.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
22 maggio 2019
IL GOVERNO CADRA'? IL PUNTO DI VISTA DI FREUD
Il governo cadrà o durerà? I motivi per l’uno o per l’altro esito sono numerosi e consistenti. E val la pena di indicarne almeno alcuni. 
I motivi per la rottura sono i più evidenti. I due partiti della coalizione sono diversi in tutto: programmi, ideali, storia politica (i “grillini” non ne hanno alcuna), e per giunta devono fronteggiare una situazione economica di cui non sono colpevoli, ma che hanno contribuito ad aggravare. Le prospettive hanno sbocchi disastrosi o dolorosi, di quelli che condannano all’impopolarità. Inoltre i due leader non hanno stile o forse sono convinti che la volgarità, la demagogia e l’approssimazione paghino più che il realismo e la ragionevolezza
Dunque assistiamo a una rissa continua. Un chiasso da comari in lite che potrebbe da solo portare alla rottura. Si sa, quando si lotta per gioco, finisce che l’escalation della violenza trasformi il gioco in guerra. Ce n’è ad abundantiam perché si rompa. Ma la realtà spesso va contro ciò che ci sembrava ovvio. Avendo esaminato un coleottero estremamente massiccio e pesante, con delle ali esili e corte, un ingegnere aeronautico decretò: “Questa bestia non potrà mai volare”. Ma di fatto il coleottero vola. E analogamente il collante del potere (e, nel caso del M5s, la quasi impossibilità di ritrovarlo dopo averlo perduto) opera potentemente per tenere insieme i litiganti che ogni due o tre sberle si giurano eterno amore.
Fra un anno i commentatori condannati dal Fato a far finta che ne sanno molto più dei loro lettori, diranno che “era ovvio che accadesse” ciò che è accaduto. Basterebbe riprendere una delle due serie gli argomenti sopra esposti, per indovinare che cosa scriveranno. Ma sarà la solita profezia del passato. Quello che noi tutti ameremmo conoscere è il futuro, ed esso è  tutt’altro che ovvio, come ci insegna il coleottero. Per esso al massimo possiamo scommettere, ma non con la presunzione di chi dice: “Andrà così”, come fanno i temerari. Si può scommettere seguendo il sistema dei bookmaker anglosassoni, senza essere sicuri di nulla:  “Io attribuisco alla caduta del governo entro un anno tre possibilità su cinque, tu gliene assegni solo due, e allora se cade entro un anno tu mi dai due, se non cade io ti do tre. 
Per fortuna, in questo gioco delle probabilità, un trucco freudiano ci fornisce l’opinione degli interessati, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pubblicamente dichiarano; “Questo governo durerà tutta la legislatura”, anche se dietro la schiena tengono  il coltello con cui potrebbero assassinarla domattina. E invece quello che pensano realmente lo rivelano per via indiretta, come avviene col lapsus o col “mot d’esprit” del caro Sigmund. Di Maio insulta e provoca Salvini ma poi aggiunge che il governo non cadrà. Matteo Salvini, uomo tutt’altro che mite, per il momento incassa, contando di restituire i colpi con gli interessi in futuro, e tuttavia anche lui assicura che il governo non cadrà. Che significa tutto ciò? Semplicemente che ambedue pensano che il governo cadrà (se non lo pensassero non ne parlerebbero) ma sin da oggi vogliono far credere che sarà per colpa dell’altro.
Come quel marito che diceva: “Io non voglio rompere la famiglia, soltanto perché ho un’amante. Se vuole, che se ne vada mia moglie”, mentre questa diceva: “Io non voglio rompere la famiglia soltanto perché mio marito ha un’amante, ma un amante me lo sto cercando anch’io”. Chi chiamerebbe questo rapporto “amore eterno”?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/5/2019 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 maggio 2019
PERPLESSITA' SULLA SEA WATCH
C’è una notiziola, sentita per caso, che potrebbe avere la sua importanza. La Sea Watch 3, la nave che fino ad avant’ieri era alla fonda dinanzi a Lampedusa, dopo avere trasbordato gli emigranti su alcune motovedette italiane, è stata sequestrata. Conseguentemente è stata indirizzata verso il porto di Licata, dove andrà ad affiancarsi alla nave Mare Ionio, anch’essa sequestrata per  analoga vicenda.
Riguardo a queste vicende ho tante di quelle perplessità che chiedo lumi a tutti. La prima domanda  riguarda il contrasto fra il Ministro dell’Interno e la magistratura: che cosa prevedono le leggi, in un caso come quelsto? Mi sembrerebbe infatti gravissimo che un politico si arroghi un potere che non ha, ma non meno grave mi sembrerebbe che, avendo lui quel potere, si vedesse poi scavalcato dall’ordine di un funzionario di Stato come è un qualunque magistrato. Come mai nessuno accusa pubblicamente l’uno o l’altro? D’accordo, io sono un ignorante. Ma lo sono anche tutti gli altri? O sono improvvisamente diventati muti? Come mai nessuno ha scritto un rigo per indicare quale norma di legge ha applicato il Procuratore di Agrigento? Come mai nessuno ci ha fatto ridere indicando quale stupidaggine abbia detto Matteo Salvini,quando ha  ipotizzato di denunciare il magistrato? E se non era una stupidaggine, perché i giornali non sono indignati, dinanzi alla tracotanza di un Procuratore della Repubblica? 
Pare impossibile che tutti siano pronti a sproloquiare su qualunque argomento e poi, in un caso del genere, non si cominci col vedere che cosa dicono le leggi. Anche perché, se esse non esistono, e la decisione è politica, l’ordine dato dal Procuratore di Agrigento costituirebbe un evidente abuso di potere. Dunque, a costo di iessere ripetitivi: : qual è la norma che regge il caso?
Parlando in generale, nessuna nave ha il diritto di attraccare in un nostro porto senza il nostro consenso. Nessuno straniero può varcare la frontiera se l’Italia non glielo consente. Non soltanto egli deve presentare un documento di identità valido, ma il nostro Paese può vietargli di entrare anche se quel documento ce l’ha, in base al proprio discrezionale criterio di opportunità. Per entrare negli Stati Uniti io stesso, il cittadino incensurato di un Paese appartenente da sempre alla Nato, ho dovuto ottenere un visto. Cioè un permesso ad personam, rilasciato da funzionari di Washington che avrebbero ben potuto negarmelo. Dunque i migranti irregolari possono essere respinti o perché sforniti di documenti; o, singolarmente, per motivi di opportunità;  o in base ad una legge che permette l’ingresso soltanto a turisti in possesso di denaro sufficiente per il soggiorno previsto. A New York, prima di farmi uscire dall’aeroporto, mi hanno fotografato, mi hanno preso le impronte digitali, mi hanno chiesto in che albergo sarei andato a dormire e a momenti mi chiedevano che numero di scarpe porto.  In conclusione, non si può credere che il Procuratore di Agrigento sostenga che bisogna accogliere chiunque si presenti. Né quella nave era in pericolo: il mare non era grosso ed essa poteva benissimo riportare i presunti naufraghi in Libia, o depositarli a Malta, oppure in Tunisia, oppure andare a portarli in Olanda, visto che la nave batte bandiera olandese. Salvini, a naso, ha perfettamente ragione, giuridicamente. Ma, ammesso che abbia torto, perché non ci si dice perché ha torto?
E poi ci sono delle perplessità un po’ meno formali. Ammettiamo che il Procuratore di Agrigento abbia ordinato quello sbarco per motivi umanitari. Dunque perché d’accordo con l’Organizzazione Non Governativa Sea Watch. Ma se così fosse, perché poi sequestra la nave? O condivide quel trasporto di migranti, e la Sea Watch è un’organizzazione umanitaria, oppure sospetta quella nave di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e allora i migranti vanno respinti. Per esempio costringendo la nave a lasciare le acque italiane, dopo avere arrestato il capitano.
Non basta. È vero che l’azione della magistratura è sembrata contro Salvini e a favore della Sea Watch, ma se poi la nave è sequestrata e tenuta in un porto italiano per un tempo lunghissimo, come già è avvenuto per la Mare Ionio, siamo sicuri che la magistratura italiana sia benevola verso l’o.n.g.? Respingendo il natante e costringendolo a dirigersi altrove, i migranti sarebbero comunque arrivati in Europa e la nave sarebbe stata libera. Attualmente invece la prodezza di entrare nelle acque territoriali italiane, benché diffidata dal farlo, è costata alla Sea Watch la perdita della nave o – ad andar bene – la disponibilità di essa per parecchi mesi, come avvenuto per la Mare Ionio. E chi dice che lo Stato italiano non passi dal sequestro alla confisca? Non so in che misura il traffico di immigranti clandestini sia assimilabile al contrabbando, ma la legge sul contrabbando prevede la confisca e la distruzione dei mezzi di trasporto usati per commettere quel reato. A questo punto le o.n.g. sarebbero tanto ricche da continuare a fingere di salvare dei naufraghi , sapendo che ogni attracco in un porto italiano gli costa una nave?
La funzione dei giornali dovrebbe essere quella di informare i cittadini, non di partecipare alla rissa quotidiana. E questo vale anche per la Chiesa, per l’Onu, per le anime belle, per il governo e per i giuristi. È tanto difficile farci sapere come stanno le cose? E se non lo sanno, perché non si informano? Urgono risposte.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      



permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/5/2019 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 maggio 2019
UN POPOLO INTELLIGENTE MA STUPIDO
La sovranità appartiene al popolo. Queste parole del primo articolo della Costituzione Italiana oggi sono un’ovvietà. Qualcuno chiederebbe: “E a chi volete che appartenga?”
Eppure l’esercizio della sovranità non è cosa semplice: essendo il supremo comando, è anche la suprema responsabilità; e, mentre l’autocrate risponde delle sue decisioni alla storia, (o ai congiurati che lo assassinano) il popolo non ne risponde a nessuno e le paga in prima persona. La Costituzione ha cercato di proteggerlo da sé stesso, aggiungendo che la sovranità dovrà esercitarla “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma il popolo ha anche il diritto di mettersi nei guai, provando ad adottare per esempio la democrazia diretta, e magari internettiana.  
Ciò che la Costituzione intendeva, con quella limitazione, è che la massa non ha la competenza per governare e dunque deve necessariamente delegare questo compito ai suoi migliori rappresentanti. E tuttavia questo problema si inquadra in in un ambito più vasto. 
La democrazia è il miglior regime inventato dall’umanità ma ciò – come aveva ben visto Voltaire - nella misura in cui il popolo è colto e maturo. E infatti, nella maggior parte degli Stati islamici e spesso altrove, la democrazia, anche se tentata, non attecchisce e finisce col volgersi in autocrazia. Ecco perché Oriana Fallaci aveva torto, quando rivedeva le bucce del governo di Reza Pahlavi. Questi aveva perfettamente ragione obiettandole che non avrebbe dovuto sperare di trovare, in Iran, una democrazia come quella inglese. 
In questo quadro, come è sistemata l’Italia? Male, si direbbe. Il Paese, benché sinceramente democratico, prevalentemente colto (se contrapponiamo cultura ad analfabetismo) e composto da persone sveglie, ha dei difetti che lo mettono in pericolo, in particolare un’insufficiente percezione della realtà. 
Per esempio, quando si tratta di valutare sé stessi, gli italiani sembrano soffrire di una forma di schizofrenia. Per evitare il disprezzo di sé, sono capaci di immaginarsi vincitori della Seconda Guerra Mondiale e il 25 aprile di ogni anno festeggiano la “Liberazione”: come se loro fossero stati oppressi da non si sa chi. E a nessuno viene da ridere. Mentre in realtà l’Italia era stata fascista finché le cose andavano bene, al punto che gli Alleati pretesero da noi, come dalla Germania, la “resa senza condizioni”. Questa “rimozione” della storia richiederebbe un Piano Marshall per pagare un esercito di psicoanalisti.
Purtroppo pecchiamo anche  nella direzione opposta. Di contro a questa assurda autoassoluzione, pensiamo di essere il Paese più corrotto del mondo, di avere un alto tasso di criminalità, di essere degli incapaci e insomma che tutti sono migliori di noi, una giaculatoria di ingiustificate autofustigazioni. Ma poi, ulteriore piroetta, ci assolviamo da queste pecche dando la colpa di tutto al malgoverno. Come se non lo avessimo eletto noi e come se i suoi componenti non fossero nostri connazionali. 
Presi ad uno ad uno, siamo individualisti, scaltri, e capacissimi di proteggere i nostri interessi anche a costo di andare contro la legge. Quando invece si tratta dell’amministrazione dello Stato, dimentichiamo il buon senso e diventiamo idealisti, estremisti, collettivisti e, in una parola, stupidi. Vorremmo uno Stato perfetto e onnipresente, amministrato da angeli non italiani, capace di guidarci e accudirci dalla culla alla tomba. Insomma un’Amministrazione che si faccia carico (gratis), di tutti i nostri problemi. Il risultato è che uno Stato parassitario ci carica di tasse e non ci fornisce ciò che ci aspettavamo. Infatti ha, come prima spesa, l’autofinanziamento.
A tutto questo si è recentemente aggiunto un fenomeno, prova finale del delirio. Dopo avere voluto lo Stato com’è, ci siamo talmente arrabbiati contro di esso da chiederne la fine. Come chi dicesse: “Basta, voglio un altro universo”. E questo è ciò che hanno offerto i Cinque Stelle, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Si può dire del popolo italiano quello che un amico inglese diceva di suo figlio: “È tanto stupido quanto è intelligente”. Ed era molto intelligente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/5/2019 alle 13:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 maggio 2019
SALVINEIDE
Per uno che è ateo, materialista e determinista, l’uomo è, se non una macchina, un essere immerso, come tutto il resto dell’universo, nella catena causale. Questa catena, almeno dal nostro punto di vista, è influenzata da una casualità prospettica (perché noi non possiamo avere nozione di tutte le cause operanti), ma l’altra componente è ciò che il singolo è. Se ama le motociclette e per temperamento è imprudente, per lui è più probabile che per un altro morire in un incidente. 
Per il singolo è del tutto impossibile conoscere il futuro, ma qualche previsione si può azzardare. Memorabile, in questo campo, il momento in cui Gianfranco Fini prese a fare la guerra a Berlusconi. Memorabile perché evidentemente quella strada non aveva sbocco e bastò aspettare per averne conferma. Fini fu letteralmente cancellato dalla realtà. La legge di causalità aveva fatto l’intero suo corso.
Oggi ci si può chiedere quale potrà essere il futuro di Matteo Salvini, che ha ereditato, o piuttosto preso in mano, un partito pressoché agonizzante e gli ha ridato nuova vita. In breve ha realizzato il miracolo di rivitalizzare la Lega, portandola ad un risultato elettorale mai visto, sopravanzando Forza Italia. Un’impresa pressoché napoleonica. In seguito, pur essendo alleato di un partito di incompetenti scervellati, è riuscito a sopravvivere un anno e l’ha fatto cavalcando un solo cavallo, il contrasto all’immigrazione. Ma era un cavallo di battaglia, perché gli italiani erano esasperati. Infatti ha più che confermato quel miracolo, col raddoppio – nelle intenzioni di voto - del già mirabolante esito delle elezioni. Un uomo eccezionale, dunque. Ma è lecito chiedersi in che misura il suo temperamento lo destini ad un successo duraturo. 
Sono esistiti personaggi che il successo se lo sono costruito piano piano, nel corso di molti anni, senza mai sbagliare una mossa, senza mai doversi rimproverare un maldestro atto di spontaneità. Il massimo esempio è stato Giulio Andreotti. Un uomo dall’approccio mite e benevolo, dotato di humour, che si poteva persino sottovalutare, e che invece era così presente a sé stesso, così cosciente di chi aveva di fronte e della situazione in cui si trovava, che proprio non c’erano rischi che sbagliasse una parola. La sua freddezza era tale che non sarebbe stato difficile immaginarselo mentre dava del lei alla sua stessa immagine nello specchio. Andreotti era veramente “per tutte le stagioni”, nel senso positivo che Shakespeare dava a questa espressione. 
Viceversa sono esistiti uomini di successo simili a cavalli da corsa, dal carattere impetuoso e vincente. Capaci di imprese memorabili, ma anche di imprudenze, eccessi, errori. Alessandro Magno, per esempio, era tutt’altro che un esempio di equilibrio. Per non parlare di Hitler, personaggio – oltre che criminale – passionale, visionario, squilibrato, collerico, paranoico. Ha accumulato tanti errori che sarebbe stato stupefacente un duraturo successo, non una tragica fine. E infatti, se non si fosse ucciso, sarebbe stato certamente impiccato.
Salvini non ha il temperamento di Andreotti. È un attore eccessivo, esplosivo, fiammeggiante. Oltre che (volutamente?) fin troppo volgare. Tutto ciò, normalmente, dovrebbe condurlo alla rovina in breve tempo. Ma, a differenza di Fini, sembra intelligente. Non nel senso che Fini fosse uno stupido, ma nel senso che la sua intelligenza si coniuga col buon senso. Salvini è pragmatico e in questo campo – se pure con uno stile opposto – somiglia ad Andreotti. Se si accorgesse di avere imboccato una strada sbagliata, non esiterebbe a fare marcia indietro, forse perfino a chiedere scusa. Infatti come Stella Polare ha uno sconfinato amore per sé stesso e nessuna ideologia. 
Queste qualità ne fanno un personaggio sostanzialmente imprevedibile. Se, seguendo il suo temperamento, si rovinasse con le sue stesse mani (per esempio apparendo troppo in televisione, parlando troppo, scrivendo troppo sulla Rete, commettendo qualche clamorosa gaffe) nessuno potrebbe stupirsene. Anzi, diremmo tutti che era fatale finisse così, date le premesse del suo carattere. Ma è anche vero che questo camaleonte, accortosi che la demagogia, l’aggressività e, ancora una volta, l’eccesso, non pagano, sarebbe capace di mutare improvvisamente pelle, divenendo ragionevole, mite, rassicurante e serio. In questo caso tutti scriveremmo che era da prevedere: la maschera del demagogo volgare ed eccessivo l’ha indossata soltanto finché il pubblico l’ha applaudita. Dunque, quale che sia l’esito, meglio non scrivere: “Ve l’avevo detto”. Perché nessuno potrebbe dircelo. Nel suo caso, a parte gli imprevisti della Fortuna (come sempre del tutto determinanti), in futuro sarà più forte il suo temperamento o il suo cervello? Il cavallo o il cavaliere?
Questo mattatore è vagamente shakesperiano, nel senso di colorato, eccessivo e pressoché paradigmatico. La sua stessa rozzezza, per esempio, è grandiosa, classica, quasi sofoclea. Nel lungo termine egli è soltanto un interrogativo. Nel breve, ci si chiede come uscirà da questa scena. Infatti se, come dicono tutti, questo governo non durerà, egli dovrà immediatamente trovare o una collocazione politica, o comunque una linea di comportamento per far fronte ai colossali problemi di fine anno. E stavolta non bisognerà comprare popcorn, ma qualche chilo di calmanti e ansiolitici. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      19 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/5/2019 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 maggio 2019
DELITTO DI FORMAZIONE MAINSTREAM
Da sempre, in materia di scuola, si gioca sul contrasto fra formazione e informazione. Tutti, sulla scia di Montaigne che diceva di preferire “une tête bien faite” a “une tête bien pleine” (una testa ben fatta a una testa ben piena) si sono sbracciati a dire che la scuola deve formare, non informare. E così l’informazione è stata tradotta in nozione, la nozione in informazione inutile e il tutto in un concetto universalmente esecrato: il nozionismo. 
La lotta contro il nozionismo è stata vincente. Oggi infatti molti laureati non hanno nessuna traccia di questo difetto e credono che le colonne d’Ercole siano quelle che fece crollare un gigante israeliano, quello che disse: “Muoia Maciste con tutti i Maccabei”. Purtroppo, la realtà non si lascia incantare dalle formule e nei fatti continua a chiedere come si possa formare una testa, se quella testa non è orientata nel tempo (storia), nello spazio (geografia), e nella logica (matematica). 
La formazione è il coronamento dell’informazione ben digerita e condita di riflessioni critiche. Una testa ben vuota non sarà mai una testa ben fatta. Montaigne, per parte sua coltissimo,  sarebbe sicuramente d’accordo, lui che bambino ha parlato latino prima che francese. 
