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POLITICA
11 dicembre 2019
I DANNI DELL'EVENTUALE SCOMPARSA DEL "NERO"
Nel talk show “Di Martedì”, del 24 settembre 2019, condotto da Giovanni Floris, fra gli ospiti c’era Salvatore Rossi, eminente economista ed ex Direttore Generale della Banca d’Italia. Naturalmente, essendo questi un grande competente ed una persona educata, poco ha parlato e poco è stato ascoltato. Molto meno, ad esempio, di una petulante Concita De Gregorio. E tuttavia ha detto una verità così pesante che avrebbe dovuto far saltare sulla sedia tutti i presenti. E invece nessuno ha fiatato.
Cominciamo dal Vangelo corrente. Secondo questo Vangelo, l’Italia risolverebbe tutti i suoi problemi economici se riuscisse ad azzerare l’evasione fiscale. Su questo sono d’accordo tutti i commentatori televisivi, tutti i politici e tutti i presidenti del consiglio incaricati. Questi ultimi, al momento di chiedere la fiducia alle Camere, promettono con la mano sul cuore la lotta all’evasione. Ovviamente una lotta senza quartiere, senza tregua e senza pietà. Si tratta infatti del più invocato e del più fittizio finanziamento dei sogni .
Dicono che da noi l’evasione fiscale sia fra le più alte del mondo e io rimango scettico, perché ci attribuiamo troppo facilmente record mondiali, sia positivi, sia negativi. Comunque l’evasione è piuttosto alta. Secondo i più si tratta di cento-centoventi miliardi di euro, e l’enormità della somma induce a chiedere con la massima insistenza il recupero di almeno una parte di quel denaro. Fin qui, niente di nuovo. 
Invece la bomba  è scoppiata (soltanto per me) quando, a proposito di bilanciamento fra recupero dell’evasione e diminuzione del carico fiscale, l’economista Rossi, con la sua aria tranquilla, ha sostenuto che poco importa la stima esatta dell’evasione. Infatti, se l’evasione fosse soltanto di cinquanta miliardi, e “Se per miracolo si recuperasse tutta l’evasione fiscale, quei cinquanta miliardi di tasse in più, aggiunti ad una pressione fiscale già alta, diventerebbero insopportabili”. Cioè l’Italia collasserebbe, come ha confermato facendo crollare ambedue le braccia. Ma nessuno ha fatto una piega. Forse per la buona ragione che nessuno ha capito le implicazioni di quelle parole.
Un’evasione di cinquanta miliardi corrisponde a dire che ci sono dei contribuenti infedeli che non pagano cinquanta miliardi. La cosa è triste, è scandalosa, è delittuosa, ma chi sono costoro? Sono per la maggior parte piccolissimi contribuenti (l’idraulico di un paesino, il fisioterapista che ti viene a casa, la donna di servizio non a regola, l’elettricista che non ti propone neppure la fattura, e  via dicendo). Questi lavoratori, evadendo, non si arricchiscono: si limitano a sopravvivere. Mentre, se dovessero pagare tutto ciò che è dovuto, o non troverebbero lavoro o dovrebbero chiudere bottega. Comunque diminuirebbero molto di numero. Questo perché - come ha sottolineato l’ex Direttore della Banca d’Italia Rossi - “le tasse sono troppo alte perché tutti possano pagarle”. 
Inoltre, aggiungo, è vero che da noi molta gente lavora in nero, rinunciando alle normali guarentigie e anche all’assistenza e alla previdenza, ma tutta questa gente produce lo stesso ricchezza per la nazione; e se non paga le imposte dirette,  paga comunque le tasse indirette. L’Iva, in particolare. Perché anche gli evasori fiscali, se fanno benzina o vanno al supermercato, i beni li comprano “Iva compresa”.
Tutto questo significa da un lato che il lavoro nero paga le tasse indirette, dall’altro che la pressione fiscale in Italia è tale che, per parecchie attività, la scelta è fra lavoro nero e nessun lavoro. Ecco perché l’economista Rossi (non un pericoloso sovversivo liberale come il sottoscritto) avvertiva che, se improvvisamente si eliminasse tutta l’evasione fiscale, l’Italia, invece di partire a razzo verso la prosperità, non reggerebbe al colpo. 
È vero, “Tutti devono pagare le tasse”. Ma il principio andrebbe corretto così: “Devono pagare le tasse tutti coloro che sono in condizione di pagarle”. E perché se non tutti, almeno molti siano in grado di pagarle, lo Stato dovrebbe contenere il prelievo fiscale entro limiti ragionevoli. Non dimenticando che quanto più le tasse sono basse, tanto più è ampia la platea di “coloro che sono in condizione di pagarle”. Lo Stato non dovrebbe cominciare col minacciare la galera a tutti, dovrebbe innanzi tutto far sì che evadere le tasse divenga, prima ancora che “antigiuridico”, “immorale” e non, come oggi in certi casi, “inevitabile”. Rinunciando magari a fornire alcuni servizi e soprattutto a generosità generalizzate e dissennate come il “reddito di cittadinanza”. 
Nella trasmissione si citava la Svizzera in cui ad ogni ricupero dell’evasione fiscale corrisponde un abbassamento delle tasse. Il recupero va dunque a beneficio di chi le imposte già le pagava. Qualcuno ha il coraggio si sperare che altrettanto si farebbe in Italia? Se ci piovessero dal cielo cinquanta miliardi, non basterebbero ancora per il programma che Conte ha illustrato alle Camere. 
Noi siamo ammalati di spesa di Stato. Soffochiamo sotto una paralizzante pressione fiscale e nel frattempo dobbiamo pregare perché sopravviva la produzione di ricchezza (e il gettito delle imposte indirette) derivante dal lavoro nero. Un capolavoro.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       27 settembre 2019



