 130 punti di aprile sono soltanto un ricordo. Il nervo è scoperto e basta sfiorarlo per saltare sulla sedia.
Quanto sia difficile governare, perfino quando non si tratta di denaro, ce lo dimostrano le prime azioni del ministro Di Maio, il quale ha cercato furbescamente di attuare una parte del suo programma cominciando con due provvedimenti non costosi: il taglio dei vitalizi e il nuovo decreto sul lavoro precario. Il primo avrebbe dovuto portare soldi allo Stato (clap clap) e il secondo – sempre a costo zero per lo Stato – avrebbe dovuto avere il plauso dei giovani e dei sindacati (clap clap). Purtroppo la realtà è spietata. Infatti il primo provvedimento, a parere di moltissimi, è anticostituzionale, e rimbalzerà come una palla di squash, con notevoli spese per lo Stato. Il secondo, a parere degli imprenditori. dell’Inps e della Ragioneria dello Stato, rischia di provocare piuttosto la perdita di posti di lavoro che la loro stabilizzazione. Quando gli hanno fatto notare queste cose, Di Maio è andato su tutte le furie, e non si è reso conto che il problema non è se i competenti lo criticano, il problema è se abbiano ragione. Perché contro la Corte Costituzione e contro i fatti non potrà assolutamente nulla, se non subire i sarcasmi della nazione. 
Né la popolarità di Matteo Salvini basterà a sollevare la maggioranza. Fino ad ora il Ministro dell’Interno ha ottenuto grandi risultati e il suo consenso è schizzato verso l’alto: ma l’effetto “migranti” è destinato a spegnersi. Se la chiusura all’immigrazione avrà successo, diverrà routine. Se non lo avrà, gli si ritorcerà contro. E comunque per la maggioranza tutto si giocherà non sui migranti, ma sulla realizzazione del “contratto”. E qui sta il problema.
La flat tax e il cosiddetto reddito di cittadinanza non sono a costo zero, sono finanziariamente in concorrenza e sono inevitabilmente destinati a sbattere contro la resistenza del ministro dell’economia. Giovanni Tria - cioè colui che ha il dovere di evitare l’allarme dei mercati - è difeso dal Presidente della Repubblica, dall’Unione Europea e soprattutto dalla realtà. Non solo l’Italia non si può permettere pazzie ma, se i nostri dioscuri cercassero di imporsi, e Tria si dimettesse, già questo potrebbe far scoppiare il finimondo. In Borsa e nell’intera Europa. Qui si maneggia dinamite.
Il difetto è nel manico. Se quel narcisista di Adrian Bolt dice che correrà i centro metri in dieci secondi (36 kmh), l’applaudiremo. Se invece dicesse che correrà i cento metri in sette secondi (51 kmh), prima ci metteremmo a ridere e poi, quando stesse ancora ansimando per la fatica, lo tratteremmo da sbruffone. Nessuno che non sia uno sciocco prometterebbe mai un’impresa impossibile. Nello stesso modo, per i partiti al governo, l’alternativa è fare, e forse portare al fallimento il Paese, o non fare, ed essere squalificati dagli elettori. 
E tutto ciò non è colpa dei due Vice-Presidenti del Consiglio. La colpa è dei loro programmi che condannano chiunque a fallire. In questi casi i francesi dicono: “Avoir les yeux plus grands que le ventre”, avere gli occhi più grandi dello stomaco, e gli inglesi “To bite off more than you can chew”, mordere un boccone troppo grande per poterlo masticare. Propositi da imbecilli. Noi, più poeticamente, diciamo “gettare il cuore oltre l’ostacolo”: ma è un’espressione stupida. Quella pompa meglio tenercela nel costato. In politica il marinettismo non funziona. E del resto, non funzionò nemmeno in letteratura.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 luglio 2018




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POLITICA
22 luglio 2018
LA DIVINA COMMEDIA SCRITTA DA UNA SCIMMIA
C’è un ragionamento che è stato fatto molte volte per dimostrare che Dio esiste ed è l’autore del mondo come lo conosciamo. Una sveglia meccanica non è certo un congegno molto complesso e tuttavia si può immaginare che quell’orologio si sia assemblato da solo? Che da sole siano nate le ruotine dentate, la molla, le lancette, e poi si siano spontaneamente associate per farci svegliare la mattina?
E c’è di più. Una sveglia è infinitamente meno complessa di una formica. Ora, se non siamo riusciti ad immaginare una sveglia che si costituisca da sola, come potrebbero essersi costituiti da soli una formica, una tartaruga, un delfino o un uomo? Secondo i miscredenti fautori dell’evoluzionismo, questi organismi sempre più complessi si sono costituiti per caso, senza una mente che li abbia voluti creare. Ma, obiettano i creazionisti, se si dessero ad uno scimpanzé, che pure è una delle bestie più intelligenti, cassette intere di caratteri tipografici, quante possibilità ci sarebbero che la scimmia, a forza di mettere insieme lettere e spazi a caso, riscriva La Divina Commedia? Dunque l’Universo è opera di Dio.
La dimostrazione – che non appassiona particolarmente i teologi - convince molte persone semplici. Qui però non interessa il lato teologico. Interessa di più la questione della casualità. Infatti anche il miscredente deve riconoscere che la scimmia non potrebbe mai scrivere la Divina Commedia. Dunque rimane la curiosità: “Che cosa si può rispondere a questo argomento?”
Per quanto possa sembrare strano, non soltanto la risposta c’è, ma la dà proprio la natura. Infatti il problema, come lo ha posto il parroco, è sbagliato. Nella realtà non si è partiti dalla condizione ipotizzata per lo scimpanzé. Nella realtà dell’evoluzione lo scimpanzé prende un carattere a caso da uno dei cassetti, per esempio la lettera “W” e ovviamente ha commesso un errore, perché il poema dantesco non comincia con una “W”. Allora si dice allo scimpanzé: “Riprova”. E lui prende una “B”. Sbagliato. Riprova. “F”. Sbagliato. Riprova. Finché la bestia tira fuori una “N” e gli si dice: “Giusto. Passa alla seconda lettera”. Ecc. Ovviamente il procedimento sarebbe così lento, che lo scimpanzé morirebbe di vecchiaia prima di aver scritto anche soltanto la prima cantica; ma se la scimmia ha premura, non ha premura la Terra. Studiando la storia della vita, si vede che il suo sviluppo ha avuto a disposizione miliardi di anni. E ogni volta che un mutamento del tipo di un organismo si è dimostrato nocivo, il portatore di quel mutamento è stato sfavorito nella sopravvivenza. Mentre ogni mutamento positivo, se trasmesso ai discendenti, ha dato luogo ad un organismo migliorato rispetto al precedente, e più adatto alla sopravvivenza e alla riproduzione. Fino a far progredire le specie dalle meno complesse verso le più complesse, dalle meno capaci di sopravvivere alle più capaci di sopravvivere. E questo semplice meccanismo, che Darwin chiamò the survival of the fittest, la sopravvivenza del più adatto, ha portato all’evoluzione quale la conosciamo. Fino all’uomo. 
Il grande vantaggio che ha avuto la vita è stato quello di veder premiata ogni soluzione utile e punita ogni soluzione nociva. Il mondo della vita, contrariamente a ciò che pensano i credenti, non ha proceduto “verso” qualcosa, come fa chi attua un progetto, ma cercando di evitare qualcosa: la morte per fame o perché mangiati da un predatore. Tutto questo, associato con la riproduzione, e dunque con la conservazione dei vantaggi conseguiti, ha condotto alla realtà attuale. 
In questo campo abbiamo un eccellente esempio con le parole d’ordine dei nostri computer. Immaginiamo che queste “password” debbano essere costituite da numeri, da zero a dieci. E ogni password debba contenere dieci cifre. Quante sono le combinazioni possibili? Il numero risulta da 10x10x10, dieci volte, credo dia 10.000.000.000. Sembra una cifra astronomicamente grande, ma per un computer potente passare tutte le combinazioni possibili fino ad inserire quella giusta sarebbe uno scherzo. E infatti si raccomanda di creare password di almeno una dozzina di simboli, alternando cifre, maiuscole, minuscole, segni ortografici, in un guazzabuglio assolutamente indecifrabile. I dieci miliardi di poco fa sono assolutamente niente, al confronto. Ecco le password “sicure”. E tuttavia pensate che, di fronte alla password più complessa immaginabile, si dicesse al computer (come si è fatto con la scimmia) se ha sbagliato o ha azzeccato, prima di passare al simbolo seguente. A questo punto la password “impossibile” sarebbe decodificata in un tempo brevissimo, questione di secondi. 
Ecco come si spiega il miracolo dell’evoluzione. La vita ha scelto sempre la via giusta semplicemente perché le altre non funzionavano. E per questo venivano abbandonate. Così come si sono estinte tutte le specie vegetali o animali che, nel tempo, per qualsivoglia ragione si sono rivelate incapaci di sopravvivere nelle nuove condizioni. 
La scimmia da sola non scriverà mai la Divina Commedia. Ma datele centomila anni, avvertitela ogni volta che sbaglia, e ve la scriverà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 luglio 2018




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21 luglio 2018
SALVINI VISTO DALL'ESTERO
Da GPF – Geopolitical Futures, un articolo che spiega molto meglio di quelli scritti in Italia la politica di Salvini.
20 luglio 2018