La capacità di riflessione critica dovrebbe essere la missione finale di tutta la scuola. I docenti dovrebbero essere obbligati per legge a non essere mai filogovernativi. Oppure, essendolo, a non dimostrarlo. La scuola non assolve il suo compito proclamando con passione le idee universalmente accettate ma al contrario spiegando come è potuto avvenire che persone perbene e in buona fede abbiano potuto essere antisemite e a favore delle leggi razziali. Questo è capire la storia, non condannare il passato secondo i parametri del presente. Solo in questo modo si possono mettere in guardia i ragazzi contro le idee sbagliate. Ai fascisti bisognerebbe spiegare come si può essere comunisti, e ai comunisti come si possa essere fascisti. Del resto non sarebbe difficile, dal momento che ambedue sono ideologie estremiste e semplicistiche. Oltre che intolleranti. A tutti bisognerebbe ripetere: “Non ridete della caccia alle streghe. Se foste vissuti allora, tutti voi ci avreste creduto, come ci credevano tutti. Allenatevi a pensare che ciò che dicono tutti potrebbe essere falso”.
Io ho insegnato in classi in cui l’unico anticomunista ero io. Così ai ragazzi dicevo ridendo: “So che voi mi considerate fascista, perché non sono di sinistra. Ma durante il fascismo, essendo un liberale,  io sarei stato antifascista, mentre voi, pensandola tutti nello stesso modo, sareste stati fascisti”.
Per tutte queste ragioni mi ha addolorato la notizia di una professoressa palermitana sospesa dal servizio e dallo stipendio per quindici giorni per non avere impedito che i suoi studenti creassero un video in cui si paragonava Salvini a Hitler, e il suo decreto sicurezza alle leggi razziali. Quella donna avrebbe potuto essere una mia allieva, cioè una cara ragazza allineata sulle idee dei suoi compagni comunisti. Forse non ha avuto neanche un solo professore che le abbia insegnato ad essere per principio contro il mainstream, quale che sia. Ma questa professoressa, a cui probabilmente nessuno mai ha insegnato il pensiero critico, come potrebbe insegnarlo a sua volta? E come potrebbe immaginare che ciò che è stato ovvio per tanti decenni (per esempio che tutti i politici di destra sono antidemocratici e possibilmente criminali) possa ad un certo momento divenire anatema? Lei stessa avrà anche insegnato che i partigiani erano buoni (tutti) e i repubblichini cattivi (tutti), che i partigiani hanno vinto la guerra contro i nazisti e che l’Italia non è mai stata fascista, ma soltanto vittima del fascismo. Insomma tutta la serie di falsità su cui si regge il conformismo.
D’accordo, la docente non è una ragazzina, ma avere oggi sessant’anni significa avere avuto quindici anni nel 1974 e posso certificarvi, perché c’ero, che in quel tempo i ragazzi, salvo alcuni coraggiosi disadattati, erano comunisti. Perché questo gli insegnavano i docenti. E se qualcuno non era nemmeno socialista, era considerato un fascista. 
La professoressa di Palermo è un po’ come quei giapponesi che, perdutisi e rimasti soli nella giungla, non si sono arresi e sono stati pronti a combattere inesistenti americani ancora anni dopo che la Seconda Guerra Mondiale era finita. Perché nessuno li aveva avvertiti. Forse quella signora ha incoraggiato i ragazzi a dire peste e corna di Matteo Salvini come forse un tempo lei è stata incoraggiata a dir male di Giorgio Almirante. E nessuno l’ha avvertita in tempo che, una volta al potere, la destra può essere intollerante come la sinistra. 
Una scuola formativa sarebbe una scuola in cui, invece di insegnare un ragionamento esatto, si esponesse un ragionamento inesatto, invitando i discenti a scoprire dov’è il difetto.  Il primo che ha detto che “la verità è inconoscibile” si sarà creduto intelligente. Ma veramente intelligente è stato colui che ha distrutto l’intero scetticismo chiedendo: “Ma è vero che la verità è inconoscibile?” Perché a questa domanda non si può rispondere né sì né no.  In ambedue i casi si distrugge lo scetticismo. Viva i greci dell’antichità, non fosse altro che per avere avuto uomini così.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 18/5/2019 alle 6:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 maggio 2019
COSTRETTO A PROFETARE
Carlo Guastamacchia, un amico alla cui affettuosità non potrei mai dire di no, mi sfida con queste parole: “I tuoi ultimi scritti sono inconfutabili cahiers de doléances, dai quali deduci quadri apocalittici mai dettagliatamente descritti”; “Per favore mi (ci) sai descrivere cosa si verificherà il giorno del tracollo?”
Potrei rispondergli che non lo so, ma sono abbastanza umile per tentare di spiegarmi. Anche se, quando si parla di futuro, il dubbio riguarda soltanto la percentuale di errore.
Comincerò con un parallelo. Immaginiamo un commerciante chiaramente in dissesto. Presto non avrà più credito con i fornitori, sicché dovrà chiudere l’impresa. E per sapere questo non occorre la Sibilla. Ma che cosa in concreto accadrà dopo, nessuno può dirlo. Innanzi tutto potrebbe non succedere quasi nulla. I creditori potrebbero rassegnarsi: che ci guadagneranno a richiedere il fallimento? In questi casi i chirografari rimangono a becco asciutto e sarà grasso che cola se si riuscirà a pagare lo Stato e il curatore. Ma qualcuno potrebbe non rendersi conto che questo è l’esito inevitabile, e tentare la carta giudiziaria. Oppure avere ragione di credere che ci sia ancora qualcosa da spremere, da quell’uomo. O infine potrà essere seriamente arrabbiato  col fallito, a causa della sua malafede, e richiedere il fallimento quanto meno per punirlo. Come saperlo prima?
Non basta. Di che fallimento si tratterà? Un normale fallimento o il magistrato ravviserà una bancarotta? E poi, semplice o fraudolenta, per la quale è obbligatorio il mandato di cattura? Le incognite sono molte. Una sola cosa è certa: il commerciante non avrà di che divertirsi. Dunque non è che la Sibilla non sia stata capace di specificare le conseguenze negative della situazione: è soltanto che la loro configurazione concreta dipenderà da molti fattori. Ma sulla loro drammaticità non ci sono dubbi.
L’Italia è indebitatissima. I creditori sono sempre meno disposti a farle credito. È questo che denuncia l’aumento del differenziale rispetto agli interessi richiesti per i titoli tedeschi. Questi sono appetibili anche se non rendono niente, i nostri si avviano a tassi intorno al 3%, cioè un’enormità, considerando che ogni anno piazziamo sui mercati qualcosa come quattrocento miliardi di euro di cartelle. E se noi insistiamo a far aumentare il debito, potremmo arrivare al momento in cui gli investitori non si sentiranno di rischiare il loro capitale, nemmeno se offriamo interessi altissimi. E a questo punto non saremmo in grado di far fronte alle nostre necessità. Nel senso che non avremmo euro a sufficienza per pagare i titoli in scadenza. Oltre che per comprare petrolio, e non solo petrolio, dal momento che dipendiamo dalle importazioni per mille cose, dal caffè alle automobili. 
A questo punto l’Europa potrebbe cercare di salvarci, ipotesi uno, oppure, ipotesi due, potrebbe buttarci fuori dall’euro e dall’Unione Europea. Sempre che abbia questa scelta, infatti la decisione potrebbero prenderla autonomamente i mercati. Comunque partiamo dalla prima ipotesi. Ammettendo che l’Unione abbia la forza e la volontà di salvarci, è ovvio che non lo farebbe gratis (1). Infatti l’unica ragione per farlo sarebbe che il fallimento dell’Italia sarebbe molto costoso anche per gli altri Paesi. E per conseguenza, in tanto ci aiuterebbe, in quanto il non aiutarci le costerebbe anche di più. Se la Francia – per dire – ha trecento miliardi di euro in titoli italiani, è ovvio che sarebbe disposta ad affrontare soltanto un sacrificio inferiore a trecento miliardi. Cinquanta miliardi? Ma quei miliardi dovremmo pagarli noi. 
E poiché anche la Germania ed altri Paesi hanno i nostri titoli, è chiaro che, per tenerci la testa fuori dall’acqua, e per ricuperare in parte i loro soldi, ci chiederebbero di cedergli il volante. Da un giorno all’altro avremmo la scelta tra essere un Paese fallito, cui nessuno fa credito, oppure un Paese che ha svenduto la propria indipendenza ed è eterodiretto. Bruxelles, non Roma, capitale. 
Quanto all’ipotesi due, cioè il fallimento puro e semplice appena delineato, non credo sia necessario descriverne le conseguenze. Basta pensare alle conseguenze del fallimento privato. Oggi paghiamo il petrolio con l’euro, una moneta forte. Domani, tornando alla lira, dovremmo lo stesso pagare in euro o in dollari, e questi euro e questi dollari dovremmo “comprarli” con la nostra lira svalutata. Al cambio che stabiliscono i mercati. Se, per ipotesi, la nuova lira valesse mezzo euro, la benzina domani costerebbe l’equivalente di tre euro a litro. E chi soffrirebbe di più sarebbe senza alcun dubbio chi vive di reddito fisso: lavoratori dipendenti e pensionati. Sto parlando non di appetito ma di fame, sgradevole compagna di viaggio.
Ma forse mi sbaglio. Forse Salvini è il più grande economista di tutti i tempi e non soltanto ci salverà da questi tristi scenari, forse ci condurrà, al di là del Mar Rosso, nella Terra Promessa.
In conclusione, sarà pur vero che non ho indicato e non indico una precisa Via Crucis, per quanto riguarda il futuro dell’Italia. Le strade che si possono imboccare sono parecchie. Ma ciò che importa sapere è che sia la padella sia la brace sono scottanti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
16 maggio 2019
(1) https://www.corriere.it/?refresh_ce-cp, “Non pagheremo i debiti dell’Italia”. Altolà dell’Austria (e anche della Ue).



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/5/2019 alle 6:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 maggio 2019
GRIGIO PIU' NERO NON DA' BIANCO
Ero giovane, quando è uscito il film di Hitchcock “Psycho”, e sono stato avvertito: “Stai attento, è un film bellissimo ma terribile. C’è addirittura chi sviene per l’emozione. E poi il finale è del tutto imprevedibile”. 
La proiezione confermò le indicazioni ricevute, ma l’imprevisto fu la mia delusione: l’epilogo non mi sembrava razionale. Era un modo di risolvere un “mystery” uscendo dalla verosimiglianza. Come se in un romanzo di Agatha Christie alla fine si scoprisse che la vittima è stata uccisa da un licantropo.
Lo so che Hitchcock è uno straordinario genio del cinema e del giallo, e tale l’ho stimato anch’io, che ho molto goduto dei suoi film. Ma su Psycho non ho cambiato opinione. C’è un limite a tutto. Come disse Napoleone, “Dal sublime al ridicolo, non c’è che un passo”. E nello stesso modo, tra la suprema ammirazione per la soluzione del mistero e il sorriso di sarcasmo per la trovata insulsa, c’è meno di un passo.
La considerazione non vale soltanto nell’arte. Quando una situazione reale si ingarbuglia sempre più, è vano sperare che la soluzione possa essere positiva e brillante. È raro che dall’affastellarsi delle negatività possa nascere la positività. La maggior parte delle volte, come è normale, dalla confusione nasce un esito abborracciato, scomposto e largamente sgradevole. Proprio a proposito di Napoleone basta del resto ricordare come si passò da una situazione in cui si era ubriachi di egualitarismo, di democrazia e di laicismo, agli eccessi selvaggi del Terrore e fino a sfociare in un’autocrazia che non si contentò di chiamarsi monarchia ma addirittura Impero. Una farsa grandiosa in cui un ex tenente d’artiglieria si fece incoronare dal Papa, o più esattamente si incoronò da sé in presenza del Papa, reputato soltanto un utile ornamento per tale cerimonia.
A tutto ciò si pensa – fatte le dovute differenze di scala fra i giganti e i nani – guardando alla situazione politico-economica italiana. Convergono in questo 2019 tanti di quei problemi in attesa di soluzione, con tanti personaggi in conflitto, che proprio non si riesce ad immaginare una soluzione salvifica. Non esiste nessuna spada che possa tranciare questo nodo di Gordio. In primo luogo perché i problemi sono obiettivi, e questi richiedono soluzioni obiettive, che non si intravvedono. La nostra situazione economica, il nostro debito pubblico, gli impegni presi con le “clausole di salvaguardia”, il nostro fisco eccessivamente pesante, le difficoltà che hanno le nostre imprese per sopravvivere e, non ne parliamo neppure, per far fronte alla concorrenza, sono tutti fattori che non si possono esorcizzare. 
I nostri governanti non sono dei geni – non mi strapazzo per dimostrarlo – ma, quand’anche lo fossero, non potrebbero far niente. E per giunta, dimentichi del resto del mondo, essi non fanno che litigare. Non si accorgono di non essere in grado di risolvere i problemi che li attendono, ma quel ch’è peggio sembrano non rendersi conto della loro esistenza. Come i bambini  viziati dicono: “E se arriva l’Uomo Nero io gli do un pugno sul muso”. Continuano a “parlare a spiovere”, come pare dicano a Napoli, non solo complicando la situazione politica fra loro, ma facendo impennare lo spread, tornato nei dintorni dei trecento punti. Quel livello che già l’anno scorso li spinse a cambiare la legge di stabilità. Allora le autorità europee li spinsero a tornare indietro con la coda fra le gambe, ma il peggio è che, cinque mesi dopo, siamo nella stessa situazione di prima: debito che continua ad aumentare, recessione, economia asfittica e spread che sale. E per giunta piove, direbbe Groucho Marx.
Essere ottimisti in questo caso sarebbe come esserlo mentre il Titanic a poco a poco affonda e non ci sono scialuppe per tutti. Bisognerebbe essere capaci di sperare che l’iceberg si trasformi in un’enorme carrozza di Cenerentola, che salva quasi duemila persone.
Rimane soltanto un dubbio: è meglio avere gli occhi aperti e capire ciò che sta succedendo, o essere degli imbecilli incoscienti? Di quelli che, quando infine non possono negare il pericolo, continuano a sperare che “una soluzione si troverà”. 
Come se a Dio dovesse “parere brutto” far soffrire quei bravi ragazzi degli italiani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/5/2019 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 maggio 2019
LA DROLE DE GUERRE
Tanto in francese – l’aggettivo “drôle” – quanto in inglese – l’aggettivo “funny” - hanno il doppio, se non triplo, significato di buffo, strano e persino inquietante. E infatti, se c’è una cosa che non è buffa è la guerra. Ma la Francia fu formalmente in guerra con la Germania dal settembre 1939, e fino al maggio del 1940 non accadde nulla. È forse normale una guerra dichiarata in cui nessuno spara un colpo, in cui nessuno attacca il nemico, e si sta lì ad aspettare che qualcosa accada? Ecco perché, sul momento ed anche dopo, la Francia designò quel momento storico come “la drôle de guerre”, la strana guerra. Per tutti quei mesi la nazione – impreparata al conflitto – sperò di non essere realmente coinvolta. 
In realtà la guerra, più che “buffa”, era inquietante. La quiete significava soltanto che Hitler voleva avere le mani libere di operare altrove. E che fosse stupido rintanarsi dietro la Linea Maginot (come se i tedeschi non potessero, come nella Grande Guerra, affrontare la Francia passando dal Belgio) la storia lo dimostrò ad usura. Non soltanto rendendo schiava la Francia per quattro anni, ma assestandole un tale colpo, che essa non fu mai più la Grande Potenza che era stata prima.
Se il bollettino meteorologico annuncia tempesta, è stupido rassicurarsi alzando gli occhi e vedendo che il cielo è ancora azzurro. Se la diagnosi parla di cancro, non basta rispondere che ci si sente ancora benissimo. Quando sono riunite tutte le cause perché un fenomeno si verifichi, il fenomeno si verifica. Ma il fascino della bonaccia prima della tempesta è pressoché irresistibile e confesso di esserne stato vittima anch’io. All’università, tre mesi prima dell’esame la data mi pareva tanto lontana che ogni scusa era buona per non studiare. Poi, un mese prima, cominciavo a dedicare un’oretta a quella dannata materia, finché la data era così vicina che ero alla disperazione. Nell’ultima settimana arrivavo a studiare anche quattro o cinque ore al giorno (per me, una prestazione da record) e infine, regolarmente, non dormivo la notte prima degli esami, sperando di riuscire a scongiurare la mia prima bocciatura. 
Ovviamente il fenomeno è più grave quando in questo modo si comporta uno Stato, ma purtroppo in politica vige la filosofia secondo la quale, se il popolo si lamenta di non avere abbastanza luce, basta accendere la candela da ambedue le estremità. È vero, così si consumerà a grandissima velocità, ma che importa? Per i politici l’essenziale è passarla al prossimo governo prima di scottarsi le dita. 
Ed è così che si comporta l’attuale governo. Ha ereditato un Paese disastrato, con un’economia ferma da dieci anni, e ciò anche quando il resto del mondo e dell’Europa si è rimesso in moto. Ma se l’attuale governo non ha colpa per il passato, ha certamente una grave responsabilità per il futuro. Chi assume il comando mentre la nave imbarca acqua, non ha la responsabilità della falla ma non per questo può limitarsi a non allargarla.
Ed invece è esattamente ciò che fa il governo giallo-verde. Non soltanto non ha invertito la tendenza, ma se qualche rimedio ha proposto, è stato un rimedio peggiore nel male: la prosecuzione della politica di “deficit spending”, delle regalie, dell’assistenzialismo e, in sostanza, dell’aumento del debito pubblico. E in questa situazione di drammatico abbassamento del barometro, che cosa annuncia Matteo Salvini? Che lui di uno sforamento del deficit oltre il 3% sul pil, se ne frega. Se c’è da spendere, si deve spendere e poi si vedrà. 
E noi vedremo che aumenta il servizio del debito, che rischiamo la procedura d’infrazione (o quella per debito eccessivo), il fallimento e l’espulsione dall’euro, se non dall’Unione Europea. Per non parlare dell’Iva al 25%. E tutto questo non chissà quando, ma entro la fine dell’anno. Con quale coraggio ci si può comportare da incoscienti a questo punto? 
È vero che, come notava qualcuno, questa gente non è da prendere sul serio. Ciò che dice oggi è capace di smentirlo domani, ciò che ha detto la mattina può essere il contrario di ciò che dice  la sera. Ma ciò significa che siamo guidati da irresponsabili. Non capiscono che le parole, da sole, sono capaci di far aumentare lo spread. E infatti ieri esso è arrivato a 280 punti base e oggi a 290  
A meno che il senso di tutto queto non sia che, dopo aver fatto danni per un anno, i nostri campioni intendano passare la mano ad un altro governo, per dichiararsi non colpevoli della tragedia finale. 
Se una società per azioni fosse guidata come è stata guidata l’Italia dal 1963 (primo centrosinistra), sarebbe fallita da un pezzo. E se i dirigenti del Paese fossero trattati come gli imprenditori privati, per loro si profilerebbe l’accusa di bancarotta fraudolenta. Reato per il quale è obbligatorio di mandato di cattura. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/5/2019 alle 11:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 maggio 2019
IL FASCISMO NON È MORTO
Immagino di essere fra i pochi ancora vivi che hanno avuto il tempo di essere fascisti. Di essere Figlio della Lupa non m’importava nulla, ma aspettavo di divenire Avanguardista. Infatti adoravo i pantaloni alla zuava. Invece Mussolini perse la guerra, arrivarono gli Alleati con le jeep, la gomma americana e interi capitali da spendere con le puttane, e di pantaloni alla zuava non si parlò più. Almeno così credevo io.
E non solo io. I “grandi” parlavano della guerra al passato e non capivano che diamine volesse fare Mussolini, con l’aiuto di quattro ragazzacci. Era evidente che non avrebbero cavato un ragno dal buco. Agli alleati i soldi e gli armamenti uscivano anche dagli occhi e il fascismo, che già era materia di barzellette mentre ancora il Federale poteva fare paura, dopo il 1943 passò dall’umoristico al patetico. Infine si asciugò come una macchia d’acqua al sole.
Almeno, così si visse la cosa da queste parti. L’intera Italia Meridionale, con una saggezza e un pragmatismo che risaliva ai greci e a quei magliari dei fenici, desiderava soltanto archiviare la guerra, riempirsi finalmente la pancia, ritrovare, se non i lussi, almeno le piccole soddisfazioni di un tempo: il caffè fatto col caffè, e non con l’orzo, il pane bianco, la cioccolata. Sperando sempre che la casa lasciata in città non fosse stata distrutta dai bombardamenti.
Errore. Non avevamo capito niente. Non era affatto vero che il fascismo aveva perso la guerra. Il fatto che gli alleati avessero risalito l’intera penisola, il fatto che De Gaulle e il Generale Leclerc avessero sfilato lungo gli Champs Elysées, il fatto che i russi fossero arrivati a Berlino, talmente distrutta che sembrava spianata col mattarello, erano tutte illusioni ottiche. Il fascismo aveva più teste dell’Idra, era più immortale degli dei dell’Olimpo, e se per caso qualcuno credeva di averlo ridotto in cenere, rinasceva dalle ceneri come la mitologica Fenice.