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POLITICA
10 dicembre 2019
IL DOVERE DELL'ODIO
In un recente articolo Vittorio Feltri ha proclamato il diritto all’odio. In un’epoca buonista il titolo può far scandalo, ma quel famoso giornalista si è premurato di precisare che l’odio non dà il diritto a nessuna azione vietata dal codice penale. Quello che reclama è il diritto ad avere quel sentimento e a coltivarlo senza scrupoli. Tesi dopo tutto abbastanza banale: i sentimenti infatti sono “in interiore homine” e non sono soggetti a sanzione. In realtà, se si vuol rischiare, si può andare oltre, affermando che in qualche caso noi non abbiamo il diritto, ma il dovere di odiare. 
La vendetta è simile alla legittima difesa e ne rappresenta una sorta di esecuzione differita. Malgrado duemila anni di predicazione del perdono, essa è talmente incontestabile che lo Stato, non che vietarla, se ne assume l’esclusiva. E l’esercita anche in assenza di richiesta da parte della vittima (reati “ad azione pubblica”) per ragioni di ordine pubblico; per evitare la violenza fra privati cittadini; per essere sicuro che la sanzione sia applicata al vero colpevole e sia proporzionata all’offesa. Cosa, quest’ultima, di cui si preoccupava già la Bibbia, quando imponeva “dente per dente, occhio per occhio”, e non “vita per dente, vita per occhio”. Ecco perché sono ridicoli i parenti dell’ucciso quando chiedono giustizia e non vendetta. Perché sono la stessa cosa. La giustizia è “vendetta di Stato”. E non si vede perché dovrebbero vergognarsene. 
Fra l’altro, quando lo Stato non interviene si torna alla vendetta privata. Se il conclamato colpevole si rifugia presso una nazione che, invece di punirlo o di estradarlo, lo onora, non rimane che andarlo ad uccidere. Si è visto con la ricerca e l’esecuzione, in tutto il mondo, degli assassini degli atleti israeliani a Monaco (1972). Si è visto con gli “assassini mirati” dei terroristi palestinesi rifugiati a Gaza. O anche con gli “assassini mirati” dall’aviazione statunitense. Per non parlare dell’esecuzione di personaggi come Bin Laden, ché anzi questo caso è esemplare. Se il Pakistan avesse consegnato Bin Laden agli Stati Uniti, probabilmente quell’uomo sarebbe stato correttamente  processato. Invece, proteggendolo, i pakistani hanno autorizzato gli americani a violare la loro sovranità e a vendicarsi da sé. Uccidendo anche chi gli si parava davanti. La legalità va rispettata finché opera correttamente, mentre se sostiene l’ingiustizia perde la sua legittimazione. E infatti la rivoluzione è inammissibile in democrazia, mentre è giustificata nel caso di tirannide. 
Tutto questo prova che la vendetta, in sé, è lecita. Essa ha soiltanto il dovere di essere “giusta”. E così in certi casi esiste non il diritto, ma il dovere dell’odio. Se vedo qualcuno uccidere mio fratello, ho sì o no il dovere di denunciarlo all’autorità? E chi mi applaudirebbe, se non lo facessi? E quella denuncia è una richiesta di vendetta di Stato, motivata da un odio giustificato.
Del resto, si ha diritto alla reazione anche quando le vittime siamo noi stessi. L’uomo magnanimo non si cura dei colpi di spillo e li copre del suo disprezzo: ma quando le cose si fanno serie, risponde al male col male. Non fosse altro per ragioni di autostima. Ma questo questo è un argomento delicato. 
Quando decidiamo che è il caso di reagire, dobbiamo essere molto prudenti. Se siamo permalosi potremmo esagerare la gravità di ciò che è stato commesso contro di noi. Se siamo faciloni, potremmo anche sbagliarci sull’identificazione del colpevole. In breve, essere allo stesso tempo vittime, accusatort e giudici, è un grande rischio. Ma una volta tenuto conto di tutti questi pericoli, e se si è sicuri delle proprie ragioni, l’odio e la vendetta divengono un dovere. Perché soltanto così si eviterà la frustrazione della sconfitta.
Ecco perché mi sono indignato, leggendo “La plaisanterie” (lo scherzo) di Milan Kundera. Il protagonista ha tutte le ragioni di odiare un uomo ma, essendo un perdente, quando ha la possibilità di rendergli la pariglia rinuncia a vendicarsi. E questo è un errore. Un simile uomo sarà sempre un inferiore. Si sentirà un verme che gli altri hanno il diritto di  schiacciare. 
Cesare fu catturato dai pirati e quando chiesero il suo riscatto propose di più che raddoppiare la cifra, vista la sua importanza. Ma nel contempo promise ai pirati che, una volta liberato, sarebbe andato a cercarli, li avrebbe catturati e li avrebbe fatti crocifiggere. Mantenne la promessa. Li catturò, recuperò il denaro del riscatto ma, visto che dopo tutto lo avevano trattato con molto rispetto, li fece prima strangolare e poi crocifiggere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
9 dicembre 2019
LE SARDINE BADAUD
n francese il “badaud” (“badò”) è uno sfaccendato, un passante contemporaneamente distratto e curioso. Un imbecille inoffensivo e nel frattempo fastidioso, in quanto rappresentante della superficialità, della stolidità, della pigrizia mentale di certo prossimo. Indimenticabile la definizione che ne dette qualcuno: “Un badaud è qualcuno che si ferma a veder gonfiare una ruota di bicicletta”.
Il dizionario “Boch” traduce il termine con  “curioso”, ma la cosa non mi convince. Curioso è anche lo scienziato che non si capacita di un fenomeno e cerca di comprenderne l’origine. Un uomo che è tutto l’opposto dello sfaccendato. Il diverso ambito semantico è evidente. 
Il fatto che il badaud non sia un personaggio importante non deve spingere a sottovalutarlo. I badaud sono milioni e i milioni contano. Già determinano il successo di parecchi programmi televisivi: pensate a quelli in cui delle coppie di ignoti si accapigliano, a quelli in cui dei nessuno parlano di loro stessi, o persino a certe saghe televisive americane di qualche anno fa in cui tutti finivano col sapere tutto di una famiglia immaginaria americana. La maldicenza da portineria elevata, se non a forma d’arte, a show business professionale.
Nella società la badauderie è una notevole forza. Purtroppo è una forza che, come le grandi onde in pieno oceano, è impossibile sfruttare per qualcosa di serio. Per l’energia è più utile un ruscello che faccia girare la ruota di un mulino. Quanto all’impegno sociale, lo stesso badaud che si fermerebbe a veder gonfiare una ruota di bicicletta non si fermerebbe ad ascoltare un grande politico che spiegasse la differenza fra democrazia e oclocrazia. Lo sfaccendato non è interessato alla politica e crede di essere più furbo di tutti limitandosi a disprezzarla. Al massimo dunque andrà a vedere – non ad ascoltare, a vedere – un personaggio pittoresco. Oppure qualcuno di cui si è molto parlato. O infine qualcuno da cui spera di ottenere un po’ di divertimento gratuito, come nel caso di Beppe Grillo.
Ecco perché le “sardine” non sembrano meritare l’importanza che gli sta dando la pubblicistica. Fra l’andare in piazza e la politica, fra il cantare canzoni e votare per un certo partito, non c’è un serio rapporto. La politica si occupa della vita sociale e impone delle scelte, a volte dolorose e comunque rischiose. Opera nella concretezza e per questo è sicura di creare scontenti. 
La piazza può entusiasmarsi per un predicatore che parla della fratellanza umana. Ma se poi la fratellanza si traduce in aumento delle tasse? Perché è con le tasse che lo Stato può aiutare i più deboli. La generosità è una cosa bellissima quando con essa si invitano gli altri ad essere generosi con noi, mentre cambia di sapore quando è a nostre spese. 
Come sempre, i problemi nascono quando si scende dalle vette dell’ideale all’azione concreta. O, se vogliamo, dalla formulazione del problema alla sua soluzione. Se la politica è altamente divisiva è proprio perché appartiene alla prassi. Non sono importanti le mete da raggiungere (sulle quali spesso siamo tutti d’accordo) quanto i mezzi scelti. L’ideale dell’uguaglianza può anche condurre alla miseria universale.
Finché le “sardine” si limiteranno a proclamare la loro “bontà” e non faranno politica, saranno del tutto insignificanti. Ma se appena faranno politica, si divideranno, saranno criticati, incontreranno fieri oppositori e diverranno un partito come tutti gli altri. Con i suoi sostenitori e i suoi nemici. Molti sembrano non capire che questo è un destino ineluttabile. 
Per giunta questa gente sembra politicamente disorientata. Persino i “grillini”, da principio, avevano in mente qualche fumoso programma, gli slogan di Beppe Grillo. Oggi invece, interrogata in piazza, la maggior parte delle “sardine” si dichiara fieramente di sinistra, senza precisare oltre, e tuttavia non vuol veder sventolare, neanche per scherzo, una bandiera del Pd. Quella gente proprio non capisce che questa è una stupidaggine. Se sono di sinistra, se condividono la maggior parte degli ideali del Pd, perché non lo sostengono? Perché si dichiarano a favore di un partito che non c’è, e forse non ci sarà mai, invece di favorire, nella misura del possibile, l’ingresso degli ideali della sinistra nella realtà? Perché scegliere l’ottimo inesistente, invece di aiutare il “buono” esistente, ammesso che tale sia? Un partito di sinistra c’è già. Dai tempi della scissione di Livorno. E oggi anzi ce ne sono tre.
Non inventiamo l’acqua calda. Non abbiamo scelta, o destra o sinistra. Non per caso abbiamo due sole mani. Protestare per protestare, parlare di vaghi ideali e rifiutare l’esistente, tutto questo corrisponde ad abbaiare alla Luna. C’è proprio da sperare che tutto questo sventolio di simboli da mercato ittico non si riduca ad una badauderie: volatile, incostante e stupida. Una moda futile come lo yo-yo, gli scoubidou o lo hula-hoop. Novità che durano finché la novità è una novità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
8 dicembre 2019
IL GOVERNO È VIVO. MA VITALE?
Un bambino può nascere vivo e può nascere morto. Ma anche fra i bambini nati vivi si fa la distinzione fra “vivo” e “vivo e vitale”. Vitale è iI bambino che si presume vivrà molti anni, mentre per il non vitale si presume che vivrà per un tempo molto breve. Per esempio perché affetto da tali malformazioni che non ne consentono la normale sopravvivenza. E nello stesso modo si può dire che l’attuale governo è vivo, ma non vitale. 
La tara che ne mina l’esistenza è innanzi tutto la mancanza di concordia politica. I partiti che si sono associati nell’impresa non hanno gli stessi progetti e ancor meno gli stessi ideali. Addirittura, per quanto riguarda il M5s, non c’è concordia nemmeno al suo interno. Non a caso si parla di scissione fra l’ala governativa e l’ala che conserva la sua anima utopica e protestataria. E tuttavia il pericolo più grande è un altro.
Se i membri di una società in nome collettivo litigano su molte cose, ma nel frattempo beneficiano parecchio dei dividendi che ricavano dall’impresa, la loro animosità tenderà ad arrestarsi dinanzi al pericolo della perdita dei profitti. Se invece essi sono divisi da vecchi rancori, e per giunta la società sembra condannata al fallimento, non avranno nessuna remora dinanzi alla rottura definitiva. Ognuno aspetterà anzi il momento in cui gli altri uscirebbero molto danneggiati dal fallimento, mentre lui stesso ne potrebbe trarre beneficio. In queste condizioni la società non sarebbe più vitale. 
Se ancora l’attuale governo si fosse fatto una buona fama, e se tutti gli pronosticassero una lunga vita, l’interesse sarebbe quello di sostenerlo con ogni mezzo, anche per raccogliere alla fine la gratitudine dei cittadini. Purtroppo, nella realtà questo governo è il più sconquassato e irriso che si ricordi. È perfino peggiore del secondo governo Prodi. Allora almeno erano tutti di sinistra e se pure litigavano (come sempre) almeno avevano idee generali comuni: alcuni erano più radicali, altri più moderati, ma l’imprinting era lo stesso. Nell’attuale governo invece siamo alla Torre di Babele. Il M5s è tanto contraddittorio e confuso da essere una sfinge e un modello di imprevedibilità. Il Pd è in condizioni meno cattive ma rischia il contagio. E gli elettori potrebbero imputargli una troppo facile rinuncia agli ideali del partito. Con l’aggravante di cedere dinanzi ad alcuni ragazzacci “scappati di casa”. Quando dalle parti del Nazareno dovessero accorgersi che il previsto consenso elettorale comincia a calare, non esiterebbero molto a trovare un casus belli.
Più facile è l’interpretazione da dare alla politica di Matteo Renzi. Qui non abbiamo traccia del vago idealismo, delle aspirazioni confuse e iconoclastiche del Movimento: qui abbiamo il più piatto, prevedibile, prosaico machiavellismo. Renzi appartiene alla Chiesa di chi dice: “Franza o Spagna purché se magna”. Non nel senso che non abbia idee – l’uomo è tutt’altro che uno stupido – ma nel senso che queste idee cedono sempre il passo all’interesse. Senza il minimo imbarazzo, con un’innocenza da animale da preda, si direbbe. Nessuna preoccupazione di fedeltà ai patti, di coerenza, di lealtà. Oggi i sondaggi gli consigliano di aspettare ancora un po’ e lui aspetta. Se domani le prospettive elettorali fossero allettanti, e gli consigliassero le urne, quand’anche tutti gli altri fossero a favore del governo, Renzi lo butterebbe giù con la stessa facilità e sfacciataggine con cui l’ha fatto nascere. Ecco un politico di razza.
La conclusione è mesta. O promettente, secondo i punti di vista. Se già finiscono con lo scoppiare le unioni partite sotto i migliori auspici – addirittura parlando d’amore, quando si tratta di matrimoni – figurarsi quanto può essere lunga la vita di una banda di complici che hanno l’unico interesse di spartirsi il bottino. A costo di ammazzare qualcuno dei compagni, solo per avere fette più grandi. Quanto a Renzi personalmente, sarebbe pronto ad “ammazzarli” tutti. 
Del resto, anche umanamente, non è legato a nessuno di loro. Sarebbe felice di veder ruzzolare nella polvere dell’insignificanza Primi Ministri come Conte o ministri degli esteri come Di Maio. Lui sarà un figlio di buona donna, ma non è un ologramma. Ecco perché il governo non è vitale. Se possedessi azioni di questa società, mi affretterei a venderle.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
7 dicembre 2019
NON C'È PIU' SPAZIO SOTTO IL TAPPETO
Nella crisi dell’Italia di oggi c’è qualcosa di nuovo rispetto al passato. Per dirla con una sola parola, la sua “ineludibilità”. E per questo bisogna riprendere tutto da principio. 
Che la democrazia sia migliore della dittatura non c’è dubbio. Ma la dittatura può anche avere lati positivi. Il dittatore infatti vuole rimanere in carica fino alla morte e governa non soltanto in vista dell’oggi o del domani, ma anche del dopodomani. Perché anche dopodomani si immagina al potere. In democrazia invece i politici sono tutt’altro che sicuri di essere in ballo nel medio termine e proprio per questo si interessano più alle prossime elezioni, anche se amministrative, che alla sorte della nazione. 
Questo dato incontestabile cambia la scala dei valori. Un problema non è importante se le sue conseguenze, pure gravissime, sono lontane e la massa non le conosce. È importante se le sue conseguenze sono immediate, e visibili. Ammesso che un provvedimento necessario ma impopolare costi dieci se lo adottiamo oggi, e quaranta se lo adottiamo fra cinque anni, meglio rinviarlo. Perché in quel momento al governo ci sarà qualcun altro. Ecco come si spiegano la nostra costante politica del rinvio e il nostro astronomico debito pubblico. Per molti decenni, la politica italiana è stata quella del trucchetto, dell’escamotage, delle tre carte, sempre nella speranza di far contento e gabbato il popolo, passando il cerino acceso a qualcun altro. Inclusi i figli e i nipoti.
Poi qualcuno ha pensato di fare il bene dell’Italia, ma ovviamente senza pregiudicare il proprio presente. Così i politici hanno adottato dei severi e saggi provvedimenti, ma per il futuro. E per anni è andato tutto bene, perché si è riusciti a schivare, rinviare, eludere gli impegni assunti. Purtroppo, col tempo il giochetto è divenuto sempre più difficile e gli stratagemmi si sono quasi esauriti. Se ora siamo stati costretti a sborsare oltre ventitré miliardi per non aumentare l’Iva, è perché negli anni scorsi, in vista dei vantaggi immediati (spesso, soltanto fare nuovi debiti) abbiamo promesso (con una legge) di farlo. E comunque non è che ci siamo tolti la palla dal piede, perché anche nel 2020 dovremo sborsare diciotto miliardi, sempre per non fare aumentare l’Iva. Né possiamo procedere ad una svalutazione, in modo da non pagare buona parte dei nostri debiti: perché abbiamo l’euro. Già, perché abbiamo l’euro? Perché i nostri padri (negli Anni Novanta) hanno voluto guarirci una volta per tutte dal flagello dell’inflazione, che colpisce i percettori di reddito fisso, cioè i lavoratori dipendenti e i pensionati. Solo che, nel 2019, questo ci impedisce di barare, ed è un bel guaio.
Insomma, se l’Italia vive una crisi speciale, è perché il futuro degli anni scorsi è divenuto presente, e i politici non sanno più come cavarsela. E ciò perché ci ostiniamo a non tenere conto della realtà. Quand’anche ci si voglia limitare a qualche esempio. L’Italia è ferma da dieci anni, e nella nuova legge di stabilità non per questo si barrano due provvedimenti stupidi e rovinosi come “Quota cento” e il famoso “Reddito di cittadinanza”. Per coprire le spese, essendo stato chiuso il rubinetto dei debiti, si inventano nuove tasse. Poi, dopo le proteste dei cittadini, quelle tasse vengono rimangiate o puerilmente rinviate a dopo le elezioni amministrative. E così il governo si squalifica. Perché o quelle tasse erano utili e ben pensate, e non bisognava rinunciarci. Oppure erano sballate, e allora perché proporle? Quanto al rinvio, basta chiedere: a metà 2020 saremo più capaci di pagare nuove tasse?
Il ministro dell’economia si dichiara disposto a cambiare tutto, purché a parità di gettito. Senza rendersi conto che, mentre chi propone quelle tasse non rischia niente, il governo poi dovrà farsene carico o magari ritirarle, collezionando magre figure. Così l’esecutivo passa per una carogna che vuole tassare tutto, e alla fine, essendo anche un imbecille, non miete quasi niente. Nel frattempo la legge di stabilità è passata da ventotto a trentadue miliardi (di cui circa diciotto costituiti da nuovo debito) e mi chiedo che faccia farà Bruxelles.
Poi ci sono le infinite crisi aziendali, il rosario non è di cento poste, ma di almeno 160, quanti sono i “tavoli” aperti al Ministero dell’Economia e dello Sviluppo Economico. A proposito: “Sviluppo Economico”: come se avessimo un “Ministero per gli Iceberg del Tirreno”. E dinanzi a decine di migliaia di posti di lavoro che saltano – pensiamo all’Ilva, all’Alitalia, alla Whirlpool, all’Embraco e via di seguito – che cosa riesce a pensare il governo? Alle nazionalizzazioni o comunque a girare la fattura all’erario. Ma proprio nessuno ha notato che è entrato il più grande nemico dei sognatori, la realtà? Che ci vuole, per riconoscere che l’Alitalia è fallita e inemendabile?
Per non parlare della spazzatura di Roma, soltanto per aver voluto dire no ai termovalorizzatori. Che i danesi accettano al centro di Copenaghen, mentre Roma li rifiuta anche a quaranta chilometri dalla città.
 A noi la realtà ci fa un baffo. O per lo meno, ci ha fatto un baffo per decenni. Purtroppo ora sembra stanca di farlo e pare abbia proprio un cattivo carattere.
        Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
6 dicembre 2019
IL DESTINO DELLE SARDINE
Non ho mai nascosto il mio disprezzo per il Movimento 5 Stelle. Sono sempre stato convinto che sarebbe scoppiato come una bolla di sapone - anche quando, nel 2018, sembrò avesse definitivamente trionfato - e certo non cambierò opinione oggi, quando l’evento sembra prossimo. Anzi estenderò il mio giudizio al neonato fenomeno delle “Sardine”, malgrado il loro attuale successo e le belle foto delle piazze piene. Ma devo precisare che la parola disprezzo, dalle connotazioni graveolenti, in questo caso va intesa nel suo significato etimologico e quasi asettico. Non si tratta di arricciare il naso, si tratta di giudicare una cosa di poco prezzo e di poco valore intellettuale. 
La mente umana è un meccanismo tanto complesso da scoraggiare un’analisi approfondita. E, tuttavia l’impresa diviene meno impervia se, invece di voler comprendere un singolo individuo, vogliamo comprendere una massa. In questo secondo caso le sottigliezze scompaiono e molte differenze si compensano. Tanto che alla fine esamineremo un organismo che, curiosamente, è molto meno intelligente dei suoi singoli componenti.
Ne fornisce una prova il codice penale - testo tutt’altro che sentimentale - secondo il quale costituisce un’attenuante (tanto che la pena edittale è ridotta di un terzo) “l’avere agito per suggestione di una folla in tumulto”. Infatti nella massa l’uomo tende a rinunziare al proprio senso critico personale e riduce la sua bussola a questo elementare assioma: “Lo fanno tutti e lo faccio anch’io”.
Questo spiega anche il successo di certe idee o dottrine. In sé, saranno complesse e meriteranno l’attenzione degli studiosi, ma per la massa si riducono ad una sola idea, assolutamente elementare. Il socialismo, per esempio, e suo figlio, il comunismo, nascono dal dogma che i poveri siano poveri per colpa dei ricchi, e che questo divario va, se possibile, annullato. Né diversamente vanno le cose per il Cristianesimo. Questa religione, come dottrina  si è addirittura creata una branca della filosofia, la Scolastica; ma come fenomeno sociale si riduce alla speranza di sopravvivere alla morte. E all’idea piuttosto banale che vivremmo meglio,  se gli altri fossero più buoni.
Ciò spiega perché tanti che si dicono “cattolici” non lo sono. Infatti non conoscono la loro religione, non ne tengono conto e non l’osservano. Alcuni si dichiarano anticlericali e si  credono lo stesso buoni cattolici. Ma ciò malgrado la religione sopravvive da duemila anni (e probabilmente sopravvivrà persino a un papa come Francesco) perché la paura della morte non è meno forte oggi che in passato. 
Poi, in concreto, ci si accorge che seguendo questi principi non tutto va come si sarebbe desiderato, e nasce l’antitesi. In politica nasce il liberalismo e in materia di religione nascono la tolleranza e il laicismo. E la guerra fra questi opposti non finisce mai, perché non si sfianca mai la molla che li anima. Dagli Anni Venti agli Anni Ottanta del XX Secolo l’umanità ha ben visto che l’ideale dell’uguaglianza e della prosperità dei poveri era smentito dalla realtà dei Paesi del Socialismo Reale, ma non per questo i partiti comunisti sono spariti dall’Occidente. Perché, come la paura della morte, non è mai venuta meno la speranza dei poveri di divenire ricchi senza sforzo e a spese altrui.
Così torniamo al severo giudizio sui Movimenti citati prima. Il loro torto non è quello di avere una dottrina sbagliata: il loro torto è quello di non avere una dottrina, cioè un’idea forza abbastanza semplice per durare nel tempo. La protesta contro l’esistente può far sorgere una dottrina, ma protesta e dottrina non coincidono. A nessuno piace l’idea di morire (ecco la protesta) ma il successo del Cristianesimo dipende dalla risposta a questa angoscia, la dottrina dell’anima immortale. Il socialismo, il Cristianesimo, il M5s e ogni altro populismo nascono dallo scontento degli uomini, ma sopravvivono soltanto quando lo interpretano e lo risolvono, quanto meno in teoria. Finché si protesta soltanto non si è detto niente, i mali non si curano con i lamenti soltanto. 
I movimenti di pura protesta, essendo laici, si usurano facilmente. Essi non hanno, come la Chiesa, un alibi metafisico per i loro fallimenti. Non possono dire, come fa il Cristianesimo per l’anima immortale: “Prima muori, e poi vedi se la mia promessa è un imbroglio o no”. Molto a lungo il comunismo si è servito dell’alibi dell’enormità dell’impresa e del lungo tempo necessario per realizzarla. Ma alla fine i popoli hanno gridato che avevano aspettato abbastanza e c’è stato chi, come Ceausescu, l’ha pagata con la vita. 
I movimenti si spengono naturalmente quando si spegne il sentimento della novità più o meno iconoclastica. Allora il popolo cerca qualcosa di nuovo (nel nostro caso – forse – le “sardine”) ma se il nuovo raggruppamento imbocca la stessa strada dei predecessori, farà la stessa fine. 
I partiti, per sopravvivere, hanno bisogno di un messaggio chiaro e riconoscibile.  Una fabbrica di automobili non venderà i suoi prodotti se si limiterà a proclamare che sono semoventi, vanno a benzina ed hanno il riscaldamento, d’inverno. Perché questo è vero per tutte le automobili. Devono dire che hanno qualcosa di più e di diverso, fino a vantare qualcosa d’insignificante come il lunotto posteriore riscaldato o il navigatore. Bisogna farsi identificare e preferire anche vendendo una cosa soltanto in più, come Salvini col problema dell’immigrazione. E infatti Liberi e Uguali avrebbero voluto avere successo raccattando la bandiera del vero comunismo, e purtroppo hanno dovuto constatare che quella bandiera era usurata e infangata. E ancora oggi ci chiediamo se Renzi, che pure è un politico navigato, troverà uno spazio.
Le sardine sono un sintomo del malessere attuale, coniugato col piacere della togetherness. Quello di stare tutti insieme, senza una precisa ragione, come coloro che rischiano di congelarsi, in Times Square, a New York, pur di attendere il nuovo anno con altri diecimila ingenui.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
5 dicembre 2019
CHI ABBAIA ALLA LUNA
Parlando dell'ArcelorMittal ho spesso avuto la sensazione di abbaiare alla Luna. Peggio: ho temuto di apparire presuntuoso. Mentre altri ipotizzavano reazioni durissime, io davo per certo che l'ArcelorMittal, dando inizio all’azione legale, avesse ragione. E che non ci fosse modo di farle fronte o di trattenerla. Soprattutto non alle condizioni precedenti. 
Quando poi il governo, battendosi il petto come un gorilla di montagna, ha proclamato di avere quasi vinto, riportando quell’impresa al tavolo negoziale, sono rimasto totalmente scettico. Ho anzi notato che, se si negoziava un nuovo contratto, era segno che si dava per morto il vecchio, dando così ragione all'ArcelorMittal. Ora l’Ansa pubblica un articolo sull’ultimo incontro, ed i pessimisti hanno sempre meno l’impressione di abbaiare alla Luna.
Sembra piuttosto che i latrati provengano da chi, come Di Maio, si è vantato di avere “trascinato l'ArcelorMittal in Tribunale”, come se non fosse avvenuto esattamente il contrario, sin dal 4 dicembre. O provengono da Stefano Patuanelli che, con mia meraviglia, sognava di costringere l'ArcelorMittal ad osservare i termini del contratto del 2018: l’ho sentito con le mie orecchie. La realtà sta smentendo tutti coloro che hanno preferito fare la voce grossa piuttosto che guardare un codice civile.  
La prima cosa da notare è la durezza delle condizioni proposte dall'ArcelorMittal. Si parla di 6.300 esuberi (licenziamenti), di cui 2.891 unità già nel 2020, cioè subito. È vero che l’impresa promette di aumentare la produzione di acciaio dagli attuali 4,5 milioni di tonnellate a 6 milioni, ma ciò fa semplicemente perché riprenderebbe la produzione dell’altoforno attualmente inattivo, il numero due. Ciò che pesa è il fatto che Lucia Morselli, l’amministratrice delegata dell’impresa (o in qualunque modo si dica oggi) abbia detto che “L’azienda ha avuto quest’anno uscite di cassa (perdite) di un miliardo di euro”. Dinanzi ad un simile dato, i giornali, i sindacati e il governo possono parlare quanto vogliono, l’impresa ha tutto l’interesse a scappare. Soprattutto ora che il Parlamento le ha offerto la possibilità di farlo essendo giuridicamente dal lato della ragione. 
Stefano Patuanelli, che prima affermava baldanzosamente che l’Italia avrebbe costretto l'ArcelorMittal a rispettare i patti sottoscritti, ora afferma che:  "La strada è stretta e in salita”. Ed ha ragione. Ma simmetricamente è larga e in discesa per il signor Mittal. 
L’esosità delle sue pretese, per esprimerci come i sindacati, nasce dal fatto che, a conclusione di una guerra, le condizioni della pace le detta il vincitore. Quando ci prova il vinto, a imporle alla controparte, come hanno fatto e fanno i palestinesi, peggiora la sua situazione. Il vincitore si tiene tutt’intero il risultato della vittoria.
"L'azienda – si duole Patuanelli - invece di fare un passo avanti ha fatto qualche passo indietro. Questa non è l'idea che ha il Governo sullo stabilimento”. E infatti è "molto deluso" dall'incontro. Sembra non rendersi conto che dell’idea che ha il governo, dello stabilimento, all’impresa “non potrebbe fregà de meno”. È Taranto che ha bisogno dell'ArcelorMittal, non l’inverso. Ed è inutile che Patuanelli dica: “Lo Stato, il governo, è disponibile a investire, ad essere presente, a partecipare e accompagnare l'azienda a questo percorso di transizione”. A parte l’italiano zoppicante, non ha senso parlare dello Stato come se fosse disposto a fare un favore all’impresa, perché la cose stanno al contrario. L'ArcelorMittal andandosene smette di perdere un miliardo l’anno, ed è lo Stato che non sa come fronteggiare il problema sociale di novemila nuovi disoccupati in un solo colpo. Senza contare l’indotto. 
Infine non manca la nota di folklore. I sindacati “considerano irricevibili 6.300 tra esuberi e mancati rientri al lavoro dall'amministrazione straordinaria”. Come se loro avessero il potere di ricevere o di non ricevere, e soprattutto come se avessero un piano alternativo. Proclamano uno sciopero per il 10 dicembre, e non si capisce contro chi. L'ArcelorMittal non ha nulla da perdere, da un blocco del lavoro. Solo gli operai perdono un giorno di paga. E infine Annamaria Furlan, a nome di tutti i sindacati, afferma che per loro “resta valido l’accordo del 6 settembre 2018”. Come se Roma dicesse che la Tunisia appartiene all’Italia, “Perché per noi resta valida la battaglia di Zama”. 
No, non abbaiavo alla Luna quando tanti si aspettavano chissà che reazione dello Stato italiano. Con la nostra superficialità – o più esattamente con la superficialità dei Cinque Stelle – abbiamo fatto un’enorme frittata. Grande quasi quanto la Puglia.
 La realtà oggi si mostra in tutta la sua spietatezza. L'ArcelorMittal tornerebbe a Taranto con un nuovo contratto, un nuovo – e serio – scudo penale, e soltanto con la prospettiva di far soldi, non di rimetterci. Se l’Italia accetta, bene; se non accetta, peggio per lei. L'ArcelorMittal pone le condizioni del vincitore, e lo sconfitto ha soltanto la scelta fra un gravoso trattato di pace e la resa senza condizioni.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
5 dicembre 2019
LA NUOVA DIPENDENZA
Per quanto ne so, i giornali sono nati nel Seicento. In Francia, quale loro padre, viene celebrato Théophraste Renaudot, in Italia non so. Una cosa è certa: non potevano nascere molto prima perché non c’era la stampa, necessaria per il numero di copie che si vogliono distribuire e per le somme che sono disposti a sborsare i lettori. E non potevano nascere che in una grande città, perché solo in una grande città – come Parigi o Venezia – si poteva avere un numero sufficiente di lettori, raggiungibili in giornata. Non è per caso infatti che parliamo di “giornali”: per convinzione universale, un giornale di due giorni prima è soltanto un pezzo di carta.
Questo nuovo fenomeno ha prodotto un cambio di atteggiamento, nei confronti delle notizie. Un tempo, per conoscere i fatti, si aspettavano i libri di storia. Il grande pubblico aveva soltanto conoscenza degli avvenimenti principali - per esempio la morte di un papa o lo scoppio di una guerra lontana - ed anche questi con parecchi ritardo. Oggi invece le notizie arrivano tanto velocemente che perfino i giornali, che pure parlano di ciò che è successo fino alla sera del giorno prima, a volte sono in ritardo sulla televisione e su Internet. Così da un lato tendono a ridursi di numero e a perdere copie, dall’altro cercano di rifarsi con commenti approfonditi e pensosi, di cui la televisione non è capace. Anche perché i talk show sono rumorosi e spesso incomprensibili, al punto che l’unica cosa chiara alla fine è la cattiva educazione degli intervenuti.
Questa abbondanza di notizie (e la possibilità che abbiamo di averle in modo fulmineo) fa sì che un po’ tutti ci aspettiamo ogni giorno delle novità. Grandi notizie che val la pena di conoscere. Infatti soltanto i più distratti e indifferenti alla vita collettiva riescono a non vedere almeno un paio di telegiornali al giorno. Tutti gli altri, famelici come drogati, consultano il loro computer o il loro smart phone molte volte al giorno, quasi come quegli innamorati di un tempo che andavano più volte a vedere se, nella buca per lettere, non ci fosse finalmente un messaggio dell’amata.
Secoli fa eravamo pressoché privi di notizie e non ne soffrivamo, perché – come si sa – ignoti nulla cupido, non si desiderare ciò di cui non si conosce l’esistenza. Oggi invece  non soltanto siamo sommersi di notizie, ma non ce ne saziamo ma. È facile fornire un esempio. Sappiamo tutti che il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle sono alleati riluttanti e incompatibili. Dunque sarebbe normale trovare stucchevoli ed inutili le frecciate, le allusioni, le minacce che si lanciano quotidianamente. E altrettanto inutili, perché poco credibili, sono le proteste di lealtà, le proposte di collaborazione, le promesse di fedeltà. E invece la gente se ne abbevera quotidianamente e golosamente. Io stesso. Se scrivo un articolo  pieno di riflessioni e di riferimenti storici, rischio di annoiare; se scrivo un articolo in cui faccio del sarcasmo su un politico arrogante e sprovveduto, non soltanto piaccio di più, ma “Affaritaliani”, che ha ignorato per un mese intero i miei “grandi” editoriali, pubblica immediatamente quel brandello di maldicenza. Perché la maldicenza è legata a ciò che è successo ieri, mentre l’errore di strategia di un intero partito lascia tutti indifferenti.
Così si spiega la pubblicistica attuale. La situazione è instabile. Probabilmente questo governo cadrà. Ma perché quell’evento si verifichi, o non si verifichi, un po’ di tempo deve pur passare, e allora i migliori editorialisti, in assenza di sostanziali novità, pestano l’acqua nel mortaio, scrivono divinazioni a base di condizionali osservando il volo degli uccelli e le viscere degli animali, e tuttavia trovano lettori. Ma la sensazione generale è quella di perdere il proprio tempo. 
Ieri, a chi mi chiedeva come mai non scrivessi nulla, ho risposto: “Non ho niente da dire”. “Tu? Non ci credo”. E qui m’è scappata di bocca una replica che mi ha sorpreso: “Sei gentile, a dire questo. Ma il fatto è che ciò che avevo da dire l’ho già detto”.
Arrivato a questo punto credevo di aver fatto chiarezza. Il mio silenzio, più che giustificato, era doveroso. Ma poi m’è venuto un dubbio. Se io, affetto da questa sorta di tossicodipendenza, continuo a leggiucchiare articoli di politica, non potrebbero volerlo fare anche i miei amici? Chissà, magari perdonando la futilità di ciò che potrei scrivere io? 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
3 dicembre 2019
IL DISPREZZO NELLA STORIA
Chi trova le monografie storiche più interessanti dei romanzi (e non ci vuol molto) finisce col chiedersi quale sia la molla della storia. Una domanda vana, forse derivata dal nostro inevitabile antropomorfismo: ci sembra assurdo che questa enorme macchina giri a vuoto, senza sapere dove va e perché. 
Una delle illusioni più famose e recenti è stata l’idea illuminista che l’umanità si avviasse, se pure con molte incertezze, verso un futuro più prospero, più libero, e più felice. Purtroppo ha avuto una bella battuta d’arresto con la tragedia della Shoah. Né miglior sorte ha avuto, agli occhi dell’osservatore disincantato, la bella favola di una Divina Provvidenza che si occupa della sorte degli uomini. Insomma, per quanto ciò possa sembrare assurdo, l’enorme macchina della Terra gira a vuoto, senza sapere dove va e perché. 
E tuttavia la domanda sulla molla della storia non riesce a morire. Ammesso che quella dell’infinito progresso sia una pia illusione, ammesso che tutto vada avanti a caso, e perfino che l’umanità sia guidata non dai migliori ma dai peggiori, a quale tipo di percorso conduce questa visione sconsolata della realtà? Per dirla brutalmente: anche se l’umanità fosse guidata più dai suoi difetti che dai suoi pregi, è ancora lecito chiedere: quali difetti, in particolare?
Domande vaste e vertiginose per rispondere alle quali forse nessuno è sufficientemente attrezzato. E non certo chi, come me, scrive soltanto per passare il tempo. Sicché proseguo scendendo dai cieli della filosofia della storia al livello della conversazione in pizzeria.
Se ho parlato di monografie storiche, e non di libri storia, è perché la grande storia è, per sua natura, inevitabilmente riassuntiva. Quando si dice che il tale condottiero vinse la tale battaglia, si dà l’impressione che non avrebbe potuto che vincerla e che l’abbia vinta soltanto per proprio merito. In realtà, la maggior parte delle battaglie vinte si sarebbero potute perdere, e la vittoria è certo dipesa dai meriti di chi ha guidato l’esercito, ma anche dalla fortuna, dal caso e dagli errori degli avversari. La conclusione è che, se possiamo dire che Cesare è stato uno straordinario genio militare, è per ragioni statistiche, per la quantità di battaglie vinte. E tuttavia, guardando a quelle vicende con la lente d’ingrandimento, si vede che perfino Cesare è stato spesso ad un pelo dal perdere la battaglia ed anche la vita. Tanto che, se per sfortuna gli fosse andata male una delle prime battaglie, di lui non avremmo nemmeno sentito parlare.
La storia vista nella sua vera dimensione umana perde ogni aura di fatalità. Napoleone ha vinto la battaglia di Austerlitz, che avrebbe potuto perdere se il tempo fosse rimasto nebbioso, ed ha perso la battaglia di Waterloo, che dopo tutto avrebbe anche potuto vincere. In campo c’era lo stesso geno militare. E non per niente proprio lui pretendeva dai suoi generali che non fossero soltanto bravi e coraggiosi, ma anche fortunati.
Così, di delusione in delusione, si arriva ad identificare, fra le principali linee di forza che guidano la storia, entità cieche e balorde come il caso, la follia e la stupidità. Leggendo le vicende dell’Impero Romano nel suo ultimo secolo e mezzo di vita, nel turbinare degli avvenimenti e nel vortice di imperatori di cui non avevamo mai sentito parlare, non vediamo che personaggi degni delle gang di Chicago, all’epoca del proibizionismo. Il quadro è fosco. Non soltanto dominano la follia, il caso e la stupidità, ma rimane anche da spiegare il basso livello di chi arriva ai vertici. E una spiegazione è concepibile. 
La persona di qualità non si abbassa a mentire per avere successo. Non pone la propria ambizione al di sopra di ogni altro valore. Il suo buon gusto la tiene lontana dalla demagogia, quasi quanto dal disonore. In conclusione, pur vedendo gente di livello inferiore avere successo, fama e perfino onori pubblici, non per questo riesce ad invidiarli o a voler competere con loro. Ciò che prevale è il disprezzo. 
Né si tratta di una fisima. Se i politici sono rozzi, superficiali e faziosi, è perché soltanto così, in democrazia, potranno farsi capire dal popolo e ottenerne il voto. Non soltanto non devono essere raffinati intellettuali, ma il loro genio consiste nel distorcere qualunque problema, per quanto complesso, riducendolo  ad uno slogan. Poi devono essere bugiardi e prodighi di promesse, perché il popolo ama sognare. E se lotro non mentissero più dei concorrenti, perderebbero la partita. Ciò fa sì che, paradossalmente, i politici di successo siano incolpevoli. È il sistema che non premia i migliori. È il sistema che tiene i migliori lontani dalla politica. 
Dunque coloro il cui disinteresse e i cui ideali sarebbero una manna, nella guida dello Stato, continueranno a tenersi stretta la democrazia, perché rimane comunque il regime migliore, ma come ci si tengono care le fogne. Se non esistessero, i liquami scorrerebbero al centro delle strade come nel Medio Evo, e dunque viva le fogne: ma nessuno neghi che puzzano.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
2 dicembre 2019
LA FALLA, TONDA O QUADRATA?
Chissà perché, ma quando si tratta di problemi dello Stato, la metafora che viene in mente a tutti è quella della nave. L’espressione consacrata è: “Il vascello dello Stato”. Del resto, già il verbo “governare” significa “timonare”, e una barca non si guida, si “governa”. 
Forse la spiegazione è che, quando si rompe una ruota, un carro rimane sul bordo della strada. Mentre una nave che commette un errore grave affonda. Forse la metafora marina è tanto insistente perché la tragedia dello Stato ha conseguenze così gravi che fa pensare ad un naufragio, non ad un semplice incidente di percorso. E il pericolo è sempre esistente. Perché le navi sono d’acciaio, e l’acciaio pesa più dell’acqua.  Dunque il loro galleggiamento è per così dire sempre una scommessa, anche quando si è partiti nelle migliori condizioni. Come dimostrò drammaticamente il Titanic. 
L’Italia va ben oltre il generico pericolo dei viaggi per mare. Essa ha una falla da cui imbarca continuamente acqua, il debito pubblico, e al riguardo – Meccanismo Europeo di Stabilità o no – di una cosa si può essere sicuri: c’è un momento in cui l’acqua imbarcata pareggia il coefficiente di galleggiamento, lo supera e, obbedendo al principio di Archimede, ineluttabilmente la nave affonda. 
Questo punto è assolutamente centrale. Se c’è una falla e non si tura, il problema non è più “se” ma “quando” la nave affonderà. Anche se si riduce la quantità di acqua all’ora, si rinvierà il momento dell’affondamento ma non lo si eviterà. E sarà del tutto inutile discutere instancabilmente il problema, dare la colpa del guasto a questo o a quello, pregare il buon Dio o, credere che in fin dei conti tutto si aggiusta. Il principio di Archimede non può essere in nessun modo esorcizzato.
Una nave può proseguire la navigazione a tempo indeterminato soltanto se riesce a chiudere la falla. E non con un rimedio abborracciato, tale che un’onda più forte delle altre possa riaprire il buco. L’Italia non dovrebbe limitarsi a smettere di far lievitare il debito pubblico, dovrebbe bloccare questa crescita con provvedimenti tali da rendere inverosimile qualunque ipotesi di crisi di solvibilità. Basterebbe non fare aumentare il debito pubblico per tre o quattro anni e nel frattempo onorare le scadenze del debito pregresso. Non soltanto ciò farebbe scendere l’ammontare totale del debito, ma rassicurerebbe tutti. Infatti, continuando in quel modo, in capo ad un certo tempo la falla sarebbe definitivamente chiusa. Prima si poteva essere sicuri che la nave sarebbe inevitabilmente affondata, poi si sarebbe sicuri del contrario. 
Questo lungo parallelo ha una precisa finalità. L’Italia passa il tempo a discutere di “flessibilità” (nuovi debiti), grandi investimenti produttivi (nuovi debiti), mettere il Paese in sicurezza (nuovi debiti), passare ad un’economia verde (nuovi debiti), sostenere economicamente i più deboli (nuovi debiti) lottando virtuosamente, se necessario, contro chi vorrebbe imporre un comportamento economicamente razionale, mentre la tendenza è alla spensieratezza di chi crede alla Divina Provvidenza. Per non parlare della sacrosanta resistenza contro chi, magari servendosi del Meccanismo Europeo di Stabilità, domani ci potrebbe imporre una ristrutturazione del debito: cioè la restituzione del nostro debito decurtato di una percentuale, tipo “concordato fallimentare preventivo”. Dimenticando che l’altra ipotesi è il fallimento puro e semplice. 
Insomma, in queste ore, seppure con molto fragore, l’Italia discute del nulla. Inutile chiedersi se sia meglio una falla quadrata o una falla rotonda. Se si vede arrivare la crisi in tempo, e si reagisce prima che i mercati si allarmino, Mes o non Mes, forse si potrà tentare un concordato preventivo. Se viceversa si trascurano i segnali, e si attende che la crisi scoppi, forse non sarà più possibile nessun concordato. Perché i mercati non l’accetteranno. Anzi, non avranno nemmeno il tempo di accettarlo. Quando scoppia il panico in borsa, nell’epoca dei computer, non si tratterà più di giorni, ma di ore. 
Da mezzo secolo a questa parte l’atteggiamento di tutti i politicanti è che chi ragiona economicamente ha ragione, ma non “oggi”. Per oggi, possiamo ancora tirare avanti. Per oggi possiamo ancora fare debiti. Domani pensa Dio. Al governo ci sarà qualcun altro. E del resto, come diceva Keynes, nel lungo termine saremo tutti morti. E allora non rimane che mettersi d’accordo sull’oggi. Come la preferite, la falla, tonda o quadrata?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
29 novembre 2019
NOTERELLA
Sull’Ansa leggo che nei  giorni scorsi, riguardo all’Alitalia, era spuntata l'ipotesi di sostituire l'attuale governance di tre commissari con la figura di un super-commissario unico. Ora invece, dopo un incontro col ministro Patuanelli – che Dio l’abbia in gloria – sembra che al momento i tre resteranno in carica “per nuovi approfondimenti ed esplorazioni”, in vista di salvare l’Alitalia. 
Io immagino tre medici indaffarati intorno ad un cadavere, col primo che propone di risuscitarlo facendogli sentire la sinfonia “Jupiter” di Mozart, col secondo che propone di fargli un’iniezione di mezzo litro di adrenalina, e col terzo che propone un team di venti esorcisti patentati. E in un angolo c’è il ministro Patuanelli che si chiede: “Forse dovrei trovare un vero luminare”.
G.P.