L’ITALIA SFIDA L’EUROPA SULLA RUSSIA

Di Nora T.Kalinskij

Roma vuole delle concessioni da Bruxelles ed è abbastanza forte per ottenerle

La politica riguardante l’immigrazione, le tensioni commerciali transatlantiche, le riforme economiche e politiche: non è un segreto che l’Unione Europea è divisa riguardo a parecchie cose. Uno degli ultimi bastioni del consenso all’interno del blocco sono state le sanzioni alla Russia, applicate dopo l’intervento militare della Russia in Ucraina e che da allora sono state rinforzate. Per certo, il consenso è stato minacciato ma, al momento, nessuno sfidante è stato abbastanza forte per rompere il fronte unito. Ora l’Italia è quello sfidante. 
Matteo Salvini, il vice Primo Ministro e Ministro dell’Interno italiano, si è fatta una fama da quando ha assunto la carica all’inizio di giugno. La settimana scorsa, Salvini era a Mosca, dove ha dichiarato, durante una conferenza stampa, che il suo governo potrebbe opporre il veto ad un rinnovo delle sanzioni Eu contro la Russia quando sarà il momento di rinnovarle nel gennaio del 2019. Le sanzioni, che sono state prorogate proprio il 5 luglio, dovrebbero essere riapprovate ogni sei mesi, e tutto ciò che è necessario, per eliminarle, è il dissenso anche di uno solo. 
Per l’Italia questa è in parte una seria minaccia, in parte uno strumento di negoziato. Le sanzioni sono state costose per tutta l’Europa ma particolarmente per l’Italia. Le esportazioni italiane verso la Russia nel 2015 e nel 2016 (gli anni più recenti per i quali sono disponibili dati ufficiali) sono state all’incirca la metà di ciò che erano nel 2013, l’anno intero prima che fossero applicate le sanzioni. A metà 2017 l’Italia aveva perso più di dieci miliardi di euro di esportazioni verso la Russia, con l’Italia del Nord particolarmente colpita. E non bisogna dimenticare che essa è la base del sostegno del partito di Salvini, precedentemente “Lega Nord”. L’Italia l’anno scorso ha avuto la seconda più bassa crescita dei Paesi del G-7, ed eliminare le sanzioni sarebbe una spinta molto gradita per le imprese italiane. 
Ma abolire le sanzioni non è il vero scopo dell’Italia. Per cominciare, se l’avesse voluto, Roma avrebbe potuto vietare le sanzioni appena due settimane fa. Poi, Salvini ha descritto il veto come “ultima soluzione”, un invito ai partner dell’Italia ad offrire un compromesso. E ciò ha fatto dando tempo sei mesi prima che la decisione debba essere di nuovo rinnovata. Ciò che l’Italia realmente vuole è in primo luogo un allentamento delle sanzioni – sperabilmente in modo che i farmaci, le automobili e gli investimenti nelle risorse e nello sviluppo agricolo siano liberati – e, in secondo luogo, una maggiore condivisione del fardello costituito dagli immigrati. Le regole comunitarie pongono l’onere di esaminare le richieste e di assistere i richiedenti asilo a carico degli Stati in cui essi arrivano, e l’Italia è stata per anni fra i due principali punti d’ingresso europei. Bruxelles ha proposto e provato ad imporre agli Stati membri un sistema di quote per sollevare l’Italia dal suo peso e per distribuire in modo più equo i richiedenti asilo, ma alcuni Paesi Centro ed Est-Europei hanno fatto resistenza. Alcuni di questi stessi Paesi hanno molto da temere da una Russia più forte, ed hanno paura che essa possa interpretare un ammorbidimento unilaterale da parte dell’Europa come un segno di debolezza. La minaccia di azzerare le sanzioni alla Russia potrebbe essere il genere di avvertimento di cui hanno bisogno per rientrare nei ranghi.
Prima dell’Italia, i governi greco ed ungherese si sono pronunciati contro le sanzioni. Bruxelles, guidata dalla Germania, li ha rimessi in riga con le cattive. Considerando l’insieme dei valori delle esportazioni, nessun Paese europeo ha sofferto più della Germania delle sanzioni imposte alla Russia. Delle voci provenienti dall’interno della comunità imprenditoriale tedesca e perfino da angoli dello stesso governo hanno richiesto un allentamento delle sanzioni. E tuttavia Berlino sa quanto importanti sia, per i membri dell’Ue vicini alla Russia, come la Polonia, i Paesi Baltici e la Romania, che il blocco presenti un fronte unito. (Alcuni di questi Paesi, particolarmente la Polonia e la Repubblica Ceca, sono anche componenti importanti della catena produttiva tedesca, che Berlino amerebbe non disturbare). La Germania vive di esportazioni, ed ha bisogno dei partner commerciali europei più di quanto non abbia bisogno di commerciare con la Russia. Per questo il fatto di mantenere politicamente, e per conseguenza economicamente, unita l’Ue, vale per essa il prezzo delle opportunità perdute con la Russia.
Ciò che rende il veto dell’Italia diverso dai precedenti è il fatto che l’Italia ha la forza per difendersi dalle tattiche di pressione dell’Ue. L’Italia ha la terza economia dell’eurozona e la quarta nell’Unione Europea. Diversamente dalla Grecia e dall’Ungheria, che sono fra i principali beneficiari dei finanziamenti provenienti da Bruxelles, l’Italia è il quarto contribuente nel bilancio dell’Ue. Bruxelles ha giocato con l’idea di collegare i finanziamenti a cose come lo Stato di diritto per darsi la possibilità di punire gli stati membri disobbedienti, ma contro un contribuente netto come l’Italia, questa minaccia non ha alcun peso. L’Ue potrebbe trovare una scusa per far partire dei procedimenti legali contro l’Italia, come ha fatto nei riguardi della Polonia, ma come mostra il caso della Polonia, quello è un mezzo di coercizione ben poco efficace.  E non c’è modo di punire l’Italia con delle sanzioni senza far saltare l’unione doganale europea – una misura autolesionista, per usare un eufemismo.
Il governo italiano preferirebbe di molto un qualche allentamento delle sanzioni combinato con una riforma della politica migratoria europea piuttosto che una completa rimozione delle sanzioni e nessun patto sull’immigrazione. Ha provato il mese scorso, durante il summit dell’Ue, ad usare l’ostruzionismo per ottenere concessioni sull’argomento delle migrazioni, aumentando la pressione sulla Cancelliera tedesca Angela Merkel, che aveva bisogno di ottenere alcune concessioni essa stessa, al summit, per salvare il suo governo. Mettere le sanzioni contro la Russia sul grande tagliere del macellaio costringe a partecipare ai negoziati quegli Stati dell’Ue che più hanno resistito ad accettare i richiedenti asilo. Perfino se lo sforzo fallisce, sarà costato poco all’Italia, dal momento che l’assistenza da parte degli altri stati, riguardo all’immigrazione, è già minima.
Dovendo far fronte ad un serio pericolo per quanto riguarda le sanzioni alla Russia, la Germania cercherà di dominare la situazione per rendere minimo il danno politico per l’Ue. Spingerà per un compromesso che dovrebbe ridurre le sanzioni per preservare il fronte unito dell’Ue, una decisione che sarebbe vista in modo favorevole dalle imprese tedesche e da alcuni partiti politici. Con la minaccia del veto italiano che pende sulle loro teste, i Paesi Baltici, la Polonia e la Romania saranno forzate ad accettare il compromesso per mantenere almeno una parte delle sanzioni. Ci sarà una linea di faglia all’interno dell’Ue riguardo alla sua politica nei confronti della Russia, per qualche tempo, ma è stata necessaria la minaccia di uno dei più grandi Stati membri perché quell’argomento minacciasse un terremoto.
Nora T.Kalinskij
(Traduzione di Gianni Pardo)
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July 20, 2018
By Nora T. Kalinskij
Italy Challenges the EU’s Russia Policy
Rome wants concessions from Brussels, and it’s strong enough to get them.

Migration policy, trans-Atlantic trade tensions, economic and political reform – it’s no secret that the European Union is divided on many issues. One of the bloc’s last bastions of consensus has been its sanctions on Russia, enacted in the wake of Russia’s military intervention in Ukraine and tightened since then. To be sure, the consensus has been threatened, but to date, no challenger had been strong enough to break the united front. Italy is that challenger.
Matteo Salvini, Italy’s deputy prime minister and interior minister, has made quite a name for himself since assuming his position at the start of June. Last weekend, Salvini was in Moscow, where he declared during a press conference that his government could veto a renewal of EU sanctions against Russia when they are up for review in January 2019. The sanctions, which were just extended on July 5, must be reapproved every six months, and all it takes is one dissenter to cancel them.
For Italy, this is part serious threat, part negotiating ploy. The sanctions have been costly for all of Europe but especially for Italy. Italian exports to Russia in both 2015 and 2016 (the most recent year for which official data is available) were almost half what they were in 2013, the last full year before the sanctions were enacted. By mid-2017, Italy had lost more than 10 billion euros’ ($11.7 billion) worth of exports to Russia. (Northern Italy was hit particularly hard. It’s also the base of support for Salvini’s League party, formerly the Northern League.) Italy had the second-lowest growth among G-7 countries last year, and lifting sanctions would be a welcome boost for Italian businesses.
But abolishing the sanctions isn’t Italy’s real goal. For one thing, if it wanted, Rome could have vetoed the sanctions barely two weeks ago. For another, Salvini described a veto as a “last resort,” an invitation for Italy’s partners to offer a compromise. And he did so with almost six months to spare before the issue must be decided again. What Italy really wants is, first, a loosening of the sanctions – ideally so that Italian pharmaceuticals, automobiles and investment in agricultural R&D can be cleared – and, second, greater burden sharing on migration. EU rules place the onus on processing and resettling asylum seekers on the member state in which they arrive, and Italy has been among the EU’s top two entry points for migrants for years. Brussels has proposed and tried to compel member states to set up a quota system to relieve Italy of this strain and more equitably distribute asylum applicants, but some Central and Eastern European countries in particular have resisted. Some of these same countries have the most to fear from a stronger Russia, which they worry could interpret unilateral de-escalation on Europe’s part as weakness. A threat to strike down Russia sanctions might be the warning they need to get on board.
Before Italy, the governments in Greece and Hungary spoke out against the sanctions. Brussels, led by Germany, whipped both back in line. By overall export value, no EU country has suffered more from Russia sanctions than Germany. Voices among the German business community and even from corners of the government have called for an easing of the sanctions. Yet Berlin knows how important it is to EU members close to Russia, like Poland, the Baltics and Romania, that the bloc presents a united front. (Some of these countries, especially Poland and the Czech Republic, are also important components in the German production chain that Berlin would rather not upset.) Germany lives on exports, and it needs its EU trade partners more than it needs trade with Russia. It is willing to pay the price of lost business opportunities with Russia if it means keeping the EU politically united – and thus economically united.
What makes Italy’s veto threat different from previous ones is that Italy has the clout to defend itself against the EU’s pressure tactics. Italy is the third-largest economy in the eurozone and fourth-largest in the EU. Unlike Greece and Hungary, which are among the top recipients of funding from Brussels, Italy is the fourth-largest contributor to the EU budget. Brussels has toyed with the idea of tying funding to things like rule of law to give it the ability to punish disobedient member states, but against a net contributor like Italy, that is an empty threat. The EU could find an excuse to start legal proceedings against Italy, like it has done against Poland, but as the Polish case shows, this is hardly an effective means of coercion. And there’s no way for an individual EU member such as Germany to unilaterally punish Italy with sanctions without blowing up the EU’s customs union – a self-destructive measure, to say the least.
Italy’s government would much prefer some easing of sanctions combined with a reform of Europe’s migration policy over a complete removal of sanctions and no migration deal. It tried last month during the EU summit to use obstructionism to win concessions on the migration issue, raising the heat on German Chancellor Angela Merkel, who needed to secure some concessions of her own at the summit to save her government. Putting the sanctions against Russia on the chopping block drags into the negotiation those EU states that have been most resistant to accepting asylum seekers. Even if the effort fails, it will have cost Italy little, seeing as assistance from other states on migration is already minimal.
Faced with a credible danger to the Russia sanctions, Germany will try to seize control of the situation to minimize political damage to the EU. It will push for a compromise that would reduce sanctions to preserve the EU’s united front – a decision that will be popular with German companies and some political parties. With Italy’s veto hanging over their heads, the Baltics, Poland and Romania will be forced to accept the compromise to maintain at least part of the sanctions. There’s been a fault line within the EU over its Russia policy for a while, but it took a challenge from a major member state for it to threaten an earthquake.