Prima avevamo vissuto sereni sotto il fascismo, dovendo pagare soltanto lo scotto di un regime parolaio e ridicolo, poi avevamo assistito impassibili a quello che credevamo il suo trapasso, e non sapevamo che soltanto dopo saremmo vissuti con l’angoscia di questo potere immortale e insidioso. I migliori di noi lottavano contro il fascismo, avvinghiati con esso in una lotta mortale, come Ercole e Caco. O era Anteo? Poco importa. La nostra fortuna era che decine e decine di milioni di partigiani, da tutte le montagne, sparavano a valle contro sparuti gruppi di nazisti terrorizzati. In una lotta senza tregua e senza fine.
Tutti siamo capaci di un singolo atto d’eroismo, ma oggi la nazione è chiamata all’eroismo della Resistenza, cioè l’eroismo ultradecennale, quasi secolare. Si deve continuare a lottare anche quando si è stanchi, anche quando è passata un’eternità dall’ultima volta che abbiamo avvistato il nemico, e soprattutto quando ci illudiamo di averlo vinto. 
Ormai, da oltre settant’anni, abbiamo capito che questa guerra non potrà mai essere vinta. Possiamo sopravvivere soltanto se manteniamo integra la nostra vigilanza. Se ci dichiariamo antifascisti almeno un paio di volte al giorno prima dei pasti. Se proclamiamo di non voler condividere uno scompartimento di treno con uno il cui bisnonno una volta gridò: “Viva il Duce!” Soprattutto se accettiamo che l’Italia sotto il fascismo soffrì più degli ebrei ad Auschwitz. Infatti il fascismo, lo hanno stabilito legioni di studiosi (e guai ad ipotizzare il contrario) semplicemente non poté fare una singola cosa buona, nemmeno per sbaglio. Bisogna riconoscere che esso annullò la democrazia tanto completamente che, una volta abbattuto, l’Italia non sapeva più che cosa fosse. Non riusciva a ricordare che regime avesse, prima del 1922, e i partigiani sono stati costretti ad inventare un tipo di regime nuovo, fondato sui valori della Resistenza: cioè la democrazia. Un tipo di regime ignoto a tutti i governi contemporanei e del passato.
Che difficile impresa, questa lotta contro il fascismo. E che forza deve avere questa ideologia, se in un Paese di sessanta milioni di abitanti che pensano al lavoro, alle tasse e, se gli rimane tempo, al calcio, un gruppetto di scalmanati, dopo essersi riuniti in un ascensore, riesce a mettere la nazione in pericolo semplicemente con un saluto romano.
Per fortuna i valori della Resistenza, essendo resistenti, resistono. L’essenziale è essere antifascisti, poi è permesso tutto. I partigiani, per esempio, erano in larga parte sostenitori di Stalin, ma Stalin era antifascista e tanto bastava. Probabilmente, se il Diavolo si fosse proclamato antifascista, sarebbe stato preferito a quel manesco fascista dell’Arcangelo Gabriele.
Forse è meglio che mi fermi. Comincio a smarrirmi. Per questo cerco almeno di salvarmi l’anima con alcune professioni di fede: sono contro l’eresia monofisita e contro le streghe; riconosco che l’Italia ha sbaragliato il nazismo, ridando la libertà all’Europa; ammetto che il cambiamento climatico – che non ho nemmeno visto, ma se è per questo non vedo nemmeno i fascisti – è colpa di Mussolini; ammetto che i fascisti vanno condannati senza processo, perché i processi, nel loro caso, sarebbero una perdita di tempo. Come i libri di De Felice. Infine ammetto, perché l’ho visto con i miei occhi, che dal 1943 al 1944 si scoperse che prima, in Italia, non c’era stato nemmeno un fascista e la guerra l’ha perduta il solo Mussolini.
Ma ciò non impedisce ad uno sterminato esercito di ombre fasciste di minacciarci. Nessun dorma. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/5/2019 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 maggio 2019
L'IRAN E LA BASE DELLA MORALE
L’Iran ha dichiarato che riprenderà l’arricchimento del suo uranio, cioè il procedimento per procurarsi la bomba atomica. Normalmente una notizia dovrebbe provocare allarme, ma non stavolta. Infatti nessuno ha seriamente creduto che avesse smesso. 
L’Iran lavora da anni a questo progetto e annuncia la propria intenzione di cancellare Israele dalla faccia della terra. Gerusalemme, già da anni potenza atomica, ha scongiurato le grandi potenze di porre un limite all’aggressività di Teheran, dal momento che una guerra nucleare farebbe molto più dei sei milioni di morti israeliani. La caccia all’ebreo non è più gratuita. Ma bisogna riconoscere che l’impresa era ed è più che difficile. Anche per questo, anni fa, Obama scelse la via del negoziato: Teheran, in cambio di vantaggi economici (fine dell’embargo) si impegnò a rinunciare all’arma atomica ma Israele, così come tutte le persone di buon senso, non credette affatto alla buona fede dell’Iran. Era sicura che quel Paese, mentre otteneva notevolissimi introiti petroliferi, avrebbe proseguito nascostamente il suo programma nucleare.  Ma ad Obama e agli ingenui europei (ingenui ma interessati a fare affari) piaceva troppo dire: “Abbiamo salvato la pace”. E così Israele gridava nel deserto. 
Tutto ciò finché a Washington non è arrivato Trump. Il nuovo Presidente, come aveva promesso, non soltanto ha rinnegato il trattato ma ha addirittura minacciato di corpose sanzioni economiche le imprese europee che violassero l’embargo imposto all’Iran. E quanto all’attuale minaccia di Teheran, farà spallucce come tutti gli altri: “Non è una novità”.  E infatti non c’è nessun allarme.
I musulmani soffrono di un deficit di credibilità. Ciò dipende anche dal Corano che, mentre biasima la bugia fra credenti, l’autorizza nei confronti degli infedeli. Così l’europeo medio si fida sempre della parola dei giapponesi e mai della parola dei musulmani. Sarà esagerato ma è così. E questa vicenda induce a considerazioni di ben più vasto raggio. 
In natura la violenza fra individui dello stesso gruppo è raramente mortale. Ciò, infatti, sarebbe contrario agli interessi della specie. Purtroppo invece fra gli esseri umani la violenza è frequente e la società ha da sempre cercato di proteggere i più deboli, addirittura creando un tabù a protezione dei bambini e delle donne. Ma poiché è stato difficile trovare un motivo valido per contraddire la legge della giungla, ha cercato un fondamento indiscutibile e metafisico: il comando di Dio. Sul Sinai il Roveto Ardente non dice a Mosè che l’uomo non deve uccidere per questa o per quella ragione, si limita a imporre seccamente: “Tu non ucciderai”. E perfino: “La vendetta è mia”. Cioè: “Se c’è da raddrizzare un torto, della violenza mi occupo io” 
Ovviamente, la realtà non mostra abbastanza spesso l’intervento di Dio. La sua assenza infatti è stata particolarmente notata ad Auschwitz. Così la società contemporanea, tendenzialmente miscredente, si trova dinanzi ad uno scomodo dilemma: o accetta la morale per conformismo (ed è una ben povera base) o è costretta a riconoscere la legittimità del bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. 
E tuttavia personalmente avrei una soluzione. Se vietare i reati per motivi morali è poco efficace, si può provare a dimostrare che sono contrari al nostro interesse. La sanzione della bugia, come abbiamo visto, è la perdita di credibilità. Teoricamente, l’Iran stavolta potrebbe addirittura essere stato sincero e leale, ma gli avversari pensano che non ci si può fidare della parola degli ayatollah e ciò li costringe a prepararsi per gli scenari peggiori. Inclusi quelli più nocivi per Teheran. E non è un caso unico. Se la monarchia giapponese e la monarchia inglese sono durate tanto a lungo, è perché i loro sovrani si sono comportati con moderazione. Alla fine la stima per loro ha fatto sì che nessuno osasse contestarli e loro stessi evitassero di comportarsi da tiranni. Hilter invece è andato a scuola da Caligola e così ha provocato la sua rovina. Se invadendo la Russia si fosse comportato generosamente, sarebbe stato accolto come un liberatore dalla tirannia di Stalin. Viceversa, da quel criminale stupido che era, si comportò in modo spietato nei confronti della popolazione civile (che disprezzava) fino ad indurla alla più risoluta resistenza. I palestinesi, stupidamente sobillati dagli altri arabi, hanno adottato contro Israele il terrorismo più sleale e più immorale. E che cosa ne hanno ricavato, dopo tanti decenni? Israele s’è chiuso a riccio, e oggi è uno degli Stati più sicuri del mondo, mentre i palestinesi non hanno guadagnato né un centimetro di terra, né un’oncia di indipendenza, né un soldo di vantaggi economici. Sono dei perdenti su tutta la linea, e Gaza vive di carità. Se invece avessero cercato la collaborazione con i vincitori, avrebbero beneficiato del boom economico israeliano e la Palestina avrebbe potuto essere uno degli Stati più prosperi e potenti del Vicino Oriente. 
La base della morale è la semplice constatazione che l’uomo onesto vive meglio del disonesto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/5/2019 alle 5:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 maggio 2019
ITALIA ULTIMA PER CRESCITA, INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE
La situazione economica del nostro Paese è estremamente difficile. Per far fronte alle scadenze di fine anno, avremmo bisogno di decine e decine di miliardi, che non abbiamo e non sappiamo dove andare a prendere. I geni che ci governano parlano di impossibili “tagli alle spese”,  di vendita di beni immobili, di lotta all’evasione fiscale e di altre fanfaluche, e questo mentre progettano altre spese, per esempio la flat tax, che darebbe una bella botta alle entrate dell’Erario. A letto abbiamo un morente per setticemia e i due due dottori discutono se iniettargli escrementi o liquami. Loro sono degli asini, ma è anche vero che perfino un luminare non saprebbe che fare. Il peggioramento è stato tollerato troppo a lungo. 
Nel corso degli anni, per rientrare nei ranghi, l’Italia ha fatto all’Europa delle promesse che non ha mantenuto, rinnovandole e all’occasione aggravandole con impegni ancora più grandi (clausole di salvaguardia). Ora di noi non sono stanche soltanto le autorità comunitarie, cominciano ad esprimere la loro insofferenza anche alcuni Stati e non possiamo aspettarci nessun aiuto. È di questi giorni la dichiarazione del cancelliere austriaco Kurz che ha rimproverato all’Europa di essere troppo tollerante con i Paesi che non rispettano le regole di bilancio. 
L’Europa dichiara che l’Italia è ultima per crescita, investimenti e occupazione(1) e potrebbe decidere per una procedura d’infrazione. Un provvedimento che ci farebbe piuttosto male, se è vero che, per evitarlo, perfino i nostri baldi Dioscuri l’anno scorso hanno fatto una precipitosa marcia indietro, con la coda fra le gambe. Ma potrebbe andar peggio. Le autorità potrebbero scegliere la procedura per eccesso di debito pubblico e in questo caso, per quel che ho capito, l’Italia sarebbe “commissariata” e Bruxelles prenderebbe nelle sue mani la guida dell’economia del nostro Paese. E se a questo affronto l’Italia sovranista dicesse di no, sarebbe tutto risolto? Purtroppo no. 
Obbedendo all’Europa indurremmo i mercati a pensare che la situazione italiana è in mani sicure e tutto potrebbe stabilizzarsi. Se invece dicessimo di no, le Borse potrebbero pensare che siamo al prologo del default e punirci con uno spread stratosferico. O addirittura non sottoscrivere più i nostri titoli di Stato. Col risultato di farci fallire. E non stiamo parlando di un tempo vagamente futuro, stiamo parlando del giugno prossimo. 
Di fronte a simili prospettive qualunque buon padre di famiglia penserebbe a come risparmiare e trovare i soldi per le scadenze. Invece nel governo si parla costantemente di nuove spese in deficit, per esempio l’autonomia fiscale delle regioni settentrionali. Siamo ai liquami per curare la setticemia. Intendiamoci: se Salvini dicesse che non c’è nessuna ragione per la quale i lavoratori del nord devono finanziare i meridionali “infingardi” la tesi sarebbe razionale. Ma dal momento che i cittadini votano anche al Sud, la tesi diviene: “Facciamo contento il Nord, ma non scontentiamo il Sud, mantenendo i servizi coi soldi dello Stato”. Soldi che non ci sono. E dire che questo doveva essere, per il nostro Premier, un “anno belissimo”. 
Tutti i provvedimenti di cui vanno cianciando i nostri governanti richiedono soldi, soldi, e ancora soldi. E questo mentre Fitch ci valuta un gradino sopra la spazzatura: quotazione, questa, che corrisponde a dire alle Borse: “Non comprate questi titoli”. E nel frattempo i Dioscuri (o sono Eteocle e Polinice?) non si chiedono come si possa salvare l’Italia. ma soltanto quando gli convenga far cadere il governo. 
Già. far cadere il governo: e poi? Di tecnici non si parla neppure, perché è divenuto sacramentale dire peste e corna del governo Monti e della Fornero. Ma anche le altre ipotesi provocano un moto d’orrore. M5s e Pd? Mai sia. Lega e Berlusconi? Salvini ha detto su tutti i toni di non voler tornare con lui e, comunque, avrebbero i voti? Un secondo governo gialloverde? E allora perché rompere questo? Nuove elezioni? E chi dice che fornirebbero una soluzione diversa? Soprattutto, chi dice che, mentre non c’è nessuno al timore, non si vada a sbattere, tutti quanti siamo?
In questo momento, per salvarci dovremmo avere un governo capace di imporre ai cittadini una politica di lacrime e sangue. Invece abbiamo questi magliari che continuano a promettere la Luna, e credono di esorcizzare i trattati internazionali con dichiarazioni gladiatorie del tipo: “L’Iva non aumenterà. E basta”. Che stanchezza. Anzi: che disperazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 maggio 2019
(1) Titolo di testa del Corriere della Sera on-line, annunciando il rapporto Ue pubblicato il 7/5/2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/5/2019 alle 17:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 maggio 2019
BUGIE E FASCISMO
Naturalmente ognuno ha diritto non soltanto alle proprie opinioni, ma anche alle proprie impressioni: la mia è quella di essere sommerso dalle bugie ufficiali. E sono talmente stupido da rettificarle senza tregua, nella mia mente: “Questo non è vero”, “Questo non è vero”, “Quest’altro non è vero”. Fino a togliere l’audio, quando parlano certi politici, per non affaticare inutilmente le mie orecchie e il mio cervello.
Però si direbbe che il resto del Paese la pensi diversamente. Basta leggere i giornali per vedere che il governo gialloverde gode di una sufficiente fiducia per andare avanti. Dunque anche smerciando bugie dalla mattina alla sera si ha successo e si conserva il potere? Domanda notevole. Quasi di portata storica. Cui si può provare a dare qualche risposta. 
La prima me la regalò l’ing.Natasha Stefanenko, molti anni fa, quando era ancora fresca di Russia. Le chiesero come mai il regime permettesse la proiezione dei film americani in cui si vedeva una società opulenta, sideralmente lontana da quella con cui i sovietici si dovevano confrontare ogni giorno, e la giovane rispose che nessuno credeva niente di ciò che vedeva al cinema. Quella società era ovviamente immaginaria. I governanti americani raccontavano balle ai loro cittadini dalla mattina alla sera, esattamente come il Kremlino le raccontava a loro. Insomma il loro governo aveva talmente mentito, che i russi non soltanto non credevano a ciò che gli raccontava Mosca, ma nemmeno a quello che gli altri governi raccontavano ai loro cittadini. Questo nichilismo della verità ha avuto pochi confronti e lo lasceremo da parte.
In Italia le menzogne, le promesse eternamente ripetute, le rosee previsioni, gli auto-elogi e le auto-celebrazioni, tutte le ottimistiche fantasticherie di cui Salvini e Di Maio inondano le orecchie degli italiani, hanno finito col creare una realtà parallela. La gente dice: “Quella che vediamo fa schifo ma pare che, a giorni, magari fra un paio di mesi, tutto si aggiusterà. Ce l’hanno detto tante volte che, se non proprio il 100%, almeno qualcosa ci dovranno pur dare”. Poi, stavolta come le altre volte, arriva la delusione. Per fortuna, in democrazia c’è modo di sfogarsi: ogni tanto ci sono le elezioni, il governo cattivo viene mandato a casa, se ne crea uno nuovo (buono, questa volta) e si ritorna alla casella di partenza. 
Comunque, almeno finché non cade il governo, le bugie pagano eccome. E tuttavia anche con questa distinzione, rimane vero che non bisogna esagerare. Dove c’è la libertà di stampa non bisogna arrivare agli apici orwelliani della Russia Sovietica. Fino ad un certo livello, le bugie si riesce a dimenticarle; oltre un certo livello, divengono esplosive e fanno saltare in aria tutta la baracca. 
Prendiamo il nostro Paese. Gli italiani sono convinti che i politici sono una manica di bugiardi, di corrotti, interessati in primo luogo al loro personale utile. Arrivano persino ad esagerare, in questo giudizio negativo. Ma poi, per sostituirli, chiamano al governo uomini non molto diversi dai precedenti, perché il mercato non offre altro. Dopo tutto si sa che il sistema democratico è pessimo, ma il mondo non offre di meglio. Dunque rassegnazione e business as usual.
Ma quando un regime per vent’anni spara bugie e crea illusioni, per poi far precipitare la nazione nel baratro della più nera realtà, le cose cambiano. Se questo avviene, non soltanto le bugie non sono più perdonate, ma ne nasce una damnatio memoriae appassionata e fanatica, con connotazioni religiose, che nel nostro caso si chiama antifascismo.
E questa idea ha gettato un fascio di luce sulla realtà. Spesso mi ero chiesto come mai gli italiani, pressoché totalmente digiuni di storia, si appassionino tanto al fascismo, nato e morto rispettivamente circa cento e ottant’anni fa. Ed ora ho trovato la risposta: non gli hanno ancora perdonato il cumulo di bugie che il regime gli rovesciò addosso, seguito dal disastro della Seconda Guerra Mondiale. E allora - proseguono le mie riflessioni - non è impossibile che se, per esempio a fine anno, ci troveremo in braghe di tela, e la quantità di bugie fino ad ora usate apparirà nella sua enormità, ci sarà una reazione analoga. Proprio non vorrei che gli italiani confondessero l’inadeguatezza della nostra classe politica con i naturali difetti della democrazia. Perché a quel punto potrebbero desiderare qualcosa di diverso e questo sarebbe tremendo. Infatti non capirebbero che, dopo quasi ottant’anni di antifascismo, starebbero vagheggiando un ritorno al fascismo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 maggio.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/5/2019 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 maggio 2019
L'AUTOMOBILE ELETTRICA
Sono nato miscredente e non sono mai riuscito credere a nessun tipo di mito. È da sempre che proporrei all’Imperatore di rivestirsi ché rischia un raffreddore, per non parlare delle risate del popolo. E qual è il segreto di una simile impermeabilità all’illusione? Semplicemente l’accettazione di ciò che vedo. Di ciò che capisco, di ciò che mi sembra vero e per cominciare verosimile. Se la sopravvivenza dell’anima al corpo appare fantastica, e tutte le esperienze portano ad escludere che qualcosa di vivo rimanga dopo che si è morti, la cosa più semplice e coraggiosa è ammettere che, dopo la morte, siamo morti. E basta. Non è più difficile di così. È vero, qualcuno per qualche tempo ci ricorderà, qualcuno leggerà perfino parole nostre, ma sarà “vivo” il ricordo, sarà “vivo” il foglio di carta al quale abbiamo confidato quei pensieri, ma noi personalmente saremo morti. E ciò butta all’aria la cattedrale degli auto-inganni, a cominciare dalla religione.
Se l’umanità si ubriaca di illusioni è perché i nostri pensieri non ci sono indifferenti. Nel momento in cui si affacciano alla nostra mente sono sono facilmente accolti o facilmente rifiutati secondo che ci facciano piacere o dispiacere. Se ci dicono che siamo immortali, benché ogni messaggio della realtà smentisca questa stupidaggine, abbiamo tendenza a crederci. Se ci dicono che non c’è nulla oltre ciò che vediamo, che la vita non ha senso, e che realmente moriremo, come tutti, diciamo “Ohibò” e rigettiamo queste evidenze. Ovviamente usando l’aureo argomento logico per il quale simili affermazioni sono “troppo brutte per essere vere”. Alla più banale delle verità l’umanità preferisce il più inverosimile dei sogni.