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POLITICA
29 novembre 2019
NOTERELLE
A proposito del Meccanismo di Stabilità Europeo, Matteo Salvini ha lanciato sanguinose accuse contro Giuseppe Conte e questi ha reagito promettendo di querelarlo. Poi qualcuno avrà fatto notare all’avvocato del popolo (ma non dei parlamentari) che, secondo la costituzione, deputati e senatori godono dell’immunità, per le opinioni politiche espresse nell’ambito del loro mandato, e stamani Conte ha detto (secondo lo stile sincopato dell’Ansa):  “Salvini ha immunità, se querelo non ne approfitti...”
L’episodio ricorda una scena di teatro e una battuta che è quasi divenuta un proverbio. Tecoppa, una maschera del teatro ottocentesco, si trovava a battersi in duello. Faceva dei magnifici affondi, con la sua spada, ma l’avversario schivava, finché Tecoppa si spazientì: “Ma come faccio a infilzarti, se continui a muoverti?”

Femminicidio è una parola orribile, perché in italiano "femmina" è un termine che usiamo per gli animali. Se proprio era necessario (ma a me bastava e avanzava omicidio), io avrei inventato "muliericidio". Ma forse tutto dipende dal fatto che avremo copiato il termine dal francese "féminicide", che loro possono permettersi perché "fém" ricorda "femme", che in francese significa donna, senza nessuna connotazione negativa. Femmina si dice "femelle", in cui anche la “e” di “fe” ha un suono diverso.. Per fare qualcosa di altrettanto orrendo, in francese avrebbero dovuto dire "femellicide". E tuttavia la parola “femminicidio” è talmente brutta che non potrà non avere un inarrestabile successo.

L'ArcelorMittal da una parte e il governo (?), il ministero (?), i commissari (?) dall’altra, si sono accordati per rinviare di circa un mese l’udienza per risolvere il contenzioso nato dall’annullamento dello “scudo penale” che proteggeva la società, con conseguente denuncia dell’intero contratto da parte di quest’ultima. Chi ha seguito i titoli dei giornali, saprà benissimo che gli esponenti politici si sono riempiti la bocca di reboanti minacce (a partire da due “ineffabili”, Conte e Patuanelli) sostenendo che all'ArcelorMittal l’avrebbero fatta vedere eccome. Che la società “doveva rispettare i patti sottoscritti”, altrimenti, ecc. I personaggi dell’opera dei pupi erano povere marionette di legno che agitavano spade di latta, ma cercavano di fare il massimo rumore possibile. E così questo ritorno al tavolo delle trattative, subito decorato con la conquista dell’attività produttiva almeno per un altro mese, è stato presentato pressoché come un trionfo. È vero che bisognava scongiurare il quasi irreparabile spegnimento degli altiforni, ma questo era ed è un interesse dell’Italia, non dell'ArcelorMittal. 
La realtà è pianamente diversa. L'ArcelorMittal riprende l’attività produttiva perché, in seguito al ricorso ex art.700 C.p.c., i magistrati hanno intimato alla società di proseguire l’attività, con ciò stesso (art.51 C.p.) fornendole uno scudo penale. Chi obbedisce al giudice non può essere imputato di un reato a causa di quell’obbedienza.
In secondo luogo, se i nostri governanti avessero avuto ragione, non c’era nessun negoziato da intavolare con l'ArcelorMittal. Bastava che si tornasse alla situazione del  mese di ottobre, prima della revoca dello “scudo penale”. Se invece si parla di negoziati, si parla ovviamente di un nuovo contratto, e il vecchio contratto è morto e sepolto. Come sostiene l'ArcelorMittal. 
E allora, chi ha vinto, chi ha perso?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
27 novembre 2019
MES SI' MES NO
Ci sono argomenti così noiosi che, come certi cavalli dei tornei di ippica, “rifiutamo l’ostacolo” e, per così dire, preferiamo rimanere ignoranti. Uno di questi è: che opinione avere, che posizione prendere  riguardo al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, o “Salva Stati”)? Ed anzi, per cominciare, che diamine è, questo MES?
Forse sono stato un superficiale, ma io un’idea me la sono fatta. Il MES è un fondo comune degli Stati dell’Unione Europea che dovrebbe correre in soccorso (a sua richiesta) di uno Stato che si trova a fronteggiare una gravissima crisi finanziaria. E se fosse solo questo, l’Italia, col suo siderale debito pubblico, dovrebbe precipitarsi ad entrare, a costo di sfondare la porta.
In realtà, gli Stati che sono pronti a sottoscrivere questo patto, e che sono disposti a sborsare soldi per salvare uno Stato in difficoltà, vogliono però cautelarsi. Dunque presterebbero senza esitare denaro a quelli che non ne hanno bisogno, mentre ai troppo indebitati (Italia), ai troppo disordinati (Italia), a quelli che spesso non onorano i trattati sottoscritti (Italia) chiedono forti garanzie. La ristrutturazione del debito, per cominciare. Infatti quella “gravissima crisi finanziaria” di cui si diceva è costituita dal crescente scetticismo dei mercati rispetto alla capacità di un Paese di rimborsare il debito pubblico contratto. E la ristrutturazione del debito è un’espressione compita che ne sostituisce una più corrente e drammatica: concordato preventivo. Confessando il rischio o l’impossibilità di ripagare tutto il debito, l’Italia propone di trasformare cento euro di debito in ottanta, settanta, o quello che sia. Ma, dicono molti italiani, se noi accettiamo questa clausola, confessando la nostra crisi, chi ci dice che i mercati, proprio a causa di questa confessione, non smettano di comprare i nostri titoli, facendoci fallire? E comunque, potremmo mai accettare che la nostra economia sia commissariata dall’Europa, come è avvenuto per la Grecia? Che ne sarebbe della nostra sovranità?
Obiezioni infondate. Non è il concordato preventivo che innesca il fallimento, è il fallimento che innesca il concordato preventivo. Quando l’imprenditore è insolvente, e dunque già tecnicamente fallito, dice ai creditori: “Non posso onorare i miei debiti. Preferite che vi dia cinquanta invece di cento, o preferite che non vi dia niente?”
Il concordato segue il rischio (anzi, la certezza) del fallimento, non lo crea. E se un Paese è sull’orlo del fallimento deve sperare che i creditori accettino il concordato, ed anche che arrivi un commissario, un curatore, un liquidatore, chiunque possa minimizzare il rischio del caos.
Poi a Salvini, alla Meloni e a tutti gli altri bisognerebbe ricordare che un uomo indebitato non è più un uomo libero. Addirittura i romani i debitori insolventi li vendevano come schiavi. Noi potremmo parlare di sovranità se avessimo i conti in ordine. Ma non li abbiamo. Dunque l’alternativa è fra il fallimento e il concordato preventivo.
Purtroppo in questa diatriba sono anche state sparate sciocchezze epocali. La Meloni ha detto ripetutamente che, col MES, saremmo costretti a sborsare decine di miliardi e poi, se ne avessimo bisogno, non potremmo richiedere l’aiuto, perché non rientriamo nelle condizioni poste dal trattato. Salvo rinunziare alla nostra sovranità. Dimenticando che l’alternativa non è qualche difficoltà, ma un rovinoso default, un disastroso, indimenticabile fallimento.
E di peggio ha detto qualcun altro, credo sia stato il Ministro Gualtieri, che ha difeso il MES con questo sorprendente argomento: “Non avremo nessun problema, col MES, perché noi non avremo mai bisogno di chiedere il suo intervento”. E Giufà, l’imbecille protagonista di tante vecchie favole siciliane, gli chiederebbe: “E allora perché dovremmo entrarci, pagando miliardi, se non ne avremo mai bisogno? Sarebbe come comprare un costosissimo salvagente per un viaggio in treno”.
Non mi rimane che esprimere il mio personale parere. Il quale è che, probabilmente, il problema è futile. Chiesero ad un bravo medico quale fosse la cura migliore per un malato terminale di cancro al quale la scienza accordava forse poche ore di vita, e lui rispose: “Non mi fate perdere tempo”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com . 