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POLITICA
21 luglio 2018
LORO E NOI
Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere(1), si lancia in un’appassionata difesa della nazione, distinguendola accuratamente dal nazionalismo e assolvendola dai molti crimini che le si imputano. Giustamente nota infatti che gli uomini, per “scannarsi” vicendevolmente con le guerre, non hanno atteso che si scoprisse il sentimento di nazione.
L’articolo è condivisibile, e forse sarebbe stato opportuno definire che cosa si intende per nazione. E tuttavia, per ciò che serve qui, basterà dire che la nazione è ciò che ci fa dire “noi” rispetto a “loro”, chiunque siano “loro” e quale che sia l’elemento di differenza. I piemontesi reputano i meridionali inferiori, ma gli permettono di dire “noi italiani”, mentre altrettanto onore non farebbero agli zingari, quand’anche fossero residenti in Italia da decenni. Gli zingari sono “loro”, i siciliani, anche se sono maleducati, sono “noi”. 
EGdL nota che un tempo le nazioni non esistevano. Poi si è data loro la colpa delle guerre dei secoli recenti, incluso il disastro della Seconda Guerra Mondiale, e dalla loro conseguente stramaledizione è nato l’entusiasmo per l’Europa soprannazionale. Nazione e patria sono divenuti concetti fuori corso, valori “fascisti”. 
Per anni è parso che la nazione fosse morta ma, quando l’ideale europeo ha cominciato a sbiadirsi, è nata la moda di rigettare sull’Europa la colpa di tutto ciò che non va. Prima i governanti, per schivare l’impopolarità, dicevano “ce l’impone l’Europa”, poi si sono accorti che la reazione finale era: “E allora usciamo dall’Europa”. Capita l’aria che tirava, i demagoghi sono balzati in groppa alla tigre e in poco tempo è cambiato tutto. Prima eravamo felici di essere “europei”, ora siamo di nuovo “noi italiani”. Arrabbiati con “loro”. Così, dice EGdL, ripeschiamo il peggio della nazione, misconoscendo il meglio. Ma forse c’è una spiegazione più semplice. 
La Seconda Guerra Mondiale ci ha umiliati perfino al di là dei nostri demeriti, ci siamo dovuti vergognare di una dirigenza vile e furbastra e ci siamo sentiti talmente scontenti del “noi” che ci siamo rifugiati nel sogno, diventando altro da noi. Il nuovo “noi” la guerra non l’aveva persa, l’aveva vinta. Erano “loro”, i fascisti, che l’avevano persa. Noi eravamo democratici, europei o perfino, come il personaggio di Alberto Sordi, americani. Dicevamo o.k., masticavamo gomma americana, ballavamo il boogie woogie e il rock and roll. “Noi” eravamo europei, italiani pfui.
Quando poi il nostro progresso si è fermato, quando l’Europa ha continuato ad andare avanti e noi siamo rimasti fermi, tanto che persino la Spagna ci ha sorpassati, non ci siamo più sentiti parte integrante del Continente. Ci siamo sentiti trascurati, perdenti, impoveriti, smarriti. In una situazione insopportabile, se quanto meno non si riesce a trovare un responsabile cui dare la colpa. E dal momento che non si è mai disposti a dare la colpa a sé stessi, lo schema si è ribaltato. Se in Europa vanno bene, e “noi” andiamo male, “loro” sono la causa dei nostri guai. Così Matteo Salvini, imitando Donald Trump (come Celentano imitava Elvis Presley), dice “prima gli italiani”. Ed anche: “Padroni in casa nostra”, quasi fossimo stati invasi e colonizzati. 
Forse il nocciolo duro e l’essenza della nostra attuale identità, del nostro “noi”, sta nel portafogli. Finché abbiamo creduto che, essendo europei, saremmo stati più prosperi, siamo stati europei. Ora che siamo in una crisi economica così grave e lunga da farci sospettare la fine di un modello socio-economico, smettiamo di essere europei e ridiveniamo italiani, nella speranza che, facendo debiti a volontà, torneremo ad essere il Paese di Bengodi di un tempo.  Non riusciamo neppure a pensare che, per far debiti, è necessario che qualcuno sia disposto a farci credito. Negli Anni Ottanta del secolo scorso ciò è stato sin troppo facile (con le conseguenze che sappiamo) ma con questi chiari di luna è sempre meno probabile. È più facile che i mercati non comprino i nostri nuovi titoli di Stato, impedendoci così di pagare gli interessi sul debito pregresso. 
E tuttavia, l’attuale maggioranza non riesce a vedere altra soluzione. “Loro” ci hanno messo nei guai e “noi” ce ne tireremo fuori, avendo il coraggio di essere di nuovo noi stessi: il vecchio popolo di santi, ­­­­­­­poeti ed eroi, cui Dio ha regalato per sempre lo Stellone. Quello che serve a fare indefinitamente debiti, esattamente come ci ha permesso di vincere la Seconda Guerra Mondiale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 luglio 2018
(1) https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_20/perche-nazione-italia-b7b0063c-8b80-11e8-9286-fc73853597eb.shtml




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20 luglio 2018
IL DIBATTITO, IL DIBBATTITO, IL DIBBBATTITO
 Qualche giorno fa, intervistato sulla “7” da Telese e Parenzo, Vittorio Feltri, s’è arrabbiato, perché lo interrompevano mentre rispondeva alle domande che gli avevano posto ed ha avvertito che, se Parenzo avesse perseverato, se ne sarebbe andato. Parenzo ha perseverato e lui se n’è andato. Stessa scena, condita di insulti (cafoni e asini) si è ora verificata in Rai. Vittorio Feltri ha indubbiamente posto all’attenzione di tutti un problema di notevole importanza: come si conduce un dibattito? È lecito interrompere?
Che il dibattito sia utile è indubbio. Chi parla senza contraddittorio (come pretendono e ottengono di fare i rappresentanti del M5S) sembra che abbia sempre ragione. Gli ascoltatori infatti non sono forniti né di sufficiente senso critico, né di autonomi dati, per giudicare la sua tesi. È questa la ragione per la quale già i romani imponevano il principio: “audiatur et altera pars”, si ascolti anche la controparte. Un minimo di verità si ottiene soltanto contrapponendo, a chi sostiene una tesi, qualcuno in grado di sostenere la tesi opposta. Solo in questo modo sono sventati gli inganni più plateali e i terzi si possono formare un giudizio autonomo.  
Ovviamente, i protagonisti devono essere posti sullo stesso piano, disporre dello stesso tempo e dello stesso rispetto. In una parola, devono essere messi in condizione di parità e non bisognerebbe permettere a nessuno di sabotare il dibattito con urla, interruzioni che impediscono agli altri di parlare, insulti ed altri comportamenti inammissibili. Purtroppo, tutte le soluzioni per ottenere una civile conversazione hanno delle controindicazioni. 
Se assegniamo a ciascuno cinque minuti per ogni tornata di interventi, c’è caso che gli ascoltatori si addormentino. Cinque minuti, in televisione, sono un’eternità, e non tutti sono brillanti espositori. D’altra parte, se si assegna un tempo troppo breve, non si ha più il modo di esporre un concetto che richiede un minimo di elaborazione. Saremmo ai tweet. 
Si potrebbero allora assegnare a ciascuno quindici minuti complessivamente, utilizzabili con interventi anche di lunghezza variabile, purché il totale sia sempre quindici. Ma noi italiani siamo un popolo di poeti e gli spettatori sono infastiditi da questo genere di regole. “Vogliamo rifare Tribuna Politica?” E in realtà sono contenti se colui che sostiene la loro tesi grida più di tutti, e si mostra molto indignato e molto sicuro di sé. Come sono loro. In fondo, per noi, il casino ha un suo fascino.
Poi c’è il problema di frenare chi “sfora”. Per evitare di dover zittire chi parla oltre il tempo concesso, in certe Corti americane si usa un piccolo semaforo, posto dinanzi all’oratore. Verde, parla pure. Rosso che lampeggia concludi, rosso fisso chiudi subito o ti togliamo il microfono. 
Ma noi italiani siamo un popolo di umanisti che sdegnano la tecnologia e la disciplina prussiana. Dunque il modello attualmente in vigore è il seguente: 1) parla di più il più maleducato e il più invadente; 2) chiunque abbia la parola smette di parlare soltanto se il conduttore, più o meno cortesemente, gliela toglie; 3) tutti hanno diritto di interrompere, e non se ne privano certo.  Tanto che spesso gli intervenuti parlano tutti insieme e non si capisce una parola. 4) Il conduttore considera di avere diritto alla sua opinione, e dunque interloquisce a volte impedendo agli altri di completare una frase o un concetto. 5) Infine il conduttore, quando interrompe qualcuno per passare la parola ad un altro, lo fa quando gli conviene, quando glielo consiglia l’orologio, o quando ne ha abbastanza. Comunque senza tenere conto del punto dell’esposizione cui è arrivato il malcapitato, che a volte implora: “Mi lasci finire la frase”. 
Vittorio Feltri, protestando, ha fatto bene? Sì e no. In un mondo civile, avrebbe certamente avuto ragione. Interrompere è da maleducati. Ma in un mondo civile nessuno tende a non far parlare nessun altro. Dunque, intervenendo in un dibattito in Italia che cosa crede di fare, Feltri, raddrizzare le gambe ai cani? Forse dovrebbe dire prima: “Mi dovete dire quanti minuti mi date, e mi dovete assicurare che nessuno mi interromperà durante quei minuti”. Ma le televisioni italiane accetterebbero un simile patto? La richiesta di ordine e di buona educazione fa rischiare l’accusa di fascismo.
E allora? chiederà qualcuno. Allora nessuno ci obbliga ad assistere a questo genere di show. Personalmente, se dovessi scegliere un sistema –non essendo un poeta, un umanista e forse nemmeno un italiano – opterei per l’assegnazione di un tempo, per un contaminuti a scalare invisibile per gli spettatori e per il sistema del semaforo. Questo darebbe maggiori possibilità a chi è sintetico, chi ha le battute fulminanti, chi sa essere chiaro con poche parole. E lo spettacolo ne guadagnerebbe. Dimenticavo: l’interruzione, se brevissima, sarebbe ammessa, ma a chi la attua va sottratto il triplo del tempo. Se ha fatto un’interruzione di trenta secondi, gli viene conteggiati un minuto e mezzo. Finito il tempo, si disattiva il microfono. 
Sono sicuro che per molti questo sistema è prosaico, meccanico, umiliante. Meglio il cortile: tanto spontaneo, sincero, naturale. Tanto italiano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 luglio 2018