E dire che ci sono delle evidenze incontrovertibili. Nulla impedisce teoricamente di costruire un’automobile a vapore. Ma chi si metterebbe, la mattina, ad accendere il fuoco, portare l’acqua all’ebollizione, per poi fermarsi dopo ogni po’ di strada per rimettere sotto i tubi della caldaia nuovo combustibile per tenere acceso il fuoco? Sorridete? E infatti il progetto è stato abbandonato già nell’Ottocento. Ma, attenzione, non altrettanto buon senso si mostra a proposito dell’auto elettrica, quella che a suo tempo partecipò al ballottaggio con l’auto a vapore e l’auto a benzina. Allora si abbandonò il progetto perché le batterie pesavano troppo, concedevano all’automobile un’insufficiente autonomia,e comunque richiedevano un tempo troppo lungo per la ricarica. Ora invece, dopo oltre un secolo di impressionante progresso tecnologico, le batterie pesano troppo, concedono all’automobile un’insufficiente autonomia e comunque richiedono un tempo troppo lungo per la ricarica. 
Quello che è cambiato è che oggi c’è l’ecologia è l’automobile elettrica deve ad ogni costo essere adottata. Abbiamo il dovere di considerarla migliore. Proprio non si capisce perché mai gli automobilisti di tutto il mondo non si precipitino a comprarla. E i difetti di cui abbiamo parlato? “Li risolveremo”. Può essere, ma non sono stati ancora risolti. Chi avrebbe potuto prevedere, all’inizio del Novecento che, dopo un secolo, soltanto per mettere in moto il motore, avremmo ancora avuto a bordo batterie pesantissime, di breve durata e all’occasione richiedono ore di ricarica? Se quei problemi non sono stati risolti in tanti decenni, chi ci assicura che lo saranno in futuro? E comunque, non sarebbe normale comprare l’automobile dopo che li avranno risolti, non prima che li risolvano? 
Tutto ciò che si è riusciti a fare è stato produrre batterie al litio, costosissime e adatte a piccoli usi, come i telefonini. Le stesse batterie per le auto elettriche, avanzatissime e costosissime (circa il 40% del costo dell’intera automobile) richiedono comunque un lungo tempo di carica e non assicurano una sufficiente autonomia. Insomma siamo al punto di partenza. 
Inoltre l’automobile elettrica non è economicamente concorrenziale: né come autonomia né, soprattutto, come prezzo. Dunque è come se non esistesse. Cercare di venderla è come proporre gazzose al posto del vino, al doppio del prezzo. E infatti la Tesla, la più famosa fabbrica di automobili elettriche, è drammaticamente in rosso per miliardi di dollari(1). Semplicemente non riesce a vendere le sue automobili e sopravvive soltanto  perché l’umanità non vuole rinunciare all’auto elettrica che, anche se tecnicamente ed economicamente non esiste, ha il dovere morale di esistere come noi abbiamo il dovere morale di comprarla. 
Quell’auto non regge la concorrenza. Se per ognuna negli Stati Uniti è stato proposto un gigantesco incentivo di quasi diecimila dollari (a carico del contribuente) è ovvio che si sia invogliati a comprarla. Ma quell’automobile dovrebbe costare 40.000$ e pagarla dunque 30.000. Se invece costa più di centomila dollari, che importa che la sia possa comprare a novanta, se con trenta si ha un’eccellente auto a benzina, con maggiore autonomia e senza tempi di ricarica?
Non ho nulla contro l’auto elettrica. Anzi, se sarò ancora vivo, la comprerò e me la godrò. Quando esisterà. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=435662552_20190504_14004&section=view



permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/5/2019 alle 5:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 maggio 2019
THE EXECUTIONER
I giornali riferiscono che il Primo Ministro Giuseppe Conte ha ingiunto al sottosegretario Armando Siri di dimettersi. Infatti, se non lo farà prima, spontaneamente, sarà lui stesso a proporre la sua espulsione al prossimo Consiglio dei Ministri. Il linguaggio usato è stato ultimativo e secondo alcuni addirittura ruvido. Certi giornalisti si spingono a presentare Conte come risoluto e, per così dire, autonomo e decisionista. Quasi a proclamare un altolà alla pretese egemoniche della Lega di Matteo Salvini. E al riguardo c’è di che rimanere peggio che perplessi. Quell’avvocato è stato scelto per quel posto esclusivamente perché Salvini non permetteva a Di Maio di occuparlo, e Di Maio non permetteva a Salvini di occuparlo. E poiché, a termini di Costituzione, la sedia non poteva rimanere vuota, ci si è messo sopra un cappello. 
Non sono parole sprezzanti nei confronti dell’avv.Giuseppe Conte, personaggio beneducato e gradevole. Ma la prudenza avrebbe dovuto sconsigliargli di accettare l’offerta. Il posto di Presidente del Consiglio è come la corona dei pesi massimi: non si attribuisce al più bello ma a chi ha battuto gli altri pesi massimi, sul ring. La sua autorità nasce dalle vittorie e, se queste mancano, non c’è certificato o bollo che possa sostituirle. Nel caso di Conte, se il Premier non è l’esponente più forte della coalizione più forte, rischia sempre di essere un uomo di paglia. Quale che sia l’’eloquio e l’abbigliamento. 
Se proprio desiderava accettare il titolo, la cosa migliore che Conte avrebbe potuto fare sarebbe stata gioire dei tappeti rossi, delle comparsate internazionali, delle photo opportunities, e per il resto tacere e farsi dimenticare. Ma la carne è debole e, se uno si vede appiccicare sulla manica il grado di generale senza neppure avere fatto il servizio militare, la tentazione di dare ordini agli uomini in divisa è irresistibile. Conte oggi strapazza rudemente Siri come se fosse realmente il padrone del governo e con questo si dà la zappa sui piedi. 
Sappiamo tutti che quell’avvocato è stato innalzato a quella carica dal Movimento 5 Stelle e ad esso risponde. Sappiamo tutti che in tanto si permette di strapazzare Siri e di dargli ordini, in quanto tutto ciò gliel’ha ordinato Di Maio. Teoricamente sarebbe dunque nelle condizioni del boia che, pure nel momento in cui tortura o uccide qualcuno, è innocente di ciò che fa. Svolge infatti la sua incolpevole attività di subordinato, rimanendo una persona perbene, come il famoso Sanson.
L’unica avvertenza, per rimanere incontaminato esercitando un mestiere tremendo, è di non aver l’aria di fare volentieri ciò che fa. Del resto, nei secoli si è avuto il buon senso di imporre al boia una “cagoule”, una sorta di passamontagna nero da cui emergono soltanto gli occhi: proprio per farne una figura anonima e quasi un simbolo della severità della giustizia. Se egli si toglie la cagoule e, prima di vibrare frustate o far cadere la mannaia, fa la morale al condannato, o lo tratta rudemente, non è più un “executioner”, un esecutore, come gli inglesi chiamano il boia, è qualcuno che sottoscrive personalmente ciò che fa. E se ne assume dunque la responsabilità. Diviene qualcuno che prende piacere a fare una cosa che in molti susciterebbe ripugnanza. 
Ciò è soprattutto in un campo, come quello politico e giudiziario, in cui abbiamo visto Enzo Tortora condannato a dieci anni sulla base delle accuse di un gaglioffo; Andreotti a lungo perseguitato con imputazioni tanto infamanti quanto ridicole e calunniato persino nella motivazione della sentenza assolutoria;  Craxi stramaledetto dall’intera nazione per aver fatto ciò che tutti avevano fatto, e infiniti politici processati per anni per essere infine assolti, quando la loro carriera politica era stata annichilita. Se proseguisse la sua attuale carriera, come ha dichiarato di non voler fare, Conte domani potrebbe trovarsi ad essere accusato, da innocente, dei peggiori crimini e si ritroverebbe accanto, forse, soltanto la penna di qualche ignoto commentatore, oltre che la solidarietà umana di quelle persone che non riescono, per temperamento, ad essere dalla parte del boia, quali che siano le colpe, vere o false, del condannato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       3 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/5/2019 alle 5:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 maggio 2019
L'ASSURDO DEL DEFICIT SPENDING
Giulio Sapelli, economista e notevole esponente del M5s, oltre che storico e accademico italiano, come lo definisce Wikipedia, recentemente ha dichiarato con convinzione che l’unico modo per salvare l’Italia è un coraggioso piano di deficit spending. A suo parere bisognerebbe mettere denaro a valanga nelle tasche degli italiani, affinché essi spendano, ciò induca le imprese a produrre i beni richiesti e conseguentemente si rilanci l’economia. 
Sapelli non ha detto niente di nuovo. Dalla prima metà del XX Secolo, fraintendendo la teoria di John Maynard Keynes (la cui manovra era congiunturale e non strutturale) furoreggia la teoria secondo cui è necessario spendere il denaro preso a prestito per rilanciare l’economia. La pensano così ancora oggi non soltanto Salvini e Di Maio, ma tutti i politici, tutti i giornali, tutti gli intellettuali e tutti quelli che partecipano ai talk show. E tutti parlano di interventi pubblici. Infatti moltissimi ce l’hanno a morte con l’Europa che non ci permette di fare ulteriori debiti. Né gli interessa sapere che l’Europa lo fa per salvare l’euro, e noi stessi dal fallimento. 
Il deficit spending è una monumentale baggianata. Molti ritengono che la manovra keynesiana abbia funzionato (forse perché correttamente applicata) in occasione della crisi economica del 1929, e può darsi. Certo è stato un successo esiziale. Infatti da allora tutti hanno interpretato la teoria come un incoraggiamento a gettare sistematicamente il denaro dalle finestre per imprese balorde o per regalie elettorali. E i risultati sono stati disastrosi. Basta guardare l’Italia “keynesiana”. Questa povera nazione si è caricata sul groppone un debito pubblico stratosferico e da anni non riesce ad uscire dalla crisi in cui si è cacciata. Il bello è che l’establishment, per salvarla, ripropone le stesse politiche che l’hanno affossata: i sussidi e gli investimenti pubblici. 
Per rilanciare l’economia sono attualmente in campo due teorie. Secondo quella prevalente l’economia ripartirà se lo Stato darà denaro da spendere alla gente. Naturalmente denaro fresco di stampa (inflazione) oppure denaro preso a prestito dalle Borse. Questa pratica si chiama tecnicamente “Incentivazione della domanda aggregata di beni e servizi”. 
Altri suggeriscono di facilitare la produzione di beni (per esempio diminuendo le tasse sulle imprese) in modo che la gente compri a buon prezzo i beni prodotti e l’economia ne risulti rilanciata. In questo concordando con la teoria di Keynes. Ma ne è diverso il presupposto. Infatti non si deve dare denaro alla gente perché compri (questa spinta fa parte della natura umana); è necessario che la gente spenda essendosi prima procurata il denaro occorrente lavorando, e cioè producendo anch’essa ricchezza. 
La teoria che bisogna partire dalla produzione di ricchezza si chiama del °supply side”, perché opera “dal lato della fornitura” (o dell’offerta) cioè dal lato della produzione di ricchezza, non dal lato della spesa. È il lavoro che produce la ricchezza, non l’acquisto di beni con denaro altrui. Cosa che, per quanto ne so, si ha in tre casi: furto; acquisto a debito ; acquisto con denaro inflazionario (cioè banconote stampate dallo Stato a fronte di niente. Cosa che corrisponde a un furto a carico dei precedenti detentori di quella moneta). Comprare qualcosa, in un’economia sana, corrisponde a scambiare ricchezza contro ricchezza, non ricchezza contro carta(moneta).
La teoria del deficit spending ha un’altra falla: in tanto si può spendere denaro altrui, in quanto qualcuno ce lo presti. E se non si è solvibili non si trova nessuno. Chi non ci crede, chieda a qualunque barbone all’angolo della strada. E le cose non vanno diversamente quando debitore è uno Stato. Se gli investitori temono che da un momento all’altro quello Stato fallisca, non gli prestano un centesimo. Se reputano che sia almeno capace di pagare gli interessi, per compensare il rischio gli chiederanno un interesse più alto che ad altri Paesi meno a rischio (spread), ma il fallimento sarà soltanto posticipato. Infatti, non appena i creditori dubiteranno del pagamento degli interessi, nessuno concederà nuovi prestiti e il Paese – che ormai ne dipende - fallirà. Ecco il rischio che corre l’Italia. Una generosa politica di deficit spending a tempo indefinito, come immaginano tanti sciocchi, è assurda. Gli investitori mica sono obbligati a prestarci denaro. Prima o poi temeranno di perdere il loro capitale e non ci presteranno un soldo. Con conseguente default. 
La stessa politica di tirare avanti finché si può, pagando interessi sempre più onerosi, ha un costo rovinoso. Il Paese ne è strangolato e lo stesso alla fine non eviterà l’esito drammatico. Oggi noi paghiamo da sessanta a settanta miliardi di euro l’anno di interessi sul debito e questi esborsi ci succhiano la vita come un immortale verme solitario. Si pensi a quali spese ci potremmo permettere, con quelle somme, se non finissero nelle tasche dei creditori. Tutto ciò in conseguenza della follia dei nostri padri e del loro deficit spending. E noi oggi dobbiamo sperare che gli investitori accettino i nostri regali perché, se soltanto smettessero per un mese, falliremmo. 
Chi contrae un debito troppo grande fa del creditore il suo padrone. E se il privato disonesto, non rimborsandolo, può ancora fregare il prossimo, lo Stato insolvente non sfugge alla punizione e la fa pagare ai suoi cittadini.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       1° maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/5/2019 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 maggio 2019
SIGISMONDO DI MAIO
Com’è strana la vita. Da un lato l’attualità sembra già vecchia se risale a due o tre giorni, dall’altro la letteratura ci fa sentire contemporanei esseri umani di secoli o persino di millenni fa. Forse è l’ennesima versione del contrasto fra Parmenide ed Eraclito, fra l’essere immobile e l’irrefrenabile divenire. Fra una natura umana eterna, e un fluire di avvenimenti sempre nuovi, sempre diversi, sempre imprevedibili.
Il nostro modo di vedere la realtà cambia. Da giovani gli anni sembrano un tempo molto lungo. Da vecchi si comincia a dubitare della propria memoria: “È stato due anni fa? O tre?” Poi risulta che è stato cinque o sei anni prima. Come se due, sei o dieci anni fossero la stessa cosa. Quel tempo è comunque passato in un lampo.
Considerazioni che tornano in mente, insistenti, a proposito di Luigi Di Maio. Questo giovane è privo di qualsivoglia background, se non una confusa militanza politica in un partito dalle idee confuse, o forse soltanto – e sempre confusamente – palingenetiche. Tuttavia, a forza di gridare “vaffanculo” (ché questa era l’ideologia politica del suo mentore), “onestà” e “cambiamento”, senza aver vinto delle elezioni, senza aver conquistato un elettorato, e senza aver nemmeno conquistato la dirigenza del suo partito, ma soltanto per grazia ricevuta, è stato catapultato da signor nessuno ad aspirante Primo Ministro di un grande Paese come l’Italia. È quasi per sfortuna che è divenuto soltanto Vice Primo Ministro, ma è rimasto comunque capo del primo partito politico della nazione. Più o meno la persona più importante d’Italia. C’è da chiedersi se non si stia sognando.
Se una ragazza appena passabile arriva prima al concorso per Miss Italia, mentre le concorrenti arrivate seconda, terza e quarta, sono largamente più belle di lei, la colpa della nomina non è sua, ma della giuria. Lei aveva il diritto di concorrere e l’eccesso di onore ricevuto non le è imputabile. 
Analogamente, non si può rimproverare a Di Maio l’eccesso di onori ricevuti. Perché mai avrebbe dovuto rifiutarli? Chi di noi li avrebbe rifiutati? Ciò non toglie però che la vicenda sembra inventata da un soggettista cinematografico ( ricordate “Una poltrona per due”?). La gente infatti a volte si chiede: “Che ha fatto Elisabetta II, per essere regina, a parte essere figlia di suo padre?” e questo le fa pensare che qualunque altra massaia avrebbe potuto fare altrettanto bene. 
L’osservazione è in parte vera e in una parte ancora maggiore sbagliata. Elisabetta non è stata una massaia fino a trent’anni per poi divenire improvvisamente regina. È nata col programma di poter divenire regina. È stata educata culturalmente, umanamente, politicamente, giuridicamente e in tutti gli altri modi possibili, a quel ruolo. È come se avesse frequentato la facoltà universitaria di “reginologia” dall’età di quattro anni. E infatti sua sorella Margaret non era della stessa pasta. Come sua nuora Diana, nata per essere un personaggio alla Paris Hilton. Elisabetta, per sbagliare, doveva mettercela tutta, un po’ come suo zio Edoardo. 
Ciò significa che l’essere proiettati da nulla al vertice è avventura da non augurare a nessuno. Perché, come il vincitore della lotteria non ha la cultura del denaro (e spesso lo perde), nello stesso modo chi viene sparato nella stratosfera può ridiscendere sulla terra alla stessa velocità. 
Sembra la trama de “La vida es sueño” dello spagnolo Calderón de la Barca (1600-1681). Sigismondo è destinato a divenire un orrendo tiranno e suo padre, Basilio, per impedire che questo destino si compia, lo fa rinchiudere in una torre, senza mai farlo uscire, nell’ignoranza del suo destino. Poi un giorno lo addormenta e lo fa risvegliare a palazzo, dove il giovane si trova ad avere una nuova identità. Non è più un prigioniero, anzi è destinato a regnare. Ma poi si comporta così male, secondo la profezia, che suo padre fa l’operazione inversa e lo fa risvegliare nella condizione di prima. La parentesi reale è stata soltanto un sogno. 
Funzioni eccezionali, affidate a chi non è adatto ad esercitarle, non possono essere che transitorie. Tanto che l’interessato, se proprio non fa la fine di Masaniello, si ritrova dopo poco tempo in una condizione normale, resa anormala da quella parentesi fortunata.
Ecco perché le continue apparizioni di questo Sigismondo Di Maio ispirano dopo tutto una grande pietà. Il giovane non è colpevole del destino che l’ha improvvisamente proiettato tanto in alto, ma è destinato a pagare il costo della ricaduta, perché nessuno può resistere alla forza di gravità. Quanto meglio sarebbe stato un piccolo successo nella sua scala, per esempio trasformare l’impresa paterna più o meno artigianale in una società per azioni. Ci sarebbe stato di che gonfiare il petto per orgoglio e di che vivere nell’agio e nel rispetto dei terzi. Invece chiunque decada da un trono sarà sempre un fallito, quale che sia il suo status.  
Personalmente vedo Di Maio oggi esattamente come l’avrei visto dieci o quindici anni fa e come probabilmente sarà fra dieci anni. Avrei preferito per lui che il destino fosse meno stravagante e meno beffardo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/5/2019 alle 9:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
30 aprile 2019
CHI HA VINTO LA SECONDA GUERRA MONDIALE?
In Italia circolano due idee importanti, in materia di storia. La prima è che la Seconda Guerra Mondiale l’hanno vinta gli americani, la seconda che gli italiani, con la Resistenza, hanno scacciati i nazisti dall’Italia del Nord. La seconda affermazione è così platealmente falsa che non val la pena di occuparsene. Più o meno come se ci chiedessero ­di discutere la tesi che Giulio Cesare si sia suicidato. Quanto alla prima, è vera  se intendiamo che anche gli americani hanno vinto la guerra, è falsa se intendiamo che senza di loro la guerra si sarebbe perduta. Per dimostrare compiutamente questa tesi, un articolo non basterebbe. Ma qui non si ha l’ambizione di convincere nessuno. Si espone una tesi. 
La Seconda Guerra Mondiale è cominciata nel settembre del 1939, ed è stata caratterizzata da una serie di sconvolgenti vittorie di Adolf Hitler su tutti gli scenari di guerra. Sembrava che nulla potesse resistere alla Wehrmacht. Gli Stati cadevano uno dopo l’altro come birilli e l’idea tedesca di avere inventato un nuovo tipo di guerra, la Blitzkrieg, la guerra-lampo, sembrava dimostrata. È vero che la Germania si era trovata ad affrontare, in quel primo periodo, nazioni militarmente “piccole”, e infatti – a quanto sembrava – Hitler non aveva osato affrontare la Francia, benché formalmente i due Paesi fossero già in guerra.  Del resto, nella Guerra Mondiale precedente, era stato proprio sulla Francia che il Kaiser s’era rotto i denti. Ma poi, col 1940, Hitler ruppe gli indugi e la conquista della Francia si rivelò di una tale facilità, da umiliare per sempre quel grande Paese.
Hitler era il dominatore dell’Europa. La sorte della stessa Gran Bretagna appariva questione di settimane o al massimo di mesi. Mussolini, dichiarando la guerra alla Francia già battuta, commise un’azione vile e disonorevole, ma non assurda. Anche gli italiani che lo applaudivano pensavano, insieme con lui, di beneficiare furbescamente di una grande vittoria senza combattere nessuna guerra. 