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POLITICA
26 novembre 2019
CINQUANTAMILA VIADOTTI
Stamani, mentre in una “Rassegna Stampa” parlavano del viadotto crollato in Liguria, pressoché distrattamente, a proposito di “mettere in sicurezza il Paese”, ho sentito una notizia(1) interessante: viadotti e ponti in Italia sono circa cinquantamila. Da rimanere tramortiti. Naturalmente nessuno prende sul serio le cifre tonde, ma che siano quaranta o sessantamila, poco importa. Il dato dimostra che nessun governo ha il denaro, gli uomini e i mezzi necessari per esaminare accuratamente tutti questi manufatti, scoprire la minima magagna e porvi rimedio. A costo di ricostruire il ponte. Dunque l’eterna manfrina sul dovere del governo di “mettere in sicurezza” il Paese è una presa in giro. 
Come se non bastasse, la nostra burocrazia è tale che, quando la società Autostrade ha per mesi tempestato di raccomandate il Ministero per essere autorizzata a mettere in sicurezza il ponte Morandi, quell’augusto organo dello Stato non si è scomodato a dar corso alla richiesta. Cosicché il disastro si è avuto circa un mese prima dell’intervento previsto. Chi non ci crede si informi. 
Naturalmente, nessuna persona di buon senso concluderà che non bisogna far niente e aspettare che la gente cada nel baratro . Bisogna però smetterla di sognare. Bisogna chiedere al governo di “mettere in sicurezza” almeno quei manufatti dei quali si sa già che rappresentano un concreto pericolo, e per il resto incrociare le dita. Non bisogna chiedere l’ottimo, per poi magari non ottenere neanche il buono. E non bisogna rendere mordaci tutte le norme, per lottare contro un’intera nazione reputata disonesta, perché così si inducono i galantuomini a non osare mettere una firma. Così bloccando tutto. 
Al proposito è utile una nota per i moralisti. Alcuni si chiedono come mai il Ponte Milvio non solo sia ancora lì, ma non desti nessun allarme, mentre i nostri ponti moderni rischiano di venir giù. Dunque, secondo loro,  “sono stati costruiti da disonesti”. La risposta vera è più semplice: i romani costruivano per l’eternità, ma con le pietre “in compressione”, e le pietre non si guastano e non arrugginiscono. Noi invece abbiamo costruito col cemento armato, e il ferro che arma questo cemento arrugginisce, col tempo. Sicché, dopo un certo numero di decenni, bisognerebbe buttare giù i ponti e rifarli, anche se sembrano in buone condizioni. E quanto costerebbe? Ricordiamoci che lo stesso ponte Morandi, secondo il suo progettista, avrebbe dovuto essere demolito prima di quando è crollato. E non lo scrivo per scusarlo, dal momento che è morto nel 1989.
Lo Stato dovrebbe urgentemente riformare la Pubblica Amministrazione, in modo che non sia una palla al piede per tutte le attività produttive. Vaste programme, lo so. Ma ciò non toglie che si tratti di cosa necessaria. E poi sarebbe indispensabile un cambio di mentalità. Bisognerebbe smetterla di credere che la realtà si adatti alle leggi, piuttosto che l’inverso. Da noi, di fronte a qualunque difficoltà, il Parlamento è pronto a votare una nuova legge “che risolverà una volte per tutte il problema”. Spesso non considerando che esiste già una legge che reca le disposizioni opportune, e che sarebbe stato sufficiente applicare. In realtà, sarebbe questa la prima cosa da capire: perché non è stata applicata? Magari rimediando poi all’errore. Semplice buon senso.
Gli italiani sono un popolo anarchico, allergico al rispetto della legge, e tuttavia hanno un’idea magica di questo strumento. Non lo vedono come un semplice comando che avrà efficacia se gli uomini obbediscono, per loro l’unico problema della legge è la sua formulazione, la sua perfezione formale e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Se poi gli uomini non la applicano, sarà compito della magistratura punire i colpevoli. Il Parlamento ha fatto la sua parte. 
Tutto ciò mi riporta ad una leggenda napoletana. Il re, malgrado le resistenze del suo ministro delle finanze, comandava sempre di aumentare le tasse, anche quando quello l’avvertiva che il popolo minacciava la rivoluzione. Ma un giorno, quando il ministro stette zitto, il re gli chiese: “Guagliò, come mai stavolta non protesta? Che dice, il popolo?” “Il popolo sembra contento, maestà”. Al che il sovrano si allarmò: “Diminuite subito le tasse! Se non protesta, è segno che non le paga più”.
In Italia non si ha il buon senso napoletano. A Roma il sovrano avrebbe risposto: “Mettete le manette a chi non paga! La galera anche per cento euro evasi!”
Noi agli errori commessi con le leggi mettiamo rimedio con altre leggi, sballate quanto le precedenti. Così viviamo in un eterno teatrino in cui il popolo chiede la Luna, i governanti gli promettono la Luna, e poi non si ottiene neanche quel poco che si poteva ottenere.
 L’Italia avrebbe bisogno di molta più libertà, soprattutto in campo economico. Poche leggi di buon senso, ma realmente applicate. Ma forse anche questa è la Luna.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)http://www.ilgiornale.it/news/cronache/sono-decine-migliaia-i-ponti-rischio-crollo-1565074.html 



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POLITICA
24 novembre 2019
LA BUSSOLA DELLA POLITICA ITALIANA

È un episodio che ho già raccontato. Chiesero a De Gaulle se non si occupasse troppo di ideali, dal momento che la politica è qualcosa di molto più concreto, e il generale rispose: “Se gli ideali muovono la storia, vi sembra realistico non occuparvene?” Non soltanto aveva ragione, ma avrebbe avuto ragione anche se avesse parlato di semplici sentimenti. 
Forse un tempo la società era influenzata dalla Corte (così è nata la parola “cortesia”), ma oggi sono i cittadini che votano quelli che influenzano la politica. E purtroppo lo fanno senza saper quasi niente di politica, di economia, di storia e di tutto ciò che serve a guidare un Paese. Né i politici tendono ad istruirli. Infatti vogliono soltanto ottenere il loro voto e usano dosi massicce la demagogia, perché è l’unico strumento che  ha molta presa sulle menti semplici. Così la politica della nazione finisce col seguire le suggestioni di masse superficiali che hanno come bussola più la fantasia che la realtà. 
Naturalmente, quando il popolo sta male sul serio, non c’è demagogia che tenga. Dinanzi ad una vera oppressione fiscale chiunque diviene realista. Ma, finché i politici riescono a dargliela a bere, il Paese va avanti, anche se a caso, e i governanti si limitano a mettere toppe ai guai più evidenti. Sperano sempre di riuscire a rinviare la resa dei conti e nel frattempo si godono i pennacchi del potere. 
Se vogliamo capire le linee di tendenza della nostra politica, dobbiamo dunque vedere quali siano le convinzioni profonde del popolo italiano. Quelle che determinano la sua rappresentazione mentale della realtà. Anche se i risultati di una simile indagine saranno comunque opinabili. 
Intorno alla metà del XX Secolo, gli italiani sono arrivati alla democrazia moderna con un doppio bagaglio culturale: il Cristianesimo e il Socialismo. Due ideologie sostanzialmente gemelle. Il Socialismo (poi divenuto anche comunismo) è stato la faccia laica del Cristianesimo e politicamente ne ha sposato la maggior parte delle idee. Per esempio, come la Chiesa, si è dichiarato paladino degli umili e degli ultimi, a prescindere dal fatto che essi avessero ragione o torto. Il Cristianesimo comanda di dare ai poveri in base all’amore fraterno, il Socialismo dichiara che i poveri hanno diritto ad essere aiutati dallo Stato, cioè dai contribuenti, senza fornire per questo giustificazioni migliori dell’amore fraterno. Il meccanismo è diverso, ma molla e risultati sono gli stessi.
Altro elemento in comune, l’assenza della meritocrazia nel panorama mentale. Per la Chiesa il povero non va aiutato perché “lo merita”, ma “perché soffre”. Il Socialismo, facendo finta di essere scientifico, per la miseria del povero inventa alla Rousseau una colpa della società e trasforma la carità che intende dargli in risarcimento. Non gli chiede che cosa ha fatto per guadagnare di più, gli chiede soltanto se è povero. E in questo raggiunge il Cristianesimo. E fa tutto ciò senza chiedersi se lo Stato se lo possa permettere economicamente. È così che si sono moltiplicate le spese morali e caritatevoli. Si parla di pensione alle casalinghe, anche se non hanno mai versato un soldo di contributi. Di acqua pubblica (“perché l’acqua è un bene pubblico”, come se nei tubi l’acqua ce la mettesse la pioggia, dopo aver fabbricato l’acquedotto). E infine dell’assurdo “reddito di cittadinanza”.
Già per questa parte si vede che la bussola fondamentale degli italiani è il sentimento, un sentimento che considera il far di conto una forma di bassezza morale. E poi, in linea col Vangelo, reputa che i ricchi siano tali perché hanno rubato qualcosa ai poveri. Inoltre il popolo – sempre in linea col Vangelo – disprezza l’economia. Non soltanto è notevolmente ignorante, in materia, ma ne contesta i risultati. Lo Stato deve finanziare i disoccupati, quale che sia il loro numero. Deve indennizzare i terremotati, e magari ricostruirgli la casa, come se il terremoto fosse colpa sua. Deve “Mettere in sicurezza il territorio”, come se fosse in grado di spianare le montagne. E ovviamente deve tenere in vita tutte le grandi imprese decotte, come l’Alitalia o l’ex Ilva di Taranto, che divorano miliardi e miliardi senza mai riuscire a guarire. Per la buona ragione che di questa prodezza i morti non sono capaci. È presto detto: lo Stato – come la Divina Provvidenza – ha il dovere di porre riparo a tutti i mali del mondo. E se uno fa notare che i conti non tornano, le anime belle rispondono, tetragone: “Sì, magari costerà molto, ma si possono lasciare tanti padri di famiglia sul lastrico?” Senza vedere che, di questo passo, coloro che dovrebbero pagare per i padri di famiglia sul lastrico saranno sul lastrico anche loro. E infatti l’Italia è ferma da anni ed anni, anzi è tornata indietro al 2007. Ma gli italiani non cambiano mentalità. Continuano a stramaledire i capitalisti, le multinazionali e comunque “i ricchi”. E proclamano come una vittoria, con squilli di tromba, il permesso di Bruxelles di fare ulteriori debiti.
La politica italiana è dominata dall’ignoranza e dal sentimentalismo. E non cambierà, finché non ci sarà un tale bagno di sofferenza da svegliare chi è intellettualmente in coma.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com 
21 novembre 2019