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POLITICA
17 luglio 2018
ASSOLVERE FINI
Immaginate di non riuscire a far multare dai vigili un vicino che si ostina a parcheggiare la macchina in modo da rendervi praticamente impossibile tirare fuori la vostra dal garage, e che poi un giorno lo vediate condannare a otto mesi di reclusione proprio per avervi disturbato con la sua automobile. Una simile giustizia, con i suoi eccessi di indulgenza e severità, riuscirebbe a lasciare scontenti tutti. 
Caligola, prima che un efferato criminale, fu un malato di mente. Soltanto un malato di mente avrebbe potuto dare a un padre e ad un figlio la scelta fra quale far morire dei due e, dopo che i due si erano conteso l’onore di morire per salvare l’altro, farli  uccidere tutti e due. Caligola però era un singolo folle che si comportava da tiranno crudele. Come accettare che quasi nello stesso modo si comporti la giustizia di un Paese civile come l’Italia? Attenzione, riguardo a Gianfranco Fini, sono convinto che i magistrati che prima hanno tenuto un certo comportamento, e quelli che, anni dopo, hanno tenuto un comportamento diverso, sono stati tutti ugualmente competenti e in buona fede. Purtroppo, guardando la cosa superficialmente e da lontano, non si può non essere stupiti.
Io ho smesso di avere simpatia per Fini (che non ho mai votato) quando ha cominciato a dare di matto, pur di andare contro Berlusconi. Dico “dare di matto” non perché si comportasse da ingrato (in politica è “lecito” questo e altro) ma perché proprio non vedevo che utilità potesse ricavare dal suo comportamento. Come in seguito si è visto. 
Poi il “Giornale” svelò che una nobildonna aveva lasciato in eredità al partito di Fini, e per le finalità del partito stesso, un appartamento a Montecarlo. Fini invece quell’appartamento l’aveva venduto, per un quarto o meno del suo valore, al fratello di sua moglie, Elisabetta Tulliani. Fini negava ogni addebito, i giornali parlavano di “macchina del fango”, i due giornalisti che conducevano l’inchiesta – da me seguita senza mai saltare un articolo – erano giudicati severamente. Ma essi accumulavano prove su prove, fino a sommergere il Presidente della Camera. Ma costui, negando l’evidenza e aggrappandosi alla sua poltrona, rimase in carica fino alla scadenza del mandato.
Nessuno sembrava avesse occhi e orecchie per quelle evidenze. La vicenda finì lo stesso in mano ai giudici ma essi assolsero Fini, probabilmente con motivazioni giuridicamente ineccepibile, che magari non avrebbero trovato se si fosse trattato di Berlusconi. Comunque la carriera di Fini era stata stroncata. Il giudizio che la magistratura non aveva emesso lo emise il popolo italiano. L’ex giovane Gianfranco fu totalmente stroncato alle elezioni e fu come se fosse stato fulminato da un colpo apoplettico.  Anzi, come se non fosse mai esistito. Gianfranco chi?
Sono passati anni, e tutto ha cospirato contro l’ex delfino di Giorgio Almirante. L’evidenza dei fatti è stata tale che lo stesso Fini ha dovuto ammettere di avere mentito, di avere sbagliato, di “essere stato un coglione”. Si sono scoperti gli affari poco chiari dei Tulliani, ei loro legami con tale Corallo, “re delle slot machine”, oggi accusato di gravi reati. E, tanti anni dopo, è accusato anche Gianfranco Fini. Tutti parlano di “riciclaggio” ed altri reati, tanto che un giornale esulta in prima pagina, annunciando che l’imputato rischia trent’anni di galera.
Sono notizie che inducono una certa mestizia. Sa Dio quanto sarei stato felice di vedere la stampa libera al fianco di quei due giornalisti, Chiocci e Malpica, quando si battevano da soli e  instancabilmente per la verità. Ma l’impegno di tutti sembrava essere quello di tenersi alla larga dalla faccenda. Allora mi sarei contentato di qualche onesto riconoscimento della verità, ma tutto mi era negato; oggi invece, nel momento in cui Gianfranco Fini non è neppure un signor nessuno come me (perché me, almeno, i condomini mi giudicano un galantuomo), lo vedo annichilito, umiliato, trascinato nel fango e processato come un comune malfattore. Questo è francamente troppo. 
Devo essere chiaro. Nella faccenda della casa di Montecarlo ero sufficientemente informato per essere sicuro della responsabilità di Fini. Dunque avevo buone ragioni, per essere colpevolista. Invece oggi tendo ad essere innocentista, ma senza avere idee precise né sull’accusa né sulla difesa. Come mai malgrado tutto non riesco ad immaginare Fini colpevole, quanto meno coscientemente colpevole? 
Bisogna sapere che le norme penali non sono soltanto i 700 o poco più articoli del Codice Penale. Sono tali anche quelle – contenute in una miriade di leggi – che sono sanzionate penalmente. Dunque, una volta o l’altra, tutti potremmo essere processati per reati che non sapevamo neppure di avere commesso. L’incertezza e il rischio sono ulteriormente aumentati per le persone che esercitano funzioni di comando, o sono pressoché costantemente trattate con ossequio, come avviene ai medici (che hanno da fare con malati spaventati) o ai professori d’università, dotati di un potere assoluto. Costoro arrivano a considerarsi in diritto di fare qualunque cosa. Molti medici firmano certificati falsi a mucchi, molti professori promuovono i raccomandati come niente fosse e gli stessi magistrati, se sfuggono meglio di altri alle tentazioni, è perché la loro competenza in diritto penale li rende acutamente coscienti del pericolo. 
La cosa notevole, in questo fenomeno, è che gli interessati sono innocenti come bambini. Una volta un chirurgo amico si arrabbiò con me perché insistevo che mi fosse pagata una traduzione e arrivò a scrivermi che ero sostanzialmente un ingrato. Infatti lui in ospedale “mi aveva operato gratis”. Intendeva che a me non aveva chiesto la mazzetta che chiedeva di solito, per essere operati da lui personalmente. E firmava una lettera che, esibita a un giudice, l’avrebbe fatto condannare per corruzione.E invece io lo assolsi per “infermità mentale, in quanto chirurgo”.
Del resto che cosa c’è di diverso nella recente vicenda di quell’eccellente professionista che, a quanto raccontano i giornali, nominato primario di un reparto di chirurgia vascolare, l’avrebbe chiuso per un giorno, addirittura trasferendo un paio di degenti nel reparto di chirurgia generale, per permettere ai dipendenti di partecipare alla festa per la sua nomina? Un mentecatto? No. Semplicemente un normale primario che considera l’ospedale di sua proprietà e si sente in diritto di fare qualunque cosa. Dopo il clamore suscitato, questo chirurgo si è vista togliere la nomina e forse subirà un processo, ma io l‘assolverei per “infermità mentale, in quanto primario”.
Fini è stato un enfant prodige della politica, fino ad incantare, letteralmente, un uomo intelligente come Giorgio Almirante. È stato per anni ed anni il padrone assoluto di Alleanza Nazionale. È stato Presidente della Camera. Se avesse saputo attendere, sarebbe stato il successore di Berlusconi. Come non pensare che le sue imprudenze siano derivate dal sentimento di onnipotenza che gli dava la sua importanza? Forse dal punto di vista giudiziario è colpevole, ma io l’assolverei per “totale infermità di mente, in quanto uomo di straordinario successo”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 luglio 2018




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POLITICA
17 luglio 2018
TRUMP CI DICE VERITA' CHE NON CI PIACE SENTIRE
di Matthew Parris, del Times