Forse era vero che in quel momento nessuno era in grado di battere l’esercito tedesco sul terreno. Ma molti dimenticarono che, oltre la terra, c’era il mare, e la flotta inglese era ancora un osso duro, e ciò rese l’invasione dell’Inghilterra – cui Hitler pensò molto, molto seriamente – più difficile del previsto. Il dilemma era: sbarcare in forze su un singolo punto, e così esporsi alla reazione della flotta inglese che si sarebbe anch’essa concentrata su quel punto, fino a rendere praticamente impossibili i collegamenti e i rifornimenti dell’eventuale testa di ponte, o sbarcare in più punti, ma le forze degli invasero sarebbero state meno concentrate e i difensori inglesi, anche se largamente impreparati alla guerra, avrebbero avuto la possibilità di rigettare a mare i tedeschi. Così, di rinvio in rinvio, quella progettata invasione divenne sempre meno probabile, e la Gran Bretagna guadagnava tempo prezioso. 
Rimaneva la guerra psicologica. Hitler cominciò a bombardare la popolazione civile, sperando di piegarne il morale e di indurre gli inglesi, se non alla resa, ad un accordo col Reich. Fu così che si trovò a combattere non sulla terra o sul mare , ma nei cieli di Londra e del Sud dell’Inghilterra. Siamo nell’estate del 1940, a quasi un anno dall’inizio della guerra, e ancora non abbiamo parlato degli americani. 
In quell’epica battaglia, al prezzo di una strage di eroi, pochi piloti con pochi aerei finirono con l’infliggere tali perdite alla Luftwaffe, che Hitler dovette interrompere quell’operazione che, partita come una passeggiata, si era rivelata una trappola infernale. Come ringraziamento dell’intera nazione ai piloti, scrisse Churchill: “Never was so much owed by so many to so few”  mai un tanto grande debito fu contratto da così tanti verso così pochi. Un epitaffio degno delle Termopili. 
Ad un anno dall’inizio della guerra, Hitler, padrone del Continente, si trovava a fronteggiare non un’isola – fino a poco tempo prima del tutto impreparata alla guerra - ma l’immenso impero inglese: quello che colorava di rosa tutti gli atlanti geografici del tempo. Hitler non aveva potuto tagliare la testa dell’Idra, ed ora non si trovava ad affrontare anche i suoi enormi tentacoli: il Canadà, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa, l’India, quella marea umana che poi vedemmo arrivare in Europa nel 1943 e negli anni seguenti. Tutta l’azione di De Gaulle, a partire dal 1940, tese a fare la stessa cosa con l’impero francese, ma il Generale non ebbe successo per l’insipienza degli alti comandi francesi. Gli inglesi non potevano pensare di avere vinto la guerra. Ma sapevano almeno di non averla già persa, ed erano determinati a combattere fino all’ultimo uomo e fino all’ultima donna.   
Lo scontro dunque proseguì e Hitler ebbe la pessima idea di attaccare la Russia. Mentre il conflitto si era esteso  al Nord Africa, e qui i tedeschi scoprirono che gli inglesi e i loro alleati erano in grado di combattere anche sul terreno, mentre gli italiani erano così male armati, da rappresentare più un peso che un sostegno. Già prima i nostri connazionali avevano attaccato la Grecia (tanto per presentarsi come vincitori di qualcosa) ed erano riusciti a farsi battere dai greci. Tanto che i tedeschi erano stati costretti a correre in loro soccorso, al costo di ritardare la campagna di Russia e fino a ritrovarsi a combattere in inverno con l’equipaggiamento inizialmente previsto per l’estate. 
La guerra contro la Russia, malgrado qualche successo iniziale, mostrò presto la sua difficoltà e si rivelò quasi impossibile da vincere. I russi erano stati colti di sorpresa, con l’Alto Comando decimato dalle criminali “purghe” staliniane, ma dimostrarono presto di essere disposti a morire a milioni, per difendere la loro patria. Le battaglie, le avanzate e le ritirate si succedevano, con grande dispendio di uomini e di mezzi, ma non se ne veniva a capo. Stiamo parlando dell’estate del 1941 e la guerra infuriava su tutti i fronti. Degli americani , sul terreno, neanche l’ombra: inviavano soltanto rifornimenti agli inglesi e ai russi.
Nel dicembre del 1941, oltre due anni dopo l’inizio della guerra, il lampo della Blitzkrieg era un lontano ricordo, e nessun profeta avrebbe potuto dire come sarebbe andata a finire. Fu allora che i giapponesi ebbero la bella idea di Pearl Harbour, provocando l’entrata in guerra degli Stati Uniti, cui anche la Germania dichiarò la guerra. 
Ovviamente, nei primi di gennaio del 1942 la macchina bellica americana non poteva certo essere a punto. Infatti per molto tempo era prevalso l’isolazionismo e non era affatto certo che l’America sarebbe entrata in guerra. Ma fu proprio nel 1942 che,  mentre gli americani cominciavano appena a pesare sul conflitto, fu tecnicamente vinta la guerra. 
Non lo dico io, lo dicono i fatti e lo dice un famoso storico americano, William Shirer, il cui libro, “The Rise and Fall of the Third Reich”, è divenuto un classico, per tutti gli studiosi di quel periodo storico. In un capitolo, il Ventiseiesimo, intitolato in inglese “The Turning Point” (se non ricordo male) e in italiano “La grande svolta”, ha scritto: “Insieme a El Alamein, e agli sbarchi anglo-americani nel Nordafrica, Stalingrado segnò il grande capovolgimento di tutta la Seconda Guerra Mondiale. La marea delle conquiste naziste che riversatasi su gran parte dell’Europa, fino alle frontiere dell’Asia sulla Volga, e in Africa fin quasi al Nilo, ormai cominciava a rifluire, non si sarebbe più rinnovata. I tempi delle grandi offensive-lampo tedesche, con migliaia di carri armati e di aerei che spargevano il terrore tra le file degli eserciti nemici facendoli a pezzi, erano tramontati. Certo, vi sarebbero state ancore alcune disperate offensive locali – a Kharkhov, nella primavera del 1943, nelle Ardenne, nel periodo natalizio del 1944 – ma facevano parte di un’azione soltanto difensiva, svolta dai tedeschi con grande tenacia e grande valore nei due anni successivi, gli ultimi della guerra. Non er più Hitler ad avere l’iniziativa: era passata nelle mani dei suoi nemici, e in esse restò”. 
Naturalmente, l’intervento americano fu tutt’altro che insignificante. Gli Stati Uniti erano anche allora un gigante economico e tecnologico, e mentre gli inglesi facevano la guerra “al risparmio”, gli americani potevano largheggiare e usare il cannone anche per ammazzare una mosca. Il loro intervento sicuramente accelerò e rese più facile la vittoria sulla Germania, e fu importantissimo per la ripresa del Continente, dopo le distruzioni e le spese della guerra, da cui l’Inghilterra uscì letteralmente spossata. Ma Hitler la guerra la perse negli anni fra il 1939 e il 1942, mentre il periodo che seguì, dal ‘43 al ‘45, testimoniò soltanto la follia di Hitler e la sua volontà – testuale – di distruggere la Germania per punire i tedeschi di non aver saputo vincere la guerra.
Non sto farneticando io, farneticò Hitler. Mentre nella Prima Guerra Mondiale la Germania si arrese senza nemmeno essere invasa, perché i generali tedeschi evitarono alla Germania ulteriori perdite e ulteriori lutti, con Hitler si andò avanti finché la truppe russe furono a Berlino. A che cosa servirono gli ultimi mesi, anzi, gli ultimi anni della guerra, se non a far soffrire i tedeschi e il resto degli europei? Siamo alla follia criminale. 
Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, nel 1943, chi poteva ancora pensare che l’Asse avrebbe vinto la guerra? Quando gli Alleati sbarcarono in Normandia, e siamo nel giugno del 1944, che senso aveva combattere ancora? 
A conti fatti, almeno tecnicamente, la guerra fu vinta dal Commonwealth, e dalla determinazione ingles, negli anni dal 1939 al 1942. Il massimo apporto, a questa loro vittoria, fu dato dai russi che perdettero molti milioni di uomini combattendo contro Hitler, e fiaccandone l’energia. Si sarebbe potuto comprendere che un Alto Comando tedesco conservasse ancora qualche speranza, dopo quei giorni, ma presto avrebbe dovuto capire che la guerra era perduta e il meglio che si potesse fare sarebbe stato limitare le conseguenze negative della sconfitta. Invece, come detto, il conflitto andò avanti, senza significato e senza dubbi sull’esito.
Sono sempre stato e rimango filoamericano. Ringrazio gli statunitensi per il loro grande e fattivo intervento in guerra. Li ringrazio per il cibo che distribuirono (insieme con gli inglesi) nei territori da loro occupati e li ringrazio per avere rispettato le nostre donne e i nostri beni. Li ringrazio anche per aver contribuito a ridarci la democrazia, ma – per quanto riguarda la vittoria su Hitler – prima di pensare a loro penso agli inglesi. Semplicemente perché è andata così. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
30 aprile 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/4/2019 alle 7:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
29 aprile 2019
L'IDENTITA' EUROPEA
Nel progettare – anni fa - la propria Costituzione, l’Europa rifiutò di menzionare, accanto ad altri elementi comuni,  le nostre “radici cristiane”. Fu un errore, dovuto a quell’ingenuo laicismo che, nato con l’Illuminismo e rafforzato dal materialismo marxista, è ancora abbastanza operante per ottenere questo risultato. 
L’identità è ciò che siamo, non ciò che ci piacerebbe essere. Rinnegare  le propri radici è stupido perfino quando le si sono strenuamente combattute, fino a credere di essersene del tutto liberati: infatti, se abbiamo dovuto combatterle con forza, è segno che erano gran parte di noi e difficilmente una gran parte di noi, anche se amputata, potrebbe non lasciare tracce. 
Un ottimo esempio è Nietzsche. Questo filosofo è profondamente anti-cristiano, ma è tale non perché fanatico o cieco dinanzi agli apporti artistici e culturali di questa religione, ma perché ha visto i guasti che essa poteva provocare. Ed ecco un’ovvia osservazione: non sarebbe stato tanto critico, col Cristianesimo, e forse non ne avrebbe neppure parlato, se fosse vissuto in un Paese buddista. Per non dire che personalmente era figlio di un pastore protestante. 
Dunque Nietzsche è estremamente – e perfino dolorosamente – cosciente di quanto la civiltà europea sia legata a quella religione. Se egli la critica, è perché essa colpevolizza l'uomo e  va contro il principio della vita ("eros"). Piega l’individuo alla schiavitù della colpa e dei rimorsi. Se Nietzsche vagheggia l’Ellade – e siamo ancora e sempre in Europa - è perché in essa crede di ritrovare il meglio della mentalità europea, nella direzione dell’eros e della libertà.
Benedetto Croce aveva ragione, quando diceva che “non possiamo non dirci cristiani”. Perché lo siamo anche noi atei. Philip Roth, nel “Lamento di Portnoy”, parla infinite volte di masturbazione, in certe pagine fino alla mania. Come non vedere che in questo egli è ebreo e, per così dire, cristiano? Tutti i suoi libri vogliono essere una rottura delle convenzioni sociali e della morale corrente, e quale pratica è stata fra le più condannate della masturbazione, dai tempi remoti della Bibbia fino al presente? In un mondo in cui del sesso fosse stata condannata soltanto la patologia, non ci vorrebbe nessun coraggio a parlare di masturbazione, di adulterio, di sodomia e di qualunque altra pratica non pericolosa e liberamente consentita. 
La profondità delle nostre radici si ritrova persino nella mentalità scientifica, nata in Europa con Talete, con Archimede, con Aristotele, e perfino con la mitologia greca. Questa infatti è un insieme di favole (è questo il significato della parola “mito”) ma sono favole che danno una spiegazione dei fenomeni naturali. E se la spiegazione fantastica non vale nulla, vale ancora molto l’averla cercata. Questo bisogno di darsi conto del reale ha dato all’Europa la sua preminenza nel mondo. La scienza è un prodotto italiano, inglese, francese, non giapponese o cinese, per quanto grandi siano state quelle due civiltà. 
Ci si potrà rimproverare di essere stati un Continente bellicoso e dominatore, e la storia della conquista del Sud e del Centro America non ci fa onore. E tuttavia, in fin dei conti, abbiamo regalato all’umanità più cose positive che cose negative. Infatti il mondo intero ha copiato i nostri modelli. In questo siamo stati figli non indegni dell’Impero Romano, quel Superstato che non si limitava a conquistare territori ma li romanizzava. Se oggi l’Africa ha un alfabeto comprensibile a tutti, se conosce due lingue di importanza mondiale come l’inglese e il francese, se ha una speranza di giungere un giorno alla democrazia, è imitando quei modelli europei di cui ha almeno nozione. 
Riconoscere le nostre radici non significa ignorare i nostri limiti e le nostre colpe. Non possiamo essere troppo severi col fanatismo religioso degli altri perché abbiamo conosciuto le guerre di religione. Non possiamo essere severi con l’assolutismo, perché abbiamo avuto secoli interi di assolutismo, e la macchia della Shoah non infanga soltanto i tedeschi, infanga tutti noi, come tutti siamo infangati dall’interminabile tirannia staliniana, in pieno Ventesimo Secolo. Dunque non ci porremo a modelli di virtù, cosa che del resto nessuno può permettersi. Ma possiamo e dobbiamo riconoscerci per quello che siamo; figli dell’Ellade, figli di Roma, figli del Cristianesimo. Rinnegare il Cristianesimo è tanto stupido quanto rinnegare l’Illuminismo e la Scienza. Fa parte di noi. Sforziamoci piuttosto di conservare ciò che di positivo ci ha dato tutto il nostro passato, cercando di emendarci dai suoi lati negativi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       28 aprile 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 29/4/2019 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 aprile 2019
I VALORI DELLA RESISTENZA
In uno degli innumerevoli discorsi che hanno celebrato il 25 aprile si è sentita per l’ennesima volta questa frase: “I valori della democrazia sono i valori nati dalla Resistenza”. Non ho badato all’autore della sentenza, perché quel concetto l’ho sentito ripetere per settant’anni. Cercarne l’autore sarebbe come cercare chi ha detto che “Il potere assoluto consente ogni arbitrio”. E tuttavia fra le due frasi c’è una differenza: la seconda è vera. 
Per essere sicuri che parliamo della stessa cosa, bisogna che ci mettiamo d’accordo su che cosa sono i valori. Io li definirei “principi fondamentali”, ma il Devoto-Oli è molto più loquace: “4. Nel linguaggio filosofico, il termine è generalmente contrapposto al ‘fatto’, in quanto questo è indifferente mentre quello ‘importa’ allo spirito umano (il ‘fatto’ è l’essere, il valore  è il ‘dover essere’)”. E così via per altre righe ancora. E tuttavia, per quanto riguarda la democrazia, continuo a credere che basti parlare di principi fondamentali.
La democrazia è il governo del popolo. Cosa che fu pressoché vera nelle polis greche, anche se già allora il popolo  (poche migliaia di persone, in piazza) si limitava a decisioni di ordine generale. E ovviamente indicava chi dovesse in concreto governare. Ma questa “democrazia diretta” è ovviamente impossibile in una grande nazione moderna, con milioni di cittadini. Qui si può avere soltanto la democrazia rappresentativa: il popolo elegge i suoi rappresentanti e sono poi costoro che legiferano ed esprimono il governo. 
Questo è il meccanismo essenziale della democrazia, ma non si può dire che esso esaurisca le caratteristiche essenziali di questo tipo di regime. Infatti bisogna che le elezioni siano libere e che le decisioni sono prese a maggioranza. Bisogna che il popolo sia informato delle diverse tesi, e da questo nasce l’esigenza della libertà di parola. Bisogna che i rappresentanti del popolo non siano soggetti all’arbitrio dei magistrati e da questo deriva la loro immunità. E infine, già in tempi più remoti di Montesquieu, la separazione dei poteri. 
In materia di problema della conoscenza, qualcuno ha detto brillantemente: “Forse non sono in grado di definire un cavallo, ma quando ne vedo uno, so che è un cavallo”. Nello stesso modo si potrebbe definire la democrazia “il tipo di regime dell’Inghilterra, anche se ne esistono varianti”. Come esistono morelli, bai e cavalli bianchi.
Se tutto questo è vero, si può definire il Fascismo una democrazia? Certamente no. Anche ad ammettere che, ad un certo momento, il regime fruisse di un notevole consenso nazionale, non per questo volle mai correre il rischio di essere sconfitto nelle urne. Al vertice dello Stato c’era Benito Mussolini e di rimuoverlo o di sostituirlo non se ne parlava neppure. Non era assicurata la libertà di parola e l’antifascista rischiava il lavoro e il confino, a meno che non fuggisse all’estero. Né si può dire che sia stata votata da un libero Parlamento la massima decisione, l’entrata in guerra nel 1940. Dunque chi è per la democrazia deve necessariamente essere antifascista.
Al riguardo va però precisato un punto, su cui spesso in molti sorvolano. L’autocrazia va condannata non perché farà sicuramente il male del popolo, ché anzi a volte può fargli del bene, ma perché può fare del male al popolo senza per questo essere rimossa dal potere. E infatti il massimo pregio della democrazia è il fatto che il governo possa essere mandato via da un voto di sfiducia del Parlamento.
A questo punto ci si può chiedere: che c’entra la Resistenza con i valori democratici? Il regime democratico esisteva prima della Resistenza e prima del Fascismo. Nei regimi democratici europei si aveva libertà di parola, prima della Resistenza, i governi si mandavano a casa anche prima della Resistenza. La Resistenza non ha inventato niente. Né basta essere stati contro il Fascismo per avere inventato i valori della democrazia, diversamente basterebbe essere contro le malattie per dichiararsi inventori della medicina. Oltre al Fascismo, ci sono la monarchia assoluta, il Direttorio, la dittatura comunista, l’oligarchia, la teocrazia e via dicendo. I valori della democrazia sono qualcosa di positivo, non qualcosa di negativo, cui si giunge per esclusione.
Come se non bastasse, la maggioranza dei partigiani non erano sinceri democratici: erano comunisti e dunque il regime che desideravano era la dittatura del proletariato. Erano contro il Fascismo, ma non a favore della democrazia e dei suoi valori. Come avrebbero potuto dunque fondarli, se la prevista guerra civile, per attuare la rivoluzione proletaria con le armi, fu evitata per la stessa azione di Togliatti e il peso degli Stati Uniti nella faccenda?
La democrazia ci fu suggerita dai vincitori, gli Alleati, e senza alcuna difficoltà, perché dopo tutto si trattava di riprendere le istituzioni che avevamo prima dell’avvento del Fascismo. 
La Resistenza non ci dette i valori democratici, non liberò l’Italia del Nord (per battere l’esercito tedesco erano necessari ben altri avversari, ben armati) e fu tutt’altro che senza macchia e senza paura. Il libro di Giancarlo Pansa, “Il Sangue dei Vinti”, ha finalmente smentito la retorica partigiana. Per non dire che la democrazia si fonda sul rispetto della legalità, e la lotta partigiana fu illegale, perché violava le vigenti leggi di guerra.
Se proprio l’Italia volesse “rimuovere”, in senso psicoanalitico, il peggiore momento della sua storia, farebbe bene a non parlare mai del trentennio 1918-1948. Storicamente non sarebbe onesto, ma ci risparmieremmo il diluvio di bugie che ci inonda da tre quarti di secolo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/4/2019 alle 9:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 aprile 2019
LA CISTERNA COPERTA DELLA FIDUCIA
Se, come riserva d’acqua, si ha soltanto una cisterna coperta, bisogna stare attenti al consumo. Ma se si tratta di un contenitore di molti metri cubi, anche sprecando un po’, alcuni penseranno sempre che rimanga parecchia acqua. Perfino se qualcuno li avverte che è un’imprudenza, rispondono che si procede così da molto tempo e acqua ce n’è ancora. Perché mai dovrebbe finire ora? Ed è una risposta stupida. Se l’acqua nella cisterna è una quantità finita, il fatto di averla un po’ sprecata non corrisponde a dire che non finirà mai, corrisponde a far sì che finisca prima. 
In campo finanziario l’italia si è comportata in modo demenziale da circa mezzo secolo e i mercati hanno sempre avuto fiducia in noi e da questo molti hanno dedotto che si può andare avanti così indefinitamente. Se siamo arrivati fin qui aumentando il debito pubblico – dicono gli scervellati - e non c’è cascato il cielo sulla testa; se sono decenni che sforiamo ogni anno il bilancio, e non siamo mai falliti; se da tanto tempo sborsiamo disinvoltamente dai sessanta ai settanta miliardi l’anno per i debiti sui titoli pubblici, e a quanto pare ce lo possiamo permettere, perché non dovremmo continuare così, come hanno fatto tutti i governi prima di noi?
Se la cisterna della fiducia delle Borse fosse scoperta, potremmo ogni tanto scandagliarla e vedere quanta ne rimane. Ma è coperta e la nostra unica certezza è che non sono una quantità infinita né la tolleranza delle autorità europee né, soprattutto, la fiducia dei mercati. Bisogna aspettarsi che tutto possa improvvisamente divenire drammatico, vedendo che il secchio è risalito asciutto.