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POLITICA
23 novembre 2019
DE ALBO NIGRUM, ANZI DE NIGRO ALBUM
Il Tg5 delle ore sette, come tutti quelli di quella fascia oraria, dura pochissimi minuti. Forse nemmeno cinque. Dunque deve tutto ciò che c’è da dire su ogni argomento, anche il più serio, deve essere detto in pochi secondi. E oggi la notizia più importante (o, come direbbero gli italiani, “breaking news) è l’incontro dei vertici del governo e dell’ArcelorMittal a Palazzo Chigi. 
Il giornalista, compunto e compreso dell’importanza della materia, ne parla per un totale di un minuto e trentadue secondi. Un tempo lunghissimo, data la sede, e tuttavia oggettivamente brevissimo. Ciò malgrado il giovane incravattato – peraltro persona gradevole e beneducata - è riuscito in questi secondi è riuscito a snocciolare una tale quantità di bugie da far pensare all’Unione Sovietica e alla sua disinformatia. 
La disinformatia è la tecnica con cui i media pubblici fanno de albo nigrum: cioè il bianco diventa nero. Per sostenere il governo, si rovescia la realtà nel suo opposto. Così in guerra  una disfatta che ha condotto ad una rovinosa ritirata si trasforma in “una rettificazione della linea del fronte allo scopo di attestarsi su nuove e più solide linee di difesa”. Non a caso si è detto che in qualunque guerra la prima vittima è la verità. E dire che il Tg5, appartenendo (secondo la vulgata) a Berlusconi, e dunque all’opposizione, non dovrebbe avere interesse a favorire così il governo. Di che si tratta, di vocazione servile, di volontà di non farsi accusare di “fedeltà al padrone”, o semplice di stupidità? Certo è che i media italiani vanno ascoltati con spirito critico, essendo pronti a sventare gli inganni. Come si fa con le peggiori dittature. A volte torna in mente il Candido di Giovannino Guareschi, col suo: ”Visto da destra, visto da sinistra”, che presentava lo stesso fatto in modi talmente opposti, da indurre a pensare che non si parlasse della stessa cosa. E a ridere.
Il giornalista comincia parlando di un “passo indietro” dell’ArcelorMittal, solo perché si è seduta al tavolo del negoziato. Ma se è un passo indietro per l’ArcelorMittal, perché non sarebbe la stessa cosa per il governo italiano, che fino ad ora ha risposto all’impresa con un’azione legale dinanzi al Tribunale di Milano? La distanza per andare da A a B è la stessa di quella per andare da B ad A.
Il tono generale del giornalista è trionfalistico, ma il sugo di questo successo è che. Nientemeno,  si sono “aperti spiragli” per una futura discussione o trattativa che sia. Cioè non solo la trattativa non si è conclusa, ma ci sono appena spiragli perché cominci. All’anima del successo.
Per giunta buona parte della materia discussa nell’incontro – sempre in tono trionfalistiico – riguarda la futura produzione, il rispetto dell’ambiente, l’ammodernamento degli impianti, la protezione dei posti di lavoro, riducendo al minimo la loro diminuzione,, cioè non il ritorno in vigore del vecchio contratto, come sarebbe se l’ArcelorMittal tornasse all’ovile, ma un nuovo contratto. Dunque si dà per scontato che la risoluzione del vecchio contratto sia un fatto compiuto, avendo avuto l’ArcelorMittal partita vinta nella sua mossa del 4 novembre. Si tratta di redigere un nuovo contratto, con nuove condizioni e pattuizioni. Non a caso il governo promette il suo concreto sostegno: e se ora promette qualcosa è segno che non l’ha già dato prima: una cofernama che si tratta di un nuovo contratto.
Interessante è pure il fatto che si dichiari sonoramente che “non si è parlato di scudo penale”. Cosa inverosimile. Come se questo non fosse l’argomento che ha dato ragione all’ArcelorMittal, quando ha denunciato il contratto. E come se non fosse a causa di questo “scudo” che il governo è disposto a siglare un nuovo contratto, magari facendosi carico di duemilacinquento operai licenziati (contro i cinquemila chiesti dall’ArcelorMittal). Ma – precisa, dolcemente acido, il giornalista – di questo “scudo penale” ha parlato il Tribunale di Milano, il quale ha scritto che il ritiro dello “scudo” non costituisce affatto il “vero motivo” della risoluzione del contratto richiesta dall’ArcelorMittal. Il vero motivo, secondo i magistrati, sarebbe che l’impresa, come “confessato” dai suoi dirigenti, versava in cattive acque economiche. E questa parte merita adeguato commento.
 In diritto civile si studia la distinzione fra “causa” e “motivo” del contratto. Se affitto un appartamento per gli appuntamenti con la mia amante, la causa è lo scambio tra il godimento di un bene e un canone locativo, mentre il motivo è dato dagli incontri summenzionati ed è del tutto ininfluente, in diritto. Tanto che non viene neanche citato nel contratto. Nello stesso modo, la causa  per denunciare il contratto deve essere giuridicamente valida (e il cambiamento unilaterale di una pattuizione essenziale del contratto certamente lo è), mentre non ha nessuna importanza giuridica il perché uno dei contraenti intenda avvalersene. Dunque, con tutto il rispetto per i magistrati di Milano, la speculazione sul “vero motivo” dell’ArcelorMittal si riduce a gossip, per non dire chiacchiericcio. Purché la causa del negozio giuridico sia lecita, i “veri motivi” del prossimo non ci devono interessare,.
Né è un successo, come è stato presentato, il fatto che l’ArcelorMittal per il momento non spenga gli altiforni. Se non ricordo male gliel’aveva ordinato il Tribunale di Milano (sulla base della richiesta ex art.700 del C.p.c. dei commissari) e l’ ArcelorMittal non aveva seri motivi per opporsi. Iinfatti, l’ordine del Tribunale costituisce, ai sensi dell’art.51 del Codice Penale, uno scudo penale contro ogni possibile accusa: “l’adempimento di un ordine imposto da un ordine legittimo della pubblica autorità esclude la punibilità”.,
 In conclusione, ci si può chiedere se valeva la pena di discutere per quattro ore, nell’augusta sede del governo italiano, per giungere a questi risultati. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
22 novembre 2019
"SARDINE" DISORIENTATE
Parlare delle cosiddette “sardine” è fastidioso. Tutte le jacqueries, tutti i moti di pura protesta, sono una perdita di tempo. Che si sia insoddisfatti è ovvio. Tutti gli uomini lo sono,  da sempre. Non è una notizia. Se di colpo fossimo trasportati in paradiso, a suonare l’arpa sulle nuvolette, chissà quanti si lamenterebbero delle correnti d’aria.
Né le cose vanno meglio quando l’insoddisfazione è realmente fondata. Le jacqueries erano più che comprensibili, i contadini francesi di quel tempo erano realmente sfruttati. E comunque il divario fra il loro genere di vita, pieno di miseria e di fatica, e il lusso dei nullafacenti nei castelli, poteva anche gridare vendetta. E tuttavia ciò che abbatté il sistema non fu la loro rabbia, furono gli intellettuali – i cosiddetti “philosophes”, gli illuministi – che davano lustro ai salotti dei nullafacenti. E che dettero un’anima alla voglia di nuovo. Esemplare il caso di Voltaire che, per essersi scontrato con un imbecille (molto imbecille, ma anche molto nobile), invece di vedersi dare ragione – e Dio sa se aveva ragione – fu mandato in esilio in Inghilterra. Solo che questo esilio costò alla Francia, o più esattamente alla monarchia francese, più di una battaglia persa. Voltaire infatti ammirò tanto la sostanziale democrazia inglese, che la descrisse nelle “Lettres anglaises” e, per così dire, prefigurò il quadro della rivoluzione possibile.
Qualunque manifestazione di piazza che non abbia dietro una seria ideologia è soltanto un fenomeno di folklore. Al massimo è uno sfogo di rabbia, come quando la squadra del cuore si è vista negare un rigore sacrosanto che avrebbe cambiato il risultato della partita. Ovviamente la cosa ogni tanto ha esiti ben più seri. Per una serie di coincidenze - come l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, il “poujadisme” in Francia o, più recentemente, il Movimento 5 Stelle in Italia - per un po’ di tempo la protesta può avere successo ed esistere politicamente. Ma è destinata a finire e a rientrare nell’ambito del folklore. Mentre una solida ideologia come il marxismo, anche se erronea e per qualche verso criminale (nei suoi effetti), non soltanto ha trionfato, in Russia, ma ha mantenuto il potere per una settantina d’anni.
Ecco perché parlare delle “sardine” pare ozioso già in teoria. La vacua protesta lascia il tempo che trova. Ed ha tanto più successo quanto più è astratta. Non appena si incarna in un progetto, suscita un’opposizione. E non appena si scontra con la realtà si accorge che le cose sono molto più complicate di quanto pensava. Lo sanno bene i pentastellati. Dunque, riguardo a questi giovani, non ci rimane che aspettare il momento in cui rimetteranno i piedi a terra. Se mai lo faranno. 
Infine, come molti osservatori hanno acutamente osservato, essi aggiungono alle caratteristiche normali della protesta astratta quella di non essere, come è normale, contro il potere, ma contro l’opposizione, cioè contro la Lega e in particolare contro Salvini. E questo significa che, pure se sono contro la Lega, non sono a favore del partito che dovrebbe batterlo, cioè il Partito Democratico. E allora come intendono vincerlo, con un esorcismo? 
Il loro successo oggi dipende anche dal fatto che molti di loro sono giovani, e gli adulti – per non parlare dei vecchi – si sentono in dovere di essere indulgenti, nei loro confronti. Ma questo è un dovere che personalmente non sento affatto di avere. Quando ero giovane consideravo per la maggior parte degli emeriti imbecilli i miei coetanei, e un’eternità dopo non ho cambiato opinione. Erano veramente degli imbecilli. Superficiali. Illusi. Suggestionabili. Vocazionalmente gregari, più o meno come queste “sardine”. Dunque, per il momento, mi tengo il cappello calcato in testa. Poi, se emergerà un leader, se si preciserà un programma, se insomma ne nascerà un partito, sperabilmente più serio di quello fondato da Grillo, ne riparleremo. Manifestando loro tutto il rispetto che si deve tributare agli avversari politici.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
18 novembre 2019
NORDIO E LA SCOPA NUOVA
In un articolo sul “Messaggero” Carlo Nordio, a proposito dell’inverosimile e contraddittoria congerie di leggi e di regolamenti che affligge l’Italia, segnala il caso dell’ArcelorMittal che potrebbe essere indagata ai sensi dell’art.499 C.p. perché ritirandosi avrebbe danneggiato la produzione industriale. Ma – attenzione - proseguendo l’attività rischierebbe di essere incriminata per crimini ambientali. Chiede Nordio: come volete che gli stranieri investano in Italia, se possono andare in galera per leggi che si contraddicono, e si concludono comunque col rischio della galera? 
Oggi, da ogni parte, si inventano minacce contro l’ArcelorMittal, ma nel frattempo, si legge sull’Ansa che il Presidente del Consiglio Conte è disposto ad offrirle, purché resti, lo “scudo penale”, “un pacchetto di ammortizzatori sociali per oltre duemila lavoratori, uno sconto sugli affitti e anche la possibilità di un ingresso di Cassa depositi e prestiti nell’azionariato”. E una canzone. Da un lato si fa la voce grossa, dall’altro, si constata che l’Italia non ha alternative, al punto da offrire – probabilmente invano - ponti d’oro, purché ritorni,  ad un’impresa che fino a ieri malediva. 
In realtà, nulla compensa il rischio di operare in Italia. E infatti le imprese, italiane e straniere, se appena possono scappano via. Non soltanto qui si possono perdere decine di milioni, ed anzi centinaia, ma poi, se si riesce a fare dei profitti, si è maledetti per averli fatti. Da noi il datore di lavoro non deve ricavare nulla dall’impresa. È come per il padrone di casa: l’inquilino paga la pigione se e quando vuole, rischiando soltanto di essere sfrattato dopo anni ed anni. O anche mai, se ha con sé un invalido. 
Il giudice Nordio afferma distesamente che l’Italia non ha strumenti per costringere l’ArcelorMittal a tornare a Taranto. Nemo ad factum cogi potest. Al massimo l’impresa rischia una multa o qualcosa del genere Qualcosa che – aggiungo – in confronto alle perdite accumulate è un’inezia.
E qui arrivo al nocciolo di questa pagina. La vicenda di Taranto mi strazia all’idea di migliaia e migliaia di famiglie poste improvvisamente di fronte alla tragedia della disoccupazione senza uscite; ma sono costretto ad una confessione di cui mi vergogno: per qualche verso me la godo. Si tratta di un’incompressibile “Schadenfreude” (piacere delle cose negative) derivante da molti decenni di frustrazione.
Immaginate un oncologo che, anno dopo anno. avverte un accanito fumatore che rischia di morire. Ma quello lo irride, gli mostra i suoi bicipiti, gli dice che ha una salute di ferro. Poi, quando infine, venti o trent’anni dopo, lo sciocco si ammala di cancro, quale eroe riuscirebbe a non dirgli: “Ma quante volte ti ho avvertito?” 
Io sono vecchio e non so da quanti decenni vedo l’Italia che, di fronte ad ogni problema, spazza la polvere sotto il tappeto. Si contorce, rinvia, imbroglia. E infine passa la patata bollente all’erario, perché sistemi tutto a spese dei contribuenti. Da altrettanti decenni mi faccio il sangue acqua, e predico al vento, più inascoltato di Cassandra. Perché lei almeno era una principessa, e io non sono nessuno. Così da sempre vivo nella frustrazione di vedermi dar torto da tutti quando sostengo la Tavola Pitagorica e mi sento rispondere che essa è un pregiudizio borghese: l’Alitalia deve sopravvivere magari a spese di quelli che non hanno mai preso un aereo in vita loro. E che comunque spenderebbero meno con RyanAir. Ma già, in Italia sette per tre può fare qualunque cifra, anche duecentoventotto. 
Da noi i fatti mi hanno dato infinite volte torto, in base al principio: “una soluzione si trova”. Stavolta invece – stavo per dire “finalmente” - l’Italia non può fare altri debiti, non può aumentare le tasse, non può nazionalizzare l’ex Ilva (non ha i soldi per farlo, e Bruxelles non lo permetterebbe) non può caricarsi il peso del reddito di ventimila nuovi disoccupati, e alle condizioni date per l’acciaieria non troverà mai un gestore o un acquirente. Stavolta si direbbe sette per tre non possa fare che ventuno. Non è un’occasione storica di godimento?
Ma è meglio non correre. L’Italia è alla frenetica ricerca di una scopa nuova per spazzare i problemi sotto il tappeto e, visto il genio italico, chissà che non la trovi. Io già non so più dove nascondere il mio magro portafogli.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
16 novembre 2019
EX ILVA - INVITO AL CONTRADDITTORIO
Per l’ex Ilva molti sono alla stanchezza. Se ne parla fin troppo, e nel frattempo gli altiforni stanno per essere chiusi, con conseguenze drammatiche per la possibile, futura ripresa dell’attività. E presto circa ventimila lavoratori si ritroveranno disoccupati. Certo, potranno farsi vento con le dichiarazioni bellicose di Giuseppe Conte o con le minacce piovute da ogni parte, magistratura inclusa, sull’ArcelorMittal (da ora AM) ma ciò non modificherà la loro condizione di disoccupati. 
E poiché ogni mia indagine si conclude col fatto che lo Stato italiano ha torto marcio, sarei lieto se qualcuno mi facesse sapere quali sono le ragioni che militano in suo favore, e contro l’AM. Sottolineo le parole “ragioni giuridiche”. Il fatto che ventimila licenziati non sappiano come fare la spesa è un problema politico ma non ha peso giuridico. a meno che il licenziamento non violi qualche norma di legge, che andrebbe indicata.
Credo che proprietario dell’acciaieria di Taranto sia lo Stato, ma di fatto risulta che chi ha ogni potere su di essa sono i commissari nominati dallo Stato. E infatti il contratto per la gestione dell’acciaieria, l’AM lo ha stipulato con detti commissari. Anche quando l’AM ha dichiarato di recedere dal contratto, è ai commissari che ha scritto, insieme coi sindacati, e non allo Stato italiano.
Come è noto, l’AM non ha comprato l’acciaieria: l’ha presa in locazione. E secondo l’Art.1571: “La locazione è il contratto col quale una parte si obbliga a far godere all’altra una cosa mobile o immobile per un dato tempo, verso un determinato corrispettivo”. Dunque ci sono responsabilità a carico del locatore e a carico del conduttore (nel nostro caso, l’AM). 
Gli obblighi del locatore non si esauriscono con la consegna della cosa. Secondo l’art.1575 il locatore ha l’obbligo di “mantenere la cosa in istato da servire all’uso convenuto”. Le spese straordinarie sono di competenza del locatore, come sa qualunque padrone di casa, per esempio quando bisogna riparare i cosiddetti “frontalini” dei balconi. Non soltanto dunque il mantenimento degli altiforni in condizione di funzionare compete ai commissari, ma se, come nel caso specifico, l’AM ha denunciato il contratto e ne ha chiesto la risoluzione, intanto i commissari, in quanto proprietari, hanno il dovere di occuparsi degli altiforni e in nessun caso possono lasciare andare in malora la cosa locata; poi, se un giorno il giudice desse loro ragione e torto all’AM, avrebbero diritto al risarcimento. Ma oggi i commissari non possono pretendere che lo faccia l’AM, nel momento in cui essa stessa li accusa di inadempimento del contratto. Del resto se, a loro parere, la locazione è ancora in essere, il Codice si è premurato di chiarire, art.1576, che  “Il locatore deve eseguire, durante la locazione tutte le riparazioni necessarie, eccettuate quelle di piccola manutenzione che sono a carico del conduttore”.
Il locatore ha altresì il dovere di “garantirne il pacifico godimento durante la locazione”, e questo, nel nostro caso, è importante a proposito dello “scudo penale”. Di questo scudo godevano i commissari prima della conclusione del contratto, e in occasione della sua stipula lo hanno passato – come essentiale negotii – all’AM. La sua revoca da parte del Parlamento trasforma l’attività inquinante dell’acciaieria da lecita in illecita, con le inevitabili conseguenze di diritto penale, in materia di reati ambientali e di lesioni personali.
Al riguardo, poiché l’acciaieria di Taranto è notoriamente un’impresa fortemente inquinante, è importante anche l’art.1580: “Se i vizi della cosa o di parte notevole di essa espongono a serio pericolo la salute del conduttore o dei suoi familiari o dipendenti, il conduttore può ottenere la risoluzione del contratto, anche se i vizi gli erano noti, nonostante qualunque rinunzia”. Dunque l’AM può recedere dal contratto già soltanto sulla base di questo articolo.
Quanto al fatto che si accusa l’impresa di non aver dato l’avviso di recesso con sufficiente anticipo, non soltanto questo avviso l’aveva già dato (la precedente scadenza era il 6 settembre), ma la revoca dello scudo penale si è avuta il 31 ottobre e il recesso dell’AM il 4 novembre. Come avrebbe potuto avvisare prima, l’AM? Consultando un veggente? E se ora, ottemperando all’obbligo di agire con la diligenza del buon padre di famiglia, sta spegnendo gli altiforni ­entro il 15 gennaio, per non far sì che ciò avvenga in modo disordinato e pericoloso, è ovvio che nello stesso termine ciò avrebbero potuto fare i commissari, in quanto proprietari. E infatti immagino che ad essi l’AM girerà la fattura.
Il rapporto di locazione si conclude con la restituzione della cosa locata (art.1590: “Il conduttore deve restituire la cosa al locatore nello stato medesimo in cui l’ha ricevuta, omissis”) e il 5 novembre i commissari avrebbero potuto riprendere l’amministrazione dell’acciaieria, che avrebbero trovato nelle condizioni in cui l’hanno locata, salvi i miglioramenti già apportati in obbedienza al piano di risanamento ambientale.
La parola alla difesa.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 





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POLITICA
14 novembre 2019
IL QUADRO GIURIDICO PER TARANTO
Provo a rendere chiara la situazione giuridica tra lo Stato italiano e l’ArcelorMittal attraverso un esempio. Le note vanno lette solo dopo essere arrivati alla parola "Fine".
S(1) vende ad AM(2) un quadro di Leonardo da Vinci(3), la cui autenticità è contestata e di cui, per giunta, si dichiara proprietario M(4).  AM firma il contratto preliminare, impegnandosi a pagare un milione di euro, ma pretendendo espressamente la “garanzia per evizione”(5),(art.1476 C.c.). Cioè che nel caso il giudice dia ragione ad M, ed obblighi AM a consegnargli il quadro, S lo risarcisca.
Nel tempo intercorrente fra il contratto preliminare e il rogito notarile, AM si accorge che il quadro è falso(6), cioè non è stato dipinto da Leonardo, ma ovviamente non ne parla. Infatti, se la cosa divenisse di pubblica notorietà, quella crosta sarebbe lungi dal valere il milione pattuito, e men che meno i tre milioni che, in origine, AM pensava valesse. Soprattutto sta zitto perché non può richiedere indietro il milione da S, il quale lo ha onestamente avvertito della dubbia autenticità del quadro e gli ha fornito uno “scudo” contro l’intervento di M. Dunque AMrimane impegnato a pagare un milione per un quadro che varrà un migliaio di euro e non di più.
A questo punto, inopinatamente, S proclama pubblicamente che non garantirà ad AMnessun risarcimento in caso di evizione, violando cioè una condizione essenziale del contratto. E ciò autorizza AM (he a momenti non crede alla sua fortuna) a precipitarsi dal giudice, chiedendo l’annullamento del contratto e la restituzione dell’anticipo pagato.
S a questo punto si accorge anche lui che il quadro è falso, e vorrebbe tornare indietro. Sarebbe felice di venderlo ad AM per un milione e per questo cerca di accusare lui di inadempienza, come se non fosse stato lui stesso, S, il primo a violare l’impegno assunto. E non tenendo conto del principio per cui, come dicevano i romani, factum infectum fieri nequit, ciò che è stato fatto non può divenire non fatto. Ha revocato la garanzia? Il contratto preliminare è stato violato? Dunque è morto. AM si avvale della regola per la quale Inadimplenti non est adimplendum (non si ha il dovere di adempiere la propria parte del contratto se la controparte non ha adempiuto la sua). E codice non prevede la resurrezione.
Certo, AM potrebbe benissimo comprare il quadro, magari ad un prezzo diverso, ma sarebbe un nuovo contratto, non l’adempimento del precedente. E sarebbe veramente matto, se lo facesse, dopo il doppio rovescio della revoca della garanzia per evizione e della certezza della falsità del quadro. Dunque o AM non tornerà sui suoi passi (semplicemente perché non gli conviene) o le condizioni dell’acquisto dovrebbero essere molto, molto diverse(7). Fino a somigliare a una svendita.
Chiaramente, la questione della garanzia per evizione è superata dai fatti. Prima AM teneva fede al contratto perché non ne poteva fare a meno, poi S, stupidamente, ha violato il contratto, ed AM ne ha subito legittimamente approfittato per ritenerlo annullato. Il pentimento di S, disposto a ripristinare la garanzia, giuridicamente non serve a nulla. Il giudice che deve emettere la sentenza riguardante un omicida non si chiede se sia pentito (salvo il “ravvedimento operoso”), e neppure se lo rifarebbe: giudica il fatto avvenuto, non ciò che avverrebbe se si potesse rimettere l’orologio indietro. Fine. 
Decodificazione. 1 S è lo Stato; 2 AM è l’ArcelorMittal; 3 è l’acciaieria di Taranto; 4 M è la magistratura; 5 è lo “scudo penale”; 6 Nel nostro caso, AM si accorge che l’acquisto non è un affare. Infatti perde due milioni di euro al giorno; 7 Per esempio, oltre ad ottenere il ripristino dello scudo penale, pagando un canone di locazione inferiore, per infine comprare l’acciaieria ad un prezzo inferiore, oltre a licenziare qualche migliaio di operai. Forche caudine.
Un’ultima nota giuridica, per chi fosse interessato, riguarda l’art.51 del Codice Penale. Sostiene il Ministro Antonio Patuelli (o forse è Stefano Patuanelli) che l’ArcelorMittal non può recedere dal contratto in quanto non ha bisogno dello scudo penale. Esiste infatti l’art.51 del Codice penale, secondo il quale: “L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità”.
Il ministro dimentica che esiste una gerarchia delle norme. La legge costituzionale è sovraordinata rispetto alle leggi ordinarie, le leggi ordinarie sono sovraordinate rispetto ai regolamenti e questi ultimi lo sono rispetto ai contratti privati. Se dunque esiste una norma che dichiara reato un certo atto, nessuno si potrà giustificare sostenendo di averlo fatto in obbedienza ad un contratto di diritto privato, quale è quello tra lo Stato e l’ArcelorMittal. E qualunque pattuizione in contrasto con norme di legge è automaticamente invalida. Diversamente sarebbe scagionato il sicario che ha ucciso perché pagato dal mandante, in base ad un regolare contratto. 
Se nella fattispecie bastasse l’art.51, da un lato l’ArcelorMittal non avrebbe richiesto uno scudo penale votato addirittura dal Parlamento; dall’altro il Parlamento non si sarebbe scomodato né a votarlo né a revocarlo. La garanzia fornita all’ArcelorMittal, per essere valida, doveva avere pari dignità rispetto al Codice Penale, cioè una legge ordinaria dello Stato. Su cui prevarrebbe per il principio di diritto secondo cui la norma speciale prevale sulla norma generale di pari livello gerarchico. 
Ancora una volta si ha l’impressione che, dalle parti del Consiglio dei Ministri, si sparino parole a caso.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  