Baciare affettuosamente theresa may dopo averla trattata male non è stato né un atto di contrizione e neppure di revisione. Donald Trump recita da solo la parte del poliziotto buono e di quello cattivo. Il presidente ha avuto ragione una prima volta a proposito del trattato di commercio fra Gran Bretagna e Stati Uniti, e lo sa. Il titolo del Sun era esattamente quello che desiderava, mentre il successivo: “Andiamo, scherzavo” dovrebbe essere inteso come un genere di squisita tortura: come un gatto che gioca col topo. Il signor Trump lo fa perché può farlo.
Questa visita del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti sarà vista come un momento cruciale nella politica del Ventunesimo Secolo fra GB e Usa. Secondo le nostre conclusioni, vedremo questa occasione come più importante di ogni infantile sbarramento di palloncini, dei calci Trumpeschi alla nostra sfortunata Prima Ministra o di ciò che può far capire lo scambio di scortesie. Nessun futuro presidente vorrà contraddire ciò che egli ha detto riguardo alla Nato, riguardo agli speciali trattati commerciali con la GB e riguardo alle scelte che dobbiamo affrontare.
Perché in realtà non si tratta di Donald J.Trump. Si tratta delle grandi forze della storia. Si tratta dell’America: un’America di cui il sig.Trump ci può colpire come una sgradevole caricatura, ma della quale egli è anche, in qualche modo, un distillato.
Si tratta del modo come le nazioni che dispongono di un potere pressoché illimitato lo usano, lo hanno sempre usato e sempre lo useranno. Il potere non ha bisogno di essere raffinato. Il modo in cui Trump si pettina, si soffia il naso, annoda la sua cravatta o tratta i suoi ospiti non è il problema. Egli può occuparsi dei suoi capelli, del suo naso, della sua cravatta e dei suoi ospiti nel modo che più gli piace. È il presidente degli Stati Uniti d’America. I bambini inglesi sono stati allevati a credere che: “Dicendo ‘voglio’ non si ottiene nulla”. Un presidente Usa ha invece il potere di adottare una massima differente, e noi possiamo, pieni di rabbia ed orrore, scuotere i nostri minuscoli pugni britannici, ma alla fine dobbiamo accettare la realtà. Il guaire dei miei colleghi britannici “liberal” sta divenendo stridulo. 
H L Mencken capì perfettamente tutto questo, salvo in un punto. Il 26 luglio del 1920 il più grande editorialista nella storia del giornalismo di lingua inglese scrisse nel Baltimore Sun: “A mano a mano che la democrazia si perfeziona, la carica del presidente rappresenta, sempre più da vicino, l’anima profonda del popolo. In un lontano, grandioso e glorioso giorno la gente comune del Paese realizzerà il profondo desiderio del suo cuore di vedere infine la Casa Bianca abbellita dalla presenza di un perfetto imbecille”.
Si sarebbe tentati di dire che, 98 anni dopo, la profezia di Mencken si è realizzata, ma non sarebbe del tutto esatto. Si può essere assolutamente certi che questo presidente non è un perfetto imbecille: è molto più complicato di così.
La vita è troppo verve per decostruire I processi mentali di Donald Trump, così permettetemi di citare il mio ex collega del Times Michael Gove. Dopo avere intervistato il presidente nel gennaio del 2017 per questo giornale, l’attuale segretario all’ambiente notò: “L’intelligenza si manifesta in molte forme”. Rettamente intesa, la nota non era né sarcastica né ingannevole, ma perplessa e pensosa.
Andando indietro, nello scorso secolo, il collega di Margaret Thatcher, Norman St John-Stevas,  piuttosto fastidioso e di centro-sinistra, notò: “il guaio, con Margaret, è che quando parla senza pensare dice ciò che pensa”.
Ambedue gli uomini descrivevano, ciascuno a suo modo, lo stesso fenomeno: la grezza onestà che può venir fuori come forza brutale. 
Donald Trump non si preoccupa troppo prima di parlare ed ha l’abitudine di dire ciò che pensa. E il problema, per noi (non per lui), è che ciò che pensa è ciò che un sacco di gente più raffinata e riflessiva di lui di fatto pensa, ma non ama dire.
Trump ha ragione, non è vero, riguardo agli europei e alla Nato che non ranno la loro parte, per quanto riguarda le spese della difesa? La sua critica della Germania, perché approfitta degli altri, è stata udita nei corridoi europei del potere per decenni, soltanto meno rumorosamente.
Ha ragione, non è vero?, riguardo ai pericoli del fatto che l’Europa conti sul gas russo. Va benissimo che si mormori che la Germania ha bisogno di comprare, e la Russia ha bisogno di fendere,  ma guardate al modo come il fatto che l’Occidente abbia contato sul petrolio del Medio Oriente ha distorto la politica mondiale per mezzo secolo.
Ha ragione, non è vero?, sul fatto che la Cina non stia offrendo al mondo un terreno di gioco onesto in termini di commercio. Forse qui è opportuno correre dei rischi. E neppure si può dire che egli abbia necessariamente torto riguardo ai termini dello scambio commerciale fra America e Ue. Non piace ai fautori della Brexiot ammetterlo, ma è vero che l’Ue conduce i suoi negoziati commerciali con i “Paesi terzi” in un modo piuttosto “muscolare”. Così devono fare, per fare i nostri interessi, ma gli europei dovrebero smetterla di farci sentire come piagnucolano riguardo alle minacce americane di alzare le tariffe, quando l’Europa impone anch’essa tariffe. Ciò che è necessario è che ambedue i blocchi negozino l’abbassamento delle tariffe.
Ha ragione, non è vero?, quando dice che la politica britannica è in subbuglio.  Ed ha ragione, non è vero?, (amici che avreste voluto rimanere nell’Ue, voi trasalite, ma sapete che è vero) [quando dice] che il libro bianco di Theresa May riguardante le proposte relativa alla Brexit trasformerà il Regno Unito in un satellite economico dell’Unione Europea.
Quale parlamentare del partito Tory io ricevo la spazzatura postale che il partito fa girare fra noi via email, e l’ultimo invio “da Theresa May (“Matthew, stiamo riprendendo il controllo delle cose”) è più nauseante di qualunque cosa dica Trump, e di gran lunga meno onesto. L’email presenta il  libro bianco “post-Chequers”come una traccia da seguire per una Brexit dura quando perfino il gatto di Downing Street sa che è un progetto per una Brexit morbida. Così Trump ha ragione: il libro bianco di Chequers straccia il velo sulla visione dei fautori di una Brexit dura, quella di una Gran Bretagna che commercia liberamente nel mondo, come un pirata. 
Il filmato di questa visita presidenziale si riassume in un’istantanea che definisce un’epoca, quella di due Paesi che fanno ognuno quello che sa fare meglio. La GB: pompa e protocollo; parole felpate e tappeti rossi; palazzi reali, banchetti, regalità, stoviglie d’argento, piatti placcati oro e ceramica cinese; blandi comunicati e delicate evasività. L’America: potere bruto e sfilate; stuoli di guardie, consiglieri e aiuti, portavoce e spie; elicotteri militari, limousine a prova di esplosione e con i vetri antiproiettile. Ogni imperatore dal potere mondiale in ogni secolo ha avuto questo aspetto. I predecessori presidenziali di Trump erano semplicemente più educati.
Come pensate che vi sarebbe apparsa la Gran Bretagna nel XIX secolo se voi foste stati il Siam, il Borneo o la Cina, o i coloni Afrikaans nel Sud Africa, o anche (nel secolo precedente) nella colonia del Nord America? Grezza, brutale, perfida e culturalmente insensibile: grande, avida, e gli inglesi degli stupidi affamati di potere. Ora le tavole sono state girate e i punti di vista si sono rovesciati. E a noi non piace, non è vero?
Matthew Parris, 14 luglio 2018, The Times
(Traduzione di Gianni Pardo)

Donald Trump tells us truths we don’t want to hear – Matthew Parris
ON BREXIT, TRADE, NATO SPENDING OR CHINA, THE PRESIDENT HAS A HABIT OF SAYING WHAT MORE GENTEEL FOLK SECRETLY THINK