L’Italia non riuscirà mai a ripagare il suo enorme debito pubblico (circa centocinquantamila euro a famiglia). Dunque finirà col lasciare i suoi creditori con un palmo di naso. Ma nel frattempo – finché non sarà obbligata  a rimborsare i debiti e finché non dichiarerà fallimento – paga begli interessi: attualmente, il 2,5%. E perché allora io stesso non compro Titoli di Stato? Semplicemente perché, dal momento che l’Italia potrebbe fallire in qualunque momento, nessuno mi garantisce che mi restituirà il capitale. E questa considerazione non è soltanto mia personale. E infatti, se tutti gli Stati offrono un interesse tanto più alto quanto più lontana è la scadenza, è perché quanto più lontana è la scadenza, tanto più probabile è che lo Stato nel frattempo sia fallito, che la moneta abbia subito una forte inflazione, che sia scoppiata una guerra e che il mondo sia stato messo sottosopra. Infatti investono in titoli di Stato italiani soprattutto coloro che (come le banche) non sono persone fisiche che rischiano i loro propri soldi. 
Il mercato finanziario internazionale, riguardo ai titoli di Stato, si regge su questo equilibrio: “Se investo in titoli di Stato, rischio di perdere il capitale; ma se non investo in Titoli di Stato, mi privo di buoni interessi; e allora rischio. Tanto, il disastro non è per domani”. Tutta l’abilità consiste nell’incassare gli interessi e ricuperare il capitale prima che lo Stato dichiari la propria insolvibilità. E poiché questa previsione, come tutte quelle riguardanti il futuro, è incerta, in realtà basterà che un giorno qualcosa o qualcuno allarmi gli investitori, perché tutto il sistema salti in aria e l’Italia dichiari fallimento.
Come si vede, siamo appesi al fiuto, alle impressioni, alle previsioni e in definitiva all’emotività  dei cosiddetti esperti. Purtroppo la materia è tutt’altro che scientifica. Né si può sperare un aiuto dai computer, ché anzi questi sono programmati per amplificare l’emotività degli operatori di borsa. Il software dice al pc: se il tale titolo scende al di sotto di questa quotazione, vendi. Il che corrisponde a dire che, se prima vendevano dieci o venti, poi potranno essere mille, nel giro di qualche secondo. fino al crollo del titolo.
Quando si tratta di Borse, ci si accorge dell’irreparabile dopo che si è verificato. Né possiamo sperare in segni premonitori, perché in questo caso c’è coincidenza fra segni premonitori e cause scatenanti. Al primo allarme, tutti vendono, senza pietà.
Nella loro allegra incoscienza, alla fine del 2018 gli attuali governanti si intestardivano a parlare di un deficit del 2,4%, Poi l’aumento del tasso d’interesse richiesto dai mercati per comprare i nostri titoli di Stato balzò da un modesto e miracoloso 1,25% in più rispetto ai titoli tedeschi a più del doppio, al 3% e più, e l’Europa fece capire a Roma che rischiavamo il fallimento a breve. Così i nostri eroi, rimangiandosi le rodomontate contro l’Europa e contro le Borse, hanno fatto una marcia indietro tanto precipitosa quanto vergognosa. E ciò perché? Perché un interesse del 3% parla di grande sfiducia nell’Italia. Un passo in più, in quella direzione, può condurre alla diserzione delle “aste” in cui vendiamo i nostri titoli. Con conseguente fallimento. 
Ecco perché siamo spaventati, pensando alla fine del  2019. È stupido dire: “Come hanno fatto i precedenti governi faremo anche noi”. Perché sotto il coperchio la cisterna della fiducia è andata svuotandosi e non sappiamo a che punto è. La nostra situazione non dipende da noi, dipende dai mercati. E questi non ci avvertono del momento in cui il secchio ritornerà asciutto . È solo essendo disperatamente prudenti che possiamo sperare di allontanare, se non evitare,  quel fatale momento. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 aprile 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 26/4/2019 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 aprile 2019
LA FESTA DELLA LIBERAZIONE
È normale che proviamo a non farci imbrogliare dal prossimo. Ma questo sforzo deve essere esteso anche ad un aggressore imprevedibile: noi stessi. Sia perché potremmo essere tentati di  abbellire la realtà in nostro favore, sia perché potremmo alla fine credere una menzogna soltanto perché (alla Lenin) ci sarà stata ripetuta tante volte, da aver fatto rovinare le nostre difese mentali. 
Sono stato bambino in un mondo in cui non si poteva essere che fascisti. Poi ho passato una vita assistendo all’eterna guerra mai vinta e archiviata contro il fascismo,  tentando sempre di tenere la testa fuori dall’acqua dei possibili condizionamenti. E una domanda che mi sono posto più volte è stata: ma se avessi avuto vent’anni nel 1930, sarei stato fascista anch’io?
È giusto avere il dubbio, dal momento che moltissimi galantuomini, inclusa la folla di coloro che poi divennero comunisti, e che allora avevano quell’età, sono stati fascisti: da Montanelli a Scalfari, da Fanfani a Giorgio Bocca, da Giorgio Albertazzi a Dario Fo. Non quattro sprovveduti, come si vede. Ovviamente, se fossi stato fascista, mi sarei ampiamente perdonato. È difficile che un giovane abbia i dati e il coraggio per andare controcorrente nel fiume del presente. 
E tuttavia penso che non sarei stato fascista. Credo che il mio temperamento mi avrebbe precluso ogni forma di unanimismo, di retorica, di illusione, di menzogna. Se da sempre non vedo il nostro Risorgimento come un’epopea (stante la lunga serie di sconfitte accumulate) come avrei potuto chiamare Rivoluzione la Marcia su Roma, quando si trattò di una gita in treno, conclusa con l’approvazione del Re? Come avrei potuto realmente compiacermi dell’Impero, quando avevamo gli scarti delle colonie, conquistati non sempre facendo bella figura sul campo di battaglia? Come dimenticare Adua? L’Italia guerriera non era più guerriera delle comparse dell’Aida. I gerarchi con la pancetta che fingevano di essere degli atleti mi avrebbero fatto ridere, ed avrei trovato patetico il Duce sul cavallo bianco. Molti sventolavano bandiere sul carro vincente del regime, ed io non sono mai stato bravo a sventolare bandiere. E questo quando il fascismo trionfava. Poi è cominciata la serie inenarrabile delle nostre tragedie, dalle leggi razziali allo scontro con i francesi, sul Moncenisio (a Francia già vinta), dalla sconfitta contro la Grecia, che avevamo aggredito noi, alla Libia, alla Russia, fino al marasma del 1943 e al disonore nazionale coniugato sull’intero setticlavio,
Se in qualcosa tutto ciò poté influire, sulla mia formazione, fu nella direzione di non credere mai alla retorica nazionale. Principio che mi è stato anche più utile del previsto, in quanto, dal 1943 in poi, la retorica nazionale ha soltanto cambiato di segno. Sono passato da Roma che ritrovava il suo spirito guerriero per riappropriarsi il suo eterno destino imperiale, a un Paese  che non è mai stato fascista, non è mai stato alleato dei nazisti, non ha mai partecipato ai loro crimini. Il nuovo catechismo insegna che il fascismo è il male assoluto, non ha mai fatto né mai avrebbe potuto fare una singola cosa buona, e per giunta è un male che non è mai morto, nel senso che ancora oggi siamo tutti in trincea per lottare contro di esso. Baggianate monumentali. Ed io, per più di settant’anni,  ogni volta che la radio, la televisione, i giornali, l’ufficialità, mi versavano nella mente una bugia, mi sono costretto a ripetere mentalmente: “Non è vero”. “Non è andata così”. “Questa propaganda è degna del fascismo”.
La semplice verità è che abbiamo perso ignominiosamente una guerra cui non avremmo dovuto partecipare, per giunta schierandoci dalla parte sbagliata, e alla fine della quale abbiamo assistito alla liquefazione dell’esercito italiano, alla fuga del Re da Roma, al marasma nazionale. 
E da quel momento, invece di batterci il petto, invece di cercare di migliorare seriamente il nostro livello morale e civile, ci siamo ubriacati di bugie. L’Italia non è mai stata fascista. L’Italia ha vinto la guerra insieme con gli Americani (gli inglesi, chissà perché, erano spariti dalla storia, mentre sono stati i veri vincitori della Seconda Guerra Mondiale). l’Italia ha vinto la guerra contro il Nazismo, i partigiani hanno liberato l’Italia Settentrionale, ed erano i paladini della libertà, quando in realtà, per la maggior parte, erano comunisti, e auspicavano che in Italia comandasse Stalin. Ma già, i partigiani erano buoni e i repubblichini cattivi, mentre in realtà erano cattivi tutti, come avviene nelle guerre civili. 
Infine, cosa che nessuno dice mai, secondo le Convenzioni di Ginevra i partigiani meritavano la morte senza processo, mentre tedeschi e repubblichini agivano in conformità a quelle norme. In guerra è permesso combattere ed anche uccidere, ma soltanto in divisa e con le armi ben in vista. 
Per  me il 25 aprile, se celebra il ricordo della guerra, è la ricorrenza di una tremenda, devastante, tragica sconfitta della mia Patria. Per fortuna siamo stati invasi da due popoli civili che ci hanno incoraggiati a scegliere il regime democratico. E ciò mentre metà dell’Europa era ridotta in schiavitù da quello Stalin invocato da tanti dei nostri partigiani. Più comunisti di Togliatti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      25 aprile 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/4/2019 alle 18:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 aprile 2019
IL SEGRETO
Il segreto va accuratamente mantenuto. Quando è necessario. Quando è richiesto. Quando lo consiglia il buon gusto. Quando lo impone il perdono verso i nostri simili, visto che anche noi abbiamo bisogno di perdono. Va tenuto perfino quando lo si apprende per caso,  per rispetto dell’intimità altrui. Bisogna reprimere l’ingenuo e stupido sentimento di potenza che dà l’atto di rivelare qualcosa che gli altri non sanno. Che cosa ci si guadagna a far sapere che una bella donna porta la dentiera? 
Noi viviamo in un’epoca guardonistica e screanzata. I giornali non si vergognano di avere delle rubriche di “indiscrezioni” e ”retroscena”, addirittura ci sono gli specialisti, i “retroscenisti”. E i lettori, ovviamente, non si vergognano di leggerle. I rotocalchi sono in agguato per sorprendere il momento in cui il vento solleva la gonna di una celebrità, o se un uomo politico, durante una solennità, ha un colpo di sonno. Grande rivelazione, il vento solleva le gonne e le celebrazioni fanno calare il sonno. Ma è soltanto una scusa per irridere chi è andato più lontano o più in alto di noi. Una compensazione da frustrati. 
Le buone maniere sono il balsamo della vita associata. Se un uomo ha sulla spalla della giacca una piuma d’uccello depositata lì dal vento, un capello bianco o – peggio ancora – biondo, mentre lui è bruno, il maleducato lo avverte e ride. Il beneducato rimuove l’oggetto quasi distrattamente, senza una parola, mentre il vero gentiluomo quegli oggetti non li vede. Esattamente come non sente nulla, e nemmeno trasalisce, se a qualcuno scappa un rumore fisiologico.
La verità è come l’ossigeno: allo stato puro è un veleno. Tutti abbiamo il diritto di criticare un amico, ma se qualcuno andasse a dirgli che cosa abbiamo detto di lui, quante amicizie si romperebbero? Se qualcuno venisse a dirmi in che modo un amico mi ha criticato, perdonerei più facilmente l’amico maldicente che il delatore. Zizzania ne cresce a sufficienza da sola. 
Coloro che pretendono che tutto sia rivelato, che non ci siano segreti, che non ci sia nulla da nascondere, sono degli stupidi. Credono di non avere segreti, e invece li hanno eccome. Se non fosse così, non ci sarebbero porte nei gabinetti, e in materia di sesso vige un pietoso segreto universale. 
Nessuno può dire l’intera verità sul proprio conto e non si può imporre agli altri di dirla. Andando in giro vestiti, nascondiamo cose meno vergognose di altre che pure fanno parte del nostro passato. E a volte del nostro presente. Il coraggio della verità – che non è un coraggio dappoco – dobbiamo averlo nei confronti di noi stessi. Spogliare il prossimo delle sue povere difese è un atto di vigliaccheria.  E parlare di “public’s right to know”, diritto del pubblico di sapere, come fa oggi il New Yoik Times International Edition, è un assurdo. Una legittimazione dell’indiscrezione, il sigillo giuridico per il buco nella parete della cabina balneare. 
Il pubblico ha diritto di conoscere ciò che viene detto in Parlamento, ma il governo è tenuto più a governare bene che a rendere conto per filo e per segno del suo operato. Secondo una celebre massima di Bismarck, meno la gente sa di come si fabbricano le salsicce e di come si confezionano le leggi, meglio dorme. Il popolo pretende dei governanti onesti ed incorrotti, ma quale popolo sarebbe fiero di avere avuto dei governanti onesti e in buona fede che lo hanno condotto al disastro, piuttosto che un son of a bitch, come forse era Winston Churchill, che però salvò la sua patria dalla schiavitù?
Un caso particolarmente interessante è quello del segreto di Stato. Il singolo cittadino è tenuto al rispetto della legge, e questa gli impone di non mentire e di non uccidere. Ma queste regole valgono per gli Stati? Evidentemente no. Gli Stati infatti applicano le leggi agli altri, non a sé stessi. E se è nell’interesse della nazione violare qualcuna delle regole, lo Stato non dovrà esitare a farlo. 
Solo gli incompetenti immaginano il Leviathano simile ad una mite pecorella. A volte il politico si trova dinanzi ad una scomoda decisione. Se si comporta secondo la morale, non fa l’interesse della sua patria. Se va pubblicamente contro la morale per il bene della nazione, avrà la gratitudine degli storici ma sarà disprezzato dai contemporanei. L’unica soluzione, per il buon politico, e per il Paese, è quella di essere all’occasione immorale ma in segreto: in modo da cumulare il vantaggio del Paese e quello della sua propria buona fama. 
Ecco perché chi – come Julian Assange - viola un segreto di Stato merita di essere punito severamente. Perché danneggia la nazione intera. Per non parlare del segreto di Stato in caso di guerra. Se i massimi strateghi decidono una certa azione di sorpresa, è ovvio che, se il nemico ne fosse a conoscenza, la sorpresa svanirebbe e molti soldati sarebbero uccisi senza nessun vantaggio. Ecco perché, in un caso del genere, la pena di morte è giustificatissima. 
Da qualunque lato si guardi la questione Assange, si tratta di un personaggio negativo. Non so quanto male abbia fatto al suo Paese, ma mi basta la possibilità che l’abbia fatto, per desiderare che finisca in galera, e non per qualche mese. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 aprile 2019 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/4/2019 alle 5:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 aprile 2019
LA VALUTAZIONE DI SÉ
Un amico, da sempre un frequentatore dell’alta borghesia di Milano, mi ha scritto a proposito di Enrico Cuccia una cosa interessante: quell’uomo era inattaccabile perché incorruttibile e perché “ispirato da una mostruosa supervalutazione di sé”.Questo collegamento tra un’adamantina virtù – il disinteresse pecuniario – e una grandissima autostima, è interessante. 
Ogni uomo porta avanti la propria vita fra difficoltà e compromessi. Fra imprescindibili necessità e piccole vigliaccherie. E così, non di tutte le nostre azioni ci potremmo vantare in pubblico. Ecco che cosa intendeva Terenzio con le parole: “Nihil humanum a me alienum puto”, non reputo estraneo a me nulla che sia umano. Ed è al contrario questo sentirsi diversi e superiori che rende i moralisti da strapazzo spregevoli. Per non parlare dei giustizialisti, accigliati imbecilli digiuni di diritto. Tutti costoro pontificano e dimenticano che, scavando bene, anche nella vita dei santi si trovano magagne. Non per caso, nei processi per la beatificazione, in Vaticano, c’è un “Avvocato del Diavolo”. Le magagne saranno magari perdonate, ma non per questo giudicate inesistenti.
Nel momento in cui l’individuo si trova dinanzi al bivio su come comportarsi, pesa molto l’opinione che ha di sé. Se si sa debole e disprezzato sarà portato anche a barare: tanto non ha nessuna immagine di sé da difendere. Se anche si sacrificasse per un bel gesto, non per questo gli altri lo stimerebbero o gliene renderebbero merito. I maschilisti, per esempio, hanno sempre accusato le donne di essere bugiarde, dimenticando che non hanno mai concesso loro la parità. E se una donna rischia di ricevere uno schiaffo, per aver detto il vero, perché non dovrebbe mentire? Per fortuna, almeno nelle società evolute, tutto questo è sempre meno attuale.
All’altro estremo c’è ì’uomo che può permettersi una tale opinione di sé da non piegarsi a nessuna lusinga – ecco l’indifferenza di Cuccia per il denaro – e a nessuna minaccia. De Gaulle, durante l’attentato del Petit Clamart, mentre la sua auto era crivellata da colpi d’arma da fuoco, rimaneva diritto, al suo posto, e soltanto alla fine cedette all’implorazione delle sue guardie del corpo di non offrire un così comodo bersaglio. Dinanzi all’alternativa tra morire e inchinarsi ai terroristi, il Generale sceglieva la morte. Né diversamente si comportarono molti alti ufficiali italiani che, durante la Prima Guerra Mondiale, visitando il fronte, per dare ai fanti l’esempio del coraggio, si esponevano al nemico, in piedi col binocolo al di sopra della trincea. Finendo spesso ammazzati dai cecchini austriaci. Tanto che l’Alto Comando dovette vietare quella pericolosissima esibizione. Non servivano soltanto i fanti, servivano anche i generali.
La “mostruosa ipervalutazione di sé” può a volte essere un errore: non tutti siamo De Gaulle e neanche Enrico Cuccia. Ma una cosa è certa: se i giapponesi sono in media molto più onesti di noi, è perché nello spirito della nazione c’è la dignità del singolo. Questi non deve “perdere la faccia” (cioè l’onore) neanche se ne va della sua vita. Noi italiani invece sappiamo di avere di fronte un nemico scorretto e ben poco preoccupato dell’onore: e per questo lo preveniamo, facendo i furbi per primi. Per non parlare della Cosa Pubblica e dei governanti, che giudichiamo nel modo più severo. La “Cosa Pubblica” (“Res Publica”) era la religione dei romani, mentre in un certo sSd l’unica cosa da prendere sul serio non era la Cosa Pubblica, ma la Cosa Nostra. Perfino l’arte ha consacrato questi principi. Nel film di Monicelli, “La Grande Guerra”, due fanti si comportano da bugiardi, da vigliacchi e da imbroglioni senza scrupoli, cercando di salvare la ghirba. Soltanto quando il loro tradimento, a favore degli austriaci, comporterebbe la morte dei commilitoni, affrontano la morte. Ma lamentandosi e senza credersi degli eroi. 
Noi italiani possiamo essere pronti a morire per gli amici, ma difficilmente ci sacrificheremmo a morire per la nazione. Che infatti, in questo senso non esiste. In Italia non c’è un popolo, c’è un insieme di sessanta milioni di individui, più o meno in lotta fra loro. Forse una dose di ipervalutazione di noi stessi non ci farebbe male.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      23 aprile 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/4/2019 alle 6:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 aprile 2019
LA SIRIA IMPARTISCE LEZIONI
Bashar al Assad, se pure con notevoli aiuti esterni, ha vinto la guerra civile. Ora, tornata la pace, il governo siriano si oppone con tutti i mezzi – leali e sleali – al ritorno dei 5,5 milioni di espatriati. Che quei poveracci desiderino ritrovare la loro casa, i loro terreni (quando li possedevano) e, insomma, la loro vita normale, è ovvio. Ma è interessante osservare la ragione per la quale il governo scoraggia questi ritorni, e nel modo più risoluto. 
Da molto tempo la Siria ha una popolazione mista, dal punto di vista religioso: una maggioranza sunnita, una minoranza sciita, e un gruppo dominante alawita. Gli alawiti sono una setta sciita. Ciò spiega il sostegno che l’Iran sciita ha offerto contro gli insorti, prevalentemente sunniti. 
Naturalmente, per la maggior parte, i rifugiati all’estero sono sunniti. E il Paese che ne ha accolti di più – per fratellanza religiosa – è stato la Turchia. Ankara sperava di vederli tornare in Siria da vincitori, ma comunque pensava che il soggiorno di quei tre milioni e passa di siriani sul suolo turco sarebbe stato temporaneo. E lo stesso vale per il Libano. Ora invece, stante il rifiuto di Damasco di riaccoglierli, rischiano di doversene far carico a tempo indeterminato. E questo precedente potrebbe in futuro scoraggiare l’accoglienza di coloro che fuggono via dalle guerre. 