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POLITICA
12 novembre 2019
IL RICORSO DEI COMMISSARI DELL'EX ILVA
L’Ansa ci informa che i commissari dell’ex Ilva presenteranno al Tribunale di Milano un ricorso il cui nocciolo è che non ci sarebbero “le condizioni giuridiche del recesso del contratto di affitto dell’ex Ilva, e quindi l’“ArcelorMittal deve andare avanti”.
Ma i commissari procederanno anche a norma dell’art.700 del codice di procedura civile e, per chi non fa l’avvocato, ogni accenno ad un articolo di legge fa vagamente paura. L’art.700, in realtà, è tutt’altro che temibile. Esso statuisce semplicemente che “chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d’urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito”.
 Nel caso dell’Ilva, è noto che lo spegnimento e la riaccensione di un altoforno sono di per sé imprese complesse e costose, sempre che siano possibili. Dunque si comprende che, mentre infuria la battaglia legale, l’acciaieria deve essere amministrata in modo tale da non provocare danni irreparabili o grandi costi aggiuntivi. Il provvedimento non è “contro” nessuno, è semplicemente “a favore” di chi vincerà la causa. Ammettendo che il giudice emetta i richiesti provvedimenti e ne ponga provvisoriamente l’esecuzione a carico dell’ArcelorMittal, se poi l’ArcelorMittal vincerà la causa, è chiaro che i soccombenti dovranno indennizzarla per ciò che ha speso. Se invece soccombente fosse la stessa ArcelorMittal, ed essa dovesse continuare ad occuparsi dell’impresa, avrebbe speso quel denaro nel proprio interesse e non avrebbe da lamentarsi. Questo famoso articolo 700 non sembra un’arma temibile. 
Essenziale è l’altra frase. Quella secondo cui  non ci sarebbero le condizioni giuridiche del recesso del contratto di affitto dell’ex Ilva. Questa affermazione, per come è riportata, suona apodittica. Essa si limita a negare la validità delle ragioni dell’ArcelorMittal. E per sapere quali sono non possiamo che fare riferimento a ciò che è notorio, cioè il venir meno del cosiddetto “scudo penale”.
 Al riguardo in primo luogo si può osservare che anni fa l’ArcelorMittal ha preteso che esso fosse inserito nel contratto. E poco importa la forma: cioè che fosse specificamente a favore dell’ArcelorMittal, di tutte le acciaierie, o di tutte le imprese impegnate nel risanamento ambientale. Quello che si sa è che, non ci fosse stata quella norma, l’ArcelorMittal non avrebbe sottoscritto il contratto. 
Alcuni audaci – credo anche il ministro Antonio Patuelli – sostengono che lo “scudo penale” non è nel contratto. Ma se così fosse di che cosa starebbe discutendo l’intero mondo politico, l’intero mondo dei media e l’intera Italia, dalla fine di ottobre? E che cosa avrebbe abolito il Parlamento, per ben due volte?
Gli avvocati dei commissari avranno scritto che “la revoca dello ‘scudo penale’ non è una ragione valida per motivare un recesso”. Ma, se quella condizione fosse poco importante, non si capirebbe perché il Parlamento si sia scomodato due volte per introdurla, due volte per abolirla ed ora, nella speranza che l’ArcelorMittal ritorni sui suoi passi, sarebbe disposto ad introdurla per la terza volta. Come condizione ininfluente è certamente la più influente di tutti i tempi.
Per giunta, quando in estate si è parlato di abolirla, l’ArcelorMittal ha segnalato che, se ciò fosse avvenuto, avrebbe lasciato la fabbrica il 6 settembre. Credo che non si potrebbe essere più chiari di così. E infatti sul momento ci fu messa una pezza. Quando poi, il 31 ottobre, malgrado ogni avvertimento, il Parlamento l’ha abolita, l’ArcelorMittal ha ritenuto non più valido il contratto e si è ritirata. Sicuramente non si può dire che i commissari, il M5s, il Parlamento e l’Italia intera non fossero stati avvertiti. 
Né le cose vanno meglio se si scende nel merito. Come è noto, il cosiddetto “scudo penale” non è stato introdotto nell’interesse dell’ArcelorMittal, ma dei commissari, quando ancora l’ArcelorMittal non era arrivata a Taranto. Ora proprio quelli che lo hanno richiesto vorrebbero ricorrere al Tribunale di Milano, sostenendo che non ha importanza. Ed è assurdo.
In realtà, se ho capito bene, per attuare il risanamento ambientale è necessario che l’acciaieria sia operante. Ma se è operante inquina e i magistrati potrebbero mandare in galera i dirigenti. Dunque, senza lo scudo, chiunque subentri nella direzione dell’acciaieria, se rispetta il contratto potrebbe finire in galera. E se non lo rispetta potrebbe pagare milioni e milioni di danni. Un classico caso di serpente che si morde la coda. La soluzione di una simile aporia è cosa tanto insignificante? E se fosse insignificante, come mai gli stessi ricorrenti l’hanno pretesa, a suo tempo? Era importante per loro e non lo era per il signor Mittal? Siamo al festival dell’assurdo.
Nel frattempo Giuseppe Conte precisa: "Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto - cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell' ex Ilva nel 2021 - potremmo valutare una nuova forma di scudo". Come se l’ArcelorMittal fosse in ginocchio, a chiedere di tornare a Taranto, mentre la verità è che ne è scappata via a tutta velocità, quando il Parlamento le ha regalato la possibilità di farlo. Il merlo, in questa storia, è il governo italiano. Se l’ArcelorMittal parla di cinquemila esuberi è perché vuol farsi dire di no. 
L’unica speranza di Taranto è quella di trovare un magistrato che preferisca l’interesse dell’Italia all’applicazione del diritto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
11 novembre 2019
LA DISOCCUPAZIONE A PESO
Ho molta compassione per i disoccupati. Uso la parola “com-passione”, e non “pietà”, proprio per indicare che ho patito lo stesso problema. E so quanto è doloroso. Ma, lo steso,  sulla disoccupazione bisogna avere le idee chiare.
La sofferenza di questa situazione non deriva dalla mancanza di un lavoro, ma dalla mancanza di un reddito. Nel senso che se uno è ricco può anche essere felice senza esercitare nessuna attività produttiva. Michel de Montaigne non si occupava delle sue proprietà (se ne occupava quella santa donna di sua moglie) e lui passava il suo tempo a leggere e scrivere. Non risulta che se ne sia mai lamentato.
La pena della disoccupazione non è l’ozio, è quella di non riuscire a procurarsi il necessario per sé e per la propria famiglia. E per il singolo questa pena è la stessa, poco importando che disoccupato sia solo lui o, insieme con lui, altri mille padri di famiglia. Una vecchia siciliana disincantata non pnredeva sul serio il vecchio detto: “Compagno al duolo è gran consolo”, e lo traduceva in questo modo: “Compagno al duolo è gran cetriolo”.
Ma tutto cessa di essere vero nella vita pubblica. Il singolo può benissimo non dormire la notte e consumare le scarpe facendo il giro delle sette chiese, alla ricerca di un reddito, la cosa non interesserà a nessuno. Se invece i disoccupati sono mille e  scendono in strada gridando slogan, bruciando cassonetti e sfasciando vetrine, il problema passa al governo “e deve essere risolto”.
La disoccupazione è un problema economico e, in un’economia libera, riguarda i cittadini. Se invece la retorica politica – a cominciare dalla Costituzione – parla di “diritto al lavoro”; se tutti sono convinti che il governo non può e non deve permettere che mille lavoratori perdano il salario; se insomma si fa del lavoro di molti non un contratto liberamente concluso ma una sorta di feticcio intoccabile, cui tutto deve essere sacrificato, anche la logica, allora ci si infila in un tunnel di contraddizioni. E non se ne esce più.
Dal punto di vista morale, non si vede perché lo Stato si debba occupare dei mille disoccupati e non del singolo disoccupato. La la fame delle mille famiglie non è diversa dalla fame della famiglia del singolo. E questo è il meno. Se, per dare un reddito ai mille lo Stato concede un sussidio all’impresa, o la nazionalizza, o semplicemente paga un’annosa indennità di disoccupazione, tutto questo lo fa col denaro dei contribuenti. Cioè anche col denaro ricavato dall’Iva sul pane pagata dal disoccupato singolo. Tutto ciò che lo Stato fa per aiutare i disoccupati (purché in numero tale da pesare politicamente) è fatto a spese degli occupati e perfino (con le tasse indirette) degli altri disoccupati. E così si opera un ingiustificato trasferimento di ricchezza. Fenomeno che il diritto ha già considerato. 
Lo Stato tutela i trasferimenti di ricchezza quando essi siano giustificati. E al contrario l’Art.2041 del Codice Civile: “Chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un’altra pesona è tenuto, nei limiti dell’arricchimento, a indennizare quest’ultima”. Se il signor A deve pagare cento euro a B, e per un errore di zeri gli trasferisce centomila euro,  B è tenuto a restituire l’eccedenza. Come già dicevano i romani, lo Certo nemo locupletari potest cum aliena iactura, nessuno può arricchirsi lucrando sulla sfortuna altrui. Come può giustificarsi che il disoccupato, l’immigrato che vive di espedienti, l’operaio sfruttato che lavora in nero, debbano pagare per i colleghi che hanno perduto il lavoro e cioè si sono venuti a trovare nella stessa condizione in cui già si trovano loro? 
Non si tratta di essere indifferenti al dramma delle mille famiglie rimaste senza reddito, si tratta di sentire la medesima pena per tutti coloro che si trovano nella medesima situazione. Essendo disposti a fare per loro ciò che si è disposti a fare per tutti gli altri. 
Se poi lo Stato, senza spendere un soldo, fosse capace di risolvere il problema dell’impresa che ha licenziato i mille operai, rendendola di nuovo vitale, la sua azione sarebbe da lodare nei secoli. Ma poiché nella realtà è un pessimo imprenditore, e spesso non vede le soluzioni di cui esso stesso ha bisogno, neanche quando le ha sotto il naso, quante probabilità ci sono che realizzi questo miracolo?
Semplici ovvietà, ma nessun ragionamento cambierà mai la mentalità corrente. Queste parole possono servire soltanto a tenere la testa fuori dalla melma della retorica e dell’ingiustizia. Poi, business as usual, ma senza il nostro consenso economico, morale e giuridico. 
      Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com Scrivetemi i vostri commenti, mi farete piacere. 



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POLITICA
10 novembre 2019
VAURO FA UN GESTO CAVALLERESCO
Riporto, perché è assolutamente necessario, un trafiletto del “Corriere”(1). 
Dopo la rissa sfiorata giovedì sera tra Vauro Senesi e «Er Brasile» — l’estremista di destra romano Massimiliano Minnocci — nella trasmissione Dritto e Rovescio, condotta da Paolo Del Debbio su Rete 4 e dedicata ai «Riflussi di fascismo», il vignettista satirico ha scritto una lettera aperta a Minnocci su Twitter, invitandolo a un confronto: «Non ti chiamo Brasile ma Massimiliano che è il tuo nome. Ti scrivo perché ci siamo trovati muso a muso con rabbia e con furore. Svastiche, effigi di Mussolini... Tutto quello che ti sei tatuato sul corpo rappresenta per me (e non solo per me) orrore, schifo, disprezzo. Con tanta rabbia, certo, ma ti ho guardato negli occhi e oltre l’odio ho visto solitudine, rancore, disperazione e fragilità». 
«Sei un “nemico” ma un nemico facile “grosso brutto e cattivo” — continua Vauro nel suo appello —. Sei lo spauracchio dei mostri veri, quelli che ti usano. Allora ti dico vediamoci. Potrai spaccarmi la faccia, la tua stazza te lo permette. o potremo parlare cenando assieme, così poi puzzeremo di vino tutti e due. Questa lettera è pubblica come lo è stato il nostro scontro. Ma il nostro incontro, se vorrai, sarà privato, senza telecamere né conduttori, io e te. Non è una sfida, è un invito».
Fin qui il Corriere. Io non ho visto la trasmissione e – lo dico apertamente – ho per Vauro un’antipatia tanto forte che, al solo vederlo, cambio canale. Vauro per me non è di sinistra: è trinariciuto. Un comunista che ha guardato la vita attraverso l’Unità, ma non quella degli anni recenti, quella di Togliatti. Cioè di Stalin. Insomma non ha l’orologio fermo, ha il calendario, fermo. Da decenni. E tuttavia oggi sono lietissimo di levarmi il cappello dinanzi ad un suo gesto cavalleresco, degno di Cyrano de Bergerac. E cioè della penna di Edmond Rostand. 
Ma non posso farlo senza dei distinguo. In primo luogo, Vauro si permette nei confronti del suo interlocutore dei giudizi pesanti e delle parole sgradevoli che avrebbe potuto evitare. Poi invita a cena un giovane, probabilmente incolto, per discutere. Discutere di che cosa? Ma di che vuoi discutere con un energumeno che ha tatuate addosso delle svastiche? Se la discussione fosse seria, sarebbe un incontro di pugilato fra un professionista dei pesi massimi, Vauro, e uno scaricatore di porto piuttosto magro, Minnocci. Vauro per giunta ha il senso dell’umorismo, un’arma tremenda in più, in mano ad un polemista. 
Vauro avrebbe dovuto invitare a cena “Er Brasile” col patto che non si sarebbe parlato di politica, anzi che non si sarebbe parlato di niente di serio. Che si sarebbe soltanto cercato di comprendere, da ambedue le parti, che si aveva di fronte un altro essere umano col quale comportarsi da amici, al di là della divergenza di idee. Ma forse pretendo la Luna. Forse Vauro alle cose che ho detto non ha nemmeno pensato. E questa sarebbe una sua colpa. Significherebbe che apre bocca soltanto per schiacciare l’avversario. 
Oggi voglio vedere in questo episodio il coraggio di ripudiare l’odio, gli steccati, i fanatismi. E solo per questo rinnovo il mio gesto e gli faccio tanto di cappello. Ma Vauro avrebbe avuto più coraggio se, abitando io a Roma, avesse invitato me. Invitare Massimiliano a discutere ha tanto senso quanto avrebbe senso se Massimiliano invitasse lui a fare a pugni.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)https://www.corriere.it/politica/19_novembre_09/vauro-scrive-estremista-destra-la-rissa-tv-incontriamoci-lui-accetta-gli-stringo-mano-6c7b1be2-02d1-11ea-99f9-9c588e5b4be4.shtml#