Kissing Theresa May better after roughing her up was neither contrition nor revision. Donald Trump plays soft cop to his own hard cop. It was that first stomach-punch that was indicative. The president was right first time about a US-UK trade deal and he knows it. The Sun headline was exactly what he intended, while the subsequent “there, there, I didn’t really mean it” should be understood as a kind of exquisite torture: as a cat plays with a mouse. Mr Trump does it because he can.
This visit by the 45th president of the United States will be viewed as a turning point in 21st-century British and European politics. As we digest, we will see the occasion as more important than any childish barrage balloons, Trumpish kicks at our hapless prime minister or exchange of discourtesies can possibly convey. No future president will want to unwind what he said about Nato, about special trade deals for Britain or about the choices facing us.
Because this is not really about Donald J Trump. It is about great forces in history. It is about America: an America of which Mr Trump may strike us as a disagreeable caricature, but of which he is also in some ways a distillation.
It is about how nations with almost unlimited power use it, have always used it, and always will. Power has no need to act refined. The way Trump combs his hair, wipes his nose, ties his tie or treats his hosts is not the point. He can handle his hair, his nose, his tie and his hosts any way he likes. He is president of the United States of America. “ ‘I want’ doesn’t get” is what we British children were brought up to believe. A US president is empowered to adopt a different maxim, and we may shake our tiny British fists in rage and horror, but we must finally face it. Yapping by my fellow British liberals is beginning to grate.
H L Mencken got it in many ways right, in one way wrong. On July 26, 1920 the greatest columnist in the history of English language journalism wrote this in The Baltimore Sun: “As democracy is perfected, the office of president represents, more and more closely, the inner soul of the people. On some great and glorious day the plain folks of the land will reach their heart’s desire at last and the White House will be adorned by a downright moron.”
It would be tempting to say that 98 years later, Mencken’s prophecy has been fulfilled; but that would not quite be right. This president is most assuredly not a moron: it’s far more complicated than that.
Life is too short to deconstruct the mental processes of Donald Trump, so let me quote my former Times colleague Michael Gove. After interviewing the president in January 2017 for this newspaper, the (now) environment secretary remarked: “Intelligence comes in many forms.” Properly understood, the remark was neither sarcastic nor fawning, but puzzled and thoughtful.
Way back in the last century, Margaret Thatcher’s rather fastidious and left-of-centre colleague, the (then) Norman St John-Stevas remarked “the trouble with Margaret is that when she speaks without thinking she says what she thinks”.
Both men were, in their ways, describing the same phenomenon: the crude honesty than can come with brute strength.
Donald Trump doesn’t care to think too much before he speaks and has a habit of saying what he thinks. And the trouble with us, not him, is that what he thinks is what plenty of more genteel and considered folk do actually think, but don’t like to say.
Trump’s right, isn’t he, about the European end of Nato not pulling its weight in defence spending? His criticism of Germany for free-riding has been heard in European corridors of power for decades, but more quietly.
He’s right, isn’t he, about the dangers of European reliance on Russian gas? It’s all very well to murmur that if Germany needs to buy, Russia needs to sell — but look at the way western reliance on Middle Eastern oil has skewed world politics for half a century.
He’s right, isn’t he, that China is not offering the world a level playing field in terms of trade. Perhaps brinkmanship here is needed. Nor is he necessarily wrong about America’s trade terms with the EU. It does not suit Brexiteers to admit, but it’s true, that the EU conducts its trade negotiations with “third countries” in a pretty muscular way. So they should, in all our interests, but let’s hear less European whimpering about US threats to raise tariffs, when Europe levies tariffs too. What’s needed is for both blocs to negotiate tariffs down.
He’s right, isn’t he, that British politics is in “turmoil”? And he’s right, isn’t he (fellow-Remainers, you wince, but you know it’s true) that Theresa May’s white paper Brexit proposals will turn the United Kingdom into an economic satellite of the European Union?
As a Tory member I get the bumf the party cranks out to us by email, and my latest, “from” Theresa May (“Matthew — we’re taking back control”) is more nauseating than anything Donald Trump says, and by a long chalk less honest. The email presents the post-Chequers white paper as a blueprint to a hard Brexit when even the Downing Street cat knows it’s a blueprint to a soft Brexit. So Trump is right: the Chequers white paper brings down the curtain on the hardline Brexiteers’ vision of a buccaneering Britain trading freely in the world.
Footage from this presidential visit adds up to an epoch-defining snapshot of two countries, each doing what they do best. Britain: pomp and protocol; smooth words and red carpets; palaces, banquets, royalty, silverware, gold-plate and fine china; bland communiqués and delicate evasions. America: raw power and cavalcades; comet-tails of guards, advisers and aides, spokesmen and spooks; military helicopters, blast-proof limousines and bullet-proof glass. Every world-power emperor in every century has looked like this. Trump’s presidential predecessors were simply more polite.
7 How do you think Britain in the 19th century would have looked if you were Siam, or Burma, or China, or the Afrikaner settlers in South Africa, or indeed (in the preceding century) the North American colonies? Crude, brutal, perfidious and culturally insensitive: big, greedy, power-hungry oafs. Now the tables have been turned and the viewpoints reversed. And we don’t like it up us, do we?




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16 luglio 2018
AZZERARE LA FILOSOFIA
Amo la filosofia da prima di conoscerla. Affermazione pressoché comica ma è vero che, a tredici anni, invidiavo un amico che frequentava già il liceo classico. 
Ero affamato di spiegazioni. Mi chiedevo perché esistiamo; qual è il nostro destino; che cosa è il Bene e che cosa è il Male. E per un paio d’anni a tutte le domande rispose una Fede sostenuta dalla riflessione filosofica della Scolastica. 
Purtroppo, lo stesso amore della verità razionale che mi aveva indotto a credere creò presto tali obiezioni che prima dei sedici anni smisi di credere tanto nella religione quanto nell’esistenza stessa dello spirito. Non soltanto non ne vedevo traccia nella realtà, ma me ne appariva contraddittorio lo stesso concetto. Lo spirito non poteva essere “qui e non lì” e tuttavia essere immateriale. Se la mia anima era in Italia e non in Australia, subiva una determinazione spaziale in netto contrasto con la sua natura che, per definizione, non ammetteva limiti spaziali. 
In quel momento rovinò tutto un mondo di pensiero. Se lo spirito non esiste, se non esiste un’anima, se non esiste aldilà, se non esiste Divina Provvidenza, se Dio (ammesso che esista) non si occupa di noi, allora non esiste assolutamente nulla oltre ciò che vediamo dalla finestra. Poi Kant mi confermò che Dio era indimostrabile e questo chiuse la questione. Quando arrivò il messaggio di Nietzsche. “Gott ist tot”, Dio è morto, ho risposto: “Grazie, lo sapevo già”.
Da allora, ogni volta che m’è capitato di interessarmi di filosofia, la mia reazione al pensiero altrui è stata più o meno sempre la stessa: “Costui sogna”; “Costui nega l’evidenza”; “Costui confonde i suoi concetti con la realtà”. E il fenomeno si è ripetuto recentemente, quando ho letto delle brevi ed eccellenti monografie su alcuni grandi filosofi. Ricorreva l’interrogativo: “Ma costui come dimostra tutto questo?” Cartesio ad esempio, il re dei filosofi ragionanti, pone Dio al centro della sua filosofia e poi, per la prova della sua esistenza, accetta dimostrazioni che in seguito fecero sorridere Kant. Atteggiamento presuntuoso? No, semplice conseguenza delle premesse. 
Ammettiamo che nulla esista oltre la materia. A questo punto il mondo non è nulla di più di ciò che descrivono i documentari scientifici e naturalistici ed  o sono un parente stretto dello scimpanzé, col quale ho in comune il 98% di Dna. Ovviamente, la posizione eretta, gli arti superiori liberati dalla deambulazione e uno sviluppo cerebrale eccezionale mi hanno reso un po’ diverso da quel cugino arboricolo, ma non sono meno animale di lui. Approfitto soltanto del fatto che la mia specie ha un cervello sviluppato e un’enorme capacità di linguaggio e di accumulazione delle conoscenze. Ma quando sono nato non ero più intelligente dello scimpanzé.
Già questo è un punto importante. Tutti i filosofi ragionano partendo dal loro presente di adulti colti e pensanti. Mentre io vorrei ricordargli che non avrebbero quelle idee se non avessero almeno trenta o quarant’anni e se i loro genitori non gli avessero pagato gli studi. Come disconoscere che le loro idee derivano dalle loro riflessioni in conseguenza di quelle esperienze? Come negare la tabula rasa di John Locke?
La mia visione della realtà è assolutamente zoologica. In essa non c’è posto per nulla di ciò che ha inventato la società. Non hanno senso i grandi valori, la morale, la solidarietà, l’amor di patria, il dovere di perpetuare la specie e tutto il resto. L’umanità è soltanto un dato di fatto e non c’è posto per nulla che vada oltre ciò che è capace di pensare un gatto. Quel piccolo amico sarebbe molto stupito se un giornalista gli chiedesse: “Ti pare giusto uccidere e mangiare un innocente sorcio?”. Stupito è dire poco. Il gatto troverebbe la domanda idiota. “Io ho fame e sono un carnivoro. Ma tu che volevi sapere?” Ed avrebbe ragione. Infatti lo stesso uomo che gli ha posto la domanda, deposto il microfono, andrebbe a ordinare una bistecca, al ristorante. 
Tutti i nobili discorsi che fanno i filosofi, i religiosi, i politici, per me si azzerano dinanzi alla nostra natura di animali intelligenti. Intelligenti ma non migliori degli altri, come ha ben visto La Rochefoucauld. 
Il bello è che questa concezione del mondo non soltanto non riceve mai smentite dall’esperienza, ma non è in contrasto con una vita ben ordinata. Al gatto che non ha idea della morale direi che, diversamente da lui, io sono un animale sociale. Dunque devo venire a patti con la mia specie. Se voglio vivere bene, il mio sacrosanto egoismo deve trovare un limite nel rispetto del sacrosanto egoismo altrui. Inoltre ho visto che vivo meglio se sono stimato e amato, e dunque cerco di essere stimato e amato. E infatti sono felice, ma non per questo mi faccio illusioni sulla mia o sull’altrui natura.
Con questa mentalità posso guardare sbalordito a un pensatore come Hegel, capace di costruire cattedrali di pensiero su uno Spirito che io personalmente non ho mai incontrato. E temo neanche lui. I filosofi sono gente capace di sostenere che l’universo esiste soltanto perché noi lo percepiamo. Gente capace di credere che il linguaggio sia qualcosa di oggettivo. Gente che ci vorrebbe diversi dagli altri coinquilini del pianeta. Gente capace di sognare che l’umanità smetta non soltanto di essere carnivora, ma anche egoista e violenta. Violenta, come è ogni volta che l’interesse da difendere le appare sufficientemente grande. 
Questo è l’anti-Cantico delle Creature. Per Francesco d’Assisi il sole e l’acqua erano suo fratello e sua sorella perché tutti e tre erano figli di Dio. Per me lo squalo è mio fratello perché ambedue siamo bestie che pensano a sopravvivere e, se differenze ci sono, sono a suo favore. Lui nuota da oltre 400 milioni di anni, noi uomini siamo appena arrivati. Noi siamo più intelligenti perché l’evoluzione non ci ha fornito i formidabili strumenti di sopravvivenza che ha fornito a lui, e abbiamo dovuto cavarcela in qualche modo. Insomma, è vero che lo squalo non avrà mai l’occasione di occuparsi di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ma non è detto che sia uno svantaggio. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 luglio 2018




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POLITICA
15 luglio 2018
CORREO
Alcuni amici mi accusano di essere troppo severo con l'attuale maggioranza. Può darsi abbiano ragione. Certo non sono il solo. Si veda che cosa scrive Angelo Panebianco: https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_15/governo-profezie-equilibrio-vuoto-8d83f244-879b-11e8-bfdc-8bbc13b64da8.shtml