Questi fatti comunque illustrano alcune verità che, nell’epoca contemporanea, tendiamo a dimenticare. Il potere può essere spietato ed è del tutto infondata la convinzione che gli uomini contemporanei siano meno crudeli dei loro progenitori. L’uomo non cambia. 
Bisogna riconoscere che fra i principali motivi della guerra civile c’è stata l’ostilità dei sunniti nei confronti di un governo sostanzialmente sciita. Cosa che spiega anche l’appoggio dato agli insorti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. Ora, con la fine della guerra, si offre ad Assad la possibilità di riequilibrare in parte la composizione della popolazione in proprio favore. Tenendo lontani cinque milioni di sunniti, ed accettando eventualmente immigrati cristiani o almeno sciiti (cui potrà anche regalare i beni rapinati ai rifugiati) si troverà a dominare una popolazione meno ostile e tendenzialmente più fedele al governo. Ovviamente farà ciò al prezzo di depredare milioni di persone, di farne degli sbandati, di lasciarli in balia di governi estranei che potrebbero anche divenire ostili, insomma al prezzo di un crimine contro l’umanità come quelli che abbiamo conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale, ma di questo poco si cura. Chi vuole può lasciarsi andare a condannare nel modo più severo il governo di Damasco, ma l’indignazione dei terzi non cambierà nulla. Assad non si lascerà intimorire dalla reazione internazionale, la quale fra l’altro potrebbe anche non esserci, e non arrivare neppure alle orecchie dei lettori di giornali. Assad potrebbe tenersi indisturbato il frutto di questa rapina.
Ma è giusto vedere anche le colpe delle vittime. Non bisogna infatti dimenticare che in tutte le legislazioni sono previste pene severissime per chiunque insorga deliberatamente contro lo Stato. Il Libro Secondo del nostro mite Codice Penale, nella parte in cui tratta “Dei delitti in particolare”, non comincia dall’omicidio, dalle lesioni personali e men che meno dal furto: comincia dai “Delitti contro la personalità dello Stato”. In altri termini, il potere repressivo dello Stato ha come primo interesse quello di tutelare il suo committente. Chi mette in pericolo l’integrità o l’indipendenza dello Stato, soggiace alla pena della reclusione non inferiore a dodici anni (art.241). E sarà condannato all’ergastolo se “porta le armi contro lo Stato”(art.242). O a morte (a morte, sissignori) se esercitava un’alta funzione. 
In Occidente ci siamo abituati all’idea che sia un diritto andare contro lo Stato, anche con la violenza (si vedano i sabati dei “gilets jaunes”, in Francia), ma in ogni tempo il potere ha reagito ferocemente contro chi lo ha attaccato. Per secoli e millenni, chi ha osato farlo ha saputo che la scommessa prevedeva il potere, in caso di vittoria, o la morte, in caso di sconfitta. Ecco il senso del passaggio del Rubicone. L’atteggiamento attuale, per il quale ci si aspetta che, constatato l’esito, si dica “abbiamo scherzato”, è del tutto estraneo all’esperienza storica. 
Se Assad sta approfittando della situazione per attuare una sorta di pulizia etnica, l’unica differenza rispetto al passato (e al futuro, se mai gli arabi vincessero sugli israeliani) è che i cittadini sgraditi egli non li ha uccisi, e non li ha neanche deportati, visto che se ne sono andati volontariamente. Insomma ai rifugiati poteva anche andare peggio. Mi rendo conto che questo punto di vista forse farà accapponare la pelle a molta gente, ma è soltanto il punto di vista della storia, in coerenza con la natura umana.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
Pasqua 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/4/2019 alle 6:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 aprile 2019
CAMPANE A MORTO
Quasi non l’avrei creduto possibile: mai vista una simile concordanza fra tante illustri testate. Il Corriere, per cominciare, il Sole24Ore, con due editoriali, la Repubblica con tre, la Stampa con due e, ovviamente, Libero, tutti predicono che questo governo è sull’orlo del baratro, che sta per cadere, che non può durare. Quasi come fosse una certezza. Se non sapessi quanto sono difficili le profezie (soprattutto quelle riguardanti il futuro, diceva Mark Twain) dinanzi ad un simile coro non potrei che inchinarmi. In realtà, pur ammirando il coraggio di tanti giiornalisti, non oso associarmi al coro. E scusatemi se la prendo alla lontana.
Una volta, ero appena adolescente (l’unico momento in cui sono stato credente), mi sono trovato a discutere con un seminarista del peccato mortale e dell’inferno. Io gli dicevo che mi sarebbe sembrato se non normale almeno comprensibile che si condannasse ad un’eterna sofferenza chi in vita si era comportato veramente male. Ma la Chiesa ci insegnava che Dio comminava l’inferno anche per la bestemmia, peccato mortale, e chiedevo se ci fosse proporzione, tra qualche parola sconsiderata, se pure offensiva, e una condanna tanto tremenda.
Il mio amico era intelligente e, come si diceva una volta, loico. Ammetterai, cominciò, che è più grave dare del cretino al proprio professore che al proprio fratello, o dare della puttana a una madre badessa che a una compagna di classe. Insomma l’insulto è tanto più grave quanto più grande è la dignità della persona offesa. Ora, dal momento che la dignità di Dio è infinita, infinita è pure la gravità della bestemmia. Incontestabile. Tanto che la risposta giusta, un paio d’anni dopo, si rivelò l’abolizione di un Dio tanto suscettibile.
Ma un concetto andava salvato. La conseguenza di certe premesse vale quanto valgono i soggetti coinvolti. Se una coppia ha fondato il proprio legame sulla più totale veridicità, una sola menzogna incrinerà il rapporto, per quanto bello fosse. Chi è stato deluso, se ha preso sul serio quel patto (vagamente assurdo e inumano) sarà tenuto alla rottura. Ma, se in una coppia abbondano le bugie, gli inganni, i tradimenti, le rotture e le riconciliazioni, che senso avrebbe buttare all’aria tutto per una scappatella in più? 
Lega e Cinquestelle si scambiano accuse, minacce, insulti. E se parlassero seriamente, se fossero coerenti, se per loro le parole avessero veramente un peso, sarebbero tenuti alla rottura. Ma sono hidalgos? Basti vedere come sparano le affermazioni più inverosimili, e quanto facilmente promettono cose impossibili. Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione si sarebbe forse suicidato, se fosse stato pubblicamente sbugiardato; questi politici invece, se gli si dimostra che hanno mentito, che hanno detto una sciocchezza, che si sono contraddetti, risponderebbero convintamente: “Embeh?, sarebbero capaci di rispondere. Prima mi è convenuto dire quella cosa, e l’ho detta; ora non mi conviene più e dico altro. Se siete più bravi di me, fatevi eleggere e governate”. 
Insomma abbiamo da fare con persone che non hanno dignità. Naturalmente qualcuno che ha almeno leggiucchiato Machiavelli potrebbe obiettare che nessun serio politico ha dignità. E c’è del vero, in questo. Lo diceva anche il grande Niccolò. Ma il Segretario proseguiva dicendo che il Principe, se non ha nessuna virtù, lo stesso deve apparire come uno che le ha tutte. Il suo sforzo deve essere tale che, in fin dei conti, forse gli conviene averle sul serio, quelle virtù. 
Quello che oggi è venuto meno, lo stesso dovere dell’apparenza. Quel ritegno, e persino quell’ipocrisia che, secondo La Rochefoucauld, sonoi “l’omaggio che il vizio tributa alla virtù”.Proprio in questa sede è stata criticata un’orripilante frase di Di Maio, e si sopravvive. Una signora la cui competenza economica è più che dubbia può buttare in faccia ad un economista del calibro di Carlo Padoan: “Questo lo dice lei”, quasi parlasse col suo salumiere. E se qualcuno fra i maggiorenti aggrottasse la fronte, udendo le parole della coraggiosa signora, la maggior parte dell’elettorato dei Cinquestelle risponderebbe col solito: “Embeh? Erano di parere diverso”.
Ecco perché le zuffe attuali, nel governo, non sono da prendere sul serio. Con i personaggi che presidiano la scena, c’è da attendersi di tutto. Potrebbero litigare e separarsi per sempre per un nonnulla, come potrebbero riconciliarsi e abbracciarsi dopo aver trattato l’interlocutore da mafioso e sua madre da bagascia. Tanto, siamo nella suburra. Andiamo a bere un bicchiere insieme. il contratto non è stato toccato.
La loro inaffidabilità è tale da non potere contare nemmeno su quella Stella Polare che funziona con tutte le persone equilibrate: l’interesse personale. Nel loro caso vale il detto di Voltaire: “Non è vero che tutti gli uomini agiscono per interesse. Se fosse vero, ci sarebbe modo di mettersi d’accordo con loro”.
La realtà potrebbe benissimo contraddire i migliori politologi e potrei perfino esserne dispiaciuto. Dispiaciuto, ma non sorpreso. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 aprile 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/4/2019 alle 8:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 aprile 2019
UN SINTOMO: LA LIBIA
Una domanda che molti si porranno distrattamente: “Ma che sta succedendo, in Libia?”
L’atteggiamento disinteressato è comprensibile. In primo luogo, se non ce ne vengono dei fastidi, chi comanda in Libia è cosa che non ci riguarda. In secondo luogo, la situazione è confusa, e la stessa domanda corrisponde a dire: “Non che me ne importi molto, ma non ho capito che avviene. Voi sì?”
La realtà è che siamo in molti, a non capirci niente. Esiste tutto un gioco in cui si incontrano e si scontrano parecchi fattori. C’è una questione di legalità: Sarraj è sostenuto dall’Onu, Haftar no; di potenze: confinanti o lontane, schierate – almeno teoricamente – con l’uno o con l’altro campo: una situazione  sulla quale prevale, e con largo margine, la forza militare. 
Paolo Mieli, sul Corriere, insiste sul fatto che avremmo il dovere di stare dal lato del potere legittimo, e non vede che sta parlando di un dato ininfluente. Se Haftar, da solo o perché sostenuto da altri, prenderà il potere a Tripoli, nel giro di qualche mese la Libia sarà unificata sotto questo “uomo forte”. Se invece Sarraj riuscisse a resistere, Haftar dovrebbe ritirarsi nei suoi quartieri, e rischieremmo comunque una partizione della Libia, secondo nuove linee di frontiera. Una cosa è sicura: dal momento che, di fronte alla forza, la legalità in politica internazionale non vale niente, non rimane che aspettare di vedere come si concluderanno gli scontri sul terreno. 
Ciò che del resto stanno facendo anche le grandi potenze. Il sostegno della Francia ad Haftar sembra fatto prevalentemente di parole, e quello dell’Italia a Sarraj addirittura di mormorii. Quanto agli Stati Uniti, secondo una politica cominciata da Obama (e proseguita entusiasticamente da Trump), visto che non sono coinvolti i loro interessi, non appena si è visto Haftar all’orizzonte, i pochi militari americani, temendo di farsi accidentalmente male, si sono imbarcati e sono spariti. 
Certo, se l’Europa invece di essere un club litigioso e sostanzialmente impotente, sapesse parlare con una voce sola  - e possibilmente la voce del cannone - la sorte della Libia sarebbe decisa a Bruxelles o a Strasburgo. Ma l’Europa non ne è capace. La Libia è il caso esemplare di un mondo disordinato, in cui non esistono neppure grandi alleanze capaci – sia pure nel loro interesse – di imporre una certa sistemazione. L’egemonia è una prevaricazione a carico dei più deboli, ma spesso offre loro un bene che non saprebbero conquistarsi da soli: la pace. 
Un’ultima nota riguarda la terminologia usata in questi frangenti. Per la Libia qualcuno ha parlato di “guerra civile”. Evidentemente è passato molto tempo, da quando l’Europa sapeva molto chiaramente che cosa fosse una guerra. La Libia è un Paese non molto sviluppato, non molto popolato, e certamente non molto forte, in cui si scontrano due fazioni in quella che è poco più di una rissa. I telegiornali parlano commossi di oltre duecento morti, fra cui anche dei bambini (come se le bombe avessero il dovere, o la possibilità, di schivarli), dimenticando quanti morti ci sono stati nella battaglia della Somme o a Verdun. Quanto alla guerra civile, per sapere che cos’è, chiedere agli spagnoli. 
Se tutto ciò è vissuto come allarmante, è perché il nostro disarmo morale, il nostro atteggiamento imbelle ci fanno temere il minimo alito di vento. Noi speriamo sempre che siano altri ad occuparsi della nostra sicurezza. Dimentichiamo – noi italiani che calpestiamo il loro stesso suolo – che i romani persero l’impero quando rinunciarono a combattere per sopravvivere e affidarono la loro difesa agli stessi barbari. 
Il mondo va avanti a caso. Sembrano salvarsi da questo marasma soltanto Paesi che per la loro forza economica e militare (Stati Uniti), oppure per il loro peso complessivo, sostenuto da una guida forte e unitaria, come la Cina, non esitano ad agire per i loro propri interessi. E fra i forti dobbiamo mettere la Federazione Russa, non tanto per il suo potenziale economico (francamente trascurabile) quanto per la determinazione e la spregiudicatezza di una guida politica che la fa pesare molto più di quanto dovrebbe. Esattamente il contrario di ciò che avviene per l’Europa: un gigante economico castrato dalla sua decadenza. Un continente discorde per temperamento e imbelle per vocazione.
Noi assistiamo da puri spettatori all’intera storia del mondo. Ci limitiamo a sperare che il destino ci risparmi, che altri cavino le castagne dal fuoco, e ci facciamo forti della nostra debolezza, del nostro pacifismo, della nostra superiore moralità. In altri termini siamo come un cane randagio, in attesa che qualcuno ci metta il guinzaglio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 aprile 2019 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/4/2019 alle 12:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 aprile 2019
DI MAIO DIXIT
È concepibile che si giudichi un uomo da una sola delle sue frasi? La risposta sembrerebbe dover essere negativa e tuttavia l’intero Occidente ha giudicato Ponzio Pilato da una sola frase. Se si ha in mano la vita di una persona, e la si giudica innocente, non si può permettere che sia uccisa, dicendo: “Me ne lavo le mani”. Anche più correntemente, se un imputato di omicidio ammette di aver commesso il fatto ma si giustifica affermando: “Dio mi ha ordinato di farlo” o è uno schizofrenico o è un abietto simulatore. Certo quella frase peserà, nel suo processo, a suo favore o contro di lui. Perché da sola definirà la sua qualità. 
Ora noi ci troviamo dinanzi ad un caso del genere. Leggiamo sul “Corriere” queste parole di Di Maio: “Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà. Se Tria punta ad aumentarla, si può dimettere”. 
Queste parole sono come un tema di concorso nazionale, nel senso che chi deve svolgerlo, se è preparato, potrebbe scrivere non un testo di mille parole, ma un intero libro, sopra di esse. Infatti potrebbe anche dipingere un quadro a tutto tondo della mentalità di colui che le ha pronunciate.
Cominciamo da principio. Da anni l’Italia viola le regole comunitarie e spazza la polvere sotto il tappeto promettendo di compensare tutto, con sforzi raddoppiati, l’anno seguente.  Questi patti sono stati chiamati “clausole di salvaguardia”. Il giochetto si è già ripetuto un paio di volte, ma non c’è da farsi illusioni. A parte il fatto che le condizioni attuali non sono identiche alle precedenti, il creditore che ha già concesso delle dilazioni è sempre meno propenso a concederne altre. E infatti, per come stanno attualmente le cose, a fine anno o aumentiamo drammaticamente l’Iva, fino a rastrellare da una nazione. già tartassata dal fisco e in piena crisi, tanto denaro da raddrizzare la barca, oppure, se troviamo (dove?) ventitré miliardi  di euro, l’Europa ci dispenserà dall’aumento pattuito. Si tratta di trattati internazionali, scritti e sottoscritti dall’Italia, di valore assolutamente cogente, checché dica qualunque Di Maio. 
Il ministro dell’economia Giovanni Tria, in Parlamento, ha soltanto ricordato questi dati, precisando che – non essendo ancora stati reperiti i ventitré miliardi necessari per togliere la spoletta alla bomba – allo stato attuale l’aumento dell’Iva è previsto per l’inizio dell’anno prossimo. 
Ed ora torniamo alle parole di Di Maio. “Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà”. Un futuro lineare e semplice corrisponde o ad una previsione scientifica (“L’astronave è sulla rotta giusta e atterrerà regolarmente”) oppure ad una promessa che va però completata specificando ciò che si farà per ottenere quel risultato. Diversamente si è aperta la bocca e le si è dato fiato. O forse Di Maio pensa che l’economia mondiale penda dalle sue labbra e, intimidita, si darà da fare per impedire un fatto che darebbe fastidio al M5s?
Quanto alla seconda frase, è un capolavoro di scorrettezza. Dire che Tria punta ad aumentare l’Iva è come dire che il collega medico punta intenzionalmente a far morire il malato. Roba da querela. Mentre nella specie Tria – proprio in base a dati obiettivi – ha detto che l’attuale traiettoria della navicella spaziale, in mancanza di correzioni di rotta, al rientro sulla Terra andrà a schiantarsi al suolo. È concepibile che si adottino provvedimenti per impedire questo esito, ma finché ciò non avviene, la previsione scientifica è inesorabile, come sono inesorabili le leggi della fisica. Naturalmente questo non vuol dire  che si punti alla morte degli astronauti, caro Di Maio, vuol dire soltanto che non basta auspicare la loro salvezza, se poi non si fa nulla per renderla possibile. Attribuire a Tria un’intenzione che non ha, che nessun galantuomo potrebbe avere, è commettere veramente una mala azione. È attribuire ad altri comportamenti inconcepibili, o forse concepibili soltanto per chi li ipotizza.
Infine il botto finale: “Se è così, si dimetta”. Un capolavoro. Queste parole significano forse che le clausole di salvaguardia scatteranno se c’è Tria al ministero dell’economia, e si faranno da parte, svanendo nell’aria sottile, se Tria se ne va? Ma dove vive il nostro Ministro dello Sviluppo? Crede che quelle clausole siano un affare personale di Tria e che, scomparso lui, scompariranno anch’esse? Si rende conto che se quel ministro fosse costretto alle dimissioni per avere detto una piana verità, ciò potrebbe essere interpretato  come l’intenzione dell’Italia di non tenere fede ai patti sottoscritti, con possibile, rovinoso terremoto borsistico, spread alle stelle e magari il default del Paese?
Non sempre è facile concludere schivando le querele. Ma forse non è necessario strapazzarsi, quando i fatti parlano da sé. Credo di ricordare che, in nessun momento della tragedia, Shakespeare dica: “Guardate quanto è cattivo Riccardo III”. Si limita a farlo agire e parlare. E anche qui le parole di Di Maio ci dicono non soltanto chi è, e quanta competenza abbia in materia di economia, ma anche – volendo essere ottimisti sul suo livello mentale – che stima abbia dell’intelligenza degli italiani. E in che misura sia eventualmente capace di approfittare della loro disinformazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 aprile 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/4/2019 alle 4:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 aprile 2019
UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL PRESENTE
Non è vero che tutte le nazioni sono uguali ed hanno pari difetti e pari qualità, pari capacità e pari tendenze. Senza nessuna punta di razzismo, è lecito dire “i tedeschi sono così”, “i francesi sono cosà”, e via di seguito. Infatti non se ne fa una questione di razza, ma una questione di sviluppo storico, di imprinting e in fin dei conti di condizionamento dei singoli.
I greci del mondo classico non credevano molto al merito personale. Soprattutto in campo morale. La loro Divina Commedia sono i poemi omerici di cui, nello stesso mondo classico, molte persone colte conoscevano a memoria brani interi. Talmente essi erano fondamentali nella loro cultura. E proprio in questi poemi possiamo scorgere i punti di riferimento dell’anima greca. 
Il vincitore è Achille, ma Achille vince perché non è del tutto umano. Perché è invulnerabile. Perché è favorito dagli dei. E non ha altri meriti, oltre quello del suo poco rischioso valore guerriero: è irascibile ed egoista. È violento, suscettibile, e in una parola poco amabile. Ma ciò malgrado è l’eroe vincente, perché così ha voluto il Fato. Mentre Ettore è anch’egli un eroe, ma non è invulnerabile. Il suo valore deriva dal suo coraggio, dalla sua capacità di affrontare il pericolo pur sapendo di correre dei rischi. E non basta: è anche un buon figlio, un buon marito e un buon padre. E tuttavia, qual è la sua sorte? Quella di essere ucciso da Achille. Perché nel duello questi, per giunta, è favorito dalla divinità che lo protegge. Per i greci dunque essere ammirevoli moralmente non serve a sopravvivere. E infatti chi è il loro eroe nazionale? Non Achille, perché non si può pretendere di avere sempre gli dei al proprio fianco. E neppure Ettore: è Ulisse. Colui che fa prevalere la Grecia su Troia con l’inganno, non vincendola in battaglia. 