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POLITICA
9 novembre 2019
L'ITALIA È INNOCENTE
Ripensando alla vicenda dell’ex Ilva
In questi giorni i giornali sono stati pieni della vicenda dell’ex Ilva. Ora un po’ meno. Ma rimane un retrogusto di assurdità. Questi giorni sono serviti a dimostrare quanto la gente sia capace di credere che le parole abbiano il potere magico di cambiare la realtà.
Jindal - la società che era arrivata seconda nella gara per subentrare nella gestione dell’ex Ilva – non è disposta a farsene carico. 
Innanzi tutto la faccenda è stata discussa in chiave morale.  È vero, è in ballo il reddito di migliaia e migliaia di famiglie ma non serve a niente tutta una serie di giaculatorie. “La fabbrica non può chiudere”. Si sono sprecate parole come “inammissibile”, “inaccettabile”, (come se potessimo accettare o rifiutare) e si è parlato di regole che soltanto l’ArcelorMittal (e non l’Italia) avrebbe violato. Si è anche detto che è una questione di sovranità nazionale. Immagino il diritto sovrano di cambiare le carte in tavola. Insomma una corale disinformatia. 
È del tutto inutile stracciarsi le vesti e far continuamente ricorso alla morale. Il problema è concreto e può essere risolto soltanto economicamente. Non basta dire che “una soluzione deve essere trovata”, bisogna dire qual è questa soluzione. Se siamo al quarantesimo piano di un grattacielo ed è scoppiato un incendio al ventesimo, è ovvio che abbiamo l’assoluta necessità di scendere a terra, per non morire bruciati. Ma da ciò deriva forse che saremo sicuramente salvati? Non basta indicare la necessità, bisogna indicare la soluzione per rispondere a questa necessità. 
L’ArcelorMittal, come tutte le imprese, opera per il profitto. Se lo ottiene, fa di tutto per continuare ad ottenerlo; se non lo ottiene, fa di tutto per chiudere, prima di fallire. Non è né un ente di beneficenza né l’orco cattivo. Nel nostro caso aveva fatto inserire nel contratto la clausola essenziale dello scudo penale ed ha molte volte ripetuto che, senza, il contratto non sarebbe più stato valido. Lo Stato italiano, abolendo quella clausola esattamente in un momento in cui l’impresa perdeva due milioni al giorno, le ha offerto su un piatto d’argento l’occasione di andarsene. Per giunta accusando l’Italia di aver violato i patti e magari chiedendoci un risarcimento. Ora Conte le offre di inserire di nuovo (per la terza volta!) lo scudo penale (quello che lui giudica incostituzionale) e l’impresa dice no grazie. È credibile, è serio uno Stato del genere? Chi potrebbe fidarsene?
Ma, dicono i critici, l’impresa franco-indiana sta approfittando dell’occasione per ottenere ulteriori vantaggi. Qualcuno parla addirittura di “ricatto”. E infatti è vero che l’ArcelorMittal si è dichiarata disposta a riprendere la gestione dell’impresa se si tagliano cinquemila posti di lavoro, se ci si impegna soltanto per la produzione di quattro milioni di tonnellate di acciaio (se ho capito bene) e se, ovviamente, si introduce un serio scudo penale. Ciò dimostra – secondo i critici -  che la revoca di quest’ultimo, operata su pressione (e azione del M5s) è stata un alibi. La risposta più semplice è: se è un ricatto, basta non accettarlo. Inoltre l’impresa ha già portato i libri in Tribunale; dunque è l’Italia che la rincorre, non essa che rincorre l’Italia. Proprio uno strano ricatto. Ma è interessante il fatto che si sia usata la parola “alibi”.
 I giornali, e tutti quelli che hanno aperto bocca, avrebbero dovuto al massimo parlare di “scusa”. E sarebbe già stato un errore. Un argomento giuridicamente valido, non è una scusa, è un’arma pressoché imparabile. E qui si è addirittura usata la parola, “alibi”, adatta a un caso di omicidio. “La vittima è stata uccisa a Milano ed io posso dimostrare che quel giorno ero a Parma”. Dunque chi usa quella parola sostanzialmente accusa l’impresa di un crimine. Anche se giuridicamente risulta che non l’ha commesso. Andiamo bene. La realtà è che l’impresa si era immersa nella melassa (anche a causa delle mutate condizioni di mercato) e lo Stato italiano, gentilmente, l’ha tirata fuori. Ora che cosa va cercando?
Già questi pretesi “negoziati” sembrano assurdi. Com’è che la gente (Giuseppe Conte incluso) non si rende conto che per l’ArcelorMittal il vecchio contratto è morto e sepolto? Se  richiede nuove condizioni, è perché alle precedenti perdeva due milioni al giorno. In tanto sarebbe disposta a rientrare nell’ex Ilva in quanto, stavolta, faccia profitti. Non si tratta di resuscitare un contratto morto ma di firmarne un altro. E si può sorridere di Conte che ha concesso all’ArcelorMittal 48 ore di tempo per ripensarci. Un ultimatum. Dimenticando che, alla scadenza, tutto quello che poteva fare era augurare buon viaggio al sig.Mittal.
Ma già, Conte è quello che ha detto che “Chi viene in Italia deve rispettare le regole italiane”. Dimenticando che, nel caso specifico, è l’Italia che non ha rispettato le proprie regole. È l’Italia che si è messa irrimediabilmente dalla parte del torto.  Col corollario che le imprese multinazionali - che già si fidavano ben poco di noi - se ne fideranno ancora meno. E  si terranno alla larga da questa penisola.
Raccogliamo i cocci del disastro da noi stessi provocato. Cerchiamo dei sostituti dell’ArcelorMittal, dimenticando che se, alle condizioni date, essa non faceva profitti, non li faranno nemmeno i possibili sostituti. E infatti la Jindal ha già dichiarato la propria indispobilità. Lo Stato italiano è un pessimo imprenditore, non ha i miliardi necessari per sostituire l’impresa franco-indiana e per giunta si vedrà vietare “l’aiuto di Stato” a favore di Taranto dalle autorità europee. E nel frattempo, che fanno i sindacati? Proclamano uno sciopero. Chissà chi dovrebbe intimidire. 
Stupefacenti poi le tesi giuridiche confliggenti e ambedue risibilii. Giuseppe Conte, ritenendo che nel contratto ci sia l’immunità per l’ArcelorMittal, ha sostenuto che quello scudo penale è incostituzionale, perché costituisce un privilegio concesso al singolo. Mentre le leggi devono essere generali e astratte.  Antonio Patuelli, ministro del Mise e successore di Di Maio nella carica, ha sostenuto che lo scudo penale che l’ArcelorMittal pretendeva di avere non è nel contratto, perché in esso non si parla di quell’impresa ma (immagino) di tutto un genere di imprese. Io non ho letto il contratto e non so quale sia la formulazione esatta, ma a Conte chiederei: se quella clausola è incostituzionale, come mai l’avete concessa due volte e siete disposti oggi a reintrodurla, per la terza volta, pur di indurre ArcelorMittal a rimanere? Quanto vale il vostro rispetto della Costituzione? E a Patuelli chiederei: “Non metto in dubbio la Sua sapienza giuridica. Ma come spiega che il resto del mondo parla di quella clausola e che sulla sua base l’ArcelorMittal se ne stia andando dall’Italia, senza che nessuno possa trattenerla? E poi: “Se la legge punisce chiunque uccide, posso sottrarmi alla norma sostenendo che essa parla di chiunque e non di Gianni Pardo?” Ma che Paese dei Balocchi è questo?
Ulteriore notizia orecchiata soltanto. I lavoratori o i sindacati “potrebbero costituirsi parte civile”. Ma in quale processo? E chi ha commesso un reato? Un diluvio di parole in libertà. Come quelle (credo di un esponente del M5s!): “Ci batteremo perché non si perda neanche uno solo dei quindicimila posti di lavoro dell’ex Ilva”. Battersi contro chi? I mulini a vento?
Così mi torna in mente che tanti anni fa dicevo ad un mio amico: “Io osservo le leggi, non dimentico le scadenze, leggo le istruzioni per l’uso, ho sempre messo la cintura di sicurezza ed ho avuto l’auto assicurata per la rca quando ancora nessuna di queste due cose era obbligatoria, e tuttavia qualche guaio non sono riuscito ad evitarlo. E me lo sono rimproverato. Come fanno coloro che vivono a caso, che non badano a niente, e sembrano non avere rimorsi? Non si mettono nei guai?” La risposta fu indimenticabile: “Hanno un sacco di guai, ma ne danno la colpa agli altri”.
Ecco perché l’Italia è innocente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
6 novembre 2019
DATI CHIARI SULL'ARCELORMITTAL
Credo di essere in grado di chiarire un po’ tutto sul problema dell’ArcelorMittal ex Ilva. Non perché io sia chiaroveggente, ma perché l’Ansa ha fornito tutti i dati essenziali. E poiché l’articolo può risultare lungo e complesso, comincio dalla conclusione, rinviando a dopo la dimostrazione dei singoli punti. 
L’ArcelorMittal ha da tempo tutto l’interesse a lasciare Taranto, perché – a quanto ho letto - ci perde due milioni di euro al giorno. Ciò in dipendenza delle condizioni di produzione in Italia ma soprattutto in seguito alla crisi del mercato dell’acciaio, dovuta in parte, se ho letto bene, anche alla politica dei dazi di Trump. La Cina è stata spinta a cercare di vendere il suo acciaio a buon prezzo nel mercato europeo, facendo concorrenza all’ArcelorMittal. Ma quest’ultima non poteva abbandonare l’Ilva perché aveva sottoscritto un contratto con l’Italia. Il mutamento delle condizioni di mercato non costituisce un motivo giuridicamente valido per annullare un contratto.
Abolendo lo scudo penale, e cioè violando per primo i patti sottoscritti, il governo, ha scioccamente fornito all’ArcelorMittal la scusa giuridica che le mancava per andarsene. E per questo ora è inutile stare a discutere. Nessun argomento, per un’impresa, vale il fatto di ricavare profitti o accumulare perdite. Secondo l’Ansa, da Taranto, l'Amministratrice Delegata  dell’ArcelorMittal “Lucia Morselli non lascia dubbi sul fatto che in ogni caso l'azienda lascerà Taranto”. Non c’è altro da dire. Allo stato attuale, i medici sono a consulto intorno a un cadavere. Anche se in politica non bisogna mai dire mai.
Ed ora veniamo ai singoli punti. Chi oggi parla di ristabilire lo scudo penale dimentica che, abolendolo, ha creato un “fatto compiuto”, in base al quale l’ArcelorMittal è stata già legittimata a lasciare Taranto. Né basta fare marcia indietro per obbligare la controparte a fare marcia indietro a sua volta. l’ArcelorMittal infatti ne ha già approfittato, a tutta velocità, dando inizio all’azione legale, e non ha nessun interesse a farsi carico di quell’acciaieria capace di produrre solo perdite e guai. E al giudice che, essendo stato ristabilito lo scudo penale, da patriota italiano e nell’interesse del Paese, pregasse l’ArcelorMittal, potrebbe sentirsi rispondere: “Lei si fiderebbe di un Paese che prima stabilisce lo scudo penale, poi abolisce lo scudo penale, poi reinserisce lo scudo penale, poi abolisce lo scudo penale e infine – è l’ultima notizia – lo inserisce di nuovo? Che certezze abbiamo rispetto al futuro?” Ecco perché Renzi sembra non rendersi conto della realtà, quando invita il governo a ristabilire lo scudo penale in modo che  “si tolga così dal tavolo qualsiasi alibi per ArcelorMittal”. In primo luogo, l’ArcelorMittal non ha di che vergognarsi, se cerca di mollare un’impresa che produce perdite e non profitti (questo dice l’economia), e comunque non si tratta di un alibi, si tratta di un preciso motivo giuridico per annullare il contratto: “inadimplenti non est adimplendum”, cioè se la controparte non adempie i suoi obblighi, neanche tu sei obbligato ad adempiere i tuoi. L’Italia, col suo voto in Parlamento, ha cambiato il quadro giuridico di riferimento, con grave danno – ripetutamente annunciato – dell’ArcelorMittal e ora sta al giudice certificare l’inadempienza dell’Italia. 
La rottura si è già avuta. Infatti, scrive l’Ansa, “Oggi, secondo quanto comunicato ieri pomeriggio dall'Ad Lucia Morselli, l’ArcelorMittal avvierà la procedura ex art.47 della legge 228 del 1990 di retrocessione dei rami d'azienda con la restituzione degli impianti e dei lavoratori ad Ilva in Amministrazione straordinaria”. Ed ha già presentato la citazione. Ci vorrà qualche giorno per gli adempimenti nel Tribunale di Milano, ma presto sarà fissata la prima udienza. L’ArcelorMittal, “chiede di recedere dal contratto di affitto dell'ex Ilva di Taranto”, o forse sarebbe più esatto dire: “ha già chiesto”. Né la società si è nascosta dietro un dito: “L’Ad Lucia Morselli, vedendo i sindacati, conferma la volontà di recedere dal contratto e di rimettere comunque lo stabilimento ai commissari”. 
Che la situazione sia disperata lo dimostra anche l’atteggiamento di Nicola Zingaretti secondo il quale l’abolizione dello scudo penale ha messo l’ArcelorMittal in una posizione oggettivamente insostenibile. Infatti, egli afferma, "Chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue”. 
Fa sorridere, l’Ansa, quando scrive che nel governo si esita fra la “Linea dura con ArcelorMittal e la contemporanea apertura al ripristino dello scudo penale”. Questi signori non si rendono conto che la controparte approfitta di un fatto compiuto. E proprio un atto dell’Italia. E intanto leggiamo che:  “Sul fronte del governo c'è innanzitutto la determinazione a non accettare ricatti”, dimenticando che è stato il Parlamento, non l’ArcelorMittal, a fare la prima mossa. È un po’ come quel tale che, accusato di avere dato un pugno ad un altro, sosteneva che era l’altro che gli aveva dato una nasata sul pugno. 
Ma questo è forse un punto difficile da capire, per un profano. Come il Presidente Conte che proclama: "C'è un contratto da rispettare e saremo inflessibili, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo penale".
Il punto più saporito è questo: a fronte delle reboanti dichiarazioni pubbliche, sembra che il governo, in privato, sappia benissimo come stanno le cose. “Conte e Patuanelli si siederanno al tavolo con una convinzione, corroborata in serata dall'atto di citazione dell'azienda: che anche con l'immunità il contratto non è eseguibile”. "Il problema dell'azienda non è lo scudo ma la sostenibilità della produzione e la quantità di dipendenti. Domani (oggi, ndr) ci chiederanno di non pagare le concessioni e di fare degli esuberi": così prevede una fonte governativa, dicendosi sicura che la “multinazionale stia giocando al rialzo per rinegoziare con il coltello dalla parte del manico". Un coltello evidentemente giuridico. Allo Stato attuale o l’ArcelorMittal se ne andrà, o lo Stato italiano dovrà farle concessioni ben più serie del solo scudo penale. 
Questa la realtà, con due sole incertezze: un giudice che faccia de albo nigrum e un governo che faccia qualcosa di giuridicamente imprevedibile.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 novembre
P.S. Alle ore 18 l’Ansa fornisce ulteriori notizie, che però non cambiano il quadro sopra delineato. Interessanti soltanto due punti: l’Amministratrice Delegata “spiega che il recesso del contratto deriva dall'eliminazione della protezione legale”. Dice l’azienda: “La protezione legale” costituiva "un presupposto essenziale su cui AmInvestCo e le società designate hanno fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbero neppure accettato di partecipare all'operazione né, tantomeno, di instaurare il rapporto disciplinato dal Contratto". A naso si direbbe che, giuridicamente, abbiano già causa vinta. 



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POLITICA
5 novembre 2019
ARCELOR-MITTAL VISTA DA UN PRAGMATICO
Non sono un sindacalista, non sono di sinistra, e non sono abituato a piangere sulla sorte dei poveri operai sfruttati dal panciuto e nullafacente capitalista. Tuttavia ho accolto con una sincera stretta al cuore, anzi con autentico scoramento la notizia dell’abbandono della Arcelor-Mittal. La possibilità che la fabbrica torni allo Stato è assolutamente ferale. Infatti significa che costerà ai contribuenti italiani un fottio di soldi, solo per tenerla aperta e distribuire paghe. Una sorta di Alitalia, solo più in grande. Per giunta essendo paralizzata dal fatto che i commissari statali saranno sottoposti agli stessi rischi del codice penale cui si sottrae la dirigenza franco-indiana. Dunque non faranno “la cosa giusta”, faranno “la cosa meno rischiosa”.
Comunque rischiano di perdere il loro reddito diecimila dipendenti, più altrettanti nell’indotto. E tutto questo fondamentalmente per motivi ecologici. Il Parlamento ha tolto ai dirigenti della società franco-indiana lo speciale scudo penale che li proteggeva dai P.m. in vena di ravvisare reati ambientali, di infliggere loro multe – se non mandarli in galera - e obbligarli a comportamenti economicamente rovinosi. Insomma tutti i danni che può provocare qualcuno che interviene nell’economia avendo tutt’altre stelle polari: il diritto, la morale, l’ecologia e la sensibilità delle anime belle. Il risultato è un disastro che a me che, ripeto,  non sono di sinistra, non sono un sindacalista e il resto, dà i sudori freddi. 
Questo Paese è pazzo. Questo Parlamento è pazzo. Lo so  che i parlamentari sono mille ed io sono uno, ma resto convinto che nell’autostrada sono loro in senso vietato. Non si può giocare così con la vita di un’Impresa che dà da mangiare a diecimila famiglie, che come acciaieria è la più grande d’Europa, ed è forse la spina dorsale di una città come Taranto. Io me ne frego dell’ecologia, come se ne fregano gli orsi, gli elefanti, gli squali, le cavallette. La prima cosa che mi interessa è: che cosa mangeranno gli operai di Taranto, fra un paio di mesi. 
Ovviamente in questo frangente ognuno si sente in dovere di dire la sua. E non sarebbe un male se ciascuno aggiungesse un utile punto di vista, dal momento che una soluzione si dovrà pur trovare. O – almeno – cercare. E invece ci sono personaggi come Beppe Grillo o Michele Emiliano, il governatore della Puglia, secondo cui l’Ilva dovrebbe chiudere o trasformarsi in qualcos’altro. Ma si sono mai chiesti  quali sarebbero le conseguenze economiche di una chiusura? E, ammesso che l’Ilva potesse riqualificarsi, in quale direzione? Se non lo sanno, parlano a vanvera. E chi gli dice che sia possibile? Credo sia Emiliano che ha detto che, comunque, l’Ilva dovrebbe operare senza bruciare carbone. E come si riscaldano, i metalli, bruciando buone intenzioni?
Comunque, anche chi cerca di fare discorsi un po’ più concreti, spesso perde i pedali. 
Qualcuno dice che l’Arcelor-Mittal non ha appigli giuridici, per lasciare Taranto. Secondo questi Catoni, la vergognosa verità è che l’acciaio è in crisi, l’Impresa franco-indiana perde soldi e per questo vuole andarsene. C’è da trasecolare. Perché mai un’Impresa dovrebbe cercare alibi, per dismettere un’intrapresa che si rivela improduttiva? Perché mai dovrebbe vergognarsi, di questo motivo, che è assolutamente centrale, nel mondo della produzione? 
Le Imprese non hanno soltanto il diritto di fare profitti, ne hanno l’assoluta necessità, se vogliono sopravvivere. E se non riescono a farli, è normale che comunque spariscano. Se continuasse ad operare in deficit, pur di distribuire salari, non sarebbe un’industria ma un ente di beneficenza. E anche gli enti di beneficenza, per esempio la Caritas,  devono avere un bilancio in attivo, tra elemosine e distribuzioni. 
E tuttavia questi discorsi demenziali hanno corso legale. Come è stato demenziale abolire lo scudo penale per i dirigenti (commissari statali inclusi), quando già in giugno l’Arcelor-Mittal aveva avvertito che, senza di esso, la fabbrica avrebbe chiuso il 6 settembre. Poi il 31 ottobre, sempre se non ho capito male , il Parlamento ha abolito proprio quello scudo fiscale e, tit for tat, l’Arcelor-Mittal ha fatto saltare il tavolo. Con grande sorpresa del governo. E i telegiornali che parlano di “fulmine a ciel sereno” o espressioni analoghe. Come se tutte le previsioni del tempo annunciassero che per Capodanno nevicherà sul Monte Bianco e poi effettivamente nevicasse.
Altra perla del livello intellettuale nazionale si ha – sempre se ho capito bene – dal punto di vista giuridico. Dice Antonio Patuelli – ministro a capo del Mise e successore di Di Maio – che la ditta franco-indiana deve continuare la produzione perché non ha nessun appiglio giuridico per buttare all’aria il contratto. Infatti in esso non è scritto che, se si abolisce lo scudo fiscale, l’accordo salta. Patuelli fa finta d’ignorare che – ma scrivo sulla base di ciò che sento a destra e a manca – nel contratto è scritto che l’Arcelor-Mittal si riserva di ritirarsi se muta il quadro giuridico in cui agisce l’Impresa. Cioè se cambiano seriamente le leggi, rispetto a quelle concordate al momento del contratto. E in questo caso il mutamento giuridico l’abbiamo avuto eccome. Non è tale la possibilità o no, per i dirigenti, di finire in galera per i pressoché inevitabili reati ambientali? E Giuseppe Conte – col solito ruggito del topo - fa la voce grossa. Lui, il giurista.
La verità è che il nostro Paese è demenziale perché non ha idea di ciò che siano la politica e l’economia. Nel giugno di quest’anno (non di un secolo fa) Conte ha detto che lo scudo penale accordato all’Acerlor Mittal era un privilegio, e dunque giustamente era stato abolito. Clap clap. Ma se era stato giustamente abolito, come mai poi era stato ripristinato di corsa – essendo sempre lui Presidente del Consiglio dei Ministri – viste le possibili conseguenze? E se quelle conseguenze erano gravissime, tanto da passar sopra ai virtuosi principi enunciati in giugno, perché poi in ottobre si è lo stesso abolito lo scudo penale? Le banderuole hanno più coerenza. 
Ecco perché si può dire che questo governo non sa né che cosa sia l’economia né che cosa sia la politica. L’economia è quella cosa in cui i conti devono tornare e, se lo Stato è disposto a far debiti fino al fallimento, un’Impresa privata, se può, questo finale lo evita. Dunque se l’Arcelor-Mittal a Taranto perde soldi, in un modo o nell’altro se ne andrà. Non ci sono santi.
Per quanto riguarda la politica – dai tempi di Machiavelli per la teoria, e da sempre per la pratica - è separata dalla morale ed anche dal diritto. Se, per i diecimila dipendenti dell’Ilva, più tutti i lavoratori dell’indotto, più i lavoratori delle altre acciaierie sparse per l’Italia, è necessario che quella fabbrica “giri”, producendo posti di lavoro, acciaio e profitti per la Arcelor-Mittal, qualunque serio uomo di Stato intanto otterrebbe questo risultato, anche contro venti e maree, e poi discuterebbe del resto. Ma è ciò che farebbe un uomo di Stato.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
5 novembre 2019
VORREI ESSERE UN CERVO
Immaginiamo un nobile di antichissima e – un tempo – ricchissima casata. Anche se ora è in miseria e, per così dire, ha una sola cravatta, non mancherà di indossarla, perché senza cravatta non si sente vestito. Se va a prendere una pizza con gli amici, deve fare sforzi per vincere la tentazione di pagare per tutta la tavolata, come un tempo avrebbe fatto suo nonno. Già è difficile comportarsi da ricchi quando si è nati poveri, ma è addirittura drammatico doversi comportare da poveri quando si nati ricchi.
Ed è a questo genere di situazione che penso, quando esamino certi comportamenti di noi italiani. L’Italia è stata a lungo un Paese povero, soprattutto da quando si è aperta la rotta atlantica e da quando le materie prime – di cui difettiamo – sono diventate importanti. Agli inizi del Ventesimo Secolo era una nazione in cui gli analfabeti erano molto più numerosi che nei Paesi del Nord,  e nelle campagne la vita era dura più o meno come era stata nei millenni precedenti. Si faceva la fame al punto che emigravamo a migliaia per posti lontani come l’Argentina o l’Australia.
 Poi le cose hanno cominciato a cambiare, fra le due guerre,  e soprattutto con la democrazia. Dal 1944 gli italiani si lanciarono a creare ricchezza con un vigore che non si vedeva da secoli. Fino a trasformare quel Paese povero in uno dei più ricchi del pianeta. 
Ma non durò a lungo. Fino all’inizio degli Anni Sessanta l’Italia era andata su a razzo, poi il governo divenne di sinistra, e la tendenza cominciò ad invertirsi. Prima si produceva più che non si consumasse, poi, anche a causa della battaglia che i sindacati (cinghia di trasmissione del Pci e dunque di Mosca) facevano alle imprese “capitaliste”, la capacità di creare ricchezza cominciò a diminuire costantemente mentre la voglia di ricevere benefici dallo Stato diveniva sempre più pressante.  Il risultato fu divergente. Gli italiani consumavano sempre di più producendo sempre di meno e colmavano il divario facendo debiti. E poiché il Paese non è immediatamente fallito – anzi, per anni, ha avuto una facciata di prosperità – si è creata la convinzione che si potessero fare debiti indefinitamente, mantenendo un livello di vita molto al di sopra delle reali possibilità. Al punto che non soltanto ci permettiamo tutti i lussi di cui abbiamo voglia, sia in campo alimentare, sia nell’abbigliamento, sia negli svaghi, ma seguiamo tutti gli ideali e tutte le ubbie di moda, per quanto costose. 
Sembra che non ci accorgiamo che l’Italia non è più ricca come prima; che non cresce più; che stiamo raschiando il fondo del barile; che la Spagna, di cui un tempo sorridevamo, ci sorpasserà nell’economia come da tempo ci ha sorpassato nel turismo. Per non parlare della Francia, che in questo campo è prima nel mondo senza avere un decimo del nostro capitale artistico. Tutti continuano a parlare come avrebbe fatto il nonno miliardario, senza rendersi conto della reale situazione in cui siamo.
Molti, ad esempio, parlano seriamente di “aiutare gli africani a casa loro”, senza tenere conto né di quanti sono gli africani, né di quanto è grande l’Africa. In questo beneficiando dell’ignoranza impartita da una scuola permissiva e di manica larga.  Del resto si tende ad abolire sia lo studio della geografia (già fatto) sia della storia (si sta facendo).  Dimentichiamo quali sono le dimensioni dell’Italia nel globo terracqueo, forse perché nessuno ormai ha osservato un mappamondo.
Altri parlano di risanare il pianeta. Altri sognano di abolire tutto ciò che inquina, e Beppe Grillo è riuscito a parlare di decrescita felice. Cioè di gioioso impoverimento, come può fare soltanto qualcuno che non ha assaggiato la misera, e forse non l’ha neanche mai vista. L’impoverimento gioioso è impresa da anacoreti.
L’ecologia è divenuta una sorta di religione che richiede sacrifici umani. Noi siamo divenuti ospiti indesiderati e nocivi, sulla Terra. Non importa quanto ci costa, non importa quali sacrifici può comportare, se il tracciato dell’autostrada dà fastidio ai cervi, non sono i cervi che devono spostarsi, ma il tracciato dell’autostrada. I cervi hanno diritto alla Terra e noi no.
L’ecologia si è trasformata in misoneismo religioso. La plastica ha reso la nostra vita infinitamente più comoda e meno costosa di prima, dunque sia maledetta. 
E non basta che la mettiamo nell’apposito sacchetto, per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani e il suo riciclo, perché la raccolta differenziata non funziona al 100% e una parte della dannata plastica  non è riciclata. Dunque tassiamola, in modo che rincarino tutti beni nel cui confezionamento essa rientra. E quali sono questi beni? Purtroppo lo sono tutti. 
È un mondo demenziale. Quelli che stanno bene economicamente e pontificano in Parlamento (oltre che in televisione) impongono sempre nuovi balzelli agli strati più disagiati della popolazione. Come del resto fanno anche riguardo agli immigrati. Questi sono degli infelici che vanno accolti e accuditi a qualunque costo e in qualunque numero, ma in quartieri diversi dai quartieri alti.
Vorrei essere un cervo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com, 5 novembre 2019
P.S. Scritto prima della  vicenda Arcelor Mittal. Qui l’ecologia ha protetto la salute degli operai, ma non la loro alimentazione. Forse è un optional.