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POLITICA
14 luglio 2018
CONTINUITA' DEL M5S, NEL PEGGIO
La situazione attuale è facile da descrivere. Matte Salvini ha successo dando ascolto ai desideri della gente ma, anche se avesse il successo che gli auguriamo, in materia di migranti, questo non cambierà le sorti dell’Italia. E per il resto della politica si va dall’immobilismo agli errori, piccoli, come il taglio dei cosiddetti vitalizi, grandi, come il  “Decreto Dignità”, o grandissimi, perché privi di finanziamento, come quelli in progetto. E forse è interessante vedere come siamo arrivati a questo punto. 
Volendo comprendere la nostra patria, non dobbiamo risalire né ai romani, né al Rinascimento e neppure al Risorgimento. L’Italia che conosciamo è nata nel 1943. È nata quando il fascismo si è squagliato senza lasciare residui, e infatti lo stesso antifascismo, mancando il nemico, è soltanto una fantasia, una fisima, una giaculatoria. A meno che l’insistenza su di esso – dottrina negativa - non nasca dalla mancanza di una dottrina positiva cui aderire. L’ideologia dominante è comunque secondaria, soprattutto se si pensa che da noi nemmeno il comunismo ha attecchito. Dopo essere stato per decenni il rifugio dei più insoddisfatti, anch’esso si è dissolto senza lasciare residui.
Qual è stata dunque la mentalità che ha fornito la spina dorsale ideologica al Paese? Seppellite le ideologie, agli italiani sono rimasti gli ideali. Finita la Seconda Guerra Mondiale, con le sue iniziali speranze e i suoi disastri, gli italiani hanno sognato tutto il contrario di ciò che avevano vissuto: la pace, dunque, la libertà politica e soprattutto la prosperità nella giustizia sociale. Un paradiso in terra in cui avrebbero finalmente trovato realizzazione le più grandi promesse delle due correnti che si associarono nell’impresa di trasfondere nella Costituente l’utopia comunista insieme con l’utopia cristiana. 
Non c’è nulla di male, nelle utopie. E infatti Jonathan Swift e Tommaso Moro fanno a giusto titolo parte della letteratura. Il guaio, con esse, è quando si prova a realizzarle. Per quasi mezzo secolo la Democrazia Cristiana è stata sempre al potere, ma è stata costantemente insidiata dal pericolo della dittatura comunista ed ha teso a non farsi scavalcare a sinistra. Per esempio, incoraggiata da una interpretazione dissennata e forse in malafede delle dottrine economiche di Keynes, si è messa a contrarre debiti, fino a caricarne il Paese in modo così catastrofico, che non siamo più in grado di rimborsarli e intanto paghiamo circa settanta miliardi l’anno di soli interessi. 
La Dc non teneva conto di un punto essenziale. Mentre i comunisti tentavano di sfasciare la società borghese, per ereditarne i cocci e trasformarla in sovietica, i democristiani avrebbero dovuto preservarla. E invece, quando si trattava di mandare in malora l’Italia, magari dando retta alle richieste più demenziali dei sindacati, entravano in concorrenza col Pci. Questo comportamento alimentò le più irrealistiche aspirazioni del popolo, soprattutto negli anni delle spese folli e delle leggi più demenziali, come quella sull’equo canone (che distrusse l’edilizia per la locazione) o quella sui pensionati baby.  
Ma col tempo hanno cominciato a venire al pettine tutti i guai di cui si erano poste le premesse e, mentre l’economia andava sempre peggio, le aspirazioni del popolo sono state sempre più deluse. Così si è arrivati ad una crisi che non è una crisi, cioè un momento di difficoltà seguito da un ritorno alla normalità, ma la constatazione di uno stallo, di un fondo corsa, della fine di un’epoca. Oggi non abbiamo più risorse per progettare il futuro, o denaro per pagare le cambiali in scadenza che ci vengono presentate. 
Ma il popolo è rimasto così convinto di conoscere la formula giusta di governo, così sicuro di star seguendo i principi più nobili e più scientifici, che non riesce a concepire un diverso modello socio-economico. Siamo in crisi, ma l’errore non può essere né del popolo né del modello sociale. Rimangono, come possibili colpevoli, soltanto i politici, e dunque mandiamoli tutti a casa, una buona volta. Votiamo per facce nuove, per giovani non compromessi col passato, onesti e pieni di buona volontà. Loro metteranno d’un sol colpo le cose a posto. E infatti il partito incaricato di questa palingenesi, il Movimento 5 Stelle, ha promesso assolutamente tutto il desiderabile, senza tener il minimo conto del finanziamento di quei progetti. E infine si è alleato con una Lega che prometteva anch’essa la Luna, firmando insieme un programma che riuniva i sogni di ambedue i partiti. Il programma delle due Lune. Del resto, non abbiamo avuto nel Trecento la teoria dei due Soli?
La cosa interessante, in tutto questo, è che, mentre il popolo, votando per il M5S, ha creduto di fare una cosa nuova, di mandare al potere un partito rivoluzionario che avrebbe cambiato tutto, in realtà ha esattamente perpetuato il regime precedente: un regime caratterizzato dalla cattiva amministrazione finanziaria, dalle promesse irrealizzabili, dal rigetto del buon senso per andare nella direzione dei sogni e del deficit. Il programma è sostanzialmente quello della Dc e del Pci: grandi investimenti pubblici, meno tasse e più vantaggi, un posto di lavoro sicuro a vita, pensioni anche a chi non ha versato contributi, scuola, sanità, welfare gratuiti. Milton Friedman affermava che nessun pasto è gratis, l’attuale governo ha promesso pasti gratis per tutti ed è in linea con i precedenti governi. Solo andando più lontano, nella direzione del peggio. A che cosa conduce tutto ciò, lo vedremo nei prossimi anni, forse nei prossimi mesi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 luglio 2018




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POLITICA
13 luglio 2018
DUECENTOQUARATASETTEMILAMILIARDI
Cominciamo dai dati, tratti dal Sole24Ore(1). Titolo: “Debiti globali record: 247 trilioni di dollari” 
“Secondo l’ultima ricerca dell’Institute of International Finance (IIF) i debiti pubblici e privati a livello globale” sono giunti “alla cifra di 247mila miliardi di dollari. Una montagna pari al 318% del Pil del mondo intero. Per debito globale si intendono le somme dovute insieme dai privati e dai governi. Questi numeri sono l’effetto di un decennio di politiche monetarie ultra-espansive”. Ovviamente tutto ciò comporta dei pericoli, ma “la vulnerabilità riguarda soprattutto i Paesi emergenti. Molti sono iper-indebitati in valuta estera sia a livello statale sia aziendale”. Soprattutto considerando che – ad esempio – “Turchia, Ungheria, Argentina, Polonia e Cile hanno più del 50% del debito totale (pubblico e privato) in valuta estera secondo IIF2, e dunque non possono cavarsela, aggiungo io, svalutando la propria moneta, come potrebbe fare il Giappone.
Qualcuno di questi dati va esplici perché, quando le cifre sono troppo grandi, ne perdiamo la nozione. Ammesso che il cambio dollaro/euro sia 115/100, 247.000 miliardi di dollari sono circa 215.000 miliardi di euro. Teniamo presente che il nostro debito pubblico (non incluso quello privato, dunque) è, di 2.300 miliardi (corrispondenti a un debito di circa 35.000 euro per ogni italiano, lattanti inclusi). Dunque quel debito è uguale a poco più di un centesimo del debito globale (2.300 su 215.000). E se è ovvio che noi mai potremo ripagare un simile debito, perché corrisponde a circa il 133% del nostro prodotto interno lordo annuale, quante possibilità ci sono che lo ripaghino gli altri Paesi, per la maggior parte più poveri del nostro, che sono indebitati in media non del 133% del pil, ma del 318% del pil? Dunque il primo punto fermo è il seguente: il mondo intero è indebitato per una cifra astronomica, e il mondo intero non pagherà il suo debito. 
Secondo punto: se il mondo è indebitato fino al collo, chi è il creditore, nella realtà per 247.000 miliardi di dollari? Chi è che resterà con un palmo di naso, e non rivedrà mai più i suoi soldi? Il debito è posseduto da privati, istituzioni varie e banche centrali; sono loro che perderanno quasi tutto. A questo punto uno potrebbe dire: i privati sono stati imprudenti, a comprare quei titoli. E figurarsi se piango sulla sorte delle banche. Ma la cosa non è c semplice. 
Volendo spiegare l’andamento della possibile crisi provocata da questa bomba su cui siamo seduti, descriviamolo come scrivendo una radiocronaca.
Lo scenario più semplice e catastrofico sarebbe l’improvviso default di una grande potenza economica, come l’Italia o la Spagna. Ma si può fare anche un’ipotesi più moderata, ché tanto i risultati finali sono gli stessi. Oggi i titoli di Stato sono venduti ad un certo tasso d’interesse in conseguenza della fiducia che il mercato ha sulla solvibilità di quegli Stati. Ma siamo più in bilico che non si creda. Fino a qualche settimana fa, lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi era di 130 punti base. Poi qualche esponente della maggioranza ha fatto delle dichiarazioni non gravissime, ed anzi puramente ipotetiche, e tuttavia ciò è bastato perché lo spread schizzasse da 130 a circa 240 (dove ora è fermo). E questo significa che, su quei titoli, noi pagheremo circa il doppio di interessi. Parliamo di miliardi. 
Ora, anche senza fare l’ipotesi dell’arrivo degli alieni, poniamo il caso che i mercati si allarmino sul serio, per una decisione improvvida o per qualunque motivo, anche in sé insignificante. A questo punto non si tratterebbe più di 240 punti, come attualmente, e nemmeno d circa 550, come fino al “whatever it takes” di Mario Draghi, ma a livelli molto più alti. La conseguenza sarebbe che i tassi d’interesse schizzerebbero in alto, il servizio del debito aumenterebbe in modo esponenziale e il valore dei titoli crollerebbe, dal momento che i mercati, malgrado gli alti tassi d’interesse avrebbero tendenza a non comprarli, per sfiducia. 
Il mercato dunque non comprerebbe le nuove emissioni e chiunque cercherebbe di disfarsi di quei titoli a rischio, vendendoli prima della scadenza e facendone crollare la quotazione. Ammettendo che si venda a 40 un titolo che, alla scadenza, avrebbe reso 100, sarebbe una perdita netta del 60%. I governi, non potendo rimborsare i titoli in scadenza perché nessuno comprerebbe i titoli di nuova emissione (con cui oggi paga i vecchi, alla scadenza) potrebbero soltanto allungare le scadenze dei titoli, dicendo: “Non pago perché non ho soldi, ma ti pagherò con tre anni di ritardo sulla scadenza, se riesco a risollevarmi”, e in troppi bilanci si provocherebbe un buco capace di destabilizzare l’intero sistema.
Insomma, basta una crisi di sfiducia borsistica per decurtare pesantemente il valore dei titoli detenuti dalle banche, il che sarebbe peggio che se dei ladri avessero interamente svuotato il loro caveau. Infatti – oltre alla perdita netta di valore dei titoli tenuti in portafoglio – la svalutazione del debito mondiale si tradurrebbe anche in un sottofinanziamento delle banche, le quali non potrebbero più concedere prestiti (per insufficiente copertura) e, come scrive il mio amico economista, Gerardo Coco, “Siccome tutti gli stadi dell’economia, dalla produzione delle materie prime, semilavorati fino ai prodotti di consumo finale sono basati sul credito, il tutto si fermerebbe e sarebbe la catastrofe con effetti diversi a seconda dei Paesi“.
Né questo perverso meccanismo riguarderebbe soltanto la prima nazione in cui si è prodotto il fenomeno. Innanzi tutto esiste l’interdipendenza delle banche. Per esempio, il 30% del nostro debito è in possesso di stranieri, e sono circa settecento miliardi che, nelle loro banche, si potrebbero trasformare in 400, 300, 200. Una volta che si produce una crisi di fiducia, si ha il cosiddetto “effetto domino”. La prima tessera, cadendo, fa cadere la seconda e così di seguito, visto che tutti i Paesi sono indebitati, e per somme che non sono in grado di rimborsare. 
La fiducia nei governi crollerà totalmente. I bilanci bancari e quelli dei fondi pensione (che hanno all’attivo i titoli del debito pubblico) sarebbero terremotati. Le banche diventerebbero improvvisamente insolventi e cesserebbe il credito. Come scrive il mio amico, l’economista Coco, cui debbo parecchio per la valutazione di questi dati, “molti investitori per procurarsi liquidità venderanno in massa, facendo crollare ulteriormente i prezzi e facendo aumentare ancora di più i tassi di interesse. All'inizio si avrebbe un’iper-deflazione a cui seguirebbe l’iperinflazione perché, per combatterla, i governi, ormai subentrati alle banche centrali non più in grado di controllare la crisi, inonderebbero l’economia di contante. Sarà il crollo del welfare, del socialismo e dei governi”.
E il peggio è che non esiste una soluzione teorica del problema che permetta il riassorbimento incruento di questi debiti. La tragedia economica è inevitabile, perché, come mi dice Coco, “si è andati troppo oltre”. 
 Dopo che sono stati allineati questi dati, e se ne sono tratte le inevitabili conclusioni, rimane da spiegare come mai la gente non sia allarmata, in tutto il mondo; come mai i governi non prendano sin da oggi i provvedimenti possibili per limitare i danni; come mai la gente non fugga dal denaro e dai titoli. È mai possibile che il mondo intero si sbagli così pesantemente? 
C’è da stupirsi, soprattutto pensando alla famosa massima attribuita ad Abraham Lincoln: “you can fool all the people some of the time, and some of the people all the time, but you cannot fool all the people all the time”, potete ingannare tutti per qualche tempo, alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo. E invece qui abbiamo il caso di tutti che si sbagliano per tutto il tempo. Urge una spiegazione.
Secondo il mito, la profetessa Cassandra fu condannata da Apollo a predire sempre la verità e a non essere mai creduta. Nel mito, come sempre, c’è una parte di verità e di saggezza. I greci inventavano una favola, ma quella favola era un modo di rappresentare la realtà e perfino di spiegarla. Nel caso di Cassandra, dal momento che annunciava sciagure, e dal momento che la gente preferisce sentirsi predire un futuro felice, lo scetticismo cui fu condannata era soltanto la mitizzazione della tendenza umana a chiudere gli occhi dinanzi agli spettacoli sgradevoli. Anche quando ci riguardano personalmente. Anche quando, forse, potremmo evitarli se, invece di chiudere gli occhi, li spalancassimo per meglio capire come possiamo evitare il peggio. 
Ma queste sono prediche inutili, esattamente come le profezie di Cassandra. Servono soltanto a rispondere alla domanda: come mai tutti si sbagliano? Lincoln dunque aveva torto? La risposta è che la massima del Presidente americano non si adatta al nostro caso. Qui non c’è qualcuno che vuole ingannare tutti tutto il tempo, qui ci sono tutti che, tutto il tempo, preferiscono autoingannarsi. Compresi quei lettori che pensano che io sia stato troppo pessimista.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
luglio 2018
(1)Leggibile su: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=5b45c97df12d7