Ulisse non è particolarmente morale. Tutta la sua storia, sia nell’Iliade, sia nell’Odissea, è la storia di un furbo che riesce a cavarsela nelle peggiori situazioni: che si tratti di Polifemo, delle sirene o della Maga Circe. E non per merito di qualche divinità. Se per vent’anni non riesce a tornare nella sua Itaca è perché la sua mancanza di morale è eccessiva (hybris) al punto da offendere gli dei. Nettuno non gli perdona non tanto di avere accecato suo figlio Polifemo, quanto di averlo irriso, dopo. 
La caratteristica dei greci è stata quella di non essersi allontanati molto dal loro io – un io umano, troppo umano, avrebbe detto Nietzsche – e di non soffrire di un eccesso di superio. Infatti nemmeno oggi sono particolarmente affidabili. E non è un caso che Nietzsche abbia ritrovato nella Grecia classica quella liberazione dell’anima umana dai legacci ebraico-cristiani che per secoli hanno ammorbato l’aria dell’Europa. I greci avevano il coraggio di essere sé stessi e di legittimare le loro peggiori tendenze. Del resto avevano reso umano, e composto di “peccatori”, perfino il loro Olimpo. 
L’Italia, come tendenza di fondo, è più greca che germanica. È vero, i romani della Repubblica erano più vicini ai tedeschi che ai greci, ma già nel I Secolo a.C. abbiamo visto lo scatenamento delle ambizioni, degli egoismi, delle crudeltà. Neanche Roma, pur avendo avuto un altissimo funzionario a guardia dei costumi, il Censore, è stata un modello di moralità. Per non dire che poi è arrivata a grecizzarsi, ad orientalizzarsi, a scadere in tutti i sensi, col basso impero. I greci almeno erano abbastanza individualisti da amare la democrazia, mentre la Roma degli ultimi secoli non ebbe istituzioni diverse da quelle persiane, di quel Grande Re - tiranno orientale - che i greci aborrivano. 
Questi i due “Paesi caldi” che hanno dato forma mentale all’Europa e, in buona misura, al mondo intero. Ma poi sono nati i grandi “Paesi freddi” del Nord. Forse qui gli uomini sentivano di avere un nemico comune, una Natura ben poco sorridente ed anzi brutale, contro la quale bisognava far gruppo. Infatti già i germani quali ce li descrive Tacito sono più uniti e soprattutto più morali, come popolo, di quanto fossero i romani. E questa tendenza alle virtù – che ancora oggi rende gli olandesi tanto più onesti di noi, in media – col tempo è divenuta insofferenza nei confronti del Papato. Impossibile perdonargli la sua avidità, la sua ipocrisia, il suo tradimento degli ideali cristiani. Lutero è nato in Germania e non poteva nascere in Italia, dove del resto la sua Riforma non attecchì. E le caratteristiche della Riforma sono interessanti da parecchi punti di vista. Soprattutto per capire le differenze fra Nord e Sud d’Europa. 
I greci erano pronti ad accettare che si vincesse o si perdesse per volontà degli dei, e questo costituiva dopo tutto un discarico di responsabilità. Perfino la furbizia contrapposta alla lealtà si giustifica con la volontà di contrastare un destino avverso. Avverso senza ragioni morali: magari per il capriccio di un dio. E contro un destino immorale è lecito barare. Con Lutero invece sparisce questa comoda scorciatoia. C’è un solo Dio, ed è il dio della moralità. Non esiste più la confessione: si risponde dei peccati direttamente a Dio, a tu per tu, senza intermediari e senza la possibilità di una finta assoluzione, concessa da un peccatore come noi. 
I nordici sono più morali di noi perché non concepiscono un fatalismo come quello di cui sono vittime i musulmani (che in fin dei conti sono dei perdenti nati, per questo). Ognuno sa di essere responsabile dei propri risultati, agli occhi di Dio e agli occhi dei concittadini, che non perdonano facilmente chi infrange le regole accettate. E chi si arricchisce onestamente, contrariamente a quanto leggiamo nel Vangelo, è stimabile anche agli occhi di Dio. .
Naturalmente queste correnti sono spesso sotterranee e inconsce. Né queste grandi nazioni vivono ed agiscono in vaso chiuso. La Riforma, pur non attecchendo in Italia, anche da noi provocò una forte reazione morale, con la Controriforma. E analogamente gli ideali sociali e comunitari che nell’Ottocento sorsero prima in Francia ed ebbero il loro culmine in Germania, con Marx, col tempo si diffusero anche in Italia. Col socialismo nella prima metà del Ventesimo Secolo (e del socialismo, seppure “nazionale”, fa parte anche il fascismo) e con il comunismo nella seconda metà. 
Gli italiani si allontanavano dalla religione – anche se una religione più formale che sostanziale -  per essere sempre più preoccupati del bene comune, del riscatto dei poveri, dell’uguaglianza, e perfino della morale (soprattutto pubblica, cioè altrui). A questo quadro però corrispondevano le classi superiori, mentre il popolo coglieva, di questo movimento, soprattutto la parte economica: e per cominciare l’aumento dei salari. 
Così il Paese, nei lunghi anni che vanno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a una decina d’anni fa, è vissuto con un double standard. La classe colta, se pure senza rinunziare a nessuno dei suoi privilegi, si è ammantata dei massimi ideali della sinistra, mentre la classe inferiore ha mirato al sodo ed ha creduto sdi potere sfruttare uno Stato che si dichiarava in dovere di essere generoso. Per questo chiedeva sempre più vantaggi. Col risultato che, finché c’è stato grasso da eliminare, la democrazia si è retta senza grandi scossoni, malgrado il contrasto fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. La prima che faceva finta di essere cristiana e il secondo che faceva finta di essere comunista. 
Ma quando infine il debito pubblico è divenuto tale che bastava una mossa sbagliata in più e sarebbe stata la catastrofe, quando non si è potuto spendere più di quanto lo Stato incassava (ché anzi lo Stato era costretto a spendere meno di quanto incassava, perché una buona parte delle sue risorse se ne andava per pagare gli interessi sull’enorme debito pubblico accumulato) è cominciata la vera scontentezza popolare. Da oltre dieci anni si parla di crisi economica, in tutta l’Europa, ma soltanto in Italia essa è arrivata ad essere una crisi di sistema. Infatti il popolo italiano ha smesso di credere in tutti gli idola precedenti. Da tempo non era più cristiano – se mai lo è stato, al di là delle forme – ora non crede più nemmeno nel socialismo, nel comunismo e nella stessa democrazia. 
Il Movimento di Grillo corrisponde a questa delusione, a questa rabbia, a questo nichilismo senza argini. La classe dirigente ha raccontato fandonie – l’eterno progresso, l’eterna prosperità, un welfare regale – e merita di essere annichilita. Così tutto è rimesso in discussione, perfino il mondo moderno, e qualcuno ha osato vagheggiare una “decrescita felice”, senza accorgersi che soltanto la prima parte della formula, la decrescita, era possibile. Si sono messi in discussione persino i vaccini, quasi tornando ai tempi di Pasteur e Jenner. Perché neanche la scienza ha più avuto voce in capitolo. La competenza, che pareva un presidio incrollabile, è contestata. “Se i competenti ci hanno condotto qui, abbasso la competenza”. Né può indurre in errore l’insistita e ripetuta richiesta di “Onestà, onestà, onestà”. Infatti l’onestà che si invoca è, ancora e sempre, quella altrui. Molti di quelli che hanno invocato l’onestà sarebbero disposti a fingersi poveri per ottenere il reddito di cittadinanza. 
Il popolo italiano improvvisamente si è liberato dai complessi che gli avevano imposto ed ha gettato via la maschera. ”Mi dite che devo essere cristiano, che devo essere comunista, che devo sacrificarmi per il prossimo, ma io ho il coraggio di dirvi che non sono così. Sono ateo, egoista, consumista, pragmatico. Se possibile, voglio avere vantaggi senza faticare. E certo non sono disposto a condividerli con persone troppo abbronzate, che francamente disprezzo. E che comunque disturbano me, nel mio quartiere. Mentre nel vostro non vengono”. 
Il popolo italiano è arrabbiato e si sente finalmente libero di protestare contro tutto e tutti. Con  l’entusiasmo dell’omosessuale che fa coming out, finalmente si riconosce per quello che è. Rigetta disinvoltamente tutte le autorità, tutti gli occhiacci, tutte le condanne e tutti gli sdegni nazionali e internazionali. È un momento di follia, ma anche di liberazione. La contestazione di un superio imposto dall’esterno in favore di un realistico io. Purtroppo però questo non aiuta gli italiani e non li aiuterà, perché hanno tendenza a buttare nello scarico il bambino insieme con l’acqua sporca.
Appendice politica attuale. 
Un amico, l’ingegner Nicola De Veredicis, mi ha chiesto: “E allora come mai il Pd, in questo contesto che sembra contraddire tutto ciò che la sinistra ha predicato per decenni, ha ancora il coraggio di dichiararsi contro l’immigrazione, tanto sgradita al popolo? È ovvio che questo rischia di fargli perdere dei voti, piuttosto che acquistarne”. Giusto. Ma forse i dirigenti del Pd sono convinti che il loro elettorato non sia sparito. Lo credono confuso, arrabbiato, perfino momentaneamente accasato in altri partiti, ma ancora da recuperare. Cosa che potrebbe avvenire quando il popolo si accorgerà che l’Italia ha imboccato una strada sbagliata. E poiché la sinistra non riesce a concepire una società migliore di quella socialista, raccoglie da terra una vecchia bandiera umanitaria e la sventola, nella speranza che susciti antiche nostalgie. 
Le previsioni non sono molto fauste. Tutto dipende da quanto quei dirigenti abbiano visto bene. Se l’elettorato di sinistra ancora esiste e se è ancora capace di prendere sul serio i vecchi ideali, il Pd potrebbe star seminando oggi per mietere domani. Se invece la crisi si risolverà riconoscendo che bisogna adottare un nuovo modello economico-sociale, saranno vincenti coloro che questo modello avranno identificato per primi, facendosene gli alfieri. Ma oggi costoro non si vedono, nemmeno all’orizzonte. 
Forse il momento topico, la grande svolta, si avrà dopo il grande lavacro di una crisi spietata. Dopo anni di sofferenze. Forse, spinti dalla necessità, invece di tornare al passato e ai suoi miti, riusciremo ad imboccare la via del futuro. Una cosa è certa: non sarà gratis. Il biglietto per questo viaggio potrebbe essere fra i più alti mai pagati. . 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
17 aprile 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 18/4/2019 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
17 aprile 2019
OTTOCENTOMILA
In Libia c’è uno scontro tra milizie che i media italiani, in mancanza di notizie hanno ribattezzato guerra civile. Il capo di Tripoli, per ottenere aiuto, ha detto che c’è il rischio per l’Italia si imbarchino ottocentomila persone fra cui centinaia di ex terroristi  dell’Isis ed altri delinquenti.
A questo punto, il nostro ruspante Ministro degli Interni Matteo Salvini ha intimato alle navi militari di impedire l’arrivo di questa fiumana di persone. I militari hanno protestato che loro non ricevono ordini dal Ministro dell’Interno, ma dal Ministro della Difesa, e molti, in primis i dirigenti del M5s, hanno dato ragione agli ammiragli. Naturalmente c’è da pensare che Salvini, prima di dare ordini ai militari, avrà pure chiesto ai suoi collaboratori se poteva permetterselo. Ma ammettiamo pure che abbia sconfinato e che gli altri ne abbiano approfittato per assestargli una bastonata sul muso.
Questo lo stato della lite quotidiana. Ora si può dubitare che in Libia ci sia una guerra civile; si può dubitare che, nel caso, abbandonerebbero il Paese ottocentomila persone (su quanti natanti possono imbarcarsi ottocentomila persone? Quante navi da crociera della flotta Costa possono noleggiare?); si può dubitare che troverebbero il denaro per pagarsi la traversata; si può dubitare (come dicono le anime belle) che, una volta giunti in Italia, dall’Italia sarebbero poi redistribuiti (e accettati) dagli altri Paesi europei; si può dubitare che tanti terroristi siano ansiosi di venire in Italia, anche perché l’Isis ha perso la guerra, quelli che fuggirebbero di prigione sono noti per nome e cognome e in Italia finirebbero al fresco); si può dubitare che Salvini abbia il diritto di chiudere i porti a coloro che fuggono da una guerra (ammesso che ci sia una guerra) e che possa dare ordini alle navi militari. Ma si possono anche trascurare tutti questi singoli punti e andare alla sostanza politica della faccenda.
Che abbia ragione o che abbia torto, Salvini fonda il suo successo sullo stop all’immigrazione, quella che tanto piaceva all’establishment (quello che abita ai Parioli, dove non ci sono migranti) e tanto poco piaceva agli italiani. Questi ultimi non credevano affatto che non si potesse dire di no, Salvini ha effettivamente detto di no, e gli italiani hanno raddoppiato le intenzioni di voto per la Lega. Questi i fatti, comunque li si vogliano giudicare. Ora i magistrati di Trapani, di Catania e di altrove cercano di ostacolare Salvini, denunciandolo per ogni sorta di reati e il M5s, in perdita di velocità, cavalca la tigre, nella speranza di limitare il successo della Lega. I mass media sono dalla parte di chi critica Salvini e questi potrebbe trovarsi in gravi difficoltà, soprattutto se cominciassero ad arrivare non ottocentomila, ma ottantamila migranti e gli altri Paese europei – come è prevedibile – rifiutassero di prendersene ognuno qualche decina di migliaia. 
E da qui può partire un ragionamento terra terra. Ammettiamo che Salvini abbia torto, giuridicamente. Ammettiamo che la sua intimazione alla Marina Militare sia illegittima. Ma era illegittimo anche il passaggio del Rubicone, da parte di Cesare. E tuttavia, quando arrivò a Roma, invece di essere messo a morte, come prescriveva la legge, finì con l’essere nominato “dittatore a vita”. La logica della politica non è la logica giudiziaria. E se la legge prevalesse sulla politica, invece di essere alla Terza Repubblica, come dicono gli ottimisti, saremmo ancora ai Re di Roma.
Dunque è facile vedere che la mossa di Salvini è fatta per piacere alla gente, non ai giuristi, e per conseguenza, o i suoi oppositori non riusciranno a fermarlo, e per lui sarà un altro motivo di successo; oppure riusciranno a fermarlo, e per la gente Salvini sarà considerato una sorta di martire e non sarà tenuto responsabile di nulla, checché accada in seguito. E così aumenterà ancora i propri consensi. Se poi – addirittura – si dimettesse e facesse cadere il governo, si risparmierebbe le inevitabili critiche che attendono chi ha voluto governare senza tener conto dei “numerini”. Non dimentichiamo che, soltanto per evitare l’aumento dell’Iva (ammesso che ci riesca) il governo dovrà trovare una ventina di miliardi quest’anno e ancor più l’anno prossimo. 
Proprio non capisco il Pd, il M5s e tutti quelli che mettono i bastoni fra le ruote di Salvini. Non interessa se costui abbia ragione o torto: quello che è sicuro è che fa la volontà del popolo, per quanto riguarda i migranti, e che chi lo contrasta perderà consensi. Dunque, ad ammettere che la sua ostinazione nel parlare di “porti chiusi” sia un errore, l’unica cosa da fare è non contrastarlo e lasciargli l’intera responsabilità nazionale e internazionale del suo atteggiamento. Se è vero che semina vento, che raccolga tempesta. 
Ma poi questo governo non ha avuto il coraggio di andare contro il popolo quando ha chiesto provvedimenti sbagliati e rovinosi per le nostre finanze, come il reddito di cittadinanza e “quota cento”, e dovrebbe andare contro il popolo per provvedimenti a costo zero, approvati da un’impressionante percentuale della popolazione?
Ho fatto bene a non darmi alla politica. È chiaro che non ne capisco niente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 aprile 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/4/2019 alle 10:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 aprile 2019
LA SATURAZIONE
Che gli esseri umani siano capaci di sbagliare non è una notizia. Ci muoviamo infatti in una foresta inestricabile di cause ed effetti e non sempre riusciamo a prevedere l’effetto delle nostre azioni. Ciò che invece stupisce è il fatto che si siamo capaci di ripetere esattamente gli stessi errori che, qualche tempo prima, abbiamo visto commettere e pagare. Ammesso che Hitler volesse più “spazio vitale” per il Reich, perché non si è accontentato della Polonia? Perché attaccare la Russia, dopo l’infelice esperienza di Napoleone?
Vale anche per la vita quotidiana. Sposare una donna divorziata può essere un affare, ma è difficile che sia un affare sposare una donna che ha già avuto tre mariti. Certo, potrebbe essere stata sfortunata, una volta. Magari due. Ma è più probabile che sia una peste lei, se anche il terzo marito è scappato. Se in un certo posto tutti inciampano, cominciamo a guardare dove mettianmo i piedi. 
Abbiamo sotto gli occhi un esempio significativo. Matteo Renzi aveva un bel faccino, un eloquio scorrevole e convincente ed era incontestabilmente simpatico. Quando è comparso sulla scena sembrava il giovane attore cinematografico che, prima che appaia la parola “Fine”, realizzerà l’impossibile. E infatti il giovane è passato da un trionfo all’altro. Ma poi ha cominciato a vedersi troppo spesso in televisione; ha parlato troppo e troppo spesso si è vantato di successi inesistenti.  Quando infine ha cominciato ad imperversare giorno e notte in televisione, per venderci la sua riforma costituzionale, è arrivato il momento in cui l’intera nazione l’ha giudicato insopportabile. Così la bella promessa della politica italiana si è trasformata. da “uno che sarà”, a “uno che fu”. Non sarebbe ovvio che tutti prendano buona nota del fenomeno?
Invece la stucchevole figura di Di Maio e il faccione di Salvini compaiono continuamente e troppo a lungo sullo schermo televisivo. Spesso, anche cambiando programma, uno si ritrova lo stesso personaggio nell’altra rete. Se prima era Di Maio, dopo è Salvini. O viceversa, ma senza tregua. Ora addirittura i media ci infliggono le loro storie sentimentali, con annesse foto. Non è ovvio che finiranno col pagarla? Come non pensano che – come avverte un vecchio proverbio - “il troppo è come l’insufficiente”? 
Non è che Matteo Renzi sia improvvisamente divenuto un imbecille, il fatto è che, se appena compare sullo schermo, la risposta emotiva mia è: “Oh, no!” E presto potrebbe essere la reazione di tutti.
La saturazione è quasi sempre irreversibile. E se questo è vero per un politico di talento come Salvini, personaggi come Di Maio, Toninelli, Bonafede e soci dovrebbero rendersi conto che, se cade il governo, nel giro di ventiquattr’ore rientreranno nel più definitivo anonimato.  All’idea di rivederli, la prevedibile reazione sarà: “Oh, no! Basta!”
Ovviamente tutti costoro potrebbero difendersi dicendo che la colpa è dei giornalisti che li inseguono per filmarli e porgli domande. Ma dovrebbero rendersi conto che quei giovani col microfono in mano non gli fanno un favore. Non li inseguono perché sono importanti, li inseguono perché è il loro mestiere e domani li schiferebbero senza scrupoli, se il filmato non si vendesse. 
Al riguardo è indimenticabile un episodio. Enrico Cuccia, forse il più famoso banchiere italiano, non concedeva interviste. Una volta un giornalista d’assalto lo sorprese per la strada e prese a camminargli accanto, ponendogli domande. Cuccia camminava, in assoluto silenzio, ma l’altro non la smetteva. Domande su domande, con l’attesa della risposta. La scena è andata avanti per tutto il percorso e Cuccia, alla fine, non ha nemmeno salutato. “Domandare è lecito, rispondere è cortesia”, dice un proverbio. 
Se ci si accorge che si compare troppo spesso in video, bisogna uscire da una porta secondaria. Oppure salutare con la manina e sparire. E invece questo governo sembra volersi scavare la fossa con le sue mani. Presenza smodata. Ricerca costante dell’evento cui associare la propria faccia (alla Pertini a Vermicino, per intenderci). E poi vanterie come se piovesse. Provvedimenti demenziali spacciati per toccasana nel momento stesso in cui la gente legge indici economici catastrofici, previsioni nere, in presenza di uno spread raddoppiato e di una crescita negativa. Uno sforzo diuturno di rendersi antipatici. In questi casi, a meno di avere una faccia bella e simpatica come quella del ministro Alfonso Bonafede, l’epilogo è fatale.
Ma alcuni continuano a credere che il miglior posto per accendersi una sigaretta sia nella penombra di una polveriera. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
aprile 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/4/2019 alle 8:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1810971 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, rinvenibile su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.