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POLITICA
4 novembre 2019
S'I FOSSE DI MAIO
Il Movimento 5 Stelle è in gravi difficoltà, basti dire che ad ogni elezione i suoi voti calano. Luigi Di Maio, fino a nuovo ordine, ne è il capo politico, e ci si può chiedere: sta agendo bene? Fa bene gli interessi suoi e del Movimento? A queste domande sembra non esserci risposta, se non quella che darà il tempo. Lo stesso Di Maio rimane ambiguo e non ci aiuta a capire: provoca tanto il Pd quanto Giuseppe Conte ma ciò non significa che voglia far cadere il governo, perché per lui sarebbe un disastro. E allora perché lo fa? Forse per predisporsi una base di consenso, all’interno del Movimento, quando tutto salterà in aria? Chissà. 
Altra perplessità. Le elezioni regionali in Umbria sono state una tragedia, ma non è una buona ragione per favorire la Lega, in Emilia, presentandosi da soli e spezzando l’argine anti-Salvini. Magari bissando il 7% ottenuto in Umbria. Neanche questo si capisce.
A volte per comprendere il prossimo può essere utile mettersi nei suoi panni, ma in questo caso, se io fossi Di Maio, non saprei che fare. Mettiamola così: per vincere un Gran Premio si deve essere grandi campioni. Ma bisogna anche avere un’eccellente auto di Formula 1. Se al miglior campione del mondo si dà un’auto lenta e instabile, neanche lui può fare miracoli. Così, per quanto riguarda il partito creato da Beppe Grillo, ecco la domanda onesta: è mal guidato o è in una crisi irreversibile? Di Maio non nuota nella stima universale ma è colpa sua se il Movimento 5 Stelle si va liquefacendo? Probabilmente no. 
Nel tempo della Prima Repubblica, la democrazia era bloccata, e la Dc è potuta rimanere al governo per un’eternità. Ma in una democrazia normale la prova del governo è esiziale quasi per ogni partito. Perché - soprattutto dalle nuove formazioni - gli elettori si aspettano la Luna e nessun partito può consegnarla. Così, dopo il momento della protesta e della speranza, gli elettori tornano ad uno dei vecchi partiti, e non perché lo stimino, non perché si aspettino chissà che da esso (ché anzi ne sono largamente delusi) ma perché lo giudicano “il meno peggio”. Il partito del “meno peggio” è il più grande, e soltanto quello dell’astensione può fargli concorrenza. 
Il Movimento per anni ha parlato di un rinnovamento etico (Onestà! Onestà!), economico, sociale, industriale e forse etologico. Il massimo delle speranze riassunte nella parola cambiamento. Qualcosa che i pentastellati non avrebbero promesso se avessero letto "L'Ancien Régime et la Révolution", di Alexis de Tocqueville. Infatti con la rivoluzione del 1789, la Francia è cambiata molto meno di ciò che si potrebbe pensare. Per giunta quel Paese sembra affezionato alle rivoluzioni, tanto che nel 1968 ne fece una inconcludente solo per tenersi in esercizio. Mentre l'Italia alle rivoluzioni è allergica. Come diceva Leo Longanesi, noi italiani vorremmo fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri. Figurarsi dunque quanto era probabile che qualcuno riuscisse a realizzare il programma del Movimento. E infatti i vecchi e i saggi ne risero. Ma i giovani, gli ingenui, i meno colti lo presero sul serio. E dunque oggi sono delusi.
Come se non bastasse, il comprensibile egoismo dei suoi stessi parlamentari  gli ha dato il colpo di grazia. Quando Salvini ha fatto cadere il governo, si sarebbe dovuti tornare alle urne. O - almeno - è quello che avrebbe dovuto desiderare il Movimento, almeno per dire: "Non abbiamo fatto i miracoli promessi perché quel fetente di Salvini ha fatto cadere il governo". Purtroppo, questa ragionevole soluzione entrava in conflitto con gli interessi degli eletti in Parlamento. Costoro erano tutt'altro che sicuri di ripetere l'exploit del marzo 2018. E allora il Movimento, divorziando dai suoi elettori, si è alleato col Pd. Così, dopo tanto gridare “Onestà, onestà!”, dopo aver proclamato per anni ed anni che non si sarebbero alleati con nessuno, perché nessuno era abbastanza puro, i parlamentari si dimostravano disposti ad allearsi con chiunque, anche col Diavolo, pur di non giocarsi la poltrona. La poltrona, fino ad ora, l'hanno salvata, ma non il Movimento. Ecco perché Di Maio ha tutte le ragioni per essere di pessimo umore. Ormai, qualunque cosa faccia, sbaglia. Almeno, questo è ciò che pensano gli altri. Mentre la realtà è che probabilmente quella macchina è un catorcio. L'esperienza di governo, insieme col cambio di casacca, ha piantato fra le scapole del Movimento un coltellaccio da salumiere, senza lasciargli scampo. 
E così, posso finalmente rispondere al dubbio iniziale. S’i fosse Di Maio, mi terrei stretta la (immeritata) carica di Ministro degli Esteri e poi, considerando che con questo esercito non posso vincere la guerra, lascerei la carica di capo politico, per non intestarmi la titolarità della sconfitta. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
       3 novembre 2019 



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POLITICA
1 novembre 2019
DEMOCRAZIA MALATA
Ognuno ha le sue manie. Una delle mie, è la voglia di capire. Una persona normale, se sente nominare per la prima volta Gotham City” si dice: “Sarà una sorta di Gomorra” e non se dà più cura. Io invece vado su Google per sapere di che si tratta. In un libro che leggevo ho visto nominare ripetutamente la Historia Augusta, di cui non sapevo niente, e sono andato a informarmi su Wikipedia. In una canzone di Charles Trenet ho sentito nominare dei “manilleurs” e, pur essendo il francese la mia competenza professionale, non sapevo che cosa fossero. Così ho saputo che sono coloro che giocano (o giocavano) a “manille”, una sorta di belotte, gioco che a sua volta somiglia alla briscola. Che me ne viene, di tutte queste curiosità? Niente. Solo la coscienza che ho anch’io le mie manie.
Ma la mania funziona anche in politica, un campo in cui le curiosità prevalgono di molto sulle risposte. Così mi scervello per capire e la maggior parte delle volte non capisco lo stesso. Ma il gioco rimane divertente e, se permettete, lo gioco con voi.
Sono a lungo vissuto in un mondo in cui i due poli della politica erano il comunismo da un lato, e il liberalismo cristiano e “progressista” dall’altro. Ora vivo da decenni in un mondo in cui il comunismo è morto – pace all’anima sua – e il liberalismo non è che stia tanto meglio. A parole sono tutti liberali, ma ognuno lo è con tante limitazioni e tanti correttivi che alla fine il modello di partenza è irriconoscibile. E allora, quali sono gli attuali poli della politica? La risposta è che i poli non ci sono più. Soprattutto sono scomparsi i poli magnetici e le bussole non funzionano. 
A questo proposito mi torna in mente un episodio della mia adolescenza. Chiesi a mio cugino quale fosse secondo lui lo scopo della vita e lui mi rispose che la sua vita aveva non uno, ma molti scopi. Cercai di spiegargli che “molti scopi” significa “molti alibi”, mentre lo scopo è, e deve essere, unico ed anzi tale da orientare tutti gli altri. Per esempio, per i cristiani, “lo” scopo è guadagnarsi la vita eterna. E questo scopo servirà a qualificare tutti gli altri. Giocare a scacchi è bene, perché ci si diverte e non si danneggia nessuno, calunniare può anche essere divertente ma è male, perché si danneggia il prossimo, e ciò è contrario alla legge divina. Non lo convinsi. 
I partiti attuali hanno soltanto molti piccoli programmi. I pentastellati hanno combattuto una crociata per il redditto di cittadinanza e contro Radioradicale. Salvini invece ha lottato contro i migranti come Renzi lotta contro Quota Cento. Ma nessuno di questi scopi è “il” programma come era il comunismo. Era una teoria sbagliata ma sarei stato in grado di descriverla a un bambino di dieci anni. Oggi, se dovessi spiegare il programma del M5s a un ragazzino, che cosa dovrei dirgli? “Impara a gridare vaffanculo!”?
La nostra società non crede più a niente. Soprattutto non crede nel liberalismo, perché tende a optare per lo stato etico e sostanzialmente sovietico. Accetta che il Leviathano si occupi di tutto, regolamenti tutto, e invada la vita dei cittadini più di quanto la famiglia tradizionale invadesse la vita di un minorenne. E il risultato è il disorientamento.
Naturalmente i fautori di questo genere di Stato hanno le migliori intenzioni del mondo, ma la spinta va  oltre lo scopo per cui era prevista, fino a trasformarsi in un’ipertelìa. Le corna del cervo sono certo un’arma impressionante, ma a forza di essere grandi e ramificate, possono provocare la morte della povera bestia, se rimane impigliata in un albero. 
La democrazia soffre di ipertelìa. Vuole essere talmente buona, che rischia di mettere in crisi la sua stessa esistenza. Uno Stato invadente è anche uno Stato molto costoso e così scontenta i cittadini. La democrazia dei flemmatici inglesi è figlia della protesta contro le tasse. Né diversamente sono nati gli Stati Uniti. Lo Stato che vuole occuparsi della salute, dell’istruzione, della sicurezza, e di ogni aspetto della vita dei cittadini, alla fine fa troppe cose, le fa male, e rischia la crisi di rigetto. Quegli stessi cittadini che l’avevano invocato scendono in piazza e spaccano tutto. 
La nostra società è malata di Stato. E non s’intravede la guarigione. Nessuno distingue democrazia da eccesso di aspettative dalla democrazia, e il risultato è che, perfino i più riflessivi credono che l’alternativa sia l’autocrazia. Senza capire che l’ubriacatura non è colpa del vino, ma del fatto che se ne è bevuto troppo. 
La soluzione del problema non è per domani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
31 ottobre 2019
DEMOCRAZIA AUTOLESIONISTA
In questo momento il mondo è infiammato da violente proteste di piazza, dal Cile al Libano, da Hong Kong alla Catalogna. In democrazia le dimostrazioni non sono notizia, mentre non se ne vedono nei regimi dittatoriali. Addirittura, in quelli pressoché criminali (si pensi a Stalin) non soltanto non si protesta nelle piazze, ma tutti sono impegnati – volontariamente o no – a tessere le lodi del tiranno.
Se si vuole esaminare il problema delle proteste bisogna dunque occuparsi delle democrazie. Perché non sono gli uomini oppressi quelli che protestano, ma gli uomini cui è concessa la libertà di protestare. Anche se non sono oppressi. Dunque i privilegiati sono quelli che si lamentano di più. E tutto questo merita una spiegazione.
Per secoli e secoli, la forma di governo più corrente - monarchia assoluta, oligarchia, dittatura o tirannide - è stata l’autocrazia. Un regime sempre caratterizzato dal fatto che il potere appartiene al Capo, che lo esercita nel proprio interesse, e al massimo in quello dei suoi parenti ed amici. È vero che in questo caso il popolo dispone di un estremo rimedio: il tirannicidio o la rivoluzione. Ma quando la temperie storica e sociale volge all’autocrazia, al tiranno ucciso di solito ne succede un altro.
È soltanto quando le condizioni sociali fanno finalmente nascere la democrazia che il quadro cambia. Con la democrazia, il governo può essere deposto senza spargimento di sangue e il popolo ha la sensazione di poter determinare la condotta dello Stato. Ma questo tipo di regime, come diceva Churchill, pur essendo migliore di tutti, rimane pessimo. 
Quando il potere passa dall’autocrate, che governa nel proprio esclusivo interesse, al popolo, è il popolo che governa nel proprio esclusivo interesse. O quello che percepisce come tale. E in questo si sbaglia spesso. Chi perde lo stipendio del mese in una partita a poker, lo ha certo speso nel proprio interesse, ma ha fatto la cosa giusta? Come farà, per il resto del mese?
Il sovrano assoluto ha tendenza a volere per sé ogni vantaggio e a rinviare ad altri ogni sacrificio per mandare avanti la baracca. Il popolo tende a fare lo stesso, con la differenza che, mentre il re faceva pagare i suoi capricci ai sudditi, il popolo non può girare la fattura a nessuno. Per giunta, mentre il re aveva dei ministri che andavano a riferirgli la situazione delle finanze dello Stato (che il sovrano considerava cosa propria) il popolo vive nell’illusione – incoraggiata da molti interessati demagoghi - che le finanze riguardino qualcun altro. Per questo è favorevole alle spese, ai regali, ai sussidi, e ad ogni forma di prodigalità. Perché vive nella convinzione di esserne il beneficiario e di non doverli pagare. Sembra ignorare che in democrazia i benefici che il popolo riceve non li paga “qualcun altro”, come gli suggeriscono i demagoghi, ma esso stesso, con una crescente e asfissiante pressione fiscale. Una tassazione  che alla fine comincia a strangolare la nazione stessa. Come avviene in Italia, per non andar lontano.
È un tremendo circolo vizioso. I demagoghi, nella speranza di averne il voto, fanno nutrire al popolo le più folli illusioni, e infine il popolo si accorge che si trova costretto a pagare uno Stato che, alla resa dei conti, gli dà meno di quel che gli chiede. Facciamo un po’ di fantaeconomia. Se vogliamo avere il vantaggio di circolare in automobile, è naturale che dobbiamo essere assicurati per i danni a terzi. E infatti ci assicuriamo. Ma la polizza è costosa, e qualcuno potrebbe sognare di pagare di meno, essendo assicurato presso lo Stato. Basterebbe che lo Stato aumentasse un po’ la tassa di proprietà del veicolo. Un progetto del genere apparirebbe seducente a molta gente. Ma sarebbe un affare? Assolutamente no. Se l’assicuratore fosse lo Stato, verrebbe a mancare la concorrenza fra le varie Compagnie e la polizza costerebbe di più. Inoltre lo Stato è un pessimo amministratore, ed opera a costi maggiori di quelli dei privati, basti vedere la differenza dei bilanci fra la Rai, che pure ha il canone, e Mediaset, che quel canone non ha. Infine lo Stato sarebbe meno interessato e meno occhiuto, quando si tratta di scoprire le truffe all’assicurazione, perché lo esso è un pessimo protettore dei propri interessi. Insomma, se mai il popolo ottenesse che lo Stato si occupi dell’assicurazione delle automobili, i proprietari delle automobili finirebbero col pagare molto più di quello che pagano oggi.
E in Italia, in questo campo,  abbiamo un caso che non è di fantaeconomia: il Servizio Sanitario Nazionale. La gente è convinta che lo Stato ci curi gratis, e non capisce che, se qualcuno proponesse l’assicurazione obbligatoria contro le malattie con Società di Assicurazioni private, spenderebbe di meno. Proprio per le ragioni dette prima. a proposito della rca. Gli sperperi, per cominciare, sarebbero subito impossibili. Ma ecco la domanda dalle mille pistole: c’è qualcuno che si sente capace di spiegare che la fine del Servizio Sanitario Nazionale sarebbe un vantaggio, per i cittadini? L’illusione della gratuità vince contro qualunque ragionamento.
E così si capisce la protesta. Da un lato illusioni sempre più grandi, dall’altro un’oppressione fiscale sempre più pesante. Ma  è uno scontento che non conduce da nessuna parte.  Infatti la soluzione sarebbe riuscire a spiegare al popolo che nessun pasto è gratis. Che se lo Stato fa per noi qualcosa che potremmo fare noi stessi, otterremo quello che avremmo ottenuto dandoci da fare da soli, meno ciò che lo Stato ha dovuto spendere per far funzionare la sua enorme e inefficiente macchina. Altro che gratis. 
Le democrazie sono malate dell’elefantiasi di uno Stato che spende troppo, e male, per fare le troppe cose di cui lo incarichiamo. Ed esso per giunta mette in giro un’eccessiva quantità di illusioni. Ma non c’è modo di uscirne. Ognuno spera che paghino gli altri, e in fine dei conti paghiamo tutti. 
Per finire da dove si era cominciato, in democrazia spesso la gente protesta perché vuole ottenere di più dallo Stato, senza pensare che così otterrà di pagare più tasse..
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      31 ottobre 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 31/10/2019 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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