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POLITICA
12 luglio 2018
PERCHÉ NON FACCIAMO PIU' FIGLI
Una volta, in campagna, le pratiche anticoncezionali, quando erano adottate, non andavano oltre il coitus interruptus (condannato dalla Chiesa) e i contadini avevano molti figli. Li generavano in gran numero sia per contrastare l’alta mortalità, sia perché quei piccoli non importavano né grandi spese né grandi cure. Prima li allattava la madre, senza mai parlare di pediatra, poi giocavano sull’aia, col cane, e infine, superati i sei-otto anni, cominciavano a rendersi utili. I maschi andavano al lavoro col padre, le femmine aiutavano la madre. I figli erano insomma un investimento e un’assicurazione. Da sempre infatti si sapeva che prima avevano il dovere di contribuire al mantenimento della famiglia e poi quello di sostenere e curare i genitori quando questi fossero stati vecchi o malati. 
Da molto tempo ormai queste condizioni non esistono più. Spesso fino alla laurea ed oltre, ai figli non si chiede nessuna prestazione. Essi non hanno alcuna responsabilità nei confronti dei genitori e questi, senza aspettarsi molto dai figli, si occupano di sé con i sistemi di previdenza e assistenza. Sicché chi ha figli lo fa “in pura perdita” e dal un punto di vista esclusivamente razionale i motivi per non averne sono numerosi ed evidenti. Rinunciando a porli in ordine d’importanza, ecco una lista: responsabilità infinite; preoccupazioni e dispiaceri; spese più che consistenti; scarsissime probabilità che i figli siano occasione di orgoglio e soddisfazioni; legame eterno con i figli, anche se persone problematiche; impossibilità di rompere i rapporti con l’altro genitore, anche se ci si è separati o si è perfino divorziato. Insomma è lecito chiedersi – sempre esclusivamente dal punto di vista razionale - come mai la gente non si accorga che avere figli è una follia. 
E infatti siamo alla crisi, addirittura tendendo al rovesciamento della piramide demografica. La base, costituita dai giovani, e che da sempre era stata più larga della punta, costituita dagli anziani, è divenuta più stretta della punta. Cosa che fra l’altro comporta gravi problemi per il pagamento delle pensioni. Attualmente c’è un pensionato ogni due lavoratori, presto ogni lavoratore dovrà mantenerne uno e poi addirittura due. Sempre che ce la faccia.
Perché gli italiani non fanno più figli? E come mai le italiane spesso hanno il primo (e spesso unico) figlio essendo sempre più anziane, con rischi per la salute? Qui siamo nel campo delle ipotesi, ma parecchie di esse sono interessanti. 
L’individuo attuale si sente meno parte di una comunità e non si sente in debito con essa. Così si è passati dal principio: “i figli bisogna averli” al principio: “ne avrò se ne avrò voglia”. La popolazione contemporanea è individualista, laica, desiderosa di libertà e di piaceri. E spesso i figli non rientrano in questo quadro. 
Come se non bastasse, i piccoli sono divenuti economicamente costosissimi e gravosissimi come impegno. La “famiglia allargata” non esiste più e c’è soltanto quella “nucleare”. Sono ­i due genitori che devono accompagnare i figli a scuola (prima ci andavano da soli) e andare a prenderli, soprattutto se piove. Poi bisogna fornirgli tutto il necessario per essere allo stesso livello dei compagnucci, partendo dal telefonino. Bisogna fargli praticare uno sport o la danza e comprargli i vestiti firmati. La lista è infinita. E tutti questi doveri a fronte di nulla. Dai figli non c’è da aspettarsi più aiuto che dal gatto di casa. Quanto alle malattie e alla vecchiaia, ci penserà l’Inps. 
La maggior parte delle coppie ha un solo figlio, e questo è stupefacente. Infatti, se la gente veramente non volesse figli, non dovrebbe averne neppure uno. Dunque l’istinto genitoriale esiste ancora, e per il figlio unico bisogna trovare una spiegazione.
Un tempo pensavo che la prevalenza del figlio unico potesse dipendere dall’avere assaggiato quanto siano gravosi gli impegni genitoriali. Ma poi ho riflettuto che, mentre per avere il primo figlio bisogna imparare il non facile mestiere di genitori, per i seguenti quel mestiere lo si conosce già. Dunque la ragione è più probabilmente economica: le case sono inadatte a contenere una grande famiglia, le “economie di scala” sono lungi dal compensare l’aggravio degli impegni e in totale la famiglia numerosa è un progetto economicamente scoraggiante. Se si è avuto un figlio per il piacere di essere genitori, la cosa finisce lì.
Il calo demografico probabilmente risulta da molti fattori. Attualmente l’individuo vive per sé, non per la propria famiglia, e men che meno per la specie. Il matrimonio è un legame affettivo che si rompe quando viene meno questo legame. Nessuno sente il “dovere sociale” di avere figli e nessuno è criticato se non ne ha, come avveniva quando la gente si chiedeva: “È sterile lei o è impotente lui?”. I figli sono un limite alla libertà e una preoccupazione. E infatti, nel dubbio, sempre meglio rinviare la filiazione al momento in cui la situazione economica sarà meno precaria. A quando si hanno quarant’anni.
In queste condizioni, ci sarebbe da preoccuparsi, se la Terra non fosse già sovrappopolata. Oggi invece, a livello globale, il calo demografico è una benedizione. Una volta eliminato l’esercito di vecchi (che dovranno pur morire) il pianeta potrebbe raggiungere un equilibrio demografico migliore dell’attuale. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 luglio 2018




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